Percorso dimagrimento: un processo che porta alla scoperta del vero Se’!

di Carol Pomante Se desideriamo dimagrire dobbiamo rivolgere lo sguardo dentro noi stessi, ascoltare le nostre emozioni e manifestare la nostra vera personalità. Il processo di dimagrimento inizia dalla mente, il nostro corpo riflette ilnostro modo di essere. Per intraprendere questo percorso, oltre a iniziare una corretta dieta alimentare e regolare attività sportiva che sono fondamentali, bisogna modificare lo stile di vita e ricreare un nuovo equilibrio, al fine di ritrovare la nostra vera natura personale. In questo progetto, il dimagrimento deve avvenire gradualmente e di pari passo con una consapevolezza sempre più approfondita di noi stessi. L’obiettivo principale di questo percorso è quello di cercare il nutrimento dai nostri interessi che forse abbiamo messo da parte e dalle attività che svolgiamo durante la giornata che ci piacciono fare e che ci soddisfano, invece che ricercare inconsciamente quella soddisfazione nel cibo, e poi eliminare tutte quelle azioni a cui dedichiamo del tempo che non sono necessarie per la nostra vita e che ci obblighiamo di fare. Inoltre, bisogna eliminare l’ipocrisia verso noi stessi, accettando chi siamo veramente e quello che desideriamo realmente fare nella vita. Dietro le abbuffate c’è qualcosa che non stiamo facendo nella nostra vita che vorremmo fare! La nostra psiche cerca di manifestarsi in ogni momento e ricerca del piacere, che quando viene contrastato cerca una compensazione e in questo caso, il cibo diventa il sostituto del piacere che ci neghiamo nella vita. Il grasso copre le nostre caratteristiche naturali personali, il nostro aspetto fisico e i lineamenti del corpo, nascondendo la nostra vera natura, quindi per iniziare a dimagrire bisogna riscoprire di nuovo sè stessi che il grasso nasconde e domandarsi cosa ci rende felici che non stiamo facendo. Il grasso in eccesso rappresenta una vita non pienamente vissuta, rappresenta le cose inutili a cui stiamo dedicando del tempo, che guidano la nostra vita e che non ci appartengono. Quando iniziamo a essere veramente noi stessi, accettandoci per quello che siamo con i nostri pregi e difetti, accettando il nostro modo di vivere la vita e ad esprimerci senza preoccuparci del giudizio degli altri, allora il cibo inizia a perdere di importanza e sono le attività che svolgiamodurante il giorno affini a quello che sentiamo dentro noi stessi a nutrire la nostra anima e il cibo torna ad essere soltanto un alimento e non un sostituto di qualcos’altro.

Perche’ mio figlio balbetta?

Spesso un genitore si scontra con questa problematica. Per prima cosa,un po per istinto, tende a rimproverare il bambino. “parla bene!”. Scopriamo insieme le cause della balbuzie ed il modo migliore per approcciare alla risoluzione Cos’è la balbuzie? La balbuzie,  è un disturbo del linguaggio caratterizzato da alterazioni del ritmo della parola, dette disfluenze. Il linguaggio presenta arresti, ripetizioni e prolungamenti involontari di un suono. I primi sintomi vengono solitamente osservati nei primi anni di vita, in media intorno ai 3 anni. La balbuzie è un disturbo della comunicazione complesso e variabile, può assumere forme diverse e nonostante sia nota fin dall’antichità continua a essere oggetto di dibattito tra gli studiosi. Sintomatologia Tra i sintomi più frequenti della balbuzie nei bambini ci sono contrazioni anomale di vari gruppi muscolari. Queste contrazioni si manifestano quando il bambino desidera o comincia a parlare, soprattutto all’inizio della frase. Esistono poi le caratteristiche secondarie, ovvero quei comportamenti che il bambino mette in atto per evitare di balbettare. Esse variano dalla semplice sostituzione di “parole di cui si ha paura” fino all’isolamento sociale al fine di evitare scambi comunicativi con gli altri. La percentuale di recupero nella balbuzie viene stimata dal 50% al 90%, ma tende a diminuire in proporzione all’aumentare del tempo in cui la balbuzie persiste. Cosa può fare il genitore? I genitori di un bambino con balbuzie possono fare molto per aiutare il proprio figlio. È importante ascoltare il bambino quando parla, anche se si mette a balbettare, con attenzione e serenità, senza mostrare fretta, ansia, insofferenza. Lasciare che il bambino concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo.È utile parlare molto al bambino, in modo rilassato e lento, ma senza scandire troppo le parole. Il bambino noterebbe la differenza di come ci si rivolge a lui e ingigantirebbe dentro di sé il suo problema. Infine è necessario valorizzare le altre qualità del bambino in modo da aumentare la sua autostima.Ci sono al contrario comportamenti che i genitori di un bambino con balbuzie dovrebbero evitare.In particolare, è consigliabile non anticipare il bambino quando parla, completando le parole o le frasi e non interromperlo dicendogli che si è già capito, cosa che potrebbe comportare per lui una mortificazione.È utile prendere l’abitudine di parlare uno alla volta.Infine, quando parla è fondamentale non mortificarlo davanti agli altri, parenti e non parenti, assumendo un’aria ansiosa o annoiata. Conseguenze Paure, disagi, sensi di colpa per le proprie difficoltà, sono solo alcuni degli aspetti che possono caratterizzare il vissuto dei bambini che mostrano balbuzie. Questa problematica  può condizionare inoltre la vita di relazione. Un intervento terapeutico per la balbuzie nei bambini prima dei 6 anni porta a una diminuzione più significativa della percentuale di sillabe balbettate. Chi balbetta presenta un rischio maggiore dei parlatori fluenti di inibizione nelle relazioni, di ansia sociale e bassa autostima. Pertanto è bene intervenire tempestivamente

