Affrontare i Pensieri Intrusivi: Una Guida Pratica

I pensieri intrusivi sono pensieri indesiderati e involontari che si manifestano nella mente in modo persistente e apparentemente senza motivo. Questi pensieri possono essere spiacevoli, angoscianti o inappropriati, causando disagio emotivo. Spesso, le persone si preoccupano di questi pensieri, temendo che riflettano la loro vera natura o che possano avere conseguenze negative. Ciò che caratterizza i pensieri intrusivi è la loro intrusività nella sfera mentale, poiché emergono senza essere invitati o voluti. Possono riguardare vari argomenti, come preoccupazioni, immagini o idee sgradevoli. Ad esempio, pensieri di natura ossessiva, compulsiva, o disturbante possono rientrare nella categoria dei pensieri intrusivi. Affrontare i pensieri intrusivi è un percorso individuale, ma con la giusta consapevolezza e approccio, è possibile mitigarne l’impatto sulla salute mentale. Innanzitutto, riconoscere che i pensieri intrusivi sono comuni e non riflettono necessariamente la realtà è un passo cruciale. Imparare a distanziarsi emotivamente da questi pensieri può ridurne il potere sulla nostra psiche. Tecniche efficaci per gestire i pensieri intrusivi Ecco alcune strategie: 1. Mindfulness: La pratica della mindfulness implica l’osservazione dei pensieri senza giudicarli. Questo aiuta a creare una distanza emotiva, permettendo di non identificarsi completamente con i pensieri intrusivi. 2. Ristrutturazione cognitiva: Questa tecnica coinvolge l’analisi critica dei pensieri negativi. Cerca di sfidare e modificare tali pensieri in modo più realistico e positivo, riducendo il loro impatto emotivo. 3. Accettazione: Accettare che i pensieri intrusivi siano una parte normale dell’esperienza umana può ridurre la loro potenza. Accettare non significa approvare, ma piuttosto riconoscere la loro presenza senza giudizio. 4. Esposizione graduale: Affrontare gradualmente le situazioni o i pensieri che scatenano i pensieri intrusivi può ridurne l’ansia associata nel tempo. Questa tecnica è spesso utilizzata in terapie come la Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC). 5. Distrazione positiva: Concentrarsi su attività piacevoli o impegnative può deviare l’attenzione dai pensieri intrusivi, offrendo un sollievo temporaneo. Bisogna sperimentare diverse tecniche per trovare quelle più adatte alle proprie esigenze. La combinazione di approcci può spesso risultare efficace nel gestire i pensieri intrusivi. Importante è capire che la presenza di pensieri intrusivi non indica necessariamente un problema mentale grave. Tuttavia, se questi pensieri diventano persistenti o causano significativo disagio, può essere utile cercare il supporto di un professionista della salute mentale per esplorare strategie di gestione e comprendere meglio la loro origine. Infine, la gestione dello stress e la cura di sé sono fondamentali. Una buona igiene del sonno, l’esercizio fisico regolare e le attività rilassanti possono contribuire a mantenere la mente in equilibrio, riducendo la frequenza e l’intensità dei pensieri intrusivi.

