Paura: scoperta la molecola che ci fa spaventare

Si conosce da tempo il ruolo dell’amigdala nella generazione dell’esperienza di paura. Una piccola e potentissima porzione di tessuto del nostro cervello, a forma di mandorla e delle dimensioni di un grosso fagiolo, è di fatto la responsabile del nostro sistema di allerta e di protezione.   L’amigdala è una formidabile e complessa centralina: ci aiuta a rilevare le minacce intorno a noi, elabora le paure e altre emozioni che le minacce, più o meno reali, suscitano nel cervello e segnala alla nostra mente e ai nostri muscoli che dobbiamo preparare una risposta: che sia fuggire o combattere, oppure paralizzarci. L’amigdala è anche la parte del cervello coinvolta nella formazione dei ricordi spaventosi: un adattamento evolutivo essenziale, che ci aiuta a sopravvivere attraverso il comportamento appreso. Se manteniamo memoria dei pericoli possiamo essere maggiormente al sicuro; potremo evitarli o attrezzarci per combatterli, potremo collaborare con i nostri simili per proteggerci a vicenda e costruire solidarietà e aiuto reciproco, ma anche, nell’ approccio opposto, diffidenza e distanza per preservarci dalle minacce. Insomma, questa funzione utilissima alla nostra sopravvivenza, la memoria della paura, svolge purtroppo anche un ruolo in diversi disturbi mentali, come ad esempio nel disturbo da stress post-traumatico (PTSD), una condizione patologica innescata dall’aver vissuto in prima persona un evento terrificante o dall’avervi assistito, che origina sintomi pesantemente invalidanti, ansia frequente e molto intensa, calo del tono dell’umore, oltre a provocare pensieri, immagini e ricordi intrusivi, come se la persona rivivesse nel presente l’episodio traumatico. Ma come fa l’amigdala ad elaborare la paura e a trasformare semplici segnali sensoriali in campanelli d’allarme emotivi? Il Salk Institute for Biological Studies di La Jolla, San Diego, California, ha aperto un nuovo scorcio nell’esplorazione dei meccanismi che costruiscono la paura. I ricercatori hanno scoperto un percorso molecolare chiave nel cervello che distilla immagini, suoni e odori minacciosi e ci dice di provare paura. Combina tutti i segnali provenienti dai nostri organi di senso e li integra in una sensazione perfettamente integrata. In uno studio pubblicato lo scorso agosto sulla rivista Cell Reports, i ricercatori del Salk hanno individuato nel cervello una minuscola proteina: il peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP). Hanno scoperto che, nel cervello dei topi, due distinte popolazioni di neuroni CGRP, una nel talamo e una nel tronco cerebrale, assemblano i segnali provenienti da vista, udito, gusto, olfatto e tatto in un segnale unificato di pericolo nell’amigdala. In questo modo trasmettono un forte avvertimento di pericolo, che consente all’animale di rispondere rapidamente alle minacce percepite. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che lo stesso percorso è coinvolto in modo critico nella formazione della memoria della paura. La scoperta di questo percorso sensoriale unificato, che combina in un unico segnale le minacce sensoriali provenienti da tutto il cervello e le trasmette all’amigdala, dimostra esattamente ciò che i neuroscienziati conoscevano da tempo e apre a molti possibili approfondimenti per passare dal modello animale all’uomo. Ricerche precedenti avevano infatti ampiamente dimostrato che, mentre molti percorsi diversi trasmettono indipendentemente suono, vista, tatto e altri potenziali segnali di pericolo attraverso più regioni del cervello, in qualche modo l’amigdala riceve questo input totale in parallelo, tutto in una volta. Quello che mancava era capire come il cervello potesse ottenere questo raggruppamento di segnali: il team di ricercatori del Salk ha scoperto che i responsabili di questo compito sono i neuroni con il neuropeptide CGRP. Come in tutti i sistemi, il malfunzionamento del nostro sistema di allarme può portare a falsi allarmi. Le persone, in questo caso, percepiscono come minacce segnali sensoriali altrimenti avvertiti come assolutamente normali. I disturbi di ipersensibilità possono ovviamente anche influenzare la memoria del pericolo, come si può intuire anche dall’esperienza quotidiana. Ma è possibile trovare modi per calmare il sovraccarico sensoriale manipolando il circuito di allarme? Secondo i ricercatori del Salk, ora che i circuiti cerebrali specifici che trasformano i segnali sensoriali negativi in ​​paura sono stati indagati, questa scoperta di base potrebbe suggerire modi per placare la paura o i suoi effetti sviluppando farmaci antagonisti, indicati per le persone che soffrono di disturbo da stress post-traumatico o di disturbi di ipersensibilità, come accade ad esempio nello spettro autistico. La strada è ancora lunga: occorre infatti trovare terapie che aiutino a calmare il circuito quando agisce in modo anomalo, preservando tuttavia e non compromettendo il ruolo chiave del nostro sistema di allarme in caso di pericoli reali, come un terremoto o un incendio. Gli studi dello Stalk dimostrano che i neuroni all’interno dell’amigdala che utilizzano il peptide CGRP sono fondamentali per combinare insieme, nel contesto della minaccia, informazioni provenienti da sensi diversi e trasformarle in un’esperienza integrata. Siccome i bloccanti del CGRP sono stati recentemente sviluppati in studi clinici con oggetti completamente differenti, rivelandosi come trattamenti efficaci per l’emicrania, questo aprirebbe la via a possibili ricerche sugli effetti clinici del blocco del CGRP negli esseri umani anche per ciò che concerne i disturbi del funzionamento del nostro sistema di allarme. Tre anni di pandemia, la guerra in Europa e il fantasma delle armi nucleari hanno prepotentemente messo la paura al centro delle nostre sensazioni quotidiane, con un ampio spettro di manifestazioni e di manipolazioni sociali, culturali e politiche di uno dei meccanismi più utili alla nostra sopravvivenza, ma allo stesso tempo responsabile di possibili risposte ipertrofiche e disfunzionali che tanto influenzano la vita degli esseri umani: dalla ricerca dei meccanismi può venire qualche prima, utile, risposta e un’accelerazione delle strategie di contenimento dei malfunzionamenti, nella direzione di alleviare i sintomi. Con implicazioni future forse assai più grandi di quanto possiamo ora immaginare.

