Oversharing e il bisogno di pubblicare sui social

Il fenomeno dell’oversharing, con lo sviluppo di nuovi social, sta dilagando non solo tra i più giovani. Esso consiste nella tendenza a pubblicare, continuamente, sui propri profili, molti aspetti della vita personale. Negli ultimi anni, infatti, è cresciuta molto l’esigenza di esporre se stessi allo sguardo altrui, condividendo luoghi, emozioni, il proprio corpo e le proprie esperienze. Questo tipo di atteggiamento e soprattutto la risposta positiva dei followers, stimola il rilascio di dopamina che attiva i centri del piacere nel nostro cervello. Più pubblichiamo stati sui social e più ci prolunghiamo il senso di benessere. Come ogni forma di apprendimento, il ricevere il complimento o il like virtuale, genera in noi un rinforzo positivo per il nostro comportamento. In questo modo, impariamo a sviluppare tale strategia, che ci induce a reitera questo atteggiamneto nel tempo, affinché la felicità si mantenga per un periodo prolungato. Il motivo dell’oversharing sembrerebbe apparentemente legato ad aspetti di egocentrismo. Le persone adorano essere al centro dell’attenzione altrui. Pubblicano continui aggiornamenti della loro vita privata, convogliando commenti e like. In realtà, l’aspetto principale del fenomeno sta proprio nella gratificazione ricevuta. Ciò che si mette in mostra, non è solo il corpo, ma ogni pretesto diventa giusto per condividerlo con gli altri, a meno che non sia un vero e proprio lavoro. Dunque anche i pensieri propri o aforismi altrui, bei piatti preparati da sè o da uno chef che devono essere gustati, luoghi in cui ci si trova, sono gli argomenti di maggiori pubblicazioni. Così facendo, il post pubblicato diventa il veicolo per attivare un’ondata di piacere, che ci accompagnerà fino a quello successivo. Basta ricordarci sempre che il benessere non deve arrivare esclusivamente dal web, ma c’è tutto un mondo intorno a noi. Sta, comunque, a noi capire come mantenere un buon livello di gratificazione.
Over the top: se l’amore verso un figlio supera i confini

Il ruolo genitoriale è da sempre quello più difficile: i genitori a qualunque età rischiano sempre di andare over the top, oltre un confine immaginario dell’amore. Non esiste il manuale del perfetto genitore, soprattutto perché le dinamiche relazionali cambiano continuamente nel corso del tempo. Pur essendo in buona fede, si assiste spesso all’instaurarsi di relazioni disfunzionali che non portano allo sviluppo psicologico ottimale di un bambino, che pur dipendendo dagli adulti e comunque portatore di esigenze e desideri propri. Il decremento della natalità ha determinato la presenza di famiglie con figlio unico, su cui spesso i genitori e la famiglia d’origine riversano le proprie aspettative e attenzioni. Il bambino diventa così il centro dell’ attenzione di tutti, che lo considerano la loro fonte di appagamento affettivo. Questa modalità, chiamata chiasma relazionale, è utile in una prima fase di accudimento, perché funge da supporto ai genitori. Può però diventare pericolosa se si cristallizza nel tempo. Tutti si sentono responsabili allo stesso modo della cura, dell’ istruzione, del tempo libero, creando capovolgimento di ruoli, e invadendo confini e generando tensione tra genitori e nonni. Altra modalità di relazione disfunzionale, se unica e persistente, è la cosiddetta parental child. Essa si manifesta quando uno dei due genitori assume un ruolo secondario e periferico nella cura dei figli. Capita spesso che la madre debba colmare l’ assenza della figura paterna (dovuta, ad esempio, a motivi lavorativi) e si assume la gestione dell’ autorità. Oppure si verifica che la madre riversa su uno dei figli, solitamente il maggiore o quello più sensibile, alcuni compiti, per alleggerirsi il carico. Questo figlio, adultizzato precocemente, non ha più la libertà di vivere la propria vita e la propria età. Così, si compromette la possibilità di sperimentarsi al di fuori della famiglia o comunque il fisiologico svincolo da essa.
Ossessione dai social e notizie negative: il Doomscrolling

