LA PERDITA DEI GENITORI IN ADOLESCENZA

La morte di un genitore costituisce sempre un fattore di rischio ed un’interferenza nello sviluppo. Essa può essere considerata, a tutti gli effetti, un evento traumatico sebbene alcune situazioni lo siano più di altre. Come quei casi in cui l’adolescente perde entrambi i genitori e/o successivamente anche le figure alle quali era stato affidato, oppure come quei casi nei quali la morte avviene tragicamente (es. incidente stradale) oppure laddove il genitore superstite non riesce a fronteggiare la morte del coniuge e non fornisce, quindi, un adeguato sostegno al figlio. Al di là delle circostanze esterne, nel processo di elaborazione del lutto va considerato anche il peso delle fantasie inconsce peculiari dell’adolescenza. Cioè l’elaborazione del lutto al quale è chiamato l’adolescente nei confronti del proprio mondo infantile, al processo di separazione – individuazione, che deve affrontare per accedere all’età adulta, al rimaneggiamento dell’Edipo in vista della definitiva assunzione di un’identità sessuale. La perdita di un genitore in adolescenza si può inserire all’interno di un processo di crescita caratterizzato da angosce di separazione, senso di smarrimento e mancanza di integrazione del Sé. Il trauma determina un impasse evolutivo, in un momento in cui si rivela già difficile il superamento del conflitto tra bisogno di autonomia e bisogno di dipendenza, lasciando il ragazzo nello stato di oscillazione continua tra i due. Da una parte il ritorno a legami di dipendenza infantili può rappresentare l’unico segnale di speranza e d’attaccamento alla vita, dall’altro il ragazzo nega ogni legame di dipendenza, adeguandosi a comportamenti adultomorfi, schiacciando la dirompenza dei propri sentimenti e della propria vitalità, rappresentata anche dalla sessualità, perché non “merita” di sopravvivere alla morte del suo caro. Spesso la negazione dello scorrere del tempo rappresenta un tentativo di negare la morte, di allontanare il dolore e di prolungare in fantasia l’esistenza dell’oggetto assente. Affinché si compia l’elaborazione del lutto, il ragazzo deve riuscire a riconoscere il proprio sentimento ambivalente di odio/amore nei confronti dell’oggetto perduto, la delusione, la rabbia, ed il proprio senso di colpa per non essere riuscito a preservare la vita della persona amata. QUANDO “SEPARARSI” E’ DOPPIAMENTE DIFFICILE Il modello adolescenziale proposto da Anna Freud, successivamente ripreso da Blos e da Margareth Mahler enfatizza il bisogno evolutivo di prendere le distanze dai genitori all’interno del processo di separazione-individuazione. Questo processo costituisce il compito evolutivo della fase adolescenziale. Tale compito consiste nella capacità, da parte dell’adolescente di allontanarsi dalle immagini parentali interiorizzate, per investire gli oggetti esterni ed extrafamiliari ed acquisire una propria identità. Tale processo è lungo e complesso: comporta, infatti, la rielaborazione di conflittualità infantili di natura ambivalente non sempre risolte e che implicano l’accettazione, il riconoscimento di sentimenti e di spinte aggressive nei confronti dei propri genitori. Se da un lato, infatti, l’adolescente sente una spinta all’autonomia e alla differenziazione, dall’altro vive un forte conflitto che lo porta a non volersi separare dai genitori e dall’immagine di se stesso bambino protetto da questi ultimi. Questi oggetti buoni rappresentati dalle figure parentali, se da un lato però proteggono l’adolescente, dall’altro sono vissuti come oggetti inglobanti e limitanti. Come Winnicott sottolinea, l’aggressività è necessaria per crescere, per separarsi dai genitori e per individualizzarsi. La risoluzione dei conflitti adolescenziali, infatti, equivarrebbe all’integrazione dei sentimenti di ambivalenza nei confronti della madre o comunque delle persone affettivamente importanti. Gli attacchi attuati, però, spesso fanno vivere sensi di colpa all’adolescente che caratterizzano proprio questa fase. Ma cosa succede se realmente i genitori muoiono in questa fase evolutiva? L’adolescente riesce a separarsi ed individuarsi proprio perché l’oggetto attaccato (genitori) sopravvive ai suoi attacchi. Ma se l’oggetto muore, cosa succede? I sensi di colpa potrebbero ricevere dalla realtà una potente conferma, suffragando l’idea che l’oggetto è stato realmente distrutto dalle fantasie ostili.
