MARCHE IDEOLOGIE: IL CASO BARILLA

De Martini conia il termine marche ideologie: egli sostiene che al giorno d’oggi una marca vincente è simile a un’ideologia. In questo articolo analizzeremo il caso Barilla. Per farci capire questo concetto usa un esempio in cui chiede a quali di questi eventi CocaCola riuscirebbe a sopravvivere: A causa di una misteriosa catastrofe naturale, nel giro di una notte CocaCola perde tutte le proprie unità produttive A causa di una misteriosa patologia collettiva, tutte le persone al mondo perdono memoria di CocaCola. Il primo evento sarebbe sicuramente un problema, ma una volta ricostruiti gli stabilimenti CocaCola potrebbe riprendere da dove si è interrotto. Il secondo evento è molto più grave perché si perderebbero gli anni in cui CocaCola è riuscita a costruire il proprio capitale di immagine. Questo per un’azienda come CocaCola è ben più pericoloso e nocivo rispetto a un puro danno materiale ed economico.  Le marche ideologie sono quei brand il cui patrimonio culturale di significati e di valori è nettamente più importante rispetto ai propri asset materiali.  De Martini parla di marche-istituzione, cioè quelle marche che meglio di altri hanno saputo individuare un bisogno profondo e condiviso e hanno saputo costruire una serie di ideali a partire dall’identificazione di esso. Vediamo ora come Barilla è entrata a far parte delle marche ideologie, considerando l’evoluzione della sua comunicazione: A fine anni ’60, la comunicazione passa su Carosello, è presente un’esibizione di Mina che canta ed è una pubblicità molto lunga in quanto c’è una spiegazione di come si prepara la pasta Il brand diventa colui che offre uno spettacolo (esibizione di Mina che canta), viene usato un testimonial che promuove l’italianità della pasta (Mina è la voce d’Italia, dunque Barilla è la pasta d’Italia) e il focus è sul prodotto e sugli aspetti funzionali (si sottolinea il tempo di cottura). 2. Negli anni ’70-’80 si introduce l’elemento della famiglia, del pranzo come tipico momento italiano, la gioia del mangiare insieme. Si mette in scena un rituale, cioè quello dell’Italia della periferia e della provincia in cui tutti a mezzogiorno si fermano per la pausa pranzo. L’ideologia di Barilla inizia ad avere gli elementi tipici della cerimonia e sacralità. Tuttavia, non sparisce del tutto l’aspetto funzionale, che torna sul finale. 3. Negli anni ’80 si toccano note più emotive rispetto agli spot precedenti. Si lancia lo slogan “Dove c’è Barilla c’è casa”. Si parla poco del prodotto, ma c’è un’associazione tra Barilla e la casa. Barilla mette qui a punto la sua ideologia: “Barilla è casa ed è famiglia“. 4. Negli anni ’90-2000, Barilla porta avanti il suo messaggio, adattandolo ai cambiamenti del contesto storico e sociale caratterizzato dalla diffusione delle prime tecnologie. Lo spot mostra una coppia lontana ma che si sente vicina perché mangia la stessa pasta.  5. Negli anni 2000, lo spot riprende Mina e quindi l’elemento dell’italianità, mettendo un focus sulle radici e sulla tradizioni 6. Nel 2013, Guido Barilla durante un’intervista dice “Sono per la famiglia tradizionale”. Se fosse successo qualche anno prima magari ci sarebbe stato un minore effetto, ma nel 2013 anche per la presenza dei social media quest’affermazione determina uno scandalo.   7. Nel 2015, si realizza un’altra pubblicità dove c’è una famiglia “diversa” (nello spot, infatti, ci sono solo padre e figlia). 8. Nel 2018, c’è un’altra polemica perché ci si accorge che sui pacchi di pasta c’è scritto che non tutto il grano utilizzato è grano italiano (in quest’epoca c’è un’attenzione particolare al Made in Italy). Si realizza un nuovo spot in cui c’è un nuovo slogan, non c’è più la frase “Dove c’è Barilla c’è casa”, ma c’è la promozione di una nuova linea di pasta fatta solo con grano italiano (in risposta alla polemica). Tuttavia, è una pubblicità molto diversa da tutte quelle precedenti e si perde un po’ l’ideologia storica di Barilla. Sembra più una risposta a una polemica e non un cambiamento di direzione preso con cognizione di causa. Si uniscono troppi elementi nuovi e sembra che la cosa più importante non sia più che “Pasta è casa”, ma il legame tra Barilla e l’italianità.  9. Infine, nel 2022 Barilla ha anche cambiato logo. Nel nuovo logo compare la scritta “dal 1877”. Forse Barilla sta cambiando la sua ideologia, legandola più al concetto di tradizione italiana e non più casa e famiglia. BIBLIOGRAFIA De Martini, A. (2017). Brand Narrative Strategy: il segreto dell’onda. Milano: Franco Angeli