Oltre il giocattolo: la Doll Therapy nella demenza

La demenza, considerata una priorità di salute pubblica dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e da Alzheimer Disease International, continua a crescere in modo preoccupante nella popolazione globale. Secondo il rapporto dell’OMS “Global status report on the public health response to dementia 2017-2025”, attualmente oltre 55 milioni di persone vivono con la demenza, con previsioni che stimano 75 milioni entro il 2030 e 132 milioni entro il 2050 affetti da Alzheimer o altre forme di demenza. Poiché non esiste una cura per la demenza, diventa cruciale concentrarsi su interventi personalizzati per ridurre i disturbi comportamentali e migliorare il benessere generale degli anziani. Tra le terapie che stimolano funzioni emotive e cognitive, la Doll Therapy emerge come un approccio notevole. Cos’è la Doll Therapy? La Doll Therapy, o terapia della bambola, è un approccio non farmacologico utilizzato nel trattamento dei pazienti affetti da demenza. Britt Marie Egedius Jakobsson, psicoterapeuta svedese ideatrice della terapia, sviluppò la prima bambola negli anni ’90 per il figlio autistico. Questa pratica prevede l’uso di bambole dalle caratteristiche antropomorfe per gestire e attenuare i disturbi comportamentali, nonché per migliorare l’umore nelle persone affette da gravi problemi cognitivi. Questo intervento personalizzato riattiva emozioni positive e comportamenti legati alla cura materna nelle persone anziane affette da demenza grave, contribuendo a tranquillizzarle e a promuovere il benessere psicofisico. Questa metodologia si inserisce nel quadro del Modello di Cura Centrato sulla Persona (PCC) di Tom Kitwood. Egli teorizza la demenza ed i suoi sintomi non solo come risultato di danni neuropatologici, ma come espressione di varie variabili interconnesse, tra cui la storia di vita, la personalità e l’ambiente circostante. L’approccio sotteso a questa filosofia ritiene che un ambiente di vita positivo, arricchito da stimoli adatti alle capacità residue e in grado di recuperare memorie sensoriali, possa influenzare positivamente il comportamento, andando così a soddisfare i bisogni primari. La bambola terapeutica può contribuire a tale obiettivo evocando dinamiche relazionali tipiche dell’infanzia e diventando, specialmente nel caso di persone con demenza grave, uno strumento simbolico, un bambino a cui manifestare affetto.  La teoria alla base della Doll Therapy La Doll Therapy si basa sui principi della teoria dell’attaccamento, elaborata dallo psicologo infantile inglese John Bowlby. Egli sostenne per la prima volta che la ricerca di un legame continuo tra genitore e bambino è una diretta espressione di un istinto primordiale. Il genitore sperimenta infatti un impulso fisiologico a prendersi cura del proprio figlio. A sua volta il bambino, nei primi anni di vita, è naturalmente incline a cercare protezione e cure da parte del genitore. L’attaccamento rappresenta dunque il complesso di dinamiche attraverso le quali genitori e figli stabiliscono un legame istintivo, fondamentale per la crescita stabile e sicura. Nel contesto della Doll Therapy, la bambola assume la funzione di oggetto transazionale, in grado di richiamare profondamente la dinamica primordiale di cura, offrendo un senso di protezione e, di conseguenza, tranquillità agli anziani, soprattutto quando si trovano in situazioni di stress. La bambola consente così di riproporre la dinamica della cura, andando a soddisfare il bisogno di vicinanza, conforto e rassicurazione. La Doll Therapy può essere adottata per pazienti di entrambi i sessi, in quanto le dinamiche sottese sono universali. Le caratteristiche della bambola Le bambole impiegate in questa forma di terapia sono caratterizzate da una consistenza morbida e gradevole al tatto. Sebbene replichino le dimensioni e il peso di un bambino piccolo, le fattezze del viso e i dettagli anatomici sono quelli di un giocattolo. Questa scelta mira a favorire l’identificazione senza suscitare reazioni di spavento o respingimento da parte degli anziani. Il peso della bambola è distribuito in modo tale che, quando viene cullata, ricordi la sensazione di tenere tra le braccia un vero neonato. È possibile poi posizionare la bambola in modo seduto, consentendo di simulare diverse modalità di cura e ampliare le opportunità di interazione. Le braccia e le gambe, inoltre, sono progettate in modo aperto per agevolare l’abbraccio. Gli obiettivi della Doll Therapy All’interno di questo approccio terapeutico, lo scopo primario è offrire agli anziani un’esperienza fondata sul rilassamento e sulla stimolazione sensoriale ed emotiva. Al tempo stesso, la terapia della bambola, vuole focalizzarsi anche sul miglioramento della capacità di relazionarsi con l’ambiente circostante. Andando ad indagare gli obiettivi più specifici che la terapia cerca di ottenere, si possono citare i seguenti: La diminuzione dei disturbi comportamentali associati alla demenza con un incremento del rilassamento e della tranquillità, contribuendo al controllo del fenomeno del wandering (vagabondaggio); Il miglioramento del tono dell’umore e una riduzione gli stati di isolamento sociale, puntando alla creazione di un contesto emotivamente ricco e socialmente coinvolgente; La stimolazione delle abilità cognitive, incentrando il lavoro sull’incremento delle capacità attentive e sulla memoria procedurale; L’infondere esperienze emotive e sensoriali positive, rispondendo ai bisogni affettivi dell’anziano attraverso l’attivazione dei sistemi di accudimento e di esplorazione; La stimolazione della comunicazione puntando a mantenere e potenziare il contatto visivo, incentivare il linguaggio corporeo e favorire l’iniziativa verbale spontanea. Conclusioni In conclusione, la Doll Therapy è un approccio unico che ha dimostrato di avere benefici emotivi e comportamentali per le persone affette da demenza. Tuttavia, è fondamentale considerare le preferenze individuali del paziente e rispettare la loro dignità durante l’implementazione di questa terapia. Nonostante la Doll Therapy potrebbe non essere adatta a tutti, per alcuni potrebbe rappresentare un modo significativo di affrontare le sfide della demenza, migliorando la qualità della vita e promuovendo un benessere emotivo duraturo. Come con qualsiasi intervento terapeutico, la chiave del successo sta nell’approccio personalizzato e nell’attenzione alle esigenze specifiche di ogni individuo. Bibliografia Ellingford, J., Mackenzie, L., & Marsland, L. (2007). Using dolls to alter behaviour in patients with dementia. Nursing times, 103(5), 36-37. Kitwood, T. M. (1997). Dementia reconsidered: The person comes first. (No Title). Miesen, B. (2014). Attachment theory and dementia. In Care-giving in Dementia (pp. 38-56). Routledge. Moyle, W., Murfield, J., Jones, C., Beattie, E., Draper, B., & Ownsworth, T. (2019). Can lifelike baby dolls reduce symptoms of anxiety, agitation, or aggression for people with dementia in long-term care? Findings from a pilot randomised controlled trial. Aging & mental health, 23(10),

