La modernità liquida della società odierna

Gli ultimi sviluppi degli studi di sociologia parlano di modernità liquida. Il sociologo Bauman ha introdotto questo termine per descrivere il tipo di società che si é strutturato nel l corso degli ultimi decenni. Il concetto di modernitá implica l’adattamento alle nuove tecnologie che definiscono forme e strutture delle relazioni con cose e persone. L’aggettivo liquido fa, invece, riferimento alla caratteristica propria dei liquidi di essere plasmabili, volubili e poco stabili. L’attuale contesto sociale che ci circonda é quindi permeato sí, da modernità , mz anche di continue incertezze e precarietà. Fino al secolo scorso, la famiglia, la scuola, il lavoro e le relazioni erano basate su legami solidi e duraturi. Tutte le istituzioni tradizionali, fungevano da pilastro, da orientamento e riferimento per ke generazioni successive. L’aspetto evidente della societá attuale é quello che Bauman definisce liquiditá. Questa forma di adattamento continuo ai contesti e alle relazioni, rende tutto precario e transitorio. Ecco che la famiglia non si basa più sulla caratteristica dell’indissolubilitá. Le relazioni affettive si stabiliscono sull’oggi, su legami deboli dove ognuno ha la paura dell’impegno sul lungo termine. La dedizione e l’accudimento dell’altro non sono più valori da coltivare. Al contrario, l’altro esiste solo nella misura del soddisfacimento dei propri bisogni di relazione e appartenenza. Quindi, così come in famiglia, primo contesto sociale di riferimento, ognuno diventa un’isola, anche gli altri ambienti assumono le stesse caratteristiche. Il lavoro richiede sempre maggiore flessibilità e si trasforma in precarietà, chiedendo a ciascuno di essere sempre più multitasking. Inoltre, l’ostentazione mediatica della propria vita ci collega a molte più persone e realtà, illudendoci della solidità dei nostri legami. L’adattamento continuo resta comunque una delle strategie per l’inserimento nei vari contesti, ma diventa importante la stabilizzazione di esso per la strutturazione personale.
La maternità nelle dipendenze: ce lo spiega la neurobiologia!

La maternità nelle dipendenze: ce lo spiega la neurobiologia! Le dipendenze nei servizi territoriali Le dipendenze sono ampiamente studiate in letteratura, anche se spesso nella pratica non vi corrisponde una prassi di intervento che tenga conto dei reali bisogni dell’utenza. Le cose si complicano, inoltre, quando gli utenti diventano genitori. Ho potuto notare che la presenza dei figli viene tutt’oggi utilizzata, dal personale dei servizi, come fattore motivazionale per il percorso in struttura. Questo presupposto ha origine in un paradigma che vede la tossicodipendenza come una scelta, un errore più o meno razionale da riparare. Un incidente di percorso. Da qui nasce la mia curiosità: quali sono le difficoltà che incontra un genitore, in particolare una madre, che fa un uso prolungato di sostanze? La maternità nelle dipendenze in letteratura. I modelli dei roditori sono stati determinanti. Hanno individuato il ruolo del sistema ipotalamico e mesocorticolimbico (ovvero del cosiddetto sistema della ricompensa) nell’ attaccamento madre-bambino e nei comportamenti di assistenza materna. Lavori che utilizzano la risonanza magnetica funzionale hanno dimostrano l’attivazione di regioni celebrali analoghe nelle donne umane. Ciò avviene, in particolare, quando le neo-madri entrano in contatto con ricompense naturali da parte del proprio bambino, come il suo volto sorridente. Risultati Con l’uso prolungato di sostanze, studi pioneristici hanno mostrato che: Nelle madri emergono compromissioni nell’attivazione dell’ipotalamo e del sistema mesocorticolimbico, in risposte ai volti felici dei propri figli. La soglia di ricompensa dopaminica può essere ricalibrata, per cui il sistema di ricompensa cerca gratificazione nell’uso della sostanza, e non orientando la propria attenzione verso ricompense naturali, quali abbiamo visto essere il sorriso del bambino. Le madri che fanno uso di sostanze, sono maggiormente responsive agli stimoli neutri del volto del bambino, ambigui, piuttosto che a quelli apertamente angosciati o felici. Le madri che fanno uso di sostanze hanno dimostrato una risposta neuronale significativamente ritardata a tutti i pianti infantili, suggerendo che possano elaborarne il suono in modo meno efficiente rispetto alle madri che non fanno uso di sostanze. Alla luce di ciò, i segnali da parte del figlio non solo potrebbero non essere percepiti come gratificanti, quanto possono addirittura mettere a dura prova la resistenza della madre al craving. A questo quadro, si aggiungono i sentimenti di vergogna e colpa associati alla credenza di essere una cattiva madre. Conclusioni Quanto detto potrebbe avere due conseguenze: una mancanza di attivazione di accudimento all’angoscia del bambino, o un comportamento eccessivamente intrusivo. Infatti, si attiva una risposta anche in concomitanza ai volti neutri del bambino, che implica forti livelli di ansia e angoscia nella madre stessa. In conclusione, nei trattamenti con madri dipendenti da sostanze, la presenza di un figlio va individuato anche come potenziale fattore di stress.