Perché tendiamo a essere così severi con noi stessi? Il ruolo dell’autocritica e come sviluppare l’auto-compassione

Quante volte ci è capitato di commettere un errore e di rivolgerci parole che non diremmo mai a una persona a cui vogliamo bene? Frasi come “Non ne combino mai una giusta”, “Non sono abbastanza capace” oppure “Dovevo fare meglio” sono esempi di autocritica, un dialogo interiore che può influenzare profondamente il nostro benessere psicologico. L’autocritica non è sempre negativa. In alcuni casi rappresenta uno strumento utile per riconoscere gli errori, imparare dall’esperienza e migliorare. Il problema nasce quando diventa costante, rigida e sproporzionata, trasformandosi in una lente attraverso cui valutiamo ogni aspetto di noi stessi. Da dove nasce l’autocritica? Le origini possono essere molteplici. Le esperienze vissute durante l’infanzia, l’educazione ricevuta, le aspettative familiari, il confronto con gli altri e la pressione sociale possono contribuire alla costruzione di un dialogo interiore particolarmente esigente. Anche i social media possono amplificare questo fenomeno. Essere continuamente esposti a immagini di successo, perfezione e felicità può favorire confronti poco realistici e alimentare la sensazione di non essere mai abbastanza. Gli effetti sul benessere psicologico Quando l’autocritica diventa uno stile abituale di pensiero, può contribuire ad aumentare stress, ansia e senso di inadeguatezza. Le persone molto autocritiche tendono spesso a minimizzare i propri successi e ad attribuire grande importanza agli errori, creando un circolo vizioso in cui ogni difficoltà sembra confermare un’immagine negativa di sé. Questo atteggiamento può anche influenzare le relazioni, il lavoro e la capacità di affrontare nuove sfide, perché la paura di sbagliare porta talvolta a evitare situazioni che potrebbero invece rappresentare opportunità di crescita. Che cos’è l’auto-compassione? Negli ultimi anni la ricerca psicologica ha dedicato crescente attenzione al concetto di auto-compassione. Essere auto-compassionevoli non significa giustificare ogni comportamento o rinunciare a migliorarsi. Significa, piuttosto, imparare a trattarsi con la stessa comprensione che riserveremmo a un amico in difficoltà. L’auto-compassione comprende tre elementi fondamentali: Questa prospettiva non elimina i problemi, ma aiuta ad affrontarli con maggiore equilibrio emotivo. Alcune strategie utili Esistono piccoli esercizi che possono aiutare a modificare gradualmente il dialogo interiore. Il primo consiste nell’osservare i propri pensieri senza considerarli automaticamente veri. Chiedersi: “Parlerei così a una persona a cui tengo?” può aiutare a riconoscere quanto spesso siamo più severi con noi stessi che con gli altri. Un secondo esercizio consiste nel sostituire i giudizi assoluti con valutazioni più realistiche. Invece di pensare “Ho fallito”, si può provare a dire: “Questa volta le cose non sono andate come speravo, ma posso capire cosa migliorare.” Infine, è utile ricordare che il valore personale non coincide con le prestazioni. Un errore descrive un comportamento, non definisce l’identità di una persona. Quando chiedere un supporto Se l’autocritica è così intensa da compromettere la qualità della vita, le relazioni o il benessere emotivo, confrontarsi con uno psicologo può rappresentare un’importante occasione di crescita. Attraverso un percorso psicologico è possibile comprendere l’origine di questi schemi di pensiero e sviluppare modalità più equilibrate di rapportarsi a sé stessi. Essere gentili con sé stessi non significa accontentarsi o rinunciare agli obiettivi. Significa creare le condizioni psicologiche migliori per affrontare le difficoltà, imparare dagli errori e continuare a crescere. Coltivare un dialogo interiore più equilibrato è un processo che richiede tempo, ma può avere un impatto significativo sulla salute mentale e sulla qualità della vita.

