La paura della paura. Cosa sono gli attacchi di panico?

Secondo Cindy Aaronson PhD, psichiatra clinica presso il Mount Sinai Health System di New York, gli attacchi di panico sono sorprendentemente comuni; almeno un terzo di noi ne sperimenterà uno ad un certo punto della vita. Ma quali sono i sintomi e come riconoscerli? Le manifestazioni variano da persona a persona: possono includere cuore che batte molto forte, mancanza di respiro, stordimento, sudorazione, tremori, nausea, formicolio o intorpidimento alle dita delle mani e dei piedi e un senso opprimente di morte imminente. Il senso di morte è distintivo degli attacchi di panico. Per molte persone, queste sensazioni allarmanti, che possono imitare quelle di un infarto o di altre gravi condizioni mediche, sono accompagnate dalla convinzione di essere sul punto di morire. Ma c’è anche una forma, dice Aaronson, in cui si avverte una sensazione di “irrealtà”, dove il tempo e la percezione vengono confusi, spesso descritta da chi l’ha provata come un’esperienza fuori dal corpo, in cui le persone avvertono di perdere il controllo e sentono di essere sull’orlo di impazzire. Molte persone in preda a un attacco di panico si presentano al pronto soccorso credendo di avere un infarto o di soffocare. Ma vediamo cosa avviene. È come se il corpo avesse una normale risposta di paura fisiologica, solo che questa risposta avviene in un momento del tutto inappropriato. In alcuni casi, possono essere in gioco la genetica o i cambiamenti nella funzione cerebrale. In altri, lo stress è un fattore. Lo stress percepito da piccoli, con continue sollecitazioni ed esposizione alla paura da bambini, è uno dei fattori di predisposizione. Gli attacchi di panico iniziano con qualcosa che fa battere forte il cuore: uno stimolo nell’ambiente – forse un suono o un profumo associato a un evento traumatico – o anche qualcosa di innocuo, come una dose di caffeina che accelera il battito. Una volta innescato, la cascata di risposte fisiologiche nel corpo è abbastanza universale. Il battito accelerato del cuore fa scattare un allarme di pericolo nel cervello e sollecita un’esagerazione della risposta di paura del corpo. L’ amigdala – che svolge un ruolo chiave nell’elaborazione delle emozioni – invia un segnale di pericolo all’ ipotalamo – un piccolo centro di comando che si trova in cima al tronco cerebrale e coordina funzioni corporee involontarie come la respirazione, la pressione sanguigna e il battito cardiaco. L’ ipotalamo invia messaggi attraverso il sistema nervoso autonomo alle ghiandole surrenali, spingendole a inondare il flusso sanguigno con ormoni tra cui adrenalina e cortisolo. Questi messaggeri chimici attivano i riflessi di sopravvivenza del corpo e lo preparano a intraprendere un’azione difensiva. Recentissimi studi suggeriscono che potrebbero essere coinvolte anche altre strutture del cervello, in particolare la corteccia insulare e una parte del tronco cerebrale chiamata “nucleo del tratto solitario” – regioni che insieme ricevono e mappano i segnali dal cuore, dai polmoni e dal flusso sanguigno. Ma torniamo ai sintomi e alle manifestazioni. Cosa succede esattamente? Le pupille si dilatano e la frequenza respiratoria aumenta, per consentire al corpo di assumere ossigeno extra per difendersi. Il metabolismo cellulare si modifica, per massimizzare la quantità di glucosio disponibile per cervello e muscoli. Il sangue viene deviato lontano da regioni non essenziali come lo stomaco e le dita di mani e piedi e veicolato verso i principali muscoli delle braccia e delle gambe, rafforzandoli per combattere la minaccia o avere forza e velocità sufficienti per fuggire dalla scena. Gli attacchi di panico in genere raggiungono il picco e si attenuano entro 10 o 15 minuti, e ci sono una serie di tecniche concrete che possono aiutare a superarli. La principale è riconoscere l’ esperienza come un attacco di panico e non come una crisi medica più seria, e concentrarsi a pensare che non c’è nulla di fisicamente pericoloso in questo. Sapere di cosa si tratta è già un fondamentale aiuto per chi ne soffre. Escludendo sintomi specifici di attacco cardiaco, come pressione al petto o dolore che si accumula o si irradia al braccio o alla mascella, occorre concentrarsi sul fatto che il panico passa sempre, è una condizione che dura alcuni minuti, terrorizzanti certo, ma senza conseguenze reali per l’incolumità. Detto a freddo, sembra una banalità, impossibile da applicare quando ci si sente soffocare o perdere il controllo; ma come in molte altre situazioni, è questione di allenamento. Più si applica una razionalizzazione del momento, ogni volta che accade, più si riesce a diminuirne l’impatto. La Aaronson suggerisce di dire a se stessi: “Tutto ciò che il mio corpo sta facendo in questo momento è progettato per tenermi al sicuro e proteggermi”. Questa azione coinvolge immediatamente un’altra regione del nostro cervello: la corteccia frontale. Quest’area, posizionata appena dietro la fronte, è responsabile del pensiero cosciente, del giudizio e della risoluzione dei problemi. Portare un senso di curiosità e analisi nel modo in cui osserviamo le sensazioni, anche quelle terrificanti dell’attacco di panico, può aiutare a ricordare che sono solo processi fisici transitori e a sopportarli meglio. L’altro strumento importante è il respiro. La maggior parte delle persone respira in media da 12 a 20 respiri al minuto. E quando si è in iperventilazione, i respiri arrivano anche a raddoppiarsi. Judson Brewer, psichiatra, neuroscienziato e direttore della ricerca e dell’innovazione presso il Mindfulness Center della Brown University a Providence, consiglia di provare a rallentare gradualmente la respirazione fino a un numero compreso tra cinque e 10 respiri al minuto e di fare in modo che le espirazioni siano più lunghe delle inspirazioni. Questo tipo di respirazione profonda stimola il nervo vago, il nervo più lungo del corpo, che attraversa regioni tra cui l’apparato digerente e il diaframma e trasporta segnali e informazioni sensoriali da e verso il cervello, regolando le funzioni tra cui la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria e la digestione. Il nervo vago è una strada a doppio senso. Respirando in modo lento e controllato, si invia un segnale potente al cervello: che siamo rilassati e non c’è nulla da temere. A sua volta, questo stimola alcune parti del muscolo