Stringere in un abbraccio: un gesto ricco di significato

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Uno dei gesti intimi ed affettuosi dall’alto potere comunicativo è stringere un ‘altra persona in un abbraccio. Il contatto fisico tra due persone è uno degli elementi fondanti le relazioni umane. Esso è non solo sinonimo di intimità, ma anche uno stimolo alla costruzione del benessere psicofisico. L’abbraccio rappresenta, quindi, per l’essere umano uno degli strumenti che, sin dalla tenera età, permette di interagire col proprio mondo circostante. Grazie, infatti, all’abbraccio materno, che funge da holding, da contenimento materno, il bambino ha la possibilità di sperimentare un luogo sicuro, che allevia lo stress. Questo semplice gesto, ricevuto quindi fin dall’infanzia, costruisce così un mattone fondamentale per le proprie relazioni future. Il bambino, e poi l’adulto successivamente, attraverso di esso, sperimenta un abbassamento del cortisolo, noto ormone dello stress, e di conseguenza un miglioramento dell’umore e dello stato di salute. Proprio come il bacio sulla fronte, stringere qualcuno in un abbraccio crea intimità e fiducia, migliorando anche l’autostima, l’amore per se stessi e per gli altri. Spesso ciò di cui si ha veramente bisogno è proprio di un abbraccio, del suo fattore rassicurante. Comunica semplicemente “ io ci sono e sono qui per te”. Nella società attuale, digitale e sempre connessa, il contatto fisico tra le persone si è ridotto sensibilmente, alimentando anche i disturbi psicofisici e relazionali interpersonali distorte. Eppure un semplice gesto, del tutto gratuito, può fare davvero la differenza. Un abbraccio è un piccolo contributo personale a tutela della salute fisica e psicologica sia di chi lo da e sia di chi lo riceve. L’universo non ha un centro, ma per abbracciarsi si fa così: ci si avvicina lentamente eppure senza motivo apparente, poi allargando le braccia, si mostra il disarmo delle ali, e infine si svanisce, insieme, nello spazio di carità tra te e l’altro. ( Chandra Livia Candiani)

Mind Blinding, Empatia e Autismo.

di Ilenia Gregorio Il “Mind blinding” è l’incapacità di comprendere lo stato mentale altrui. Ma qual è il fattore che porta a tale difficoltà nei soggetti affetti di autismo? Inizialmente si pensava che il problema principale fosse una inabilità del soggetto autistico di sviluppare la Teoria della Mente, ovvero la capacità di comprendere da un lato lo stato cognitivo (cosa sta pensando), e dall’altro lo stato affettivo (cosa sta provando) di una persona con cui si vuole interagire. Queste due componenti ci permettono di rapportarci adeguatamente con gli altri e con il mondo circostante. I soggetti con autismo, però, non riescono ad interpretare le informazioni sociali e da ciò deriva l’incapacità di riuscire a comprendere gli stati mentali dei pari: aspetto che viene definito “Mind blinding” e che comporta, come conseguenza, serie difficoltà relazionali. Successivamente la ricerca ha esteso il concetto della Teoria della Mente (definita anche come empatia cognitiva) alla capacità di empatizzazione (o empatia affettiva), ovvero la capacità di riconoscere lo stato mentale altrui e avere una reazione emotiva appropriata ai sentimenti dell’altro. Si è visto infatti che bassi livelli di capacità empatiche negli autistici sono i responsabili delle loro difficoltà a livello relazionale. Un dibattito che ha portato alla formulazione del “double-empathy problem” (Milton et al., 2022 ) ovvero l’assunto che ci sia una bidirezionalità nella non-comprensione di aspetti sociali tra soggetti autistici e soggetti normotipici. Il problema potrebbe riflettere il fatto che non riuscendo a comprendersi l’uno con l’altro finiscano per escludersi a vicenda. Il soggetto autistico così rimarrà sempre più isolato, e non gli sarà concesso di condividere e imparare i comportamenti dei normotipici. Il “double-empathy problem” inoltre sottolinea il fatto che soggetti autistici e normotipici hanno degli stili comunicativi differenti e per questo motivo non riescono a comprendersi vicendevolmente. Quindi l’errore non risiede solo nella persona autistica, perché semplicemente questa ha delle regole differenti, e personali, per codificare ciò che vede (e ciò che non vede) che però non corrispondono alle le regole che generalmente ognuno di noi utilizza per far fronte al mondo sociale. È come se la persona autistica riconoscesse e riuscisse a stare dentro il mondo autistico che però non è conforme al mondo normotipico. Lo stesso ragionamento viene fatto per un soggetto normotipico, che ha delle regole che non gli permettono di riconoscere ciò che si cela dietro il mondo dello spettro autistico (Mitchell et al., 2021). Ad ogni modo, dire che un soggetto autistico “manca di empatia” non è totalmente esatto; l’empatia autistica non è quindi una contraddizione. “Nella ricerca [scientifica] non c’è una definizione standard e concordata di empatia”.  