Dipendenza dagli Short Video

Un contributo di Exaucee Ngoma Mbenza in cui approfondisce la dipendenza dagli Short Video. Argomento di cui si parla ancora molto poco, ma che può avere un impatto importante sulla nostra psiche.
SBADIGLIARE E’ CONTAGIOSO

Sbadigliare è un comportamento comune alla quasi totalità di noi umani. Lo psicologo Robert Provine definisce lo sbadiglio come un modello di azione stereotipata che dura circa 6 secondi, con una lunga ispirazione e un’emissione progressi più breve e piacevole. Si presenta in modo uguale tra uomini e donne. Si tratta di un movimento automatico in quanto anche i pazienti totalmente paralizzati e incapaci di compiere movimenti volontari del corpo possono sbadigliare normalmente. Quando sbadigliamo? 1. Sbadigliamo quando siamo annoiati In un esperimento, Provine fece vedere a un gruppo esempi di test in TV per 30 minuti, mentre il gruppo di controllo guardava un video musicale meno noioso. E’ emerso che i soggetti del primo gruppo sbadigliavano il 70% in più di quelli del secondo. 2. Sbadigliamo quando abbiamo sonno Ma questo non ci stupisce, anche se la cosa sorprendente è che si registrano più sbadigli nell’ora successiva al risveglio piuttosto che nell’ora prima di andare a dormire. Spesso ci svegliamo e ci stiriamo, sbadigliando. 3. Sbadigliamo quando gli altri sbadigliano Al fine di mostrare la contagiosità dello sbadiglio, Provine ha mostrato ai soggetti un video di cinque minuti di un uomo che sbadiglia ripetutamente. Il 55% degli spettatori sbadigliava. Una faccia che sbadiglia (presentata anche in bianco e nero e/o a rovescio) è uno stimolo che attiva un modello di azione stereotipata dello sbadiglio. La scoperta dei neuroni specchio indica l’esistenza di un meccanismo biologico che spiega perché i nostri sbadigli rispecchiano così spesso quelli degli altri. Per vedere quale parte di una faccia che sbadiglia è più contagiosa e potente, Provine ha mostrato una faccia intera, una faccia con la bocca nascosta, una bocca con la faccia nascosta e una faccia sorridente (situazione di controllo) La faccia che sbadiglia provoca lo sbadiglio anche con la bocca nascosta. Dunque, coprire la bocca quando si sbadiglia molto probabilmente non sopprime il contagio dello sbadiglio. Provine sostiene anche che il solo pensiero dello sbadiglio produce sbadigli. Un fenomeno che forse avete notato leggendo questo articolo! BIBLIOGRAFIA Myers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill
Chiedere ciò di cui si ha bisogno

Imparare a chiedere è una conquista evolutiva importante che si colloca alla base del benessere e delle relazioni sane. Vi sono numerose credenze limitanti circa il chiedere. Molto spesso viene inteso come un comportamento infantile o, anche, come sinonimo di debolezza, con l’idea che da adulti bisogna cavarsela sempre da soli. Sovente le persone in terapia affermano con fierezza di non chiedere espressamente ciò che desiderano e di cui hanno bisogno, percependosi per questo “forti”, ma lamentando di non ricevere o di non sentirsi compresi dall’altro. Quando si esplora questo aspetto, nella maggior parte dei casi emerge una difficoltà ad apprezzare ciò che che si ottiene chiedendo. Come se il fatto di averlo chiesto togliesse valore all’abbraccio, al confronto, all’aiuto ricevuto. In questo modo ci si deresponsabilizza rispetto ai propri bisogni. Ma non solo. Si svaluta anche la risposta dell’altro come scelta libera ed autentica. Il comportamento ai due poli Se il funzionamento finora esplorato tende a collocarsi verso il polo di chi non chiede, al polo opposto vi è chi si mostra eccessivamente richiedente. In questo caso, in figura c’è sempre una carenza, una sofferenza ad essa associata e una richiesta rivolta all’esterno. Mentre al primo polo vi è il divieto interno a mostrarsi apertamente bisognosi, al secondo si è bisognosi nella maggior parte del tempo. Ai due estremi: la posizione controdipendente di chi nega il bisogno naturale dell’altro ad un lato, la posizione dichiaratamente dipendente all’altro lato. Al di là delle diverse modalità, in entrambi i casi il comportamento è manipolativo, poiché inautentico e infantile. E vi è un vissuto di insoddisfazione, più o meno esplicito, rispetto alle proprie relazioni. Chiedere come componente essenziale del benessere e delle relazioni Chiedere ha a che fare innanzitutto con l’ascolto di se stessi, con il riconoscersi. Con il sapere come ci si sente e quali sono i propri bisogni. Ed ha a che fare, poi, con il rendersene responsabili. Chiedere è dunque una capacità adulta, legata sia alla consapevolezza che alla responsabilità. Una delle modalità attraverso le quali giungere alla gratificazione. Rispetto alla relazione, saper chiedere diventa affermare se stessi e, al tempo, riconoscere anche l’altro al di fuori di processi di svalutazione. Per cui ognuno è responsabile per sé. Chi chiede corre il rischio di ricevere un rifiuto e questo è ciò da cui la maggior parte delle persone si difende. Il “no” dell’altro può riaprire ferite antiche. Spesso, viene avvertito come un rifiuto assoluto, come conferma della propria indesiderabilità o come uno smacco insostenibile per l’ego.
