Quale relazione tra social media e sintomi di dismorfismo corporeo nei giovani?

L’uso dei social media è molto diffuso tra i giovani e diverse ricerche suggeriscono un’associazione con problematiche di salute mentale, inclusa una negativa percezione della propria immagine corporea. Tuttavia, la potenziale relazione tra uso dei social media e, nello specifico, il disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) ha ricevuto ancora poca attenzione. Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) Il Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) identifica una condizione in cui una persona mostra preoccupazione per un proprio difetto fisico che può essere presunto o reale, in quest’ultimo caso l’importanza data al difetto è di gran lunga eccessiva. È caratterizzato da una preoccupazione persistente per i difetti percepiti nell’aspetto fisico che sono inosservabili o appaiono lievi agli altri. Questa preoccupazione porta a un significativo deterioramento della vita quotidiana, a una ridotta qualità della vita e a tassi sorprendentemente elevati di tentativi di suicidio. Il BDD emerge tipicamente durante l’adolescenza e la sua eziologia è radicata sia in fattori genetici che ambientali. Tuttavia, attualmente si sa poco sui fattori ambientali specifici che contribuiscono allo sviluppo e/o al mantenimento dei sintomi di dismorfismo corporeo. I social media sono un fattore ambientale proposto come fattore di rischio, contribuendo potenzialmente anche ad un aumento della prevalenza del BDD tra i giovani. Il ruolo dei social media Le piattaforme di social media fanno molto affidamento su contenuti basati sulle immagini, molte delle quali sono altamente curate e/o modificate. Questo contenuto alimenta l’interiorizzazione di standard di bellezza irraggiungibili e l’enfasi posta sulla valutazione sociale legata all’apparenza che di conseguenza aumenta l’insoddisfazione per il proprio aspetto. Inoltre, i social media forniscono un contenitore costante per il confronto sociale basato sull’apparenza e influiscono sull’auto-oggettivazione, entrambe componenti chiave nei disturbi dell’immagine corporea come il BDD. La ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) Ad oggi, sono ancora pochi gli studi che esplorano la relazione tra uso dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Tali studi evidenziano l’importanza di esaminare le sfumature dell’utilizzo dei social media in relazione ai sintomi di dismorfismo corporeo, compreso il tipo di social media utilizzato (basato su immagini o testo), le motivazioni dietro al loro utilizzo e se la persona interagisce in maniera attiva o passiva sui social media. In questa scia si inserisce la ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) che ha avuto come obiettivo quello di esaminare l’associazioni tra i tre aspetti dell’utilizzo dei social media (frequenza di piattaforme basate su immagini, motivazione e utilizzo attivo o passivo) e i sintomi di dismorfismo corporeo, in un campione non clinico di 209 giovani tra i 16 e i 18 anni. Inoltre, questo studio mirava anche ad esplorare il ruolo del perfezionismo nell’associazione tra frequenza d’uso dei social e sintomi di dismorfismo corporeo. I risultati della ricerca I risultati, acquisiti tramite un survey online, hanno mostrato come una maggiore frequenza di utilizzo dei social media era associata a sintomi di dismorfismo corporeo self-reported più elevati. Da notare che questa associazione era specifica per le piattaforme di social media che sono altamente basate sulle immagini (come Instagram e TikTok), in contrapposizione alle piattaforme basate su testo (come Twitter). La motivazione basata sull’apparenza per l’utilizzo dei social media era l’unica motivazione associata in modo univoco ai sintomi di dismorfismo corporeo. Il perfezionismo può amplificare la relazione tra utilizzo dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Nel presente studio, inoltre, l’utilizzo dei social media in modo passivo (guardare i contenuti degli altri ma non pubblicare contenuti) era significativamente associata ai sintomi di dismorfismo corporeo, sebbene questa relazione risulta non significativa quando si inseriscono le variabili di età e sesso. Ciò potrebbe implicare che il modo in cui un individuo interagisce con i social media è meno rilevante per quanto riguarda i sintomi di dismorfismo corporeo rispetto alle motivazioni per il loro utilizzo, al tipo di materiale a cui è esposto (materiale basato su immagini) e per quanto tempo. In conclusione I risultati di questo studio mostrano come l’utilizzo dei social media e i sintomi di dismorfismo corporeo siano collegati. È ipotizzabile, inoltre, che esista una relazione bidirezionale tra queste variabili: un utilizzo dei social media basato sull’apparenza e motivato dall’apparenza aumenta l’esposizione a ideali estetici irraggiungibili e di conseguenza ha un impatto negativo sui sintomi di dismorfismo corporeo. Allo stesso tempo, quelli con sintomi più elevati e un maggiore aspetto di perfezionismo hanno maggiori probabilità di impegnarsi in un utilizzo dei social media legato all’aspetto, ad esempio facendo confronti sociali verso l’alto e cercando rassicurazioni sul proprio aspetto. Pertanto, si forma un ciclo che si autoalimenta in cui sia i sintomi di dismorfismo corporeo che l’utilizzo dei social media diventano più radicati. Questa è solo una delle variabili che potenzialmente influenzano i sintomi di dismorfismo corporeo, ma è fondamentale tenerne conto, così da poter identificate misure protettive nei confronti dei giovani, come formare ad un uso più consapevole delle piattaforme e trovare ragioni alternative per l’utilizzo dei social media che non siano focalizzate esclusivamente sull’apparenza e sull’apparire. Fonte Gupta M, Jassi A and Krebs G (2023). The association between social media use and body dysmorphic symptoms in young people. Front. Psychol. 14:1231801. doi: 10.3389/fpsyg.2023.1231801
