Laboratori psicoeducativi per la gestione delle emozioni

Laboratori psicoeducativi per la gestione delle emozioni
La violenza psicologica sul minore

Quando si può parlare di violenza psicologica sul minore?è sempre il genitore ad esercitare la violenza psicologica?dubbi e chiarimenti. La violenza assistita ed intrafamiliare è una particolare forma di violenza e di maltrattamento che avviene tra le mure domestiche e coinvolge l’intero nucleo familiare. Quando questi atti di violenza si svolgono all’interno della famiglia ed in presenza di minori, si parla di “violenza assistita”, una forma molto pericolosa per lo sviluppo del bambino. Può infatti essere la causa di gravi conseguenze emotive, cognitive e comportamentali, ma anche uno sviluppo e una crescita disfunzionali. La violenza psicologica, così come la violenza assistita, non prevede necessariamente azioni fisiche e dirette, bensì può riguardare anche azioni indirette. Rientrano infatti nei casi di violenza psicologica le azioni e i comportamenti che, indirettamente, hanno una influenza negativa e violenta sui figli. Questi casi, purtroppo, sono ancora nascosti e poco conosciuti, in quanto la violenza psicologica agisce nell’ombra e passa spesso inosservata, lasciando lo spazio solo alla violenza puramente fisica. PAS: la sindrome di alienazione parentale Con questo termine si intende una forma di violenza psicologica sui figli che coinvolge direttamente sia figli che genitori. E’ una dinamica psicologica disfunzionale che può avere effetti gravissimi: emotivi, comportamentali, di sviluppo e di crescita. Può avvenire in presenza di una coppia coniugata e convivente, ma anche e soprattutto in presenza di genitori separati, o in procinto di separarsi. Ricordate che nella maggior parte dei casi la PAS si verifica proprio nel momento in cui i genitori si stanno separando o si sono appena separati. Una situazione molto comune vede un genitore che vuole controllare il coniuge e l’intera situazione familiare, attraverso il figlio. Si tratta di condotte e comportamenti manipolatori, che causano una vera e propria violenza psicologica sui figli. Il minore diventa un mezzo di sfogo per genitori in conflitto: per un padre violento e manipolatorio, da un lato, e per una madre vittimizzata che cerca sostegno, dall’altro. In questa situazione, un figlio non riuscirà ad instaurare un legame significativo, reale e concreto con nessuno dei due genitori, perché non in grado di sostenerlo per un sereno ed equilibrato sviluppo. L’abbandono Altra forma di violenza psicologica è rappresentata dall’abbandono del minore. L’abbandono non è dunque una violenza fisica, ma è una trascuratezza che rientra nelle forme di violenza psicologica. Il termine trascuratezza fa riferimento ad una inadeguata attenzione da parte delle figure genitoriali nei confronti dei bisogni evolutivi e delle necessità del bambino. E‘ una particolare forma di maltrattamento e di abuso. L’iperprotezione Con iperprotezione si intende un eccesso di cure, di protezione, di paure e di ansie da parte del genitore verso i figli: è proprio il contrario della trascuratezza. Non è un reato, bensì è una errata modalità educativa, che può portare a gravi conseguenze per lo sviluppo del minore. I genitori che crescono i figli (dis-educano, possiamo dire) usando una educazione di questo tipo, sono generalmente genitori spaventati, ansiosi a loro volta, chiusi, critici e autoreferenziali. E’ una modalità educativa che può includere fare regali costosi, promettere di diventare come la mamma da grandi, bandire attività più libere o vacanze a contatto con molta gente. Il bambino così cresce con un eccesso di ansie, preoccupazioni e paure nei confronti del mondo esterno e degli altri, da non permettergli una corretta crescita psico-fisica. L’eccesso di accudimento e di attenzioni comporta un isolamento del minore dalle attività scolastiche e ricreative, impedendo i rapporti sociali con i coetanei. Così facendo vengono violati i diritti del bambini, causando una vera e proprio violenza psicologica sui figli. Le forme di violenza psicologica sono quindi varie, è però importante che un genitore, un parente, o una persona inerente un contesto di riferimento del bambino segnali adeguatamente le violenze o il sentore delle stesse. I genitori possono essere sostenuti sia da un punto di vista personale che familiare. L’importante è salvaguardare il benessere psicologico del bambino e l’adulto che sarà.
