Incontrarsi nella narrazione

La narrazione è una pratica sociale ed educativa che da sempre risponde a molteplici e complesse funzioni: dal “fare memoria” alla condivisione di esperienze collettive nell’ambito di un incontro legato ad uno “scopo”. La psicanalisi e la psicologia hanno provato a mettere in luce l’importanza del concetto di narrazione, non solo per assegnare e trasmettere significati, ma per «dare forma al disordine delle esperienze» (Bruner, J., 1988). Tutti gli studiosi di queste discipline hanno ribadito il valore della narrazione come strumento indispensabile per la costruzione di significati e per la facilitazione dei processi di cambiamento sociale e organizzativo, per l’apprendimento, poiché il punto di vista narrativo risulta connesso alla modalità esperite dai soggetti di attribuzione di senso agli eventi e alla realtà. Ma cos’è la narrazione? Perchè è così importante? Il termine narrare deriva etimologicamente dalla radice gna-, che significa “rendere noto”, mentre il suffisso -zione, deriva dal latino catione e trasmette il carattere semantico dell’agire, dell’azione, del gesto e di tutta la situazione relazionale. La narrazione si presenta come un concetto trasversale che attraversa tutte le culture, ma da sempre viene sottovalutata dall’essere umano. È uno strumento importante di interpretazione della realtà per interagire con il mondo sociale nel quale viviamo. È, dunque, un modo per comprendere tutto quanto ci circonda e per trasmetterlo agli altri. Taylor (1999) sostiene che ognuno è il prodotto delle storie che ha ascoltato e che ha vissuto. Quotidianamente si racconta e ci si racconta, ed è proprio in questa relazionalità, che avviene la negoziazione del proprio sé con quello altrui. In questo senso, la narrazione può trovare la propria validità come strumento nel processo formativo per la costruzione di significati. Il punto di vista narrativo permette ai soggetti coinvolti di attribuire significati agli eventi e alla realtà. La narrazione di eventi traumatici Spesso accade che nell’ambito di gruppi strutturati secondo uno scopo, ci si ritrovi a “raccontarsi” e a rivelare eventi della propria vita a persone che accolgono in qualche maniera il nostro “sè” più vero. Tra i concetti maggiormente legati alla narrazione, il più noto è senz’altro quello di resilienza. La resilienza è la capacità di un individuo di far fronte psicologicamente ed emotivamente ad un evento traumatico e di essere in grado di riorganizzare positivamente la propria vita di fronte alle difficoltà. Per Cyrulnik (2000) il racconto è uno dei “fautori” della resilienza, ed il poter raccontare le proprie ferite vuol dire fare in modo che esse possano comparire nella mente di un’altra persona, ed essere in qualche maniera accettate (Cyrulnik, 2000). La resilienza si costruisce grazie al processo di interiorizzazione che prende il via attraverso le narrazioni, e permette l’iscrizione del trauma nella propria storia personale. Una “nuova definizione” del trauma, ne mitiga, oltretutto, l’impatto negativo. La Chimera Uno dei concetti chiave in merito alla narrazione, formulato da Cyrulnik è “la chimera di sé”: l’efficacia della narrazione è dovuta alla possibilità che essa venga resa sociale. Grazie al processo creativo, l’esperienza traumatica risulta “comprensibile” e “viene sentita” non solo da chi l’ha vissuta, ma anche da chi accoglie il racconto di quella suddetta esperienza. La narrazione spesso avviene in maniera naturale e spontanea nell’ambito di un clima sereno e di fiducia. Il lavoro narrativo, perciò accorcia la distanza tra chi ha subìto un trauma e chi “si incontra”, dissolvendo quel muro di costruzioni e protezioni, grazie ad un linguaggio che finalmente sembra essere condiviso. La metafora della chimera, animale mitologico costituito da pezzi di altri animali (corpo da leone, testa di capra, coda di serpente) è volta a descrivere il passaggio dalla realtà traumatica alla narrazione: i racconti prodotti, infatti, sono veri nelle loro singole parti, e restituiscono a chi subisce un trauma, una nuova immagine di sé che può essere condivisa e rimandata all’esterno (Guizzetti, 2014).La narrazione di sé permette di collegare e ordinare gli eventi della propria vita, nel tentativo di mettere nero su bianco quanto a livello mentale appare confuso, al fine di fare chiarezza in sé stessi. Poter “sistemare” i propri pensieri in uno spazio ad essi destinato, consente di inserirli in una cornice di senso, spesso negata a lungo anche a sè stessi.
