Psicologia Clinica, Psicoterapia, Riabilitazione neuropsicologica: integrare i saperi per superare il riduzionismo tecnicista

Emanuele del Castello, Psicologo Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica, Didatta Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC). Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Un po’ di storia: la nascita delle professioni psicologiche.  I trenta anni di Neuropsicologia Cinica in Campania, che celebriamo in questa sede, coincidono in gran parte con il trentennio di vita della Professione di Psicologo regolamentata dalla legge 56/89. Come si sa, questa legge era stato il frutto di un faticoso lavoro di mediazione tra interessi diversi. Era chiaro a tutti, infatti, che i nuovi professionisti laureati in Psicologia si sarebbero orientati verso la pratica clinica, sconfinando in un’area, la terapia, fino ad allora di competenza esclusiva della professione medica. Al di là di possibili verosimili interessi corporativi in gioco, diventava necessario tutelare, pertanto, la salute della cittadinanza, creando una chiara distinzione tra l’attività psicoterapeutica e le altre attività che vengono attribuite allo psicologo dalla stessa legge. In qualche modo la psicoterapia veniva individuata come area di pratica professionale comune per medici e psicologi. L’utile compromesso raggiunto con l’art. 3 lasciava allo Psicologo, non specializzato ai sensi dello stesso articolo, un’ampia gamma di attività professionali che se, da una parte, avevano lo scopo di estendere le competenze dello Psicologo ai più svariati settori della convivenza umana con attività come diagnosi, prevenzione, a b i l i t a z i o n e e r i a b i l i t a z i o n e che restavano idealmente ancorate all’ambito sanitario, dall’altra, attività come sostegno, ricerca, insegnamento non apparivano sufficienti a lasciare immaginare una professione psicologica non clinica. A quei tempi, una distinzione sommaria tra le attività dello Psicologo sembrò sufficiente, soprattutto perché la vocazione “clinica” dei giovani psicologi italiani li spingeva, spesso immediatamente dopo la laurea, ad iscriversi ad una s c u o l a d i P s i c o t e r a p i a p e r compensare la scarsa capacità professionalizzante delle Facoltà di Psicologia. Naturalmente, a questa scelta contribuì anche la norma per cui gli Psicologi, così come tutti gli altri professionisti Sanitari, possono accedere ai concorsi nella Sanità p u b b l i c a s o l o c o n l a S p e c i a l i z z a z i o n e . L a specializzazione in Psicoterapia, in carenza di altre specializzazioni in ambito psicologico, consentiva questa possibilità; pertanto, una formazione di questo tipo, nelle sue svariate declinazioni originate dai modelli teorici esistenti nel campo, diventava un valido sostituto per una formazione in Psicologia Clinica che potesse fornire ai professionisti impegnati nei vari ambiti della tutela della salute, nel Sistema Sanitario Nazionale come nell’ambito privato, l e competenze professionali teoriche, ma soprattutto pratiche, necessarie a garantire la tutela della salute delle persone. Il caso della Neuropsicologia Clinica.  La neuropsicologia clinica s e m b r a v a e s s e r e s f u g g i t a completamente all’attenzione del legislatore della 56/89. In teoria, il riferimento ad “abilitazione e riabilitazione” presente nell’art. 1 avrebbe potuto risolvere la questione collocando una disciplina così complessa chiaramente sanitaria, e forse ancor più ancorata alla pratica medica, fuori dell’area terapeutica. Non tutti, però, si sono accorti del pericolo di questa operazione; molti, anzi, hanno visto nella introduzione d e g l i i n s e g n a m e n t i d i neuropsicologia nelle facoltà di Psicologia, la possibilità di rendere autonoma la disciplina rispetto alla Neurologia, aprendo, allo stesso tempo, la possibilità di nuovi spazi occupazionali per i giovani psicologi. Questa aspirazione sembrava ancora più concreta con la riforma dell’Università che ha introdotto il cosiddetto 3+2 nel percorso universitario. Più che in altri settori, il Dottore in Tecniche Psicologiche (in ambito Neuropsicologico) sembrava aprire nuove prospettive lavorative; il problema così diventava: se esistono psicologi cosiddetti “junior” o anche “senior ” addet t i al la riabilitazione neuropsicologica, chi s a r à l o s p e c i a l i s t a che ne programmerà, supervisionerà e verificherà l’applicazione delle tecniche in cui è formato? All’interno del Sistema Sanitario la risposta risultava automatica e cioè che la direzione del processo terapeutico-riabilitativo spettasse al Medico specialista in Neurologia e non a uno Psicologo Clinico. Tuttavia, al di là degli evidenti conflitti di interesse corporativi, la conseguenza non può non essere che la riduzione del processo r i a b i l i t a t i v o i n a m b i t o neuropsicologico a procedura tecnica, paragonabile ad analoghe procedure in ambito ortopedico o urologico, scevra da un progetto terapeutico-riabilitativo che tenesse conto del ruolo fondamentale di funzioni quali la memoria, i l linguaggio ed altre che costituiscono aspetti importanti dell’identità e della vita relazionale di una persona. Tale consapevolezza, per fortuna, sembra cresciuta negli ultimi d e c e n n i . Lo s v i l u p p o d e l l e neuroscienze ha portato, infatti, a un superamento del vecchio dualismo cartesiano di corpo e mente e ormai prevale un’idea di funzionamento psicologico in cui mente e cervello sono strettamente integrati. Inoltre, l’esperienza clinica in ambito riabilitativo ha messo in evidenza la stretta connessione tra recupero delle funzioni cognitive danneggiate e sistema motivazionale del paziente (Del Castello e Lepore, 2002). Lo spazio della Psicologia Clinica.  La definizione della Psicologia come professione sanitaria ha aperto una nuova questione: e cioè quella di delineare il campo della Psicologia C l i n i c a e , d i conseguenza, p r o g e t t a r e i p e r c o r s i d e l l a formazione di uno Psicologo Clinico nei vari settori di applicazione. Se facciamo riferimento alla definizione della Divisione di Psicologia Clinica (Divisione 12) dell’American Psychological Association (APA) leggiamo che: “Il campo della psicologia clinica integra