NARCISO: IL MITO

di Raffaele Ioannoni Quello di Narciso è un mito molto famoso. In un modo o nell’altro lo conosciamo tutti. Narciso nacque dall’unione del dio fluviale Censo e della ninfa Lirope. Questo ragazzo era bellissimo. Si racconta che ovunque andasse facesse strage di cuori: tutti si innamoravano di quel giovane. Ma Narciso, casto e puro, rifiutava di concedersi a chiunque. Insomma, bello e impossibile. Il giovane amava la caccia e passava quanto più tempo poteva nei boschi. Un giorno, la ninfa Eco lo vide e subito se ne innamorò. Eco aveva ricevuto una terribile punizione da Giunone: un giorno la ninfa aveva distratto con interminabili discorsi la moglie di Giove per permettere alle amanti di suo marito di nascondersi. Giove era un romanticone, lo sanno tutti. E Giunone, capito l’inganno della ninfa, decise di punirla in modo esemplare. “D’ora in poi, maledetta Eco, tu potrai solo ripetere le parole che udirai e non potrai più parlare se non in questo modo.” Eco, rimasta folgorata dalla bellezza del giovane, non vedeva l’ora di rivolgergli la parola… soltanto che non poteva parlare per prima! Allora decise di fare rumore muovendo le fronde di un albero. “Chi va là!” disse Narciso spaventato. “…Là!” rispose Eco. “Tu chi sei?” “…Chi Sei!” “Lasciami in pace! Non voglio avere nulla a che fare con te, vattene!” “…non voglio avere nulla a che fare con te, vattene!” Il bel giovane, infastidito del comportamento della ninfa, se ne andò. Ma Eco non si diede per vinta e lo seguì. Prima per un giorno, poi per un altro e poi un altro ancora, ma Narciso proprio non ne voleva sapere di quella ninfa fastidiosa! Come ogni mito che si rispetti, la storia ha un tragico epilogo. La povera Eco visse tutti i suoi giorni invocando Narciso finché, consumata dal suo amore impossibile, perse ogni cosa. Di lei rimase solo la voce che costantemente ripeteva le ultime sillabe dei viandanti che passavano lungo la strada. Fu allora che la dea Nemesi, provando pietà per la ninfa, decise di punire Narciso. Lo condusse verso uno specchio d’acqua limpida ed il giovane, che mai aveva visto la propria immagine, si guardò per la prima volta. Narciso rimase folgorato dalla propria bellezza e si fermò a mirare e rimirare la sua immagine riflessa nello specchio d’acqua per tutta la sua esistenza. Consunto da questo vano amore, Narciso si spense e il suo corpo, ormai privo di vita, fu sostituito dalla dea Nemesi con un piccolo fiore. Ancora oggi questo fiore porta il nome di quel giovane che per arroganza, mai si concesse a niente e nessuno, rimanendo innamorato solo di una vana illusione. IL NARCISISMO E L’INDIVIDUO. Buona parte della psicologia, tende a concepire il narcisismo come una struttura nella quale l’altro non esiste: il narcisista, perennemente innamorato di sé, userebbe l’altro solo come uno strumento da manipolare per ottenere i propri scopi… In questo articolo vorrei dare una spiegazione diversa. Iniziamo con il fare chiarezza: il termine narcisismo si riferisce a tutto ciò che ha a che fare con un io che si rapporta a sé stesso: in questo senso, masturbarsi è narcisistico, truccarsi è narcisistico, vestirsi bene per un’occasione speciale è narcisistico, curare il proprio aspetto e la propria figura è narcisistico etc etc.. Tuttavia, il narcisismo si configura sempre come una coppia. “Ma come è possibile?” potresti pensare. Prova a riflettere… Quando ti guardi da solo allo specchio in quanti siete? Sempre in due! Uno che guarda ed uno che è guardato! La prima operazione che compie lo specchio è quella di sdoppiarti… è come se ci fossero due io: un io che getta il proprio sguardo verso lo specchio, ed un io che getta il proprio sguardo dallo specchio. In sintesi, c’è un io, colui che guarda chiamato soggetto, ed un me, cioè colui che è guardato, chiamato oggetto: il me è la reificazione dell’io con la quale ci si identifica. Per capire questo gioco ti faccio una domanda: come fai a sapere di che colore sono i tuoi occhi? Oppure prova a completare questa frase: Io sono…… Alto? Basso? Bello? Brutto? Intelligente? Stupido? Ecco la natura del me, ovvero l’immagine che assumiamo di noi stessi in modo mediato (non immediato!) e che diamo agli altri. Il me è la risposta più semplice alla domanda “Chi sono io?” “Eccomi lì! Io sono quella cosa che vedo riflessa nello specchio!” E così si apre alla dialettica tra l’io ed il me, quella immagine che l’io assume come propria rappresentazione. Io è un altro, come diceva Rambeau. Ad