Paura del fallimento e ansia da prestazione nella società della perfezione

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Fragili, scossi e con scarsa speranza verso il futuro. Questo è l’identikit dei giovani di oggi, definiti la generazione post Covid. Una generazione che vive un disagio psicologico importante, frutto di traumi ripetuti.Vivono la paura degli scenari apocalittici del nostro tempo e sperimentano l’ansia da prestazione di una società che mira alla perfezione. Molti cercano, con significative ripercussioni sul benessere psicologico, di concorrere al modello dell’eccellenza. Oppure cercano una via di fuga, reale o simbolica, dalla vita. Il recente suicidio della studentessa dello IULM, una giovane di soli diciannove anni, è l’ultimo triste caso di un allarme straziante. Una tragedia che punta i riflettori su un disagio profondo che possiamo più ignorare. Perché abbiamo così tanta paura di fallire? Il fallimento è qualcosa di naturale, che tutti sperimentiamo almeno una volta nella vita. Perché allora ci fa tanta paura? Nella società iper competitiva in cui viviamo la sconfitta è percepita come inaccettabile. Anche i social networks, con il loro ideale di perfezione, contribuiscono ad incrementare inquietudine e ansia da prestazione.In alcuni casi questa pressione può sfociare in una vera e propria condizione di sofferenza psicologica. Come affrontare il fallimento? La chiave è concedersi la possibilità di sbagliare. L’errore è un’occasione di crescita e resilienza. Lavorare sulla propria autostima e amor proprio è una condizione imprescindibile per imparare dal fallimento.Altrettanto importante è sviluppare delle strategie di coping che permettano di gestire una situazione fallimentare in modo sano, sereno e utile. Riconoscere di aver commesso degli errori è il primo passo per sviluppare un atteggiamento proattivo e resiliente e migliorare il proprio senso di autocontrollo e autoefficacia.