Perché non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici

Perchè non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici Quanti di voi si sentono in difficoltà a chiedere, ad esempio, un passaggio al proprio partner, ad un amico o ai propri familiari? L’incapacità di fare delle richieste, dalle più semplici alle più complesse, è da sempre il tallone d’Achille mio e di molte persone che mi circondano. Anche nella stanza di terapia, esplorare la possibilità di fare richieste chiare e semplici all’altro risulta spaventosa e inimmaginabile! Gli scenari anticipati sono catastrofici e terrifici. Alla mia domanda <<Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere, chiedendo a Carlo di darti un passaggio?>>, queste sono solo alcune delle risposte più gettonate: <<Se Carlo mi dice di no allora mi sento umiliata>>; <<Se chiedo a Carlo un passaggio penserà che non posso cavarmela da sola>>; <<Penserà di me che sono debole e vulnerabile>>; <<Non ho il diritto di chiederlo perché non mi merito niente>>; <<Se Carlo mi dice no, mi sentirei rifiutata da lui>>. Spesso ciò che accade in queste circostanze, è che la nostra richiesta racchiude in sé una molteplicità di domande silenti riguardo il nostro valore e/o il bene che l’altro ci vuole. La semplice richiesta di un passaggio cela, per chi non riesce ad avanzare richieste, una domanda molto più importante del tipo: che posto occupo nella tua vita? Un ipotetico “no” diventa in questo modo la conferma che, evidentemente, non sono poi così importante, così amato, così meritevole. In realtà fare richieste è un diritto e una libertà che va protetta a tutti i costi. È un mio diritto chiedere, ed è diritto dell’altro dire di no. Allora cosa posso fare per rendere quel “no” meno rischioso? Avere ben chiaro l’obiettivo della richiesta. Distacca la tua richiesta da interrogativi inespressi. Qual è il tuo reale obiettivo? Se è quello di ottenere un passaggio, allora Carlo potrebbe dire di no ad un passaggio, non alla tua persona! Se invece vuoi sapere che posto occupi nella vita di Carlo stai sbagliando domanda… potresti provarne una più chiara ed efficace, come “mi vuoi bene? Che posto occupo nella tua vita?”. Solo una domanda coerente con il mio obiettivo, permette di non incorrere in disguidi comunicativi. Assicurati di essere ascoltato. Sei sicuro che il tuo interlocutore possa prestarti attenzione in quel momento? Evita di fare richieste in momenti in cui è visibilmente impegnato o emotivamente molto attivato, ad esempio se è arrabbiato o preoccupato. Vai dritto al punto. Prova a porre una richiesta chiara e coincisa, ad esempio: “potresti darmi un passaggio?” è molto più efficace di “sai, non so come raggiungere casa…” e aspettarti che l’altro si proponga! Ricorda: è tuo dovere richiedere, non è dovere dell’altro interpretare. Se hai difficoltà a fare richieste chiare, esplicitalo. Rendere esplicita la propria difficoltà aiuta l’altro a capire il tuo stato emotivo, attivando una maggiore empatia ed ascolto. Prova a cominciare la frase con: “sai, mi sento in colpa/in difficoltà a chiedertelo, ma…” Ascolta l’altro. Ora che hai posto la tua richiesta, ascolta attivamente l’altro senza giungere ad interpretazioni o conclusioni affrettate! Il suo “no” può evidenziare dei bisogni che sono per lui altrettanto importanti quanto i tuoi! Il fatto che in quel momento non voglia darti un passaggio, potrebbe celare delle ragioni che vanno ben aldilà dell’affetto che prova per te! Mostra apprezzamento se l’altro accoglie la richiesta, o cerca un compromesso accettabile per entrambi. Ricorda che il tuo obiettivo è richiedere un passaggio, non avere una prova d’amore! Puoi quindi provare a chiedere di accompagnarti più vicino alla tua meta, in un posto che sia più comodo anche all’altro.