LA MANIPOLAZIONE PSICOLOGICA

La manipolazione psicologica è una forma subdola di influenza sociale, che si manifesta in molteplici modi. Il libro “Manipolatori – Le catene invisibili della dipendenza psicologica” ci getta nel cuore oscuro della manipolazione psicologica attraverso le storie intricanti e spesso inquietanti di Elisa nel true crime. Ma cosa c’è dietro questa capacità di controllare le menti altrui? Cosa spinge alcuni individui a manipolare gli altri con tale maestria? In questo articolo esploreremo da vicino alcuni aspetti psicologici coinvolti nelle dinamiche della manipolazione. 1. LA COMPLESSITA’ DEL CARATTERE DEL MANIPOLATORE Nel libro, l’autrice descrive i personaggi manipolatori con una gamma di sfumature psicologiche, che li rendono più realistici e complessi. Ad esempio, un manipolatore può agire a causa di un profondo senso di inferiorità e insicurezza. In questo caso cerca di compensare questi sentimenti attraverso il controllo sugli altri. Al contrario, un manipolatore potrebbe agire da una posizione di narcisismo patologico. In questo secondo caso, egli va cercando costantemente l’ammirazione e il potere sulla vita degli altri per alimentare il proprio ego fragile. 2. LE TECNICHE DI MANIPOLAZIONE E DI CONTROLLO Le tecniche di manipolazione e controllo descritte nel libro possono includere una serie di strategie psicologiche sottili e subdole. Ad esempio, la manipolazione emotiva induce la vittima a fare ciò che il manipolatore desidera, facendo leva sui sentimenti di colpa o di compassione della stessa. Oppure attraverso tecniche di isolamento sociale, il manipolatore cerca di separare vittima dal suo supporto sociale in modo da esercitare un maggiore controllo sulla stessa. 3. LE DINAMICHE DI POTERE Nel contesto delle storie raccontate, le vittime spesso si trovano in una posizione di vulnerabilità psicologica che li rende suscettibili alla manipolazione. Si tratta di vittime recentemente colpite da un evento traumatico e quindi più inclini a cercare conforto e guida da parte del manipolatore. Questo squilibrio di potere può portare a una dinamica relazionale tossica, in cui il manipolatore esercita un controllo coercitivo sulla vittima, spingendola a fare scelte contro il proprio interesse. 4. LE CONSEGUENZE PSICOLOGICHE DELLA MANIPOLAZIONE Infine, la lettura del libro ci offre un’opportunità per esplorare le conseguenze psicologiche devastanti della manipolazione sulle vittime coinvolte. Le vittime possono sviluppare disturbi legati allo stress post-traumatico a seguito di un’esperienza manipolativa intensa (con sintomi com flashback, ansia e ipervigilanza). Oppure una vittima può sperimentare la perdita di fiducia in se stessa e negli altri, trovandosi a ripensare costantemente agli eventi passati e a chiedersi se potrebbe essere stata ingannata di nuovo. In conclusione, il libro “Manipolatori” ci offre un’opportunità unica per esplorare gli aspetti psicologici della manipolazione attraverso le storie avvincenti di Elisa nel true crime. Si tratta di un’opera che non solo intrattiene, ma anche ci invita a riflettere sulle profonde sfumature della mente umana e sulla necessità di essere consapevoli delle tattiche manipolative che possono insinuarsi nelle nostre vite.