Quando l’invidia diventa distruttiva

L’invidia è un sentimento di per sé naturale che talvolta può diventare distruttivo fino a sfociare in esiti patologici. La parola “invidia” è data dall’unione del prefisso in (sopra) e vĭdēre (guardare). Letteralmente: guardare sopra. Osservare nell’altro qualcosa che vorremmo avere, ma che non abbiamo, può suscitare in noi invidia. Per l’appunto, il desiderio di possedere ciò che appartiene all’altro. L’invidia è un vissuto molto complesso, dalle tante sfaccettature e connotazioni emotive diverse. Consiste nel provare emozioni spiacevoli, di dispiacere, tristezza o rabbia, di fronte alle qualità, al successo, alla felicità altrui. Questo sentire può accompagnarsi ad un senso di ingiustizia: “Perchè a lui/lei sì e a me no?”. Può essere investito di ammirazione, nella sua forma più sana, o di odio, nella sua forma più distruttiva. L’invidia e la mancanza L’invidia fa luce su di una mancanza. Ed in questo svolge una funzione importante. Va riconosciuta, senza giudizio, prendendosene la responsabilità. Sia nel verso dell’accettare che alcune cose non possiamo cambiarle, sia nel verso di attivarci per ciò che invece possiamo cambiare. Riportare lo sguardo su noi stessi dunque, diventa l’obiettivo. Accettarci, in tutte le nostre parti, e prenderci cura dei nostri bisogni e desideri. L’invidia trova il suo opposto nella gratitudine. Nell’amore e nella pienezza che scaturisce dal riconoscere il valore di ciò che si ha e della vita. Chi tende a stare per la maggior parte del tempo nell’invidia non può provare gratitudine. Vive in una costante mancanza e nel circolo vizioso del guardare sempre a ciò che manca. Lo sguardo invidioso L’invidia è difficilmente riconosciuta e tantomeno condivisa. E’ perlopiù negata o tenuta nascosta, per proteggere una immagine positiva di sé. Il provarla può procurare vergogna, senso di colpa. L’invidia cresce in silenzio, nello sguardo rivolto alle vite degli altri. Dante Alighieri, infatti, per la legge del contrappasso, immagina gli invidiosi con gli occhi cuciti da filo di ferro, in modo che non possano vedere. In alcuni casi lo sguardo invidioso si alimenta di una idealizzazione, dell’illusoria perfezione che si legge nell’altro cui si contrappone una percezione di sé negativa e perdente. Secondo Kierkegaard, l’invidia è ammirazione corrotta dall’orgoglio. Ma, mentre quando ammiriamo ci poniamo ad una distanza che ci consente di provare ispirazione e appagamento, quando invidiamo bramiamo di essere al posto dell’altro ed il coinvolgimento emotivo può essere anche molto elevato. Può far male, fino quasi a provare dolore nel corpo. L’ammirazione ci eleva, ci fa evolvere. L’invidia può trascinarci in un abisso cupo di inquietudini. Sul versante distruttivo e patologico L’invidia diventa distruttiva quando si accompagna al desiderio di danneggiare l’altro o ciò che possiede, nell’intento illusorio di pareggiare i conti e di eliminare la propria sofferenza. Caino, accecato dall’invidia, uccide suo fratello Abele, poichè non tollera che i suoi beni siano i prediletti. Nella sua forma patologica, l’invidia poggia sulla svalutazione di sé e su un profondo senso di inferiorità. La persona tende ad assumere una posizione vittimistica con comportamenti passivi, di conferma della propria impotenza e sfortuna. Oppure, sentendo di aver subito un torto dalla vita, può animarsi di risentimento e odio, assumendo comportamenti violenti, attraverso cui cerca vendetta e riscatto.