Travel Therapy

La valenza terapeutica del viaggio è stata al centro di varie ricerche scientifiche, che hanno indagato come, a livello neurale e psicologico, l’esplorazione abbia un impatto positivo sul benessere mentale.  In generale, i ricercatori concordano riguardo al fatto che il cambio di scenario abbia una sorta di effetto domino sull’umore, stimolando gli ormoni della felicità e generando quindi un senso di serenità che si propaga in tutto il corpo.  Da notare che, quando si viaggia, complice il cambio di abitudini, ritmi, cultura e ambiente, si tende a reagire in modo diverso agli imprevisti e ai problemi che possono presentarsi nel corso di una vacanza. Quello che, nella vita di tutti i giorni, potrebbe essere un’ulteriore fonte di stress, durante un viaggio viene spesso gestito in modo decisamente più rilassato. L’effetto benefico del viaggio sembrerebbe essere immediato. Secondo un’indagine condotta da Expedia e Research Now e pubblicata dall’Ansa, il 31 % degli italiani afferma di sentirsi soddisfatto subito dopo aver prenotato una vacanza e il 48% dice di percepire sensazioni positive al termine dell’acquisto. Questa sensazione di benessere riemerge al momento della partenza. Questa progressiva presa di coscienza dei benefici del viaggio sulla psiche ha dato origine a una nuova mini-sezione della psicologia che viene definita “travel therapy”. Come l’espressione suggerisce, si tratta di una sorta di terapia finalizzata ad aiutare le persone a sopravvivere ai momenti di disagio, una via di guarigione per coloro che, in un dato momento della loro esistenza, si sono sentiti smarriti, confusi, bisognosi di trovare risposte ai loro dubbi. Viaggiare diviene così una sorta di terapia psicologica volta a ritrovare sé stessi, per guarire le ferite dell’anima e per superare i propri limiti, in modo che, al ritorno, ci si senta pronti per affrontare un nuovo capitolo della propria esistenza.  In questi percorsi tesi al conseguimento del benessere psicologico, l’individuo svolge un’attività introspettiva che lo porta a esplorare le proprie emozioni e sensazioni, fino a raggiungere l’obiettivo, che è quello di rigenerarsi e migliorare la propria qualità di vita.

Le trame psicologiche dell’apprendimento

La persona è nata per apprendere, ma deve preparsi a farlo. Maria Anna Formisano Sin dalla nascita siamo immersi in un mondo fatto suoni, odori, sapori, figure, oggetti e volti. I nostri sensi ci aprono al mondo e a varie esperienze che, passo dopo passo, lasciano una traccia nella nostra mente. Non c’è dubbio che, nel corso dello sviluppo, il cervello ha bisogno di fare diverse esperienze, affinchè si sviluppino connessioni anche in altre aree. Pensare, ragionare, ricordare, parlare e percepire sono alcuni dei processi coinvolti che si intrecciano con le trame dell’apprendimento. Poichè la nostra mente assorbe milioni di informazioni, è molto importante conoscere le trame psicologiche dell’apprendimento, che stimolano la curiosità, il dubbio e a volte anche l’incertezza,ma vale comunque la pena di conoscerle. Le trame psicologiche dell’apprendimento Se l’ intelligenza e le altre attitudini incidono sull’apprendimento è anche vero che le trame psicologiche hanno la stessa influenza. L’apprendimento si distingue per le sue trame psicologiche. Esistono alcune “trame” che possono essere qui sintetizzate: a) l’autopercezione b) la consapevblezza emotiva c) la motivazione L’autopercezione è un processo di interpretazione che la persona fa di sè stesso, delle proprie azioni e delle proprie emozioni. L’autopercezione varia da soggetto a soggetto. Avere una buona percezione di se stessi è fondamentale per riuscire nell’apprendimento. Ricordiamo sempre le parole di Edward de Bono quando afferma che: non dobbiamo fidarci troppo della percezione immediata. Possono esserci anche cose di grandissimo valore positivo, ma che non risultano affatto evidenti a prima vista. La consapevolezza emotiva fa riferimento al giusto equilibrio delle emozioni e soprattutto alla capacità dell’individuo di gestire anche le emozioni negative. L’uso più attento che si possa fare dell nostra vita è prendere consapevolezza delle nostre emozioni. Dovremmo gestire le nostre emozioni, evitando come diceva Gandhi: il potere di autosuggestione che, spesso è così forte, che un uomo finisce per diventare quello che crede di essere. La motivazione è la vera spinta ad agire, senza esitazioni, evitando di preocciparsi non tanto del risultato, ma di ciò che si conosce, man mano che si apprende. Ogni apprendimento nasce da una motivazione. La motivazione nasce sempre da un perchè. E ricordiamoci sempre che, si puo cercare di fare cose, che non si è capaci di fare, per imparare come farle (Pablo Picasso). Conclusioni Quando apprendiamo realizziamo noi stessi. Evitiamo, quindi, di concentrarci sulle aspettative e cominciamo ad esplorare le vere trame psicologiche, che senza dubbio ci fanno sentire il nostro mondo interiore. L’effetto delle trame psicologiche è la loro influenza sull’apprendimento. Dopo aver analizzato una trama psicologica si rimane stupiti dei poteri della nostra mente. Le trame psicologiche nell’apprendimento rappresentano la vera confessione della nostra mente, modulata da variabili culturali, sociali e biologiche, che incidono profondamente sull’individuo. Lo scopo dell’apprendimento è la crescita, e la nostra mente, a differenza del nostro corpo, può continuare a crescere fintanto che continuiamo a vivere (Mortimer J. Adler).