La malattia fisica con origine psicologica

L’ipocondria e il disturbo di somatizzazione generano spesso confusione nella loro definizione: in entrambi c’è la manifestazione di una malattia lamentata che però ha origini differenti. L’ipocondria è la PAURA esagerata di avere una malattia grave senza alcun riscontro clinico. Il malato immaginario, quindi, interpreta erroneamente i sintomi fisici attribuendoli a delle malattie invalidanti e gravi. I sintomi fisici lamentati preoccupano fortemente l’individuo, che non trova rassicurazione neanche negli esami e nelle valutazioni mediche cui continuamente si sottopone. L’ipocondriaco vive, di conseguenza, uno stato di frustrazione perenne per non essere stato capito e curato adeguatamente. Ha, inoltre, la tendenza a spiegare il proprio stato di salute (o di malattia) con dovizie di particolari. Gli ipocondriaci lamentano continuamente sintomi che riguardano i diversi apparati (gastrointestinale, cardiaco, respiratorio), ingigantiscono quelli di lieve entità come un semplice raffreddore. Essi tendono ad allarmarsi esageratamente quando sentono parlare di malattie gravi o dei segni che loro avvertono nei loro corpi. Questi soggetti utilizzano come unico argomento di discussione le malattie temute e i loro sintomi, impoverendo così la conversazione e le relazioni sociali perchè cercano di monopolizzare l’attenzione di tutti. Il disturbo di somatizzazione, invece, consiste nella conversione di uno stato di disagio psicologico, di stress e di emotività in un sintomo fisico. Gli organi maggiormente colpiti sono l’intestino (colite), o lo stomaco (gastrite), la pelle (prurito, acne). Anche il sistema muscoloscheletrico (cefalea, torcicollo), e l’apparato urogenitale (dolori mestruali, calo del desiderio sessuale), costituiscono bersagli per la sintomatologia. Anche questi soggetti lamentano spesso i sintomi e si rivolgono ai medici in continuazione, ma non possono essere spiegati con alcuna condizione medica generale. Questi pazienti esprimono i loro sintomi e problematiche in modo drammatico ed esagerato, compromettendo sensibilmente le relazioni e il lavoro, perchè invalidati da queste reazioni fisiche a stati psicologici.
La Linea Guida sui DSA: riflessioni e prospettive
La Lettura ad Alta Voce: una pratica da rivalutare

di Lia Corrieri Hanna – “Ce l’hai un libro?” Michael – “Sì, sì ce l’ho… Ne ho uno con me da stamattina.” Hanna – “Che cos’è?” Michael – “L’Odissea di Omero. Ce l’ho come compito” Hanna – “Cambiamo l’ordine con cui facciamo le cose. Prima tu leggi ragazzo, poi facciamo l’amore.” The Reader – A voce alta (2008) Introduzione Nel 2008 uscì nelle sale cinematografiche la pellicola di Stephen Daldry intitolata The Reader – A voce alta, basata sull’omonimo romanzo degli anni Novanta di Bernhard Schlink, che narra della drammatica storia d’amore tra l’adolescente Michael e la trentenne Hanna nella Germania Ovest del Secondo Dopoguerra. Nella trama dell’opera la pratica della lettura ad alta voce assume un posto di rilievo, giocando un ruolo chiave nello sviluppo della storia. Una delle peculiarità del rapporto tra i due protagonisti, infatti, risiede nel fatto che i loro incontri amorosi sono scanditi dalle letture ad alta voce che Hanna richiede frequentemente a Michael. Le emozioni condivise scaturite dalla lettura delle storie arricchiscono il vissuto emotivo dei due, rendendo la loro relazione ancora più intensa. Diversamente da Hanna e Michael, la pratica della lettura ad alta voce sembra attualmente esser comunemente percepita come un’abitudine ormai desueta, di agostiniana memoria, a prescindere da chi e da come viene svolta e verso chi è indirizzata (Vazquez, 2019). Nei sistemi scolastici occidentali tale pratica è, infatti, spesso trascurata e, talvolta, addirittura ostacolata, come ricordato da Daniel Pennac nella sua opera Come in un