Quel pomeriggio particolare…

Prof. Alberto Grasso, Docente E m e r i t o i n R i a b i l i t a z i o n e Neurologica – Università degli Studi Napoli “Federico II”; Specialista in Malattie Nervose e Mentali; Specialista in Fisiatria; Specialista in Medicina dello Sport Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania E’ con grande piacere che ho raccolto l’invito del Dr. Michele Lepore di rievocare quel tempo pionieristico della riabilitazione neuro-motoria che intravidi potesse necessariamente transitare da “Scienza empirica” “ a Scienza basata sulla evidenza della efficacia terapeutica. Siamo agli inizi degli anni novanta e d i n C l i n i c a N e u r o l o g i c a dell’Università degli Studi di Napoli al Policlinico Federico II – edificio dove lavoravamo io e Dario Grossi, io al quarto Piano in Riabilitazione Neurologica e Dario nel “ corpo b a s s o ” a p i a n o t e r r a i n Neuropsicologia. La Riabilitazione Neurologica stava e v o l v e n d o s i i n t e r m i n i d i metodologie applicative sofisticate: utilizzavamo infatti, tra i primi in I t a l i a , l ’ E s e r c i z i o Cognitivo Terapeut ico (Per fet t i ) , vincol i muscolo-cutanei (Grasso) per utilizzare la sensibilità cutanea propriocettiva ed esterocettiva quale elemento integrato di innesco “del l ’at to motor io defici tar io” seguendo la Teoria del “Caos Sensoriale” (Kelso). Lavoravamo a compartimenti stagni ma, essendo amici da anni, spesso ci scambiavamo pareri sulle nostre attività di ricerca clinica in campo neurologico. Un pomeriggio scesi giù e Dario mi parlò della pubblicazione della TERADIC (con Renato Angelini), una batteria per la riabilitazione della Aprassia Costruttiva che seguiva un approccio strategico innovativo. Trovai la cosa molto interessante ed il modello illustrato nel lavoro mi stuzzicò a proporgli un’applicazione pratica nel recupero funzionale del n e u r o l e s o , c h e r i t e n e v o fondamentale sia come diagnostica c h e c o m e i n d i s p e n s a b i l e implementazione del progetto r iabi l i tat ivo neuromotor io. Far evolvere quindi la Neuropsicologia da speculativa ad applicativa. Organizzai così un protocollo attuativo presso una clinica riabilitativa ove gli feci trovare una equipe di Psicologi che già lavoravano nel gruppo, che plasmò trasformandoli in Neuropsicologi Riabilitativi. Con riluttanza prima e, man mano, con sempre più entusiasmo scese dalla “torre eburnea”, come egli ebbe a dire una volta, ed iniziammo a d u p l i c a r e i l p r o t o c o l l o Neuropsicologico cognitivo come parte integrante del Progetto di Recupero Funzionale Neurologico. Quel pomeriggio particolare fu una b e l l a o c c a s i o n e p e r c r e a r e un’evoluzione della Neuropsicologia, un arricchimento personale ed anche della Neuro-riabilitazione. Dieci anni dopo circa sarebbe stato pubblicato il libro “Amnesia e disturbi della cognizione spaziale” con i r i s u l t a t i d i q u e l p e r i o d o d i s p e c u l a z i o n e t e o r i c a e sperimentazione clinica. Rievocare è bello quando si tratta di amicizia e ricerca come in questo caso. Grazie

Trenta anni (1992 – 2022) di neuropsicologia clinica in Campania: prima e dopo “Amnesie e disturbi della cognizione spaziale”

di Michele Lepore, Psicologo, psicoterapeuta; Direttore scientifico Scuola Campana di Neuropsicologia (SCNp), Docente di Neuropsicologia c l i n i c a e f o r e n s e S c u o l a Specializzazione in Psicoterapia CSP, Casoria (Na) e Caserta Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania. Venti anni fa la pubblicazione del libro. Ma quel contributo fu solo il punto di arrivo di una complessa e laboriosa esperienza professionale, scientifica, organizzativa e personale degli autori coinvolti e di tanti altri colleghi, esperienza che, nel 2002, era già iniziata dieci anni prima. Sono grato al Prof. Alberto Grasso per aver accettato di contribuire a questo numero, con il racconto di “quel pomeriggio particolare”, agli inizi degli anni novanta, al pian terreno della Clinica Neurologica dell’Università “Federico II”. Alberto ha avuto un importante ruolo nella storia che raccontiamo, contribuendo a catalizzare quel processo per cui la Neuropsicologia campana scese “dalla torre eburnea”, come ci ricorda nel suo intervento, iniziando a intervenire nel campo della riabilitazione clinica. D’altra parte Dario Grossi è sempre stato innanzitutto un clinico, attento all’osservazione del paziente, con cui si relazionava sempre con grande naturalezza ed umanità. Non a caso nella prefazione del libro ci tenne a scrivere che “per presentare al pubblico i metodi e le tecniche u t i l i z z a t e abbiamo p r e f e r i t o descriverle discutendo i casi clinici […] in modo da evitare una sterile elencazione di procedure; si è ritenuto in questo modo di dare rilievo al carattere clinico ed applicativo, che è consono alla disciplina”. N e i p r i m i a n n i n o v a n t a i o frequentavo ancora il policlinico almeno una volta alla settimana. Ci ero arrivato come tirocinante nell’autunno del 1989, unico psicologo all’epoca. In quell’estate mi ero laureato alla Sapienza, a Roma. Avevo scritto la tesi con Arturo Orsini, Teoria e tecnica dei test, ed avevo eseguito una taratura del test di Corsi nei bambini. Allora n o n c ‘ e r a u n e s a m e d i Neuropsicologia ed io non ne sapevo niente. Nello scrivere la tesi, però, mi ero appassionato. Orsini fu contento del lavoro e mi propose di partecipare al bando per il Dottorato. Allora Roma era molto più lontana di ora da Avellino, dove ho sempre vissuto, e gli chiesi se avessi potuto continuare la collaborazione in una struttura più vicina a casa. Mi scrisse una lettera di presentazione e mi inviò da Dario Grossi. Iniziai, finalmente, il mio apprendistato clinico, collaborando anche alle attività di ricerca del gruppo, tutti neurologi. Così, agli inizi del 1992, non molto tempo dopo quel pomeriggio particolare, Dario mi propose di far parte di una prima equipe che avrebbe iniziato di lì a poco a riabilitare pazienti neurologici e nel maggio 1992 cominciammo in una clinica riabilitativa. Dopo poco r i p r o d u c e m m o i l m o d e l l o organizzativo con una seconda equipe campana. Furono anni appassionati ma anche faticosi, la riabilitazione cognitiva era agli esordi e spesso si basava sull’applicazione di tecniche volte a ripristinare la funzione danneggiata attraverso esercizi r i p e t i t i v i ( r e s t o r a t i o n ) , p e r l o p i ù standardizzati ed indicati sulla base della descrizione fenomenologica del disturbo, piuttosto che su un’analisi funzionale del meccanismo cognitivo danneggiato. Seguimmo invece un approccio diverso, considerati anche gli insuccessi pratici di quelle tecniche. L’“idea semplice” che viene descritta nell’introduzione del libro (“Storia di un’idea semplice” ) prevedeva che si facesse leva su un ruolo attivo del paziente, che doveva p r e l i m i n a r m e n t e d i v e n t a r e consapevole delle proprie difficoltà, descritte in termini funzionali a partire da modelli cognitivi noti, e quindi, insieme al riabilitatore, individuare delle strategie alternative d i soluzione d i un compito, attraverso il ricorso ad esercizi volti a stimolare i processi logici e di problem solving. Un approccio, quindi, basato sulla “reorganization”, volto al rimodellamento dei processi cognitivi. Poi, man mano che le nostre esperienze si accumulavano, fu presto chiaro che bisognava intervenire anche su altri aspetti, motivazionali, relazionali, sistemici, con il coinvolgimento dell’ambiente di riferimento (che, oltretutto, doveva imparare a sopperire ad alcune difficoltà insormontabili del paziente, attraverso, quindi, interventi c o m p e n s a t i v i ) . Q u e s t a consapevolezza ci costrinse ad un u l t e r i o r e ampliamento d e l l a prospettiva teorica e clinica, che sempre più dovette attingere anche a teor ie e prassi del sapere p s i c o l o g i c o – c l i n i c o e psicoterapeutico ed a riconoscere la n e c e s s i t à d i u n a p p r o c c i o interamente basato su un modello psicologico, piuttosto che medico, c u i , a l l ‘ e p o c a , e r a , i n v e c e , uniformata la riabilitazione da un punto di vista teorico, professionale ed organizzativo. Non più, quindi, una diagnosi descrittiva medica, ma una diagnosi funzionale cognitiva; non più la prescrizione di tecniche alla stregua di un farmaco e ripetizione di esercizi, ma i l coinvolgimento attivo del paziente nella consapevole ricerca di strategie; non più l’intervento parcellizzato sul disturbo cognitivo prodotto dalla lesione, ma la considerazione anche degli aspetti emotivi, motivazionali e relazionali nel loro insieme; non più il paziente come destinatario isolato della riabilitazione, ma il coinvolgimento del contesto familiare e relazionale in un’ottica sistemica.