La paura di non essere abbastanza

Molte persone arrivano in psicoterapia lamentando la paura di non essere abbastanza o di non sentirsi all’altezza dell’altro e delle situazioni che vivono. Questo vissuto può essere molto invalidante, tanto da bloccare i processi individuali evolutivi e realizzativi. Spesso si tratta di un insieme di emozioni e alla paura tendono ad affiancarsi ansia e vergogna. Alla base vi sono componenti cognitive rigide e limitanti. Una convinzione svalutante su sé stessi (“non sono abbastanza/non sono all’altezza”), che affonda le sue radici nelle prime esperienze infantili, cui si accompagna una decisione presa in quell’epoca (ad esempio “non sarò mai amato/apprezzato; non riuscirò mai nella vita”). Ogni esperienza vissuta viene letta e affrontata in modo da confermare gli aspetti immaturi di sé e portare avanti il copione, quel piano di vita che tanto limita quanto rassicura. Poiché, se da un lato blocca l’autonomia, dall’altro consente il rifugio nella posizione infantile originaria e offre un riparo, illusorio, dai rischi emotivi della vita adulta. Paura, ansia e vergogna La paura è un’emozione naturale. Svolge la funzione fondamentale per l’organismo di segnalare il bisogno di protezione. Non corrisponde soltanto alla necessità di allontanarsi da ciò che minaccia la propria salute e integrità. Infatti, si manifesta anche perché vengano attivate le risorse necessarie per affrontare le situazioni difficili e crescere. Allo stesso modo, anche l’ansia di per sé svolge una funzione autoregolativa importante. Poiché fa sì che l’organismo si adoperi per il soddisfacimento dei propri bisogni, creando la tensione necessaria per l’autorealizzazione. Dunque ansia e paura insieme, l’una accanto all’altra, sostengono la persona ad andare verso la vita e, contemporaneamente, a proteggersi. La vergogna, invece, in quanto emozione sociale, nasce da una valutazione circa la propria inadeguatezza. Si basa su regole e scopi condivisi socialmente e, entro una certa misura, ha a che fare sia con l’autoconsapevolezza sia con la competenza sociale. Quando queste emozioni, invece di favorire la crescita, bloccano la persona? La paura può diventare un blocco se la persona ritiene di non avere, e, perlopiù, che non avrà mai, la capacità di affrontare l’esperienza che teme. Ovvero, se vi è una svalutazione delle proprie risorse interne e del proprio potenziale che sostiene comportamenti passivi e dipendenti e forme di evitamento della realtà. Nel caso dell’ansia, l’emozione perde la sua funzione sana quando l’energia vitale viene trattenuta o bloccata da meccanismi interni che subentrano per impedire il raggiungimento dello scopo desiderato. Emerge così l’ansia come sintomo, tipicamente di costrizione al petto e mancanza di respiro, o l’ansia come disturbo, che può assumere varie forme stabilizzandosi nel funzionamento della persona. La vergogna può diventare invalidante quando vi è un forte doverismo rispetto a modelli da seguire. Un giudizio che lascia poco spazio per l’espressività individuale. Una grandiosità segreta che dilata lo scarto tra il sé reale e il sé ideale, rafforzando la percezione negativa di sé stessi. In modo particolare, la vergogna può essere profonda e molto dolorosa quando attacca l’essere, l’essenza individuale. Fino ad arrivare a minare il permesso ad essere come si è e, all’estremo, ad esistere. Gli ostacoli interni alla crescita Le alterazioni dell’autoregolazione indicano che il funzionamento naturale non può svolgersi a causa di interruzioni del processo evolutivo. Che vi è un passato che si riattualizza nel presente attraverso dinamiche dipendenti, manipolazioni infantili e adattamenti antichi. Che si è rimasti attaccati ai messaggi svalutanti introiettati dalle proprie figure genitoriali. Ai “devi” e ai “non” ricevuti. Agli ideali, alle aspettative. Alle convinzioni rigide e limitanti su di sé, sugli altri e sul mondo. Una paura sproporzionata rispetto alla situazione che si sta vivendo è paura di crescere, di attivare una risposta più matura e responsabile di fronte ai rischi che il vivere comporta. Un’ansia invalidante è un impedimento alla realizzazione e