romanzo. Nonostante l’importanza della lettura ad alta voce sia nota già dall’inizio del Novecento (Huey, 1908 citato in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002), indagini condotte nel contesto anglosassone tra gli anni Sessanta e Settanta hanno evidenziato come solo la metà dei docenti di scuola primaria intervistati erano soliti leggere alla loro classe, senza considerare che solo in pochi lo facevano sistematicamente (Austin & Morrison, 1963; Hall, 1971 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002). In un’indagine condotta nel corso degli anni Novanta è stato evidenziato che sola una piccola percentuale, nello specifico tra l’11% ed il 28% dei docenti della primaria intervistati, affermavano di leggere ad alta voce alla classe al fine di stimolare una discussione costruttiva (Lickteig & Russell, 1993 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002). Nel corso degli ultimi anni, però, la lettura ad alta voce, soprattutto in età evolutiva, sembra aver riacquistato progressivamente interesse come testimoniato, a livello internazionale, dalle linee guida proposte dall’American Accademy of Pediatrics (2017) che raccomandano ai caregivers di leggere ad alta voce ai bambini fin dalla primissima infanzia. In linea con il contesto americano, anche nel panorama nostrano si riscontra un interesse verso questa pratica educativa, come testimoniato dalle Indicazioni nazionali per il curriculo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (2012) che evidenziano come la lettura ad alta voce sia anche in linea con gli obiettivi ministeriali. Nel contesto italiano si sono, inoltre, sviluppate diverse realtà volte a promuovere la diffusione della lettura ad alta voce, tra le quali ricordiamo il movimento Letture ad Alta Voce (LaAV), che fa capo all’associazione culturale Nausika, con l’obiettivo di promuovere il benessere mediante una lettura condivisa, fruibile da tutti, capace di impattare a livello relazionale. Un’altra iniziativa si chiama Nati per Leggere, un progetto in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri e l’Associazione Italiana Biblioteche ed il Centro per la Salute del Bambino, che si rivolge alle famiglie di bambini in età prescolare con l’intento di promuovere l’idea della lettura ad alta voce come una pratica familiare. Si segnala, inoltre, l’intervento Leggere: Forte! Ad alta voce fa crescere l’intelligenza promosso dalla Regione Toscana in collaborazione con varie partnership, tra le quali l’Università degli Studi di Perugia, che può essere descritto come una vera e propria politica educativa, in quanto mira a rendere la lettura ad alta voce una pratica quotidiana interna al sistema educativo regionale al fine di ridurre la dispersione scolastica (Batini, 2021). Gli effetti della lettura ad alta voce in età evolutiva Le iniziative sopracitate si sono sviluppate a partire dalle evidenze presenti in letteratura inerenti i benefici della lettura, anche di quella ad alta voce, soprattutto in età evolutiva. È possibile affermare che, in generale, la lettura evochi degli effetti benefici per lo sviluppo, sotto diversi punti di vista: cognitivo, affettivo, sociale ed emotivo. A livello neuroanatomico, ad esempio, è noto che il cervello dei lettori è caratterizzato da una quantità maggiore di materia grigia ed un numero elevato di neuroni (Tuarez, 2021). La lettura, nello specifico quella condivisa, si è rivelata essere non solo un importante veicolo di trasmissione del capitale culturale (Cazden, 1992 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002) ma anche un utile strumento per l’alfabetizzazione, capace di dirigere l’apprendimento a livello della zona di sviluppo prossimale vygotskijiana (Batini, 2021) guidando, ad esempio, i bambini nel riconoscimento di lettere (Duursma et al., 2008). La lettura ad alta voce esercita degli effetti interessanti