PATIENT ENGAGEMENT E LE SUE IMPLICAZIONI

patient engagement

La medicina centrata sul paziente sta diventando l’approccio principale dell’healthcare. In quest’ottica si rende necessario che il paziente sia predisposto e ingaggiato nell’auto-gestione della propria salute (si parla di patient engagement). Non si può dare per scontato che tutti i pazienti siano pronti, volenterosi e capaci di assumere un ruolo attivo nella propria cura. Certo è che il coinvolgerlo attivamente porta a un miglioramento dello stile di vita, una maggiore aderenza ai trattamenti, una migliore gestione della malattia e la creazione di un’alleanza terapeutica. Inoltre, può portare a un aumento dei comportamenti preventivi, della ricerca di informazioni e della soddisfazione del paziente. A fronte della crescente attenzione per il concetto di patient engagement, c’è il rischio di adottare una visione riduzionistica e semplificatoria di questo concetto andando a considerare solo gli aspetti più visibili legati ai comportamenti dei pazienti o ai loro livelli di conoscenza della malattia. In realtà, ciò che risulta importante è porre l’attenzione sulle radici psicologiche che stanno alla base del patient engagement. Il Patient Healt Engagement Model descrive il livello di maturazione psicologica degli individui circa il proprio ruolo più o meno attivo nella gestione della propria condizione di salute e/o malattia.  Esso descrive quanto un paziente si sente psicologicamente pronto a giocare un ruolo attivo nella gestione della propria salute. È un processo che coinvolge tre aspetti psicologici: cognizione, emozione e comportamento. Per questo motivo, persone con livelli di engagement diversi hanno bisogno di strategie di supporto e di promozione differenti. Esistono 4 profili di paziente dal punto di vista dell’engagement: 1.FASE DI BLACKOUT Da un punto di vista cognitivo, la persona ha scarse conoscenze e un basso livello di alfabetizzazione sanitaria. Inoltre, nega emotivamente la diagnosi e trascura i sintomi. Infine, da un punto di vista comportamentale si sente “bloccata” nell’azione ed è incapace di mettere in atto strategie efficaci. Si tratta di una persona che delega ogni responsabilità al medico circa il trattamento di cura. Da questo punto di vista, il personale sanitario dovrebbe aiutare il paziente a riconoscere ed elaborare la nuova condizione di salute, acquisendo consapevolezza su questa e su di sé. 2.FASE DI ALLERTA Le persone risultano maggiormente informati rispetto al profilo precedente, anche se si trovano ancora con una conoscenza sanitaria frammentata. Da un punto di vista emotivo, vivono in uno stato di ipersensibilità ai sintomi, che li porta a interpretarli come segnali di ricadute o aggravamenti. A livello comportamentale sono ancora poco competenti nella gestione della cura e incapaci di seguire adeguatamente le prescrizioni mediche. Iniziano a comparire la possibilità d mettere alla prova prime forme di autonomia degli individui, anche se sono ancora molto deleganti. Sotto questo punto di vista, è importante aiutare il paziente a organizzare le diverse informazioni ricevute, le azioni richieste e le emozioni esperite. 3.FASE DI CONSAPEVOLEZZA  A livello cognitivo, il paziente ha abbastanza informazioni che garantiscono una consapevolezza delle prescrizioni mediche. Inoltre, presenta una migliore accettazione psicologica della propria condizione di salute e buona auto-efficacia. Mentre a livello comportamentale, ha acquisito una serie di competenze che gli permettono di attenersi alle prescrizioni mediche. Non sono pazienti ancora totalmente autonomi e si trovano in difficoltà di fronte a ogni cambio di ruotine in quanto non hanno ancora bene interiorizzato le motivazioni di quelle prescrizioni. Si affidano ancora all’operatore, che viene percepito come esperto e come punto di riferimento, anche se iniziano a percepirsi come membri di un team formati da loro stessi e dal sistema curante. 4.PROGETTO EUDAIMONICO A livello cognitivo, la persona è in grado di dare un senso profondo alla propria esperienza di salute ed è in grado di ricercare attivamente ed efficacemente le informazioni sui possibili trattamenti. Inoltre, accetta ed elabora la sua condizione. L’identità da paziente non è più totalizzante, ma è integrata con gli altri aspetti possibili del sé. Queste persone sono in grado di mettere in atto i nuovi comportamenti in maniera incondizionata, al di là dei contesti e delle routine. Infine, percepiscono l’operatore sanitario come alleato. Sono spesso attivi ambasciatori di una relazione di engagement presso la loro comunità di riferimento, offrendo suggerimenti ma anche supporto emotivo. In termini di protocollo di intervento, è importante sostenere la persona nel mantenimento di un percorso positivo di riprogettazione di sé e della propria quotidianità. Questi quattro profili si estendono lungo un continuum, dove il paziente può muoversi migliorando e peggiorando. I livelli di engagement si identificano grazie a una scala in cui il paziente risponde indicando per ogni riga l’affermazione che lo descrive meglio oppure una situazione intermedia. I livelli di engagement si distribuiscono in modo analogo indipendentemente dalle caratteristiche sociodemografiche dei soggetti, dalla loro condizione clinica e dalla sua complessità.  In conclusione, questo vuol dire che tale modello si applica a tutti i pazienti e il costrutto non è qualcosa che varia al variare di caratteristiche contestuali, ma dipende molto da variabili psicologiche. Dunque, in prospettiva futura diventerà sempre più essenziale adottare questo nuovo modello di partecipazione nell’ambito sanitario. BIBLIOGRAFIA: Graffigna, G., & Barello, S. (2018). Engagement. Un nuovo modello di partecipazione in sanità. Milano: Il Pensiero Scientifico