Adolescenti del 21° secolo: nuove sfide e risorse

L’adolescenza è stata a lungo concettualizzata come un periodo di “storm and stress”, letteralmente “tempesta e stress”. La caratterizzazione è entrata nella psicologia dalla ricerca sullo sviluppo adolescenziale condotta da Hall. Tuttavia con il tempo le esperienze che vivono gli adolescenti e il contesto di sviluppo sono andati sempre più modificandosi, di conseguenza è necessario comprendere tali cambiamenti e implementare sempre più una nuova visione degli adolescenti nel 21° secolo che consideri adeguatamente la diversità dell’esperienza evolutiva attualmente esistente. Un aspetto primario della caratterizzazione della tempesta e dello stress nell’adolescenza è che gli adolescenti mostrano caratteristiche più negative, o indesiderabili, negli ambiti dell’esternalizzazione (ad esempio, comportamenti pericolosi a rischio), dell’interiorizzazione (ad esempio, disturbi dell’umore, ansia, tristezza) e delle relazioni genitore-figlio (ad esempio, conflitto) rispetto agli individui più giovani e più anziani; tali comportamenti, infatti, sono elevati durante questo periodo di sviluppo (Buchanan et al., 2023).L’aumento dei comportamenti a rischio malsani o pericolosi durante l’adolescenza è preoccupante e, allo stesso modo, il declino del benessere potrebbe essere avvertito in modo acuto per alcuni adolescenti.Numerose notizie recenti riportano che gli adolescenti di oggi stanno vivendo una crisi di salute mentale, che potrebbe essere stata esacerbata, ma preceduta, dalla pandemia di COVID-19. È fondamentale comprendere i fattori sociali ed ecologici che portano a queste tendenze storiche. È anche importante riconoscere che una parte significativa di adolescenti riferisce stati d’animo positivi, come indicato da bassi (e spesso decrescenti) livelli di interiorizzazione e alti livelli di benessere. Correggere le caratterizzazioni unilaterali dei giovani potrebbe essere importante per promuovere comportamenti ancora più positivi e meno negativi tra gli adolescenti (Buchanan et al., 2023). Secondo la teorizzazione della tempesta e dello stress, le difficoltà dell’adolescenza sono causate in gran parte da sviluppi biologici universali (ad esempio, cambiamenti tipici dello sviluppo negli ormoni o nel cervello). Tuttavia le forze ambientali svolgono un ruolo centrale. Diversi articoli parlano del ruolo del contesto e delle esperienze specifiche nel modellare il comportamento degli adolescenti. Ad esempio, le differenze tra paesi e le diverse influenze culturali sembravo avere un ruolo significativo nell’influenzare sviluppi positivi o negativi nella vita degli adolescenti. Gli studi parlano anche dell’importanza di comprendere l’impatto delle esperienze vissute dagli adolescenti, in quanto documentano le interazioni tra fattori demografici, individuali e contestuali. Molteplici meccanismi (culturali, familiari, individuali) lavorano insieme nel sostenere o ostacolare la personalità sana e lo sviluppo socio-emotivo durante l’adolescenza. Un contesto teorico accurato per lo sviluppo adolescenziale dovrebbe assumere tale complessità. Come notato anche da Ballard et al. (2022), sarebbe fruttuoso che ulteriori ricerche esaminassero l’impatto delle identità e dei contesti intersezionali, inclusa l’oppressione legata all’etnia, al genere, alla classe sociale, alla disabilità e all’orientamento sessuale, sulle differenti esperienze durante l’adolescenza. Una comprensione accurata dei predittori biologici e contestuali del comportamento adolescenziale è fondamentale a causa delle implicazioni per la prevenzione e l’intervento. L’ipotesi che il comportamento degli adolescenti sia determinato in buona parte dal contesto, potrebbe portare a maggiori sforzi – da parte dei genitori e delle istituzioni – per influenzare positivamente il comportamento degli adolescenti. Una nuova concettualizzazione dell’adolescenza contemporanea richiede quindi attenzione ai contesti e ai fattori individuali che possono, insieme, supportare lo sviluppo ottimale degli adolescenti. Fonti Buchanan CM, Romer D, Wray-Lake L and Butler-Barnes ST (2023) Editorial: Adolescent storm and stress: a 21st century evaluation. Front. Psychol. 14:1257641. doi: 10.3389/fpsyg.2023.1257641 Ballard PJ, Hoyt LT and Johnson J (2022) Opportunities, challenges, and contextual supports to promote enacting maturing during adolescence. Front. Psychol. 13:954860. doi: 10.3389/fpsyg.2022.954860
Il punto sulla Fibromialgia.