Nei precedenti articoli abbiamo osservato come la pandemia ha fortemente influenzato il rapporto con i social networks. In particolare abbiamo parlato di dipendenza, iperconnessione e FOMO, ma c’è un ulteriore fenomeno molto importante: il Doomscrolling. Il neologismo inglese deriva dalla parola “scroll” (che indica il tipico scorrimento delle notizie del feed social), e la parola “doom”, letteralmente destino avverso, rovina o sventura. Il Doomscrolling si caratterizza dall’ossessione della ricerca e fruizione di notizie negative attraverso i social media. Una tendenza che si è manifestata prepotentemente con la pandemia Covid-19, toccando il suo apice durante il primo lockdown. Perchè facciamo Doomscrolling?Questa risposta è strettamente collegata al nostro istinto di sopravvivenza: quando viviamo una minaccia il nostro cervello si mette in allerta per ripristinare controllo e sicurezza. La raccolta di informazioni rappresenta un tentativo di controllo su una determinata situazione. In quest’ottica il Doomscrolling si configura come un atteggiamento protettivo che attiviamo in una situazione di crisi o incertezza. C’è da aggiungere che grazie ai social media e alla moderna tecnologia, oggi ogni cittadino ha libero accesso ad una mole infinita di informazioni. Come funziona il Doomscrolling?Il Dooscrolling è dannoso perchè alimenta un circolo vizioso fatto di ansia e frustrazione. L’utente, preoccupato da una situazione di minaccia, ricerca informazioni sul web nella speranza di sentirsi rassicurato. Al contrario, reperisce notizie negative che contribuiscono ad incrementare il suo stato di ansia ed incertezza. A questo punto, per placare la preoccupazione l’utente è spinto a ricercare sempre più informazioni, nella speranza che siano positive. Si attiva così una spirale ossessiva che trascina l’individuo in uno stato di paura e forte stress. Il nostro cervello si trova a fare i conti con un sovraccarico di informazioni e di sensazioni negative che non riesce a fronteggiare, da questa condizione scaturiscono panico, insonnia e talvolta addirittura depressione e burnout. Come fermare il Doomscrolling?Per fermare questo vortice ossessivo il primo step, il più difficile, è quello di accettare ciò che non possiamo controllare. Seppure la ricerca di informazioni viene recepita dal nostro cervello come un qualcosa di utile e proficuo, si tratta di una sensazione illusoria. L’aggiornamento costante ci rende più informati e consapevoli, ma va fatto con la giusta misura.Il secondo step prevede un graduale distacco dalla tecnologia: occorre darsi un tempo massimo per la fruizione delle notizie e l’utilizzo dei dispositivi elettronici per non cadere nel baratro della dipendenza.Il terzo step, infine, consiste nel ristabilire il giusto equilibrio tra la vita online e la vita offline, riappropriandosi degli autentici momenti di contatto e calore umano, vivendo i rapporti in maniera piena e totalizzante, condividendo le proprie emozioni e anche le proprie paure.
Osservare e comunicare per includere in Didattica a Distanza

