Le evidenze emotive

di Umberto Maria Cianciolo Le microespressioni sono movimenti facciali rapidi segnalanti l’esperienza emotiva del soggetto. Attraverso il volto è possibile rintracciare tre tipologie di segnali: 1. statici: aspetti permanenti come il colore della pelle, la struttura ossea, grandezza, forma e posizione dei lineamenti ecc. 2. a variazione lenta: riguardano cambiamenti che avvengono gradualmente nel tempo come la formazione di rughe permanenti o le alterazioni del tono muscolare o della pigmentazione della pelle; 3. rapidi: sono prodotti dai movimenti dei muscoli facciali che producono variazioni temporanee nell’aspetto del viso, come cambiamenti di forma e posizione dei lineamenti (es. sollevare le sopracciglia).  Tra questi, quelli “rapidi” sono di certo quelli a cui prestare più attenzione nello studio delle emozioni. Questi cambiamenti passano velocissimi sul viso, si manifestano per due o tre secondi, se non per frazioni di secondo e vengono denominati dagli autori “microespressioni” (Ekman e Friesen, 2003, p. 25). Del resto, differenziamo un’emozione da un sentimento, o da uno stato d’animo, proprio per la sua connotazione di transitorietà. Difatti, la ricerca dimostra che proprio da questi segnali “rapidi” è possibile individuare esattamente l’emozione corrispondente nonché distinguere ciascuna delle emozioni di base dalle loro mescolanze (Ekman e Friesen, 2003). Gli stati d’animo sono comunque affini alle emozioni: i primi, come detto, hanno una durata maggiore rispetto alle seconde, per quanto per tutto il periodo è possibile che compaia sul volto una mimica emotiva corrispondente; inoltre, lo stato d’animo può manifestarsi visivamente attraverso la frequenza con cui “la corrispondente mimica completa compare e scompare sul viso” (Ekman e Friesen, 2003, p. 22). Inoltre, rispetto al riconoscimento emotivo, Ekman e Friesen (2003) ci dicono che i segnali “statici” ed “a lenta variazione” possono influire sulle implicazioni di un messaggio emotivo: “Se i segnali facciali rapidi ci dicono che una persona è arrabbiata, la nostra impressione sul perché è arrabbiata e su quello che può fare dipende in parte da quello che ci dicono gli altri segnali (statici e lenti) circa la sua età, razza, sesso, personalità, temperamento e carattere” (Ekman e Friesen, 2003, p. 21). I segnali che abbiamo definito “rapidi” inviano anche messaggi definiti “emblematici” (Ekman e Friesen, 2003, p. 23). Si tratta di movimenti specifici comprensibili all’interno di un sistema culturale, o sub-culturale, di riferimento: strizzare l’occhio, fare cenni con il capo per il “sì” o il “no”. Vi sono, a tal proposito, degli emblemi che possono essere definiti “emotivi”, perché il messaggio che trasmettono riguarda un’emozione. Questi emblemi somigliano alla mimica dell’emozione corrispondente ma ne differiscono abbastanza, tanto che la persona che osserva colui il quale li sta producendo è in grado di comprendere che quest’ultimo non sta provando quell’emozione ma la sta semplicemente nominando:  “Per esempio, un emblema emotivo del disgusto è arricciare il naso, che è una parte della mimica del disgusto. Quando si usa come emblema si presenta da solo, quasi senza sollevare il labbro superiore, e compare e scompare molto rapidamente, cosicché non si può confonderlo con l’espressione autentica dell’emozione. Il messaggio è: <<Fa schifo (ma non è che lo provi in questo momento)>>” (Ekman e Friesen, 2003, p. 23). E ancora, i segnali “rapidi” sono utilizzati anche come punteggiatura, introducendo nel discorso verbale accenti, virgole e punti fermi. Dunque, appurato che il nostro volto veicola evidenti segnali rappresentanti le emozioni (le microespressioni) per quale motivo i soggetti non riescono a individuarle? Una prima risposta a questa domanda potrebbe riguardare, come già accennato, il fatto che le microespressioni compaiano e scompaiano sul viso in brevissimo tempo: questo breve lasso di tempo in cui si manifestano rende comprensibilmente necessario un allenamento affinché le si possano individuare sul viso della persona osservata. Difatti, è raro che le microespressioni arrivino a durare sino a cinque o dieci secondi, se non quando ci troviamo di fronte ad un sentimento intenso, comunque accompagnato sempre da una manifestazione vocale, dal pianto, dal riso, da un grido o da parole (Ekman e Friesen, 2003). Inoltre, le mimiche molto prolungate spesso non sono espressioni autentiche di un’emozione, ma esagerazioni della stessa, simulazioni che il soggetto compie per ingannare l’interlocutore; simulazione che l’interlocutore stesso sarà in grado di smascherare. A volte, però, le esagerazioni non sono simulazioni: possono rappresentare, da parte del soggetto che le produce, un tentativo di manifestare un’emozione vera prendendone le distanze. Gli autori (Ekman & Friesen, 2003), riportano un esempio: abbiamo accettato di partecipare ad un’impresa che si rivela più rischiosa del previsto. Potremmo, allora, esibire esageratamente un’espressione terrorizzata e il nostro compagno d’avventura potrebbe approfittarne per manifestare anche i suoi dubbi oppure ridere di noi; in questo secondo caso potremmo però affermare che stavamo giocando, che stavamo fingendo per mettere l’altro alla prova. Una seconda risposta alla domanda la si potrebbe rintracciare in norme sociali di buona educazione. È raro, infatti, che guardiamo di continuo l’interlocutore durante una conversazione perché non vogliamo mettere in imbarazzo l’interlocutore o noi stessi: se volesse comunicarci il suo stato emotivo lo direbbe a parole, altrimenti rischieremmo di invadere i confini convenzionali. “Guardare fissa una persona in volto è una mossa intima. Possiamo prenderci questa libertà solo se l’altro ci autorizza esponendosi al pubblico, o se il nostro ruolo sociale (di interrogante, giurato, genitore, datore di lavoro ecc.) ce lo consente – oppure quando esplicitamente cerchiamo l’intimità, invitando l’altro a ricambiare lo sguardo” (Ekman e Friesen, 2003, p. 28). Decidiamo di non guardare in viso l’interlocutore anche per evitare di avere obblighi nei suoi confronti e/o per poter fingere di non sapere: se guardassimo il volto di una persona che mostra rabbia, saremmo allora costretti a chiederci se è per causa nostra. E ancora, la scelta di non guardare il volto dell’interlocutore potrebbe essere il prodotto di un apprendimento avvenuto nel corso dell’infanzia: abbiamo imparato molto precocemente, che è conveniente non guardare certe espressioni sul volto, chiunque le manifesti: “Un bambino, per esempio, impara che è pericoloso guardare il babbo quando è arrabbiato e che è sempre meglio distogliere gli occhi dalle facce incollerite” (Ekman e Friesen, 2003, p. 29). Secondo Ekman e Friesen (2003),