esempio, Instagram è interamente costruito sul me: ogni pagina personale è un piccolo tempietto in cui l’individuo costruisce il proprio me come un oggetto da mostrare agli altri utenti. Ed è subito sdoppiamento ed alienazione… La divisione allo specchio permette la nascita dell’io ideale, che altro non è che il me, ravvisabile nell’insieme di attributi usati per descrivere quell’immagine che vediamo, che desideriamo, che crediamo di essere. Questa parola, tuttavia, racchiude in sé una piccola trappola: il sinonimo di ideale non è perfetto ma irreale. Quindi attenzione! Si tratta di io-ideale ogni volta che si attribuiscono a se stessi o all’altro, qualità che non è detto gli appartengano, sia in senso encomiastico che dispregiativo.Se vuoi un esempio più concreto, l’io-ideale emerge chiaramente nelle prime fasi dell’innamoramento: hai mai posto attenzione al modo in cui un uomo o una donna parlano del loro nuovo partner o della loro nuova fiamma? O magari al modo in cui tu ne parli? Hanno sempre delle qualità che rasentano il divino, qualità che sono ideali, cioè illusorie! Infatti, spesso, quando passa la fase di innamoramento e non si è più così accecati dal proprio ideale
Differenze di genere: sensibilizzazione agli studenti

Studenti e differenze di genere: una proposta di sensibilizzazione. Basta un veloce giro nei corridoi di un qualsiasi istituto superiore di periferia, per notare che la cultura patriarcale regna sovrana e che manca qualsiasi educazione alle differenze di genere. La dicotomia maschio forte-cacciatore/sfigato-isolato e donna facile-ingenua/fedele-seria sono le categorizzazioni più immediate facilmente individuabili in pochi minuti trascorsi nelle classi. Il tema del maschilismo, è conosciuto dai ragazzi in relazione all’atto più estremo di tale fenomeno: il femminicidio. Insomma, sensibilizzazioni mirate alla comprensione delle differenze di genere dovrebbero essere di primaria importanza nell’agenda scolastica. Ma come rendere un tema tanto complesso, facile, immediato e interessante? Ecco una proposta di sensibilizzazione pensata per studenti dai 15 ai 18 anni. Educare alla diversità Per fortuna, al mondo siamo tutti diversi. Non esistono due persone uguali al mondo. La diversità ha un fondamento e una funzione bio-psico-sociale tanto semplice quanto importante. Se non fossimo diversi nei tratti somatici, ad esempio, non potremmo distinguerci e riconoscerci tra noi. Se non fossimo diversi nei gusti, ciò che ci piacerebbe si estinguerebbe! Se venissimo tutti dallo stesso luogo, staremmo stretti. Se non avessimo specializzazioni differenti, il mondo non si evolverebbe. In cos’altro siamo differenti? Nel genere. Cosa succederebbe se fossimo tutti dello stesso genere? Le differenze di genere Senza differenze di genere, quindi, il mondo si estinguerebbe. Eppure, dalle differenze si generano degli stereotipi Gli stereotipi non esistono per un solo genere, ma per entrambi. Per il rosa, e per il blu. Quali sono gli stereotipi che vi incastrano, vi bloccano, non vi permettono di essere liberi? Il patriarcato Tutti questi stereotipi sono figli di una organizzazione sociale chiamata patriarcato. Esso non ha nulla di “naturale”, quanto ha, nella storia, un’utilità di fondo di tipo economica. Mentre nella famiglia tradizionale, infatti, la madre è certa (la madre è colei che partorisce i figli), il padre non è immediatamente certo. Un’organizzazione patriarcale, che vede cioè il potere economico e sociale al pater familias, legittima il diritto della presenza del padre, e preserva una discendenza economica da padre a figlio. È pertanto un’organizzazione sociale basata sulla proprietà privata e sulla legge del più forte. Il femminismo e il matriarcato Diverso, e non opposto, al maschilismo, c’è il femminismo. Femmismo non sostituisce, al primato dell’uomo capofamiglia, la donna. Bensì, parla di un mondo libero da stereotipi, di genere e non, in cui c’è parità tra esseri umani. L’organizzazione sociale possibile in questa cornice, è il matriarcato, che non vede la supremazia del capo-donna, quanto porta esempi di società basate sulla cooperazione e la condivisione. In queste società, infatti, non esiste un leader donna, quanto un tessuto sociale che collabora per la sopravvivenza della società. Lo sai che sono sempre esistite nella storia le società matriarcali? Ne sono esempio il mito delle amazzoni, le guerriere, e le centinaia di società ancora esistenti oggi in Indonesia, Cina e Messico. Il matriarcato nella natura La natura stessa ci spiega che il patriarcato ha poco a che fare con le differenze “naturali” del genere. Ci sono infatti tante specie animali che sono organizzate secondo un modello matriarcale. Le api sono un classico esempio di società matriarcare: un’ape regina, e una società altamente collaborativa costituita da api operaie e fuchi. Tra le specie in cui le femmine sono più aggressive, abbiamo i Bonobo e la mantide religiosa. Mentre elefanti e orche sono tra le specie in cui la matriarca è la femmina più vecchia del branco, e maschi e femmine più giovani collaborano nel branco. Una volta capito, quindi, che le differenze di genere di “biologico” hanno ben poco, come dovrebbe essere, un mondo libero da stereotipi?
