Le disuguaglianze di genere influiscono sulla salute delle donne?

Nella maggior parte delle società esistono disuguaglianze di genere tra donne e uomini nelle responsabilità assegnate, nelle attività intraprese, nell’accesso e nel controllo delle risorse, nonché nelle opportunità decisionali. Tali disparità, spesso, derivano dal più ampio contesto socio-culturale, che comprende anche il concetto di genere, gli attributi sociali e le opportunità associate all’essere maschio e femmina. In base alla definizione riportata da Global Health 50/50[1], il termine genere si riferisce alle norme socialmente costruite che impongono e determinano ruoli, relazioni e potere. Questi vengono appresi attraverso processi di socializzazione e sono mutevoli e specifici del contesto/tempo. Il genere determina ciò che è previsto, consentito e valutato in una donna o in un uomo in un determinato contesto. Modella il modo in cui ci comportiamo, agiamo e sentiamo, determina le nostre posizioni e ruoli nella società. Inoltre, ha un impatto sulla salute e sul benessere, influenzando sia i nostri comportamenti individuali sia come il sistema sanitario risponde ai nostri bisogni. Le disuguaglianze di genere colpiscono in particolar modo le donne su vari aspetti della loro vita, anche in quello della salute. Le donne sono particolarmente colpite da sfavorevoli fattori socio-economici e psico-sociali[3]. La disuguaglianza di genere si trasforma in rischio per la salute attraverso valori, norme, credenze e pratiche discriminatorie; esposizioni differenti e suscettibilità a malattie; pregiudizi, anche nei sistemi sanitari e nella ricerca sanitaria. Inoltre, le disuguaglianze di genere contribuiscono anche ad aumentare i livelli di stress e ansia[2]. L’uguaglianza di genere nella salute significa che tutte le persone hanno il diritto di realizzare il loro pieno potenziale per condurre una vita sana, contribuire allo sviluppo della salute e beneficiare dei risultati di questo sviluppo[1]. Lo studio di Roxo, Bambra e Perelman (2021)[3] ha analizzato come le differenze di genere hanno influenzato la salute fisica e mentale in Europa negli ultimi anni e come i livelli di parità e uguaglianza di genere nella società potrebbero aver modellato questi cambiamenti. Il grado di salute è stato analizzato attraverso una domanda self-report posta ai partecipanti. Il livello di disuguaglianza di genere è stato valutato attraverso il Gender Equality Index (GEI), un indice che mira a monitorare l’evoluzione dell’uguaglianza di genere in tutti i paesi europei. I risultati mostrano come le donne hanno maggiori probabilità di segnalare problemi di salute, nello specifico il 17% in più degli uomini, senza alcuna diminuzione significativa delle disuguaglianze di genere. I gruppi con meno istruzione hanno sperimentato le maggiori disuguaglianze di genere. I Paesi con una maggiore uguaglianza di genere nella società, ovvero con un punteggio GEI più alto, hanno mostrato maggiori problematiche di salute dovuti alle disuguaglianze di genere. La cattiva salute è quindi più comune nelle donne. Le disuguaglianze di genere sono spiegate, nella ricerca, dalle disparità socioeconomiche tra uomini e donne. Donne con un basso status socio-economico e inoccupate potrebbero dover affrontare problematiche di salute maggiori. Infatti, quando si tiene conto del livello di istruzione e dell’occupazione, le donne hanno persino un piccolo vantaggio in termini di salute rispetto agli uomini. I risultati mostrano che le disuguaglianze di genere nella salute sono persistenti tra il 2004 e il 2016, con una diminuzione non significativa. Questo immobilismo può essere correlato anch’esso alla bassa occupabilità femminile. Il divario occupazionale, infatti, è stato già descritto come uno dei principali fattori alla base delle disuguaglianze di genere nello stato di salute. La partecipazione femminile alla forza lavoro può infatti avere effetti benefici sulla salute delle donne, promuovendone l’emancipazione economica, l’interazione sociale e l’autostima. Tuttavia, le disuguagliante nella salute basate sul genere sono persistenti nonostante l’aumento della parità di genere nelle società, ovvero con l’aumento del GEI. Questo perché la parità di genere implica 2 movimenti necessari: l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e una maggiore partecipazione degli uomini ai compiti domestici e familiari[3]. Da solo, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro potrebbe non essere sufficiente per porre fine alle disuguaglianze di genere poiché le donne potrebbero essere maggiormente gravate dalle disuguaglianze nella divisione del lavoro domestico. Come sostiene Caroline Criado Perez nel libro “Invisibili” (2020), < l’espressione “donna lavoratrice” è una tautologia. Non esiste una “donna non lavoratrice”: esiste tutt’al più una donna che non viene pagata per il suo lavoro>, in riferimento alla mole di lavoro domestico e familiare a carico principalmente delle donne. L’Italia in particolare sembra aver avuto un significativo aumento del GEI nel 2015, passando negli anni da un alto livello di disuguaglianze di genere a un parziale miglioramento della situazione, attestandosi però ancora su un livello medio, mostrando significative disuguaglianze. Sebbene le società stiano diventando più eque, le disuguaglianze persistenti nell’occupazione e nel reddito portano ancora a differenze di salute sostenute tra uomini e donne[3]. Le differenze nell’istruzione e nell’occupazione hanno un ruolo nel plasmare le disuguaglianze di genere in materia di salute. Purtroppo la pandemia COVID-19 ha dato un duro colpo all’occupazione femminile in Italia