a livello cognitivo, ad esempio Pritchard e collaboratori (2020) hanno evidenziato come bambini di età compresa tra i 7 ed i 10 anni migliorino la loro memoria lessicale dopo aver letto ad alta voce delle parole. A livello linguistico si evidenziano diversi effetti della lettura ad alta voce, soprattutto quando la storia viene letta dai docenti alla classe, e tra tali effetti si annoverano: un miglioramento nell’acquisizione del vocabolario, un miglioramento nella comprensione (Greene Barbham & Lynch Brown, 2002), valido anche per gli studenti non madrelingua (Amer, 1997), un incremento delle capacità di storytelling (Arnold & Whitehurst, 1994 citati in Duursma et al., 2008) ed una miglior capacità a leggere in autonomia (Cohen, 1968; Cosgrove, 1987; Morrow & Smith, 1990 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002) mediata da un miglior rapporto con il materiale stampato (Clay, 1991; 1993 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002) e da una migliore capacità nel comprendere la struttura dei libri (Gold & Gibson, 2001 citati in Batini, 2021). La lettura, compresa quella ad alta voce, ha delle ripercussioni anche sullo sviluppo emotivo, affettivo, relazionale e sociale
La gratitudine fa parte della capacità di amare

Provare gratitudine non è una mera questione di buona educazione. Ci hanno insegnato a dire “grazie” quando riceviamo un dono, anche se non è di nostro gradimento. Ad essere rispettosi e riconoscenti e a ricambiare le buone maniere dell’altro. Tuttavia, possiamo adottare queste modalità solo per doverismo, ringraziare e mostrarci riconoscenti senza nutrire quel sentimento profondo che invece rappresenta la gratitudine. La gratitudine ha a che fare con il sapere ricevere Saper dare valore a ciò che si riceve è una capacità adulta. Per varie ragioni e in vario modo, tale capacità può risultare bloccata. Alcune persone si presentano particolarmente ossequiose ed educate e ringraziano sempre. Si percepiscono in difetto se ricevono qualcosa dall’altro e hanno fretta di ricambiare. Altre persone, invece, tendono ad assumere una posizione di abbondante generosità, per cui tendono a confrontarsi di più con l’esperienza del dare che del ricevere. In altri casi, ancora, è così difficile accedere ad esperienze nutrienti che la persona può mostrarsi rifiutante o chiudersi nell’isolamento. Al di là delle modalità comportamentali, la maggior parte delle persone si sente spesso in credito. Vuole essere amata di più, apprezzata di più. Sente di non avere abbastanza. La gratitudine trova il suo opposto nell’invidia. Nella sua forma distruttiva, l’invidia consiste nel sentire che l’altro ha qualcosa che non si potrà mai avere. Vissuto che genera uno stato d’impotenza intollerabile e la fantasia onnipotente e distruttiva di distruggere ciò che l’altro possiede. La gratitudine come sentire profondo Essere grati implica innanzitutto il poter riconoscere se stessi, con tutte le proprie parti e con tutti i propri limiti. E poter riconoscere l’altro, con tutte le sue parti e con tutti i suoi limiti. Da questa posizione paritaria, al di fuori di svalutazioni e di dinamiche di superiorià/inferiorità e di dominio/sottomissione, è possibile valorizzare le differenze e l’incontro autentico con l’altro. La gratitudine è il dare valore non solo a ciò che si riceve come nutrimento all’interno delle relazioni ma anche a ciò che si riceve dalla vita e, più ampiamente, il dare valore alla vita stessa. Può svilupparsi in parallelo con l’evoluzione della persona e diventare un sentimento molto profondo e potente, di crescita e trasformazione. “Il sentimento di gratitudine è una delle espressioni più evidenti della capacità di amare”, scrive Melanie Klein in “Invidia e Gratitudine”. La gratitudine è l’amore di aver ricevuto e il desiderio di donare qualcosa di sé. Ricambiare l’amore con amore.