Le etichette del sè: “sono sbagliato”, “sono brutto”, “sono incapace”- seconda parte

In questa seconda parte impareremo a conoscere l’autostima in un modo nuovo e a sviluppare una visione di sé più flessibile. Se provassimo a pensare all’autostima come a un comportamento verso il sé, cosa accadrebbe? E se immaginassimo che la descrizione di sè fosse in una cornice relazionale e che noi avessimo potere nel rafforzarla o indebolirla attraverso le nostre azioni? Ad esempio, Carla (una paziente con nome di fantasia) si sente persa ed infelice perchè, nonostante per lei le amicizie sono molto importanti, porta sempre con sè un pensiero (sviluppatosi a partire dalla sua storia personale): “sono strana; non riesco a fare amicizia; gli altri sono migliori”. A causa di un concetto di sè rigido, ha avuto difficoltà a stringere amicizie per molto tempo, limitando i suoi comportamenti. Insegnando a Carla le abilità per assumere una prospettiva di sè flessibile e notare quando sopraggiungono pensieri negativi, avrà più potere nello scegliere comportamenti di valore, disconfermando l’etichetta che si era creata. La visione di sè flessibile permette di cambiare prospettiva psicologica: guardare i pensieri da una certa distanza, osservarli per quello che sono, vedere se stessi nell’infanzia o visualizzarsi nel futuro, guardarsi attraverso gli occhi di un’altra persona. Qual è l’elemento in comune tra tutte queste visioni? Tu! E non importa quante volte si cambia prospettiva, dove si va a finire con la mente, sei sempre TU e in grado di andare dove vuoi. In particolare, con i giovani che si definiscono con “bassa autostima”, è fondamentale legare il concetto di sè a comportamenti osservabili e che siano coerenti con i propri valori. “Io sono speciale” o “io sono strano” sono parole, giudizi, etichette. Quando diamo un feedback, è importante invece fare attenzione a focalizzarsi sul processo e sui comportamenti messi in atto e non sulla persona. Ad esempio: a un giovane che ha avuto un buon voto, si potrebbe dire “Hai lavorato molto bene”; ad uno che va male in una verifica, si potrebbe dire “forse il tempo che hai dedicato a questa cosa è stato poco, cosa potresti fare per aumentare l’impegno in termini di tempo?” La cosa importante è creare sempre opportunità per far sì che ogni piccolo passo, mosso per ciò che è importante, sia significativo. Va sottolineato infatti che il successo riguarda l’agire con i valori e non il risultato.

Le etichette del sè: “sono sbagliato”, “sono brutto”, “sono incapace”

Quante volte la mente ci parla definendoci in qualche modo non funzionale alla vita che vorremmo? Spesso accade che, proprio nei momenti più importanti della nostra vita, la mente ci parli attraverso pensieri che definiscono la nostra persona. “Sei sbagliato”, “sei troppo buono”, “non sei in grado”. E nonostante, durante il nostro percorso di vita, raggiungiamo anche traguardi o soddisfazioni, ecco che la mente è sempre pronta a torturarci. E pensare che sta facendo soltanto il suo lavoro! Se i nostri antenati non avessero ascoltato la propria mente quando li metteva in guardia dai pericoli, noi oggi non saremmo qui! Oppure, quando si focalizzava su aspetti negativi della persona, li stava portando semplicemente a migliorare! Il problema è che, a lungo andare, può condurre a sviluppare una scarsa autostima. Cos’è l’autostima? L’ autostima non è nient’altro che la stima di sè derivata da pensieri che coinvolgono il sè e l’essere una “persona di valore”. Ma ecco il punto: sono pensieri, non è una verità assoluta. E se iniziamo a pensare di essere una “brava persona” perchè andiamo sempre a lavoro, abbiamo una bella famiglia, etc.. dovremmo essere sempre lì pronti a dimostrare realmente di essere una brava persona, e tutto ciò richiede tanto tempo! Immagina una partita a scacchi in cui i pezzi neri sono i pensieri negativi, quelli bianchi sono positivi. Sono costantemente in lotta tra loro, e tutto ciò non può avere una fine perchè i pezzi (sia bianchi che neri) sono infiniti. E mentre tu sei occupato a giocare la partita, stai perdendo la possibilità di connetterti con ciò che davvero conta! Allora quando questo avviene, prova a chiederti: è davvero così che voglio impiegare il mio tempo? devo davvero continuamente dimostrare a me stesso di essere una brava persona? come sarebbe vivere connettendosi invece a ciò che conta davvero? Proviamo a soffermarci su questo e nel prossimo articolo capiremo come fare!

Le emozioni: oltre il ‘visibile’