e, di conseguenza, al raggiungimento della parità di genere. Secondo i dati ISTAT, il 70% di chi ha perso il lavoro nel 2020 è donna: hanno perso il lavoro 312.000 donne su un totale di 444.000 persone. In più, gli stipendi delle donne lavoratrici sono più bassi, in media, del 20% rispetto agli uomini. La parità di genere è riconosciuta come una delle più importanti determinanti della salute e dello sviluppo economico. Nonostante questo riconoscimento, la parità di genere rimane una questione complessa. Bisogna attuare una trasformazione culturale che permetta l’inclusione di valori di trasparenza, onestà, equità e giustizia per realizzare una vera uguaglianza di genere per tutti, ovunque. Parità di genere non significa che donne e uomini diventeranno uguali, ma che i diritti, le responsabilità e le opportunità di donne e uomini non dipenderanno dal fatto che siano maschio o femmina. Implica che gli interessi, i bisogni e le priorità sia delle donne che degli uomini siano presi in considerazione, riconoscendo e valorizzando la diversità dei gruppi. Raggiungere la parità di genere non è semplicemente funzionale per la salute e lo sviluppo. Il suo impatto ha ampi benefici collettivi, è una questione di
Le Distorsioni Cognitive. Consigli pratici per correggere alcuni errori di pensiero

di Angela Belotti A quanti di voi è capitato di attribuire un esito negativo, catastrofico, a una determinata situazione? Quante volte vi siete svalorizzati di fronte a un compito o avete etichettato qualcuno ancor prima di conoscerlo? Le convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro spesso dipendono da modi sbagliati di osservare la realtà e di ragionare che sono detti Distorsioni cognitive (o errori di pensiero). Iniziano spesso nell’infanzia, anche per l’influenza del comportamento dei genitori, e sono poi attivati da eventi e situazioni stressanti. Di fatto, sono modalità disfunzionali di interpretare le esperienze. Tutti noi quotidianamente tendiamo a fare continui errori di pensiero. Quando abbiamo un pensiero automatico, però, possiamo provare ad identificare mentalmente, verbalmente o per iscritto il tipo di errore che stiamo facendo. Di seguito, verranno riportate le distorsioni cognitive più frequenti e dei consigli utili per correggerle. 1. PENSIERO “O TUTTO O NULLA” E’ chiamato anche pensiero in bianco e nero. Vediamo una situazione in soli due modi contrapposti, in due categorie, invece che in un continuum. Gli eventi vengono visti tutti bianchi o neri, buoni o cattivi. Ci possiamo sentire perfetti o completamente imperfetti. Non esiste una via di mezzo. Quando usiamo il pensiero “tutto o nulla” seguiamo binari prestabiliti e rigidi. Ad esempio: “Se non mi realizzo nel lavoro, la mia vita sarà un completo fallimento”. CONSIGLIO: Evita giudizi del tipo “bianco o nero” e inizia a pensare in percentuale. Non si è solo buoni o cattivi, solo tristi o solo felici, solo amati o solo rifiutati. A seconda della situazione o dello stato d’animo, ad esempio, non saremo completamente preoccupati o per niente preoccupati per un problema ma solo in una piccola percentuale. 2. PENSIERO CATASTROFICO Prediciamo il futuro in maniera negativa senza considerare altri possibili esiti o sviluppi. Ci si aspetta in continuazione che avvenga un disastro. Siamo sempre all’erta perché ci aspettiamo che arrivi da un momento all’altro la temuta tragedia. Pensando in questo modo al futuro si creano intense reazioni di ansia. Ad esempio: “Se non mi risponde al telefono è perché sicuramente ha avuto un incidente”. CONSIGLIO: Cerca sempre delle prove reali, concrete prima di arrivare a delle conclusioni. Se hai la tendenza ad esagerare ed utilizzare spesso parole come “tremendo”, “che tragedia”, “è troppo per me”, quando possibile, quantifica quel concetto, o il tuo pensiero su una scala da 0 a 10. Usa il seguente schema per controbattere il tuo pensiero o la tua situazione: • Che prove ci sono a favore della mia conclusione? • Che prove ci sono contro la mia conclusione? • Conclusione alternativa. Evita di pensare in termini assolutistici. Comincia ad evidenziare tutte le affermazioni o assunzioni che fanno uso di termini come “sempre”, “mai”, “nessuno”, “niente”, “tutto”, “tutti”. In questo modo diventerai meno rigido e più flessibile nel formulare giudizi e opinioni specialmente se comincerai ad utilizzare concetti come “posso”, “alcune volte”, “spesso”, “frequentemente”. 3. SQUALIFICARE O SVALUTARE IL POSITIVO Irragionevolmente ci diciamo che le nostre esperienze, azioni o qualità positive non contano, non hanno valore o, nello stesso modo rifiutiamo o svalutiamo il nostro fisico o parti di esso, non attribuendogli alcun valore. Ad esempio: “Ho eseguito bene quel compito ma tutti ne sarebbero capaci, non ho fatto nulla di speciale!” CONSIGLIO: Per contrastare il tuo pensiero, mettilo in discussione. Per aprirti a convinzioni più funzionali e reali domandati: • Che prove ci sono a favore della mia conclusione? • Che prove ci sono contro la mia conclusione? • Conclusione alternativa. 4. PERSONALIZZAZIONE Crediamo che gli altri si comportino negativamente a causa nostra, senza prendere in considerazione spiegazioni più plausibili per il loro comportamento. Ad esempio: “mi tratta male perché non valgo nulla” CONSIGLIO: Abituati a pensare che qualsiasi cosa gli altri dicano e facciano non dipende necessariamente da te o dal tuo comportamento. Valuta ragionevolmente adducendo prove reali, i pensieri e gli eventi che ti portano a concludere che tutto dipende esclusivamente dalla tua persona. Bibliografia Semerari, A. (2000). Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva. Editori Laterza.