Uomini Altamente Sensibili

di Federico Rossi Cosa significa essere un (vero) uomo?In fondo un uomo non è che un essere umano che dimora all’interno di un corpo maschile. Spessoquesto ce lo dimentichiamo.Siamo un po’ tutti vittime del patriarcato, di questa mascolinità tossica che contraddistingue lanostra società. Ma non solo. Siamo anche vittime del matriarcato, di una femminilità avvelenatadalla stessa spasmodica brama di controllo del suo equivalente maschile. Entrambi condividono illoro scopo: acquisire potere per dominare e trionfare sul mondo, negando, di fatto, i propri limiti ele proprie oscurità.L’essere umano appena nato aspira naturalmente ad essere onnipotente fin dalla nascita e dai primirapporti con il caregiver. Nel tempo e col tempo, questo suo bisogno egocentrico deve fare i conticon il principio di realtà, con l’osmotico confronto con se stesso e ciò che lo circonda. Diconseguenza non resta che innalzare difese, sviluppare fantasie, scendere a patti con se stessi, leproprie vulnerabilità ed i vissuti inaccettabili che spesso ci portano ad agire come chi dovremmoessere, piuttosto che come siamo.Non è cosa semplice essere realmente autentici quando alla libertà d’animo si contrappongonoresistenze ed ostacoli psicologici, personali, sociali e culturali. Da questi attriti e divergenzeemergono perpetui conflitti, in cui il ‘divenire’ diventa lotta costante verso il mondo e se stessi, unlusso riservato a pochissimi, un miracolo di vita che germoglia e si sviluppa per essere poi acquisitorealmente soltanto nel corso della vita.Come disse lo Psicoanalista Svizzero Carl G. Jung: “Il privilegio di una vita è diventare chi seiveramente.”Lo sa bene l’uomo, quello altamente sensibile, che lotta costantemente contro uno stereotipomaschile che spesso non ha nulla a che vedere con la sua natura.Durante la crescita l’uomo si trova immerso e trascinato dalle correnti gravitazionali del suo sesso,imbevuto di preconcetti costruiti, che trovano le loro radici nell’inconsapevolezza della gente, mache tuttavia ne determinano il comportamento.Il patriarcato in fondo è proprio questo, un sistema di potere che stabilisce una gerarchia basatasulla presunta superiorità degli uomini rispetto alle altre identità di genere, portando adiscriminazioni, pregiudizi culturali e limitazioni nell’accesso alle posizioni di potere per chi non siidentifica come maschio eterosessuale. Questo sistema permea la società moderna, influenzando lenorme culturali e coinvolgendo tutti gli individui, incluse le donne, poiché crescono immerse inquesta cultura patriarcale.Ne deriva la concettualizzazione di una ‘mascolinità tossica’, funzionale al mantenimento del primomodello dominante, ma che ha subito cambiamenti nel corso del tempo. L’origine del termine risaleagli anni ’80, quando lo psicologo Shepherd Bliss lo coniò per la prima volta. Secondo uno studiopubblicato nel Journal of School of Psychology, la mascolinità tossica è definita come: “l’insieme ditratti maschili socialmente regressivi che promuovono il dominio, la denigrazione delle donne,l’omofobia e la violenza insensata.”Questa visione tossica della mascolinità può essere suddivisa in alcune caratteristiche chiave:→ Durezza: Gli uomini sono spinti a mostrare forza fisica, insensibilità emotiva ecomportamenti aggressivi.→ Anti femminilità: Gli uomini dovrebbero respingere tutto ciò che è considerato femminile,inclusa l’espressione emotiva e l’accettazione d’aiuto.