La Giornata Mondiale della Salute Mentale: l’importanza del 10 ottobre

Storia della Giornata Mondiale della Salute Mentale Ogni anno, durante la giornata del 10 ottobre, l’attenzione del mondo intero si focalizza sulla sensibilizzazione di temi inerenti alla salute mentale, festeggiando la Giornata Mondiale ad essa dedicata. Istituita nel 1992 dalla World Federation for Mental Health con l’obiettivo di promuovere la prevenzione, la diagnosi e il trattamento dei disturbi mentali, la Giornata Mondiale della Salute Mentale ha come scopo proprio quello di stimolare la comprensione e l’empatia verso le persone che si trovano ad affrontare tali problematiche. Il 10 ottobre, attraverso varie iniziative, offre la possibilità di esplorare il significato della salute mentale e di riflettere su come migliorare il benessere psicologico in tutto il mondo. L’importanza della salute mentale La salute mentale è una componente essenziale del benessere di un individuo e della società nel suo complesso. Va sottolineato che per promuovere la salute mentale non è sufficiente la mera assenza di disturbi psichici ma è necessario mantenere un equilibrio globale. Tale bilanciamento deve coinvolgere anche la capacità di gestire lo stress derivante da differenti contesti e l’intensità delle emozioni che ne derivano. Ciò che è importante, è prestare attenzione a come ogni piccolo cambiamento possa avere un impatto significativo nella qualità di vita di un individuo. Attività dedicate al 10 ottobre Attualmente, questa giornata si compone di attività di sensibilizzazione promosse da organizzazioni, associazioni e istituzioni pubbliche e private. Tra tali iniziative, che possono essere di diverso tipo, possiamo citare: Conferenze e seminari su temi di rilevanza psicologica; Proiezioni di documentari, film o mostre fotografiche; Laboratori creativi; Campagne di sensibilizzazione mediante l’utilizzo di social media; Attività di volontariato per supportare persone con disturbi mentali e la loro famiglia; Raccolte fondi per fornire un sostegno alle organizzazioni che si occupano di salute mentale; Attività di prevenzione. Temi della giornata Ogni anno i vari eventi che si distribuiscono in tutto il mondo durante il 10 ottobre sono accumunati da un tema condiviso. Negli ultimi anni possiamo citare il tema “Mental health in an unequal world” (“Salute mentale in un mondo disuguale”) del 2021 o il tema dello scorso anno “Make mental health and well-being for all a global priority” (“Rendi la salute mentale e il benessere per tutti una priorità globale”). Quest’anno la giornata si focalizzerà sull’universalità del diritto alla salute mentale con il tema ““Mental Health is an Universal Human Right”. Combattere lo Stigma e l’Isolamento Sociale Ancora oggi i disturbi mentali non sono esenti da stigma; uno degli obiettivi principali della Giornata Mondiale è proprio diffondere informazioni e consapevolezza sulla salute mentale in modo da eliminare i pregiudizi e le discriminazioni ad esso correlate. Spesso, infatti, accade che le persone, pur di evitare giudizi stigmatizzanti e l’isolamento sociale che deriva da essi, evitino di cercare aiuto sebbene ne percepiscano la necessità. Il 10 ottobre vuole contribuire ad una maggiore inclusività, proponendo riflessioni sull’importanza del chiedere aiuto quando necessario e di un clima basato sul supporto per il proprio benessere. Promuovere il Benessere La Giornata Mondiale della Salute Mentale vuole anche ricordare come sia fondamentale porre una costante attenzione al benessere psicologico attraverso piccole azioni quotidiane, prestando attenzione ai segnali della nostra mente ma anche del nostro corpo. Va ricordato, infatti, che per una buona salute psicologica è sì necessario imparare a gestire lo stress, ma è anche fondamentale prendersi cura del proprio corpo adottando uno stile di vita sano composto da alimentazione equilibrata ed esercizio fisico regolare. Conclusioni In conclusione, la Giornata Mondiale della Salute Mentale rappresenta l’opportunità di riflettere sull’importanza della salute mentale per la qualità di vita di tutti noi. L’occasione che il 10 ottobre fornisce è quella di promuovere il benessere psicologico attraverso un sostegno di chi si trova a combattere con disturbi mentali ed educando la comunità per diminuire i pregiudizi, ricordando che la salute mentale non dev’essere considerata inferiore a quella fisica. Sitografia https://promisalute.it/conferenza-giornata-mondiale-salute-mentale/ https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/neuroscienze/la-giornata-della-salute-mentale-ci-riguarda-tutti https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?id=6019&menu=notizie https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioNotizieSaluteMentale.jsp?id=6019&lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero https://www.who.int/campaigns/world-mental-health-day/2023