ADOLESCENTI E PROCRASTINAZIONE

Strategie per aiutare gli adolescenti nell’avvio di attività o nell’eseguire un’istruzione. Alcune volte, vi sono bambini o adolescenti che mostrano difficoltà ad iniziare delle attività o a eseguire delle istruzioni. Ciò che dovrebbe avvenire, in questi casi, è: pensare all’attività; immaginare che la si sta svolgendo; immaginare i sentimenti che si provano quando si inizia e si completa; automotivarsi a compiere quell’attività; prevedere cosa potrebbe succedere se non la si svolgesse; pianificare a mente i passaggi necessari; pensare al momento migliore per svolgerla; interrompere ciò che si sta facendo; preparare ciò che occorre e iniziare l’attività. I genitori, dunque, potrebbero chiedersi come mai il proprio figlio sembra non riuscire proprio a pianificare, organizzare ed eseguire dei compiti. A volte potrebbe essere importante far eseguire una valutazione per osservare se esistono difficoltà nelle funzioni esecutive (approfondiremo questo tema nel prossimo articolo). ALCUNE INDICAZIONI PER I GENITORI: Stabilire una routine: aiutare il ragazzo a creare una sequenza di azioni utili per il raggiungimento di propri obiettivi, anche in forma scritta. Far notare all’adolescente il circolo vizioso che crea la procrastinazione. Infatti, se rimando qualcosa ed ottengo un buon risultato, sarò portato ancora a rimandare quel compito. Ma anche in caso contrario potrebbe avvenire la stessa cosa perchè sarò portato a dire che la “colpa” è del fatto che non ho studiato. In ogni caso, proteggerei il mio ego. Potrebbe dunque essere utile interrogarsi sul motivo della mia procrastinazione. Suddividere compiti complessi in step più piccoli può amplificare la motivazione. Collaborare con l’adolescente per stabilire regole sull’utilizzo dei social network. Ad esempio, si potrebbe concordare un orario specifico oppure svolgere i compiti in un ambiente comune della casa, permettendo di avere il dispositivo elettronico acceso. Oppure, al contrario, si potrebbe stabilire una zona no tech (niente telefoni, computer, internet). La cosa importante con l’adolescente è il decidere insieme, trovando compromessi. Ricordiamoci che l’adolescente vuole e cerca indipendenza ed imporre su di lui delle regole potrebbe amplificare solo lo scontro.
L’anedonia: quando la gioia sembra svanire

L’anedonia, un termine proveniente dal greco antico che letteralmente significa “senza piacere”, rappresenta uno dei sintomi più profondi e debilitanti della depressione e di altri disturbi psicologici. In un mondo in cui la ricerca della felicità è considerata un obiettivo fondamentale, l’anedonia getta un’ombra oscura su questa ricerca, portando coloro che ne soffrono a percepire la vita come grigia e priva di senso. Definizione e caratteristiche L’anedonia può essere descritta come la perdita di interesse o piacere nelle attività che solitamente suscitano gioia o gratificazione. Coloro che ne soffrono possono sperimentare un’apparente incapacità a provare emozioni positive, anche in situazioni che normalmente porterebbero felicità o soddisfazione. Attività come socializzare, fare sport, ascoltare musica o gustare il cibo diventano monotone e prive di significato. Cause e fattori di rischio Le cause dell’anedonia possono essere complesse e multiformi. Spesso è associata alla depressione maggiore, ma può anche manifestarsi in altri disturbi psichiatrici come il disturbo depressivo persistente, il disturbo bipolare, il disturbo d’ansia e la schizofrenia. Alcuni fattori di rischio includono lo stress cronico, traumi emotivi, abuso di sostanze, cambiamenti neurochimici nel cervello e predisposizione genetica. Impatti sull’individuo e sulla vita quotidiana L’anedonia può avere un impatto devastante sulla qualità della vita di un individuo. Chi ne soffre può sentirsi isolato, distante dagli altri e intrappolato in una sorta di vuoto emotivo. Le relazioni interpersonali possono essere compromesse, il rendimento lavorativo può diminuire e persino le attività quotidiane possono diventare un peso insopportabile. Sottotipi di anedonia L’anedonia può manifestarsi in diversi modi e può essere suddivisa in due principali sottotipi: 1. Anedonia sociale: caratterizzata dalla perdita di interesse nelle interazioni sociali e nella connessione emotiva con gli altri. Chi soffre di anedonia sociale può provare un distacco emotivo dalle relazioni e un’incapacità a provare piacere nei momenti di socializzazione. 