I MECCANISMI DI DISIMPEGNO MORALE

Oggi esploriamo quali sono i meccanismi di disimpegno morale, che portano le persone a mettere in atto comportamenti che violano i loro standard etici interni. Secondo Bandura, questi meccanismi cognitivi portano le persone a discostarsi dai loro standard morali senza sperimentare disprezzo nei propri confronti. Facciamo ora un passo indietro… La maggior parte dei criteri che una persona usa per valutare il proprio comportamento è costituito da standard etici e morali. Questi si sviluppano attraverso esperienze personali dirette e vicarie, soprattutto attraverso l’apprendimento per osservazione. Una volta interiorizzati, i principi morali definiscono il confine tra una condotta eticamente accettabile e una non accettabile. Secondo Bandura, le persone in relazione alle questioni etiche e morali agiscono, esercitando la loro capacità di autoregolazione. ALLORA COME MAI CAPITA CHE LE PERSONE VIOLINO I LORO STANDARD ETICI, ANDANDO INCONTRO AL DISIMPEGNO MORALE? Bandura cerca di spiegare questo fenomeno, individuando una serie di meccanismi di disimpegno morale. 1. GIUSTIFICAZIONE MORALE Il comportamento immorale viene trasformato e reso personalmente accettabile in quanto serve per raggiungere obiettivi validi. Ad esempio: “Ho rubato perché devo dare da mangiare ai miei figli“. 2. ETICHETTAMENTO EUFEMISTICO Le persone usano dei termini lessicali eufemistici per definire le proprie azioni, così da renderle da un punto di vista linguistico moralmente accettabili. Ad esempio: i boia non uccidono i condannati a morte, ma “eseguono la sentenza del giudice“. 3. CONFRONTO VANTAGGIOSO La gravità di un’azione è relativa e dipende dall’azione con la quale si mette a confronto. Ad esempio: “Non è grave insultare un compagno dato che picchiarlo è peggio“. 4. SPOSTAMENTO DI RESPONSABILITA’ La persona che mette in atto un’azione immorale se ne lava le mani, scaricando la responsabilità su altri (solitamente su una persona che a suo dire le ha ordinato di agire in quel modo). Ad esempio: “Mi sono comportato così perché me l’ha detto lui“. 5. DIFFUSIONE DI RESPONSABILITA’ Esso è un meccanismo che permette di distribuire la responsabilità di un’azione immorale fra tutti i membri di un gruppo alleggerendo il peso di una responsabilità personale. Ad esempio “La colpa non è solo mia ma anche degli altri!“. 6. DISTORSIONE DELLE CONSEGUENZE Le persone distorcono e/o ignorano le conseguenze delle loro azioni immorali per farle sembrare meno gravi. 7. DEUMANIZZAZIONE Questo meccanismo porta le persone a non riconoscere delle qualità di essere umano a coloro che subiscono le azioni immorali. In questo modo le vittime non hanno più sentimenti, preoccupazioni e risultano insensibili a qualsiasi maltrattamento. 8. ATTRIBUZIONE DI COLPA Il comportamento riprovevole è presentato come una conseguenza necessaria rispetto a quanto detto o fatto dalla vittima. Ad esempio: spesso gli stupratori sostengono che la violenza sessuale sia dovuta al look della vittima. Eventi di cronaca recente in cui si assiste ad espressioni sempre maggiori di violenza fisica e verbale dimostrano come la teoria elaborata da Bandura sia ancora molto attuale. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia
Filofobia: Paura di amare

La filofobia si definisce, ad oggi, come l’incapacità per il soggetto di provare sentimenti e stati d’animo inerenti l’amare l’altro da sé. Il termine filofobia deriva dal greco filia, che vuole dire amore e fobia, che vuol dire paura. In sintesi, possiamo dire che questa condizione ha a che fare con la paura di innamorarsi. Può anche riguardare la paura di entrare in una relazione o la paura di non essere in grado di mantenere una relazione affettiva importante. Molte persone, ad esempio, sperimentano talvolta piccole paure di fronte alla possibilità di innamorarsi, con un potenziale