Perché non c’è più? Come spiegare la morte ai bambini

di Cinzia Iole Gemma Il termine lutto indica un insieme di reazioni emotive alla morte di una persona cara. Si tratta di un processo comune a tutti gli esseri umani, tanto che pur avendone un senso soggettivo doloroso, viene solitamene vissuto come un’esperienza triste ma anche fisiologica. Ognuno di noi è portato ad instaurare intense relazioni affettive con le persone di riferimento. L’interruzione di una relazione di questo tipo provoca una serie di risposte intense ma prevedibili e finalizzate al recupero del legame spezzato. J.Bowlby, uno degli studiosi più autorevoli riguardo i processi di attaccamento e separazione, identifica un cammino suddiviso in quattro fasi che l’individuo percorre per giungere a ridefinire la relazione con il defunto e a potersi legare emotivamente con altre persone. Le fasi identificate sono protesta, nostalgia, disperazione ed infine rielaborazione. È proprio in quest’ultima fase che si sviluppa una nuova identità che non si disperde più in quella antica. L’elaborazione del lutto è perciò un processo graduale e complesso attraverso il quale chi resta progredisce al fine di ricercare un nuovo equilibrio personale ed esperienziale. Se per l’adulto il lutto è un’esperienza dolorosa, per i bambini la morte di una persona cara è davvero molto difficile sia da capire che da esprimere. Eppure ancora oggi nella nostra società esistono dei tabù rispetto all’esperienza del lutto e della malattia, tanto più se si tratta di introdurre tale tematica ad un bambino. Il forte istinto di protezione verso i bambini, porta spesso l’adulto ad allontanarli dal tema della morte, attraverso il silenzio, l’evitamento o il tentativo di mascherare la verità. Di fronte ad un evento come la morte di un caro, il bambino può reagire nei modi più disparati. Possono, per esempio, non reagire, ascoltare senza commentare nulla, o allontanarsi e riprendere a giocare. Questo atteggiamento può riflettere la non comprensione di quello che è successo, ma può essere anche indice di un rifiuto ad accettare quanto accaduto. Qualche bambino può sintonizzarsi con l’adulto di riferimento e modellare il proprio comportamento in modo simile. Altri invece possono piangere, perché il ricordo del defunto stimola in loro il desiderio di averlo accanto. Quest’ultimo atteggiamento è forse più frequente per bambini in età scolare. I bambini in età prescolare, infatti, non comprendono la permanenza della morte e il significato del distacco definitivo, è portato a pensare che l’adulto può tornare in vita come ad esempio nei cartoni animati, come “willy il coyote” in cui il bambino non percepisce l’irreversibilità del concetto di morte. La logica alla base della scarsa comunicazione su questo tema dipende dal fatto che spesso gli adulti sottovalutino l’esperienza traumatica della perdita da parte del bambino, convinti che parlarne li esporrebbe troppo alla sofferenza. Tuttavia ciò che accade è che, evitando l’argomento, i bambini non vengono preparati a comprendere cosa può avvenire fuori e dentro di sé, gli s’impedisce di pensare all’esperienza di perdita che sta vivendo e alla possibilità di attivare le risorse personali e relazionali a sua disposizione per affrontarla e gestirla. Al contrario di ciò che si pensa, i bambini, sono in grado di gestire realtà tristi, sconvolgenti, a modo loro. Non devono perciò essere tenute nascoste informazioni importanti, ma al contrario guidare il bambino nell’elaborazione del lutto, utilizzando un linguaggio appropriato all’età, rispondendo a tutte le domande con franchezza e chiarezza. Potrebbe essere utile in questo caso introdurre delle letture che trattino l’argomento in modo da rafforzare l’idea che la morte è una parte naturale della vita. Bisogna lasciargli lo spazio per capire, per esprimere ogni emozione (stupore, curiosità, dolore, angoscia, paura, rabbia, senso di colpa), per ogni domanda o pensiero sull’accaduto e sulle sue prospettive future, correggendo le idee errate e confermando la sensatezza delle emozioni. Per aiutare il bambino ad esprimere i propri sentimenti, e le proprie emozioni potrebbe essere utile coinvolgerlo in attività come il disegno, la narrazione, creazioni con materiali plastici, attività fisiche, narrazioni. Uno degli effetti più profondi del lutto in età infantile è la necessità per il bambino di avere vicino a sé un adulto significativo che possa essere in grado di accogliere il suo dolore e che sia in grado di ascoltarlo. Il sentirsi ascoltato e il sentirsi visto contribuiscono a dare al bambino un senso di realtà e di fiducia in sé stesso, nelle proprie capacità e nelle proprie risorse. BibliografiaA.F. Lieberman-N.C. Compton-P.Van Horn- C. Ghosh Ippen (2007), Il lutto infantile, Bologna, Il Mulino. Agnès Bretron (2001), Una mamma come il vento, Milano, Motta Junior collana I melograni Jhon Bowlby (1979), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano (traduzione it. 1982), Cortina. Alberto Pellai e Barbara Tamborini (2011), Perché non ci sei più? Accompagnare i bambini nell’esperienza del lutto, Trento, RAI Erikson Daniel Oppenheim (2004), Dialoghi con i bambini sulla morte, Trento, Erickson. Earl A.Grollman (2002), Perché si muore?, Como, RED edizioni Maria Varano (2005), Tornerà? Come parlare ai bambini della morte, Torino, EGA.Mario Mapelli (2012), Il dolore che trasforma. Attraversare l’esperienza della perdita e del lutto, Milano, Franco Angeli.