all’autonomia. Una vergogna pervasiva è un divieto alla propria individualità e libertà d’espressione. Il lavoro in psicoterapia Lo sviluppo di un’adeguata considerazione di sé stessi è centrale per la salute e la vita relazionale di ogni individuo. In Analisi Transazionale corrisponde all’okness, il cui principio di base è che ognuno va bene così com’è. Non esistono persone incomplete, “non abbastanza” o “non all’altezza”. Secondo Eric Berne, tutti nasciamo principi o principesse: ognuno è degno di essere accettato e amato e possiede le qualità per crescere ed autorealizzarsi. La persona che si svaluta con la convinzione di non essere abbastanza capace o abbastanza amabile ha una posizione esistenziale di non okeiness. Che può essere del tipo “io non sono ok, tu sei ok” o, la più distruttiva, “io non sono ok, tu non sei ok”, in cui la svalutazione è estesa anche all’altro. La psicoterapia ha come obiettivo la realizzazione della posizione esistenziale naturale “io sono ok, tu sei ok”. In cui vi è il riconoscimento di sé, in tutti i propri aspetti, e dell’altro, nella sua specificità. Il lavoro è volto al superamento degli ostacoli alla crescita che formano il copione e al raggiungimento dell’autonomia. Ad una riappropriazione delle risorse interne e della propria unicità. Mentre sentirsi mancanti, inferiori, incapaci, non meritevoli implica il il rifiuto di sé e il desiderare di essere altro, la terapia rende possibile l’autoriconoscimento e un sano amore per se stessi. Come sostiene Hillman, allo stesso modo della ghianda che prima o poi diventerà una quercia con caratteristiche proprie, poiché ne racchiude fin dal principio tutto il potenziale, così l’individuo ha il compito nella vita di realizzare la sua unica e vera natura. “Se si rimuovono gli ostacoli, l’individuo si svilupperà fino a divenire un adulto maturo pienamente realizzato, proprio come una ghianda diventerà una quercia”. (I.D. Yalom)
La paura di guardarsi dentro e l’incontro con se stessi

Questo periodo di pandemia ha ‘costretto’ un po’ tutti a un maggior contatto con se stessi e a confrontarsi con la paura di guardarsi dentro. Da un lato un mondo esterno pericoloso, con la presenza del virus e la minaccia di malattia e morte, dall’altro un mondo interno pieno di emozioni difficili da sostenere e con le sue insidie. Non abbiamo avuto scampo. La pandemia ci ha fatti fermare e soffrire. Arrabbiare, disperare. Ma anche, forse, scoprire qualcosa di più profondo in noi stessi? Un invito drammatico e doloroso ad andare oltre la superficie in cui spesso galleggiamo? Un necessario ritorno all’essenziale? Le misure restrittive imposte, l’isolamento e il venir meno delle attività abituali hanno creato un vuoto che i più hanno vissuto con angoscia e paura. Soliti come siamo nella nostra società ad evitare l’incontro con noi stessi mediante il rifugio negli impegni, nelle distrazioni, nei ruoli. A riempire ogni spazio possibile. Ci siamo ritrovati a fare i conti con la frustrazione, la noia, la perdita di riferimenti e di certezze, l’insicurezza. Non solo con quanto di traumatico ha portato la pandemia, ma con quanto ognuno di sé ha finora cercato di non contattare. Molti hanno scoperto per la prima volta le proprie fragilità. Altri hanno sentito antiche ferite riaprirsi. Altri ancora si sono trovati faccia a faccia con i propri conflitti irrisolti. Qualcuno ha sentito di non farcela, perchè il carico da portare era troppo elevato. La paura e la sfiducia hanno talvolta preso il sopravvento. Cosa vuol dire guardarsi dentro? Intraprendere un viaggio interiore verso parti di sè negate, rifiutate, inespresse. Incontrare i propri conflitti, le forze contrapposte che lottano dentro ciascuno di noi. Scoprire che per ogni aspetto della vita che ci fa soffrire c’è una nostra responsabilità, qualcosa che ci impediamo, che tratteniamo, che non lasciamo andare o che non vogliamo affrontare. Fa paura. Si tratta, in primis, di un viaggio di consapevolezza e responsabilità. La prima è la conoscenza profonda di se stessi. Non semplice comprensione, ma una consapevolezza piena che si realizza su tutti e tre i livelli – cognitivo, emotivo, corporeo. La seconda, spesso