La violenza domestica nelle CTU

La violenza domestica nelle CTU: la vittimizzazione secondaria. Il tema della violenza di genere è sempre più trattato in letteratura. Siamo sempre più sensibili a forme di violenza differenti da quelle fisiche, subdole e sottili dinamiche di potere che aleggiano nei diversi contesto. Il percorso è però ancora lungo, e valori androcentrici sono ancora profondamente radicati (ne parlo nel mio ultimo articolo) non solo nel contesto familiare, quanto in quello istituzionale. È il caso delle separazioni giudiziarie e le consulenze tecniche per l’affido dei minori. In altri termini, lo step successivo a quando la donna riesce ad emergere dal circolo della violenza (Walker, 1979) e incontra le istituzioni. Il campo di indagine sulla violenza domestica è pieno di pregiudizi. Quando la donna vittima di violenza pensa che il peggio sia passato, è lì che prosegue una violenza perpetrata dagli stessi servizi. Uno studio (Saccuzzo e Johnson, 2004) ha dimostrato che solo il 35% di donne vittime di violenza ottiene l’affido esclusivo dei figli, contro il 46% di donne che non hanno una storia di violenza domestica alle spalle, nelle cause di affido. Inoltre, il 10% di padri accusati di perpetrare violenza ottengono l’affido esclusivo, contro il 9% dei padri che non è stato accusato di violenza. Le donne che trovano il coraggio di denunciare gli abusi, semplicemente non vengono credute, in ciò che è il fenomeno della vittimizzazione secondaria. Sono inondate di domande poco empatiche: <<Perché non hai denunciato prima? Se avevi paura perché non sei andata via prima?>>, ignorando la dinamica interna che per definizione caratterizza il fenomeno della violenza affettiva. CTP e CTU non adeguatamente formati sottovalutano o minimizzano la violenza nel caso di affido genitoriale, attraverso domande accusatorie, invasive, diffidenti. La donna vittima di violenza non si presenta bene. La vittima non sa dirti le date, le dinamiche dei fatti, sembra poco credibile. Ma questo significa non sapere riconoscere la violenza e i danni di un maltrattamento, di un PTSD e del perdurare degli effetti dello stress e della paura cronica che queste donne hanno. Vuol dire non riconoscere dal punto di vista clinico gli effetti della violenza (Baccaro, 2008), a discapito del diritto alla bi-genitorialità. Quello della bi-genitorialità è un diritto sacrosanto, ma non va applicato in modo asettico, senza tener conto delle dinamiche della coppia. Nei casi di violenza domestica, la bi-genitorialità non ha portato buoni risultati. I CTU chiedono alla donna di superare il “complesso della vittima”, pena l’essere considerata una cattiva madre, rabbiosa, incapace di elaborare i propri conflitti. La richiesta è che la donna superi la violenza subita a favore di una collaborazione attiva con il padre, per il benessere dei figli. E la consulente di parte della donna vittima di violenza? Vive ugualmente il vissuto di impotenza e violenza che l’istituzione impone loro. “Anch’io, come queste donne, vittime di violenza, non sono creduta in un momento così importante. E a volte mi chiedo: ma se fossi un uomo cambierebbe qualcosa? Sarei creduta professionalmente? E mi arrabbio anche perché ci si sente dire “ma non la vedi questa donna? Mandala da un professionista (es. psichiatra) che la segua” e queste frasi sono di una violenza incredibile. E la donna viene medicalizzata, non riconoscendo gli effetti di una violenza agita in modo intenzionale e che persevera e continua durante la CTU, una violenza quindi durante la comunicazione con i vari servizi” (Baccaro, 2008).