Depressione e alimentazione

Di Angela Atzori La depressione è il disturbo psicologico più presente al mondo (Edwards, 2010). Secondo i dati del sistema di sorveglianza PASSI, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, nel marzo-aprile 2020 c’è stato un incremento dei sintomi depressivi con una percentuale del 7,1% rispetto allo 6,1% del periodo 2018-2019. Lo studio condotto nel 2020 dall’ISS ha evidenziato un incremento dei sintomi a causa della pandemia Covid-19 e dei periodi di lockdown, con un peggioramento, rispetto agli anni precedenti, nella fascia di età dei giovani i 18 e i 34 anni. Il disturbo depressivo maggiore si presenta con sofferenza psicologica, tono dell’umore abbastanza basso per un periodo abbastanza lungo e implica, per la persona, fatica nella cura del proprio corpo, isolamento con conseguente riduzione o peggioramento delle relazioni sociali, e una compromissione nelle aree lavoro o scuola. Secondo il DSM-5 i sintomi più frequenti sono tristezza, senso di vuoto, marcata diminuzione dell’interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività, cambiamento nell’appetito con forte perdita o aumento di peso, disturbi del sonno, faticabilità o mancanza di energia, agitazione o rallentamento psicomotorio, sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte e di suicidio. In genere una persona depressa presenta almeno cinque dei sintomi appena riportati per un periodo di due settimane o almeno uno dei primi due, causando una significativa interferenza nella capacità di svolgere le attività quotidiane. Secondo i dati Passi 2008-2011 state individuate delle associazioni tra depressione e: difficoltà economiche, genere femminile, basso livello di istruzione, stato lavorativo, presenza di malattie croniche ed età anziana. Secondo il DSM-5, alcuni studi molecolari hanno ipotizzato che alla base della depressione vi siano varianti genetiche di fattori neurotrofici e delle citochine- proinfiammatorie. In merito a quest’ultimo punto alcune meta-analisi hanno descritto la depressione come uno stato pro-infiammatorio, tale da poter parlare di “mente infiammata” (Bottaccioli, Bottaccioli et al., 2021, p. 4) Che impatto ha l’alimentazione su questo disturbo mentale? Esistono delle prove del suo ruolo nella depressione? Mangiare bene fa stare meglio? Negli ultimi decenni diverse ricerche hanno esplorato il legame tra alimentazione e depressione cercando di dare una risposta a queste domande. Alcune si sono concentrate principalmente sul ruolo di specifici nutrienti, altre hanno focalizzato i loro studi su particolari modelli dietetici. Secondo uno studio condotto nel 2006 da Sánchez Villegas e colleghi, sembrerebbe che l’adesione a un modello dietetico mediterraneo assicurerebbe un’assunzione adeguata di frutta, noci, verdura, cereali, legumi o pesce, fonti di importanti nutrienti legati alla prevenzione della depressione. Anche lo studio di coorte condotto sempre da Sánchez Villegas (2009) confermerebbe un potenziale ruolo protettivo della dieta mediterranea rispetto alla prevenzione dei disturbi depressivi. I risultati della ricerca condotta da Brunner, Ferries e altri (2009) suggerirebbero che il consumo di frutta, verdura e pesce sarebbe da preferire a una dieta ricca di carni, cioccolatini, dolci, cibi fritti, alimenti con farine raffinate e latticini ad alto contenuto di grassi quale fattore di protezione contro l’insorgenza di sintomi depressivi. In particolare per ciò che concerne la carne, secondo la meta- analisi di Nucci e colleghi del 2017 (citati in Bottaccioli, Bottaccioli et alt., 2021) l’assunzione di carni rosse e di carni processate sarebbero fortemente associate col rischio di depressione. Secondo la meta-analisi condotta da Firth e colleghi (2019) si conferma che vi siano dei potenziali benefici dell’alimentazione sui sintomi depressivi, benché gli studi in questione abbiano riscontrato questi effetti su popolazioni generali, subcliniche e non patologiche. La meta-analisi condotta da Lassale, Batty e colleghi (2019) mostra che esistono prove osservabili che suggeriscono che sia l’adesione a una dieta sana (in particolare a una dieta mediterranea tradizionale), sia l’evitamento di una dieta pro-infiammatoria, sono associati a un ridotto rischio di sintomi depressivi o depressione clinica. Negli ultimi 10 anni sono numerosi invece gli studi che si sono concentrati in particolare sugli effetti antidepressivi (oltre a quelli neuroprotettivi) di una sostanza naturale: l’esperidina. L’esperidina è presente nel thè, nell’olio di oliva e soprattutto negli agrumi, e si è dimostrata utile come antiossidante, antinfiammatorio e neuroprotettivo. Secondo lo studio cinese di Xinyu Li e colleghi (2023) l’esperidina allevia in modo efficace la depressione indipendentemente dalle sue cause sottostanti. Gli effetti antidepressivi dell’esperidina sarebbero mediati da quei recettori implicati nel disturbo, ossia i kappa-oppioidi e specifici recettori serotoninergici nell’ippocampo. La ricerca condotta da Kosari Nasab, M., e colleghi (2018) ha messo in evidenza che il trattamento con esperidina è stato efficace nel ridurre significativamente i sintomi correlati alla depressione nei topolini con una lieve lesione cerebrale. L’effetto antidepressivo era mediato in parte dalla diminuzione della neuroinfiammazione e del danno ossidativo. Benché le ricerche che hanno indagato il ruolo dell’esperidina nel disturbo depressivo siano state condotte principalmente in laboratorio sui topi (e dunque sarebbe necessario estendere la ricerca sperimentale all’uomo) hanno prodotto dei risultati che suggeriscono che l’assunzione dietetica o l’integrazione di questa sostanza naturale abbia influenza sui sintomi correlati alla depressione. In conclusione, negli ultimi decenni sono numerose le ricerche che hanno esplorato il legame tra depressione e alimentazione e nonostante siano necessari ulteriori studi clinici più approfonditi, ci sono evidenze scientifiche crescenti che mostrano gli effetti dell’alimentazione sulla salute mentale. Secondo Bottaccioli e colleghi (2021) è oramai chiaro che la dieta può avere effetti positivi (o negativi) sui disturbi mentali e sui sintomi ad essi associati. Seguendo il suggerimento di alcuni ricercatori (Brunner, Ferries et al. 2009), sarebbe opportuno considerare determinati modelli dietetici o alcuni specifici nutrienti come dei potenziali agenti adiuvanti per la prevenzione e il miglioramento dei sintomi depressivi e dunque sarebbe utile associarli al trattamento di questo disturbo da parte dei professionisti della salute mentale. Bibliografia  Akbaraly, TN., Brunner, EJ., Ferrie, JE., Marmot, MG., Kivimaki, M., Singh-Manoux, A. (2009). Dietary pattern and depressive symptoms in middle age. The British Journal Psychiatry. Vol 195(5), pp. 408-413. doi: 10.1192/bjp.bp.108.058925  American Psychiatric Association (2013), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione (DSM-5), trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2014.  Berk, M., Jacka, FN. (2019). Diet and Depression-From Confirmation to Implementation. JAMA. Mar 5;321(9): pp. 842-843. doi: 10.1001/