Perchè la musica fa bene ai bambini?

I bambini amano la musica, le canzoni, i ritmi e, come gli adulti, traggono grande beneficio dal vivere in un ambiente musicale. Recenti studi hanno dimostrato che la musica influenza lo sviluppo fisico, emotivo e intellettuale di neonati e bambini e rafforza lo sviluppo cognitivo e sensoriale. I bambini esposti alla musica classica nel grembo materno mostrano un cambiamento positivo nello sviluppo fisico e mentale dopo la nascita. L’effetto della musica sullo sviluppo L’effetto positivo che la musica ha su neonati e bambini è vario, favorendone lo sviluppo sia nella sfera mentale che fisica. L’ascolto musicale da parte del tuo bambino può attivare i percorsi neurali responsabili di molte abilità, aumentandone le competenze generali quali la creatività, o competenze più specifiche come l’intelligenza spaziale. Per ascoltare, cantare o suonare si devono attivare entrambi gli emisferi del cervello: quello destro, sede delle emozioni e delle capacità sensibili, coglie il timbro della musica e la melodia; quello sinistro, invece, che controlla i processi logici, analizza il ritmo e l’altezza dei suoni. Per questo la musica è fondamentale nello sviluppo del cervello del bambino, lo aiuta ad affinare le capacità di astrazione, aumenta le competenze analitiche, matematiche e linguistiche. Quando poi i bambini imparano la musica, attraverso lo studio di uno strumento, affinano la concentrazione, l’autocontrollo e l’attenzione. Fin dal concepimento è immerso nei suoni del corpo della madre ed è raggiunto dal suono della sua voce. Dopo la nascita ritrova gli stessi suoni e, prima di arrivare a capirne il significato, ne apprezza la musicalità. Egli sviluppa così la capacità di ascolto: riesce a cogliere le sfumature, le inflessioni e persino l’emozione dietro le parole; in questo modo arriva a percepire e comprendere la lingua, ed è più facile acquisire il linguaggio. La musica ha anche un ruolo nello sviluppo affettivo-cognitivo, infatti i genitori e le persone che si occupano della cura dei bambini sanno che cantare per i bambini e suonare per loro aiuta a tranquillizzarli e a creare un rapporto più stabile, rafforza il legame e crea una sensazione di benessere e armonia.  QUAL È LO STRUMENTO PIÙ ADATTO? Per scegliere lo strumento più adatto è importante sapere che: la batteria e i tamburi aiutano la coordinazione e il bambino attivo e vivace a scaricare la sua energia. La chitarra per forma e sonorità soddisfa un bambino poco incline ad esprimere le proprie emozioni. Il pianoforte stimola la coordinazione per la mano destra e per la sinistra. Inoltre permette di ricavare una soddisfazione immediata. La tromba è piuttosto semplice, ma richiede molta forza. È adatta a bambini con notevole energia da esprimere e con la tendenza a dominare. Il flauto traverso richiede braccia lunghe, polmoni sviluppati e capacità di mantenere la posizione eretta. Il violino richiede precisione, dita sottili, braccia non troppo corte e un temperamento riflessivo e tranquillo. Coltiviamo la sperimentazione Come posso stimolare la cultura musicale nei miei figli? Da dove parto, come mi oriento? Ci sono tanti approcci diversi, è vero, ma il fil rouge che sembra metterli tutti d’accordo è la varietà, l’eterogeneità dei generi e l’importanza di vivere la musica anche in gruppo, perché stimola le interazioni con gli altri e la socializzazione. Creare dei momenti di routine musicale in cui alternare brani di generi diversi, dal rock, all’indie, alla musica classica, pop, jazz, etnica e via dicendo, aiuta il bambino a conoscere diversi mondi, diverse musicalità e a capire pian piano quale preferisce. Perché in fondo i bambini hanno e sviluppano dei propri gusti musicali, sicuramente in parte condizionati da ciò che sono soliti ascoltare (i genitori, soprattutto), ma non solo. Lasciamo la possibilità ai più piccoli di avere accesso al mondo della musica nella sua meravigliosa eterogeneità, in fondo potrebbe essere un’occasione anche per noi grandi di aprirci a generi diversi che non siamo soliti ascoltare.