La paura del cambiamento

La paura del cambiamento ha a che fare con la crescita e, più ampiamente, con il vivere. E’ infatti attraverso i cambiamenti che ci evolviamo e ci realizziamo. Il cambiamento però non è solo un evento che segna il passaggio da una fase ad un’altra, da una situazione ad un’altra della vita. L’esistenza stessa è un flusso naturale di continuo divenire: momento per momento ogni cosa dentro e fuori di noi cambia. Accogliere questo libero fluire vuol dire essere presenti. Vivere la realtà del qui e ora, senza attaccamenti al passato e anticipazioni del futuro. Il senso di perdita Cambiare è lasciar andare tutto ciò che non è più adatto a rispondere ai bisogni attuali. Si tratta dunque di affrontare una perdita e per questo spesso è difficile. Talvolta doloroso. Può significare separarsi da esperienze, luoghi e persone, da parti proprie che per un tempo, anche lungo, hanno fatto parte della propria vita. Chi vive di frequente nella paura del cambiamento tende a rimanere attaccato al proprio passato e a ciò che è familiare, a bloccarsi nelle decisioni e a percepire il futuro in maniera negativa. Nei casi estremi, vi può essere una condizione di vera e propria paralisi in cui vi è una disattivazione delle capacità adulte. Al contrario, chi ricerca continuamente il cambiamento, evita il legame e la stabilità. La paura del nuovo Aver paura del cambiamento è aver paura di ciò che non si conosce, di ciò che è estraneo, ignoto. Se da un lato questa paura svolge una funzione naturale, poichè sollecita l’attivazione delle risorse necessarie per andare verso il nuovo, dall’altro può essere tanto forte da bloccare l’evoluzione. Il familiare offre una rassicurazione che, seppur illusoria, fa sentire protetti e al sicuro. Tuttavia, in questa posizione infantile, la persona non trova dentro di sè il sostegno sufficiente né la guida per andare verso l’autonomia. Può sentire di non essere capace, di non farcela. Può avvertire un senso di pericolo o smarrimento. La responsabilità della scelta Il cambiamento non è solo nella nostra natura ma anche nell’insieme delle scelte che operiamo per realizzare noi stessi. Dunque ognuno è chiamato a fare i conti con la responsabilità della propria vita. Con il rischio che è alla base del fare esperienza. Il rischio di sbagliare, di rimanere delusi, feriti. Per crescere e realizzarsi occorre pertanto sia proteggersi che rischiare. Occorre sviluppare un Genitore interno capace di sostenere e guidare la parte bambina verso il soddisfacimento dei propri bisogni e verso l’autonomia, in modo da poter attivare scelte e comportamenti adulti, coerenti con il presente. Il cambiamento in terapia In terapia il cambiamento comporta una separazione dal passato e, al tempo, un tornare a sé, alla propria autenticità. Non diventare qualcos’altro ma diventare se stessi. Liberarsi dai condizionamenti interni che impediscono di riconoscersi pienamente, in tutte le proprie parti, e di esprimersi. Sebbene la persona arrivi con la richiesta di essere aiutata a superare la situazione di impasse in cui si trova, porta sempre due parti in conflitto: una parte che vuole cambiare ed un’altra che si oppone, che non vuole cambiare. Il lavoro di consapevolezza mette in luce le resistenze, le paure, l’attaccamento agli aspetti copionali, infantili e dipendenti. Il lavoro di responsabilità confronta successivamente la persona con la necessità di rispondere adeguatamente a bisogni e desideri fino a quel momento inascoltati o percepiti come proibiti.