di Maria Anna Formisano e Maria Cristina Oliva da Psicologinews Scientific Introduzione La Didattica a Distanza – DaD – lanciata con la fase della pandemia da Covid-19 e prevista dal Dpcm dell’8 marzo 2020 per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, si è rivelata uno strumento molto utile, non solo per rispondere alle esigenze psicopedagogiche generali, ma anche per garantire e implementare pratiche inclusive psicoeducative per tutti, nessuno escluso. Già l’Art.3 della Costituzione assicura uguaglianza formale e sostanziale a tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione e di opinioni politiche, in virtù del fatto che tutti hanno diritto a conseguire esperienze di crescita individuale e sociale, poiché l’uguaglianza è il valore d e l l a d i v e r s i t à . A l l a b a s e del l ’ inclusione vi è l ’ impegno psicopedagogico dell’intera comunità scolastica, che si attiva sinergicamente per garantire la piena partecipazione individuale e collettiva di tutti gli allievi con bisogni educativi speciali. Ciò suggerisce, dunque, la necessità di progettare learning environments virtuali che permettano a tutti gli alunni, tenendo conto delle loro diverse caratteristiche sociali, biologiche e culturali, non solo di sentirsi parte attiva del gruppo di appartenenza ma anche di raggiungere il massimo livello possibile in materia di apprendimento. In questo ripensamento di pratiche psicopedagogiche inclusive si rende necessario la valorizzazione di una “pedagogia del controllo” o Mastery Learning (Bloom e Carroll,1974), fondata sul presupposto che la maggior parte degli allievi può raggiungere un alto livello di capacità di apprendere, a patto che si affronti l’insegnamento con sistematicità e sensibilità, che si aiutino gli allievi quando presentano difficoltà di apprendimento, che si dia loro il tempo sufficiente a conseguire la padronanza cognitiva e si stabilisca un cr i ter i o chiar o s u cosa s ia la padronanza (Bloom,1974). Per fare questo è necessario che gli insegnanti credano fermamente che la classe virtuale sia una Community of Learners, così come affermano A. Brown e J. Campione (1984), basata sulla condivisione delle risorse didattiche, morali ed intellettuali, sulla natura dialogica e distribuita dell’acquisizione della conoscenza e sul rispetto e la promozione delle d i f f e r e n z e , n e l l ’ o t t i c a dell’”inclusiveness”, dove tutti mostrano un atteggiamento positivo e lavorano fin dall’inizio sulla base di una motivazione intrinseca e una comunicazione efficace. P o i c h é l e p r o f e s s i o n i d i insegnamento devono affrontare richieste in rapida evoluzione, agli educatori sono richieste competenze sempre più ampie e sofisticate rispetto al passato. A livello internazionale sono s tat i svi luppat i numeros i strumenti progettuali e osservativi per aiutare gli insegnanti ad identificare i bisogni formativi degli allievi al fine di prendere in considerazione anche le difficoltà, di vario genere, presenti nelle nostre aule. Ne scaturisce l’esigenza di una progettazione formativa esplicita accurata, efficace ed efficiente, che vada oltre la mera visione strumentale dell’insegnamento. In altri termini, si tratta di predisporre il percorso didattico in piccole unità di studio (microcontents), piccole attività didattiche (microactivities) e porzioni di tempo ridotte (microtimes), al fine di risvegliare la curiosità intellettuale, il senso critico e l’autonomia di giudizio degli allievi. Per sos tenere tale ideologia p r o g e t t u a l e è n e c e s s a r i o c h e l’approccio psicoeducativo tenga conto di tutte le variabili che si inseriscono nel processo di insegnamento-apprendimento e che possono, in alcuni casi, compromettere il buon esito del percorso di formazione (successo formativo). Ogni persona e ancor più quella con bisogni educativi speciali, non può essere presa in considerazione come se fosse una monade ma va considerata all’interno di trame, di relazioni e di contesti comunicativi, che consentono un permanente dispiegarsi di autonomia/dipendenza intersoggettiva. Comprendere questo significa prestare attenzione al mondo dell’allievo, osservando il costruirsi della sua storia personale attraverso le dinamiche familiari, i luoghi di vita e la loro organizzazione, le figure significative, i codici comunicativi, i me d i a t o r i , l e r i s o r s e uma n e , economiche e psicologiche, la qualità di vita, i valori di riferimento, etc. (Pavone, 2014). A tal proposito appare lecito il principio psicopedagogico dell’accomodamento ragionevole, secondo cui le modifiche e gli adattamenti necessari non devono imp o r r e u n c a r i c o d i d a t t i c o sproporzionato o eccessivo, ma il riconoscimento delle potenzialità dell’allievo in quanto entità fisica e psicologica con peculiarità cognitive, affettive e sociali. In questo difficile compito è utile che il docente conosca i l potenziale di apprendimento dell’alunno con bisogni educativi speciali, al fine di definire con chiarezza i contenuti didattici, i traguardi formativi e gli obiettivi di apprendimento, controllando che le informazioni didattiche siano recepite da tutti gli allievi in maniera chiara, nell’ottica del dialogo educativo, della relazione comunicativa e della prospettiva osservativa. Per poter operare in questa direzione è necessario promuovere in DaD discussioni aperte e interattive rispetto alle tradizionali lezioni frontali (Katz e Lazcano Ponce,2008), poiché anche lo spazio virtuale è spazio relazionale, di espressione affettiva ed emozionale che rimanda ai differenti stati d’animo provati. Bisogna rieducare all’attenzione, alla concentrazione e anche alla relazional i t à on l ine perché nell’individuo vi è intrinsecamente la motivazione emotiva di entrare in connessione con gli altri per creare nuove dimensioni psicosociali. Se spostiamo l’attenzione sulla gestione psicodidattica di una classe virtuale è da ritenere che la padronanza degli strumenti culturali di base avviene attraverso una gestione innovativa degli spazi, s e c o n d o i p r i n c i p i d e l l a p o l i f u n z i o n a l
Ortoressia: cos’è?