Le Dipendenze Tecnologiche

di Aldo Monaco Oggi, più o meno tutti, abbiamo un rapporto diretto con i mezzi tecnologici. C’è chi chiede ad Alexa come preparare la panna da cucina, chi deve connettersi con Skype per vedere la fidanzata a migliaia di chilometri, chi cerca informazioni per una ricerca universitaria, chi si rilassa giocando ad un gioco di ruolo e chi ama fare acquisti su Amazon. Ad accomunare tutte queste esperienze digitali è il rapporto che noi intratteniamo col mezzo/programma informatico, il quale, come accade in ogni tipo di relazione, non è mai neutro e indifferente: può farci entusiasmare, può farci sperimentare sensazioni di gratificazione e benessere, può farci perdere il controllo, può farci sentire insofferenti e rabbiosi (penso a fenomeni come il tecnostress e al computer rage); fenomeni che ben fanno comprendere come queste esperienze tecno-mediate siano capaci di farci emozionare. Tale rapporto, come hanno dimostrato diversi esperti e studi psicologici, generandoci delle esperienze emotive, si inserisce nella grande area che purtroppo può portare alle dipendenze. Tuttavia, sebbene la maggior parte di noi sia concorde nel considerare che una sostanza chimica sia capace di instaurare un meccanismo di gratificazione, e probabilmente di dipendenza, in tanti invece avrebbero delle riserve sulle capacità di questo nuovo genere di esperienze emotive di ricreare lo stesso tipo di effetto legato alla dipendenza. Il fascino di questo genere di esperienze tecno-mediate presenta diverse similitudini con le classiche situazioni tossicomaniche. Come quest’ultime infatti, anche il “cyberdipendente” attraversa una fase iniziale di “luna di miele” la cui scoperta di questi nuovi mondi sensoriali – straordinari e appaganti – finalmente sembra dare delle risposte immediate a tutti i bisogni, a tutto quello che la realtà tende a rendere complesso. Queste “dipendenze senza droga” fan così ben percepire che si può essere dipendenti nei confronti di sensazioni ed esperienze provocate da qualcosa che viene agito e non solo ingerito. Come tutte le forme di dipendenza, il profilo di questo genere di individui si caratterizza per: • una vulnerabilità narcisistica: profonda fragilità e insicurezza nei confronti dei sentimenti di fallimento e umiliazione, i quali portano la persona ad aggrapparsi ad una qualunque “soluzione autoriparativa”; • la dipendenza psicologica: un senso di sé estremamente legato alla reazione/approvazione degli altri; • l’intolleranza agli affetti: l’impossibilità e l’incapacità di sopportare sensazioni dolorose le quali, vista la loro natura penosa, devono essere “rimpiazziate” con qualcosa che le neghi e le allontani a scopo difensivo come succede con gli alcolici, il cibo, il gioco d’azzardo e come succede sempre più spesso per mezzo di questo nuovo tipo di dipendenze (shopping online compulsivo, cybersesso, trading online compulsivo, giochi online ecc); • compulsività generalizzata: comportamenti che l’individuo mette in atto – in modo coatto e sempre più disperato – perdendo il controllo di sé, pur sapendo essere dannosi per sé, i famigliari, gli amici, il proprio ambito lavorativo, sanitario, legale e finanziario; • l’impulsività: una persona incapace cioè di ritardare le gratificazioni, orientata al presente, all’appagamento immediato, non pianificato; Ciò che denota primariamente la vita psichica di questi individui è la possibilità di distruggere e dissipare, il più velocemente possibile, ogni tipo di sentimento legato alla rabbia, all’ansia, alla colpa, alla tristezza con “soluzioni esterne” capaci di “riparare”, seppur momentaneamente, lo stato d’animo e la coesione di sé. Queste nuove dipendenze sono possibili perché, differentemente dalle tecnologie tradizionali che consentivano la conoscenza e il possesso del mondo reale, esse sono capaci non soltanto di manipolare direttamente il modo e la realtà fisica ma anche di modificare il nostro stato mentale, la nostra sensorialità e percettività, i confini identitari, il nostro stato cosciente: si pensi ai visori della realtà aumentata i quali, simulando i processi di funzionamento della mente, divengono la fonte privilegiata di emozioni/sensazioni appaganti seppur scaturite da dimensioni del tutto simulatorie e mendaci e non da parti del sé, del proprio corpo o della propria mente. I comportamenti di abuso da internet si articolano rispetto alla poliedricità e la multifunzionalità della rete. Possiamo così elencare le più comuni tipologie di fenomeni di dipendenza online: • Gioco d’azzardo online: si comincia per caso e, senza rendersene conto, il bisogno di giocare d’azzardo aumenta esponenzialmente. Esso inoltre coinvolge sempre più gli adolescenti che, usando le carte di credito dei genitori, arrivano anche a mentire, a fare piccoli furti ecc; • Dipendenza da cybersesso: Essa si caratterizza per la ricerca di materiale pornografico (immagini, giochi, film) ma anche per la frequentazione, tramite webcam, di sex-room virtuali il cui fascino iper-realistico rende appagante l’esperienza del sesso virtuale. Tale appagamento, per alcuni, è tanto soddisfacente (seppur accompagnato, a lungo andare, da un sentimento di colpa, vergogna e inadeguatezza) da diventare gradualmente la principale fonte di gratificazione sessuale tanto da ridurre, mano a mano, l’interesse per il partner