Passo dopo passo per diventare sempre più autonomi

Tutte le autonomie sono il risultato di un processo lento e graduale che inizia sin dall’infanzia. Riuscire a vivere in un regime di semi indipendenza non è una conquista che si raggiunge in un mese. Bisogna far convergere pazienza e conoscenze per riuscire ad usare gli strumenti giusti. Autonomie di base vs abilità integranti Le abilità di autonomia vengono generalmente distinte in “autonomie di base” e “abilità integranti”. Le prime riguardano comportamenti quotidiani semplici, come l’igiene personale, l’alimentazione, l’addormentamento e il sonno, il raggiungimento del controllo sfinterico, ecc… Le abilità integranti sono considerate autonomie di ordine superiore e comprendono la cura del luogo di vita e preparazione dei pasti, la mobilità nel territorio, la capacità di fare acquisti, l’uso dei servizi pubblici. Il bambino con autismo va specificamente aiutato a diventare autonomo, massimizzando i vantaggi derivanti dal non dipendere dall’adulto e contenendo i disagi. Per intervenire sulle abilità di autonomia occorre partire da una osservazione e valutazione della persona. Si devono osservare: il comportamento spontaneo emesso in relazione del tipo di osservazione, il tipo di aiuto fornito dall’adulto, e il tipo di collaborazione e la motivazione. Esistono diversi tipi di valutazione: l’osservazione indiretta, costituita essenzialmente da colloqui con caregiver ed insegnanti e interviste semi strutturate come quelle presenti in alcuni test; l’osservazione diretta non strutturata (o “informale”) che avviene in condizioni naturali, e quella condotta attraverso specifici strumenti. Inoltre è indispensabile eseguire una specifica analisi del compito (o “task analysis”) di ogni singola abilità di autonomia, ovvero una suddivisione del compito nelle sue sottocomponenti. L’analisi del compito permette agli operatori di individuare in quale punto della sequenza è necessario fornire aiuto durante l’intervento psicoeducativo. Come per qualsiasi area dello sviluppo, anche per l’insegnamento delle abilità di autonomia è necessario valutare se la persona possiede i prerequisiti. I prerequisiti ad un’abilità si distinguono in “vicini” e “lontani” a seconda della prossimità logica all’obiettivo stesso. I prerequisiti generali all’apprendimento sono numerosi e sono validi per tutte le aree dello sviluppo. Fondamentali sono i prerequisiti attentivi, ovvero l’orientamento agli stimoli, l’orientamento alle persone, l’attenzione sostenuta, l’attenzione congiunta. Vi sono poi i prerequisiti motori, ovvero le abilità grosso – motorie, quelle fino – motorie e di coordinazione. Alcuni prerequisiti possono essere insegnati attraverso la tecnica del lavoro indipendente. Dopo la valutazione, il primo passo per la programmazione è la definizione degli obiettivi. A questo deve seguire un’organizzazione dello spazio in modo che vengano minimizzati i disturbi sensoriali e massimizzate le possibilità di successo. Tecniche di intervento e tipologie di “aiuti” Rispetto alle tecniche di intervento è possibile utilizzare il concatenamento sia anterogrado che retrogrado, mentre rispetto agli aiuti vanno distinti quelli ambientali, come i supporti visivi, da quelli relazionali. L’aiuto relazionale più “massiccio” è rappresentato dalla guida fisica, mentre con il modellamento, l’operatore esegue l’azione contemporaneamente o subito prima che la svolga la persona. Inoltre si può utilizzare l’indicazione gestuale o il suggerimento verbale, fino a fornire solo una supervisione. Ciascun aiuto può e deve essere attenuato, e l’operatore dovrà passare in modo graduale da un tipo di auto più massiccio ad uno più blando. In qualunque fase dell’intervento sulle autonomie si possono presentare comportamenti problematici, che vanno analizzati ed affrontati specificamente. Numerose difficoltà possono insorgere durante l’insegnamento di ogni specifica abilità. Esistono tuttavia delle aree critiche, per le quali occorre attenersi a procedure specifiche. É il caso del raggiungimento del controllo sfinterico, dell’alimentazione o della stabilizzazione del ciclo sonno- veglia. Si possono inoltre verificare problemi nell’apprendimento delle autonomie a causa delle particolarità sensoriali. È efficace ricorrere alla metodologia del prompting, o istruzione (prompt), quando si vuole supportare la prima fase di un’attività con aiuti gestuali, esempi e modelli, e stimoli aggiuntivi (simboli e immagini). L’aiuto può essere fornito attraverso guida fisica, indicazione visiva o verbale, input simbolico, ecc., e deve motivare a intraprendere l’emissione della risposta desiderata in modo efficace, quindi produrre l’effetto di risposta. Progressivamente il prompt viene ridotto fino a scomparire con un passaggio di attenuazione e riduzione dello stimolo (chiamato fading). La metodologia dello shaping consiste, invece, in un aiuto e rinforzo sistematico per approssimazioni sempre più vicine al comportamento finale attraverso un monitoraggio continuo anche dei minimi progressi, e può essere utilizzata per il raggiungimento di comportamenti complessi. Il rinforzo positivo, che può esprimersi secondo modalità differenziate, come rinforzi tangibili, simbolici, dinamici e sociali, costituisce una strategia che va concordata e pianificata, in quanto vanno rilevati i rinforzi adeguati e individuata la possibilità di rinforzare con immediatezza e coerenza, sistematicità e costanza.  Le abilità motorie, la percezione del proprio saper fare a livello corporeo e l’interpretazione che il soggetto ne ricava strutturano il modo in cui l’individuo vive se stesso, i rapporti con l’immagine di sé e, di conseguenza, il processo di costruzione del senso di autoefficacia e autostima, fattori determinanti per la motivazione e l’impegno negli apprendimenti e per lo sviluppo delle relazioni sociali. Il corpo ha potenzialità espressive e comunicative, utilizza diversi linguaggi ed è supporto essenziale della vita di relazione. I giochi di movimento libero e le attività psicomotorie maggiormente guidate in spazi dedicati e appositamente predisposti hanno grande formativa nello sviluppo del bambino, stimolano la capacità di orientarsi nello spazio, di acquisire un adeguato schema corporeo, di muoversi e comunicare con immaginazione e creatività, di saper leggere i messaggi corporei e d’interagire efficacemente con l’altro quindi a maturare le competenze sociali.