Un’emozione è un processo psicologico articolato in una sequenza di cambiamenti, promossa da un evento scatenante causato a sua volta da modificazioni dell’ambiente esterno o interno. Le emozioni sono il segnale che vi è stato un cambiamento. Si tratta di un processo complesso e multicomponenziale, ovvero articolato in più componenti, in quanto coinvolge l’individuo nella sua totalità, interessando sia aspetti cognitivi, a cui si riferiscono gli effetti che le emozioni possono causare come la diminuzione o miglioramento nella capacità di concentrazione a attenzione, o talvolta confusione, smarrimento, allerta; aspetti fisiologici (quali variazioni nella frequenza cardiaca e respiratoria, sudorazione, pallore, rossore, ecc.) che riguardano l’attivazione del sistema nervoso centrale (SNC), autonomo e del sistema endocrino; aspetti comportamentali che riguardano la postura, le espressioni facciali, i gesti, oltre alle modificazioni dell’eloquio; infine, l’esperienza personale che riguarda la possibilità di riflettere sull’emozione e dare un nome a particolari stati emotivi. Un excursus di teorie… Data la sua complessità, è corretto parlare di “esperienza emotiva”. Sono state formulate diverse teorie delle emozioni e tra queste si annoverano: 1. LA TEORIA PERIFERICA (James-Lange): identifica le emozioni come risposte fisiologiche dell’organismo a stimoli ambientali, individuandone l’origine nel corpo; di conseguenza si prova paura perché si sta tremando e non il contrario. 2. LA TEORIA CENTRALE (Cannon-Bard): La sede delle emozioni è il talamo che, successivamente ad uno stimolo esterno, invia impulsi al SNC (che attiva le reazioni fisiologiche) e alla corteccia cerebrale. 3. LA TEORIA DELLA VALUTAZIONE COGNITIVA o DELL’APPRAISAL (Arnold): è una delle prime teorie cognitiviste dell’emozione, secondo tale teoria, quando ci imbattiamo per la prima volta in una situazione, la valutiamo spontaneamente come buona o cattiva, utile o dannosa. Secondo Arnold queste prime valutazioni sono mediate dal sistema limbico. Le valutazioni, a loro volta, introducono delle “tendenze ad agire”. Le emozioni emergono sia dalla nostra valutazione della situazione sia dalle nostre azioni. Ad esempio, la gioia compare quando valutiamo qualcosa come buono e siamo spinti nella sua direzione. Si ha, invece, uno stato di rabbia quando giudichiamo cattivo un evento e ne proviamo avversione. 4. LA TEORIA DEI DUE FATTORI (Schachter): l’emozione è caratterizzata da una componente fisiologica e da una componente cognitiva. 5. LA TEORIA DELLA DIFFERENZIAZIONE EMOTIVA (Sroufe): l’individuo alla nascita possiede un corredo emotivo indifferenziato e, nel corso dello sviluppo, le emozioni vanno differenziandosi. 6. LA TEORIA DIFFERENZIALE (Izard): fin dalla nascita un individuo possiede un corredo emotivo costituito da emozioni innate e universali, chiamate emozioni PRIMARIE o di BASE, ciascuna delle quali avente un ruolo adattivo. L’influenza dell’ambiente contribuisce a rendere le emozioni di base più complesse e articolate. Ekman e i suoi contributi Uno dei maggiori studiosi delle emozioni, Paul Ekman, ha affermato che l’esperienza emotiva umana si fonda su famiglie di emozioni di base che permettono di gestire situazioni cruciali per la sopravvivenza della specie: le emozioni primarie e le emozioni secondarie.  Le emozioni primarie sono pattern di risposta specifici, innati ed universalmente validi (modificazioni fisiologiche, espressioni facciali, reazioni comportamentali ecc.). Attraverso una serie di studi condotti in diverse culture del mondo Ekman ha identificato sei emozioni fondamentali che sembrano essere innatamente riconoscibili: rabbia, disgusto, paura, tristezza, gioia e sorpresa. Le emozioni secondarie invece, sono risposte emozionali che originano dalle emozioni primarie e sono una combinazione di esse. Ne sono un esempio il rammarico, la delusione, la vergogna, ecc. Altri campi d’applicazione Un filone di ricerche particolarmente proficuo è quello dell’intelligenza emotiva, elaborata da Goleman (1995) a partire dalla teoria delle intelligenze multiple di Gardner. Goleman approfondì il concetto di intelligenza, andando oltre la semplice definizione del quoziente intellettivo (QI) e teorizzando la presenza di molteplici aree, fra cui quella dell’intelligenza emotiva. L’intelligenza emotiva comprende la capacità di riconoscere e nominare le proprie emozioni, positive e negative, per comprendere le situazioni che le generano e questo si unisce alla capacità di operare un’autovalutazione delle proprie capacità e dei propri limiti. Gli ambiti in cui si applica l’intelligenza emotiva sono cinque e riguardano: la conoscenza delle proprie emozioni, il controllo e la regolazione , la capacità di sapersi motivare (di predisporre un piano, degli scopi), il riconoscimento delle emozioni altrui (empatia), la gestione della relazione fra individui e gruppi (abilità sociali). L’intelligenza emotiva appare non strettamente correlata al QI e, al contrario del quoziente intellettivo che raggiunto il suo massimo tende a diminuire nel tempo, l’intelligenza emotiva, se adeguatamente rinforzata, può migliorare durante tutto l’arco della vita. Parallelamente al contesto familiare, anche la scuola riveste un ruolo centrale, mettendo in pratica la cosiddetta “alfabetizzazione delle emozioni”, che consiste nell’insegnare cosa sono le emozioni, a cosa servono e come si esprimono. È insegnare a capire se stessi e gli altri a livello emotivo. L’alfabetizzazione nelle scuole fa delle emozioni e della vita sociale vere e proprie materie di insegnamento, così facendo, questi aspetti tanto rilevanti della vita quotidiana dell’alunno vengono considerati con rilievo e non in maniera secondaria o marginale. Ciò risulta essere di estrema importanza, in quanto, soprattutto in ambito scolastico, è sempre più presente il fenomeno del disagio giovanile, caratterizzato da un insieme di comportamenti non utili allo sviluppo della persona e delle sue capacità, che non permettono al soggetto di apprendere con successo e di vivere adeguatamente le attività di classe; un fenomeno questo, molto presente nel periodo dell’adolescenza, in cui cominciano ad emergere esigenze di indipendenza ed autonomia. Tale disagio può concretizzarsi, per esempio, in una scarsa partecipazione, disattenzione, comportamenti di rifiuto e di disturbo, cattivo rapporto con i compagni, che non riescono a far emergere il massimo delle proprie capacità cognitive, affettive e relazionali. Andrebbe soprattutto insegnato ai giovani che ciò che ci permette di essere “emotivamente intelligenti“, è la capacità di accettare tutte le emozioni che si hanno dentro, e saperle utilizzare per vivere al meglio la propria vita.