di Grazzini Emanuela e Mahony Alessandro Questo articolo vuole essere un breve ma il più chiaro possibile riassunto su cosa riteniamo sia la cosiddetta Fibromialgia in modo da permetterne una comprensione maggiore possibile per i pazienti, per i colleghi, e per gli operatori sanitari. Sia sulla base della letteratura scientifica che della nostra lunga esperienza clinica è necessario, a nostro parere, fare il punto sullo stato attuale di quella che viene attualmente chiamata “Sindrome Fibromialgica”. Ci sono infatti diverse cose da evidenziare che troppo spesso “sfuggono” per la comprensione della malattia e quindi per una corretta impostazione di una cura. La prima cosa da ricordare è che si tratta tuttora di una “non-diagnosi”; o meglio, si tratta ad oggi di una diagnosi per esclusione. Non esistono infatti marcatori biologici affidabili per tale diagnosi. Si va quindi semplicemente per esclusione. In più di vent’anni che vediamo pazienti con la “Fibromialgia” abbiamo visto molte diagnosi palesemente errate. Pazienti con insufficienti indagini diagnostiche hanno ricevuto una diagnosi di Fibromialgia pur non avendone le caratteristiche necessarie. Ma anche parallelamente pazienti che hanno ricevuto diagnosi organica con terapie inutili perché comunque non correlate ad essa. A volte la diagnosi è una diagnosi “di comodo”, nel senso che il medico non trova nulla ma alla fine, dato che il paziente porta una variegata serie di dolori e di sintomi – soprattutto porta un carico di dolore fisico molto pesante- bisogna fare una diagnosi accettabile. Non è quindi facile fare una corretta diagnosi di Fibromialgia. Diversi specialisti pur con la stessa preparazione la possono pensare in modo diametralmente opposto e confutarsi a vicenda la diagnosi nello stesso paziente. Rendendolo sempre più confuso. Abbiamo quindi da diversi anni una malattia che “non esiste”, in quanto non è tuttora organicamente dimostrabile, ma che porta notevoli dolori ovunque, non ti fa più vivere, a volte risulta invalidante e spesso nessuno ci crede. Chi non crede nell’esistenza di questa malattia dice che i pazienti soffrono di isteria, di conversione, oppure che si lamentano per attirare attenzione, o sono depressi o quant’altro. Per molti medici ancora oggi la Fibromialgia appunto “non esiste”. Chi “ci crede” invece si vorrebbe rifare a ricerche di reumatologia, di immunologia, di terapia del dolore, e perpetua tutta una serie di credenze e di opinioni dure a morire e tuttora da dimostrare, per le quali si afferma ancora che è una malattia gravissima, che non si può guarirne perché non hanno mai visto nessuno guarire, e che la si dovrà tenere per tutta la vita, alimentando un’ipotesi catastrofica sulla prognosi della malattia, non sostenuta però dalle evidenze cliniche. Riferendoci puramente alla letteratura scientifica sull’argomento, abbiamo una serie di ricerche che si smentiscono e si contraddicono tra di loro. Dobbiamo chiederci se sono state effettuate su campioni attendibili con una diagnosi – su una malattia non dimostrabile – corretta, con metodologie adeguate, con campionatura adeguata e con gruppi di controllo adeguati. Ma soprattutto chiediamoci se i pazienti sono stati ascoltati correttamente. Il modello medico purtroppo prevede un ascolto del paziente di alcuni minuti, e ulteriori controlli periodici sempre di pochi minuti forse anche non con lo stesso specialista. Il modello e il percorso psicologico/psicoterapeutico prevede invece un ascolto costante e continuativo dei sintomi e dei vissuti del paziente, con monitoraggi e follow-up mirati, per un periodo di tempo significativamente idoneo. E’ proprio la modalità psicologica che ha permesso di evidenziare le caratteristiche del paziente fibromialgico che assai difficilmente potrebbero essere rilevabili in un modello medico non esaustivo dei vissuti emotivi del paziente, e quindi non sufficientemente valutati ai fini di una comprensione eziopatologicamente significativa della malattia. Le caratteristiche fondamentali più volte evidenziate e sottolineate per una diagnosi che si rivela maggiormente utile ad un percorso terapeutico sono: 1) La presenza di dolori costanti o periodici di vario tipo con una particolare asimmetria a livello sagittale. Ad una accurata visita medica vi può anche essere asimmetricità dei riflessi, come ad esempio il riflesso patellare. 2) La presenza di una serie di sintomi legati ad una ipersensibilità ed ipereccitabilità sensoriale del Sistema Nervoso Centrale, spesso sottovalutati, che riguardano i sensi: la vista, l’olfatto, il gusto, il tatto, con tutta una serie di sensazioni fisiche e psicologiche modificate e il loro impatto disregolato. 3) La presenza di problematiche psicologiche che sono effetto e non causa della sindrome fibromialgica: il fibromialgico ad esempio è spesso depresso a causa di tutto ciò che deve sopportare ogni giorno, manifesta ansia, sperimenta uno stato di continua allerta, presenta problemi di memoria, di stabilità fisica (es. vertigini), disregolazione emotiva e neurofisiologica e tanto altro. I sintomi nella loro totalità sono moltissimi, e purtroppo ci si concentra ancora troppo spesso sul sintomo “dolore”, che l’esperienza ci ha più insegnato essere soltanto la punta dell’iceberg di tutta quanta la sindrome, ed il motivo per il quale il paziente chiede aiuto. Ecco, l’errore più grande nella diagnosi e nella terapia è il considerare l’equazione fibromialgia = dolore. La fibromialgia è molto di più, e senza questa comprensione non può esistere una terapia medica. E’ a pieno titolo una Sindrome di Ipersensibilità Centrale. 