Parlare di sessualità con i figli: perché il silenzio non li protegge

Educare all’affettività significa accompagnare, non anticipare Molti genitori si chiedono quale sia il momento giusto per parlare di sessualità con i propri figli. Per imbarazzo o timore di “anticipare i tempi”, spesso si sceglie di aspettare. Si pensa che evitare l’argomento possa preservare l’innocenza dei ragazzi o ritardare il loro interesse verso la sessualità. In realtà, la curiosità, le domande e i primi impulsi fanno parte del normale sviluppo. Ignorarli non significa impedirne la comparsa, ma lasciare che vengano affrontati altrove, spesso attraverso i coetanei o i contenuti online. Parlare di sessualità non significa incoraggiare determinati comportamenti. Significa offrire ai ragazzi uno spazio in cui ciò che stanno vivendo possa essere riconosciuto, nominato e compreso. Accogliere il desiderio senza rinunciare ai limiti Uno degli errori più comuni è pensare che validare un impulso significhi giustificarlo. Accogliere la comparsa del desiderio come parte naturale della crescita è molto diverso dal dire che “tutto è permesso”. Come accade per altre emozioni e impulsi, anche la sessualità ha bisogno di essere accompagnata e regolata. L’educazione affettiva non insegna a reprimere il desiderio, ma ad attribuirgli un significato all’interno della relazione con l’altro. È proprio qui che il dialogo con gli adulti diventa fondamentale. Scoprire che anche l’altro ha desideri, tempi e confini La maturazione affettiva passa attraverso una scoperta importante: l’altra persona non esiste per soddisfare i nostri bisogni. Ogni relazione implica il riconoscimento dei desideri, delle emozioni e dei limiti dell’altro. Parlare di consenso, rispetto e reciprocità non significa affrontare temi troppo complessi per gli adolescenti, ma aiutarli a costruire relazioni più sane. L’educazione affettiva, quindi, non riguarda soltanto la sessualità. Riguarda il modo in cui impariamo a stare in relazione con gli altri. Ogni età ha le sue parole Parlare di sessualità con un ragazzo di dodici anni non è la stessa cosa che parlarne con uno di diciassette. Questo non significa censurare alcuni argomenti, ma adattare il linguaggio e i contenuti al livello di sviluppo del ragazzo. Con i più piccoli sarà importante rispondere alle domande sul corpo, sui cambiamenti della pubertà, sulla privacy e sul rispetto. Con gli adolescenti più grandi entreranno gradualmente in gioco temi come il consenso, le relazioni affettive, la contraccezione e la responsabilità reciproca. Ciò che conta non è dire tutto subito, ma essere disponibili ad accompagnare la crescita passo dopo passo. Un dialogo che protegge In un’epoca in cui molte informazioni sono facilmente accessibili, il ruolo degli adulti non è quello di controllare ogni contenuto, ma di aiutare i ragazzi a dare significato a ciò che incontrano. L’educazione affettiva non sottrae spazio alla famiglia né accelera lo sviluppo. Al contrario, offre ai genitori l’opportunità di trasformare un tema spesso vissuto con imbarazzo in un’occasione di dialogo e fiducia. Perché i ragazzi cresceranno comunque. La differenza sta nel fatto che possano farlo sapendo di avere accanto adulti disposti ad ascoltare, rispondere e accompagnarli con rispetto. Bibliografia

Pansessualità e Bisessualità

“Signora mia, che cosa vuole che le dica Sua nipote e la sua amica Hanno fatto coming out Sono pan, mica pan per focaccia E per quanto a lei non piaccia Qui si pone un aut aut”  (“Coca Zero”- Brano dei Pinguini Tattici Nucleari) Il termine Pansessuale definisce un orientamento sessuale. Deriva dal greco e significa “tutto”. Spesso viene utilizzato in maniera impropria, confondendolo con la bisessualità, ma in realtà c’è differenza.  Una persona pansessuale è una persona attratta dalle persone indipendentemente dal genere. L’orientamento sessuale di una persona non è in alcun modo correlato alla sua identità di genere.  Una persona si definisce cisgender quando ha un’identità di genere in linea con il sesso biologico: per esempio, una persona che si sente donna e che è nata con caratteristiche fisiche femminili.  Invece, una persona transgender generalmente presenta un’identità di genere diversa dalle caratteristiche del sesso biologico, come nel caso di una persona che nasce maschio, ma che si sente donna (o viceversa). La pansessualità è un orientamento sessuale come l’eterosessualità e l’omosessualità e definisce attrazione sessuale o sentimentale per tutti i generi e per tutti i sessi.  Mentre il bisessuale si muove su una lettura dei sessi binaria, maschio o femmina, il pansessuale può innamorarsi o provare attrazione per tutte le persone, al di là del sesso e del genere. Il bisessuale può andare sia con uomini che con donne, il pansessuale, invece, può essere attratto da un uomo, da una donna e da un transessuale. Se maschio anche da un eterosessuale maschio o da un omosessuale e da un maschio che si riconosce in un genere femminile. Più che cercare definizioni bisognerebbe imparare ad ascoltarsi e vedere quale sia l’esperienza che più ci aggrada, senza necessariamente riconoscersi in una “categoria” o conformarsi.  Ci si dovrebbe lasciare liberi di esprimere, senza rendere conto a qualcun altro di ciò che sentiamo nella nostra vita sia sessuale che emotiva.