Psicologia dello sharing: perché condividiamo contenuti sui social media?

di Anna Borriello e Francesca Dicé La continua evoluzione dei social n e t w o r k e d e i s e r v i z i d i messaggistica istantanea ha modificato sensibilmente l e caratteristiche delle reti sociali che si sono ultimamente arricchite della dimensione online. Infatti, ad oggi, la rete virtuale, al pari di quella familiare, amicale, di vicinato, di scuola, lavoro e istituzionale (Sanicola, 2009), funge da social support, ovvero da sostegno sociale (Ferrario, 1992). La rete virtuale può rappresentare per noi utenti un sostegno quotidiano naturale perché dispensato da persone che sono collocate nella nostra rete e che sono in grado di fornire supporto e m o t i v o ( r i c e v e r e a s c o l t o , attenzione, affetto), informativo (offerta di consigli e sostegno nella valutazione degli eventi) e affiliativo (sentire di appartenere a un gruppo e di avere la possibilità di trascorrere il tempo libero in attività con altre persone). Ma che cosa intendiamo per “virtuale“? Pierre Lèvy, già nel “lontano“ 1995 definiva il virtuale come la “trasformazione da una modalità dell’essere a un’altra”, ovvero come uno dei possibili modi di essere, contrapponibile non al reale ma a quello attuale. Nel momento in cui entriamo nelle comunità virtuali, infatti, ricostruiamo le nostre identità dall’altra parte dello schermo (Turkle, 1996). Quando parliamo di identità virtuali quindi, ci riferiamo a come una persona rappresenta una parte di sé e si relaziona con gli altri all’interno del mondo di internet, in particolare all’interno delle chat e dei social networks. Ad oggi, risulta sempre più evidente come i social media abbiano cambiato il modo in cui viviamo. Sono ormai diventati pervasivi della nostra r e a l t à quotidiana, l a cosiddetta “vita virtuale”, il luogo in cui le persone ora trascorrono la maggior parte del proprio tempo l i b e r o , n o v e l l e p i a z z e d e l passatempo 2.0. Fateci caso, non appena abbiamo un minuto di pausa dalla frenetica routine del quotidiano ci viene spontaneo accedere ai social network e dare una sbirciata a quel che fanno gli altri, con il pretesto di “vedere” un po’ quel che accade nel mondo. Non importa se siamo a bordo di una metropolitana affollata o in mezzo al traffico cittadino, l’accesso alle app social ci trasferisce automaticamente in un altro mondo: un universo incantato di sorrisi, paesaggi mozzafiato, piatti eccezionali da gran gourmet e felicità a non finire. Un mondo fuori dal mondo nel quale è lecito esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, e dire “Io penso” anche quando nessuno è in ascolto e nella realtà il pensiero risuona solo nella nostra testa, magari mentre siamo seduti su una banchina in attesa dell’ennesimo treno della giornata. I s o c i a l n e t w o r k h a n n o sicuramente rivoluzionato la comunicazione, ma anche il modo stesso di pensare. Hanno bandito gli attimi di noia: perché nei momenti vuoti, nelle pause, non c’è più tempo di lasciare vagare lo sguardo nel nulla. Si puntano subito gli occhi allo smartphone dove è improvvisamente comparso un like che ci gratifica, oppure ci attende un messaggio o un commento a cui rispondere. Si afferma sempre più questa capacità dei social network di creare una comfort zone, una confortevole bolla virtuale creata a misura d’utente. Siamo davvero così liberi e sorridenti nella vita reale una volta bloccato lo smartphone? Siamo davvero così liberi nelle nostre fil ter bubbles di like, commenti e pagine correlate e suggerite? S e c o n d o i l r e p o r t D i g i t a l 2021 pubblicato da We Are Social in Italia sono oltre 41mila le persone attive ogni giorno sulle piattaforme social, c i r c a i l 6 7 , 9% d e l l a popolazione totale che ogni giorno in media t r a s c o r r e s u i s o c i a l networks 1 or a e 52 minut i condividendo o postando qualcosa (foto, video, tweet, stato) e oltre 6 ore a navigare nel web. Siamo nell’era multimediale, lo smartphone è quasi un’estensione del corpo, soprattutto per i giovani, ma non solo. Ma fermiamoci un attimo a riflettere… Condividere contenuti? Cosa vuol dire oggi condividere qualcosa, postare, fare sharing? Significa dividere-con-altri qualcosa di te, della tua personalità e della tua giornata. “È la mia opinione, e io la condivido – Henri Monnier” “Condivisione” è una parola che nasce da molto lontano e che rimanda etimologicamente all’” avere qualcosa in comune”, allo “scambio consapevole e costruttivo”. La storia e la natura dell’essere umano testimoniano come vi siano e v i siano s t a t i i n fi n i t i t i p i d i condivisione: cibi, idee, lingue, passioni, veicoli, religioni, problemi, scoperte, abitazioni, ideali, giochi, t e r r i t o r i , costumi, tradizioni, comunità, sport e molte altre. Condivisione quindi significa: coinvolgimento, compartecipazione. D o p o t u t t o l ’ i s t i n t o a l l a condivisione non è nuovo nella specie umana, ma esiste dall’inizio dei tempi. Semplicemente, mentre una volta le persone condividevano le proprie esperienze di fronte a un falò o a una tavola imbandita, oggi hanno la possibilità di farlo online e l’accesso alle piattaforme social ha triplicato e velocizzato le modalità di interazione. Oggi, rispetto a qualche decennio fa, p o s s i a m o c o n t a r e s u u n a comunicazione facile e immediata. Abbiamo un maggior numero di contatti – potenzialmente infinito – e un’infinità di contenuti, stimoli, fonti da cui trarre spunto per le nostre “conversazioni” virtuali. Ma non si tratta solo di questo. Fino