Perché hai la responsabilità della tua felicità.

Perché hai la responsabilità della tua felicità. Il titolo di questo articolo ha un retroscena provocatorio, un misto di amarezza e speranza provata in prima persona. In realtà, la frase originale da cui ho tratto la presente riflessione, è ancora più provocatoria. <<Se l’azione di X ti ferisce, è una tua responsabilità>>, esordisce una docente ad una lezione sull’assertività. Facciamo un esempio. Immagina di passeggiare tranquillo in un bel parco. Improvvisamente, dinanzi a te, dai cespugli esce un lungo serpente. Quale sarebbe la tua reazione? Probabilmente ti spaventeresti molto, ti sentiresti in pericolo, e metteresti in atto una reazione di attacco-fuga. Ora immagina invece di essere un biologo, appassionato ed esperto di rare specie di serpenti. Stai passeggiando tranquillo in un bel parco. Improvvisamente, dinanzi a te, dai cespugli esce un lungo serpente. Quale sarebbe, adesso, la tua reazione? Probabilmente ci sarebbe un po’ di paura iniziale, e il timore di un pericolo comunque presente. Ben presto il timore potrebbe lasciare spazio alla curiosità. La reazione potrebbe essere quella di avvicinarsi con cautela, per poterlo studiare e osservare bene. E l’esperienza finale sarebbe quella di tornare a casa soddisfatto, di aver osservato ciò che appartiene ad una tua passione. Lo stimolo è esattamente lo stesso, ovvero la vista improvvisa di un serpente, ma la lettura dell’evento cambia totalmente tra due persone. Come mai? Uno dei capisaldi dell’orientamento cognitivo-comportamentale è che tra l’evento scatenante (A), e l’emozione provata e ciò che scegliamo di fare (C), ci sia la nostra personale interpretazione dell’evento (B). Questo significa che non esiste una realtà oggettiva (o che quanto meno non ci è data conoscerla), ma che coloriamo la realtà della nostra storia personale. Per tornare alla frase della docente, possiamo quindi dire che all’azione di X (evento scatenante), segue una mia personale interpretazione dell’evento (ad esempio “X voleva ferirmi”), che mi rende responsabile dell’emozione di tristezza o rabbia provata. Questo non significa, certamente, che le nostre interpretazioni degli eventi siano tutte errate o non condivisibili. Bensì significa che abbiamo la responsabilità e il potere, di modificare le interpretazioni che ci recano estremamente dolore. Sei, quindi, responsabile della tua felicità.