PAIN OF PAYING E LE SUE IMPLICAZIONI

Il pain of paying (o dolore di pagare) si riferisce alle emozioni negative che proviamo quando effettuiamo un acquisto. Proviamo dolore per il pagamento perché da esseri umani siamo avversi alle perdite. Quando effettuiamo pagamenti subiamo una perdita, motivo per cui queste transazioni possono essere dolorose. Inoltre, anche da un punto di vista biologico alcuni studi hanno dimostrato che la spesa di denaro attiva aree del nostro cervello associate al dolore fisico e ai sentimenti di disgusto. Gli studi hanno dimostrato che alcune forme di pagamento sono più dolorose di altre. Più il pagamento è evidente e tangibile, meno siamo in grado di goderci il piacere del nostro acquisto. Il pain of paying è maggiore quando paghiamo un bene/servizio in contanti poiché la nostra attenzione si focalizza sull’importo da pagare. Quando paghiamo con la carta di credito si crea un divario tra il pagamento e il tempo di ricevere/usare l’acquisto. Dunque, il pain of paying viene percepito in misura minore. I sistemi di pagamento automatici disponibili per gli acquisti online sono un esempio tangibile di come i brand saranno cercando di ridurre il pain of paying per cercare di aumentare le vendite. Questo è il caso di Amazon, che ha introdotto la possibilità di “acquistare con un click“, metodo che porta il consumatore a non accorgersi più del dolore associato al pagamento. Dividere il conto = dividere il dolore Alcune ricerche hanno dimostrato che le persone consumano di più quando sanno che il conto sarà diviso. Il metodo del pagamento a turno funziona molto bene con un gruppo di amici stabili, in quanto fa percepire meno il pain of paying. Se ogni persona pagasse per sé, ognuno proverebbe un po’ di dolore. Se solamente una persona pagasse l’intero conto, questa sperimenterà un dolore più alto, ma che viene compensato dal fatto che tutti gli altri non lo provano. Questi sono tutti esempi che dimostrano che l’uomo non è affatto un decisore totalmente consapevole e razionale, a maggior ragione nelle situazioni che riguardano il denaro! BIBLIOGRAFIA Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollars and Sense: How we misthink money and how to spend smarter. New York: HarperCollins