reale; • Dipendenza da cyber relazioni: questa forma di dipendenza può manifestarsi come conseguenza di un rifiuto di conoscersi realmente per mantenere un’immagine virtuale di sé, o meglio, idealizzata di sé. Questo genere di relazioni sono particolarmente investite di aspetti fantasmatici: l’altro è immaginato in modo tale da rispondere ai proprio bisogni soggettivi e affettivi più che a quelli oggettivi e reali della persona con cui si entra in contatto; • Dipendenza da giochi di ruolo online: questa forma di dipendenza riguarda in particolare modo gli adolescenti ma anche tutte quelle persone che compiono un ritiro dal mondo reale per abitarne uno del tutto virtuale (privo della complessità e della contraddittorietà tipica delle relazioni reali) con cui immedesimarsi in un personaggio fino identificarsi quasi completamente. La persona tenderà così a dedicare gran parte del proprio tempo al gioco e al proprio personaggio mettendo conseguentemente in crisi i rapporti interpersonali, gli impegni scolastici/lavorativi e dunque la vita reale. • Trading online compulsivo: Tra i vari abusi patologici di internet quest’ultimo viene considerato uno dei più pericolosi e più diffusi. Oggi infatti le app di business sono tante e tutte di facile intuito, velocità e semplicità d’uso tanto da permettere sia al piccolo investitore che ai grandi operatori finanziari di intervenire sui principali mercati economici. Esse danno
Le critiche al corpo altrui nel body shaming

Bersaglio facile di critiche e giudizi negativi è il corpo altrui. Oggi si sente spesso parlare di body shaming perpetuato sia nella vita reale, ma ancor di più attraverso i social media. In questo fenomeno dilagante, il corpo diventa oggetto di offese, scherno e critiche anche molto pesanti. L’atteggiamento tipico è quello di indurre vergogna in qualcuno per una caratteristica fisica che non rispecchia gli standard di bellezza imposti dalla società. Ed ecco che il peso eccessivo, la peluria, la cellulite, muscoli non tonici, capelli diradati diventano alcune delle caratteristiche prese maggiormente di mira. Il problema principale di questo comportamento è legato alle conseguenze dirette sulla vittima. Spesso, pur riconoscendo obiettivamente, i propri difetti fisici, la persona bersagliata amplifica ulteriormente le critiche ricevute. La caratteristica fisica non è più una peculiarità che distingue dagli altri, ma assume la forma di un tormento interiore che causa ansia, depressione e fobia sociale. La fragilità della propria autostima, delle insicurezze corporee e relazionali creano un malessere interno, che compromette molte sfere. La modalità con cui sono mosse queste critiche non genera, quindi, nella vittima uno sprono al miglioramento. Al contrario, accuse e intimidazioni portano ad una chiusura in se stessi e ad una convinzione che quanto dicano gli altri sia verità assoluta. Adattarsi a questa situazione, però altera profondamente la percezione della propria immagine corporea. Ci si conforma così ai dettami di una società fondata su valori distorti di uguaglianza e libertà, in cui la massa non permette le differenze e l’individualità. Il body shaming è diventato uno degli esempi in cui la società si è involuta: non è più lo scherno tra bambini, l’innocuo prendersi in giro, che finiva con le risate di tutti. Le critiche oggi sono diventate purtroppo non solo pubbliche, ma anche deleterie e intrise di cattiveria, oltretutto gratuita.
Le conseguenze emotive del Covid-19

Sara Schiattone Dottoressa in Psicologia Clinica e Promozione della Salute, espone le conseguenze emotive del COVID-19 e la a relazione tra queste in un tipo particolare di tecnica chiamata ristrutturazione cognitiva, facente parte della psicoterapia cognitivo comportamentale. Il COVID-19 ha avuto un forte impatto a livello psico-sociale nella vita di tutti noi basti pensare al lockdown, al distanziamento sociale e alla chiusura di enti istituzionali. Per capire la sua portata drammatica nella nostra vita è stata condotta una ricerca il 10 ottobre 2020 giornata mondiale per la salute mentale, in cui emerge che molte persone in alcuni paesi europei hanno mostrato durante il lockdown sintomi di disturbi mentali. Questa ricerca ha coinvolto sei paesi europei: Italia, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Germania e Polonia. In particolare nei tre paesi più colpiti dal COVID-19, ovvero Italia, Spagna e Gran Bretagna, oltre il 60% delle persone durante il lockdown per più di 15 giorni ha cominciato a sviluppare sintomi di disturbi mentali Come: disturbi del sonno, sintomi d’ansia come gli attacchi di panico e sintomi depressivi, come mancanza di energia nello svolgere quelle attività quotidiane che prima della pandemia venivano svolte in maniera più naturale e più serena. La sofferenza chiaramente non può essere eliminata ma come ci insegna Albert Ellis psicologo statunitense, la sofferenza può essere ridimensionata può essere vista come più tollerabile può essere vissuta come meno intensa. Secondo Albert Ellis, infatti non è tanto l’evento che scatena sofferenza, ma è il pensiero che noi attribuiamo all’evento che scatena una conseguenza emotiva. Per questo motivo ha fondato negli anni 50 la Rational Emotive Behavior Therapy, terapia razionale emotiva, credendo che ci fosse una forte correlazione tra commozione, emozione e comportamento.