La valutazione della condizione di disabilità per l’assegnazione dei benefici previsti dalla L. 68/99. Alcune considerazioni

di Francesca Dicè La “68/99” è la legge dell’ordinamento italiano che regola il collocamento mirato ed ha lo scopo di agevolare l’integrazione delle persone con disabilità sul mondo del lavoro (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Essa si occupa di tre grandi categorie di lavoratori: invalidi civili, invalidi del lavoro, invalidi di guerra e per servizio (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021; Babetto, 2021). La valutazione legata all’assegnazione dei benefici da essa previsti è ad opera delle Commissioni Medico Legali previste dall’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale; in esse, nello specifico, vi è l’importante apporto dell’Operatore Sociale Esperto Ratione Materiae, ruolo che può assunto da uno psicologo o un assistente sociale (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). La commissione ha il compito di valutare le risorse che la persona con disabilità può mettere al servizio del suo operato all’interno del contesto lavorativo, approfondendo il suo potenziale occupazionale e le sue possibilità di utilizzare costruttivamente le misure e le opportunità messe a loro disposizione (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Il criterio sottostante l’applicazione della legge 68/99 riguarda principalmente il concetto che la persona con disabilità è un cittadino che ha diritti e doveri pari a tutti gli altri (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Ha dunque il diritto di lavorare in considerazione sì delle sue difficoltà (siano esse fisiche, cognitive o psichiche, e più o meno invalidanti) ma anche delle sue preferenze, della sua formazione, delle sue competenze e delle sue potenzialità di crescita professionale (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Nonostante tali aspetti normativi, talvolta risulta ancora molto complicato, nel la maggioranza dei casi, accedere al mondo del lavoro (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021); le persone infatti incontrano contenti che non riescono sempre a gestire le loro necessità, la loro collocazione e il loro inserimento, così come anche luoghi in cui non è sempre possibile rimuovere completamente le barriere (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). L’applicazione completa e generalizzata della legge 68/99, dunque, richiederebbe una rivoluzione culturale che determini importanti ricadute sull’intero sistema lavorativo (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Tale rivoluzione credo inizi proprio dal lavoro di valutazione delle risorse delle persone con disabilità operato all’interno delle Commissioni Medico Legali; definirle con precisione ed attenzione, infatti, potrà aiutarle a trovare un contesto lavorativo specificamente adatto a loro, in cui potranno sentirsi completamente accolte e sostenute, e che potranno contribuire attivamente a rendere ancora più inclusivo ed adeguato (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Se fatto con passione e competenza, il lavoro di valutazione può essere l’inizio di un efficiente percorso volto a promuovere l’integrazione di tutte le persone e ridurre ogni tipo di discriminazione, nel mondo del lavoro ed in ogni contesto sociale (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Bibliografia Babetto A. (2021). Inserimento lavorativo disabili: il problema è davvero la Legge 68/99? Retrieved from https://bit.ly/ 3BcL3BQ Bottà M. & Seta E. (2021). Inclusione lavorativa disabili. Una proposta. Retrieved from https://bit.ly/3uFMyXW Pronello M. (2020) L’ inclusione lavorativa delle persone disabili. Retrieved from https://bit.ly/3Jm600g
La valenza psicoeducativa del metodo Montessori

La valenza psicoeducativa del metodo Montessori
La tutela psicoeducativa dei minori profughi

La guerra in Ucraina, a cui stiamo assistendo, richiede una lettura a maglie larghe. Spesso i bambini e i ragazzi, che fuggono dalla guerra, arrivano in Italia privi dell’assistenza dei genitori o di chi ne fa le veci. Per questo motivo sono definiti minori stranieri non accompagnati (MSNA). In realtà, per leggere il fenomeno nella sua complessità, occorre l’ analisi dei singoli fili e degli intrecci vari. Intrecci che richiedono di spostare l’attenzione dalla politologia alla psicologia; una psicologia che tutela, dal punto di vista psicoeducativo, i minori nei contesti scolastici. L’ascolto attivo come forma di tutela psicoeducativa La tutela psicoeducativa si sostanzia anche attraverso l”ascolto attivo”, un ascolto che dà senso e significato alle parole di chi parla; dove chi ascolta, riflette e non giudica. Sono tante le scuole che predispongono percorsi di accoglienza per minori stranieri. Alcune istituzioni scolastiche prevedono sia la presenza di mediatori culturali sia di psicologi. Questo lavoro sinergico è fondamentale per la buona riuscita del progetto di tutela psicoeducativa e accoglienza. Il mediatore culturale è in grado di conoscere la cultura e la lingua del paese di provenienza del minore. Lo psicologo è,invece, la figura più adatta a rinoscere i segni e i segnali evocatori di un possibile disagio che vive il minore. Lo scopo di questa alleanza è fare in modo che i minori profughi riescano ad apprendere e a “star bene” nei contesti scolastici, garantendo il loro benessere soggettivo. Il benessere soggettivo è da intendersi come la soddisfazione di vita e l’equilibrio tra le emozioni positive e quelle negative (Diener et al., 1999). La tutela psicoeducativa dei minori profughi diventa l’obiettivo da raggiungere. Un obiettivo che richiede il rispetto per la cultura di appartenenza del minore. Ed è in questa prospettiva attenta alla tutela psicoeducativa e all’ascolto, che “abbracciamo” i minori profughi. In conclusione non dimentichiamo mai che la cosa di cui hanno più bisogno gli esseri umaniè il l desiderio sconfinato di essere ascoltati (Eugenio Borgna, psichiatra).