→ Potere: Gli uomini sono incoraggiati a cercare il potere e lo status (sia sociale chefinanziario) per ottenere il rispetto altrui.La mascolinità tossica, spesso definita come machismo, si manifesta attraverso una serie dicomportamenti che possono avere conseguenze dannose, non solo per gli uomini ma per tutti,indipendentemente dal genere o dall’identità di genere.Chi abbraccia questa visione di mascolinità:X Mostra una mancanza di connessione emotiva con se stesso e gli altri.X Evita il confronto, preferendo mantenere il controllo e prendere decisioni unilateralmente.X Ha difficoltà a chiedere aiuto quando ne ha bisogno.Si crea così una figura mitologica e totemica presa a modello, in assenza di altri riferimenti, dalsesso maschile. Una sorta di lobby non dichiarata, in cui determinati gruppi ed individui nonpossono che godere di vantaggi significativi. Ne sono avvantaggiati ad esempio i soggetti cherispecchiano i tratti della “triade oscura” (narcisismo, machiavellismo e psicopatia), come moltisoggetti “tradizionalisti”, fino ad arrivare alle imponenti strutture di potere, come le corporazioni. Imedia spesso amplificano questi ideali, mentre settori quali la tecnologia e la sanità possonoinvolontariamente perpetuarli. Non da ultimi la religione e lo sport sovente consolidano questenorme, sostenendo visioni conservatrici o fondamentaliste.Siamo tutti testimoni di una società che è vittima ed artefice di un’esacerbata industrializzazione edi una cultura consumistica “usa e getta” post-industriale, in cui si segue un percorso di intensaoggettificazione umana, grazie al quale la parola “successo” è sinonimo di status e ricchezzamateriale. Ciò non può che portare ad un contesto con una maggioranza insoddisfatta, in cui glisforzi per incarnare l’ideale di “vero uomo” nella società attuale rischiano di vacillare e crollare. E’una condizione paradossale, soprattutto se si tiene presente quanto, durante l’epoca georgiana(1714-1830) prima della Rivoluzione Industriale, la mascolinità era associata a saggezza, virtuositàe libera espressione emotiva, contrapponendosi drasticamente alle successive concezioni industrialie belliche di virilità. Tuttavia, per riscrivere queste norme, gli uomini necessitano del supporto delledonne, che li accettino per ciò che sono veramente. Hanno bisogno di accettare e che vengaaccettata la propria sensibilità, ma anche dell’incoraggiamento empatico e comprensivo da parte dialtri uomini.Di tale cambiamento di mentalità gioverebbero tutti, single e famiglie, soprattutto in salute. Datialla mano dimostrano che, nonostante gli uomini abbiano minori diagnosi di disturbi d’ansia odepressivi rispetto alle donne (segno in questo caso di un trattamento ricevuto dalla società piùadeguato ai loro bisogni e desideri), essi presentano un tasso di suicidio significativamentesuperiore alle stesse, salendo al 77% dei casi negli USA. Il sesso maschile è inoltre più suscettibilealle dipendenze, oltre che rappresentare circa il 93% della popolazione carceraria. Questi numerisorprendenti sono rimarcati anche dal fatto che che gli uomini vivono in media 5-10 anni in menodelle donne. Il dott. Thomas Perls, professore alla School of Medicine dell’Università di Boston,sostiene che circa il 70% di questa differenza nell’aspettativa di vita sia attribuibile allo stile di vitaed ai fattori ambientali, mentre solo il 30% a fattori biologici. Questa teoria è corroborata daulteriori studi su monaci e suore del dott. Marc Luys, tramite i quali si coglie che in quei casi lalongevità è risultata quasi identica tra i due sessi, grazie a uno stile di vita simile e regolamentato.Come conseguenza all’imperare di queste “pre-concezioni” maschili, l’uomo (con più o menosensibilità) non può che ritrovarsi costretto a seguire tali ideali,