4) La presenza sine qua non per la diagnosi di uno o più eventi psicotraumatici alla base è da considerarsi la causa principalmente scatenante di tutta la sintomatologia. La Sindrome Fibromialgica sembra in alcuni casi manifestare sintomi sovrapponibili alla Sindrome Post- Traumatica da Stress (PTSD), e molto di più ad eventi post-traumatici a partire dall’età evolutiva. I pazienti trattati a partire da questa fondamentale consapevolezza ottengono infatti risultati concreti nella terapia, contrariamente a molti altri approcci che non portano a dati di migliramento significativo. I traumi possono essere di diverso tipo: o unico e scatenante, generalmente molto forte ed intollerabile per chiunque (esempio il subire una guerra, il subire uno stupro, la morte di una persona cara e tanti altri), oppure una complessità di eventi emotivamente traumatici di diverso genere prolungati nel tempo (es. subire mobbing lavorativo, subire minacce continue, maltrattamenti indiretti, disorganizzazione dei ruoli in età evolutiva, vivere in
L’impatto psicologico della guerra sui bambini

L’esposizione al conflitto, in maniera diretta o mediante canali di comunicazione , può generare traumi o problemi di vario tipo nei bambini. Vediamo come prevenire qualche effetto psicologico secondario. L’impatto psicologico della guerra è particolarmente evidente su soggetti altamente vulnerabili e immaturi come i bambini.Gli eventi altamente stressanti correlati al fenomeno della guerra, che possono coinvolgere direttamente un bambino o un giovane, sono: esposizione diretta a minacce per la sopravvivenza sua e di altri; esportazione in un altro paese; maltrattamenti o torture suoi o di altri; abbandono o perdita di figure significative; distruzione o perdita della propria abitazione o propri averi; perdita della libertà di istruzione e/o di culto religioso. Inoltre, quando si parla di bambini, si deve anche considerare il rischio di traumatizzazione secondaria. Il bambino o il ragazzo, infatti, subisce anche tutto l’impatto di vedere un genitore o una figura di riferimento traumatizzata. Il trauma nell’infanzia Il trauma in infanzia può essere descritto come l’impatto mentale e psicologico di un evento esterno e improvviso o di una serie di eventi altamente stressanti che provocano una sensazione di impotenza nel bambino e che determinano una rottura delle abituali capacità di strategie da lui messe in atto. Qualsiasi esperienza in cui il bambino sperimenta terrore, oppressione, dolore, o emozioni intense insieme ad una sensazione di impotenza, rappresenta un trauma infantile..Uno o più eventi traumatici precoci possono andare ad impattare in modo massiccio sulla probabilità di sviluppare sintomi o disturbi, non solo nell’immediato, ma anche in seguito, durante l’adolescenza o l’età adulta. Le reazioni di un bambino esposto ad un evento o una serie di eventi altamente stressanti, sono diverse, a seconda della loro età evolutiva e dell’importanza emotiva dell’evento. I bambini in genere hanno difficoltà a verbalizzare le loro emozioni ed i vissuti si manifestano spesso attraverso il comportamento non verbale. Nei bambini le reazioni ad esperienze traumatiche spesso includono sogni e difficoltà nell’addormentamento. Nei bambini più piccoli frequente emergono emergono timori abbandonici ma anche altre paure ad esempio quella del buio. Mentre nei bambini più grandi più spesso si rilevano difficoltà di concentrazione ed ipervigilanza. Ci possono inoltre essere manifestazioni psicosomatiche come il mal di testa, mal di stomaco, dolori muscolari ed enuresi notturne. Le difficoltà sul piano affettivo comprendono: depressione, pianto inconsolabile oppure al contrario distacco affettivo con comportamenti di isolamento, evitamento e ritiro sociale. Altre reazioni tipiche al trauma in età evolutiva includono alterazioni all’immagine di sé e dell’interpretazione di segnali sociali, cambiamenti nelle abitudini alimentari o nei ritmi sonno/veglia alterati e comportamenti aggressivi o irritabilità immotivata (Wiese & Burhorst, 2004, 2007). I traumi legati alla guerra Nel caso particolare in cui l’evento traumatico sia un conflitto o una guerra, i bambini possono aver sperimentato la perdita dei genitori ed altre figure significative. Si possono anche manifestare vissuti tipici della sindrome del sopravvissuto, quando i bambini sopravvivono al conflitto mentre amici e familiari ne sono rimasti vittime. Sviluppano sensi di colpa e sentimenti di profonda indegnità o pensieri di non meritare di essere felici. Cosa può fare un genitore per tutelare l’impatto emotivo della guerra sui bambini? Valutate il peso che la guerra ha sull’emotività dei bambini. Date sempre una spiegazione al bambino. Considerate l’importanza della speranza.