Nonostante i grandi passi in avanti fatti nella conoscenza dei disturbi dello spettro autistico, sia da parte della comunità scientifica che nella consapevolezza del grande pubblico e dei professionisti sanitari, ci sono alcune etichette e semplificazioni che faticano a scollarsi. Ad accomunarle, la tendenza a trattare le diversità come deficit e raramente come differenze, concentrando su questo l’intera narrazione. Tra queste diversità campeggia proprio l’empatia e la convinzione ancora radicata in molti, che chi è nello spettro ne sia privo, incapace di mettersi nei panni del prossimo, di comprenderne stati d’animo, emozioni, sensazioni e di comportarsi di conseguenza. Ci troviamo sicuramente di fronte ad un approccio spesso de-umanizzante ma che si fatica ad abbandonare, nonostante negli ultimi anni sia stato frequentemente messo in discussione, anche perché pone sotto lo stesso “ombrello” tutte le persone autistiche senza tener conto della grande diversità che appunto caratterizza uno spettro. Oggi sappiamo che, così come per le persone neurotipiche, non vi sono due autistici uguali tra loro. Per capire meglio il concetto di empatia, è utile dividerla in tre stadi o momenti differenti: 1.  Il primo riguarda la capacità di notare che una persona sta provando qualcosa 2.il secondo si riferisce al saper identificare di cosa si tratta 3. il terzo riguarda l’idoneità a “reagire” in un modo considerato opportuno. Per gli standard neurotipici, questo significa provare gli stessi sentimenti, immedesimarsi, condividere sensazioni e farlo in un modo che sia adeguato ed evidente all’altra persona. Notare gli indizi sociali tipici nel comportamento o su un volto può essere a volte complicato per un autistico/a, di qualunque età, dunque già al primo punto incontriamo qualcosa sul quale soffermarsi. Seguito, al punto due, da una difficoltà che accomuna molte persone nello spettro: riconoscere e identificare le emozioni altrui (ma anche le proprie). “Quella risata è felice o è, sarcastica? Sta piangendo per la tristezza o per la gioia”? A questo punto, resta “solo” da manifestare una reazione adeguata. Ma le risposte ai segnali emotivi altrui sono pesantemente dettate da norme e aspettative sociali, definite per necessità dalla maggioranza non autistica. Ed ecco un altro punto per il quale gli autistici potrebbero dall’esterno sembrare poco empatici quando in realtà, semplicemente, nella loro reazione non seguono lo stesso ‘copione’ di una persona neurotipica. Ragionando in questi termini, già il cosiddetto deficit di empatia diventa semplicemente un modo diverso di comprendere, interpretare e reagire all’esperienza e al sentire del prossimo. Bisogna quindi, ripensare l’empatia. C’è ancora molto da fare per valutare la bidirezionalità dell’empatia, ma gli studi che mostrano le difficoltà dei neurotipici nell’attribuire stati mentali agli autistici sono già un cambiamento di paradigma positivo. Ed è proprio sulla Bidirezionalità che dobbiamo soffermarci: e se si trattasse, per l’appunto, di un problema di comprensione tra persone che vivono il mondo che le circonda in modo diverso, una difficoltà che rende l’empatia – così come la comunicazione – difficile da parte di un neurotipico verso un autistico esattamente come da parte di un autistico verso un neurotipico? Questo aspetto, come anticipato in diversi studi e all’inizio di questo articolo, è già emerso: per una persona neurotipica, comprendere gli stati mentali di una autistica e leggerne le emozioni non è banale e si parla nello specifico di mind blindness (o mind blinding). Lo stesso Damian Milton, autore di numerosi studi in merito, oltre ad avere un punto di vista dall’interno, in quanto autistico, è noto nell’ambiente per il suo