FENOMENO DI RAYNAUD E FATTORI PSICOLOGICI

di Lia Corrieri Il fenomeno di Raynaud (RP, Raynaud’s Phenomenon) viene classificato dall’ICD-11 come patologia dell’apparato cardiovascolare (cap.11, codice BD42) e definito come “una risposta vascolare esagerata alla temperatura fredda o a stimoli emotivi, con conseguente ischemia digitale episodica. È caratterizzato da una vasocostrizione parossistica che produce inizialmente pallore, componente essenziale per la diagnosi, seguito da cianosi ed eritema.” (WHO, 2019).  Il fenomeno RP venne descritto per la prima volta nella seconda metà del XIX° sec. dal medico francese Maurice Raynaud che, a partire dal suo lavoro del 1862 “De l’asphyxie locale et de la gangrène symétrique des extrémités”, definì il fenomeno come una sindrome c l i n i c a , caratterizzata da una costellazione di segni e sintomi indotti dal freddo o da fattori emotivi (Raynaud, 1862; Fábián et al., 2019; Goldman, 2019). A livello descrittivo, il fenomeno è caratterizzato dalla presenza di episodi transitori di vasocostrizione del le ar ter ie e ar ter iole del le estremità, solitamente, degli arti ma, secondo a l c u n i A u t o r i , può riguardare anche orecchie, naso e perfino lingua (Gutiérrez & Gómez, 2013; Belch et al., 2017; Fábián et al., 2019). Un episodio si manifesta tipicamente secondo tre fasi: un primo step caratterizzato dal pallore dovuto al vasospasmo, un secondo momento in cui si riscontra presenza d i c i a n o s i i n d o t t a d a l l a deossigenazione del sangue venoso e, infine, una terza fase nel corso della quale è possibile riscontrare un rossore (o rubor), dovuto a iperemia reattiva conseguente al ritorno del flusso sanguigno (Raynaud, 1862; Belch, 1990). L’episodio può essere caratterizzato anche solo dal pallore tipico del primo step, può durare da qualche minuto fino a diverse ore e può essere contraddistinto da dolore, intorpidimento e difficoltà a muovere l’area interessata (Fábián et al., 2019; NHS, 2023). Il RP è stato riscontrato nel 3-5% della popolazione generale, con una prevalenza più elevata tra le donne, tra gli abitanti di paesi nordici caratterizzati da un clima rigido, tra persone con età generalmente compresa tra i 14 ed i 40 anni nonostante il fenomeno possa essere presente anche nell’infanzia (Fábián et al., 2019; Goldman, 2019; Herrick & Wigley, 2020). E’ importante notare che, sovente, i t e r m i n i “ f e n o m e n o d i Raynaud” (Raynaud’s Phenomenon) o “ S i n d r o m e d i Rayanud” (Raynaud’s Syndrome) e “Malattia di Rayanud” (Raynaud’s Disease) vengono impropriamente intercambiati tra loro. Sebbene, infatti, le due condizioni condividano sintomi analoghi esse sono però caratterizzate da decorsi differenti e, conseguentemente, differenti prese in carico (Kaufman & All, 1996; Belch et al., 2017). I pazienti affetti da patologia di Raynaud (o preferibilmente Raynaud primario) presentano una condizione idiopatica, ovvero non associata ad a l t r a condizione patologica, caratterizzata da un difetto di termoregolazione che causa un’esagerazione della fisiologica risposta alla temperatura (Kaufman & All, 1996); Belch et al., 2017; Herrick & Wigley, 2020). pazienti con fenomeno di Raynaud ( o Sindrome d i Raynaud o p r e f e r i b i l m e n t e R a y n a u d secondario), invece, presentano una patologia sottostante, come le patologie del tessuto connettivo tra le quali la Sclerosi Sistemica (SSc), che altera la reattività vascolare comportando una sintomatologia che imita quella della malattia di Reynaud e, in questi casi, il RP può rappresentare un segnale importante per una diagnosi precoce di altra malattia (Belch et al., 2017; Herrick & Wigley, 2020). Sebbene la distinzione tra le due forme e la possibilità per un Raynaud primario di evolvere in secondario con il trascorrere del tempo complichino notevolmente il quadro presentato dal paziente, un processo diagnostico differenziale a s s o c i a t o a d u n c o s t a n t e monitoraggio risultano essere ingredient i fondamental i per un’adeguata presa in carico del paziente (Belch et al., 2017; Fábián et al., 2019; Herrick & Wigley, 2020). La distinzione tra Raynaud primario e s e c o n d a r i o s emb r a e s s e r importante anche per il benessere psicologico del paziente. In uno studio comparativo condotto da Fábián e collaboratori (2019), infatti, è stato osservato che, a seguito della somministrazione di strumenti self-report v o l t i ad indagare sintomatologia ansiosa (GAD-7) e depressiva (BDI), i pazienti affetti da Raynaud secondario tendevano a c o n s e g u i r e p i ù p u n t e g g i clinicamente significativi rispetto a pazienti con forma primaria, in linea con precedenti studi condotti su campioni di partecipanti affetti da p a t o l o g i e r e u m a t o l o g i c h e / autoimmuni. Nel medesimo studio gli Autori hanno indagato anche la qualità della vita dei pazienti mediante uno strumento specifico denominato Raynaud Specific Qual i t y of Li fe Quest ionnai re (RQLQ), una misura self-report volta ad indagare diverse dimensioni importanti nella vita di un paziente affetto da Raynaud, come il carico emotivo e le interazioni sociali. Fábián e collaboratori hanno osservato che i pazienti con Raynaud Secondario tendono a conseguire al RQLQ punteggi complessivamente più bassi rispetto ai pazienti con Raynaud Primario. In linea con Fabian e colleghi (2019), Paul e collaboratori (2019) hanno evidenziato come l’eventuale impatto psicosociale sulla vita dei pazienti affetti da Sclerosi Sistemica con Raynaud venga spesso sottostimato, nonostante questo quadro possa incidere sulla qualità di vita influenzando, ad esempio, il livello di soddisfazione sia per il proprio f u n z i o n a m e n t o q u o t i d i a n o , fortemente condizionato dalle condizioni climatiche, che per la propria immagine corporea,