La tricotillomania in età evolutiva

Definizione e trattamento della tricotillomania nei bambini. Con il termine tricotillomania si definisce un disturbo che consiste nel rimuovere dal proprio corpo capelli, peli, ciglia o sopracciglia senza finalità estetiche. All’interno del Manuale Diagnostico dei Disturbi mentali (DSM 5) rientra nella sezione del Disturbo Ossessivo Compulsivo. I criteri diagnostici per la diagnosi di tricotillomania proposti dal DSM5 sono i seguenti: A. Strapparsi ricorrentemente i propri capelli, con conseguente perdita degli stessi; B. Ripetuti tentativi di ridurre o interrompere tale comportamento; C. Tirarsi i capelli causa disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento; D. Strapparsi i capelli o la perdita dei capelli non è attribuibile ad un’altra condizione medica; E. Strapparsi i capelli non è meglio spiegato da i sintomi di un altro disturbo mentale (APA 2013). Secondo diversi ricercatori, esistono numerosi fattori di rischio che potrebbero portare all’insorgenza di tale disturbo. Tra questi, pensieri disfunzionali o emozioni spiacevoli (noia, ansia, senso di solitudine); cambiamenti, situazioni di stress e di tensione emotiva; conflittualità familiare. In concomitanza dello strappo, le emozioni “negative” aumenterebbero d’intensità fungendo a loro volta da fattori predisponenti per lo strappo e instaurando un circolo vizioso difficile da interrompere. Il trattamento della tricotillomania Le linee guida proposte dal Trichotillomania Learning Center riportano che la terapia cognitivo-comportamentale è il trattamento più utilizzato con i bambini, adolescenti e adulti. In particolare, il trattamento comportamentale include tre elementi fondamentali: training di consapevolezza che include tecniche per comprendere quando insorge l’urgenza di strappare il capello; stimulus control che include metodi per ridurre la probabilità che inizi il comportamento di strappare; training di risposta incompatibile dove si insegna un’azione che sia incompatibile con lo strappare il capello. E’ buono che queste tecniche vengano integrate con un training di rilassamento e tecniche cognitive per cogliere i pensieri disfunzionali che si associano al comportamento di strappamento dei capelli.
La Triangolazione nel Sistema Familiare

In psicologia, il termine triangolazione rappresenta una specifica dinamica relazionale nella quale la comunicazione e le interazioni tra due individui non avvengono direttamente, ma sono mediate da una terza persona. Il concetto di triangolazione si è sviluppato principalmente nell’ambito della terapia familiare (Bowen, 1985) per identificare una modalità di gestione della tensione e dei conflitti all’interno di un rapporto significativo. Secondo Bowen, i rapporti diadici (es. tra marito e moglie, tra fratelli, o tra genitore e figlio) sono intrinsecamente instabili durante situazioni di stress. Quando tali situazioni si verificano, si ricorre quindi ad una terza persona che viene messa in causa per diminuire o gestire lo stress. Anche se la triangolazione non è di per sé negativa, un utilizzo abituale di questa strategia può diventare un vero e proprio elemento di tossicità psicologica all’interno di un rapporto affettivo. All’interno di sistemi familiari particolarmente disfunzionali, la triangolazione può anche coinvolgere i figli, i quali vengono chiamati in causa da uno o da entrambi i genitori per gestire o diminuire lo stress emotivo legato al loro conflitto interpersonale. La triangolazione diventa dunque disfunzionale quando causa eccessivo stress alla terza parte della configurazione triangolare, quando impedisce la risoluzione del conflitto della diade anziché contribuire a risolverlo, e/o quando viene utilizzata deliberatamente per garantirsi un maggior controllo della relazione Di solito nel sistema familiare, la triangolazione si verifica quando l’aumento della tensione relazionale tra i coniugi viene gestito e contenuto coinvolgendo uno dei figli: questa alleanza con “un altro più vulnerabile” mira alla costruzione di una relazione più stabile. La triangolazione, dispiegandosi da una generazione all’altra, rende sempre più difficile il processo di individuazione dei singoli membri della famiglia, fino ad arrivare ai casi estremi di simbiosi familiare in cui la non differenziazione del sé di ciascuno è massima. Secondo Bowen è un tipo di coazione a ripetere applicata alle generazioni, in cui ogni generazione fa ricadere la sofferenza su quella successiva (Hoffman L, 1984) L’aspetto patologico della triangolazione intergenerazionale risiede nel fatto che le risorse psicologiche ed emotive del bambino vengono utilizzate per regolare il conflitto tra adulti, a scapito dei suoi bisogni evolutivi. In questo modo si realizza un processo di delega che, di generazione in generazione, che porta avanti la richiesta di soddisfacimento di bisogni originari rimasti inappagati. Inoltre, la posizione di funzionamento del bambino all’interno del triangolo inevitabilmente condizionerà il suo modo di pensare, sentire e agire, modellando qualitativamente il suo senso di identità e appartenenza e di conseguenza le possibilità di differenziazione dalla famiglia di origine. La non differenziazione dalla famiglia di origine porterà, in un momento successivo del ciclo di vita dell’individuo, a uno spostamento sul partner della richiesta di soddisfacimento dei bisogni rimasti inappagati; quando questa richiesta di appagamento, inevitabilmente, fallirà l’ansia spingerà nuovamente alla ricerca di un’alleanza con i figli.