LE EMOZIONI NEL MARKETING SOCIALE

le emozioni

Numerosi studi hanno dimostrato che l’uso delle emozioni nelle campagne di marketing sociale può fare la differenza nel diffondere in maniera efficace un messaggio e nel farlo ricordare. La scelta delle tonalità emotive dipende dal target e dal comportamento preso in considerazione. In passato, le comunicazioni preventive si basavano principalmente su emozioni forti come la paura. Secondo il Parallel Process Model di Leventhal, però, ci sono dei limiti nell’uso di questi tipi di emozioni. A fronte di un messaggio pauroso, ci possono essere due conseguenze diverse: 1. Controllo della paura: È un processo primariamente difensivo che si attiva nel momento in cui si è esposti a uno stimolo particolarmente intenso da un punto di vista emotivo. Può presentarsi nella forma di evitamento difensivo o di reattanza.  Nel primo caso, la persona tende a non pensare al rischio e a mettere in atto comunque il comportamento.  Nel secondo, invece, la persona tende a credere che il messaggio preventivo sia un modo per limitare la sua libertà. Si verrebbe così a creare un effetto boomerang in quanto la comunicazione sociale potrebbe portare l’audience a ribellarsi all’appello promosso perché lo percepiscono contrario alla propria libertà. 2.Controllo del pericolo È un meccanismo che permette di attivare un processo cognitivo in cui la persona assume una maggior consapevolezza sul comportamento e sul rischio e ragiona su cosa può fare per evitare quello stimolo, anche solamente da un punto di vista puramente emotivo. Nell’ottica di riuscire a costruire una buona campagna di marketing sociale che sfrutti l’emozione della paura, bisogna tenere conto alcuni punti chiave. Credibilità della paura. Immagini angoscianti e messaggi che enfatizzano la gravità del rischio possono emozionare il pubblico e attirare la sua attenzione, ma se eccessive potrebbero far sentire il problema lontano da loro e dunque ridurne l’efficacia. Livello di paura di un messaggio. Non deve essere eccessivo perché altrimenti rischia di paralizzare il pubblico e di suscitare fatalismo o rifiuto. È essenziale analizzare quale sia già il livello di preoccupazione dell’audience sul tema per bilanciare adeguatamente il messaggio. Infine, non è sufficiente suscitare emozioni con il messaggio, ma questo deve anche suggerire una soluzione pratica al problema che il pubblico può mettere in atto. Oltre alla paura, si può fare appello anche ad altre emozioni. Il senso di colpa può essere efficace soprattutto nei contesti in cui il comportamento può causare conseguenze negative su altre persone e quando questo dipende da noi stessi.  Il senso di colpa nasce, infatti, dal terrore di infrangere i propri canoni etici e morali. Questo porterebbe una conflittualità interna alla persona, la quale sarebbe poi stimolata a mettere in atto i comportamenti proposti da una campagna di marketing sociale per sentirsi meglio con se stessi.  Proseguendo, le comunicazioni che si basano sulla rabbia veicolano tipicamente messaggi che enfatizzano le conseguenze negative di un evento causato intenzionalmente da un’altra persona per attirare l’attenzione dell’audience sull’importanza di trovare delle soluzioni. L’obiettivo è quello di suscitare rabbia contro chi ha causato l’evento e di attivare l’audience verso una soluzione. Ovviamente anche in questo caso c’è un doppio lato della medaglia: con questi appelli si rischia poi di stigmatizzare il gruppo verso cui si suscita tale emozione. La tristezza, invece, provoca un senso di empatia e un’immedesimazione con il soggetto principale/vittima della campagna. Sono più efficaci tra persone più mature, femminili e inclini a mettersi in discussione su emozioni negative. L’uso dell’ironia nelle campagne di marketing sociale, invece, si associa alla reazione di sorpresa e può essere efficace nell’attrarre l’attenzione dei target tendenzialmente più distratti e meno motivati rispetto al tema Risultano più efficaci tra i più giovani e nel target maschile. Infine, un filone crescente di studi sta anche dimostrando come le emozioni positive siano oggi importanti per modificare il comportamento dell’audience e risultano più efficaci delle precedenti.  Nel caso della prevenzione della salute, non si sottolineano le minacce e i fattori di rischio, ma quanto si può raggiungere positivamente con il cambiamento comportamentale. Tra quelle più utilizzate ci sono la gioia, la tenerezza e la speranza. Solitamente si usano messaggi con toni più pacati e soft che aumentano il senso di efficacia. Ad esempio, in una campagna preventiva nei confronti del tumore al seno si cerca di costruire una rappresentazione più positiva dello screening, dando speranza e facendo vedere che si può affrontare il tumore “in modo positivo” e senza stigma, senza isolarsi ma mantenendo le relazioni sociali. Da questo articolo si evince che la scelta delle diverse emozioni dipende dall’obiettivo della comunicazione e dal target di riferimento. L’uso delle emozioni è più efficace se bisogna creare una prima consapevolezza su un determinato tema, mentre se si ha come obiettivo quello di avere un cambiamento comportamentale è meglio optare per altre strategie. BIBLIOGRAFIA Holbrook, M. B., & Batra, R. (1987). Assessing the role of emotions as mediators of consumer responses to advertising. Journal of consumer research, 14(3), 404-420 Witte, K. (1994). Fear control and danger control: A test of the extended parallel process model (EPPM). Communications Monographs, 61(2), 113-134