partner ad un certo punto della loro vita. In casi estremi, la filofobia può far sentire le persone isolate, sole, e non amate. La filofobia può essere il risultato di precedenti esperienze traumatiche che possono essere direttamente o indirettamente collegate all’oggetto o ad una paura situazionale. Non è però sempre così perché le risposte fobiche possono anche essere ereditate come comportamenti appresi dal contesto sociale in cui la persona è cresciuta. Nel corso del tempo, la filofobia potrebbe essersi normalizzata o accettata come parte della vita di una persona. In tal caso, chi ne è affetto potrebbe non cercare aiuto per molti anni avendo imparato a conviverci. In altri casi, tuttavia, la filofobia può peggiorare molto e arrivare a intralciare la vita normale. Ciò è particolarmente vero se i comportamenti di sicurezza e di evitamento sono cresciuti in frequenza e sofisticatezza. L’aver paura di amare può rendere complesso, se non impossibile, lasciarsi andare e perdere il controllo, in modo sano, all’interno del rapporto di coppia. Il primo passo allora è capire come questa chiusura, che può anche determinare veri e propri sintomi tipici dell’ansia, quali tachicardia e fiato corto, non porti da nessuna parte e rischi di precludere una felice vita affettiva alla persona che ne soffre. Superare questa fobia è però possibile, anche grazie all’aiuto di un terapeuta.
Aspetti psicologici del Teaching Brain

Il “Teaching Brain” è un concetto molto interessante che esplora il modo in cui il nostro cervello influenza il processo di apprendimento. Quando impariamo qualcosa, il cervello guida i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri comportamenti. Il “Teaching Brain” è un metodo di insegnamento efficace per garantire il successo formativo degli allievi. Lo studioso Eric Jensen traduce le ultime scoperte scientifiche in strategie didattiche efficaci, che possono migliorare il modo di insegnare. Gli aspetti psicologici del Teaching brain si ritrovano in vari step, di seguito riportati. a) Usare strategie che possano aiutare a mantenere alta l’attenzione degli studenti. b) Favorire la partecipazione degli studenti con domande coinvolgenti e discussioni stimolanti. c) Celebrare i momenti di successo degli studenti anche con riconoscimenti verbali. Nel vasto universo del Teaching Brain si intrecciano varie connessioni psicologiche, che danno vita a un processo educativo ricco di meraviglie e scoperte. La pratica del Teaching brain si rivela molto utile, soprattutto perché considera la partecipazione attiva degli studenti, i quali come “artisti in erba” provano ad aprire una finestra sul mondo”. Ed è così che inizia un viaggio affascinante verso la conoscenza, caratterizzata da una quotidiana interconnessione tra emozioni, pensieri e comportamenti. Grazie al teaching brain, gli studenti possono trasformare la conoscenza in un capolavoro personale, ricco sia di pensieri chiari sia di pensieri sfumati,ma comunque personali. L’immaginazione, le sfide e il teaching brain Durante il teaching brain si affrontano sfide di natura intellettuale che possono essere implementate anche attraverso l’immaginazione. Ecco come il “teaching brain” può utilizzare l’immaginazione. E’ necessario: favorire il pensiero immaginativo attraverso l’incorporazione di vari elementi uditivi, visivi; utilizzare le metafore per facilitare la comprensione dei vari concetti; incentivare gli studenti a esprimere le proprie idee attraverso progetti artistici, scritture creative o altre attività che incoraggiano la creatività; coinvolgere gli studenti in discussioni, attività di gruppo e progetti che richiedono un contributo attivo; valorizzare l’errore, interpretandolo non come ostacolo, ma come guida per la conoscenza. Ricordiamo sempre che la vita è un processo di conoscenza. “Vivere è imparare” (Konrad Lorenz).