Le comunità virtuali quali risorse per i rapporti sociali durante l’Emergenza Sanitaria COVID-19

di Francesca Dicè da Psicologinews Scientific Negli ultimi mesi, l’emergenza legata alla pandemia da COVID-19 ha comportato, c o m ’ è n o t o , u n ’ i m p o r t a n t e compromissione dei rapporti sociali, con notevoli costi sul piano piano psichico, L’isolamento forzato, infatti, insieme ai molteplici vissuti di angoscia legati alle preoccupazioni per la pandemia (soprattutto sanitarie ed economiche), ha contribuito a generare quella che l’OMS ha descritto come pandemic fatigue (WHO, 2020; Coffey et al., 2020; Niemi et al., 2020). Si tratta di una serie di sintomi psicologici ascrivibili a stati di ansia, agitazione, umore basso, rabbia, triste ed irrequietezza (WHO, 2020), naturalmente aggravati dalla mancanza di socialità, alla quale la maggior parte delle persone (in particolare gli adolescenti) hanno tentato di rimediare ricorrendo a canali di comunicazione multimediale. È opinione diffusa che essi, nonostante siano utili ad agevolare l’interazione fra persone lontane, difficilmente possono garantire anche lo scambio delle dinamiche affettive che veicolano le loro relazioni. Ciò non è sempre vero: nel corso degli ultimi anni, infatti, si sono largamente diffuse le comunità virtuali (Reid, 1991; Dicé, 2016), composte principalmente da adolescenti e giovani interessati ad uno specifico argomento. Esse sono un fenomeno assai dilagante, grazie al quale gli utenti interagiscono tra loro attraverso forum, Social Network o i programmi di messaggistica istantanea. Ormai non si può più negare che questo tipo di interazioni costituisca una vera e propria rete sociale (Tosoni 2004; Kang et al, 2013; Huxhold et al, 2013; Stuart et al., 2012), alla quale si può partecipare avvalendosi della propria identità reale o ricorrendo a degli pseudonimi (nickname) e ad immagini di riferimento (avatar), e v i t a n d o , p o t e n z i a lme n t e , o g n i collegamento con la realtà fisica dei partecipanti (Tosoni 2004; Kang, 2013; Dicé, 2016). La possibilità di costruire una nuova identità in ambito virtuale trova spesso una declinazione nella partecipazione, soprattutto da parte degli adolescenti, alle piattaforme virtuali che ospitano gli scenari dedicati ai giochi di ruolo (Tosoni 2004; Park et al., 2011; King et al. 2013), in cui i giocatori assumono l’identità di un personaggio, in un’ambientazione narrativa, che può ispirarsi ad un romanzo, ad un film, ad una qualsiasi fonte creativa, storica o di pura invenzione (Grouling 2010; Sacco, 2010; Schick, 1991; Tychsen, 2006; Dicé, 2016). In passato, l’uso massivo di queste comunità virtuali hanno destato grande preoccupazione n e l l a comunità scient ifica, poiché indubbiamente agevolavano la tendenza all’evitamento dell’esperienza sociale da parte dei soggetti a rischio. Durante la crisi pandemica, invece, tali comunità si sono r i v e l a t e l ’ u n i c a p o s s i b i l i t à d i mantenimento (o addirittura di creazione) di relazioni sociali e, talvolta, anche affettive; il gioco di ruolo online, invece, si è rivelato l’unica possibilità di ricorrere a modelli identificativi ai quali puntare, attingendo a personaggi della letteratura o del cinema, contribuendo così allo sviluppo della loro identità adulta. Credo che queste questioni siano molto importanti per la nostra professione. Il lavoro psicologico infatti, soprattutto quello con gli adolescenti, può sempre più guardare a queste esperienze sociali con apertura ed interesse, considerando lo spazio virtuale come una possibilità (in mancanza di altro) di usufruire di uno spazio prossimale in cui crescere ed evolversi. I ragazzi vanno sicuramente guidati nel comprenderne limiti e risorse per la loro salute psichica, ma senza indugiare in atteggiamenti valutativi che rischierebbero di solo allontanare l’incontro clinico. È infatti possibile che tali tipologie di interazione possano p e r p e t u a r e , ma g a r i i n ma n i e r a predominante, nei primi tempi successivi la fine dell’emergenza pandemica, e che il ritorno alle relazioni sociali in presenza possa necessitare di un fisiologico tempo di riadeguamento prima di verificarsi nella sua interezza. Credo anche che sia fondamentale sostenere i genitori nella gestione delle loro giuste preoccupazioni per questi comportamenti, in particolare per le interazioni con persone sconosciute ed il talvolta prolungato indugiare davanti ai d i s p o s i t i v i e l e t t r o n i c i . I l l o r o comprensivo monitoraggio non può risolversi in controlli invasivi ed autoritari (requisizione del dispositivo, accesso di nascosto agli account) che rischiano di causare solo l’insorgenza di dinamiche conflittuali che minino dolorosamente alla relazione familiare. È opportuno che tali comportamenti vengano adeguatamente monitorati dal mondo adulto poiché, in presenza di condizioni emozionali delicate o strutture di personalità fragili, possano degenerare in stati psicopatologici o, comunque, poco utili al benessere psichico e sociale