Non so dire di no! Cosa sono i “no” assertivi.

Non so dire di no! Cosa sono i “no” assertivi. Nello scorso articolo abbiamo parlato della difficoltà di fare richieste. Abbiamo descritto esempi critici e alcuni consigli pratici, premettendo che: “è un mio diritto chiedere, ed è diritto dell’altro dire di no”. Ora siamo noi l’altro, e impariamo a dire di no! Per quanti di voi è difficile pronunciare questa parolina di dissenso? <<Se dico di no l’altro ci rimane male>> <<Ma poi mi sento in colpa!>> <<Pensa che non ci tengo a lui, litigheremo!>> E quanti bisogni personali avete già trascurato, per il timore di dire di no? Insomma, quando diciamo di no dobbiamo avere ben chiaro il nostro obiettivo. Come per il fare richieste, stiamo dicendo di no al soggetto della domanda, non stiamo effettuando un giudizio di valore all’altro! Non gli stiamo di certo dicendo, cioè, che non è importante per noi! Ecco quindi, alcuni consigli pratici per imparare a dire di “no” in modo assertivo: Pianifica i risultati. Cosa succederà se dici di no? È in linea con l’obiettivo che vuoi raggiungere? Prevedere la reazione dell’altro non deve scoraggiarti, deve aiutarti a trovare una buona strategia per la tua comunicazione! Riconosci il tuo diritto di definire i limiti e seguire i tuoi bisogni. Non ci stancheremo mai di dire che il “no” è un diritto! E voler bene ad una persona non significa sempre porre i propri bisogni in secondo piano… talvolta lo si vuole fare, talvolta proprio no! Capisci il punto di vista altrui. Sei sicuro di avere chiaro il bisogno dell’altro? Perché ti ha fatto quella richiesta? Se non sei sicuro di avere tutte le informazioni che ti servono, puoi fare domande di approfondimento mettendo in atto un ascolto attivo. Se ti senti a disagio o dispiaciuto puoi esplicitarlo. Potresti usare frasi del tipo <<Mi sento molto a disagio a dirti di no>>. Sii chiaro. Non tergiversare, e non attendere che l’altro ti comprenda in assenza di una comunicazione precisa. Spiega con chiarezza le tue ragioni. Utilizzare il verbo “non voglio/non me la sento”, rispetto al “non posso”! Quest’ultimo, infatti, sposta l’attenzione su impedimenti esterni, con un duplice risultato. Innanzitutto potrebbe spingere l’altro a rifare la richiesta in un contesto differente. Infine, rispecchia una scusante esterna: siamo noi a scegliere cosa fare e quando! Offri alternative. Se possibile, sforzati a pensare ad un punto di incontro da proporre che accontenti entrambi, una strategia del tipo win-win. Fai domande assertive. Successivamente alla proposta di un’alternativa, assicurati che all’altro stia bene con domande del tipo “va bene per te?”. Ad esempio, Giorgio mi chiede un passaggio per raggiungere le poste, che si trovano esattamente dalla parte opposta alla mia palestra. Come comunico il mio no? Un’idea potrebbe essere questa: <<Mi sento in colpa a dirti questa cosa, ma sai ci tengo davvero tanto a non arrivare in ritardo alla lezione in palestra. Se ti accompagnassi alle poste, farei ritardo, e non me la sento. Però, se per te può essere comodo, posso fare una deviazione più breve per me, e lasciarti alla fermata del pullman, dove sta per passare un bus che giunge proprio avanti alle poste! Che ne pensi?>> E ora, prova tu a dire quel “no” che hai sempre desiderato.
Conflitti tra valori. Cosa posso fare?