Per crescere un bambino ci vuole un villaggio

La mancanza di stimoli può ritardare lo sviluppo del bambino. Stimolare un bambino affinchè possa crescere correttamente richiede il giusto coinvolgimento di chi gli sta intorno. I bambini necessitano di attenzione e cura fin da subito. Molti genitori, presi da impegni, stanchezza, problemi personali, possono trascurare questo aspetto. In questo modo spesso si producono effetti a breve, medio e lungo termine. Uno dei più frequenti è il ritardo nello sviluppo. Quali conseguenze? La mancanza di stimoli può comportare conseguenze dal punto di vista psicologico, emotivo e sociale, che si manifestano in vari modi durante la crescita. Come conseguenza un bambino, sperimentandosi nelle prime interazioni con i pari, può sentirsi smarrito, disorientato, avere comportamenti inusuali, talvolta anche aggressivi. Tali comportamenti sono il risultato di una cattiva gestione delle emozioni e di una scarsa capacità di autocontrollo. COME EVITARE L’ANSIA DA SEPARAZIONE? Le reazioni aggressive del bambino in determinati momenti spesso sono conseguenza della frustrazione causata dalla mancanza di attenzione, motivazione e stimolazione precoce. La stimolazione è uno strumento molto importante. Va dosata nel modo giusto. Innanzitutto un bambino dovrebbe essere esposto ad interazioni con diverse persone, anche al fine di non instaurare una dipendenza esclusiva, con conseguenti problemi (tra i più frequenti ansia da separazione). Per tale motivo “per crescere un bambino ci vuole un villaggio”. Consideriamo che l’esposizione a vari tipi di interazione può aiutare un bambino aumentando il  suo livello di curiosità, migliorando la sua capacità di porsi  in maniera differenziata nelle relazioni. Può avere ripercussioni positive sulla strutturazione della personalità e sulla sua autostima. L’amore, l’attenzione e la cura sono i principali stimoli positivi per un bambino. La loro mancanza può ripercuotersi negativamente sulla sua integrazione con la società e favorire un deficit di attenzione. SAPER STIMOLARE UN BAMBINO Se ci rendiamo conto che un bambino interagisce poco, o che per vari motivi, è stato esposto in maniera ridotta a vari stimoli ambientali, possiamo realizzare alcune azioni: Usare stimoli o attività quali ballare, cantare canzoni da bambini e giocare a nascondino. Fornire abbracci, baci, toccargli le manine, massaggiarlo, sorridergli e parlare sono stimoli che indicano amore, pazienza e serenità. Possiamo offrire aiuto indicando, ripetendo e dimostrando. Lasciare che il bambino interagisca con varie persone L’aiuto professionale è un’ottima scelta per i casi più complessi. Potrà aiutare i bambini a migliorare in ambito psicomotorio, cognitivo ed emotivo.

People-pleasing: l’importanza del saper dire “no”