Lo sviluppo dell’identità di genere nel bambino

Il bambino inizia a costruire già nella prima infanzia una “idea” di sé, una propria identità personale e sociale, che include anche l’identità di genere. Attraverso il confronto con i pari e con gli adulti il bambino inizia gradualmente a identificarsi sulla base delle proprie caratteristiche personali condivise con gli altri. Inizia a sentirsi parte di un “gruppo sociale”, che lo porta a riconoscersi in persone simili a sé e distinguersi da persone diverse da sé. Cos’è l’identità di genere L’identità di genere è il senso di appartenenza che un individuo prova nei confronti di un genere sessuale. Si tratta di un concetto ben distinto da quello dell’orientamento sessuale. Quest’ultimo è inteso come genere verso cui un individuo prova attrazione sessuale, e può essere diversa da quella espressa dal sesso biologico.  Il sesso biologico, ovvero quello assegnato alla nascita, infatti, dipende dalla connotazione fisica di un individuo. Il genere si riferisce alla sfera psicologica, emotiva e sociale dell’individuo. Quando l’identità di genere combacia con quella del sesso determinato alla nascita, l’individuo viene definito “cisgender” (ad esempio, una persona con attributi maschili che si identifica nel genere maschile). Quando l’identità di genere è diversa da quella assegnata alla nascita, l’individuo viene definito “transgender” (ad esempio, una persona con attributi maschili che si identifica nel genere femminile, in nessun genere oppure in entrambi). La varianza di genere La varianza (o “non conformità”) di genere consiste nella discrepanza tra il genere assegnato alla nascita e il genere in cui si riconosce un individuo. In età evolutiva, la varianza di genere non è rara e può manifestarsi già a partire dai 2-4 anni di età.  Il bambino può, ad esempio, esprimere il rifiuto verso abbigliamento e accessori tipicamente associati al proprio sesso biologico e manifestare una preferenza verso quelli che considera come appartenenti al genere opposto. Può prediligere comportamenti, attività e giochi culturalmente legati all’altro genere e rifiutare di praticare quelli comunemente considerati appropriati per il proprio. Disturbi dell’identità di genere nei bambini I fattori che maggiormente vengono presi in considerazione per verificare se si tratti di un disturbo dell’identità di genere (DIG) o altro sono principalmente i seguenti:  Disturbo reattivo. Il bambino manifesta un DIG come reazione ad eventi traumatici quali un abuso sessuale.  Comorbilità psichiatrica. Prima di diagnosticare un DIG è necessario capire se il piccolo non sia affetto da un altro disturbo (per esempio disturbo di personalità).  Patologia familiare. Verificare che in famiglia non ci sia un disturbo clinico per il quale il DIG risulta essere secondario alla patologia già presente nel nucleo d’origine.  Tipologia di comportamento DIG. È necessario valutare contenuto e qualità del comportamento poiché potrebbe essere presente un solo sintomo ossia l’avversione per le caratteristiche del proprio sesso piuttosto che una forte identificazione con il sesso opposto. Conclusioni Grande importanza è rappresentata dall’ascolto e dall’osservazione che il genitore deve mostrare verso il bambino. Ciò consente al genitore stesso di attivare una rete di ascolto e aiuto verso tutta la famiglia e maturare atteggiamenti sani di guida e sostegno verso il benessere di tutti.

Chiediamo ai bambini: Chi vuoi essere da grande?