PATIENT ENGAGEMENT MODEL: IL TEAM DI CURA

Negli articoli precedenti, è stato affrontato il Patient Engagement Model e le sue relative conseguenze nell’engagement del malato e dei caregiver nei percorsi di cura e di assistenza.  Come già visto, le persone sono solite scegliere il ruolo (più o meno attivo) che vogliono ricoprire nel loro percorso di cura e di assistenza. Queste possono variare in base alla condizione della malattia, ma anche da una serie di fattori socio-anagrafici specifici dell’individuo. Affinchè tutto ciò si realizzi, è fondamentale che anche i professionisti sanitari siano adeguatamente formati a riconoscere i bisogni di coinvolgimento delle persone. Il Patient Engagement Model riconosce l’esistenza di quattro diverse fasi con caratteristiche specifiche per quanto riguarda il livello di coinvolgimento sia da parte del malato nel suo percorso di cura sia da parte dei caregiver nel loro percorso di assistenza.  Queste fasi determinano anche specifiche dinamiche di potere tra l’operatore sanitario e il suo assistito. 1.POSIZIONE DI BLACKOUT E ALLERTA: in questa fase le persone sono sopraffatte da emozioni negative e hanno difficoltà a metabolizzare nuove informazioni sul proprio stato clinico. Alla luce di questo, il professionista si dovrebbe presentare come guida nel percorso sanitario. Il paziente, infatti, tende ad affidarsi al clinico e a considerarlo come un esperto tecnico della malattia e della sua gestione. Allo stesso tempo, è fondamentale comunicare le informazioni volta per volta, a piccole dosi, in modo tale che l’assistito abbia il tempo di metabolizzare. Dunque, in questa fase si predilige uno stile direttivo in quanto il paziente non è in grado di gestire autonomamente i sintomi e le terapie e necessita una guida esperta che lo aiuti. 2.POSIZIONE DI CONSAPEVOLEZZA: in questa fase, le persone iniziano diventare più autonomi nella gestione della cura e ad accettare la loro condizione di salute. Tuttavia, necessitano ancora la presenza di una figura di riferimento che sappia rispondere ai loro dubbi. In questa prospettiva, si suggerisce al professionista sanitario di adottare uno stile collaborativo e di mettere il paziente nelle condizioni di poter testare le proprie abilità nel percorso di cura. 3.PROGETTO EUDAIMONICO: in questa fase, il paziente è ormai autonomo e consapevole del suo stato di salute ed è un membro attivo del team di cura. Si tratta di persone capaci di orientarsi efficacemente nella fruizione dei servizi offerti dal sistema sanitario Nel relazionarsi con queste persone, si suggerisce di adottare uno stile relazionale partenariale fondato sul dialogo e su una relazione collaborativa nel lungo termine.  In conclusione, oltre a lavorare con il paziente e con i caregiver, il Patient Engagement Model mostra quanto sia importante formare i professionisti sanitari in modo tale che sviluppino ottime competenze di diagnosi e di promozione dell’engagement.  BIBLIOGRAFIA: Graffigna, G., & Barello, S. (2017). Engagement: un nuovo modello di partecipazione in sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore 