Adolescenti & autolesionismo: un meccanismo (apparentemente) incomprensibile

Di Antonia Bellucci “Il dolore che provo è così forte che non riesco a sopportarlo … ma lo posso trasformare … quando si trasforma in tagli o bruciature, allora sì … quello è un dolore che posso gestire!” Queste sono le parole di una ragazza di 14 anni: descrive il suo dolore e la strategia da lei adottata per riuscire a superarlo. L’autolesionismo è un fenomeno nascosto ma molto d i f f u s o , soprattutto tra gli adolescenti italiani e non. È un disturbo che colpisce il 6% della popolazione adulta e oltre il 15% degli adolescenti e dei giovani adulti. Particolarmente diffuso nella popolazione psichiatrica, si presenta di frequente all’interno dei disturbi di personalità borderline, ma può comparire anche in pazienti affetti da disturbi d’ansia, depressione, d i s t u r b i d e l comportamento alimentare o disturbi di personalità diversi dal borderline. La natura della p a t o l o g i a , s o l o d i r e c e n t e r i c o n o s c i u t a c o m e c l a s s e diagnostica a sé stante, è assai variegata: molteplici sono, infatti, le modalità con cui ci si può fare del male e molteplici sono anche le cause che spingono a condotte a u t o l e s i v e . S e b b e n e g l i atti autolesionisti abbiano una natura diversa rispetto ai tentativi di suicidio, esiste un forte legame predittivo tra i primi e i secondi, che sottolinea ulteriormente la necessità d i conoscere ed intervenire tempestivamente su questa forma di sofferenza. In questo breve articolo vengono introdotti i principali riferimenti al tema, illustrando sinteticamente il complesso meccanismo sottostante al comportamento patologico e le pr incipal i e ut i l i st rategi e di intervento. Sono molti gli adolescenti, in particolare le femmine, che si servono di questo peculiare modo di g e s t i r e un d o l o r e e m o t i v o . Adolescenti spaventati, permeati da sensazioni di solitudine e tristezza che li portano ancor più ad isolarsi, a nascondere il proprio dolore così come le ferite fisiche auto- inflitte che si procurano nella speranza di “far uscire il dolore dal corpo”. Sollievo però effimero quello da ferite fisiche, che difatti si affievolisce prontamente: così, un taglio dopo l’altro, il dolore si amplifica, diventa più forte e diviene, molto spesso, inconfessabile. Sono molti quelli che lo fanno, ma pochi gli adolescenti che rivelano questi “rituali” agli amici confidenti, ancora meno chi ne parla in famiglia. L’adolescenza è di per sé una fase della vita molto delicata, un momento in cui mentre il corpo cambia, le emozioni si amplificano e ognuno si trova a dover fare i conti con le proprie paure, con la rabbia, con la tristezza e anche con la vergogna. Così succede, purtroppo, che molti ragazzi iniziano a tagliarsi per imitazione, per provare, o semplicemente perché in quel momento non intravedono strategie migliori per gestire l’esplosione emotiva delle proprie sensazioni; con questa modalità diventa più comodo “buttarle fuori” perché vedere il proprio dolore circoscritto in una ferita evidente lo rende qualcosa di esterno, “identificabile e padroneggiabile”, piuttosto che un oscuro meccanismo interiore, soffocante quasi fino alla morte. Compito di genitori ed educatori è quello di mostrare ai ragazzi dei modi più sani e corretti per divenire consapevoli delle proprie emozioni; delle modalità efficaci per provare a comprenderle e gestirle, ossia per diventarne padroni senza lasciarsi travolgere da esse. La maggior parte dei ragazzi autolesionisti mostra scarsa accettazione di sé e lamenta una vita permeata da solitudine e difficoltà di comunicazione; molti di loro dichiarano di non sapere in che altro modo poter far fronte al loro dolore, tanto che anche solo dar voce a quel dolore li spaventa. Tuttavia la prassi psicologica ci rivela che molto spesso comunicare questo disagio, sentirsi accolti e ascoltati nella propria sofferenza, vivere un’esperienza empatica riguardo il proprio malessere, diminuisce significativamente questo comportamento aprendo così la strada ad una profonda crescita personale nel raggiungimento del proprio benessere. Il primo passo, come sempre, è la consapevolezza del problema. I ragazzi che mettono in atto comportamenti autolesionistici devono, quindi, riconoscerli come disfunzionali per la loro vita e devono attivare una serie di strategie utili per affrontarli: · Cercare gruppi di sostegno · Praticare uno sport, un hobby o una tecnica di meditazione (es. yoga) · Condividere il problema con familiari e amici · Liberarsi degli strumenti utilizzati per ferirsi · Chiedere aiuto a un esperto dell’età evolutiva · Fare una lista delle azioni alternative da compiere al posto d i f e r i r s i , o g n i qualvol ta si avver te lo stimolo. Cosa è possibile fare invece per un genitore che deve affrontare l’autolesionismo del proprio figlio? È importante non lasciarsi prendere dal panico e incoraggiare un dialogo che permetta a l ragazzo d i riconoscere il problema, cercando insieme strategie alternative per g e s t i r e i l d o l o r e e m o t i v o . Indispensabile è sempre l’ascolto: dietro un adolescente che si taglia c’è un adolescente che si sente trascinato da un fiume in piena di emozioni e sensazioni che non è in grado di gestire. Chi desidera aiutarlo deve tenere a mente tutto questo e offrirgli, per iniziare, un o r e c c h i o d i s p o n i b i l e e non giudicante, pronto ad arginare, insieme, quel fiume in piena. Al contrario, ci sono errori molto comuni che andrebbero evitati: · Far finta di nulla o minimizzare · P r e o c c u p a r s i e c c e s s i v a m e n t e , “ingigantire”

Malattia di Parkinson e Linguaggio: excursus sull’involuzione dell’eloquio e sul deterioramento delle abilità linguistiche

di Ilenia Gregorio Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa ad evoluzione lenta ma progressiva che coinvolge, principalmente, alcune funzioni quali i l controllo dei movimenti e dell’equilibrio. La malattia fa parte di un gruppo di patologie definite “Disordini del Movimento” è a progressione lenta ma tende a coinvolgere man mano diverse abilità e i processi cognitivi come ad esempio il linguaggio. Nella Malattia di Parkinson, le abilità linguistiche tendono a d e t e r i o r a r s i solo tardivamente e, soprattutto, in relazione alla comparsa di disartria ipocinetica, un tratto distintivo della MP, che riguarda gli aspetti più p r o p r i a m e n t e ” m e c c a n i c i ” dell’articolazione del linguaggio.Alcuni autori (ad es., Critchley, 1981,1987) attribuiscono la comparsa d e l l a d i s a r t r i a a un d e fi c i t nell’integrazione di “fonazione, articolazione e linguaggio”, che si tradurrebbero in un appiattimento dell’intonazione melodica, con una produzione qualitativamente monotona, a basso volume e di variabile velocità di output, così che alcune parti del discorso potrebbero fluire molto rapidamente ed altre molto lentamente. La disartria viene collegata più agli aspetti di rigidità che di tremore presenti nella MP (Streifler & Hofman, 1984). Il fenomeno della ripetitività nel linguaggio dei soggetti affetti da MP è stato studiato da Benke e coll. (2000), che hanno evidenziato una duplice variante: una iperfluente, riconducibile al fenomeno della “pal i lal ia” (una carat ter ist ica reduplicazione delle parole nel linguaggio, osservabile nelle forme di demenza da Parkinson) e una non-fluente, simile alla balbuzie. Entrambe le varianti di ripetitività si manifestano contemporaneamente e compaiono quasi esclusivamentenegli stadi avanzati della malattia, sia nelle fasi “on” che in quelle “off” di pazienti con particolare instabilità dei sintomi motori, senza essere necessariamente accompagnati da demenza. I l fenomeno della ripetitività appare perciò una manifestazione peculiare del deficit di controllo motori o del linguaggio nella MP, riconducibile ad un malfunzionamento dei gangli della base, responsabili di attivare in maniera incontrollata il linguaggio nella corteccia. Una seconda ipotesi fa tuttavia supporre una componente cognitiva del disturbo, che si manifesterebbe a livello della p i a n i fi c a z i o n e f o n e m i c a prearticolatoria, che conterrebbe le informazioni sulla formazione della parola e sull’assemblaggio del discorso (Benke et al., 2000). I problemi nella fase di scrittura tendono ad essere la riproduzione degli stessi problemi rilevati nel linguaggio orale: la produzione scritta risulta cioè a scatti, con compressione delle lettere e con la frequente comparsa di micrografia; ovviamente, anche la lettura ad alta voce risulta rallentata. Per quel che riguarda invece le capacità lessicali nella MP di grado lieve, esse vengono riportate come generalmente intatte, relativamente a vocabolario, grammatica e uso della sintassi (Bayles, 1988; Brown & Marsden, 1988; Sullivan et al, 1989). Altri studi hanno portato alla luce difficoltà di comprensione linguistica, nella MP, associate all’incremento della complessità grammaticale delle frasi (Cummings et al, 1988); Illes e colleghi (1988) hanno inoltre descritto che soggetti affetti da MP di moderata gravità mostrerebbero un decremento della complessità sintattica delle frasi prodotte nell’eloquio spontaneo rispetto a soggetti con MP di grado lieve. Tuttavia, le indagini effettuate non sono mai state mirate alle capacità lessicali che più risentono del danno cerebrale specifico nella Malattia di Parkinson. Alcuni studi, condotti più recentemente, sia con strumenti d i visualizzazione dell’attività cerebrale, sia con test neuropsicologici, rilevano nei pazienti con MP una tendenza a patire problemi nel lessico delle azioni e difficoltà in compiti di fluenza fonemica e semantica. Alcuni risultati ottenuti attraverso studi condotti con la PET (Daniele et al, 1994, Cappa et al, 1998, Perani et al, 1999) su soggetti sani ed afasici depongono in favore del coinvolgimento dell’area di Broca (corteccia frontale sinistra) nella denominazione d i a z i o n i e dell’implicazione di aree perisilviane posteriori (corteccia temporale sinistra) nella denominazione di sostantivi concreti ed astratti. Da queste prime ricerche condotte a t t r a v e r s o m e t o d i c h e d i neuroimaging è perciò possibile supporre che l’encoding e I ‘ e f f e t t u a z i o n e d e l l e a z i o n i appartengano ad aree frontali adiacenti, mentre l ‘ a b i l i t à di denominare gli oggetti sarebbe da attribuirsi ad un’attività di aree neuronali prossime alle aree temporali della memoria. Una c o n f e r m a i n d i r e t t a d i quest’ipotesi sembra pervenire dai risultati ottenuti da Bertella et al (2002) pubbl icat i su Brain & Cognition; in tale studio è stato possibile osservare anche in fasi iniziali del MP, associate ad un deficit cognitivo (quando presente) molto l i e v e , una d i fferenza statisticamente significativa, alla prova di dissociazione nome/verbo inclusa nella batteria di Miceli, Laudanna e Burani (1990), nella denominazione dei verbi, che risulta essere più difficoltosa rispetto a quella dei nomi (p<.OO l). Questi dati sembrerebbero relazionare il disturbo del movimento nel MP ad u n a ma g g i o r d i f fi c o l t à n e l r i c o n o s c i m e n t o e n e l l a denominazione delle azioni stesse. Fluenza verbale ed eloquio spontaneo Alcuni compiti di fluenza verbale sono frequentemente utilizzati per discriminare l’invecchiamento normale da quello patologico. Perciò, molti studi neuropsicologici, alcuni dei quali correlati ai risultati di varie tecniche di neuroimaging, si sono concentrati su quattro tipi principali di fluenza verbale, per scoprire quali fossero maggiormente sensibili a effetti di età e scolarità nell’invecchiamento normale (Mathuranath et al, 2003), piuttosto che indicativi della presenza di patologie neurologiche caratterizzate da un diverso