Mutismo selettivo: cosa succede quando a parlare è il silenzio

Il Mutismo Selettivo non è un fenomeno dovuto a qualche disfunzione organica o ad un’incapacità correlata allo sviluppo, ma è un atteggiamento di risposta ad un forte stato emotivo legato all’ansia. Nonostante vogliano farlo, i bambini con mutismo selettivo NON riescono a parlare fuori casa o in presenza di estranei, si bloccano, e ciò avviene in particolare in luoghi pubblici o nei contesti sociali più ansiogeni come, ad esempio, l’asilo o la scuola. Al contrario di quanto avviene in tali contesti, a casa, negli ambienti familiari e con le persone con cui si sentono a loro agio, si esprimono normalmente e a volte sono dei grandi chiacchieroni. Il Mutismo Selettivo ha un esordio precoce: in genere si presenta all’inserimento nella scuola dell’infanzia o nel primo periodo della scolarizzazione, poiché nell’ambiente scolastico aumentano le aspettative e la pressione affinché il bambino parli. È importante considerare che nel primo mese di scuola dell’infanzia o primaria i bambini possono essere timidi o riluttanti a parlare. È necessario aspettare che questo periodo iniziale sia passato, prima di ipotizzare la presenza del Mutismo Selettivo. Capita però che gli insegnanti tardino a segnalare ai genitori che il bambino a scuola non parla, scambiando il Mutismo Selettivo per semplice timidezza. Come appaiono i bambini con Mutismo Selettivo? Alcuni bambini con Mutismo Selettivo rimangono immobili, non interagiscono, non iniziano un gioco e a volte non rispondono agli inviti al gioco dei compagni. Anche il linguaggio del corpo può essere impacciato, lo sguardo sfuggente e assente, il viso inespressivo. Sembra che ignorino gli altri, mentre in realtà sono così ansiosi e impauriti da essere letteralmente bloccati, tanto da non riuscire a rispondere. È come se si sentissero su un palcoscenico, al centro dell’attenzione ~ proprio quello che vogliono evitare ~ e questo fa aumentare la loro ansia. Altri bambini invece sono meno rigidi e utilizzano forme di comunicazione alternativa; ad esempio usano la mimica o i gesti per comunicare con i loro interlocutori. I bambini con Mutismo Selettivo sono in genere molto sensibili sia alle percezioni sensoriali (rumori, urli, tono della voce molto alto) che al giudizio degli altri: se commettono un errore, possono preoccuparsene tutta la notte; se l’insegnante alza la voce, si chiedono se la colpa è loro. Per questi bambini può costituire un problema non solo il far sentire la propria voce, ma anche il fatto che le persone li VEDANO parlare; infatti, se riescono a bisbigliare qualcosa a qualcuno spesso si coprono la bocca con la mano. Sono bambini molto pignoli e perfezionisti; sono anche abitudinari, perché le novità destabilizzano le loro sicurezze e provocano loro ansia. Per questo motivo i cambiamenti devono essere graduali. Può spesso accadere che in classe restino muti, mentre appena fuori dall’aula o dalla scuola, inizino a parlare con i genitori e a volte anche con qualche compagno. Consigli per gli insegnanti Il primo passo è quello di alleviare l’ansia in classe, creando un clima disteso e rilassato in cui il bambino si senta più possibile a proprio agio. Non considerare oppositivo il comportamento del bambino con Mutismo Selettivo: non c’è intenzionalità nel non parlare anzi al contrario il bambino vorrebbe riuscire, ma l’ansia gli impedisce di farlo, bloccandogli le parole in gola. Non mettere sotto pressione il bambino e non ingannarlo con promesse o ricatti perché parli. Rispettare i suoi tempi. Concedere inizialmente al bambino di utilizzare il linguaggio non verbale. Bisogna graduare le aspettative, fissando obiettivi intermedi. Il bambino non uscirà dal Mutismo Selettivo tutto d’un tratto, serviranno piccoli passi e probabilmente molto tempo. Permettere al bambino di indicare, di usare lo sguardo, l’alzata di mano o di scrivere su un foglio le risposte. Nell’attività del circle-time, non fare domande a tutti, ma lasciare la libertà di intervenire o meno. Evitare gli interventi a turno, perché nei bambini con Mutismo Selettivo l’ansia aumenta quando il loro turno si avvicina. Far sedere il bambino vicino al compagno preferito non di fronte all’insegnante, lontano dalla porta. Fare attenzione alle prese in giro: il bambino non deve essere etichettato come “bambino che non parla”. Spiegare alla classe, concordando prima con il bambino e in sua presenza, che tutti abbiamo paura di qualcosa, e che il compagno sa parlare ma a volte non riesce a far uscire le parole. In questa occasione, ogni compagno di classe avrà lo spazio per parlare delle proprie paure. Si può migliorare l’autostima del bambino affidandogli piccoli compiti e incarichi alla sua portata e favorendo l’attività in coppia o in gruppi di 3 componenti, possibilmente con compagni con cui il bambino si sente a proprio agio. Alcuni bambini con Mutismo Selettivo non amano produrre rumori o suoni, anche meccanici; è utile abituarli a non temere di produrre suoni attraverso il gioco. Sempre attraverso il gioco, possono essere incoraggiati a fare rumore e a produrre suoni con la bocca (risate, soffi, fischi). Quelli che per noi sono gesti scontati, per loro sono grandi passi che costituiscono l’inizio di una comunicazione verbale. Non fare domande dirette al bambino. Nel caso la risposta possa essere un “sì” o un “no”, permettergli di rispondere con un gesto del capo per farlo sentire coinvolto nella conversazione di classe. Tenere presente che se il bambino parla una volta, non è detto che poi parlerà sempre. È anche importante controllare le reazioni quando il bambino pronuncia qualche parola: non bisogna mostrare eccessivo entusiasmo per l’accaduto (“Maestra, X ha parlato!!!”). È probabile che il bambino inizi a parlare con un suo pari piuttosto che con l’insegnante; in questo caso evitate di dire che avete sentito la sua voce. Uno dei problemi per gli insegnanti è la valutazione: si possono utilizzare compiti scritti o chiedere ai genitori di effettuare a casa delle registrazioni mentre il bambino ripete la lezione o legge a voce alta. Si potrebbe dare la consegna a tutti gli alunni e poi ascoltare insieme tutte le registrazioni in classe. Tenere presente che le valutazioni creano tensione ai bambini con Mutismo Selettivo, in alcuni casi anche quelle scritte. Il Mutismo Selettivo rientra pienamente nella definizione dei