PATIENT ENGAGEMENT E LE SUE IMPLICAZIONI

patient engagement

La medicina centrata sul paziente sta diventando l’approccio principale dell’healthcare. In quest’ottica si rende necessario che il paziente sia predisposto e ingaggiato nell’auto-gestione della propria salute (si parla di patient engagement). Non si può dare per scontato che tutti i pazienti siano pronti, volenterosi e capaci di assumere un ruolo attivo nella propria cura. Certo è che il coinvolgerlo attivamente porta a un miglioramento dello stile di vita, una maggiore aderenza ai trattamenti, una migliore gestione della malattia e la creazione di un’alleanza terapeutica. Inoltre, può portare a un aumento dei comportamenti preventivi, della ricerca di informazioni e della soddisfazione del paziente. A fronte della crescente attenzione per il concetto di patient engagement, c’è il rischio di adottare una visione riduzionistica e semplificatoria di questo concetto andando a considerare solo gli aspetti più visibili legati ai comportamenti dei pazienti o ai loro livelli di conoscenza della malattia. In realtà, ciò che risulta importante è porre l’attenzione sulle radici psicologiche che stanno alla base del patient engagement. Il Patient Healt Engagement Model descrive il livello di maturazione psicologica degli individui circa il proprio ruolo più o meno attivo nella gestione della propria condizione di salute e/o malattia.  Esso descrive quanto un paziente si sente psicologicamente pronto a giocare un ruolo attivo nella gestione della propria salute. È un processo che coinvolge tre aspetti psicologici: cognizione, emozione e comportamento. Per questo motivo, persone con livelli di engagement diversi hanno bisogno di strategie di supporto e di promozione differenti. Esistono 4 profili di paziente dal punto di vista dell’engagement: 1.FASE DI BLACKOUT Da un punto di vista cognitivo, la persona ha scarse conoscenze e un basso livello di alfabetizzazione sanitaria. Inoltre, nega emotivamente la diagnosi e trascura i sintomi. Infine, da un punto di vista comportamentale si sente “bloccata” nell’azione ed è incapace di mettere in atto strategie efficaci. Si tratta di una persona che delega ogni responsabilità al medico circa il trattamento di cura. Da questo punto di vista, il personale sanitario dovrebbe aiutare il paziente a riconoscere ed elaborare la nuova condizione di salute, acquisendo consapevolezza su questa e su di sé. 2.FASE DI ALLERTA Le persone risultano maggiormente informati rispetto al profilo precedente, anche se si trovano ancora con una conoscenza sanitaria frammentata. Da un punto di vista emotivo, vivono in uno stato di ipersensibilità ai sintomi, che li porta a interpretarli come segnali di ricadute o aggravamenti. A livello comportamentale sono ancora poco competenti nella gestione della cura e incapaci di seguire adeguatamente le prescrizioni mediche. Iniziano a comparire la possibilità d mettere alla prova prime forme di autonomia degli individui, anche se sono ancora molto deleganti. Sotto questo punto di vista, è importante aiutare il paziente a organizzare le diverse informazioni ricevute, le azioni richieste e le emozioni esperite. 3.FASE DI CONSAPEVOLEZZA  A livello cognitivo, il paziente ha abbastanza informazioni che garantiscono una consapevolezza delle prescrizioni mediche. Inoltre, presenta una migliore accettazione psicologica della propria condizione di salute e buona auto-efficacia. Mentre a livello comportamentale, ha acquisito una serie di competenze che gli permettono di attenersi alle prescrizioni mediche. Non sono pazienti ancora totalmente autonomi e si trovano in difficoltà di fronte a ogni cambio di ruotine in quanto non hanno ancora bene interiorizzato le motivazioni di quelle prescrizioni. Si affidano ancora all’operatore, che viene percepito come esperto e come punto di riferimento, anche se iniziano a percepirsi come membri di un team formati da loro stessi e dal sistema curante. 4.PROGETTO EUDAIMONICO A livello cognitivo, la persona è in grado di dare un senso profondo alla propria esperienza di salute ed è in grado di ricercare attivamente ed efficacemente le informazioni sui possibili trattamenti. Inoltre, accetta ed elabora la sua condizione. L’identità da paziente non è più totalizzante, ma è integrata con gli altri aspetti possibili del sé. Queste persone sono in grado di mettere in atto i nuovi comportamenti in maniera incondizionata, al di là dei contesti e delle routine. Infine, percepiscono l’operatore sanitario come alleato. Sono spesso attivi ambasciatori di una relazione di engagement presso la loro comunità di riferimento, offrendo suggerimenti ma anche supporto emotivo. In termini di protocollo di intervento, è importante sostenere la persona nel mantenimento di un percorso positivo di riprogettazione di sé e della propria quotidianità. Questi quattro profili si estendono lungo un continuum, dove il paziente può muoversi migliorando e peggiorando. I livelli di engagement si identificano grazie a una scala in cui il paziente risponde indicando per ogni riga l’affermazione che lo descrive meglio oppure una situazione intermedia. I livelli di engagement si distribuiscono in modo analogo indipendentemente dalle caratteristiche sociodemografiche dei soggetti, dalla loro condizione clinica e dalla sua complessità.  In conclusione, questo vuol dire che tale modello si applica a tutti i pazienti e il costrutto non è qualcosa che varia al variare di caratteristiche contestuali, ma dipende molto da variabili psicologiche. Dunque, in prospettiva futura diventerà sempre più essenziale adottare questo nuovo modello di partecipazione nell’ambito sanitario. BIBLIOGRAFIA: Graffigna, G., & Barello, S. (2018). Engagement. Un nuovo modello di partecipazione in sanità. Milano: Il Pensiero Scientifico