Overthinking e ruminazione mentale

Per trovare una soluzione ad una situazione complicata, è necessario attivare un significativo lavoro mentale: pensare e ripensare, confrontarsi, riflettere e poi agire. Tuttavia, spesso capita che alcuni pensieri rimangono come “incastrati” nella mente, restano lì e si ingigantiscono sempre di più. Capita a tutti di pensare spesso ad un particolare argomento, un pensiero che si introduce nelle nostre menti sempre più di frequente, soprattutto in periodi stressanti o in situazioni di forte indecisione. Tuttavia, se questo pensare viene fatto in maniera eccessiva, può diventare controproducente e piuttosto che aiutarci a trovare soluzioni non fa altro che creare nuovi problemi. In alcuni casi si può parlare di una vera e propria tendenza cognitiva detta “overthinking”, ovvero un processo di pensiero ripetitivo e improduttivo che porta a continuare a pensare in modo eccessivo a qualcosa, pur non giungendo ad alcuna conclusione utile. In questi casi, pensare sempre e continuamente a un evento o ad un argomento può diventare un vero e proprio processo ossessivo che ha come obiettivo apparente quello di tenere tutto sotto controllo, però con scarsi risultati. In psicologia si usa il termine “ruminazione mentale”, ovvero quel processo cognitivo caratterizzato da uno stile di pensiero disfunzionale e maladattivo che si focalizza principalmente sugli stati emotivi negativi interni e sulle loro conseguenze negative. Si parla quindi di una tendenza a rimuginare su pensieri negativi e difficoltà senza trovare un’apparente soluzione. Questo può avvenire riguardo gli aspetti più svariati della nostra vita: relazioni, lavoro, identità personali, scelte di vita, tra le tante. Quanto questo rimuginio mentale diventa insistente e sempre più presente, potrebbe influire significativamente sul nostro benessere psicologico. Come mostrato da una ricerca di van Randenborgh e colleghi (2010), l’overthinking danneggerebbe la nostra sfera emotiva e la capacità di prendere decisioni, rendendoci meno fiduciosi e più in difficoltà. Di fatto, l’utilizzo continuo e costante della ruminazione automatizzerebbe tale processo, provocando in chi la sperimenta un senso di mancanza di controllo sui pensieri ed evidente abbassamento del tono dell’umore. L’overthinking porta spesso con sé ansia eccessiva, tendenza alla depressione, ai pensieri intrusivi ed ossessivi e può accompagnarsi ai disturbi del comportamento alimentare. L’overthinking, quindi, non è funzionale e può essere anche dannoso per la salute mentale. Diverse sono le tecniche o i suggerimenti per riconoscerlo ed imparare a tenerlo a bada. Ognuno, nel tempo, trova il modo a sé più congeniale, ma, in generale, alcuni suggerimenti possono aiutare a trovare la modalità che più si adatta ad ognuno di noi. Primo fra tutti, per tenere a bada la ruminazione mentale bisogna prendere coscienza che si sta pensando in maniera continuativa e incontrollata ad un argomento specifico. Già solo riconoscerlo ci pone in una prospettiva differente, permettendo di guardare e accogliere quel pensiero ripetitivo come una modalità che viene messa in atto in automatico e che quindi non ci definisce e, di conseguenza, possiamo imparare a