2. Anedonia fisica: Si riferisce alla perdita di piacere nelle attività fisiche e sensoriali, come mangiare, bere, fare sport o ascoltare musica. Questo sottotipo può manifestarsi anche come una perdita di interesse nel sesso e nella sfera intima. Neurobiologia dell’anedonia Gli studi hanno evidenziato che l’anedonia è associata a disfunzioni in diverse aree del cervello, inclusi i circuiti della ricompensa e del piacere. Questi circuiti coinvolgono neurotransmettitori come la dopamina, che svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione dell’umore e della motivazione. Pertanto, le persone con anedonia possono avere un’alterata risposta neurale agli stimoli gratificanti, contribuendo alla loro incapacità di provare piacere. Approcci terapeutici I trattamenti per l’anedonia sono solitamente mirati a trattare la condizione di base che sta causando il sintomo. Alcuni dei principali approcci includono: 1. Terapia cognitivo-comportamentale (TCC): Questo tipo di terapia mira a identificare e modificare i pensieri e i comportamenti negativi associati alla depressione e all’anedonia. Aiuta le persone a sviluppare abilità per affrontare i pensieri distorti e per adottare comportamenti più sani. 2. Terapia farmacologica: Gli antidepressivi possono essere prescritti per trattare la depressione e altri disturbi psicologici associati all’anedonia. Questi farmaci possono agire sui neurotrasmettitori nel cervello, come la serotonina, la noradrenalina e la dopamina, per migliorare l’umore e ripristinare la capacità di provare piacere. 3. Terapia di supporto: La terapia di supporto può aiutare le persone a esplorare i loro sentimenti e le loro esperienze, offrendo un ambiente sicuro e non giudicante in cui possono esprimere le proprie preoccupazioni e ricevere sostegno emotivo. 4. Stile di vita sano: Mantenere uno stile di vita sano può avere un impatto positivo sull’umore e sulla capacità di provare piacere. Questo include l’esercizio regolare, una dieta equilibrata, il sonno sufficiente e la riduzione del consumo di alcol e sostanze psicoattive. 5. Ricerca di attività piacevoli: Anche se può sembrare difficile all’inizio, impegnarsi in attività che un tempo erano piacevoli può aiutare a recuperare il piacere. Anche se può sembrare faticoso, iniziare con piccoli passi e aumentare gradualmente l’impegno può essere utile. 6. Supporto sociale: Rimanere connessi con gli altri e cercare il supporto di amici, familiari o gruppi di supporto può fornire sostegno emotivo durante il processo di recupero. Ogni individuo può rispondere in modo diverso ai diversi trattamenti, quindi è importante lavorare con un professionista della salute mentale per sviluppare un piano di trattamento personalizzato. L’anedonia rappresenta una sfida significativa per coloro che ne sono afflitti, ma è importante riconoscere che esistono opzioni di trattamento efficaci. La consapevolezza e la comprensione di questo sintomo possono aiutare sia gli individui che i professionisti della salute mentale a lavorare insieme per superare questa difficile condizione e riaccendere la scintilla della gioia nella vita di coloro che ne soffrono.
Dentro le mura: Lenore Walker e il ciclo della violenza

Nel vasto panorama della psicologia dell’abuso domestico, il lavoro della dott.ssa Lenore Walker ha lasciato un’impronta indelebile. Uno dei suoi contributi più significativi riguarda la teoria del “Ciclo della violenza“, che ha permesso agli studiosi e agli operatori del settore di comprendere meglio la complessità e la ciclicità dell’abuso nelle relazioni intime. Origini del ciclo della violenza Il ciclo della violenza di Lenore Walker è stato introdotto per la prima volta nel 1979 nel suo libro “The Battered Woman“. Nel libro, la psicologa esplorava le dinamiche dell’abuso nelle relazioni intime, concentrandosi principalmente sulle esperienze delle donne vittime di violenza domestica. Attraverso il suo lavoro clinico e la sua ricerca, la Walker ha osservato schemi comuni di comportamento sia nelle vittime che negli aggressori, da cui ha sviluppato il concetto del ciclo della violenza. Fasi del ciclo della violenza Il ciclo della violenza della Walker è suddiviso in tre fasi interconnesse: Fase di tensione crescente: In questa fase iniziale, si verifica un accumulo di tensione nella relazione. L’aggressore può diventare irritabile, controllante o emotivamente instabile. La vittima può percepire che qualcosa non va e può cercare di placare l’aggressore per evitare conflitti; Fase di esplosione: Questa è la fase in cui avviene l’abuso fisico, emotivo o verbale. La tensione accumulata nella fase precedente raggiunge il suo culmine e si traduce in un atto di violenza. L’aggressore perde il controllo e attacca la vittima, causando danni fisici, emotivi o psicologici; Fase di luna di miele o riconciliazione: Dopo l’episodio di violenza, l’aggressore spesso mostra rimorso e pentimento. In questa fase, possono manifestarsi gesti affettuosi, scuse che paiono sincere o promesse di cambiamento. La vittima può sperare che l’incidente sia stato isolato e può essere incline a perdonare e a ricongiungersi con l’aggressore. Ciclicità e perpetuazione Ciò che rende il ciclo della violenza così insidioso è la sua natura ciclica. Dopo la fase di riconciliazione, la relazione può temporaneamente ritornare a uno stato di calma apparente. Tuttavia, con il passare del tempo, la tensione ricomincia ad accumularsi e il ciclo riprende il suo corso, con periodi di tensione crescente, esplosione e riconciliazione. Questo ciclo può diventare una trappola per le vittime, che