Passo dopo passo per diventare sempre più autonomi

Tutte le autonomie sono il risultato di un processo lento e graduale che inizia sin dall’infanzia. Riuscire a vivere in un regime di semi indipendenza non è una conquista che si raggiunge in un mese. Bisogna far convergere pazienza e conoscenze per riuscire ad usare gli strumenti giusti. Autonomie di base vs abilità integranti Le abilità di autonomia vengono generalmente distinte in “autonomie di base” e “abilità integranti”. Le prime riguardano comportamenti quotidiani semplici, come l’igiene personale, l’alimentazione, l’addormentamento e il sonno, il raggiungimento del controllo sfinterico, ecc… Le abilità integranti sono considerate autonomie di ordine superiore e comprendono la cura del luogo di vita e preparazione dei pasti, la mobilità nel territorio, la capacità di fare acquisti, l’uso dei servizi pubblici. Il bambino con autismo va specificamente aiutato a diventare autonomo, massimizzando i vantaggi derivanti dal non dipendere dall’adulto e contenendo i disagi. Per intervenire sulle abilità di autonomia occorre partire da una osservazione e valutazione della persona. Si devono osservare: il comportamento spontaneo emesso in relazione del tipo di osservazione, il tipo di aiuto fornito dall’adulto, e il tipo di collaborazione e la motivazione. Esistono diversi tipi di valutazione: l’osservazione indiretta, costituita essenzialmente da colloqui con caregiver ed insegnanti e interviste semi strutturate come quelle presenti in alcuni test; l’osservazione diretta non strutturata (o “informale”) che avviene in condizioni naturali, e quella condotta attraverso specifici strumenti. Inoltre è indispensabile eseguire una specifica analisi del compito (o “task analysis”) di ogni singola abilità di autonomia, ovvero una suddivisione del compito nelle sue sottocomponenti. L’analisi del compito permette agli operatori di individuare in quale punto della sequenza è necessario fornire aiuto durante l’intervento psicoeducativo. Come per qualsiasi area dello sviluppo, anche per l’insegnamento delle abilità di autonomia è necessario valutare se la persona possiede i prerequisiti. I prerequisiti ad un’abilità si distinguono in “vicini” e “lontani” a seconda della prossimità logica all’obiettivo stesso. I prerequisiti generali all’apprendimento sono numerosi e sono validi per tutte le aree dello sviluppo. Fondamentali sono i prerequisiti attentivi, ovvero l’orientamento agli stimoli, l’orientamento alle persone, l’attenzione sostenuta, l’attenzione congiunta. Vi sono poi i prerequisiti motori, ovvero le abilità grosso – motorie, quelle fino – motorie e di coordinazione. Alcuni prerequisiti possono essere insegnati attraverso la tecnica del lavoro indipendente. Dopo la valutazione, il primo passo per la programmazione è la definizione degli obiettivi. A questo deve seguire un’organizzazione dello spazio in modo che vengano minimizzati i disturbi sensoriali e massimizzate le possibilità di successo. Tecniche di intervento e tipologie di “aiuti” Rispetto alle tecniche di intervento è possibile utilizzare il concatenamento sia anterogrado che retrogrado, mentre rispetto agli aiuti vanno distinti quelli ambientali, come i supporti visivi, da quelli relazionali. L’aiuto relazionale più “massiccio” è rappresentato dalla guida fisica, mentre con il modellamento, l’operatore esegue l’azione contemporaneamente o subito prima che la svolga la persona. Inoltre si può utilizzare l’indicazione gestuale o il suggerimento verbale, fino a fornire solo una supervisione. Ciascun aiuto può e deve essere attenuato, e l’operatore dovrà passare in modo graduale da un tipo di auto più massiccio ad uno più blando. In qualunque fase dell’intervento sulle autonomie si possono presentare comportamenti problematici, che vanno analizzati ed affrontati specificamente. Numerose difficoltà possono insorgere durante l’insegnamento di ogni specifica abilità. Esistono tuttavia delle aree critiche, per le quali occorre attenersi a procedure specifiche. É il caso del raggiungimento del controllo sfinterico, dell’alimentazione o della stabilizzazione del ciclo sonno- veglia. Si possono inoltre verificare problemi nell’apprendimento delle autonomie a causa delle particolarità sensoriali. È efficace ricorrere alla metodologia del prompting, o istruzione (prompt), quando si vuole supportare la prima fase di un’attività con aiuti gestuali, esempi e modelli, e stimoli aggiuntivi (simboli e immagini). L’aiuto può essere fornito attraverso guida fisica, indicazione visiva o verbale, input simbolico, ecc., e deve motivare a intraprendere l’emissione della risposta desiderata in modo efficace, quindi produrre l’effetto di risposta. Progressivamente il prompt viene ridotto fino a scomparire con un passaggio di attenuazione e riduzione dello stimolo (chiamato fading). La metodologia dello shaping consiste, invece, in un aiuto e rinforzo sistematico per approssimazioni sempre più vicine al comportamento finale attraverso un monitoraggio continuo anche dei minimi progressi, e può essere utilizzata per il raggiungimento di comportamenti complessi. Il rinforzo positivo, che può esprimersi secondo modalità differenziate, come rinforzi tangibili, simbolici, dinamici e sociali, costituisce una strategia che va concordata e pianificata, in quanto vanno rilevati i rinforzi adeguati e individuata la possibilità di rinforzare con immediatezza e coerenza, sistematicità e costanza.  Le abilità motorie, la percezione del proprio saper fare a livello corporeo e l’interpretazione che il soggetto ne ricava strutturano il modo in cui l’individuo vive se stesso, i rapporti con l’immagine di sé e, di conseguenza, il processo di costruzione del senso di autoefficacia e autostima, fattori determinanti per la motivazione e l’impegno negli apprendimenti e per lo sviluppo delle relazioni sociali. Il corpo ha potenzialità espressive e comunicative, utilizza diversi linguaggi ed è supporto essenziale della vita di relazione. I giochi di movimento libero e le attività psicomotorie maggiormente guidate in spazi dedicati e appositamente predisposti hanno grande formativa nello sviluppo del bambino, stimolano la capacità di orientarsi nello spazio, di acquisire un adeguato schema corporeo, di muoversi e comunicare con immaginazione e creatività, di saper leggere i messaggi corporei e d’interagire efficacemente con l’altro quindi a maturare le competenze sociali.