LA TRAPPOLA DEL DOC

di Antonia Bellucci I l disturbo ossessivo compulsivo di personalità è il terzo disturbo di personalità più comune (Zimmerman, Rothschild, Chemlinski, 2005; Rossi, Marinangeli, Butti, Kalyvoka, Petruzzi, 2000). I l d i s t u r b o o s s e s s i v o – compulsivo è caratterizzato da ossessioni e compulsioni: le o s s e s s i o n i s o n o i d e e , immagini o impulsi di tipo r i c o r r e n t e , p e r s i s t e n t e , involontario, intrusivo e ansiogeno. Le compulsioni (definite anche rituali) sono particolari azioni o atti mentali che i soggetti si sentono spinti a compiere ripetutamente per cercare di ridurre o prevenire l ’ a n s i a c a u s a t a d a l l e ossessioni.Tal e disturbo (DOCP) è caratterizzato, secondo il DSM-5, dalla presenza di specifici tratti di personalità: p r e o c c u p a z i o n e p e r i d e t t a g l i , perfezionismo, eccessiva devozione per lavoro e produttività, estrema coscienziosità, difficoltà a delegare compiti, difficoltà a gettare oggetti inutili, avarizia, testardaggine e rigidità.Tut to ciò compor ta una difficoltà nel funzionamento psicosociale ed una ridotta qualità della vita. I l funzionamento d e l l a personalità, a causa del disturbo, most ra evident i difficoltà nelle seguenti aree: identità, intimità, empatia, capacità di autodirezione, un rigido perfezionismo; possono essere presenti anche due o p i ù d e i s e g u e n t i t r a t t i psicopatologici di personalità: perseveranza, affettività r i s t r e t t a , e v i t a m e n t o dell’intimità. Ma cosa conduce a tutto ciò? Innanzitutto la qualità dell’attaccamento, come emerge dalle storie di vita di questi soggetti, è compromessa: spesso non si è formato un attaccamento sicuro e i pazienti hanno ricevuto poche cure ed un eccesso di protezione durante l’infanzia con un successivo fallimento nello sviluppo emotivo ed empatico (Nordhal, Stiles, 1997; Perry, Bond, Roy, 2007).È al t resì impor tante (Di Maggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013) tenere in c o n s i d e r a z i o n e a n c h e circostanze relativamente r e c e n t i c h e p o s s a n o comunque aver contribuito alla cristallizzazione d i uno s c h e m a p a t o g e n o , consolidatasi nel tempo attraverso le esperienze ed u n a r a p p r e s e n t a z i o n e soggettiva del destino a cui andranno incontro i personali desideri nel corso delle relazioni con gli altri. E quindi, come risponde il paziente a questo suo mondo interiore? Tutto ciò mette l’individuo in condizione di r a g g i u n g e r e obbligatoriamente obiettivi, faticando a dedicarsi a m o m e n t i d i p i a c e r e e rilassamento; tali individui hanno bisogno di controllare gli altri e, se gli altri sfuggono al controllo, diventano ostili e possono avere esplosioni occasionali di rabbia sia a casa che al lavoro.Un soggetto con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità può avere il desiderio di autonomia ed esplorazione ma immagina c h e s e m o s t r a spontaneamente l e sue emozioni e propensioni, l’altro si mostrerà critico, aggressivo, punitivo ed impositivo; in risposta, il soggetto prova p a u r a e s o g g e z i o n e e controlla emozioni (inibizione emotiva) e comportamento, rinuncia all’esplorazione bloccando i piani spontanei autogenerati e si conforma alle a s p e t t a t i v e d e l l ’ a l t r o , sperimentando un senso di costrizione unitamente ad un senso di inefficacia personale, al quale segue un’ipertrofia della rilevanza delle regole (tratto ossessivo); può anche immaginare di mostrare le sue emozioni e propensioni, ma prevede che l’altro rimarrà deluso e