Perfezionismo: la ricerca di una realtà che non esiste

Il perfezionismo è la tendenza rigida e talvolta patologica a rifiutare limiti ed imperfezioni in se stessi e nella realtà circostante. Alla base del perfezionismo vi è una illusione infantile. Il bambino vive la prima fase della sua esistenza senza distinzione tra sé e l’esterno, in una dimensione soggettiva di perfezione e onnipotenza. E’ solo quando inizia a riconoscere altro da sé che comincia a confrontarsi con i suoi limiti e con i limiti della realtà che vive. Scopre, ad esempio, che da solo non può procurarsi il cibo, né calore, né affetto. Che tutte queste cose sono possibili nella relazione con l’ambiente e che sono soggette a variabili. A regole e tempi che esistono al di fuori della sua volontà. La ricerca di perfezione è il tentativo di ripristinare questo stato originario, sicuro e rassicurante, a scapito del contatto con la realtà. Una realtà che non esiste Chi aspira alla perfezione ricerca una realtà che non esiste. Vuole sempre eccellere e non commettere errori. Ha una spinta autoesigente, “sii perfetto“, che lo tiene nella costante tensione di dover fare di più e meglio e che gli impedisce di sentirsi soddisfatto. Spesso proietta all’esterno le attese grandiose e il giudizio critico e vive con ansia esperienze e relazioni. Sul versante patologico, vi è un iperinvestimento su tutti questi aspetti che si fanno più rigidi. Vi possono essere vissuti persecutori carichi di angoscia con risvolti autolesionistici. Il perfezionismo può estendersi oltre il rapporto con se stessi, in un corollario di aspettative su come dovrebbero essere gli altri, il mondo, la vita. L’amore, le amicizie, il lavoro, la società risultano deludenti, troppo mediocri per essere apprezzati e tollerati. Vi può essere l’idea di dover essere compresi del tutto, di dover ricevere un’attenzione assoluta, che con l’altro vi debba essere piena corrispondenza, sintonia totale. In questo stato di cose, non potendo trovare gratificazione, la persona vive perlopiù una condizione di frustrazione e malessere. Alcune volte, vi è una maggiore focalizzazione sulle carenze, con una maggiore percezione della sofferenza. Altre volte, un disinvestimento difensivo che porta più verso il ritiro e la rinuncia. La percezione di se stessi e degli altri e le posizioni esistenziali Il perfezionismo può assumere svariati volti. Può manifestarsi in presenza di una percezione di sé svalutante e di una idealizzazione dell’altro, nella posizione esistenziale “Io non sono ok, gli altri sono ok“. In questo caso, la persona vive nel continuo confronto con un ideale irraggiungibile. Non si sente all’altezza delle aspettative e, nonostante tutti i suoi sforzi, sente che ciò che fa e che ottiene non è mai abbastanza. In altri casi, invece, vi può essere il rifugio in una grandiosità narcisistica e nella svalutazione dell’esterno, nella posizione “Io sono ok, gli altri non sono ok“. Questo tipo di difesa consente di evitare il crollo dell’onnipotenza e il contatto con la propria vulnerabilità e i propri bisogni affettivi. Le svalutazione è più ampia ed estesa nella posizione “io non sono ok, gli altri non sono ok“. In questo tipo di atteggiamento esistenziale, nessun aspetto della realtà risulta sufficientemente adeguato ed appagante e vi è il rischio patologico di un ritiro depressivo, di una perdita di speranza e di senso.

La presentazione del sé nei social media

la presentazione del sé

Con presentazione del sé si intende l’atto di trasmettere informazioni che riguardano se stessi ad altre persone. Esso è un fenomeno largamente studiatosi dal sociologo Goffmann. Egli considera le persone come attori, che nella vita interpretano dei ruoli per mettere in scena spettacoli di fronte a un determinato pubblico. In queste rappresentazioni, le persone mostrano solamente una parte della loro identità (quella che risulta più accettabile e credibile dal pubblico). Un altro autore che ha studiato il fenomeno della presentazione del sé è Rogers. Egli sostiene che molti problemi psicologici nascono come conseguenza dell’incongruenza tra il sé reale e il sé ideale. Il sè reale coincide con la rappresentazione che una persona ha di se stessa, mentre quello ideale corrisponde a come una persona vorrebbe essere. COSA SUCCEDE QUANDO LE PERSONE SI PRESENTANO ATTRAVERSO I SOCIAL MEDIA? La popolarità dei diversi social media è probabilmente legata ai vari bisogni sociali che ci permettono di soddisfare. Essi ci consentono di rimanere in contatto con le persone della nostra rete sociale e di fare nuove amicizie. Inoltre, ci permettono di condividere pensieri, emozioni, esperienze, interessi e notizie. E infine, ci offrono un alto grado di personalizzazione e controllo sulla nostra presentazione del sè. La prospettiva del positivity bias sostiene che gli utenti sui social media evitano di rivelare esperienze emotivamente negative e tendono a svelare solo aspetti di sé positivi per stimolare l’attrazione sociale, l’intimità percepita e il benessere psicologico. La presentazione del sé online potrebbe trovarsi in competizione con il sé reale. Da ciò deriva anche il rischio che le persone arrivino a preferire la loro versione online rispetto a ciò che sono realmente. Nonostante la ricerca psicologica abbia ancora molto da comprendere sulla relazione tra il sé reale e la presentazione del sé online, gli studiosi hanno formulato due ipotesi contrastanti. Ipotesi dell’identità virtuale idealizzata: secondo la quale, sui social media sembrerebbe relativamente facile presentare una versione non vera di se stessi. Dunque, le persone tenderebbero a mostrare se stessi con caratteristiche idealizzate. Ipotesi estesa della vita reale: secondo la quale, sui social media le persone integrano varie fonti di informazioni personali e diventano un mezzo per comunicare il loro vero sè. Questa ipotesi nasce dal presupposto che le false rappresentazioni di se stessi possono difficili da nascondere ad amici, famigliari e colleghi. Entrambe le ipotesi sono vere e sembrerebbe che questo dipenda dalla presenza di alcune caratteristiche di personalità. In particolare, da alcuni studi emerge che le persone con più alta autostima tendono a presentarsi online per come sono realmente. Mentre, coloro che hanno un basso livello di autostima, grandi difficoltà nel gestire le proprie emozioni e con un forte desiderio di essere ammirati dagli altri usano il loro profilo per promuovere un’identità virtuale idealizzata. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia

Violenza Ostetrica: Cos’è e Come difendersi

Il termine “violenza ostetrica” fa riferimento agli abusi subiti dalle donne nell’ambito delle cure ostetrico-ginecologiche: non viene agita solo dalle ostetriche, ma anche da ginecologi, infermieri o altri professionisti sanitari. Nella violenza ostetrica rientrano quindi tutte quelle pratiche di intervento non motivate da una reale esigenza clinica: atteggiamenti denigratori, pericolose manovre sulla pancia, attesa per ore in reparto senza assistenza, impossibilità di avere un’adeguata terapia per il dolore, cesareo senza consenso, interventi chirurgici non necessari. Il parto è un’esperienza intensa e importante, che molte donne definiscono trasformativa e fondante. Sicuramente è un’esperienza personale, unica, che ogni donna ha il diritto di vivere secondo il proprio modo di essere e di sentire.  Per esempio alcune donne vorrebbero l’epidurale, altre il parto in acqua, o in casa, o in ospedale e tanto altro ancora. Per questo motivo i genitori dedicano molta attenzione e tempo alla scelta del luogo del parto. Il fatto che alcuni percorsi ospedalieri non prestino alcuna attenzione ai bisogni e alla volontà della donna, imponendole per esempio la posizione da assumere durante il travaglio e il parto, può provocare un effetto dannoso sulla salute di madre e neonato. In Italia ancora oggi manca una legge specifica sulla violenza ostetrica. L’11 marzo 2016 il deputato Adriano Zaccagnini ha depositato la proposta di legge “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”. Per supportare l’iter legislativo per la campagna #bastatacere, che ha raccolto centinaia di testimonianze di donne che hanno vissuto violenze durante il parto.  Successivamente é nato l’Osservatorio sulla violenza ostetrica, che ancora oggi ha l’obiettivo di raccogliere i dati sull’abuso e la mancanza di rispetto nelle strutture ospedaliere e sensibilizzare il pubblico e le istituzioni sul tema.  Denunciare la violenza ostetrica è ancora complesso, perchè spesso non ci sono prove dell’accaduto, e inoltre intraprendere una causa implica alti costi e un certo coinvolgimento emotivo, per donne che spesso vorrebbero solo dimenticare l’accaduto.  L’Osservatorio italiano sulla violenza ostetrica per questo chiede di potenziare i meccanismi di segnalazione interni agli ospedali e istituire sistemi di feedback del personale e delle utenti. Comunque, la responsabilità della violenza ostetrica non è solo dei singoli operatori sanitari: le condizioni di lavoro stressanti, la mancanza di personale e la carenza di formazione peggiorano il problema.  Comunque oggi qualcosa sta cambiando, e diverse strutture sanitarie si stanno orientando verso una maggiore naturalità del parto. Nei consultori di diverse regioni, a seguire le donne con gravidanze fisiologiche sono le ostetriche e non più i ginecologi, e solo se subentra una patologia viene coinvolto un medico. Anche l’approccio del personale è sempre più attento alla sfera emotiva e psicologica della donna.

Il labirinto delle scelte e il disimpegno morale

Quante volte facciamo pensieri non proprio giusti anche nei confronti degli altri, ma poi abbiamo il senso di colpa. E allora per giustificarci mettiamo in atto il disimpegno morale. Il disimpegno morale emerge come un’ombra sottile ma molto potente, che incide in maniera significativa sulla nostra mente. Entrare nel labirinto delle scelte e del disimpegno morale è molto difficile e cercheremo di farlo con le parole di Albert Bandura. Secondo lo psicologo, il disimpegno morale implica meccanismi attraverso i quali le persone cercano di ridurre il senso di colpa legato alle proprie azioni. Il disimpegno morale sembra quasi una strategia collegata alla situazione che l’individuo mette in atto. Come agisce il disimpegno morale Spesso la mente oscilla tra senso e non senso. Per questo motivo nel labirinto delle scelte sottovalutiamo la responsabilità personale e attribuiamo la scelta di alcune azioni a circostanze al di fuori del nostro controllo. Inoltre cerchiamo di giustificare le azioni sbagliate sostenendo che erano necessarie per risolvere una situazione difficile: ecco il disimpegno morale. E’ come un vicolo buio che può presentarsi quando ci troviamo di fronte a scelte difficili. Si tratta di una sensazione che ci spinge a prendere decisioni che, nel nostro cuore, sappiamo essere sbagliate. Cosa fa la persona che mette in atto il disimpegno morale? La persona cerca di deumanizzare le scelte, minimizzando le conseguenze. Nel labirinto delle scelte e del disimpegno morale, un ragazzo che prende parte ad azioni crudeli anzichè assumersi la responsabilità, potrebbe impegnarsi in un disimpegno morale e dire a se stesso: “Non è colpa mia. Sono stato solo coinvolto”. Ricordiamo che la vera forza non sta nel nascondersi dietro il labirinto del disimpegno morale, ma nell’andare avanti con decoro anche quando il percorso è difficile. Il labirinto del disimpegno morale richiede impegno, pensiero e consapevolezza delle nostre azioni. Essere consapevoli e coerenti con i nostri principi significa mantenere la bussola morale nella giusta direzione.

Quale relazione tra disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa?