L’effetto Dunning-Kruger

Spesso pensiamo di saperne tanto su un argomento anche se in realtà non ci siamo informati abbastanza. A volte chi ne sa di meno pensa di saperne più di tutti gli altri. Come mai? L’effetto Dunning-Kruger può aiutarci a capire questo comportamento abbastanza diffuso. Cos’è l’effetto Dunning-Kruger? Consiste nel pregiudizio cognitivo secondo cui le persone sopravvalutano erroneamente la loro conoscenza o competenza in uno specifico campo. Può essere definito come un fenomeno psicologico che si verifica quando una persona con scarse conoscenze tende a sovrastimare le proprie competenze in un determinato campo, sottovalutando allo stesso tempo quelle degli altri. Questo fenomeno è stato identificato e descritto per la prima volta dagli psicologi sociali David Dunning e Justin Kruger nel 1999. Secondo gli studiosi, alcune persone avrebbero una percezione distorta della propria competenza e spesso si mostrano eccessivamente sicure delle proprie opinioni, nonostante l’evidente mancanza di conoscenza o abilità. Questo avviene in quanto vi è una forte mancanza di consapevolezza di sé, tanto da impedirgli di valutare le proprie competenze in modo adeguato. Al contrario, le persone altamente competenti tendono ad avere una maggiore consapevolezza delle proprie lacune e a mostrarsi meno sicure di sé. Tutto ciò può avere un impatto sia a livello psicologico che sociale. Lo studio David Dunning e Justin Kruger della Cornell University, in seguito ad un evento di cronaca alquanto bizzarro, in cui un uomo decise di rapinare due banche convinto di essersi reso invisibile dopo essersi cosparso di succo di limone, decisero di studiare l’accaduto sotto un profilo scientifico. Iniziarono, così, uno studio sui test di umorismo, grammatica e ragionamento logico coinvolgendo i propri allievi. Prima di svolgere i test, i partecipanti espressero il proprio grado di competenza in ognuno dei tre campi. I risultati dimostrarono come i partecipanti meno competenti si autovalutavano molto al di sopra delle proprie capacità, mentre i partecipanti più competenti si valutavano leggermente al di sotto. Conclusero così che coloro che hanno meno conoscenza in un campo sono spesso quelli che sopravvalutano le proprie competenze, mentre quelli più esperti sono quelli che sottostimano le proprie abilità. Il fenomeno venne chiamato effetto Dunning-Kruger. Inoltre, i risultati dello studio dimostrarono che le autovalutazioni non veritiere degli incompetenti sono molto difficili da correggere. L’effetto Dunning-Kruger e le conseguenze psicosociali Conseguenze possono osservarsi a livello dell’autostima, fino a distorsioni della realtà, della consapevolezza del sé, della percezione delle proprie capacità, dei successi e degli insuccessi, soprattutto nel rapporto con gli altri. L’effetto Dunning-Kruger conduce il più delle volte a un eccesso di fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. Questa sovrastima porta, a sua volta, a prendere decisioni sbagliate, a problemi relazionali e spesso a compiere giudizi affrettati. Spesso ci si sente esperti di un argomento solo dopo aver letto sommariamente un articolo sporadico, o dopo aver letto notizie sparse sui social, arrogandosi anche il diritto di dare la propria opinione per certa, fino a voler spiegare agli altri perché si sbagliano. Si diventa subito certi della propria opinione e della sua unicità, fino ad affermarla con arroganza. Questo porta con sé anche un non voler confrontare varie fonti ed a non essere aperti ad ascoltare altre opinioni. Di conseguenza, spesso si danno giudizi affrettati e si mette da parte lo sviluppo di un pensiero critico e di una complessità che a volte è difficile da comprendere ed accettare. Il confronto, l’ascolto aperto del pensiero altrui, la volontà di informarsi di continuo e cercare sempre più fonti sono strumenti che possono aiutarci ad allontanare l’effetto Dunning-Kruger di cui, in modo maggiore o minore, potremmo tutti essere vittima.