fraintesa con il dovere, è la risposta coerente ai propri bisogni, centrale per giungere al cambiamento. Poichè la consapevolezza da sola non basta. Bisogna scegliere e agire in accordo con ciò che si vuole. Essere disposti ad abbandonare vantaggi e a correre rischi. Fermarsi e portare l’attenzione all’interiorità non è tuttavia di per sé garanzia di maggior contatto. Non è detto che questa pandemia ci renderà migliori. Paul Watzlawick sosteneva che “guardarsi dentro rende ciechi”. Cercare di conoscere sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti propri, utilizzando la logica e i meccanismi della mente rischia di far rimanere imbrigliati ancor di più nei vicoli ciechi dei soliti vecchi problemi. Se ci si affida ai processi mentali, giudicando, categorizzando e cercando spiegazioni, si finisce con il seguire e rafforzare le convinzioni, gli ideali e tutti gli aspetti copionali limitanti che sono alla base della propria nevrosi. Il risultato è che invece di fare esperienza di contatto ci si allontana sempre più dalla propria autenticità e dal qui e ora della propria esistenza. La vera visione diventerà chiara solo quando guarderete nel vostro cuore. Chi guarda all’esterno, sogna. Chi guarda all’interno, si sveglia. (Carl Gustav Jung) Come possiamo dunque guardarci dentro per rendere più chiara la nostra visione? Per vedere chiaramente ogni cosa per quella che è e riconoscere noi stessi per ciò che siamo occorre sviluppare presenza. Entrare nel flow. Abbandonarci al flusso continuo della coscienza che, per sua natura, fluisce ininterrottamente. Mentre la mente tende a separare, dividere, frammentare, il contatto con l’esperienza momento per momento permette di percepire l’unità interiore e tenere tutte le parti insieme. Dà una direzione ai nostri sensi, alle nostre emozioni, al nostro corpo. Ci consente di mettere a fuoco cosa sentiamo e cosa vogliamo profondamente. Ci orienta e ci attiva verso scelte e comportamenti coerenti con la realizzazione di noi stessi e dei nostri desideri.
La paura della relazione corporea nello spazio della cura

Le metodologie utilizzate per curare il mondo emozionale delle persone hanno, spesso, una sorta di grande paura della relazione corporea nello spazio della cura. Questo aspetto di paura del coinvolgimento erotizzato, del resto, fa parte di qualunque storia della cura. Come a tutti è ben noto, Freud, considerato giustamente fondamentale nella storia dei percorsi psicologici, cominciò a capire il ruolo della sessualità proprio attraverso le dinamiche di interazione con le pazienti. Di queste interazioni si spaventò, perché si rese perfettamente conto di tutte le implicazioni etiche che potevano far correre dei gravissimi rischi alla diffusione della sua metodologia. Ci troviamo davanti ad una sorta di grande paura del ruolo della relazione corporea nello spazio della cura. Questa preoccupazione, nella relazione terapeutica, é assolutamente lecita. Fermo restando questa paura, dobbiamo prendere in considerazione la possibilità che nella relazione terapeutica svolgano una funzione importantissima le fasi pregenitali. Assumendo questa visione, il corpo del terapeuta, sia esso maschio o femmina, è anche madre. Pregenitale quindi, non seduttiva, a cui tutti apparteniamo e a cui é possibile tornare proprio nel corso della relazione terapeutica. Per poter realizzare tutto questo ed essere sicuri che non sia pericoloso e non porti ad abusi, con la metodologia Lacerva noi pensiamo che la maniera per non incorrere in rischi di seduzione sia innanzitutto la necessità di una formazione emotiva molto importante; una costante supervisione, cosicché anche la relazione duale non sia mai esclusivamente duale, perché lavorare con i corpi è qualcosa di estremamente complesso. Infine, è importante prediligere interventi più di tipo estensivo che intensivo. Negli interventi di tipo estensivo abbiamo tempi dilatati con interventi molto diluiti nel tempo, ciò rende molto più facile e governabile il transfert e il controtransfert corporeo pregenitale che sappiamo essere una dimensione molto complicata, ma importantissima.
La paura della paura. Cosa sono gli attacchi di panico?