Pansessualità e Bisessualità

“Signora mia, che cosa vuole che le dica Sua nipote e la sua amica Hanno fatto coming out Sono pan, mica pan per focaccia E per quanto a lei non piaccia Qui si pone un aut aut”  (“Coca Zero”- Brano dei Pinguini Tattici Nucleari) Il termine Pansessuale definisce un orientamento sessuale. Deriva dal greco e significa “tutto”. Spesso viene utilizzato in maniera impropria, confondendolo con la bisessualità, ma in realtà c’è differenza.  Una persona pansessuale è una persona attratta dalle persone indipendentemente dal genere. L’orientamento sessuale di una persona non è in alcun modo correlato alla sua identità di genere.  Una persona si definisce cisgender quando ha un’identità di genere in linea con il sesso biologico: per esempio, una persona che si sente donna e che è nata con caratteristiche fisiche femminili.  Invece, una persona transgender generalmente presenta un’identità di genere diversa dalle caratteristiche del sesso biologico, come nel caso di una persona che nasce maschio, ma che si sente donna (o viceversa). La pansessualità è un orientamento sessuale come l’eterosessualità e l’omosessualità e definisce attrazione sessuale o sentimentale per tutti i generi e per tutti i sessi.  Mentre il bisessuale si muove su una lettura dei sessi binaria, maschio o femmina, il pansessuale può innamorarsi o provare attrazione per tutte le persone, al di là del sesso e del genere. Il bisessuale può andare sia con uomini che con donne, il pansessuale, invece, può essere attratto da un uomo, da una donna e da un transessuale. Se maschio anche da un eterosessuale maschio o da un omosessuale e da un maschio che si riconosce in un genere femminile. Più che cercare definizioni bisognerebbe imparare ad ascoltarsi e vedere quale sia l’esperienza che più ci aggrada, senza necessariamente riconoscersi in una “categoria” o conformarsi.  Ci si dovrebbe lasciare liberi di esprimere, senza rendere conto a qualcun altro di ciò che sentiamo nella nostra vita sia sessuale che emotiva.