Cosa significa people-pleasing?  In ambito psicologico, il termine “people-pleasing” descrive la propensione a cercare di piacere agli altri e di accontentarli ad ogni costo a tal punto che, per alcuni individui, può diventare una caratteristica dominante all’interno della loro vita e personalità. Questo comporta un modo di agire in cui la persona si mostra estremamente disponibile e accomodante, cercando di compiacere gli altri con l’obiettivo di ottenere la loro approvazione a discapito delle proprie esigenze, mettendo il benessere altrui prima del proprio per evitare rifiuto o disapprovazione. Indubbiamente, la gentilezza e la capacità di venire incontro agli altri sono qualità apprezzabili, ma bisogna saper riconoscere l’importanza dei propri bisogni. Come spesso accade, la chiave sta nell’equilibrio: per i people-pleaser, il problema non risiede tanto nella presenza di queste tendenze, quanto nella loro costanza e pervasività che delineano un modello di comportamento ricorrente in diverse situazioni. In pratica, dietro la costante predisposizione a mettere gli altri al primo posto, potrebbe celarsi una risposta a esperienze traumatiche, il che nel tempo può portare a un dannoso abbandono di sé. Le radici del people-pleasing Il people-pleasing può essere causato da diverse dinamiche profonde. In primo luogo, la paura del rifiuto svolge un ruolo cruciale. Individui che temono il giudizio negativo o la disapprovazione degli altri possono finire per adottare comportamenti eccessivamente accomodanti nel tentativo di evitare il rifiuto. Questo comportamento può radicarsi nella bassa autostima, in quanto le persone con un’immagine di sé negativa cercano costantemente conferme esterne per compensare la mancanza di fiducia in sé stesse. Inoltre, i modelli familiari giocano un ruolo significativo nella formazione del people-pleasing. L’ambiente familiare in cui si è cresciuti può influenzare profondamente la tendenza a cercare di soddisfare gli altri. Se in famiglia era prioritaria la soddisfazione degli altri a scapito dei propri bisogni e desideri, è probabile che questo modello comportamentale venga perpetuato nelle relazioni adulte. In questo contesto, l’individuo potrebbe avere difficoltà a stabilire confini sani e a esprimere i propri bisogni, poiché è stato condizionato fin dall’infanzia a mettere al primo posto le esigenze degli altri. Appare, quindi, chiaro come siano differenti i fattori che possono interagire in modo complesso nell’instaurare queste dinamiche all’interno della personalità di un individuo. Gli effetti negativi sulla quotidianità L’abitudine al people pleasing può produrre una serie di impatti negativi che influenzano profondamente la vita quotidiana di un individuo. Innanzitutto, la tendenza a sacrificare i propri bisogni personali per soddisfare quelli degli altri è un campanello d’allarme significativo. Coloro che si trovano costantemente a piegarsi agli altri possono finire per trascurare i loro bisogni e desideri più intimi, mettendo a rischio il proprio benessere emotivo e fisico. In aggiunta, l’accumulo di stress e ansia è un altro aspetto del people-pleasing. L’incessante preoccupazione di deludere gli altri o non essere all’altezza delle aspettative può generare un carico psicologico importante, contribuendo così a un ciclo di ansia cronica che mina la salute mentale e il benessere complessivo dell’individuo. Inoltre, il costante adattamento alle esigenze degli altri può portare a relazioni superficiali e prive di autenticità. Quando l’obiettivo principale diventa mantenere l’approvazione degli altri, la vera essenza di sé può andare persa nel tentativo di conformarsi agli standard esterni, creando così un vuoto emotivo che compromette la qualità delle relazioni interpersonali. Infine, uno degli maggiori impatti del people-pleasing è la perdita di identità. Nel cercare costantemente di accontentare gli altri, l’individuo può finire per abbandonare i propri valori, passioni e interessi, perdendo di vista chi realmente è. Questo processo di auto-negazione può portare a un senso di vuoto interiore e disconnessione da sé stessi, creando così una profonda crisi identitaria. Come trovare un equilibrio  Affrontare il people pleasing richiede un impegno consapevole e un approccio mirato al cambiamento. Il primo passo cruciale è la consapevolezza: è fondamentale riconoscere quando si cade nella trappola di cercare eccessivamente l’approvazione degli altri. Questo atto di auto-riflessione apre la strada per una trasformazione positiva. Successivamente, imparare a dire “no” diventa un’abilità indispensabile. Porre dei limiti e difendere i propri bisogni in modo assertivo è essenziale per preservare il proprio benessere emotivo e fisico. È importante comprendere che dire “no” non è un atto di egoismo, ma una necessità per mantenere l’equilibrio nelle relazioni. Riorientare l’attenzione verso sé stessi è un altro passo cruciale nel percorso di liberazione dal people-pleasing. Concentrarsi sui propri bisogni, desideri e obiettivi aiuta a costruire una sana autostima e a riscoprire la propria identità autentica al di là delle aspettative degli altri. Cercare supporto è un’ulteriore risorsa preziosa in questo viaggio di trasformazione. Parlarne, infatti, può offrire una prospettiva esterna e un sostegno empatico durante i momenti di difficoltà e di crescita personale. Infine, lavorare sulla costruzione di un’autostima solida e cercare l’approvazione da sé stessi anziché dagli altri rappresenta il culmine di questo percorso. Conclusioni Liberarsi dal people-pleasing è un viaggio che richiede auto-riflessione, impegno e coraggio. Trovare un equilibrio sano tra soddisfare gli altri e preservare il proprio benessere è un passo importante verso una vita più autentica e appagante. Il people-pleasing può essere superato, e nel farlo, si apre la porta a relazioni più genuine, un’autostima rafforzata e una maggiore felicità personale. Abbracciare la propria autenticità e le dinamiche relazionali con maggior sicurezza può portare a una vita più soddisfacente e centrata su sé stessi.