Le emozioni dei bambini in epoca covid

Tra le difficoltà vissute dai bambini, in epoca covid, è da mensionare la sperimentazione della solitudine. Soli ovvero senza amici, soli di fronte ad uno schermo che era sia il loro compagno di giochi, sia di studio. Ad un certo punto gli è stato chiesto di “riprendere”, come se nulla fosse, la routine quotidiana. Ma questi bambini emotivamente come hanno affrontato questi cambiamenti? Una premessa necessaria I bambini hanno sviluppato spesso comportamenti e sentimenti negativi. C’è chi si è chiuso in sé stesso e fa fatica a ricominciare a relazionarsi con gli altri, chi ha paura del contagio, chi ancora sente una profonda aggressività e non riesce a contenere la rabbia che sembra esplodere dentro di sé. Affrontare questi temi con i bambini non è semplice. È necessario mantenere un alto livello di attenzione verso questi segnali. Alcuni comportamenti “comuni” possono in realtà nascondere qualcosa di diverso dal solito. Inoltre, il mantenimento della distanza fisica e le altre accortezze sanitarie, come l’uso della mascherina, non aiutano l’adulto a riconoscere tutte le emozioni, e non aiutano i più giovani a comunicarle.  Ancora una volta chi sta vicino al bambino si vede investito di quest’altro incarico: riconoscere e decodificare la manifestazione di questi stati emotivi. E’ importante saper leggere i messaggi verbali e non verbali per capire le emozioni di paura, tristezza, senso di colpa, rabbia, confusione e ansia. Come reagire di fronte alla  rabbia? Di solito i ragazzi vengono sgridati e puniti. In questo momento storico questa modalità non è supportiva e tende a peggiorare la situazione. Bisogna aiutarli a calmarsi con parole semplici, cercare di distrarli, trovare uno spazio per parlare insieme, comprendere il loro stato d’animo e il loro vissuto. L’adulto deve far sentire la sua presenza, far capire che è lì per supportare. Noia Per cercare di superare la noia e ritrovare sicurezza, molti bambini ricercano spontaneamente ritualità o routine già vissute nel precedente lockdown (giochi, canzoni, letture).Ttrovano in questo modo una cornice di riferimento per gestire la situazione. Si tratta di strategie di adattamento. L’adulto, deve affrontare la noia spiegando perché sono in vigore queste limitazioni, chiarendo che le indicazioni sono state date da esperti sanitari e che sono importanti per la salute di tutti noi. Si possono suggerire attività come ad esempio giochi di società Dolore e tristezza Non tutti riescono ad esprimere il dolore attraverso la verbalizzazione. Succede, ad esempio, che bambini e ragazzi perdano subito la pazienza, siano particolarmente nervosi e permalosi, facciano fatica a concentrarsi.  Può succedere di assistere a regressioni come l’utilizzo di giochi del passato o il riemergere di comportamenti di una vecchia situazione critica che sembrava sorpassata. Come si affronta il dolore? Bisogna comunicare ai ragazzi che insieme si può affrontare qualunque cosa e che il dolore è circoscritto all’interno di un limite temporale. Spesso emerge stanchezza, affaticamento, difficoltà nelle interazioni sociali, si osserva una netta tendenza all’isolamento. Come si manifestano? Restando continuamente sul letto, sul divano, o attraverso un senso di svogliatezza e di non saper come occupare il tempo. Disturbi del sonno e dell’appetito Le emozioni che abbiamo sinora descritto possono celarsi anche dietro alcuni comportamenti come difficoltà a prendere sonno, ipersonnia,perdita dell’appetito o il suo contrario, mangiare in modo consolatorio. Cosa può fare l’adulto per ristabilire i giusti ritmi ed equilibri? Per quanto riguarda il sonno, può essere d’aiuto mantenere alcune ritualità nei momenti prima dell’addormentamento, a partire dal rispetto dell’orario previsto per coricarsi. Anche per cercare di risolvere i problemi con l’alimentazione può essere d’aiuto ricreare delle routine: condividere la preparazione dei pasti (fare insieme la pizza, le torte, i biscotti), dare delle regole di alimentazione. Ascoltare con tutti i sensi La funzione dell’adulto in questo momento è fondamentale per trovare strategie per comprendere il malessere dei più piccoli e riuscire a far sì che li esprimano. In qualsiasi situazione è importante ascoltare le parole ma anche i silenzi, e dedicare grande attenzione al linguaggio non verbale.

LE EMOZIONI COME RISORSA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS: PRENDERSI CURA DEL PROPRIO BENESSERE PSICOLOGICO

di Pasquale Romeo Il Coronavirus ci ha messo a dura prova, catapultandoci in una condizione di vita a cui non siamo abituati: un’emergenza fisica, sociale e anche psicologica. Il nostro sistema nervoso autonomo è entrato in uno stato di allarme costante e ci vuole proteggere. Le reazioni psicofisiche che si possono sperimentare possono essere diverse come paura, rabbia, angoscia, impotenza. Si tratta di emozioni normali che vengono sperimentate in risposta ad eventi critici. Ogni emozione svolge una funzione specifica e non esistono emozioni che non sono utili. Tutte accompagnano la vita dell’essere umano. Alcuni esempi concreti: 1) La paura ci protegge dai pericoli.2) La rabbia ci motiva per raggiungere i nostri scopi se diventa grinta.3) La tristezza ci consente di elaborare una perdita e ci avvicina a quello di cui abbiamo bisogno.4) Il disgusto ci permette di evitare, ad esempio, i cibi dannosi. Le emozioni sono risposte complesse ad eventi di particolare rilevanza per la persona, caratterizzate da specifici vissuti soggettivi e da un’articolata reazione biologica. Le emozioni informano che qualcosa è cambiato e che dobbiamo adattarci a quel cambiamento (Fosha, Siegel, Solomon, 2009). Il cambiamento implica crescita e coraggio, ma può risultare complesso da gestire e può generare diverse emozioni come stress, tristezza, rabbia e ansia perché temiamo di non riuscire a controllarlo. L’ansia, ad esempio, è una naturale risposta psicofisica dell’organismo. L’ansia non è patologica ed è transitoria. L’ansia ci informa che sta accadendo qualcosa di importante nella nostra vita e tutti i suoi segnali vanno compresi, accolti e ascoltati perché più cerchiamo di combatterla più l’ansia si trasforma in un ostacolo. L’ansia, al contrario della paura, si scatena anche di fronte a una minaccia ipotetica. Esse sono generate da una zona primordiale del nostro cervello, l’amigdala, che genera risposte rapide. Quindi, come gestire le mie emozioni e lo stress in questo periodo? 1) Riconoscere l’emozione. Accoglierla e darle un tempo e uno spazio definiti. 2) Pensare che qualsiasi emozione accumuna tutti gli esseri umani e non è illimitata. Una volta che nasce, fa il suo corso naturale e si esaurisce. 3) Condividere le tue emozioni con le persone a te care per ricevere vicinanza e conforto. 4) Trattati con amore e rispetto, per non danneggiare la tua autostima. Ad esempio, ripetiti 3 frasi positive per darti la carica giusta. 5) Nutri la tua mente con la creatività (lettura, scrittura, disegno, arte, sport etc.). Chiediti: “Quali sono le mie passioni? I miei punti di forza? Le mie risorse?” La mente si nutre di ciò che le diamo. Dalle le giuste attenzioni e ti ricompenserà come meriti. 6) Usa la “scrittura espressiva” di Pennebaker. Prendi carta e penna scrivi per 20 minuti, per 4 giorni consecutivi. L’argomento deve essere personale e significativo. Non importa se ci sono errori, una volta finito puoi anche distruggere il contenuto, ma non devi rileggerlo. 7) Tecnica dello STOP di Goldstein: S (fermati e chiudi gli occhi se puoi), T (tranquillizzati, respira concentrandoti sull’aria che entra ed esce), O (osserva, ascolta come ti senti, nel corpo della mente), P (percepisci, ascolta i rumori intorno a te senza giudicare). 8) Usare la respirazione diaframmatica: inspira l’aria per 4 secondi gonfiando l’addome, trattienila per 7 ed espira per 8 secondi. In questo modo il tuo livello di stress ed ansia si riducono gradualmente. 9) Evitare le strategie di coping negative (il coping è l’insieme di strategie per fronteggiare i problemi). Se ci sentiamo tristi bisogna evitare di bere alcolici, isolarsi, privarsi del sonno o mangiare troppo. 10) Camminare aiuta a rilasciare sostanze chimiche del cervello che abbassano i livelli di cortisolo nel sangue, responsabile dello stress. 11) Organizza il tuo tempo. Fai una lista delle cose da fare dando precedenza agli impegni più importanti. 12) Aiutare gli altri: con le piccole azioni quotidiane si diventa più resilienti, più forti. Ad esempio, domandati: “come posso rendermi utile? Quale contributo posso dare ora?” Questo favorisce anche l’aumento dell’autoefficacia, cioè la fiducia di mettere in atto un comportamento prestabilito. Basta poco. Se ciò non bastasse contatta uno Psicologo, un professionista della salute che si prende cura del tuo benessere. Chiedere aiuto, è un atto di amore. Prenditi cura di Te! BibliografiaDiane, M., Horowitz, J. (2019). Stress. Trasformare la pressione in energia positiva. Guida pratica. Editore Demetra.Fosha, D., Siegel, D. J., & Solomon, M. F. (Eds.). (2009). The healing power of emotion: Affective neuroscience, development & clinical practice. W. W. Norton & Company.Hanson, R., Hanson, F. (2019). La forza della resilienza. Giunti editore.