L’APPLICAZIONE DEI NUDGE NEL CONTESTO ORGANIZZATIVO

di Beatrice Brambilla 1 – IntroduzioneSe è noto l’utilizzo dei pungoli nel campo d e l l a p o l i t i c a , d e g l i investimenti, dei risparmi e della salute pubblica (Hallsworth et al., 2016; Halpern, 2015; Halpern & Sanders, 2016; OECD, 2017), l’applicazione dei nudge nelle organizzazioni, in particolare nel settore delle Risorse Umane, è u n ’ a r e a a n c o r a mo l t o p o c o sviluppata. Purtroppo, in passato, e in parte ancora adesso, si nutre poca fiducia in questi pungoli e si prediligono interventi basati su incentivi prettamente economici (Ilieva & Drakulevski, 2018; Wong- Parodi, Krishnamurti, Gluck & Agarwal, 2019). L’idea che la principale motivazione dei lavoratori sia la remunerazione è emersa nel famoso libro “La ricchezza delle Nazioni” pubblicato da Smith nel 1776 e si è continuato a diffondere prima con Taylor e successivamente con Ford. In realtà, il legame tra prestazioni e retribuzioni non è così ovvio come sembra: se da una parte l’Econe risponde solo a stimoli monetari, quest’ultimi nell’Umano, invece, possono causare anche dei peggioramenti delle prestazioni, soprattutto nei compiti di natura intellettuale (Singler, Ariely, Gneezy, Lowenstein & Mazar 2009). I nudge riguardano la progettazione delle scelte delle persone, sono molto convenienti perché semplici ed economici, ma con un’efficacia di risultati molto alta: essi, infatti, aiutano gli individui a trasformare le loro intenzioni personali in azioni, preservando sempre la libertà di scelta (Service et al., 2014; Ilieva & Drakulevski, 2018). Questo risulta f o n d a m e n t a l e n e l c o n t e s t o organizzativo perché spesso quando si cerca di implementare un cambiamento nascono d e l l e resistenze da parte dei lavoratori perché è d i f fi c i l e modificare comportamenti e abitudini radicate. Grazie agli studi della psicologia economica si può comprendere meglio il funzionamento dell’uomo e, quindi, trovare le strategie migliori per diminuire tali resistenze e raggiungere importanti risultati. Nonostante sia provata l’efficacia di t a l i i n t e r v e n t i n e l c o n t e s t o organizzativo, oggigiorno ci sono pochi studi empirici che hanno indagato gli effetti a lungo termine di queste strategie e forse per questo motivo i dirigenti d’azienda tendono ad assumere un atteggiamento scettico nei loro confronti (Venema, Kroese, & De Ridder, 2018; Ilieva & Drakulevski, 2018). Per colmare le lacune nelle applicazioni delle intuizioni della psicologia economica sul luogo di lavoro, Ilieva e Drakulevski (2018) hanno fatto una selezione di dominio generale di alcuni studi, che ha permesso loro di individuare le quattro strategie di nudging maggiormente utilizzate: in primo luogo, i promemoria sono risultati essere molto utili per affrontare la limitata attenzione e le capacità cognitive degli uomini; essi, infatti, modificano la salienza e la facilità di accesso di alcune informazioni, indirizzando i lavoratori verso decisioni migliori (Haugh, 2017; Szaszi, Palinkas, Plalfi, Szollosi & Aczel, 2018). Tra gli altri nudge maggiormente implementati si ritrovano le opzioni predefinite, che risultano efficaci in quanto sfruttano l’inerzia delle persone e l’avversione alle perdite, lasciando comunque al decisore la libertà di selezionare un’impostazione diversa (Münscher, Vetter & Scheuerle, 2015). Inoltre, dal presupposto che ci sia un divario tra le intenzioni dell’individuo a comportarsi in un determinato modo e il suo comportamento effettivo sono nate un insieme di strategie c h e s i f o c a l i z z a n o s u l raggiungimento degli obiettivi: questi tipi di interventi aiutano a definire quali sono le condizioni che attivano determinati comportamenti nelle persone (Service et., 2014). In particolare, è stato scoperto che quando alle persone viene chiesto quali siano le loro intenzioni, diventano più propensi a comportarsi in maniera conforme alla risposta data (Thaler & Sustein, 2008). Infine, Shantz e Latham (2011) hanno s c o p e r t o c h e s i c r e a n o inconsciamente dei legami tra una determinata situazione futura e il c o m p o r t a m e n t o fi n a l i z z a t o all’obiettivo. Analogamente a quanto descritto sopra, il priming attiva una condotta inconsciamente: si è scoperto che è possibile influenzare il comportamento delle persone rendendo certi elementi visibili e rilevanti. Ad esempio, oggetti tipici del contesto lavorativo come valigette e tavoli delle sale riunioni rendono i lavoratori più competitivi e meno propensi a collaborare tra di loro (Thaler & Sustein, 2008). È importante sottolineare come tali strategie non siano solo vantaggiose a livello di profitti, ma anche nel dare un contributo ambientale (Thaler & Sustein, 2008) . Nei paragrafi successivi, vengono analizzate diverse politiche di nudging applicate sia a variabili non organizzative sia a quelle organizzative. 2 – Variabili non organizzative: impatto sull’ambienteAl giorno d’oggi a seguito del rapido aumento della popolazione e delle crescenti minacce ambientali, si sta sviluppando un interesse nel potenziale ruolo delle strategie di nudging, soprattutto nell’area della tutela e della conservazione delle risorse (Allcott & Mullainathan, 2010) . I n passato, l a teor i a economica standard riteneva che gli incentivi monetari fossero la mo d a l i t à p i ù e f fi c i e n t e p e r determinare cambiamenti ambientali soprattutto nei settori del risparmio energetico. Tuttavia, recenti studi della psicologia economica hanno permesso di individuare alcune categorie di nudge che potrebbero generare risposte efficaci in questa area. Tra questi sono stati individuati meccanismi di feedback, confronti sociali e cambiamento delle opzioni predefinite (Brown, Johnstone, Hascic, Vong & Barascud, 2013). Fisher (2008) ha esaminato la let teratura sui meccanismi di f e e d b a c k e d è g i u n t o a l l a conclusione che comunicare i propri livelli di consumo ai consumatori stimoli il risparmio energetico, in p