Russ Harris dà alcuni suggerimenti pratici per risolvere conflitti tra valori. E’ successo a tutti noi di sperimentare conflitti importanti a volte, e di solito è piuttosto stressante; possiamo facilmente essere coinvolti nel tentativo di trovare “la cosa giusta da fare”, e finire per passare molto tempo dentro la nostra testa, preoccupandoci, ruminando, stressandoci o semplicemente tornando ripetutamente sul problema, cercando di prendere una decisione. Questi tipi di conflitti rappresentano una grande sfida per quasi tutti. Quindi, di seguito si illustra uno schema tratto da Russ Harris (2019), in 5 passaggi, per i conflitti di valori. 1: Il dominio: identificare il dominio di vita in cui i valori sono in conflitto.2: I valori: identificare i valori effettivi in conflitto.3: Il “mappamondo“: ricorda che i valori sono dinamici.4: Brainstorming: pensa a tutti i diversi modi possibili di coltivare il valore A da solo, il valore B da solo ed entrambi i valori A e B contemporaneamente, all’interno di questo dominio della vita.5: Auto-gentilezza: questi conflitti sono dolorosi, quindi sii compassionevole e comprensivo verso te stesso. Il primo passo è sempre quello di identificare un solo dominio di vita in cui si verificano i valori in conflitto – ad es. lavoro, studio, genitorialità, matrimonio, salute, spiritualità, tempo libero, ecc. Se il conflitto riguarda più di un dominio,inizialmente si può scegliere quello principale, dove si stanno creando i maggiori problemi. Il passaggio 2 consiste nell’identificare poi i due valori principali in conflitto all’interno dello specifico dominio. Ad esempio, nel dominio genitorialità potrebbero crearsi conflitti tra l’essere presente e l’essere autorevole. I valori non sono statici; non si allineano e rimangono in posizione come libri in una libreria. I valori sono dinamici,cambiano continuamente posizione e si spostano, a volte giungendo in primo piano e altre volte sfumando sullo sfondo. Spesso aiuta vederlo in questo modo: i nostri valori sono come i continenti nel mappamondo.Non importa quanto velocemente lo giri, non puoi mai vedere tutti i continenti contemporaneamente; ce ne sono sempre alcuni nella parte anteriore, altri nella parte posteriore. Di volta in volta, dunque, bisogna scegliere: quali valori arrivano in primo piano e quali si spostano dietro? A questo punto bisogna pensare a quali diversi modi esistono per vivere il valore A da solo, il valore B da solo ed entrambi i valori contemporaneamente. Possiamo includere qualsiasi cosa, dalla più piccola delle azioni al più grande degli obiettivi. Quando risolviamo i conflitti fra i nostri valori, tendiamo a provare un senso di liberazione; ci rendiamo conto che possiamo vivere secondo i nostri valori qualunque sia il corso dell’azione che perseguiamo.Sfortunatamente, ciò spesso non ci aiuta a prendere la decisione difficile che dobbiamo prendere, o risolvere ildilemma o fare quella scelta difficile. Ricordiamoci sempre che la soluzione perfetta non esiste!Se ci fosse, non si sarebbe creato un dilemma. Quindi, qualunque sia la scelta finale, probabilmente si avvertirà ansia e la mente dirà: “Questa è la decisione sbagliata”, e facendoti poi notare tutti i motivi per cui è una scelta sbagliata.Il punto cruciale è che se si aspetta di scegliere fino a quando ci si sentirà sicuri al 100%, e finchè ci si aspetta di non provare ansia, dubbi e nessun pensiero sul prendere la decisione sbagliata, sappi che probabilmente si aspetterà per sempre. La verità è che non c’è modo di non scegliere, poichè si sta già facendo una scelta anche quando non si è ancora presa una decisione.