controllare. Tra le tecniche possibili per imparare a gestire questo flusso di pensieri ci sono le tecniche di rilassamento, prime fra tutte la mindfulness e le pratiche meditative, attraverso le quali è possibile imparare ad osservare i pensieri da una prospettiva esterna, aiutando a fare un passo indietro per riconoscere meglio dove essi stanno andando. In seguito, dopo aver imparato a riconoscere tale meccanismo, potrebbe essere utile focalizzarsi sulle soluzioni: ci si potrebbe rendere conto che non vale la pena concentrarsi sul problema su cui si sta riflettendo troppo, ma che converrebbe di più rivolgere la propria attenzione e la propria energia altrove, in un’ottica di problem solving che agisca sul pensiero eccessivo in modo proattivo e costruttivo. Infine, in questi casi i pensieri che rimangono in testa tendono sempre ad ingigantirsi e ad essere percepiti come incontrollabili; confrontarsi con gli altri e parlarne, per permettere a questi pensieri di uscire dalla nostra testa, è sempre una delle tecniche più funzionali ed un ottimo passo per vedere le cose da prospettive differenti.

Overthinking : un flusso inarrestabile di pensieri

overthinking

Capita spesso a ciascuno di noi di pensare troppo, di essere vittima di un susseguirsi di pensieri. Questo è il fenomeno, tipico di questa società, chiamato overthinking. La sensazione che ne scaturisce è quella di un fiume in piena, di un flusso inarrestabile che può bloccare le strategie di problem solving. Nello specifico, l’overthinkung è un’analisi della situazione che però non porta a nessuna soluzione. In effetti, è uno stato di empasse cognitivo, di tipo invadente che causa disagio r frustrazione. Ovviamente, ciascuno di noi attraversa momenti, nella propria vita che necessitano delle scelte ben ponderate. Questo atteggiamento determinaquindi il focalizzare la propria attenzione e i propri pensieri su specifiche situazioni. L’aspetto negativo dell’overthinking è caratterizzato dal continuo e persistente rimurginio, con conseguente stato di malessere. Il contenuto dei pensieri ricorrenti può essere dettato da tre aspetti: passato, presente e futuro. Nel primo caso, alcuni momenti della propria vita passata possono invadere i nostri pensieri con l’intento di produrre rimorsi e rimpianti per decisioni prese che hanno portato alla nostra attuale situazione. Nel caso in cui il presente sia l’elemento costante dell’overthinking, l’individuo concentra troppo l’attenzione sul suo stato mentale. Si interroga spesso sul suo comportamento e decisioni, se sta facendo la cosa giusta. Se invece il futuro è il focus cognitivo, allora nasce l’ansia per delle aspettative circa le proprie decisioni e incertezze. Stress, insonnia, vita frenetica e ansia sono, allo stesso tempo, sintomi e stimoli per alimentare il circolo vizioso di questo disturbo. Di conseguenza , ci troviamo di fronte ad un ulteriore espressione di infelicità che monopolizza e disorienta i nostri pensieri. Affidiamoci quindi al nostro buon senso. La nostra attenzione possiamo focalizzarla sul miglioramento della nostra autostima. Concediamoci pause e carezze, trasformiamo l’ansia negativa in miglioramento della qualità della vita e costruiamo ogni giorno la nostra felicità.