La Pas: Sindrome da Alienazione Parentale

La Sindrome da Alienazione Parentale è una grave forma di abuso contro i bambini coinvolti in separazioni conflittuali, inizialmente descritta come sindrome (PAS è l’acronimo di Parental Alienation Syndrome) dallo psichiatra americano Richard A. Gardner. Il concetto di PAS compare per la prima volta nel 1985, quando il medico statunitense Richard Gardner ne parlò in riferimento alla dinamica psicologica disfunzionale che si attiva sui figli minori coinvolti in processi di separazioni e divorzi conflittuali, durante i quali uno dei genitori, denominato “Alienante”, avvia nei riguardi dell’altro coniuge, denominato “Alienato”, un’autentica campagna di denigrazione finalizzata a definire come nociva e pericolosa la frequentazione del figlio da parte dell’ex coniuge e della famiglia di quest’ultimo.  “Il figlio, dal canto suo, mostra una posizione totalmente adesiva con quella del genitore Alienante, colludendo in toto con la pratica di programmazione psichica a mezzo della quale il genitore Alienante lo spinge a disprezzare ed evitare il genitore Alienato” (Gardner, 1987). L’alienazione è prodotta da una “programmazione” dei figli: una specie di lavaggio del cervello che porta i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti, e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato verso l’altro genitore. La “programmazione” arriva a distruggere la relazione fra figli e genitore alienato: nei casi gravi i bambini arrivano a rifiutare qualunque contatto, anche solamente telefonico, con il genitore alienato. Le conseguenze di tutto questo sono molto gravi, anche sul lungo termine, in quanto la PAS viene definita come una vera e propria forma di violenza psicologica che tende a direzionare la mente del bambino verso scenari di giudizio precostituiti, con gravi danni non solo all’elaborazione cognitiva ma anche alla regolazione emotiva, alla capacità di giudizio, all’esame della realtà, da cui possono generarsi deficit di empatia, narcisismo e mancato rispetto per l’autorità.  Il bambino, infatti, per rispettare le volontà tendenziose del genitore alienante, non esita a ridicolizzare il genitore alienato con atteggiamenti denigratori, oppositivi e irrispettosi che in altre circostanze non verrebbero mai consentiti, ma sarebbero al contrario segnalati e stigmatizzati. L’esistenza della Sindrome da Alienazione Parentale è stata ed è tuttora oggetto di numerose controversie all’interno della comunità scientifica internazionale, data la confusione concettuale che caratterizza la diagnosi e l’assenza di strumenti validi e affidabili per accertarne l’esistenza, sono stati condotti pochissimi studi empirici per investigare la sua validità scientifica.  Proprio per queste ragioni la PAS non è inclusa nell’attuale manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM IV). Il costrutto stesso di PAS come “sindrome” psicologica sta evolvendo maggiormente verso quello di “disturbo” della relazione parentale in un’ottica quindi meno psicopatologica e più familiare-sociale. È evidente che la strategia migliore per gestire situazioni come questa risiede in un intervento globale che abbia per oggetto le relazioni familiari più che la consultazione con un solo membro della famiglia. In questo è determinante l’esistenza di una chiara consapevolezza circa l’esistenza di un doppio ruolo ovvero quello genitoriale e quello coniugale. Ognuno di questi ruoli implica diritti, doveri e responsabilità differenti.  La responsabilità morale, psicologica e educativa dei figli è e deve essere dei genitori, quindi il conflitto coniugale non può e non deve trasformarsi anche in conflitto genitoriale.  Quando ciò accade è bene considerare l’intervento di figure esterne alla famiglia che possano aiutare nella comprensione e nella modificazione di queste dinamiche disfunzionali.