soffrirà; in risposta, la persona prova colpa e perde convinzione nel desiderio, rinunciando all’esplorazione e bloccando i piani spontanei autogenerati. Si crea così un circuito di mantenimento dei problemi interpersonali. Ques t e s t rategi e che i l soggetto sviluppa nel tempo per adattarsi all’aspettativa su come l’altro tratterà i suoi desideri elicitano, a loro volta, nell’altro delle risposte emotive e c omp o r t ame n t a l i c h e spesso, inconsapevolmente, confermano le credenze negative iniziali della persona, generando, in tal modo, u n c i c l o interpersonale patogeno che contribuisce a mantenere il d i s t u r b o . S i p e n s i , ad esempio, a l l a tendenza c o m u n e n e l d i s t u r b o ossessivo-compulsivo di personalità a sovraccaricarsi di impegni, di compiti, con grande difficoltà a delegare o a chiedere aiuto. A quel punto, non vedendosi aiutato (non avendolo chiesto) il paziente percepisce l ’ a l t r o come disattento, senza la volontà di fornirgli aiuto. L’altro da parte sua, non ascoltando le richieste d’aiuto, e a n z i f r o n t e g g i a n d o l’autosufficienza obbligata del paziente con personalità ossessivo-compulsiva, preferisce tenersi a distanza sentendo il proprio aiuto inutile e i propri interventi come inadeguati e criticabili. Il paziente però in alcuni momenti, sovraccarico dal lavoro e irritabile per la fatica, scoppia rabbiosamente alla vista dell’altro che non lo supporta e protesta per il supporto che, immoralmente, gli è stato negato. L’altro a q u e s t o p
La tolleranza alla frustrazione: questa sconosciuta

La tolleranza alla frustrazione è la capacità personale di non amplificare il malessere e sofferenza, soprattutto di tipo psicologico. Partendo dalla definizione di frustrazione, essa è definita come una condizione psicologica in cui un forte desiderio non trova immediatamente un appagamento. Essa nasce quindi nel momento in cui alcuni impedimenti oppure ostacoli ne rallentano o addirittura vietano che il bisogno venga soddisfatto, con conseguente stato di piacere. La sua accezione negativa è quella fortemente conosciuta e temuta, proprio perché determina uno stato psico-fisico di dispiacere e tensione. Si fa, infatti, spesso riferimento all’idea che una mancata gratificazione generi frustrazione. Di conseguenza, si cominciano a manifestare i suoi sintomi più comuni, come la bassa autostima, l’ansia e la facile irritabilità. Proprio per questo stato di malessere che la accompagna, si è soliti pensare che sia meglio evitarla, cedendo a tutti i costi alla soddisfazione del bisogno che l’ha creata. Una sorta di legge del tutto e subito a cui bisogna sottostare per non soffrire, mai. Dal punto di vista psicologico, la frustrazione e la sua tolleranza ad essa, sono elementi che ci permettono di adattarci meglio all’ambiente. I primi approcci alla frustrazione si hanno già poco dopo la nascita: si pensi all’allattamento o al cambio del pannolino che per diversi motivi devono essere ritardati. Ovviamente l’ immaturità e la non autosufficienza del bambino lo fanno strillare fino a quando non sarà appagato il suo bisogno fisiologico. Durante la crescita, l’esposizione a continue rinunce o ritardi, spesso fossilizzano l’idea negativa che la frustrazione sia la condizione che crea esclusivamente malessere. D’altro canto, però, la tolleranza alla frustrazione ci aiuta a migliorare la comprensione delle nostre emozioni, grazie proprio alla sua attivazione sia fisica che psichica. Inoltre, un lasso di tempo fra il desiderio e la sua gratificazione determina un affinamento della capacità di resilienza e adattamento.