Love bombing: quando il narcisista ci fa innamorare

Origine del termine love bombing Il mondo delle relazioni umane è un terreno complesso costellato da una moltitudine di dinamiche le quali, intrecciandosi tra loro, possono dare origine a comportamenti che senza un’adeguata analisi possono sembrare difficili da comprendere; uno tra questi è il cosiddetto “love bombing”. Questo termine, che letteralmente significa “bombardamento d’amore”, è stato coniato negli anni ’70 dalla Chiesa dell’Unificazione degli Stati Uniti con lo scopo di descrivere il meccanismo utilizzato dalle sette religiose per adescare seguaci e manipolarli al fine di esercitare su di loro un controllo. Nel 1995, la psicologa e scrittrice statunitense Margaret Singer utilizzerà tale termine all’interno di un contesto differente: quello delle relazioni tossiche. Da questo momento in poi, il love bombing farà riferimento ad una specifica tecnica caratterizzata da un insieme di comportamenti mirati con lo scopo di sedurre e gradualmente controllare sempre più la vita di una persona. Va specificato che chiunque può adottare tale tecnica in qualsiasi tipologia di relazione, (sentimentale, familiare, amicale…) ma, essendo confermata dalla letteratura la relazione tra love bombing e disturbo narcisistico di personalità, in questo articolo ci soffermeremo sulla relazione sentimentale con tali persone. Per lo stesso motivo, essendo statisticamente più frequente che il love bomber sia un uomo e la vittima una donna, si utilizzerà questa relazione come esemplificativa per rendere la lettura più fluente, ma si sottolinea che le stesse dinamiche potrebbero avvenire anche al contrario o in coppie omosessuali. In cosa consiste il love bombing? Come anticipato, questo termine indica un bombardamento di comportamenti, azioni e gesti particolarmente romantici che il narcisista mette in atto nel corteggiamento di un’altra persona. Durante questa fase di seduzione, la vittima del love bombing percepisce l’altro come l’anima gemella in quanto, attraverso complimenti, attenzioni, regali, messaggi e dimostrazioni d’amore, il narcisista riesce a far sì che l’immagine che il partner ha di lui sia iper-idealizzata. La vittima, sentendosi ammaliata dalla moltitudine di attenzioni ricevute, inizia a sviluppare una dipendenza emotiva e a desiderare sempre più la vicinanza e l’amore (che tale in realtà non è) del partner; innescando questo meccanismo di dipendenza, il narcisista riesce così ad avvicinarsi al suo scopo manipolativo. Inoltre, i gesti e i comportamenti che il narcisista decide di adottare non sono casuali, ma sono frutto di uno studio attento della vittima; una volta conosciuta in maniera approfondita, infatti, saprà esattamente come conquistarla, puntando sui suoi punti deboli, ed apparire come ciò che essa ha sempre desiderato. Come riconoscerlo da un corteggiamento sano Di primo acchito può non essere semplice differenziare il love bombing dalle attenzioni da “luna di miele” che normalmente caratterizza le prime fasi di una relazione. Ciò che differenzia questa strategia dalle genuine manifestazioni d’amore che contraddistinguono l’inizio di una relazione sana è l’eccesso. In una coppia, infatti, i regali, le sorprese e le premure sono estremamente piacevoli, specialmente nella fase di innamoramento (e il narcisista ne è più che consapevole) ma quando si ha a che fare con un love bomber tali espressioni “d’amore” inizieranno a diventare eccessive ed esagerate in brevissimo tempo. Un esempio che comunemente è presente in chi adotta tale tecnica è il “ti amo” detto precocemente e ripetuto in maniera quasi ossessiva, spesso seguito dalla tecnica del “future faking”, attraverso il quale il narcisista farà immaginare alla partner il loro idilliaco futuro insieme, promettendole tutto ciò da lei desiderato ma senza poi realizzare nulla di tutto ciò. Altri esempi concreti di comportamenti attuati all’interno di queste dinamiche possono essere: Complimenti costanti senza una conoscenza profonda dell’altra persona e frasi particolarmente seduttive; Continui regali che riflettano un determinato impegno; Gesti eclatanti, plateali ed estremamente romantici; Esibizione della partner accompagnata da manifestazioni d’affetto pubbliche; Una presenza costante anche attraverso un’assidua comunicazione via messaggio; Risultano essere esattamente ciò che si ha sempre desiderato e sanno sempre cosa dire al momento giusto; Richiedono una costante attenzione dedicata esclusivamente a loro; Spesso si oppongono a qualsiasi relazione esterna al nucleo della coppia. Le fasi successive al love bombing Questi comportamenti appena citati in realtà compongono solamente l’inizio di un processo manipolativo che si articola in più fasi. La prima fase, appena descritta, è quella di idealizzazione, del love bombing, ed è esattamente ciò che consente al narcisista di instaurare un rapporto con la vittima che, nel periodo seguente, diventerà via via più tossico. Qualora la vittima esprimesse dei dubbi riguardo a questo eccesso di attenzioni, il narcisista sarà estremamente bravo nell’innescare in lei dei sentimenti di colpa, mostrandosi particolarmente offeso. La fase che segue il bombardamento d’amore è caratterizzata dal suo opposto, ovvero la svalutazione. Il manipolatore adotterà ora un atteggiamento opposto; se prima inondava la partner