dell’adolescente. Sarebbe importante però porsi in una posizione di ascolto e di osservazione, al fine di identificare l’effettiva connessione dei rapporti virtuali ad eventuali segnali di disagio emotivo dei ragazzi. È fondamentale inoltre, per noi psicologi, creare approfonditi spazi di scambio dialogico su di essi al fine di stemperare l a p r e s e n z a d i p r e o c c u p a z i o n i esclusivamente dovute ad una mancanza di comprensione delle nuove realtà relazionali degli adolescenti (Dicé, 2016). Bibliografia Coffey C.S., MacDonald B.V., Shahrvini, B. et al. (2020). Student Perspectives on Remote Medical Education in Clinical Core Clerkships During the COVID-19 Pandemic. Med.Sci.Educ.https://doi.org/10.1007/ s40670-020-01114-9 Dicé F. (2016). Una vita in rete. Storie di giovani su internet. In: Blasi R., Spazi per adolescenti. Una raccolta di esperienze di operatori dell’Azienda Sanitaria Locale Napoli 2 Nord. Casalnuovo di Napoli: IOD Edizioni. ISBN: 9788899392093 Grouling J. (2010), The Creation of Narrative in Tabletop Role-Playing Games, M c F a r l a n d & C o m p a n y , I S B N 978-0-7864-4451-9. Huxhold O., Fiori FL, Windsor TD (2013), The dynamic interplay of social network
LE BRAND COMMUNITIES OGGI

Nonostante esistessero già prima dell’avvento dei social media, oggi le brand communities sono sempre più diffuse e presenti. Le brand communities non sono geograficamente definite, ma sono formate da un gruppo di consumatori (brand adores) che sono seguaci fedelissimi di un certo brand, con il quale condividono una relazione e un committment molto forte. Esse non nascono sempre per iniziative del brand, ma spesso hanno vita propria e tendono a emergere spontaneamente. Le brand communities sono basate sul concetto di tribù urbane. Secondo alcuni studiosi l’identità delle persone è guidata dal desiderio di appartenere e deriva dalla partecipazione a neo-tribù, cioè community in cui sentimenti, empatia, emozioni rappresentano la base del gruppo. Estendendo quest’idea alle brand communities, i consumatori creano legami con altre persone sulla base di sentimenti ed emozioni legate all’acquisto di un determinato brand e grazie a queste connessioni rafforzano la loro identità. I membri delle brand communities non solo sentono un’importante connessione con il marchio, ma anche tra loro nonostante magari non si siano mai visti. Far parte di una community serve sia per creare un senso di comunità e sia per esprimere la propria identità. Le brand communities possono essere identificate da tre caratteristiche: Coscienza condivisa, che si declina in un senso di appartenenza molto forte Riti e tradizioni: i membri sono sentimentalmente legati a tradizioni che hanno un particolare significato per loro e per la marca Responsabilità morale, che si esprime come senso del dovere nei confronti dei membri della stessa community e del brand Perché una persona sceglie di unirsi a una brand community? Esistono tre macro-motivi: Per soddisfare il bisogno innato e basico di socialità: l’uomo per natura ha bisogno di socialità, di connettersi con gli altri e condividere esperienze Per esprimere la propria identità Perché essere parte di una community guida in alcuni processi di decision making: la condivisione di valori con una community può essere d’aiuto nei processi di decision making rispetto ad alcune scelte di vita, soprattutto quando le informazioni sono scarse e ambigue. Dunque, in conclusione per un’azienda è molto importante capire come rapportarsi alle brand communities. In passato, tentativi di prendere le redini del gruppo e di influenzare la community in maniera diretta ha avuto scarso successo. Una soluzione potrebbe essere quella di valorizzarle e farle sentire apprezzate, senza volerle influenzare e manipolare. Al contrario, potrebbe essere molto efficace garantire un supporto nelle loro varie iniziative. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological Foundations of Marketing: the keys to consumer behavior. New York: Routledge
Le abilità del terapeuta sul cambiamento del paziente: il metodo FIS

Le abilità del terapeuta sul cambiamento del paziente: il metodo FIS. Riconosciuta l’equivalenza di efficacia tra i vari orientamenti in psicoterapia (American Psychological Association, 2013), una delle linee di ricerca più promettenti riguarda lo studio degli effetti del terapeuta. Essi si riferiscono all’influenza (positiva o negativa) che i terapeuti hanno sui risultati dei loro pazienti. Si è scoperto che l’effetto del terapeuta rappresenta tra il 3% e il 15% della varianza nei risultati di terapia (Baldwin e Imel, 2013; Wampold e Owen, 2021). In questo panorama teorico, il gruppo di ricerca capitanato da Anderson (2009), crea il compito FIS (Facilitative Interpersonal Skills), per esaminare il grado in cui le abilità interpersonali, indipendentemente dall’orientamento teorico, avrebbero previsto i risultati del paziente. In altre parole, gli autori cercano di determinare se ciò che una persona fa per aiutare un’altra persona in difficoltà (tecniche specifiche) è