Chiediamo ai bambini: Chi vuoi essere da grande? “E son sempre stata abituata a dire ciò che faccio, che quando mi hanno chiesto chi sono non ho saputo rispondere”. Durante una seduta, G. mi ripete più volte che non sa spiegarsi perché la sua migliore amica continua a tenerci così tanto a lui. È senso di colpa quello che emerge, mentre racconta che lei è sempre pronta a fare qualcosa, alle sue richieste d’aiuto. Al contrario, però, lei non gli chiede di fare nulla. <<Dove hai imparato che l’amore passa per l’azione?>> – gli chiedo. Il primo giorno di terapia personale, il dott. P. mi chiede:<<Beh, e tu chi sei?>>. Ho balbettato goffamente la mia laurea, citato il master post-laurea e l’ennesimo nuovo corso di studi intrapreso. Dopo qualche minuto di silenzio, credo di aver timidamente accennato all’associazione in cui, di tanto in tanto, facevo qualche valutazione psicodiagnostica. Non ho saputo dire altro. <<Che cosa vuoi fare da grande?>>. È una domanda a cui ho imparato a rispondere sin dai primi anni d’asilo. <<Voglio fare la mamma!>>- dicevo mentre imitavo mia madre nelle faccende domestiche. <<La veterinaria!>> – è diventato quando è arrivato il nostro primo cagnolino di famiglia. <<La psicologa!>> – è stato durante gli anni di liceo e università. Ho imparato a riconoscermi in ruoli che veicolano un set di azioni ben precise, e poche caratteristiche individuali deducibili. Questo è ciò che caratterizza l’approccio della performatività, crea giovani studenti promettenti e plurilaureati lavoratori di multinazionali. L’azione fa poi riferimento a poli duali: può essere buona/cattiva, difficile/facile, coraggiosa/codarda. L’azione non ammette troppe vie di mezzo e non accetta riposo immeritato. Ci può rendere ammirabili o, al contrario, colpevoli. Ci muove nel mondo orientando comportamenti che ci connettono o disconnettono agli altri. Ma quando l’azione viene minacciata o ostacolata, subentra il timore di vuoto. È un timore mortifero che minaccia il nulla anche solo al prospetto di un lontano e dubbio fallimento. Anche l’attesa diviene così minacciosa, quanto per definizione è sospensione di azione, e ci lascia con un’assenza di significato. Nei periodi di non-azione, non sappiamo più definirci. Avete mai provato a chiedere ai bambini “Chi vuoi essere da grande”? Sorridono, arrossiscono, si imbarazzano quando viene chiesto loro di approcciare ad un contesto semantico differente da quelli che afferiscono all’azione. Il chi vuoi essere fa riferimento all’esplorazione di un campo sovraordinato, ingloba l’azione in un set più ampio di valori, ideali, caratteristiche e risorse. Sprona ad esplorare tra infiniti modi di essere, fondamentale fase fisiologica in adolescenza. Esplorazione necessaria per la costruzione di un nucleo solido identitario che sopravvive ai momenti di tentennamento e attesa. Il primo giorno di scuola, nel primo tema in classe, chiediamo ai bambini “Chi vuoi essere da grande?”.

Il sonno inquieto e la funzione terapeutica materna

Come ben sappiamo, non sempre il sonno dei nostri bambini è placido, così come quello degli adulti, ma anche quello dei terapeuti e di tutti i professionisti che lavorano nell’ambito della cura. Se ci riflettiamo, la relazione terapeutica è un tipo di relazione che pesca la sua energia anche nel materno. Mi spiego meglio: con materno non intendo “la madre”, ma quella funzione materna che accomuna le donne, gli uomini e la comunità che si prende cura del cucciolo. Quella funzione ritmica di passaggio dei saperi, guaritrice, calmante, corporea e condivisa, ma anche sanamente indifferente. In psicoterapia come ho accennato nell’articolo “La paura della relazione corporea nello spazio della cura”, un accudimento corporeo è possibile anche senza toccarsi, grazie soprattutto ai neuroni specchio. Il terapeuta si trova a sperimentare la difficoltà del sonno inquieto, del pianto disperato e nervoso proprio e altrui. Spesso, nell’ambito della cura, ci si trova davanti alla difficoltà di calmare e cullare “solo” con la voce, con il proprio canto, voce che è corpo. Ho imparato dalla mia esperienza come arteterapeuta e psicoterapeuta che quel canto ritmico non è mai proprio, nel senso di solitario, ma condiviso con tutti quelli che si sono presi cura di me. Un canto possibile quindi perché condiviso, ma nello stesso tempo personale e contestuale. In questa relazione psicoterapeutica,vista da un’arteterapeuta formata alla scuola Poliscreativa, la cura evidentemente non è solitaria, ma sempre relazionale e comunitaria. Come ho imparato nella mia formazione come arteterapeuta Poliscreativa mi aiuta aavere una modalità di pensiero “libera” perchè in continuità con il passato, però anche legata ai fili dell’oggi e a quelli del domani, come in una spirale, in cui non si torna mai uguali al punto di partenza, sempre con una carezza, un passo, un appiglio in più. Credo che tutti abbiamo timore di piangere, ma ancora di più temiamo il pianto di chi a noi si affida. È qui che nel lavoro di cura entra in gioco la relazione corporea, una relazione che non è seduttiva, ma che tranquillizza tutti perché pregenitale, una dimensionecalmante a cui tutti apparteniamo e a cui è possibile accedere con ritmicità graduale. Sperimentare così un’ oscillazione continua tra aspetti fusionali ed aspetti d’individualizzazione. Un po’ come lasciarsi cullare dal mare, navigando con un’imbarcazione che ci dà sicurezza, un equipaggio di cui tendenzialmente ci piace la compagnia e a cui possiamo passare il timone di tanto in tanto, insieme, con la possibilità di raggiungere quando lo si sente più opportuno, un porto sicuro.