L’insicurezza lavorativa è un indicatore di lavoro precario che si riferisce alla paura di perdere il proprio posto di lavoro. La precarietà lavorativa è un processo soggettivo, involontario e incontrollabile che anticipa la perdita di una situazione lavorativa che si desidera mantenere. È una rilevante fonte di stress, con conseguenze negative sulla salute mentale delle persone. Nello specifico, sono stati osservati effetti sul benessere psicologico, sulla depressione, sull’ansia e anche in relazione all’ideazione suicidaria, nonché al benessere fisico. Disuguaglianza di genere e insicurezza lavorativa Diversi sono i fattori che influenzano l’insicurezza lavorativa. Oltre al contesto socioeconomico, si è osservato come anche la disuguaglianza di genere e, in generale, la situazione delle donne nel contesto sociale e culturale possa influire sull’insicurezza lavorativa. Esistono ampie prove empiriche che mostrano le discriminazione che le donne subiscono sul posto di lavoro [1], che si ripetono e aumentano nel corso degli anni. Ciò si traduce in fenomeni specifici come il divario retributivo di genere, la segregazione professionale, tassi più elevati di lavoro part-time e informale tra le donne, nonché un maggiore onere del lavoro di cura.  La disuguaglianza sociale tra uomini e donne si verifica in tutti gli ambiti della vita, ma è nel mondo del lavoro che è particolarmente evidente e preoccupante. In questo scenario, la precarietà del lavoro potrebbe essere un fenomeno che risente di questa disuguaglianza. La ricerca di Menéndez-Espina et al. (2020) Menéndez-Espina et al. (2020) hanno sviluppato uno studio con lo scopo di identificare come la disuguaglianza di genere e l’insicurezza lavorativa siano correlate. Per fare ciò, hanno sviluppato uno studio predittivo della precarietà del lavoro, suddiviso per genere, considerando le variabili sociodemografiche e lavorative come antecedenti. Il campione comprendeva 1.005 dipendenti (420 uomini e 585 donne) di età compresa tra 18 e 65 anni residenti in Spagna. La domanda posta dalla ricerca è: i fattori demografici e lavorativi legati all’insicurezza lavorativa hanno un effetto diverso su donne e uomini? Questa domanda si basa sulla posizione più debole che tipicamente occupano le donne nel mercato del lavoro, insieme ad altri fattori legati anche a una maggiore difficoltà di accesso al lavoro. Tale ricerca ha confrontato i risultati di uomini e donne per studiare l’influenza del contesto sociale e culturale sull’insicurezza lavorativa. In generale, è stato riscontrato che le differenze tra uomini e donne rispetto allo sviluppo dell’insicurezza lavorativa riflettono la disuguaglianza di genere sul lavoro. Le donne hanno mostrato un punteggio più alto nella precarietà lavorativa rispetto agli uomini. Inoltre, è stato confermato come il livello di insicurezza lavorativa aumenta nel caso in cui ci si trovi in una posizione lavorativa debole, come il lavoro informale, i contratti temporanei, il lavoro part-time e si abbia subito un taglio salariale nell’ultimo anno, ma in modo diverso negli uomini e nelle donne. I risultati relativi all’influenza dell’istruzione riflettono una realtà in evoluzione: mostrano come l’insicurezza lavorativa cresce anche ai livelli educativi e professionali più elevati nel campione maschile. La sua rilevanza nel gruppo degli uomini e non in quello delle donne potrebbe essere collegata alla loro tendenza a concentrarsi maggiormente sulla carriera professionale, mentre le donne sono costrette a dividere la propria attenzione tra lavoro e famiglia. Inoltre, questo è uno dei fattori che genera la segregazione occupazionale, in particolare il cosiddetto soffitto di cristallo. Si osserva che le variabili del successo e della carriera professionale (categoria lavorativa, reddito familiare), mantenute e riprodotte dai ruoli tradizionali, diventano più importanti negli uomini. Al contrario, le donne sono condizionate da un ambiente lavorativo altamente discriminatorio e segregante che spesso le sottopone a percentuali più elevate di povertà lavorativa, lavoro part-time, discriminazione, salari più bassi, ecc. Queste circostanze determinano le aspettative di entrambi i sessi, quindi anche l’insicurezza lavorativa percepita varia.  L’insicurezza lavorativa, quindi, colpisce entrambi i gruppi di genere, ma le condizioni in cui cresce questa percezione sono significativamente influenzate dalla disuguaglianza di genere. Tali risultati dimostrano come la reale uguaglianza sul lavoro non è ancora stata raggiunta. La vita delle donne è condizionata dalla loro duplice presenza in due tipi di lavori: sia nei lavori retribuiti che nel lavoro necessario alla cura e al mantenimento della famiglia. Continua ad esistere la necessità di un profondo cambiamento sociale riguardo ai ruoli di genere, che equipara le condizioni di uomini e donne sia nell’ambiente di lavoro che nei percorsi di vita. Nel frattempo, le misure di parità e di equilibrio di questi contesti di disuguaglianza aiutano a compiere ulteriori passi in quella direzione, come l’attuazione di politiche efficaci di uguaglianza, non discriminazione e conciliazione per entrambi i sessi. Si tratta di un fenomeno che deve essere affrontato con un approccio olistico che consideri sia il livello individuale (riparativo), sia quello sociale (organizzativo e contestuale). Fonti Menéndez-Espina S, Llosa JA, Agulló-Tomás E, Rodríguez-Suárez J, Sáiz-Villar R, Lasheras-Díez HF, De Witte H and Boada-Grau J (2020) The Influence of Gender Inequality in the Development of Job Insecurity: Differences Between Women and Men. Front. Public Health 8:526162. doi: 10.3389/fpubh.2020.526162 [1] Buonocore F, Russo M, Ferrara M. Work–family conflict and job insecurity: are workers from different generations experiencing true differences? Community Work Fam. (2015) 18:299–316. doi: 10.1080/13668803.2014.981504