più o meno importante del modo in cui tenta di aiutare (fattori relazionali comuni) (Anderson et. al, 2013). Il compito FIS Gli autori presumono che le abilità interpersonali che compongono il compito FIS siano importanti facilitatori del cambiamento. Le FIS aiutano i terapeuti a impegnarsi, stabilire e mantenere la relazione terapeutica attraverso la combinazione di otto abilità: fluidità verbale, espressione emotiva, persuasività, speranza/aspettativa positiva, calore/accettazione/comprensione, empatia, capacità di legame di alleanza e capacità di risposta alla riparazione della rottura dell’alleanza (Anderson et al., 2009, 2019). Si presume che queste abilità incoraggino gli individui che soffrono di disagio psicologico ad avviare il cambiamento verso un miglioramento del benessere emotivo. Nel metodo di valutazione FIS, ai partecipanti viene chiesto di immaginare di sottoporsi a uno scambio interpersonale mentre guardano videoclip di sessioni di terapia con pazienti “scomodi”. In un punto strategico della simulazione, il video viene messo in pausa e ai partecipanti viene chiesto di assumere il ruolo del terapeuta e di rispondere al paziente. La risposta viene registrata, e valutata da valutatori formati, attraverso le otto abilità. Le vignette I creatori hanno lavorato per includere una varietà di esperienze interpersonali difficili che emergono in terapia. Hanno pertanto rappresentato: un cliente arrabbiato e conflittuale, un cliente passivo e ritirato, un cliente confuso e arrendevole e un cliente controllante e incolpatore (Anderson et al., 2009). Queste clip sono state scelte per rappresentare liberamente i diversi stili di comunicazione sul circomplesso interpersonale (Anderson, Crowley et al., 2016). Una volta che i partecipanti hanno visualizzato gli stimoli video e hanno risposto al punto strategico, le registrazioni video delle risposte vengono valutate. La valutazione delle risposte viene completata da valutatori addestrati che valutano otto elementi utilizzando una scala a 5 punti che va da 1 (deficit di abilità/non caratteristico) a 5 (presenza ottimale di abilità/estremamente caratteristico). Risultati La letteratura attuale ha fornito promettenti prove dell’affidabilità del sistema di valutazione FIS. I terapeuti con FIS più elevate hanno tassi maggiori di miglioramento nei risultati del cliente, indipendentemente dall’esperienza clinica. Quest’ultima, infatti, influenza i risultati di terapia, nella misura in cui rende più veloce il cambiamento da una sessione e l’altra di terapia. A quanto dice la ricerca, quindi, il modo in cui si sta accanto al paziente, sembrerebbe influenzare il cambiamento più di ciò che si fa in terapia! La risposta è, dunque, nella semplicità dell’essere.
Lavoro: il 2022 è l’anno dei record per le dimissioni volontarie

Negli ultimi due anni la pandemia e i cambiamenti che ci siamo trovati ad affrontare, hanno portato ad una vera e propria restaurazione del lavoro. Il lavoro agile e la ricerca dell’equilibrio tra vita privata e professionale, hanno innescato dei fenomeni di massa come la Great Resignation, la Yolo Economy e il Quiet Quitting. Gli scenari che hanno caratterizzato il 2019 erano il preludio di una situazione ben più radicata, che ha raggiunto il suo apice nell’anno appena trascorso. Stando ai report sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro, infatti, emerge che le dimissioni registrate nei primi nove mesi del 2022 ammontano a oltre 1,6 milioni, il 22% in più rispetto allo scorso anno. Un dato record che ci spinge a riflettere sulle cause di questa tendenza controcorrente che sta diventando sempre più diffusa. Tra le motivazioni indagate nel report dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, spicca una condizione diffusa di malessere psicologico sperimentato nell’ambiente di lavoro. I livelli di ansia e stress lavoro correlato sono due importanti campanelli d’allarme che dicono tanto sullo stato di salute psicologica di un’organizzazione. Una delle paure più diffuse dei lavoratori di oggi è quella di cronicizzare lo stress e cadere nella trappola del burnout. La ragione delle dimissioni di massa è proprio la ricerca di condizioni migliori che possano migliorare la qualità di vita. Nasce la necessità di non accontentarsi più, di reiventarsi per ambire a un ambiente di lavoro più sano in cui crescere e dar sfogo alle proprie ambizioni. Questa ritrovata consapevolezza ci spinge a ricercare un lavoro con un salario più consono; una ripartizione delle ore di lavoro che permetta di coltivare la propria vita privata, i propri affetti e interessi; e che ci faccia sentire realizzati e valorizzati. Questa ennesima Great Resignation è il riflesso di una profonda trasformazione della nostra società. Il Covid 19 ha costretto le persone a rivedere le proprie priorità, spostando il baricentro della propria vita su elementi tanto essenziali quanto trascurati. Il lavoro non può più essere un aspetto totalizzante della vita, ma un tassello in un puzzle molto più ampio, fatto di relazioni e affetti.