La relazione cogenitoriale e coniugale

L’importanza di studiare le transizioni familiari è stata ampiamente enfatizzata dalla teoria familiare, in quanto i cambiamenti che avvengono nel sistema familiare richiedono un adattamento e una riorganizzazione dell’intera unità. Il passaggio alla genitorialità viene riconosciuto come impegnativo, in quanto richiede ai nuovi genitori degli adattamenti. Cowan et al. (1985) hanno individuato cinque aree che subiscono profondi cambiamenti nel momento della transizione alla genitorialità che sono: l’identità e la vita interiore; i ruoli e la relazione coniugale, che comportano un adattamento alle diverse divisioni del lavoro intra ed extrafamiliare con una nuova suddivisione dei ruoli; i ruoli e le relazioni esterne; i ruoli e le relazioni intergenerazionali; e infine, la modalità di assunzione del ruolo genitoriale. Per questo motivo, la soddisfazione coniugale tende a diminuire durante questo periodo, mentre aumenta il conflitto coniugale (Gottman, 1994; Doss, et al., 2009; Lawrence, et al., 2008; Mitnick, et al., 2009). Alcuni ricercatori sottolineano che i coniugi che sperimentano fiducia e affetto durevoli l’uno verso l’altro possono essere più predisposti a lavorare in modo cooperativo nel dominio della cogenitorialità (Christopher, et al., 2015; McHale e Fivaz-Depeursinge 1999; Schoppe Sullivan & Mangelsdorf, 2013). Inoltre, la ricerca evidenzia che i matrimoni caratterizzati da sostegno e amore, quando hanno un bambino piccolo, hanno un’influenza positiva sulla cogenitorialità (Cox et al. 1999, b; Schoppe-Sullivan et al. 2004); al contrario il conflitto coniugale è stato associato al coparenting competitivo (Krishnakumar e Buehler 2000). La ricerca nell’ambito della cogenitorialità si è, quindi, domandata su quale fosse il rapporto tra i processi coniugali e cogenitoriali (Ardone & Chiarolanza, 2007). È importante considerare che la cogenitorialità è teorizzata ad un livello triadico o dell’intera famiglia, mentre la relazione coniugale si struttura ad un livello diadico. La teoria sistemico familiare considera la relazione coniugale e la relazione coparentale come due sottosistemi diversi, ma interconnessi e interdipendenti tra di loro. L’analisi della letteratura fornisce un supporto empirico parziale ma rilevante rispetto a questa ipotesi, in quanto evidenzia una connessione tra la relazione coniugale e cogenitoriale. Da un punto di vista coniugale le coppie che si definiscono soddisfatte mostrano più calore, cooperazione, supporto reciproco e meno conflittualità quando interagiscono di fronte ai figli, rispetto alle coppie insoddisfatte (Lewis, Tresch-Owen & Cox, 1988). Altri ricercatori (Erel & Burman, 1995) hanno sostenuto che la cogenitorialità può essere influenzata dal conflitto coniugale. Inoltre, come riportato dalle autrici R. Ardone e C. Chiarolanza (2007, pag. 166): «la presenza di uno squilibrio di potere nella relazione coniugale si legherebbe a una maggiore discrepanza tra padre e madre nel coinvolgimento parentale», con le madri maggiormente coinvolte nelle relazioni triadiche. La discrepanza di potere nella coppia e nella relazione con bambini può portare a varie situazioni familiari: un partner ha potere in entrambe le aree; oppure un partner ha più potere nell’area coniugale e l’altro nell’area genitoriale in modo compensatorio. La relazione coparentale è una componente dinamica che in parte è distinta sia dalla relazione coniugale e da quella genitore-figlio. La letteratura ha evidenziato che il comportamento coparentale esercita sullo sviluppo infantile un’influenza maggiore di quella esercitata dal comportamento coniugale (McHale & Rasmussen, 1998). Margolin, Gordis e John (2001) sottolineano che la cogenitorialità può essere considerata un fattore che media l’associazione tra relazione coniugale e genitorialità. Una cogenitorialità funzionale può supportare anche la relazione genitoriale diadica, permettendo così che si rimettano in equilibrio il peso e l’ansia delle responsabilità parentali, prevenendo percorsi depressivi da parte di ciascun genitore che si può trovare a vivere una condizione emotiva di solitudine (Ardone & Chiarolanza, 2007). Per comprendere come i cambiamenti nella qualità coniugale possono avere effetti sul processo cogenitoriale esistono tre ipotesi: l’ipotesi dello Spillover, l’ipotesi Compensatoria e l’ipotesi del Fattore Comune. L’ipotesi dello Spillover o ipotesi del riversamento (Easterbrooks & Emde, 1988) sostiene che, se i genitori sperimentano delle relazioni matrimoniali soddisfacenti saranno più disponibili e sensibili nei confronti dei bisogni del figlio e nel caso di relazioni insoddisfacenti possono essere meno disponibili e sensibili verso i figli; questa ipotesi è la più studiata e confermata in letteratura. L’ipotesi Compensatoria (Engfer, 1988; Goldberg & Easterbrooks, 1984) sostiene, invece, una relazione inversa tra soddisfazione coniugale e qualità della relazione genitoriale. Ciò implica che un livello elevato di stress coniugale può incrementare l’attenzione dei genitori nei confronti dei bisogni dei figli, per compensare la soddisfazione carente nell’altro sottosistema (Engfer, 1988; Goldberg & Easterbrooks, 1984). Infine, l’ipotesi del Fattore Comune propone che le caratteristiche di personalità dei genitori potrebbero essere ritenute come variabili esplicative alla base sia della relazione instaurata con il figlio che di quella fra i partner (Binda, 1996). Tra i pochi studi longitudinali che esaminano le relazioni familiari e il loro impatto sulla genitorialità e sullo sviluppo del bambino, vi è la ricerca di Christopher, et al., (2015); i risultati di questa ricerca insieme agli studi recenti suggeriscono che il modo in cui la qualità coniugale si collega e influenza la genitorialità può essere diverso per madri e padri. Questo perché esistono ruoli diversi tra i genitori nel sistema familiare. Pertanto, sebbene sia le madri che i padri sperimentino emozioni negative in seguito a una qualità coniugale compromessa, la ricerca ci porta a pensare che la genitorialità dei padri può essere maggiormente influenzata negativamente dal conflitto interparentale rispetto alla genitorialità delle madri (Christopher, et al., 2015; Harold et al. 2012; Coiro & Emery, 1998; Levenson & Gottman, 1985; Wang & Crane, 2001). Ad oggi, nonostante alcuni dati empirici, la comprensione del rapporto tra il sottosistema coniugale e quello cogenitoriale non è completa (Margolin, Gordis & John, 2001). Complice di questa poca chiarezza è sicuramente la mancanza di ricerche longitudinali, ma anche ricerche che hanno utilizzato misure pre-natali della coniugalità, valutazioni dei genitori sulle aspettative della genitorialità prima della nascita del figlio o una singola misura della coniugalità nello stesso momento della valutazione della cogenitorialità (Christopher, et al., 2015). La letteratura sulle dinamiche di coparenting per quanto sia ancora in evoluzione, sottolinea l’importanza di creare interventi che sostengano la transizione alla genitorialità per i coniugi e che promuovano la qualità coniugale durante questa