LA GESTIONE DELLE RISORSE ALL’ESTERO

La globalizzazione ha creato molte opportunità di sviluppo, ma anche molte sfide. Uno dei compiti che la direzione HR deve assolvere riguarda la gestione delle risorse nella prospettiva internazionale. Al giorno d’oggi, tutte le organizzazioni si ritrovano a definire il loro posizionamento strategico rispetto a due approcci tra loro opposti. Differenziazione locale: che spinge a usare politiche diverse in ogni Paese per adattarsi il più possibile alle specificità locali Integrazione globale: che, al contrario, porta a uniformare le politiche nelle diverse aree geografiche per avere una strategia globale Il compito delle HR è quello di trovare un equilibrio tra le due prospettive. È fondamentale valutare sia gli elementi di similarità sia quelli di specificità di ogni Paese sia dal punto di vista istituzionale sia di quello culturale. Bisogna cercare di diffondere una cultura organizzativa meta-nazionale formata da tutti gli aspetti “migliori” delle diverse culture e in cui tutti i soggetti coinvolti possono riconoscersi. Uno dei compiti della direzione HR riguarda la selezione delle risorse per la copertura dei ruoli nei diversi Paesi, o anche chiamato global staffing. Un HR può scegliere se reclutare le risorse direttamente all’estero per ricoprire tali ruoli oppure scegliere percorsi di mobilità interna. Spesso le due strategie coesistono. In questo articolo, ci occuperemo soprattutto della gestione delle persone all’interno dei programmi di mobilità internazionale. Parleremo della cosiddetta gestione degli espatriati, cioè di coloro che per motivi di lavoro vengono trasferiti in un altro Paese per un periodo medio-lungo. È molto importante per un HR considerare tutte le fasi che prevede un’esperienza internazionale: da quella di preparazione prima della partenza a quella conclusiva al rientro. 1. PRIMA FASE: selezionare e formare i candidati da assegnare a incarichi internazionali. Spesso si commette l’errore di scegliere le risorse solo sulla base dell’expertise tecnica, senza considerare altre competenze come quelle interculturali (come, ad esempio, la capacità di costruire relazioni efficaci con le persone di un’altra cultura). Inoltre, bisogna valutare quanto una persona sia motivata a intraprendere un’esperienza internazionale per valutate fin dall’inizio se ci può essere una convergenza tra le motivazioni individuali e quelle organizzative. Nella fase di preparazione, è importante fornire tutte le informazioni e conoscenze necessarie per permettere alle risorse di valutare in modo realistico l’incarico internazionale in termini di opportunità e/o difficoltà professionali, sociali e famigliari. Ad esempio, alcune imprese offrono programmi di supporto alle famiglie come corsi di formazione linguistica e culturale o assistenza nel trasferimento. 2. SECONDA FASE: trasferimento all’estero e inserimento nel nuovo ruolo. La difficoltà più critica da affrontare è il cosiddetto shock culturale, cioè un senso di disorientamento che la risorsa prova quando vengono a mancare i punti di riferimento culturali ai quali è ancorato inconsapevolmente. Esiste anche lo shock da ruolo, che si manifesta quando c’è una discrepanza tra le proprie aspettative riguardo al ruolo professionale e a quelli che nella realtà sono le mansioni assegnate. 3. TERZA FASE: è importante preparare anche il momento del rientro, in quanto la risorsa può aver sviluppato nuove aspettative e ambizioni di carriera durante il periodo all’estero. È meglio parlare di tutto ciò prima del rientro effettivo. 4. QUARTA FASE: rientro vero e proprio. In questo caso, la risorsa può andare incontro a un vero e proprio shock da rientro, che porta a una sensazione di disorientamento e stress rispetto alla diversa realtà professionale/sociale/individuale che ritrova al suo rientro rispetto al passato e alle aspettative che ha maturato. Si possono adottare diverse misure per facilitare il rientro, come percorsi di mentoring e in generale di supporto… In conclusione, oggi la gestione delle risorse nella prospettiva internazionale è tema molto delicato. È importante dunque avere dei sistemi di gestione delle carriere internazionali articolati che sappiano tenere in considerazione tutte le quattro fasi precedentemente spiegate. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G., & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Novara: De Agostini Scuola SpA