Lausanne Trilogue Play: il dietro le quinte del gioco

In passato, la psicologia dello sviluppo concentrava la sua attenzione principalmente sulla relazione diadica madre-bambino. Tuttavia, oggi è evidente che la diade padre-bambino, la relazione triadica tra entrambi i genitori e il figlio, così come il contesto più ampio delle relazioni familiari e delle relative dinamiche, rivestono un’importanza paritaria. Un metodo efficace per esplorare lo stato di salute delle relazioni familiari consiste nell’utilizzare il gioco come indicatore, e a tale scopo si rivela utile il Lausanne Trilogue Play (LTP). Il contesto del Lausanne Trilogue Play L’uso dell’LTP può estendersi a diversi contesti, tra cui quello clinico, integrandolo in terapie familiari e interventi per sostenere la genitorialità. Tuttavia, non è insolito che questo strumento venga adottato in situazioni di conflitto tra genitori, che possono culminare in separazioni o divorzi. In alcune circostanze, infatti, il Giudice può incaricare un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) per valutare diverse aree legate alle capacità genitoriali. Il percorso del CTU per rispondere alle domande del Giudice è complesso e coinvolge molteplici strumenti e procedure di valutazione. Tuttavia, nell’indagare le interazioni legate alle relazioni familiari, il CTU può anche avvalersi dell’LTP. In questi casi, il gioco può rivelare aspetti significativi sulle capacità delle figure coinvolte di riorganizzarsi in modo funzionale dopo l’evento separativo. In che cosa consiste? Le diverse versioni dell’LTP presentano variazioni, ma condividono tutte l’elemento centrale in cui il bambino interagisce con i genitori, e viceversa, attraverso un’attività piacevole, ossia il gioco. Le modifiche si manifestano in base alla fase di sviluppo del bambino e coinvolgono principalmente la disposizione del mobilio e il compito da svolgere. Ad esempio, si potrebbero utilizzare i Lego per i più piccoli, incoraggiandoli a costruire insieme, mentre per i più grandi potrebbe essere assegnato un compito di narrativa, chiedendo loro di inventare una storia. La famiglia partecipa al gioco seguendo regole specifiche, chiaramente spiegate durante l’introduzione del compito. Questa interazione ludica viene registrata su video e successivamente analizzata. La struttura del Lausanne Trilogue Play L’organizzazione strutturata delle attività familiari si sviluppa attraverso diverse fasi, offrendo un quadro dinamico per la partecipazione di genitori e figli: Nella fase iniziale, denominata “due + uno”, un genitore coinvolge attivamente il figlio nel gioco, mentre l’altro assume il ruolo di osservatore partecipante. Questo approccio consente al genitore attivo di stabilire un legame diretto con il bambino, mentre l’osservatore partecipante può osservare gli elementi della dinamica familiare in modo più distante ma coinvolto; Successivamente, nella seconda fase, i ruoli dei genitori si invertono, promuovendo una variazione nell’interazione e consentendo ad entrambi di sperimentare il coinvolgimento attivo e l’osservazione partecipante; La terza fase, chiamata “tre insieme”, vede entrambi i genitori collaborare attivamente con il figlio nella costruzione del gioco, sottolineando l’importanza della cooperazione familiare; Infine, nella quarta fase, di nuovo in modalità “due + uno”, entrambi i genitori discutono dell’attività svolta mentre, questa volta, è il figlio a svolgere il ruolo di osservatore. Questa struttura ben definita permette di esplorare varie dinamiche relazionali, offrendo un’opportunità completa per il coinvolgimento attivo e la riflessione all’interno del contesto familiare. Cosa si osserva La valutazione della dinamica familiare durante l’attività ludica è suddivisa in quattro componenti chiave, ciascuna essenziale per comprendere le relazioni all’interno del nucleo familiare: La partecipazione: si concentra sull’inclusione di tutti i membri, enfatizzando il coinvolgimento attivo nell’attività; L’organizzazione: esamina la chiarezza dei ruoli familiari; L’attenzione focale: valuta il grado di concentrazione sul gioco e sugli altri partecipanti; Il contatto affettivo: esamina il clima emotivo, valutando le connessioni tra i membri. Questi elementi offrono un quadro per analizzare le dinamiche relazionali durante l’attività ludica, considerando inclusività, organizzazione, attenzione e contatto affettivo. Conclusione Il compito proposto, centrato sul gioco, è basato sulla competenza naturale del minore in questa attività. La dimensione ludica assume un significato simbolico, agevolando la transizione tra mondi fantastici e realtà. In questo contesto giocoso, il minore acquisisce un senso di controllo sulla situazione, permettendo la discesa delle barriere difensive e l’emersione dei suoi vissuti. La natura non stressante dell’ambiente sperimentale crea uno spazio sicuro, consentendo al minore di esplorare e comunicare liberamente, senza sentirsi obbligato a esprimere pareri o opinioni. Questo approccio si dimostra altamente efficace nel rivelare le dinamiche delle relazioni familiari attraverso l’osservazione delle interazioni durante il gioco, fornendo un’opportunità unica per comprendere in modo approfondito il modo in cui il minore si relaziona con i genitori. In sintesi, l’utilizzo di questa metodologia ludica si configura come un valido strumento per esplorare e analizzare le dinamiche familiari in modo approfondito. Bibliografia Fivaz-Depeursinge, E., Corboz-Warnery, A., & Riva Crugnola, C. (2000). Il triangolo primario: le prime interazioni triadiche tra padre, madre e bambino. R. Cortina. Malagoli Togliatti, M., & Mazzoni, S. (2006). Osservare, valutare e sostenere la relazione genitori-figli. Margolin, G., Gordis, E. B., & John, R. S. (2001). Coparenting: a link between marital conflict and parenting in two-parent families. Journal of family Psychology, 15(1), 3. McHale, J. P. (2007). When infants grow up in multiperson relationship systems. Infant mental health journal, 28(4), 370-392.