La paralisi cerebrale infantile: una diagnosi dalla A alla Z

La paralisi cerebrale infantile (anche nota con l’acronimo PCI) è la causa più comune di disabilità intellettiva in età evolutiva. E’ definita come un gruppo di disordini dello sviluppo del movimento e della postura che causano una limitazione delle attività di deambulazione.  Come si manifesta? Le manifestazioni sono molteplici e variano da soggetto a soggetto, ma solitamente dalle primissime osservazioni compare una debolezza nel tono muscolare ed uno stentato controllo dei movimenti. La sua natura è genetica, i bambini con PCI non percorrono le normali fasi dello sviluppo quanto piuttosto un loro personale sviluppo delle funzioni residue. E’ una condizione permanente e i problemi che ne derivano non possono estinguersi, ma possono modificarsi nel tempo. I bambini apprendono strategie per far fronte alla loro situazione man mano che che crescono e il trattamento spesso determina miglioramenti significativi nelle aree funzionali interessate. I percorsi riabilitativi per questo tipo di disturbo sono sempre personalizzati poichè influenzati dalle risorse residuali e dalle aree di potenziamento. In linea di massima, il primo principale obiettivo posto dalla famiglia quanto dagli specialisti riguarda il raggiungimento di una certa dose di autonomia. Mentre la medicina ha la necessità di individuare le caratteristiche che “inseriscono” un soggetto all’interno di una categoria nosografico-descrittiva, la psicologia ha piuttosto bisogno di evidenziare i tratti esclusivi che danno specificità alla persona e che consentono di strutturare per lei un piano di lavoro individualizzato.  Si può parlare di disabilità intellettiva quando il Q.I. si colloca su un valore al di sotto dei 70-75/100 e le difficoltà specifiche investono più aree: comunicazione, cura di sè, relazione, basse prestazioni scolastiche.  Disabilità intellettiva a scuola La scuola di oggi, per poter essere definita come “scuola inclusiva” è chiamata a rispondere alla varietà di bisogni espressi dagli alunni. A tal proposito, dunque, risulta necessario che all’insegnante vengano forniti strumenti utili per cogliere in tempo le difficoltà riscontrate dall’alunno nonchè provare a sfruttare tutte le risorse dello studente affinchè si avvicini sempre di più alla “normalità”. Gli interventi rispetto a questo tipo di disturbo coinvolgono diverse figure professionali. Nell’interazione col bambino è molto utile l’utilizzo di alcune tecniche volte a favorire l’apprendimento di nuove competenze. In particolare l’insegnante si rifà all’uso di un apprendimento di tipo “sensoriale” attraverso l’uso di plastilina, sabbiera, costruzioni e pittura. Bibliografia Bratton, S.C., Ray, D., Rhine, T., & Jones, L. (2005), “The Efficacy of Play Therapy with Children: A Meta-Analytic Review of Treatment Outcomes”, American Psychological Association, Professional Psychology: Research and Practice, Vol. 36, No. 4, pp. 376-390Celi, F. (2005), “Le nuove tecnologie per il ritardo mentale e i disturbi di apprendimento”, INDIRECrawford, M.R., & Schuster, J.W. (1993), “Using Microswitches to Teach Toy Use”, Journal of Developmental and Physical Disabilities, n. 5, pp. 349-368.De Neri, M. (2004), Neuropsichiatria dell’età evolutiva – Neurofisiopatologia, Psicopatologia dello sviluppo, Clinica e Terapia, Padova: Piccin.Glennen, S.L., & De Coste, D.C. (1997), The Handbook of Augmentative and Alternative Communication, San Diego: Singular Publishing Group.Griffith, M. (2002), “The Educational Benefits of Videogames”, Education and Health, vol. 20, n. 3, pp.47-51.Guerra Lisi, S., La Malfa, G., & Masi, G. (1997), Viaggio nel ritardo mentale – Aspetti clinici e riabilitativi: un modello integrato, Pisa: Edizioni del Cerro.

La natura dell’ansia e le sue funzioni.

Cosa è realmente l’ansia e a cosa serve? Cosa succede nel nostro corpo? Quando si parla di ansia si fa riferimento a una reazione automatica, istintiva e naturale del nostro organismo quando ci troviamo dinanzi a ciò che percepiamo come pericoloso per la nostra sopravvivenza. A cosa serve dunque l’ansia? L’ansia come difesa dai pericoli: se si avvicinasse un cane mentre passeggiamo, una parte del nostro cervello registra l’evento come pericolo imminente e immediatamente attiva il sistema nervoso autonomo. Quest’ultimo rilascia adrenalina, un ormone, che attiva il corpo per difendersi dal pericolo. In particolare, il respiro si fa più frequente e i polmoni si espandono, aumentando la quantità di ossigeno disponibile nel sangue per i muscoli. In questo modo si ha la sensazione di mancanza d’aria, respiro affannoso, senso di costrizione al petto per effetto dell’iperventilazione. La pressione del sangue aumenta per trasportare più velocemente ossigeno e zuccheri richiesti dai muscoli, causando palpitazioni, tachicardia. La mente si concentra sul pericolo ignorando tutto il resto e questo amplifica ciò che si prova. La reazione automatica causata dall’adrenalina viene chiamata risposta di attacco o fuga perchè serve a scappare o ad affrontare il nemico. L’ansia anticipatoria: si può attivare la risposta di attacco o fuga anche solo pensando a qualcosa che ci fa paura, che è solo immaginato. Può essere utile soprattutto nei casi in cui il pericolo dovesse poi manifestarsi realmente. Una certa quota d’ansia può aiutare anche a migliorare le prestazioni quando dobbiamo affrontare attività impegnative, per effetto dell’adrenalina. Da ciò che si evince, dunque, sentirsi tanto agitati può sia essere utile per avere una maggiore attenzione sul compito, ma può anche interferire quando non si è concentrati sul compito, ma sui timori che hanno attivato la risposta di attacco o fuga. Risulta fondamentale quindi riuscire a trovare un livello di attivazione ottimale. Nel prossimo articolo parleremo del significato di ansia patologica e di come fa l’ansia dunque a diventare un disturbo.