possono sperare in un cambiamento permanente dell’aggressore e possono rimanere intrappolate in un ciclo interminabile di abuso e riconciliazione. Interventi e risorse Comprendere il ciclo della violenza è essenziale per fornire un supporto efficace alle vittime di violenza domestica. Gli operatori del settore possono utilizzare questa conoscenza per educare le vittime sulle dinamiche dell’abuso e per offrire loro risorse e supporto durante tutte le fasi del ciclo. Può, inoltre, rivelarsi utile per gli operatori che si trovano a lavorare con gli autori stessi della violenza, ad esempio all’interno dei CUAV (Centri per Uomini Autori di Violenza). Infine, è fondamentale lavorare per interrompere il ciclo dell’abuso attraverso l’intervento precoce, l’accesso a servizi di supporto e la promozione di relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla parità. Conclusioni Il ciclo della violenza di Lenore Walker continua a essere un concetto fondamentale nell’affrontare e prevenire l’abuso domestico. La sua comprensione fornisce una lente attraverso la quale esaminare le dinamiche complesse delle relazioni abusive ed offre un quadro per l’intervento e il supporto alle vittime. In un mondo in cui l’abuso domestico rimane purtroppo diffuso, è essenziale che continuiamo a educarci, sensibilizzare e lavorare insieme per creare comunità più sicure e rispettose per tutti.
Il breadcrumber nelle relazioni interpersonali

Una nuova parola mutuata dai social che riguarda le relazioni virtuali, e non solo, è breadcrumber. Come molti altri termini ha una origine anglosassone e deriva dal verbo “spargere briciole”. E’ ormai una parola di uso comune per definire un comportamento vero e proprio, con delle tecniche relazionali specifiche. In primis, il breadcrumber utilizza questo atteggiamento, cerca di far avvicinare un’altra persona con piccoli e invitanti comportamenti. Mette in atto cioè, degli atteggiamenti e allusioni, che denotano interesse. Una sorta di corteggiamento, in cui messaggi, complimenti, attenzioni in generale fanno abbassare le difese. Per richiamare il termine stesso, sparge delle briciole per attirare a sé la propria vittima, per poi sparire del tutto senza un apparente motivo. In effetti, non è una vera e propria sparizione. Dopo un po’, infatti al breadcrumber fa il suo ritorno con la stessa strategia comportamentale. Quindi si crea un circolo vizioso in cui si spargono briciole di avvicinamento e poi si sparisce. In realtà questo atteggiamento ha una motivazione ben precisa e soprattutto di natura psicologica. Insieme all’orbiting e al ghosting, il breadcrumbing rapprenta un comportamento molto diffuso nelle relazioni soprattutto virtuali, ma che poi si ripercuotono anche in quelle reali. Innanzitutto è una forma di manipolazione dell’altro, della propria vittima che determina un senso di potere sull’altro, soprattutto se viene riaccolto nella relazione. C’è un problema di autostima in entrambi i protagonisti: da un lato c’è colui che ha bisogno di conferme affettive, tornando all’attacco, e dall’altro un desiderio di affezione e cedimento alle lusinghe. Ambedue, quindi, giocano la loro partita in una distorta relazione, in cui nessuno si assume la responsabilità delle loro azioni e di troncare definitivamente un rapporto del genere.
Comunicare sistemica-mente

Si dice di solito che “comunicare” è sinonimo di influenzare, ma questa definizione è una semplificazione in quanto non spiega cosa si cerchi di fare influenzando. Inoltre, tende ad inquadrare la comunicazione come un fenomeno unidirezionale e sappiamo che questa ipotesi è errata. Secondo l’ottica sistemico-relazionale, infatti, non esiste comunicazione senza uno scambio che richiede per l’appunto una relazione. Binomio contenuto-relazione Ogni interazione comunicativa nasce da un intreccio di messaggi verbali, paraverbali, non-verbali che specificano il senso generale di ciò che sta accadendo. E’ senza dubbio importante distinguere tra:• Relazione: definisce i rispettivi ruoli (ovvero stabilisce chi siamo uno per l’altro)• Contenuto: definisce gli scambi comportamentali (ovvero cosa facciamo l’uno con/per l’altro).Va esplicitato che è la relazione che dà senso al contenuto. Secondo Bateson, iniziatore della teoria della comunicazione, gli individui attraverso la comunicazione giocano la propria identità. Inoltre, oggi sappiamo che non si può non comunicare. Questa affermazione (Wazlawick, 1971) allude ad una caratteristica essenziale della comunicazione: l’inevitabilità. La comunicazione è uno scambio reciproco fra due interlocutori uno dei quali invia un messaggio, mentre l’altro lo recepisce. E’ innanzitutto utile distinguere tra comunicazione intenzionale e inintenzionale. Inoltre, a dispetto dell’apparente semplicità del compito, non è sempre facile comunicare in maniera efficace, anzi, i fraintendimenti sono molto più comuni i quanto si immagini. Per incrementare le possibilità che un messaggio venga recepito e decodificato secondo le intenzioni dell’emittente