Oversharing e il bisogno di pubblicare sui social

Il fenomeno dell’oversharing, con lo sviluppo di nuovi social, sta dilagando non solo tra i più giovani. Esso consiste nella tendenza a pubblicare, continuamente, sui propri profili, molti aspetti della vita personale. Negli ultimi anni, infatti, è cresciuta molto l’esigenza di esporre se stessi allo sguardo altrui, condividendo luoghi, emozioni, il proprio corpo e le proprie esperienze. Questo tipo di atteggiamento e soprattutto la risposta positiva dei followers, stimola il rilascio di dopamina che attiva i centri del piacere nel nostro cervello. Più pubblichiamo stati sui social e più ci prolunghiamo il senso di benessere. Come ogni forma di apprendimento, il ricevere il complimento o il like virtuale, genera in noi un rinforzo positivo per il nostro comportamento. In questo modo, impariamo a sviluppare tale strategia, che ci induce a reitera questo atteggiamneto nel tempo, affinché la felicità si mantenga per un periodo prolungato. Il motivo dell’oversharing sembrerebbe apparentemente legato ad aspetti di egocentrismo. Le persone adorano essere al centro dell’attenzione altrui. Pubblicano continui aggiornamenti della loro vita privata, convogliando commenti e like. In realtà, l’aspetto principale del fenomeno sta proprio nella gratificazione ricevuta. Ciò che si mette in mostra, non è solo il corpo, ma ogni pretesto diventa giusto per condividerlo con gli altri, a meno che non sia un vero e proprio lavoro. Dunque anche i pensieri propri o aforismi altrui, bei piatti preparati da sè o da uno chef che devono essere gustati, luoghi in cui ci si trova, sono gli argomenti di maggiori pubblicazioni. Così facendo, il post pubblicato diventa il veicolo per attivare un’ondata di piacere, che ci accompagnerà fino a quello successivo. Basta ricordarci sempre che il benessere non deve arrivare esclusivamente dal web, ma c’è tutto un mondo intorno a noi. Sta, comunque, a noi capire come mantenere un buon livello di gratificazione.

Over the top: se l’amore verso un figlio supera i confini

over the top

Il ruolo genitoriale è da sempre quello più difficile: i genitori a qualunque età rischiano sempre di andare over the top, oltre un confine immaginario dell’amore. Non esiste il manuale del perfetto genitore, soprattutto perché le dinamiche relazionali cambiano continuamente nel corso del tempo. Pur essendo in buona fede, si assiste spesso all’instaurarsi di relazioni disfunzionali che non portano allo sviluppo psicologico ottimale di un bambino, che pur dipendendo dagli adulti e comunque portatore di esigenze e desideri propri. Il decremento della natalità ha determinato la presenza di famiglie con figlio unico, su cui spesso i genitori e la famiglia d’origine riversano le proprie aspettative e attenzioni. Il bambino diventa così il centro dell’ attenzione di tutti, che lo considerano la loro fonte di appagamento affettivo. Questa modalità, chiamata chiasma relazionale, è utile in una prima fase di accudimento, perché funge da supporto ai genitori. Può però diventare pericolosa se si cristallizza nel tempo. Tutti si sentono responsabili allo stesso modo della cura, dell’ istruzione, del tempo libero, creando capovolgimento di ruoli, e invadendo confini e generando tensione tra genitori e nonni. Altra modalità di relazione disfunzionale, se unica e persistente, è la cosiddetta parental child. Essa si manifesta quando uno dei due genitori assume un ruolo secondario e periferico nella cura dei figli. Capita spesso che la madre debba colmare l’ assenza della figura paterna (dovuta, ad esempio, a motivi lavorativi) e si assume la gestione dell’ autorità. Oppure si verifica che la madre riversa su uno dei figli, solitamente il maggiore o quello più sensibile, alcuni compiti, per alleggerirsi il carico. Questo figlio, adultizzato precocemente, non ha più la libertà di vivere la propria vita e la propria età. Così, si compromette la possibilità di sperimentarsi al di fuori della famiglia o comunque il fisiologico svincolo da essa.