DISTURBI SESSUALI: L’EFFICACIA DI UN APPROCCIO INTEGRATO

di Elena Busso E’ sempre più diffusa nella pratica clinica di chi si occupa di sessualità e di disturbi sessuali nello specifico, la necessità di avere una visione ed un approccio sistemico multidisciplinare. Molto spesso abbiamo di fronte non solo un paziente o una coppia che ci riporta una problematica specifica ma in molte altre occasioni regna confusione e smarrimento, oltre alla narrazione di un viaggio fra specialisti che ha portato con sé spesso frustrazione e portafoglio più leggero. Grazie alla mia pratica clinica e all’ascolto dei pazienti ho imparato quanto sia necessario, soprattutto in un primo momento di anamnesi e consulenza, avere una visione a 360 gradi che includa corpo e mente per poter capire in maniera approfondita e completa l’eziologia del disturbo o della difficoltà riportata e poter proseguire con l’invio o il trattamento adeguato. Da tutto questo è nato il progetto di rendere fruibile un argomento così complesso ed articolato sia alla popolazione sia ai professionisti non sessuologi ma che quotidianamente si occupano di tematiche inerenti la sessualità e i disturbi sessuali. La chiave è stata associare alla scrittura un approccio umoristico per poter rendere più fruibileun argomento ancora a tratti tabù e fonte di imbarazzo. Nel libro oltre alle definizioni tratte dal DSM – 5 di ogni singolo disturbo, sono state inserite alcune fra le maggiori ipotesi eziologiche ed una panoramica di quelle che ad oggi possono essere le terapie e i trattamenti che singolarmente o svolte in parallelo, possono essere efficaci nel miglioramento o nella risoluzione delle problematiche riportate. Inoltre la descrizione di alcuni casi clinici permette di rendere immediato quanto descritto precedentemente. E’ fondamentale nella patogenesi dei disturbi sessuali prendere in considerazioni le varie ipotesi eziologiche quali i fattori individuali legati al funzionamento del singolo, fattori relazionali della coppia, fattori riguardanti il funzionamento del/della partner, senza dimenticare i fattori medici (quali ad es. malattie di origine neurologica, malattie endocrine o vascolari) e quelli culturali/educativi. In una accurata consulenza, la psicoeducazione spesso ha un valore prezioso nel dare significato al sintomo e nello scardinare i meccanismi alla base che ne permettono il mantenimento. Fra i vari trattamenti è importante considerare la sinergia fra il corpo e la mente; spesso infatti affiancare ad una psicoterapia individuale anche un trattamento corporeo quale la riabilitazione del pavimento pelvico, la riflessologia o l’osteopatia, possono essere efficaci per lavorare ad esempio sul trattamento del nervo pudendo (la nevralgia del pudendo è una sindrome caratterizzata da dolore pelvico cronico che può colpire entrambi i sessi) e che come si può immaginare, può avere ripercussioni sul disturbo del dolore genito pelvico e della penetrazione. In maniera più trasversale si può lavorare anche su altri disturbi dove intervenire sul sistema endocrino e neuroriflesso attraverso l’approccio corporeo, può portare a dei benefici. La scrittura a quattro mani del testo insieme ad un collega psicoteapeuta vignettista, ha avuto lo scopo di rendere l’argomento della sessualtà e dei disturbi sessuali, ancora a volte oggetto di vergogna e tabù, più fruibile e leggero ma di immediata comprensione e lettura. Mi piace immaginare che tutto ciò sia solo l’inizio di un percorso formativo e di crescita per tutti noi, dove non ci si ferma ai manuali teorici (seppur preziosi e fondamentali), ma attraverso l’ascolto del paziente ed il confronto con le altre figure professionali si possa percorcorrere una strada, la strada maggiormente efficace per poter rispondere nella maniera più completa ed attenta alle richieste e alle sofferenze delle persone che abbiamo davanti.