si devono scegliere un canale ed un codice adeguati basandosi sia sul tipo di informazione da trasmettere, sia sul tipo di relazione esistente tra i comunicanti. Con il termine codice ci si riferisce all’insieme delle regole che devono essere impiegate per trovare il significato del messaggio, mentre con il termine canale ci si riferisce per esempio al “mezzo” attraverso il quale viaggia il segnale. La punteggiatura della sequenza di eventi Il terzo assioma della comunicazione umana riguarda la punteggiatura della sequenza di eventi e ci permette di riflettere sul concetto di “comunicazione efficace”. Il modo di interpretare una comunicazione dipende, infatti, da come viene ordinata la sequenza delle comunicazioni fatte. Un osservatore può considerare una serie di comunicazioni come una sequenza ininterrotta di scambi, però a seconda della “punteggiatura” usata, cambia il significato dato alla comunicazione e alla relazione stessa. La comunicazione comprende diverse versioni della realtà, che si creano e modificano durante l’interazione tra più individui. Queste diverse interpretazioni dipendono per l’appunto dalla punteggiatura della sequenza degli eventi, ossia dal modo in cui ognuno tende a credere che l’unica versione possibile dei fatti sia la propria.Wazlawick (1978) riporta l’esempio di una coppia che ha un problema coniugale. Ciascun coniuge ne è responsabile al 50%, ma ognuno dichiara di reagire in un determinato modo in conseguenza al comportamento dell’altro. Lui si chiude in se stesso e lei brontola (o ancora lei brontola e lui si chiude in sé stesso). Quando spiegano le loro frustrazioni lui racconta che si chiude perché lei critica, lei invece dice che si altera perché lui si chiude. In effetti, se ci pensiamo bene, ognuno ha ragione dal proprio punto di vista. Nella vita di coppia, capita spesso che ci si limiti ad osservare la situazione esclusivamente dal proprio punto di vista, usando cioè la propria punteggiatura e non riuscendo a cogliere quella dell’altro. In particolare, nelle relazioni conflittuali può accadere che si ritenga in torto sempre e solo l’altra parte, come conseguenza di una visione distorta. Se non si risolvono le discrepanze che si vengono a creare l’interazione arriva ad un vicolo cieco dove vengono espresse solo reciproche intolleranze. Questo esempio sottolinea il valore di una comunicazione efficace. Gli esseri umani sono sistemi aperti dove l’aggettivo “aperto” significa che l’individuo interagisce col mondo esterno attraverso scambi di informazioni. Dunque, l’individuo fa parte del sistema in cui è inserito e non può prescindere da esso. Bibliografia Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D., (1967). Pragmatica della comunicazione umana. Astrolabio (Roma)
Algoritmi e persuasione

CHE COS’E’ UN ALGORITMO? La parola algoritmo indica una successione di istruzioni che hanno come fine la risoluzione di un problema, esso permette di ottenere un preciso risultato a partire da uno specifico input. Sono in grado di analizzare enormi quantità di dati e di eseguire calcoli complessi molto rapidamente , consentendo di prendere decisioni più oggettive perché basate sui dati, e quindi potenzialmente migliori.Tradotto nel campo dei social media, ed evidenziando che ogni social ha i propri algoritmi, l’algoritmo analizza i comportamenti dell’utente sul social, per mostrargli con maggiore frequenza contenuti simili a quelli con cui abitualmente interagisce, con lo scopo di creare esperienze positive e individuali che spingano le persone a restare sulla piattaforma per il maggior tempo possibile. Gli algoritmi di piattaforme come quelli di TikTok, ma anche Spotify, Instagram e Facebook, mostrano agli utenti le cose che più li attraggono, che più cliccano, guardano e leggono. In questo modo inoltre, gli utenti hanno modo di rafforzare i loro pensieri e le loro idee, e di collegarsi con persone più affini a loro.Questo ad esempio, spiega perché quando mettiamo “mi piace” ad una foto/video che ha un certo tipo di contenuto ci vengono in continuazione riproposti nella home altre immagini , video o profili attinenti a quello specifico contenuto.Mostrandoci in continuazione contenuti che si allineano alle nostre convinzioni e ai nostri interessi, si rischia di fatto di isolarci da punti di vista diversi e contrastanti. Ciò può contribuire alla polarizzazione della società e ostacolare discussioni significative. Queste personalizzazioni generano le cosiddette “Filter Bubble” (bolle di filtraggio) , in cui contenuti proposti dagli algoritmi delle piattaforme saranno sempre più in linea con gli interessi degli utenti e la loro visione del mondo. Un fenomeno conseguente a quello delle Filter Bubble è quello che viene chiamato “camere dell’eco”, contesti e condizioni che, sui media, portano alla creazione di uno stato di isolamento ideologico degli individui, alla creazione di gruppi con opinioni simili, in cui ci si scambia contenuti che confermano una certa visione del mondo, aumentando questa sensazione