La nascita dell’A.It.Ri.N.P. (Ass. It. Terapisti Riabilitazione Neuropsicologica) e l’ipotesi di un modello operativo in riabilitazione cognitiva

Anna De Filippo, Logopedista, Stazione Climatica Bianchi, Portici (Na) Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Ho iniziato ad occuparmi di riabilitazione cognitiva sin dai tempi degli studi universitari, ero iscritta al corso di laurea in Logopedia presso il II Policlinico e, durante l’ultimo anno, per la stesura della tesi, ho frequentato il laboratorio di Neuropsicologia, dove ho avuto il privilegio di lavorare con il Prof. Dario Grossi, di cui ancora oggi ricordo con a f f e t t o g l i insegnamenti e l’umanità. La mia tesi di laurea divenne poi il capitolo 10 del libro che stiamo ricordando. All’epoca non erano molti i logopedisti che si occupavano di riabilitazione cognitiva, che era un ambito che si basava su modelli e ricerche relativamente recenti, ed il lavoro del logopedista era, all’epoca, p r i n c i p a l m e n t e , s e n o n esclusivamente, indirizzato alla comunicazione verbale. Di seguito ho iniziato a lavorare presso una clinica di Riabilitazione (Stazione Climatica Bianchi) dove, sotto la guida del prof Grossi, e al resto dell’equipe riabilitativa, ci si dedicava con entusiasmo e creatività alla ricerca di nuovi metodi e tecniche di riabilitazione seguendo i principi d e l l a n e u r o p s i c o l o g i a e dell’approccio razionale e cognitivo. Il continuo e appassionato confronto tra le varie figure professionali coinvolte nella riabilitazione dei pazienti (logopedisti, fisioterapisti, psicologi, neurologi, fisiatri) ha contribuito alla nascita di idee, materiali e tecniche realizzate ad hoc per ogni caso da riabilitare. Mi è difficile evitare un taglio troppo autobiografico e non avere un velo di malinconia, ma ancora adesso mi capita di rivivere i momenti dove t a n t e i d e e s o n o n a t e t r a ragionamenti, passione, ironia e un fondamentale spirito di gruppo. Ed è in questa a atmosfera che nacque l ’ idea di creare un associazione, che potesse essere punto di riferimento per quelle professioni che, implicate nel mondo riabilitativo, si sentissero vicine ad un approccio neuropsicologico scientifico, secondo le moderne teorie cognitive. Nacque così l’A.I.T.Ri.Np. (Associazione Italiana Terapist i del la Riabi l i tazione Neuropsicologica), che partecipò attivamente all’organizzazione ed alla realizzazione dell’Itinerario della Riabilitazione in Campania, un viaggio scientifico-culturale che si propose, attraverso l’integrazione dei vari saperi e modelli di riferimento, italiani e non, di sensibilizzare gli utenti e gli operatori del vasto mondo della riabilitazione, focalizzando l’attenzione sui modelli cognitivi funzionali efficaci al recupero della salute del paziente, l o n t a n o d a l l e s o l e l o g i c h e economiche e burocratiche. Ripenso all’opportunità che ho avuto di prendere parte attivamente a tutto questo fermento, e nei venti anni che sono seguiti da allora ho conservato nel mio lavoro la passione, l’entusiasmo e gli insegnamenti di allora, i l più i m p o r t a n t e d e i q u a l i è l a condivisione, l’integrazione e il confronto continuo tra tutti i professionisti coinvolti nella cura del paziente.

La musica: una facoltà psicologica innata?