Le disuguaglianze di genere influiscono sulla salute delle donne?

Nella maggior parte delle società esistono disuguaglianze di genere tra donne e uomini nelle responsabilità assegnate, nelle attività intraprese, nell’accesso e nel controllo delle risorse, nonché nelle opportunità decisionali. Tali disparità, spesso, derivano dal più ampio contesto socio-culturale, che comprende anche il concetto di genere, gli attributi sociali e le opportunità associate all’essere maschio e femmina. In base alla definizione riportata da Global Health 50/50[1], il termine genere si riferisce alle norme socialmente costruite che impongono e determinano ruoli, relazioni e potere. Questi vengono appresi attraverso processi di socializzazione e sono mutevoli e specifici del contesto/tempo. Il genere determina ciò che è previsto, consentito e valutato in una donna o in un uomo in un determinato contesto. Modella il modo in cui ci comportiamo, agiamo e sentiamo, determina le nostre posizioni e ruoli nella società. Inoltre, ha un impatto sulla salute e sul benessere, influenzando sia i nostri comportamenti individuali sia come il sistema sanitario risponde ai nostri bisogni. Le disuguaglianze di genere colpiscono in particolar modo le donne su vari aspetti della loro vita, anche in quello della salute. Le donne sono particolarmente colpite da sfavorevoli fattori socio-economici e psico-sociali[3]. La disuguaglianza di genere si trasforma in rischio per la salute attraverso valori, norme, credenze e pratiche discriminatorie; esposizioni differenti e suscettibilità a malattie; pregiudizi, anche nei sistemi sanitari e nella ricerca sanitaria. Inoltre, le disuguaglianze di genere contribuiscono anche ad aumentare i livelli di stress e ansia[2]. L’uguaglianza di genere nella salute significa che tutte le persone hanno il diritto di realizzare il loro pieno potenziale per condurre una vita sana, contribuire allo sviluppo della salute e beneficiare dei risultati di questo sviluppo[1]. Lo studio di Roxo, Bambra e Perelman (2021)[3] ha analizzato come le differenze di genere hanno influenzato la salute fisica e mentale in Europa negli ultimi anni e come i livelli di parità e uguaglianza di genere nella società potrebbero aver modellato questi cambiamenti. Il grado di salute è stato analizzato attraverso una domanda self-report posta ai partecipanti. Il livello di disuguaglianza di genere è stato valutato attraverso il Gender Equality Index (GEI), un indice che mira a monitorare l’evoluzione dell’uguaglianza di genere in tutti i paesi europei. I risultati mostrano come le donne hanno maggiori probabilità di segnalare problemi di salute, nello specifico il 17% in più degli uomini, senza alcuna diminuzione significativa delle disuguaglianze di genere. I gruppi con meno istruzione hanno sperimentato le maggiori disuguaglianze di genere. I Paesi con una maggiore uguaglianza di genere nella società, ovvero con un punteggio GEI più alto, hanno mostrato maggiori problematiche di salute dovuti alle disuguaglianze di genere. La cattiva salute è quindi più comune nelle donne. Le disuguaglianze di genere sono spiegate, nella ricerca, dalle disparità socioeconomiche tra uomini e donne. Donne con un basso status socio-economico e inoccupate potrebbero dover affrontare problematiche di salute maggiori. Infatti, quando si tiene conto del livello di istruzione e dell’occupazione, le donne hanno persino un piccolo vantaggio in termini di salute rispetto agli uomini. I risultati mostrano che le disuguaglianze di genere nella salute sono persistenti tra il 2004 e il 2016, con una diminuzione non significativa. Questo immobilismo può essere correlato anch’esso alla bassa occupabilità femminile. Il divario occupazionale, infatti, è stato già descritto come uno dei principali fattori alla base delle disuguaglianze di genere nello stato di salute. La partecipazione femminile alla forza lavoro può infatti avere effetti benefici sulla salute delle donne, promuovendone l’emancipazione economica, l’interazione sociale e l’autostima. Tuttavia, le disuguagliante nella salute basate sul genere sono persistenti nonostante l’aumento della parità di genere nelle società, ovvero con l’aumento del GEI. Questo perché la parità di genere implica 2 movimenti necessari: l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e una maggiore partecipazione degli uomini ai compiti domestici e familiari[3]. Da solo, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro potrebbe non essere sufficiente per porre fine alle disuguaglianze di genere poiché le donne potrebbero essere maggiormente gravate dalle disuguaglianze nella divisione del lavoro domestico. Come sostiene Caroline Criado Perez nel libro “Invisibili” (2020), < l’espressione “donna lavoratrice” è una tautologia. Non esiste una “donna non lavoratrice”: esiste tutt’al più una donna che non viene pagata per il suo lavoro>, in riferimento alla mole di lavoro domestico e familiare a carico principalmente delle donne. L’Italia in particolare sembra aver avuto un significativo aumento del GEI nel 2015, passando negli anni da un alto livello di disuguaglianze di genere a un parziale miglioramento della situazione, attestandosi però ancora su un livello medio, mostrando significative disuguaglianze. Sebbene le società stiano diventando più eque, le disuguaglianze persistenti nell’occupazione e nel reddito portano ancora a differenze di salute sostenute tra uomini e donne[3]. Le differenze nell’istruzione e nell’occupazione hanno un ruolo nel plasmare le disuguaglianze di genere in materia di salute. Purtroppo la pandemia COVID-19 ha dato un duro colpo all’occupazione femminile in Italia e, di conseguenza, al raggiungimento della parità di genere. Secondo i dati ISTAT, il 70% di chi ha perso il lavoro nel 2020 è donna: hanno perso il lavoro 312.000 donne su un totale di 444.000 persone. In più, gli stipendi delle donne lavoratrici sono più bassi, in media, del 20% rispetto agli uomini. La parità di genere è riconosciuta come una delle più importanti determinanti della salute e dello sviluppo economico. Nonostante questo riconoscimento, la parità di genere rimane una questione complessa. Bisogna attuare una trasformazione culturale che permetta l’inclusione di valori di trasparenza, onestà, equità e giustizia per realizzare una vera uguaglianza di genere per tutti, ovunque. Parità di genere non significa che donne e uomini diventeranno uguali, ma che i diritti, le responsabilità e le opportunità di donne e uomini non dipenderanno dal fatto che siano maschio o femmina. Implica che gli interessi, i bisogni e le priorità sia delle donne che degli uomini siano presi in considerazione, riconoscendo e valorizzando la diversità dei gruppi. Raggiungere la parità di genere non è semplicemente funzionale per la salute e lo sviluppo. Il suo impatto ha ampi benefici collettivi, è una questione di