COS’E’ IL DISTURBO DELLA COORDINAZIONE MOTORIA

Il DSM5 definisce il disturbo dello sviluppo della coordinazione come quel disturbo in cui l’acquisizione e l’esecuzione delle abilità motorie coordinate sono notevolmente inferiori rispetto a quanto atteso per l’età dell’individuo. Tale deficit interferisce con le attività di vita quotidiana (autonomie personali), sulla produttività (scolastica e professionale) e sul tempo libero o gioco. A QUALI PATOLOGIE E’ COLLEGATO I disturbi della coordinazione motoria sono fortemente collegati con i disturbi specifici dell’apprendimento. Il Disturbo si presenta con alta comorbilità con diversi disturbi della fase evolutiva del bambino (ADHD, Disturbi specifici dell’apprendimento, Disturbi dello Spettro dell’Autismo). L’eziopatogenesi è multifattoriale: ipossia, malnutrizione perinatale, basso peso alla nascita, ecc.Il disturbo di coordinazione motoria non è in nessun modo un disturbo unitario, i profili differiscono da bambino a bambino. I deficit possono riguardare sia le competenze grosso-motorie che fino-motorie, ma a queste si possono associare anche problematiche di carattere visuo-costruttive e cognitive. CARATTERISTICHE Tendenzialmente i bambini con DCD possono avere un deficit nella rappresentazione interna del proprio corpo con conseguente difficoltà di controllo motorio e di apprendimento di nuovi movimenti. Per esempio, questi bambini impiegheranno un tempo lunghissimo per mettere in atto un’azione estremamente facile. Le caratteristiche tipiche e comuni di un bambino con DCD fanno sì che il soggetto si presenti goffo e impacciato, in ritardo con lo sviluppo di alcune capacità motorie (es. andare in bicicletta), incapace di mantenere l’equilibrio o l’uso coordinato di più parti del corpo. L’esordio dei sintomi avviene sin dalle prime fasi dello sviluppo, pertanto i bambini possono raggiungere le tappe dello sviluppo motorio in ritardo (rimanere seduti da soli, camminare, salire le scale, pedalare) così come in ritardo possono raggiungere alcune abilità (abbottonare, assemblare puzzle, usare le forbici, fare il nodo…). Anche la qualità dei movimenti risulta non adeguata, in particolare i bambini che presentano questo disturbo possono eseguire i movimenti con scarsa coordinazione e precisione e/o più lentamente rispetto ai coetanei. Di conseguenza, a livello comportamentale ed emotivo, avendo alla base queste difficoltà motorie, i soggetti con DCD possono mostrarsi disinteressati o evitano in ogni modo situazioni che richiedono un particolare sforzo fisico. Ciò porta il bambino ad avere una scarsa autostima di Sè, una forte frustrazione e ansia che lo inducono ad evitare anche la socializzazione con i suoi coetanei. QUALI AREE CEREBRALI SONO IMPLICATE? Il cervelletto è coinvolto, nello stesso tempo, a determinare sia funzioni cognitive che motorie, come lo stesso ruolo, di tale importanza, lo si deve alla corteccia pre-frontale. La disfunzione di tali strutture celebrali, porta inevitabilmente lo sviluppo di problemi sia di carattere motorio e sia di carattere cognitivo coinvolgendo, di conseguenza, gli apprendimenti (lettura, scrittura, calcolo, comprensione). CONCLUSIONI Le difficoltà descritte possono essere un campanello di allarme. Trattate dagli esordi possono portare un netto miglioramento, che inficerà non solo nello sviluppo psicomotorio ma anche e soprattutto negli apprendimenti futuri.
Perché hai la responsabilità della tua felicità.