PAIN OF PAYING E LE SUE IMPLICAZIONI

Il pain of paying (o dolore di pagare) si riferisce alle emozioni negative che proviamo quando effettuiamo un acquisto. Proviamo dolore per il pagamento perché da esseri umani siamo avversi alle perdite. Quando effettuiamo pagamenti subiamo una perdita, motivo per cui queste transazioni possono essere dolorose. Inoltre, anche da un punto di vista biologico alcuni studi hanno dimostrato che la spesa di denaro attiva aree del nostro cervello associate al dolore fisico e ai sentimenti di disgusto. Gli studi hanno dimostrato che alcune forme di pagamento sono più dolorose di altre. Più il pagamento è evidente e tangibile, meno siamo in grado di goderci il piacere del nostro acquisto. Il pain of paying è maggiore quando paghiamo un bene/servizio in contanti poiché la nostra attenzione si focalizza sull’importo da pagare. Quando paghiamo con la carta di credito si crea un divario tra il pagamento e il tempo di ricevere/usare l’acquisto. Dunque, il pain of paying viene percepito in misura minore. I sistemi di pagamento automatici disponibili per gli acquisti online sono un esempio tangibile di come i brand saranno cercando di ridurre il pain of paying per cercare di aumentare le vendite. Questo è il caso di Amazon, che ha introdotto la possibilità di “acquistare con un click“, metodo che porta il consumatore a non accorgersi più del dolore associato al pagamento. Dividere il conto = dividere il dolore Alcune ricerche hanno dimostrato che le persone consumano di più quando sanno che il conto sarà diviso. Il metodo del pagamento a turno funziona molto bene con un gruppo di amici stabili, in quanto fa percepire meno il pain of paying. Se ogni persona pagasse per sé, ognuno proverebbe un po’ di dolore. Se solamente una persona pagasse l’intero conto, questa sperimenterà un dolore più alto, ma che viene compensato dal fatto che tutti gli altri non lo provano. Questi sono tutti esempi che dimostrano che l’uomo non è affatto un decisore totalmente consapevole e razionale, a maggior ragione nelle situazioni che riguardano il denaro! BIBLIOGRAFIA Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollars and Sense: How we misthink money and how to spend smarter. New York: HarperCollins

Overthinking e ruminazione mentale

Per trovare una soluzione ad una situazione complicata, è necessario attivare un significativo lavoro mentale: pensare e ripensare, confrontarsi, riflettere e poi agire. Tuttavia, spesso capita che alcuni pensieri rimangono come “incastrati” nella mente, restano lì e si ingigantiscono sempre di più. Capita a tutti di pensare spesso ad un particolare argomento, un pensiero che si introduce nelle nostre menti sempre più di frequente, soprattutto in periodi stressanti o in situazioni di forte indecisione. Tuttavia, se questo pensare viene fatto in maniera eccessiva, può diventare controproducente e piuttosto che aiutarci a trovare soluzioni non fa altro che creare nuovi problemi. In alcuni casi si può parlare di una vera e propria tendenza cognitiva detta “overthinking”, ovvero un processo di pensiero ripetitivo e improduttivo che porta a continuare a pensare in modo eccessivo a qualcosa, pur non giungendo ad alcuna conclusione utile. In questi casi, pensare sempre e continuamente a un evento o ad un argomento può diventare un vero e proprio processo ossessivo che ha come obiettivo apparente quello di tenere tutto sotto controllo, però con scarsi risultati. In psicologia si usa il termine “ruminazione mentale”, ovvero quel processo cognitivo caratterizzato da uno stile di pensiero disfunzionale e maladattivo che si focalizza principalmente sugli stati emotivi negativi interni e sulle loro conseguenze negative. Si parla quindi di una tendenza a rimuginare su pensieri negativi e difficoltà senza trovare un’apparente soluzione. Questo può avvenire riguardo gli aspetti più svariati della nostra vita: relazioni, lavoro, identità personali, scelte di vita, tra le tante. Quanto questo rimuginio mentale diventa insistente e sempre più presente, potrebbe influire significativamente sul nostro benessere psicologico. Come mostrato da una ricerca di van Randenborgh e colleghi (2010), l’overthinking danneggerebbe la nostra sfera emotiva e la capacità di prendere decisioni, rendendoci meno fiduciosi e più in difficoltà. Di fatto, l’utilizzo continuo e costante della ruminazione automatizzerebbe tale processo, provocando in chi la sperimenta un senso di mancanza di controllo sui pensieri ed evidente abbassamento del tono dell’umore. L’overthinking porta spesso con sé ansia eccessiva, tendenza alla depressione, ai pensieri intrusivi ed ossessivi e può accompagnarsi ai disturbi del comportamento alimentare. L’overthinking, quindi, non è funzionale e può essere anche dannoso per la salute mentale. Diverse sono le tecniche o i suggerimenti per riconoscerlo ed imparare a tenerlo a bada. Ognuno, nel tempo, trova il modo a sé più congeniale, ma, in generale, alcuni suggerimenti possono aiutare a trovare la modalità che più si adatta ad ognuno di noi. Primo fra tutti, per tenere a bada la ruminazione mentale bisogna prendere coscienza che si sta pensando in maniera continuativa e incontrollata ad un argomento specifico. Già solo riconoscerlo ci pone in una prospettiva differente, permettendo di guardare e accogliere quel pensiero ripetitivo come una modalità che viene messa in atto in automatico e che quindi non ci definisce e, di conseguenza, possiamo imparare a controllare. Tra le tecniche possibili per imparare a gestire questo flusso di pensieri ci sono le tecniche di rilassamento, prime fra tutte la mindfulness e le pratiche meditative, attraverso le quali è possibile imparare ad osservare i pensieri da una prospettiva esterna, aiutando a fare un passo indietro per riconoscere meglio dove essi stanno andando. In seguito, dopo aver imparato a riconoscere tale meccanismo, potrebbe essere utile focalizzarsi sulle soluzioni: ci si potrebbe rendere conto che non vale la pena concentrarsi sul problema su cui si sta riflettendo troppo, ma che converrebbe di più rivolgere la propria attenzione e la propria energia altrove, in un’ottica di problem solving che agisca sul pensiero eccessivo in modo proattivo e costruttivo. Infine, in questi casi i pensieri che rimangono in testa tendono sempre ad ingigantirsi e ad essere percepiti come incontrollabili; confrontarsi con gli altri e parlarne, per permettere a questi pensieri di uscire dalla nostra testa, è sempre una delle tecniche più funzionali ed un ottimo passo per vedere le cose da prospettive differenti.