Secondo Cindy Aaronson PhD, psichiatra clinica presso il Mount Sinai Health System di New York, gli attacchi di panico sono sorprendentemente comuni; almeno un terzo di noi ne sperimenterà uno ad un certo punto della vita. Ma quali sono i sintomi e come riconoscerli? Le manifestazioni variano da persona a persona: possono includere cuore che batte molto forte, mancanza di respiro, stordimento, sudorazione, tremori, nausea, formicolio o intorpidimento alle dita delle mani e dei piedi e un senso opprimente di morte imminente. Il senso di morte è distintivo degli attacchi di panico. Per molte persone, queste sensazioni allarmanti, che possono imitare quelle di un infarto o di altre gravi condizioni mediche, sono accompagnate dalla convinzione di essere sul punto di morire. Ma c’è anche una forma, dice Aaronson, in cui si avverte una sensazione di “irrealtà”, dove il tempo e la percezione vengono confusi, spesso descritta da chi l’ha provata come un’esperienza fuori dal corpo, in cui le persone avvertono di perdere il controllo e sentono di essere sull’orlo di impazzire. Molte persone in preda a un attacco di panico si presentano al pronto soccorso credendo di avere un infarto o di soffocare. Ma vediamo cosa avviene. È come se il corpo avesse una normale risposta di paura fisiologica, solo che questa risposta avviene in un momento del tutto inappropriato. In alcuni casi, possono essere in gioco la genetica o i cambiamenti nella funzione cerebrale. In altri, lo stress è un fattore. Lo stress percepito da piccoli, con continue sollecitazioni ed esposizione alla paura da bambini, è uno dei fattori di predisposizione. Gli attacchi di panico iniziano con qualcosa che fa battere forte il cuore: uno stimolo nell’ambiente – forse un suono o un profumo associato a un evento traumatico – o anche qualcosa di innocuo, come una dose di caffeina che accelera il battito. Una volta innescato, la cascata di risposte fisiologiche nel corpo è abbastanza universale. Il battito accelerato del cuore fa scattare un allarme di pericolo nel cervello e sollecita un’esagerazione della risposta di paura del corpo. L’ amigdala – che svolge un ruolo chiave nell’elaborazione delle emozioni – invia un segnale di pericolo all’ ipotalamo – un piccolo centro di comando che si trova in cima al tronco cerebrale e coordina funzioni corporee involontarie come la respirazione, la pressione sanguigna e il battito cardiaco. L’ ipotalamo invia messaggi attraverso il sistema nervoso autonomo alle ghiandole surrenali, spingendole a inondare il flusso sanguigno con ormoni tra cui adrenalina e cortisolo. Questi messaggeri chimici attivano i riflessi di sopravvivenza del corpo e lo preparano a intraprendere un’azione difensiva. Recentissimi studi suggeriscono che potrebbero essere coinvolte anche altre strutture del cervello, in particolare la corteccia insulare e una parte del tronco cerebrale chiamata “nucleo del tratto solitario” – regioni che insieme ricevono e mappano i segnali dal cuore, dai polmoni e dal flusso sanguigno. Ma torniamo ai sintomi e alle manifestazioni. Cosa succede esattamente? Le pupille si dilatano e la frequenza respiratoria aumenta, per consentire al corpo di assumere ossigeno extra per difendersi. Il metabolismo cellulare si modifica, per massimizzare la quantità di glucosio disponibile per cervello e muscoli. Il sangue viene deviato lontano da regioni non essenziali come lo stomaco e le dita di mani e piedi e veicolato verso i principali muscoli delle braccia e delle gambe, rafforzandoli per combattere la minaccia o avere forza e velocità sufficienti per fuggire dalla scena. Gli attacchi di panico in genere raggiungono il picco e si attenuano entro 10 o 15 minuti, e ci sono una serie di tecniche concrete che possono aiutare a superarli. La principale è riconoscere l’ esperienza come un attacco di panico e non come una crisi medica più seria, e concentrarsi a pensare che non c’è nulla di fisicamente pericoloso in questo. Sapere di cosa si tratta è già un fondamentale aiuto per chi ne soffre. Escludendo sintomi specifici di attacco cardiaco, come pressione al petto o dolore che si accumula o si irradia al braccio o alla mascella, occorre concentrarsi sul fatto che il panico passa sempre, è una condizione che dura alcuni minuti, terrorizzanti certo, ma senza conseguenze reali per l’incolumità. Detto a freddo, sembra una banalità, impossibile da applicare quando ci si sente soffocare o perdere il controllo; ma come in molte altre situazioni, è questione di allenamento. Più si applica una razionalizzazione del momento, ogni volta che accade, più si riesce a diminuirne l’impatto. La Aaronson suggerisce di dire a se stessi: “Tutto ciò che il mio corpo sta facendo in questo momento è progettato per tenermi al sicuro e proteggermi”. Questa azione coinvolge immediatamente un’altra regione del nostro cervello: la corteccia frontale. Quest’area, posizionata appena dietro la