Perché hai la responsabilità della tua felicità. Il titolo di questo articolo ha un retroscena provocatorio, un misto di amarezza e speranza provata in prima persona. In realtà, la frase originale da cui ho tratto la presente riflessione, è ancora più provocatoria. <<Se l’azione di X ti ferisce, è una tua responsabilità>>, esordisce una docente ad una lezione sull’assertività. Facciamo un esempio. Immagina di passeggiare tranquillo in un bel parco. Improvvisamente, dinanzi a te, dai cespugli esce un lungo serpente. Quale sarebbe la tua reazione? Probabilmente ti spaventeresti molto, ti sentiresti in pericolo, e metteresti in atto una reazione di attacco-fuga. Ora immagina invece di essere un biologo, appassionato ed esperto di rare specie di serpenti. Stai passeggiando tranquillo in un bel parco. Improvvisamente, dinanzi a te, dai cespugli esce un lungo serpente. Quale sarebbe, adesso, la tua reazione? Probabilmente ci sarebbe un po’ di paura iniziale, e il timore di un pericolo comunque presente. Ben presto il timore potrebbe lasciare spazio alla curiosità. La reazione potrebbe essere quella di avvicinarsi con cautela, per poterlo studiare e osservare bene. E l’esperienza finale sarebbe quella di tornare a casa soddisfatto, di aver osservato ciò che appartiene ad una tua passione. Lo stimolo è esattamente lo stesso, ovvero la vista improvvisa di un serpente, ma la lettura dell’evento cambia totalmente tra due persone. Come mai? Uno dei capisaldi dell’orientamento cognitivo-comportamentale è che tra l’evento scatenante (A), e l’emozione provata e ciò che scegliamo di fare (C), ci sia la nostra personale interpretazione dell’evento (B). Questo significa che non esiste una realtà oggettiva (o che quanto meno non ci è data conoscerla), ma che coloriamo la realtà della nostra storia personale. Per tornare alla frase della docente, possiamo quindi dire che all’azione di X (evento scatenante), segue una mia personale interpretazione dell’evento (ad esempio “X voleva ferirmi”), che mi rende responsabile dell’emozione di tristezza o rabbia provata. Questo non significa, certamente, che le nostre interpretazioni degli eventi siano tutte errate o non condivisibili. Bensì significa che abbiamo la responsabilità e il potere, di modificare le interpretazioni che ci recano estremamente dolore. Sei, quindi, responsabile della tua felicità.
Nascere non basta

Nascere biologicamente non basta. Si acquisiscono caratteristiche umane solo grazie a un complesso processo in grado di farci appartenere a quell’insieme, molteplice e sempre in movimento, che sono le comunità degli homo sapiens sapiens. Questo processo dura per tutta la vita e consiste in una costante e reciproca attività di rielaborazione. Reciproca nel senso che in ogni momento siamo ricostruiti e ricostruiamo le nostre comunità di appartenenza e, sempre nello stesso momento, le comunità di appartenenza sono costantemente da noi ricostruite e ci ricostruiscono. Questo processo, per sua natura non può mai del tutto riguardare solo un individuo, ma è sempre anche collettivo. Tutto questo vuol dire in continuazione condividere e rielaborare, anche nel profondo, linguaggi, miti, valori etici, forme artistiche, credenze magico religiose e le storie complesse di tutta la nostra specie. Quindi anche dialogare con quell’area universale che oggi noi, con una parola coniata dai filosofi della cosiddetta cultura occidentale, chiamiamo trascendenza. A trasmetterci di generazione in generazione il testimone di quell’appartenenza non è stato soltanto il sempre più mitizzato DNA ma il corpo ritmico e accudente di chi si è preso cura di noi fin da bambini e quindi soprattutto il corpo delle donne. Non solo quello delle donne, ma soprattutto il corpo delle donne. Da quando in Africa, più o meno trecentomila anni fa, il bingo della selezione naturale ha partorito gli homo sapiens sapiens questi hanno messo costantemente in scena della procedure che oggi con le nostre stesse categorie attuali ci apparirebbero anche come franche pratiche artistiche, proprio per le tecniche e le modalità allora usate, dai più vari materiali fino alla ritmicità sincronizzata nella danza dei corpi, alle musiche e alla messa in scena delle mitologie fondanti le comunità.