Le Distorsioni Cognitive. Consigli pratici per correggere alcuni errori di pensiero

di Angela Belotti  A quanti di voi è capitato di attribuire un esito negativo, catastrofico, a una determinata situazione? Quante volte vi siete svalorizzati di fronte a un compito o avete etichettato qualcuno ancor prima di conoscerlo?  Le convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro spesso dipendono da modi sbagliati di osservare la realtà e di ragionare che sono detti Distorsioni cognitive (o errori di pensiero). Iniziano spesso nell’infanzia, anche per l’influenza del comportamento dei genitori, e sono poi attivati da eventi e situazioni stressanti. Di fatto, sono modalità disfunzionali di interpretare le esperienze. Tutti noi quotidianamente tendiamo a fare continui errori di pensiero. Quando abbiamo un pensiero automatico, però, possiamo provare ad identificare mentalmente, verbalmente o per iscritto il tipo di errore che stiamo facendo. Di seguito, verranno riportate le distorsioni cognitive più frequenti e dei consigli utili per correggerle. 1. PENSIERO “O TUTTO O NULLA” E’ chiamato anche pensiero in bianco e nero. Vediamo una situazione in soli due modi contrapposti, in due categorie, invece che in un continuum. Gli eventi vengono visti tutti bianchi o neri, buoni o cattivi. Ci possiamo sentire perfetti o completamente imperfetti. Non esiste una via di mezzo. Quando usiamo il pensiero “tutto o nulla” seguiamo binari prestabiliti e rigidi.  Ad esempio: “Se non mi realizzo nel lavoro, la mia vita sarà un completo fallimento”. CONSIGLIO: Evita giudizi del tipo “bianco o nero” e inizia a pensare in percentuale. Non si è solo buoni o cattivi, solo tristi o solo felici, solo amati o solo rifiutati. A seconda della situazione o dello stato d’animo, ad esempio, non saremo completamente preoccupati o per niente preoccupati per un problema ma solo in una piccola percentuale. 2. PENSIERO CATASTROFICO Prediciamo il futuro in maniera negativa senza considerare altri possibili esiti o sviluppi. Ci si aspetta in continuazione che avvenga un disastro. Siamo sempre all’erta perché ci aspettiamo che arrivi da un momento all’altro la temuta tragedia. Pensando in questo modo al futuro si creano intense reazioni di ansia. Ad esempio: “Se non mi risponde al telefono è perché sicuramente ha avuto un incidente”. CONSIGLIO: Cerca sempre delle prove reali, concrete prima di arrivare a delle conclusioni. Se hai la tendenza ad esagerare ed utilizzare spesso parole come “tremendo”, “che tragedia”, “è troppo per me”, quando possibile, quantifica quel concetto, o il tuo pensiero su una scala da 0 a 10. Usa il seguente schema per controbattere il tuo pensiero o la tua situazione: • Che prove ci sono a favore della mia conclusione? • Che prove ci sono contro la mia conclusione? • Conclusione alternativa. Evita di pensare in termini assolutistici. Comincia ad evidenziare tutte le affermazioni o assunzioni che fanno uso di termini come “sempre”, “mai”, “nessuno”, “niente”, “tutto”, “tutti”. In questo modo diventerai meno rigido e più flessibile nel formulare giudizi e opinioni specialmente se comincerai ad utilizzare concetti come “posso”, “alcune volte”, “spesso”, “frequentemente”.  3. SQUALIFICARE O SVALUTARE IL POSITIVO Irragionevolmente ci diciamo che le nostre esperienze, azioni o qualità positive non contano, non hanno valore o, nello stesso modo rifiutiamo o svalutiamo il nostro fisico o parti di esso, non attribuendogli alcun valore. Ad esempio: “Ho eseguito bene quel compito ma tutti ne sarebbero capaci, non ho fatto nulla di speciale!” CONSIGLIO: Per contrastare il tuo pensiero, mettilo in discussione. Per aprirti a convinzioni più funzionali e reali domandati: • Che prove ci sono a favore della mia conclusione? • Che prove ci sono contro la mia conclusione? • Conclusione alternativa. 4. PERSONALIZZAZIONE Crediamo che gli altri si comportino negativamente a causa nostra, senza prendere in considerazione spiegazioni più plausibili per il loro comportamento. Ad esempio: “mi tratta male perché non valgo nulla” CONSIGLIO: Abituati a pensare che qualsiasi cosa gli altri dicano e facciano non dipende necessariamente da te o dal tuo comportamento. Valuta ragionevolmente adducendo prove reali, i pensieri e gli eventi che ti portano a concludere che tutto dipende esclusivamente dalla tua persona. Bibliografia Semerari, A. (2000). Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva. Editori Laterza.