Musica e canzoni d’amore, in tutte le lingue del mondo. Nel 2019, su Science, è apparso l’articolo “University and Diversity in Human Song”, di Samuel Mehr e altri, che giunge a una conclusione precisa, supportata da una vastissima ricerca sui comportamenti musicali di ben 60 società e culture in tutto il mondo: la musica è universale e si basa su “facoltà psicologiche sottostanti”, innate. Canzoni d’amore, ninnananne, canzoni che danno sollievo e cura, canzoni per ballare: ecco i quattro tipi riscontrabili in tutte le culture del mondo. Mehr , del Dipartimento di Psicologia di Harvard, è ricercatore principale presso il Music Lab, un laboratorio di psicologia che studia la percezione e la produzione della musica. L’esperimento è stato condotto proponendo a 30.000 persone di origine occidentale l’ascolto di canzoni dei quattro tipi, che provenivano da luoghi diversi, tra cui la Micronesia e l’Africa occidentale, l’Europa sudorientale e il sud America meridionale. Gli ascoltatori hanno identificato correttamente, in un numero di casi significativo, le canzoni per tipo, basandosi sul ritmo e sul tempo. Può essere difficile distinguere le canzoni d’amore e le ninnananne, ma anche in questo caso gli ascoltatori hanno percepito le distinzioni, registrando una maggiore ampiezza e varietà di tempi e suoni nelle canzoni d’amore. Mehr e coautori sostengono che la capacità degli ascoltatori di identificare le canzoni sconosciute per tipo, senza nessun aiuto di comprensione dal linguaggio, suggerisce “che le caratteristiche universali della psicologia umana spingono le persone a produrre e apprezzare canzoni con certi tipi di schemi ritmici o melodici che naturalmente si adattano a determinati stati d’animo, desideri, e temi”. Altri ricercatori e studiosi di etnomusicologia non sono d’accordo con questa generalizzazione: sostengono che rischia di eliminare le differenze e le sfumature specifiche di ogni produzione musicale delle diverse culture. Insomma, il campo è complesso e viene complicato, come sempre nelle vicende umane, dal punto di partenza assunto, anche nella ricerca scientifica. Sulle origini evolutive, Mehr scrive che nei mammiferi, i segnali uditivi forti sono spesso di natura antagonista e gli avvertimenti territoriali sono un ottimo esempio. Le chiamate territoriali segnalano che un’area è occupata. La musica, in particolare il canto e i tamburi ad alto volume, era “un mezzo per i gruppi per mostrare in modo credibile le loro qualità ad altri gruppi”, un modo per scoraggiarli a invadere un territorio già occupato o, al contrario, per mostrare forza e generare paura e fuga. Un altro studioso, Savage, come approfondito da Kevin Bergen di Nautilus, con una ricerca sulle varie direzioni degli studi scientifici attuali sull’argomento, afferma che la musica, con le sue combinazioni di ritmi, attiva gli stessi meccanismi nel sistema motorio del cervello connessi alle azioni di camminare, parlare e, per l’appunto, ballare. La musica crea aspettative mentali sulla nota successiva, che poi soddisfa o capovolge, generando una scarica emotiva. Aniruddh Patel, professore di psicologia alla Tufts University, sostiene che la musica, che viene naturale agli umani, non è qualcosa che condividiamo con altri primati: “è un indizio che qualcosa è cambiato nel nostro cervello rispetto ad altri primati”. È convinto che, come specie umana, abbiamo “mescolato biologia e cultura nel nostro cervello”. In sintesi: abbiamo una predisposizione innata per la musica, ma  l’apprendimento gioca un ruolo enorme. L’interazione tra biologia e cultura modula e dà origine ad aspetti importanti e specifici della mente umana. È un argomento vastissimo, che abbraccia il ritmo, il linguaggio, i suoni, il battito del cuore e il corpo, e ci apre comprensioni universali sulle nostre modalità evolutive e sociali. In Italia riaprono presto le discoteche e la prossima volta che andiamo a ballare possiamo pensare a tutti i significati di sincronia dei movimenti, di condivisione, di segnali sociali e funzioni di accudimento e aggregazione che passano attraverso la musica. E che hanno una probabile origine universale, che permette le successive sfumature tipiche e individuanti di ogni cultura. Un passo in più verso una comprensione dei meccanismi di base della psicologia umana che attraversano il mondo. Viva la musica che unisce.

La musica è meravigliosa: riflessioni sul “racconto musicato” del Maestro Piovani