di conferma.Le “camere dell’eco” fanno leva su meccanismi psicologici radicati nella mente dell’individuo. Si può fare richiamo alla piramide dei bisogni dell’essere umano di Maslow, che identifica 5 livelli ordinati gerarchicamente, dai bisogni più essenziali alla sopravvivenza a quelli più immateriali. Uno dei bisogni che viene sfruttato dalle piattaforme è il “bisogno di appartenenza”, ovvero la necessità di ogni essere umano di appartenere ad un gruppo con caratteristiche simili, e di esprimere liberamente opinioni e giudizi, realizzando il desiderio di essere un membro di una comunità. LA PERSUASIONE ALGORITMICA è un livello che rimane spesso inavvertito alle persone, che in molti casi non percepiscono l’esistenza di dinamiche processuali di tipo tecnologico al fianco delle loro interazioni e a supporto delle loro decisioni. O meglio, si può riscontrare un atteggiamento sociale ambivalente costituito in maniera discontinua da:momenti di grande allarme pubblico , panico morale, percezione di alienazione , talvolta addirittura, il sentirsi mercificati , in cui gli algoritmi sono additati come potenziali distruttori dell’equilibrio sociale e delle peculiari dinamiche umane, a momenti in cui processi e forze algoritmiche paiono poter agire indisturbati, creando in noi una percezione di supporto, comprensione ed evitamento della solitudine. I processi algoritmici quotidianamente co-modellano scelte, percorsi, consumi fisici e digitali delle persone.Questo è un tema che mette faccia a faccia razionalità ed emotività.Ed è in grado di dispiegare, nella sua complessità, le tante dimensioni che assume oggi il digitale. Bibliografia: Taddeo G., Persuasione digitale. Come persone, interfacce, algoritmi ci influenzano online, Guerini Scientifica, 2023
LA MANIPOLAZIONE PSICOLOGICA

La manipolazione psicologica è una forma subdola di influenza sociale, che si manifesta in molteplici modi. Il libro “Manipolatori – Le catene invisibili della dipendenza psicologica” ci getta nel cuore oscuro della manipolazione psicologica attraverso le storie intricanti e spesso inquietanti di Elisa nel true crime. Ma cosa c’è dietro questa capacità di controllare le menti altrui? Cosa spinge alcuni individui a manipolare gli altri con tale maestria? In questo articolo esploreremo da vicino alcuni aspetti psicologici coinvolti nelle dinamiche della manipolazione. 1. LA COMPLESSITA’ DEL CARATTERE DEL MANIPOLATORE Nel libro, l’autrice descrive i personaggi manipolatori con una gamma di sfumature psicologiche, che li rendono più realistici e complessi. Ad esempio, un manipolatore può agire a causa di un profondo senso di inferiorità e insicurezza. In questo caso cerca di compensare questi sentimenti attraverso il controllo sugli altri. Al contrario, un manipolatore potrebbe agire da una posizione di narcisismo patologico. In questo secondo caso, egli va cercando costantemente l’ammirazione e il potere sulla vita degli altri per alimentare il proprio ego fragile. 2. LE TECNICHE DI MANIPOLAZIONE E DI CONTROLLO Le tecniche di manipolazione e controllo descritte nel libro possono includere una serie di strategie psicologiche sottili e subdole. Ad esempio, la manipolazione emotiva induce la vittima a fare ciò che il manipolatore desidera, facendo leva sui sentimenti di colpa o di compassione della stessa. Oppure attraverso tecniche di isolamento sociale, il manipolatore cerca di separare vittima dal suo supporto sociale in modo da esercitare un maggiore controllo sulla stessa. 3. LE DINAMICHE DI POTERE Nel contesto delle storie raccontate, le vittime spesso si trovano in una posizione di vulnerabilità psicologica che li rende suscettibili alla manipolazione. Si tratta di vittime recentemente colpite da un evento traumatico e quindi più inclini a cercare conforto e guida da parte del manipolatore. Questo squilibrio di potere può portare a una dinamica relazionale tossica, in cui il manipolatore esercita un controllo coercitivo sulla vittima, spingendola a fare scelte contro il proprio interesse. 4. LE CONSEGUENZE PSICOLOGICHE DELLA MANIPOLAZIONE Infine, la lettura del libro ci offre un’opportunità per esplorare le conseguenze psicologiche devastanti della manipolazione sulle vittime coinvolte. Le vittime possono sviluppare disturbi legati allo stress post-traumatico a seguito di un’esperienza manipolativa intensa (con sintomi com flashback, ansia e ipervigilanza). Oppure una vittima può sperimentare la perdita di fiducia in se stessa e negli altri, trovandosi a ripensare costantemente agli eventi passati e a chiedersi se potrebbe essere stata ingannata di nuovo. In conclusione, il libro “Manipolatori” ci offre un’opportunità unica per esplorare gli aspetti psicologici della manipolazione attraverso le storie avvincenti di Elisa nel true crime. Si tratta di un’opera che non solo intrattiene, ma anche ci invita a riflettere sulle profonde sfumature della mente umana e sulla necessità di essere consapevoli delle tattiche manipolative che possono insinuarsi nelle nostre vite.