con complimenti dipingendosi come la sua anima gemella, adesso si mostrerà distante, freddo e si relazionerà con lei attraverso critiche e frasi svalutanti. Questa fase ha l’obiettivo di innescare nella vittima degli sforzi per tornare ad essere amata e posizionata “su un piedistallo” come nella fase precedente. La terza fase è composta dall’allontanamento. Il narcisista, raggiunto questo punto del processo manipolativo, adopererà la tecnica del “ghosting”, sparendo e chiudendo qualsiasi tipo di contatto e comunicazione con la vittima. Queste fasi possono avere una durata variabile ma ad un certo punto si arriverà alla quarta fase, quella del recupero o della riconquista, nella quale potrebbe nuovamente utilizzare la tecnica del love bombing allo scopo di farsi perdonare. Questa fase permette al narcisista di attivare un circolo vizioso che si protrarrà fin tanto che la vittima non prenderà consapevolezza e taglierà tutti i ponti con il partner. Conclusioni Il love bombing rappresenta, quindi, una tecnica di manipolazione emotiva che non solamente può portare a meccanismi di controllo sulla vittima, ma può innescare in essa anche ulteriori effetti, quali dipendenza emotiva, isolamento sociale e distorsione della realtà. Ciò che risulta fondamentale per contrastare il love bombing è riconoscere i segnali di questa tipologia di manipolazione e, nel caso se ne identificassero, cercare supporto da amici, familiari o professionisti della salute mentale per tutelare la propria salute psicologica. Bibliografia Campbell, W. K., & Foster,
The Hero’s Journey

di Sara Sabbioni Sono una psicologa che lavora da circa 16 anni a Dublino (Irlanda) in un centro di riabilitazione per adulti affetti da lesioni cerebrali. La maggior parte dei miei pazienti mi racconta che prima di venire da noi conduceva un vita normale: lavoro, famiglia, amici; alcuni facevano sport e seguivano una sana alimentazione, poi improvvisamente qualcosa e’ successo: un ictus, una emorragia cerebrale o un incidente d’auto.., uno tsunami che ha sconvolto la loro vita per sempre. Oltre a causare ripercussioni disastrose nelle loro vite (perdita del lavoro, delle amicizie, perdita dell’autostima, deficit fisici e/o cognitivi ecc..) questo evento ha sconvolto anche la vita dei loro cari. Spesso i familiari si sentono confusi e incontrano notevoli difficolta’ ad aiutare i loro cari nel loro percorso riabilitativo. Per questo motivo ho deciso di scrivere questo breve articolo con la speranza che possa essere di aiuto a qualcuno che purtroppo si trova in questa sfortunata situazione. Quando incontro per la prima volta un paziente, alla domanda “come ti posso aiutare” la risposta e’ sempre la stessa “vorrei ritornare quello di prima”. Quello che cerco di far capire ai miei pazienti, e ai familiari, durante il loro percorso teraputico è che la persona di prima, dell’incidente, non c’e’ piu’, e bisogna ricostruire un nuovo “io”. Il percorso riabilitativo e’ un processo molto difficile e faticoso, caratterizzato da alti e bassi, numerosi momenti di sconforto alternati a sporadici momenti di speranza. Il diagramma di John Fisher “Process of Trasition, 2012” spiega molto bene, a mio avviso, come alcuni pensieri negativi siano normali quando si affronta un cambiamento cosi’ difficile. Pertanto, un solido supporto sociale e’ cruciale per un esito positivo. Purtroppo alcune conseguenze di una lesione cerebrale, sebbene possano migliorare nel tempo, non scompaiono completamente. E’ importante che chi si relaziona con una persona con danni cerebrali sia consapevole di cio’ così come il paziente. Ricordo di una giovane mamma, che dopo un ictus non riusciva piu’ ad essere multitasking, la figlia le diceva: “ancora con questa scusa dello ictus, mamma? e’ successo tre anni fa’ quando imperarai a voltar pagina”? In alcune casi, i deficit si manifestano solo internamente con problemi emotivi, psicologici e/o cognitivi e pertanto sono invisibili dal mondo esterno, per questo si parla spesso di “Hidden Disability”. A questo proposito, un paziete divenuto inabile alla guida e costretto pertanto a spostarsi con mezzi pubblici, portava con sè un bastone nonostante non ne avesse bisogno perche’ gli altri passeggeri sull’ autobus gli cedessero il loro posto a sedere. Un danno cerebrale puo’ anche portare un disturbo del linguaggio noto come Afasia, caratterizzato dalla difficolta’ di espressione o comprensione della lingua. Nella forma espressiva, la persona spesso ha bisogno di qualche secondo in piu’ per formulare la frase. Mossi da buoni propositi, amici e familiari spesso intervengono in loro soccorso completando la frase per loro, qualche volta dare del tempo alla persona per finire il concetto e’ molto piu’ di aiuto . Una mia paziente si sente molto frustrata quando incontra i famigliari perche’ non riesce mai a copletare una frase con loro. L’ultimo suggerimento che mi sento di dare ai familiari e’ di abbandonare l’atteggiamento iperprotettivo e di permettere alla persona di misurarsi con le proprie difficolta’ e decisioni perchè ciò la aiutera’ a progredire nel suo percorso. Ovviamente questo va fatto gradualmente e bisogna sempre fornire una rete di sicurezza su cui il paziente puo’contare. Bibliografia: “Hero’s Journey: Adult Educational Group Curriculum” Kit Malia, Anne Brannagan John Fisher- Process of Transition, 2012