di Corrado Schiavetto Proprio sul finire dell’anno 2021, presso l’auditorium di Roma nei giorni dal 26 al 31 dicembre, è andato il scena il lavoro in musica del maestro Nicola Piovani, dal titolo “La musica è pericolosa”: in parte narrato e in parte suonato (da cui la mia personale identificazione come racconto musicato, o come musica raccontata), pone interessanti riflessioni sul rapporto fra musica, pensiero e società; accompagnando difatti la narrazione con brani scelti dalle colonne sonore che ha composto per registi come Fellini e Monicelli, toccando anche il delicato tema dell’attuale situazione sociale con le musiche per lo spot di Tornatore riguardante la vaccinazione, ha accompagnato assieme al suo gruppo per più di due ore i presenti che hanno avuto il piacere di assistervi. Ma perché la musica è pericolosa? Questa affermazione si rifà a una frase di Fellini: diceva il registra – e qui cito lo stesso Piovani – che “è una lingua che ti emoziona profondamente pur non parlando di nulla, pur essendo priva di contenuti. È un’emozione irrazionale e profonda che a lui dava un senso di panico”. Questa frase che è possibile definire illuminata, toccherà tutto lo svolgersi della rappresentazione del maestro e, allo stesso tempo, ci permette una riflessione più profonda del rapporto fra musica, emozioni e pensieri. Questo rapporto, già noto a Platone, che nel Protagora accennava che la musica era in grado di suscitare determinate emozioni a seconda della maniera in cui veniva suonata, tanto che “i giovani, diventati più euritmici e armoniosi, valgano al dire e al fare” (XV, 326). La musica, quindi, può essere sia in grado di essere maestra verso l’elevazione, sia corruttrice. Ma, per essere tale, deve riuscire a comunicare e, dunque, deve avere – e qui c’è il discostarsi da Fellini – un contenuto. Questo contenuto però non è qualcosa di accessibile al nostro comparto razionale; dunque, un contenuto che consciamente può essere percepito, ma deve essere un contenuto in grado di toccare, altra analogia con un’espressione musicale, le “corde della nostra anima” (è interessante notare in questo frangente come la metafora per il generare emozioni consideri gli esseri umani strumenti musicali; tornerò in seguito su questo punto). Citando Susanne Langer nel suo “Philosophy in a New Key” (1941), la musica “rivela la natura dei sentimenti con un dettaglio e una verità che il linguaggio non può approcciare”, aggiungendo anche che “la musica è rivelante, mentre il linguaggio è oscurante”. Ma perché avviene tutto ciò? Da dove proviene questa nostra affinità con la musica a un livello così tanto simbolico e inconscio? Le neuroscienze ci sono venute in aiuto nel provare a dare una risposta nel tempo a questo dilemma. Nel corso degli ultimi decenni la ricerca si è sempre concentrata sui correlati cognitivi relativi all’ascolto e alla produzione musicale (Dowling & Harwood, 1986; Lerdahl & Jackendoff, 1983); eppure, Panksepp stesso (2002) afferma come possa esserci un substrato più importante nella nostra comprensione musicale, un mistero più profondo. Questo si può vedere negli attuali studi di neuroimaging, che hanno evidenziato come le strutture collegate all’ascolto e all’apprezzamento musicale (amigdala, ippocampo, giro paraippocampale, insula, lobi temporali, striato ventrale, corteccia orbitofrontale e corteccia cingolata) non siano specifiche solo della competenza musicale, ma siano anche legate a processi sia cognitivi che emotivi. La musica, quindi, diviene un ponte che collega i processi cognitivi e quelli emotivi, un “linguaggio” nuovamente il cui contenuto non è qualcosa di relativo solo a un qualcosa di sentito o di ragionato, ma a un qualcosa che incarna congiuntamente pensiero e sentimento. Ampliando il discorso, Paolo Apolito ci mostra, nel suo intervento a Pistoia nel ciclo di conferenze chiamato “Dialoghi sull’Uomo”, che la comunicazione è ritmica e che l’uomo è una creatura musicale: il nostro battito cardiaco, la nostra postura, il nostro modo di parlare (la nostra prosodia quindi), sono tutti atti ritmici e, proprio per questo, capaci di venire musicati: quante volte vedendo un vecchio cartone animato per bambini o un vecchio film muto abbiamo visto i protagonisti e le protagoniste camminare accompagnati dal buffo suono di un basso tuba? E quante volte, sentendo quello stesso suono siamo riusciti a immaginare quelle stesse immagini, quello stesso camminare? La musica accompagna la nostra esistenza perché la nostra esistenza a tutti gli effetti è uno spartito musicale: i suoni cittadini, le persone che passano lungo la strada, le macchine, le voci che provengono dalle altre case e dai negozi, lo stesso battere adesso i tasti di una tastiera nello scrivere queste riflessioni (addirittura le tre campane che hanno permesso al maestro Piovani di trovare ispirazione per l’accompagnato del Bombarolo di De André), sono suoni musicali che ci vengono offerti dalla vita; la vita dunque per prima è musica. E forse è proprio questa l’emozione irrazionale e profonda che provava Fellini: registra in grado di dipingere con pennellate quasi impressionistiche frammenti di vita così tanto sublimi, veniva invaso da tutta la vita che la musica è in grado di procurare, tutte le vite delle persone che potevano venire trasmesse, tutte le emozioni i sogni e le speranze che un singolo componimento è in grado di causare. E per chi ha un’anima troppo grande, forse la musica è qualcosa davvero di terribile in senso Kantiano, in grado di far sperimentare l’emozione del Sublime. Concludo con un’ultima riflessione su una frase simbolica, gli ultimi due versi della canzone d’amore di Nicola Piovani, Vincenzo Cerami e Roberto Benigni: “nell’amor le parole non contano / conta la musica”. Se le parole sono davvero grammatica, sintassi, ricerca dei termini che più si possono adattare al ritmo, la musica in questo frangente diventa la “parola emotiva” per eccellenza, il linguaggio che sorpassa la necessità di una grammatica per approntare quello che la pianista Chiara Bertoglio, parlando di Brahms, chiama “simbolo emotivo”, la semantica specifica dell’esperienza musicale. Il linguaggio della musica, quindi, è il linguaggio del Sé, la possibilità di collegare quella che è la nostra soggettiva esperienza emotiva, ciò che noi proviamo e sentiamo, con quello che il compositore e la compositrice ha