fronte, è responsabile del pensiero cosciente, del giudizio e della risoluzione dei problemi. Portare un senso di curiosità e analisi nel modo in cui osserviamo le sensazioni, anche quelle terrificanti dell’attacco di panico, può aiutare a ricordare che sono solo processi fisici transitori e a sopportarli meglio. L’altro strumento importante è il respiro. La maggior parte delle persone respira in media da 12 a 20 respiri al minuto. E quando si è in iperventilazione, i respiri arrivano anche a raddoppiarsi. Judson Brewer, psichiatra, neuroscienziato e direttore della ricerca e dell’innovazione presso il Mindfulness Center della Brown University a Providence, consiglia di provare a rallentare gradualmente la respirazione fino a un numero compreso tra cinque e 10 respiri al minuto e di fare in modo che le espirazioni siano più lunghe delle inspirazioni. Questo tipo di respirazione profonda stimola il nervo vago, il nervo più lungo del corpo, che attraversa regioni tra cui l’apparato digerente e il diaframma e trasporta segnali e informazioni sensoriali da e verso il cervello, regolando le funzioni tra cui la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria e la digestione. Il nervo vago è una strada a doppio senso. Respirando in modo lento e controllato, si invia un segnale potente al cervello: che siamo rilassati e non c’è nulla da temere. A sua volta, questo stimola alcune parti del muscolo
La paura del cambiamento

La paura del cambiamento ha a che fare con la crescita e, più ampiamente, con il vivere. E’ infatti attraverso i cambiamenti che ci evolviamo e ci realizziamo. Il cambiamento però non è solo un evento che segna il passaggio da una fase ad un’altra, da una situazione ad un’altra della vita. L’esistenza stessa è un flusso naturale di continuo divenire: momento per momento ogni cosa dentro e fuori di noi cambia. Accogliere questo libero fluire vuol dire essere presenti. Vivere la realtà del qui e ora, senza attaccamenti al passato e anticipazioni del futuro. Il senso di perdita Cambiare è lasciar andare tutto ciò che non è più adatto a rispondere ai bisogni attuali. Si tratta dunque di affrontare una perdita e per questo spesso è difficile. Talvolta doloroso. Può significare separarsi da esperienze, luoghi e persone, da parti proprie che per un tempo, anche lungo, hanno fatto parte della propria vita. Chi vive di frequente nella paura del cambiamento tende a rimanere attaccato al proprio passato e a ciò che è familiare, a bloccarsi nelle decisioni e a percepire il futuro in maniera negativa. Nei casi estremi, vi può essere una condizione di vera e propria paralisi in cui vi è una disattivazione delle capacità adulte. Al contrario, chi ricerca continuamente il cambiamento, evita il legame e la stabilità. La paura del nuovo Aver paura del cambiamento è aver paura di ciò che non si conosce, di ciò che è estraneo, ignoto. Se da un lato questa paura svolge una funzione naturale, poichè sollecita l’attivazione delle risorse necessarie per andare verso il nuovo, dall’altro può essere tanto forte da bloccare l’evoluzione. Il familiare offre una rassicurazione che, seppur illusoria, fa sentire protetti e al sicuro. Tuttavia, in questa posizione infantile, la persona non trova dentro di sè il sostegno sufficiente né la guida per andare verso l’autonomia. Può sentire di non essere capace, di non farcela. Può avvertire un senso di pericolo o smarrimento. La responsabilità della scelta Il cambiamento non è solo nella nostra natura ma anche nell’insieme delle scelte che operiamo per realizzare noi stessi. Dunque ognuno è chiamato a fare i conti con la responsabilità della propria vita. Con il rischio che è alla base del fare esperienza. Il rischio di sbagliare, di rimanere delusi, feriti. Per crescere e realizzarsi occorre pertanto sia proteggersi che rischiare. Occorre sviluppare un Genitore interno capace di sostenere e guidare la parte bambina verso il soddisfacimento dei propri bisogni e verso l’autonomia, in modo da poter attivare scelte e comportamenti adulti, coerenti con il presente. Il cambiamento in terapia In terapia il cambiamento comporta una separazione dal passato e, al tempo, un tornare a sé, alla propria autenticità. Non diventare qualcos’altro ma diventare se stessi. Liberarsi dai condizionamenti interni che impediscono di riconoscersi pienamente, in tutte le proprie parti, e di esprimersi. Sebbene la persona arrivi con la richiesta di essere aiutata a superare la situazione di impasse in cui si trova, porta sempre due parti in conflitto: una parte che vuole cambiare ed un’altra che si oppone, che non vuole cambiare. Il lavoro di consapevolezza mette in luce le resistenze, le paure, l’attaccamento agli aspetti copionali, infantili e dipendenti. Il lavoro di responsabilità confronta successivamente la persona con la necessità di rispondere adeguatamente a bisogni e desideri fino a quel momento inascoltati o percepiti come proibiti.