Le Dipendenze Tecnologiche

di Aldo Monaco Oggi, più o meno tutti, abbiamo un rapporto diretto con i mezzi tecnologici. C’è chi chiede ad Alexa come preparare la panna da cucina, chi deve connettersi con Skype per vedere la fidanzata a migliaia di chilometri, chi cerca informazioni per una ricerca universitaria, chi si rilassa giocando ad un gioco di ruolo e chi ama fare acquisti su Amazon. Ad accomunare tutte queste esperienze digitali è il rapporto che noi intratteniamo col mezzo/programma informatico, il quale, come accade in ogni tipo di relazione, non è mai neutro e indifferente: può farci entusiasmare, può farci sperimentare sensazioni di gratificazione e benessere, può farci perdere il controllo, può farci sentire insofferenti e rabbiosi (penso a fenomeni come il tecnostress e al computer rage); fenomeni che ben fanno comprendere come queste esperienze tecno-mediate siano capaci di farci emozionare. Tale rapporto, come hanno dimostrato diversi esperti e studi psicologici, generandoci delle esperienze emotive, si inserisce nella grande area che purtroppo può portare alle dipendenze. Tuttavia, sebbene la maggior parte di noi sia concorde nel considerare che una sostanza chimica sia capace di instaurare un meccanismo di gratificazione, e probabilmente di dipendenza, in tanti invece avrebbero delle riserve sulle capacità di questo nuovo genere di esperienze emotive di ricreare lo stesso tipo di effetto legato alla dipendenza. Il fascino di questo genere di esperienze tecno-mediate presenta diverse similitudini con le classiche situazioni tossicomaniche. Come quest’ultime infatti, anche il “cyberdipendente” attraversa una fase iniziale di “luna di miele” la cui scoperta di questi nuovi mondi sensoriali – straordinari e appaganti – finalmente sembra dare delle risposte immediate a tutti i bisogni, a tutto quello che la realtà tende a rendere complesso. Queste “dipendenze senza droga” fan così ben percepire che si può essere dipendenti nei confronti di sensazioni ed esperienze provocate da qualcosa che viene agito e non solo ingerito. Come tutte le forme di dipendenza, il profilo di questo genere di individui si caratterizza per: • una vulnerabilità narcisistica: profonda fragilità e insicurezza nei confronti dei sentimenti di fallimento e umiliazione, i quali portano la persona ad aggrapparsi ad una qualunque “soluzione autoriparativa”; • la dipendenza psicologica: un senso di sé estremamente legato alla reazione/approvazione degli altri; • l’intolleranza agli affetti: l’impossibilità e l’incapacità di sopportare sensazioni dolorose le quali, vista la loro natura penosa, devono essere “rimpiazziate” con qualcosa che le neghi e le allontani a scopo difensivo come succede con gli alcolici, il cibo, il gioco d’azzardo e come succede sempre più spesso per mezzo di questo nuovo tipo di dipendenze (shopping online compulsivo, cybersesso, trading online compulsivo, giochi online ecc); • compulsività generalizzata: comportamenti che l’individuo mette in atto – in modo coatto e sempre più disperato – perdendo il controllo di sé, pur sapendo essere dannosi per sé, i famigliari, gli amici, il proprio ambito lavorativo, sanitario, legale e finanziario; • l’impulsività: una persona incapace cioè di ritardare le gratificazioni, orientata al presente, all’appagamento immediato, non pianificato; Ciò che denota primariamente la vita psichica di questi individui è la possibilità di distruggere e dissipare, il più velocemente possibile, ogni tipo di sentimento legato alla rabbia, all’ansia, alla colpa, alla tristezza con “soluzioni esterne” capaci di “riparare”, seppur momentaneamente, lo stato d’animo e la coesione di sé. Queste nuove dipendenze sono possibili perché, differentemente dalle tecnologie tradizionali che consentivano la conoscenza e il possesso del mondo reale, esse sono capaci non soltanto di manipolare direttamente il modo e la realtà fisica ma anche di modificare il nostro stato mentale, la nostra sensorialità e percettività, i confini identitari, il nostro stato cosciente: si pensi ai visori della realtà aumentata i quali, simulando i processi di funzionamento della mente, divengono la fonte privilegiata di emozioni/sensazioni appaganti seppur scaturite da dimensioni del tutto simulatorie e mendaci e non da parti del sé, del proprio corpo o della propria mente. I comportamenti di abuso da internet si articolano rispetto alla poliedricità e la multifunzionalità della rete. Possiamo così elencare le più comuni tipologie di fenomeni di dipendenza online: • Gioco d’azzardo online: si comincia per caso e, senza rendersene conto, il bisogno di giocare d’azzardo aumenta esponenzialmente. Esso inoltre coinvolge sempre più gli adolescenti che, usando le carte di credito dei genitori, arrivano anche a mentire, a fare piccoli furti ecc; • Dipendenza da cybersesso: Essa si caratterizza per la ricerca di materiale pornografico (immagini, giochi, film) ma anche per la frequentazione, tramite webcam, di sex-room virtuali il cui fascino iper-realistico rende appagante l’esperienza del sesso virtuale. Tale appagamento, per alcuni, è tanto soddisfacente (seppur accompagnato, a lungo andare, da un sentimento di colpa, vergogna e inadeguatezza) da diventare gradualmente la principale fonte di gratificazione sessuale tanto da ridurre, mano a mano, l’interesse per il partner reale; • Dipendenza da cyber relazioni: questa forma di dipendenza può manifestarsi come conseguenza di un rifiuto di conoscersi realmente per mantenere un’immagine virtuale di sé, o meglio, idealizzata di sé. Questo genere di relazioni sono particolarmente investite di aspetti fantasmatici: l’altro è immaginato in modo tale da rispondere ai proprio bisogni soggettivi e affettivi più che a quelli oggettivi e reali della persona con cui si entra in contatto; • Dipendenza da giochi di ruolo online: questa forma di dipendenza riguarda in particolare modo gli adolescenti ma anche tutte quelle persone che compiono un ritiro dal mondo reale per abitarne uno del tutto virtuale (privo della complessità e della contraddittorietà tipica delle relazioni reali) con cui immedesimarsi in un personaggio fino identificarsi quasi completamente. La persona tenderà così a dedicare gran parte del proprio tempo al gioco e al proprio personaggio mettendo conseguentemente in crisi i rapporti interpersonali, gli impegni scolastici/lavorativi e dunque la vita reale. • Trading online compulsivo: Tra i vari abusi patologici di internet quest’ultimo viene considerato uno dei più pericolosi e più diffusi. Oggi infatti le app di business sono tante e tutte di facile intuito, velocità e semplicità d’uso tanto da permettere sia al piccolo investitore che ai grandi operatori finanziari di intervenire sui principali mercati economici. Esse danno