La motivazione, quella brutta bestia

di Marcella Tantillo Cosa vuol dire essere motivati? Significa avere quella grinta che non fa perdere di vista l’orizzonte, mentre ci si dirige verso una meta. Ecco, in due parole il nocciólo della questione sembrerebbe giusto la meta, ma in verità la faccenda è  ben più complessa. Non solo perché talvolta la meta non è affatto chiara ed anche se lo fosse non è detto che sia una meta che la persona si è scelta autonomamente. E, ammettendo pure ciò, il discorso non finisce tutto qui, poiché non basta fissare un obiettivo per tenere testa alla sfida accolta. Intervengono infatti nel frattempo una serie di variabili legate alla percezione della fattibilità, della sforzo richiesto e una valutazione del tempo da impiegare per raggiungere l’obiettivo. Sicuramente gli esperti direbbero che basterebbe   procedere per piccoli steps fino al raggiungimento della meta, e ciò aiuta, non c’é dubbio, ma anche qui intervengono ulteriori questioni che si frappongono: per cominciare l’energia in ogni singola marcia innestata, cioè.. È vero che non si può partire in quinta e si parte con la prima, ma bisogna anche partire pure se vi va piano… “provare” ad andare non é efficace: o si decide di andare o non si va, non ci sono vie di mezzo in questo, anche se si va a ritmo di lumaca. Il partire non contempla il “ci proveró” piuttosto il prefigurarsi ossia l’mmaginare l’azione. Ma… Non è mica finita qui! Talvolta fra il dire e il fare c’è un tempo breve, lungo, o lunghissimo, e il tempo che gli studiosi chiamano della “precontemplazione”, un momento in cui balena l’idea e poi, gradualmente si arriverebbe ad un bilancio tra vantaggi ma anche svantaggi di una scelta di agire oppure no…senza contare che, una volta che si é partiti, momenti di marcia in “folle”, rallentamenti, retromarcia, arresti e ripartenze sono molto frequenti…. Un percorso irregolare insomma quello che porterebbe alla meta. Una meta che acquista un valore inestimabile per l’impegno, il tempo che ha comportato e la cura di non aver buttato la spugna, mai.

La motivazione intrinseca e l’effetto Tom Saywer

motivazione

Il raggiungimento di un obiettivo è per ciascuno di noi fonte quotidiana di sforzo fisico e mentale. Ciò che aiuta durante tutto il lavoro è la motivazione che ci spinge a fare sempre un passo in più in vista della meta. Un esempio calzante di quanto la motivazione possa essere un valore aggiunto ai nostri sforzi è dato dalla famosa vicenda della staccionata da dipingere di Tom Saywer, romanzo scritto da Mark Twain. La storia racconta che Tom, per punizione deve dipingere la staccionata della sua casa. All’arrivo dei suoi amici, che si approssimano ad andare al fiume a divertirsi, lui finge un maggiore interesse per il suo lavoro. Tom sostiene con convinzione che gli era stato dato un incarico importante. La sua determinazione stimola la curiosità degli amici e la storia finisce con lui che riposa, riceve regali, mentre gli altri fanno il lavoro. Abbiamo tutti esperienza che un compenso, la passione, il divertimento siano ottime motivazioni che ci aiutano a completare un lavoro. A tutto ciò si aggiunge anche il riverbero positivo sulla nostra autostima. In alcuni casi, però, la vera motivazione per portare a termine un compito, in realtà, non risiede dentro di noi. Essa è frutto di persuasione o di ricatto emotivo. Il Tom Saywer di turno, ci convince che quel determinato lavoro è l’esperienza più gratificante per noi. Sostiene addirittura che la concessione del lavoro a noi, sia un piacere esclusivo, non permesso a nessun altro. Il problema nasce nel momento in cui questo compito diventa per noi, non più motivo di orgoglio e passione, ma sacrificio, rinuncia e stress. In questo caso, ci rendiamo conto che la motivazione non è intrinseca, ma semplicemente “imposta” dall’esterno. Ma a tutto c’è rimedio: bisogna imparare a dire no alle cose e soprattutto alle persone che se ne approfittano della nostra sensibilità e disponibilità.