Il bacio sulla fronte tra psicologia e simbologia

bacio

In diverse culture del mondo, si può assistere quotidianamente ad un gesto molto affettuoso: il bacio sulla fronte. Esso è un atto d’amore che esula dall’aspetto erotico dell’intimità, per approdare su territori più profondi dell’amore stesso. I primi contatti fisici e intimi tra un genitore e il proprio neonato sono in genere caratterizzati da un bacio sulla fronte. Attraverso di esso, si stimolano le terminazioni olfattive basate sugli ormoni, che creano e rafforzano i legami affettivi. Successivamente, questa esperienza di benessere, non si perde. Al contrario, rimane immutata: il bacio sulla fronte diventa così un momento di intimità tra due persone che si vogliono bene. Il gesto, quindi, non cambia il significato a seconda dei protagonisti. Che sia una madre che da la buonanotte al proprio figlio, oppure due giovani in un parco o ancora un adulto che saluta il proprio genitore, la funzione protettiva si conserva. In effetti, la scelta della fronte come parte da baciare non è a caso. La ghiandola pineale, infatti, si trova proprio al centro di questa zona, tra l’emisfero destro e sinistro del cervello. Secondo Cartesio, inoltre, la ghiandola rappresenta la propria anima: quindi attraverso questo gesto affettuoso si ha accesso a quella parte intima di chi lo riceve. Зробіть ставки на Парі Матч і просто відпочиньте тут… Questo tipo di bacio, quindi, mette non solo in sintonia due persone, che nutrono affetto e stima reciproca, ma ha in sè un aspetto simbolico di affidamento e protezione. Nel momento stesso in cui le labbra si posano sulla fronte, per entrambi i protagonisti, il tempo si ferma: ciascuno a suo modo, vive con estrema intensità l’attimo, cogliendo l’essenza stessa della vita.