LA TEORIA DEI NUDGE

di Beatrice Brambilla Introduzione I m o d e l l i e c o n o m i c i neoclassici che descrivono l ’ u o m o c o m e u n massimizzatore di utilità personale e gli attribuiscono una razionalità illimitata sono stati ormai superati grazie allo s v i l u p p o d i una nuova disciplina definita psicologia economica (Kanheman & Tversky, 1974). Essa ritiene che in numerose situazioni economiche l’essere umano sia interessato anche al benessere altrui e non sia in g r a d o d i t e n e r e i n c o n s i d e r a z i o n e t u t t e l e informazioni disponibili. Parte, quindi, dal presupposto che l ’ i n d i v i d u o c o m p i a sistematicamente degli errori e non sia in grado di prendere le decisioni migliori possibili (Kanheman & Tversky, 1974). A questo scopo sono state studiate le aree in cui il processo decisionale umano fallisce in modo tale da creare degli interventi (chiamati nudge), che lo aiutino a colmare il divario tra le sue intenzioni a comportarsi in un determinato modo e l’effettivo comportamento messo in atto. Tal i pol i t iche di nudging agiscono a livello inconscio sfruttando o contrastando i limiti della mente umana, ma allo stesso tempo mantenendo intatta l’autonomia individuale (Thaler & Sustein, 2008). Esse stanno avendo un grande successo nei campi della politica, degli investimenti, dei r i s p a rmi e d e l l a s a l u t e pubblica grazie alla loro semplice applicazione e ai ridotti costi economici, che non precludono l’efficacia in termini di risultati. In questo articolo, verranno esaminati i diversi limiti della mente umana, con i loro potenziali rischi nel processo decisionale e saranno poi approfondite le diverse strategie di nudging con i relativi punti di forza e criticità. 2. Aree di fallibilità degli esseri umani I numerosi studi di psicologia economica hanno dimostrato che le scelte degli esseri umani sono influenzate in modi che non sono spiegati dal paradigma economico neoclassico. Gli uomini sono soggetti a numerosi limiti cognitivi, che spesso non permettono loro di prendere le decisioni migliori. Tversky e Kahneman (1974) hanno identificato tre “scorciatoie mentali” messe in atto dagli esseri umani, con le relative distorsioni cognitive. La prima è l’euristica dell’ancoraggio, definita come la tendenza ad affidarsi in modo eccessivo alla prima informazione ricevuta; una volta impostato il valore di un’ancora, tutti i giudizi successivi vengono discussi in base a essa. È possibile, quindi, influenzare la scelta di una persona in una p a r t i c o l a r e s i t u a z i o n e suggerendo un punto di inizio per il suo processo decisionale (Thaler & Sustein, 2008). La seconda consiste nell’euristica della disponibilità, che si verifica quando si tende a stimare la probabilità di un evento sulla base della facilità con cui esso viene ricordato e d e l l e emozioni che ha suscitato: l’uomo tende a pensare che eventi che ricorda meglio siano accaduti più frequentemente nel passato e p o s s a n o a c c a d e r e p i ù facilmente in futuro, rispetto a q u e l l i c h e s o n o meno accessibili. Gli Umani, inoltre, tendono a dare maggior importanza alle informazioni più recenti perché più vivide nella loro memoria. (Thaler & Sustein, 2008). Non viene fatta, quindi, una stima di probabilità oggettiva prevista dai modelli economici. Infine, gli uomini sono influenzati anche dall’euristica della rappresentatività, la quale sfrutta la somiglianza tra oggetti ed eventi rispetto a una categoria di riferimento per fare stime di probabilità. A volte questo metodo di ragionamento risulta essere molto efficace in quanto rapido, ma spesso può condurre a giudizi sbagliati: il ricorso a tale euristica, infatti, può portare a vedere pattern ricorrenti anche quando non sono present i (Thaler & Sustein, 2008). Queste non sono le uniche distorsioni cognitive legate al processo decisionale umano, ma ne sono state individuate tante altre. Singler (2018) ha teorizzato l’esistenza di molti “ b i a s c o g n i t i v i ” c h e influenzano il comportamento e le decisioni degli esseri u m a n i , p r e n d e n d o i n considerazione le relative conseguenze associate al mondo lavorativo. Nel suo libro, l’autore riporta una revisione della letteratura esistente su questo tema, citando gli studi di numerosi r i c e r c a t o r i che trovano conferma negli scritti di Thaler e Sustein (2008). Oltre all’uso delle euristiche, gli uomini n u t r o n o u n e c c e s s i v o ottimismo e fiducia nelle proprie capacità, il quale spiega la ragione per cui un individuo si espone al rischio, anche quando, così facendo, mette in pericolo la propria vita e salute (Thaler & Sustein, 2008). Una delle sue influenze negative più consistenti è legata al concetto di “errore progettuale” elaborato da K a n h e m a n ( 1 9 7 9 ) : i n particolare chi si considera esperto in un determinato campo sopravvaluta le sue competenze e ritiene i suoi progetti migliori e più efficaci rispetto a quelli dei suoi colleghi. Nel mondo degli affari contemporaneo, essendo ormai la maggior parte dei lavoratori tenuta ad essere esperta in una specifica area di competenza, tutti sono potenzialmente influenzabili da questo pregiudizio (Singler, 2018). Secondo Kahneman (2011) l’eccesso di fiducia è molto pericoloso perché riduce la vigilanza di fronte al pericolo, creando l’illusione di poterlo affrontare. Un’altra potenziale fonte di errore riportata da Singler (2018) è il “bias di conferma”, definito come la tendenza inconscia a selezionare, interpretare e memorizzare le informazioni