Overthinking : un flusso inarrestabile di pensieri

overthinking

Capita spesso a ciascuno di noi di pensare troppo, di essere vittima di un susseguirsi di pensieri. Questo è il fenomeno, tipico di questa società, chiamato overthinking. La sensazione che ne scaturisce è quella di un fiume in piena, di un flusso inarrestabile che può bloccare le strategie di problem solving. Nello specifico, l’overthinkung è un’analisi della situazione che però non porta a nessuna soluzione. In effetti, è uno stato di empasse cognitivo, di tipo invadente che causa disagio r frustrazione. Ovviamente, ciascuno di noi attraversa momenti, nella propria vita che necessitano delle scelte ben ponderate. Questo atteggiamento determinaquindi il focalizzare la propria attenzione e i propri pensieri su specifiche situazioni. L’aspetto negativo dell’overthinking è caratterizzato dal continuo e persistente rimurginio, con conseguente stato di malessere. Il contenuto dei pensieri ricorrenti può essere dettato da tre aspetti: passato, presente e futuro. Nel primo caso, alcuni momenti della propria vita passata possono invadere i nostri pensieri con l’intento di produrre rimorsi e rimpianti per decisioni prese che hanno portato alla nostra attuale situazione. Nel caso in cui il presente sia l’elemento costante dell’overthinking, l’individuo concentra troppo l’attenzione sul suo stato mentale. Si interroga spesso sul suo comportamento e decisioni, se sta facendo la cosa giusta. Se invece il futuro è il focus cognitivo, allora nasce l’ansia per delle aspettative circa le proprie decisioni e incertezze. Stress, insonnia, vita frenetica e ansia sono, allo stesso tempo, sintomi e stimoli per alimentare il circolo vizioso di questo disturbo. Di conseguenza , ci troviamo di fronte ad un ulteriore espressione di infelicità che monopolizza e disorienta i nostri pensieri. Affidiamoci quindi al nostro buon senso. La nostra attenzione possiamo focalizzarla sul miglioramento della nostra autostima. Concediamoci pause e carezze, trasformiamo l’ansia negativa in miglioramento della qualità della vita e costruiamo ogni giorno la nostra felicità.