Il termine ortoressia, dal greco orthos che significa “corretto”, “sano” e orexis che vuol dire “appetito”, è stato coniato negli anni ’90 dal medico statunitense Steven Bratman, e si riferisce all’ossessione per un’alimentazione ritenuta salutare, che si traduce in un rigido complesso di regole e restrizioni alimentari. L’ortoressia è caratterizzata dal fatto che la ricerca di una salute ottimale attraverso una dieta estremamente controllata e “pura” si trasforma in un’ossessione che può compromettere significativamente la salute mentale e il benessere psicofisico. L’ortoressia ha molte caratteristiche dei disturbi alimentari (DCA) e dei punti in comune con il disturbo ossessivo compulsivo (DOC): possiamo dire infatti che rappresenta un incrocio tra queste condizioni patologiche. I disturbi del comportamento alimentare comprendono varie condizioni psicologiche legate all’alimentazione, tra cui anoressia e bulimia e il bingo eating demorder, e altre non inserite nei manuali ufficiali come la pregoressia e la dipendenza da cibo, che si caratterizzano per un’ossessione riguardo il peso, l’immagine corporea e il controllo del cibo. Sebbene, come abbiamo visto, l’ortoressia non sia classificata ufficialmente come DCA nei manuali diagnostici, nel panorama scientifico ci sono diverse ricerche che indagano se l’ortoressia debba essere annoverata o meno tra questi disturbi (l’ortoressia può anche configurarsi come disturbo ossessivo e desiderio di controllo ancorato al cibo e alla purezza degli alimenti) Le persone che soffrono di anoressia nervosa o bulimia nervosa condividono la preoccupazione per il peso e l’immagine corporea, e manifestano comportamenti di controllo del peso (come la progressiva riduzione del cibo o le condotte di eliminazione) che possono avere gravi conseguenze sulla salute. L’ortoressia, d’altra parte, si concentra sulla qualità del cibo con l’intento di raggiungere o mantenere la salute ottimale, ma può ugualmente portare a effetti negativi sulla salute fisica e mentale a causa di restrizioni alimentari eccessive. Sebbene l’ortoressia nasca dall’intenzione di migliorare la salute attraverso un’alimentazione estremamente controllata e salutare, può avere conseguenze sia fisiche che psicologiche significative. Tra le conseguenze fisiche dell’ortoressia possono esserci: carenze nutrizionali, problemi gastrointestinali, amenorrea, perdita di peso, squilibri elettrolitici che possono provocare problemi al cuore e al sistema nervoso, astenia. Tra le conseguenze psicologiche, invece si riscontrano: disturbi d’ansia, disturbi depressivi, vergogna, isolamento sociale e problemi nelle relazioni. I rapporti interpersonali e di coppia vengono spesso incrinati se la persona è convinta che non sono più adatti al proprio stile alimentare. Il supporto psicologico per il trattamento dell’ortoressia mira a individuare le radici psicologiche del disturbo e ad aiutare l’individuo a sviluppare un rapporto più sano con il cibo e con il proprio corpo.
Orientamento scolastico strumento per la dispersione

Orientamento scolastico strumento per la dispersione
Orfani di femminicidio e tutele psicologiche

La violenza domestica è un problema sempre più diffuso che inevitabilmente si ripercuote sui figli. Molti bambini vivono in ambienti violenti e subiscono traumi profondi. Le conseguenze possono essere gravi, portando a difficoltà emotive come ansia, depressione e mancanza di fiducia in se stessi. La violenza contro le donne è spesso causata da discriminazione, senso di superiorità, disturbi psicologici ed esclusione sociale. Recenti eventi di cronaca hanno mostrato quanto sia importante capire non solo chi commette questi crimini, ma anche il ruolo delle vittime. Secondo la teoria delle ‘finestre rotte’, se un bambino orfano viene trascurato, altri in situazioni simili potrebbero essere a loro volta abbandonati.
Orfani di femminicidio e sfide psicoeducative

I bambini che perdono la madre a causa del femminicidio possono sentirsi molto tristi e arrabbiati. Possono anche sentirsi colpevoli e confusi. A volte, potrebbero avere paura del futuro e non fidarsi degli altri. È importante aiutarli con un approccio psicoeducativo che li aiuti a capire i loro sentimenti e ad affrontare i problemi.
Orbiting in Amore