LA GESTIONE DEL CONFLITTO

Nella nostra cultura, il termine conflitto richiama significati negativi perché associato a scontri, guerre e violenza. In realtà, una buona gestione del conflitto apre a grandi opportunità. Il conflitto viene definito come lo stato di tensione che una persona ha nel momento in cui riscontra bisogni, desideri, impulsi e motivazioni contrastanti. Un conflitto può nascere in qualsiasi ambito della vita quotidiana. All’interno di questo articolo si parlerà del conflitto all’interno di un processo organizzativo. In ambito organizzativo, il conflitto è una situazione dove le persone percepiscono incompatibilità di pensiero o comportamento nel raggiungimento degli obiettivi. Esistono tre diversi tipi di conflitto: Diadico: è il tipico conflitto che avviene tra due individui appartenenti a gruppi di lavoro diversi o allo stesso Intragruppo: all’interno dello stesso gruppo Intergruppo: tra più gruppi Esistono diverse modalità di gestione del conflitto, che vengono spiegate tramite metafore di animali. Le tartarughe sono solite ritirarsi nel loro guscio per evitare i conflitti. Le persone che adottano questo stile trascurano i loro interessi personali e le relazioni e credono che sia meglio ritirarsi fisicamente e psicologicamente dalle situazioni conflittuali. Solitamente sono persone che sono spaventate dal conflitto e dalla sua possibile degenerazione e non hanno fiducia nel fatto che si possa trovare una soluzione condivisa. Potrebbe essere utile quando le persone sono troppo coinvolte emotivamente. Gli squali cercano di vincere costringendo i rivali ad adottare la loro soluzione al conflitto. Per queste persone gli interessi personali sono più importanti rispetto alle relazioni. Non hanno bisogno degli altri e cercano di vincere attaccando e intimorendo. Il conflitto, dunque, si risolve quando una persona ha il sopravvento sull’altra. Potrebbe essere utile quando è necessario prendere una decisione in tempi brevi e in una situazione di emergenza. Per l’orsacchiotto le relazioni interpersonali hanno molta più importanza dei propri interessi. Queste persone vogliono farsi accettare e amare dagli altri e pensano che i conflitti debbano essere evitati. Per questo motivo sono disposti a mettere da parte le loro aspirazioni per preservare le relazioni. Potrebbe essere utile nei casi in cui i temi del conflitto non sono così rilevanti da meritare una discussione aperta che potrebbe ingigantire la questione e compromettere le relazioni. Le volpi solitamente cercano il compromesso e sono disposte a mettere da parte qualche loro interesse. In particolare, cercano delle soluzioni in cui ogni parte guadagni qualcosa e si tengono sempre nel mezzo di due posizioni estreme. È il primo passo verso la collaborazione, anche se rimane ancorato a un piano più reazionale e legato al raggiungimento degli obiettivi. È efficace quando si deve raggiungere uno scopo comune e ognuno accetta di perdere qualcosa per arrivare all’obiettivo. I gufi affrontano i conflitti come problemi da risolvere e cercano di raggiungere delle soluzioni che vadano bene per tutti. Valorizzano al massimo sia i propri interessi sia le relazioni. Si entra nella dinamica win-win e permette di raggiungere dei risultati duraturi perchè profondamente discussi e condivisi. Questa modalità, però, richiede molto tempo, una buona capacità di comunicazione e di conoscenza di sé stessi. Ognuno degli stili di gestione del conflitto ha i suoi vantaggi e svantaggi. Dunque, non si può definire una modalità più corretta di un’altra. È fondamentale saper scegliere quale adottare in base al contesto e al momento. In sintesi, il conflitto non va mai evitato, ma deve essere aggirato, gestito e trasformato in risorsa in modo che possa diventare un momento costruttivo e di confronto. BIBLIOGRAFIA Fragomeni, T. (2011). I professionisti e la gestione dei conflitti. Un metodo innovativo per integrare competenze tecniche relazionali, risolvere conflitti e concludere negoziazioni. Milano: Franco Angeli