Il termine orbiting deriva dall’inglese to orbit, che significa orbitare attorno a qualcosa. Si tratta di una pseudo tattica amorosa fondata sull’ambiguità e sulla totale assenza di comunicazione nella coppia o in quello che un tempo era una coppia. Un partner rimane attonito e l’altro orbita senza parlare. Una persona si crede partner di un’altra, ma l’altra orbita e non si fa mai avanti, mente, dissemina confusione e ambivalenza del fare e del sentire. La persona che fa orbiting ignora del tutto la richiesta di un chiarimento verbale da parte dell’altro partner: si nega, si sottrae al confronto per non perdersi, nel frattempo, non gli sfugge nemmeno una storia di Instagram o un post, infatti le visualizza per primo. Chi subisce l’orbiting, infatti, rimane in uno stato di sospensione dalla realtà, in una dimensione irreale e surreale. Nonostante faccia un esercizio di pazienza e alleni anche la speranza, il partner orbitante non diventa quasi mai risolto e nemmeno reale. L’orbiting è esattamente questo: una persona che dice di volersi allontanare da te, ma che continua a far sentire la sua presenza attraverso reazioni e commenti sui social, controllando la chat di Whatsapp, visualizzando le stories su Instagram, palesandosi digitalmente ma non nella vita reale. Lo scopo di chi fa orbiting è solo uno: manipolare. L’orbitante utilizza una sorta di messaggio-non messaggio senza contenuto alcuno tramite il quale fa credere interesse, nel tentativo di creare un legame che in realtà non vuole. Chi ha bisogno di controllare non sa amare. II controllo mistificato per amore contiene in sé il seme della manipolazione, dello stalking, della violenza psicologica e fisica. È l’inizio di una relazione al veleno, di quelle che ammalano e prosciugano energie psichiche. Bisognerebbe avere gli strumenti per decodificarla e smascherarla il prima possibile per scappare a gambe levate. Non si tratta di amori che regalano mistero e scintillio, sorprese ed emozioni, ma di non amori che manipolano e che regalano esclusivamente traumi e disagi. Alcune persone fanno orbiting perché amano il controllo e non possono farne a meno, questa è l’unica, triste verità. La vittima dell’orbiting, in una prima fase, si illude di poter iniziare una relazione e inizia a fantasticare a investire tra attese, cuori e like. In una seconda fase che non ritarda a manifestarsi, la vittima comprende che le belle parole e gli infiniti like non si trasformano in un incontro, in un appuntamento, in un bacio.
Orazio ci insegna l’importanza di festeggiare

Una delle locuzioni celebri del poeta latino Orazio, ” Nunc est bibendum”, è tradotta con l’espressione “Ora bisogna bere” . La frase fu pronunciata in occasione della morte di Cleopatra, come fine del pericolo rappresentato per Roma e invitava i Romani a gioire dell’avvenimento. L’approccio psicologico al brindisi, come momento di festeggiamento è da considerarsi suggestivo. Ai tempi di Orazio, ovviamente, lo spumante o lo champagne non esistevano ancora. Il poeta infatti inneggiava ad una coppa di vino come strumento di gioia e condivisione. Oggi, invece, per festeggiare un evento importante o semplicemente come momento di convivialità, in genere, ricorriamo alle cosiddette bollicine. Indipendente dalla cultura o dal territorio, il brindisi è accompagnato da frasi augurali per il futuro. Il nunc est bibendo di Orazio rappresenta quindi psicologicamente parlando, un tentativo per rallentare i ritmi frenetici della quotidianità. In una società moderna attuale, in cui tutto scorre alla velocità della luce, il brindisi diventa l’occasione per fermarsi un attimo e godersi il momento. Dietro il classico tintinnio dei bicchieri, i festeggiati hanno la possibilità di sperimentare emozioni piacevoli e concentrarsi sul presente. Il poeta Orazio, nella sua ode, suggerisce quindi di ricorrere ad un bicchiere di vino, da condividere con gli altri. Una coppa di buon vino diventa il simbolo di prosperità. La gioia provata nel brindisi, unita agli auguri che ci si scambia, generano una piacevole stato di benessere psicologico e fisiologico. Sensazione che possiamo tranquillamente interiorizzare e a cui possiamo attingere nei momenti bui della nostra vita. Il primo bicchiere è per la sete; il secondo, per la gioia, il terzo, per il piacere; il quarto, per la follia. (Apuleio)