La Pas: Sindrome da Alienazione Parentale

La Sindrome da Alienazione Parentale è una grave forma di abuso contro i bambini coinvolti in separazioni conflittuali, inizialmente descritta come sindrome (PAS è l’acronimo di Parental Alienation Syndrome) dallo psichiatra americano Richard A. Gardner. Il concetto di PAS compare per la prima volta nel 1985, quando il medico statunitense Richard Gardner ne parlò in riferimento alla dinamica psicologica disfunzionale che si attiva sui figli minori coinvolti in processi di separazioni e divorzi conflittuali, durante i quali uno dei genitori, denominato “Alienante”, avvia nei riguardi dell’altro coniuge, denominato “Alienato”, un’autentica campagna di denigrazione finalizzata a definire come nociva e pericolosa la frequentazione del figlio da parte dell’ex coniuge e della famiglia di quest’ultimo. “Il figlio, dal canto suo, mostra una posizione totalmente adesiva con quella del genitore Alienante, colludendo in toto con la pratica di programmazione psichica a mezzo della quale il genitore Alienante lo spinge a disprezzare ed evitare il genitore Alienato” (Gardner, 1987). L’alienazione è prodotta da una “programmazione” dei figli: una specie di lavaggio del cervello che porta i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti, e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato verso l’altro genitore. La “programmazione” arriva a distruggere la relazione fra figli e genitore alienato: nei casi gravi i bambini arrivano a rifiutare qualunque contatto, anche solamente telefonico, con il genitore alienato. Le conseguenze di tutto questo sono molto gravi, anche sul lungo termine, in quanto la PAS viene definita come una vera e propria forma di violenza psicologica che tende a direzionare la mente del bambino verso scenari di giudizio precostituiti, con gravi danni non solo all’elaborazione cognitiva ma anche alla regolazione emotiva, alla capacità di giudizio, all’esame della realtà, da cui possono generarsi deficit di empatia, narcisismo e mancato rispetto per l’autorità. Il bambino, infatti, per rispettare le volontà tendenziose del genitore alienante, non esita a ridicolizzare il genitore alienato con atteggiamenti denigratori, oppositivi e irrispettosi che in altre circostanze non verrebbero mai consentiti, ma sarebbero al contrario segnalati e stigmatizzati. L’esistenza della Sindrome da Alienazione Parentale è stata ed è tuttora oggetto di numerose controversie all’interno della comunità scientifica internazionale, data la confusione concettuale che caratterizza la diagnosi e l’assenza di strumenti validi e affidabili per accertarne l’esistenza, sono stati condotti pochissimi studi empirici per investigare la sua validità scientifica. Proprio per queste ragioni la PAS non è inclusa nell’attuale manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM IV). Il costrutto stesso di PAS come “sindrome” psicologica sta evolvendo maggiormente verso quello di “disturbo” della relazione parentale in un’ottica quindi meno psicopatologica e più familiare-sociale. È evidente che la strategia migliore per gestire situazioni come questa risiede in un intervento globale che abbia per oggetto le relazioni familiari più che la consultazione con un solo membro della famiglia. In questo è determinante l’esistenza di una chiara consapevolezza circa l’esistenza di un doppio ruolo ovvero quello genitoriale e quello coniugale. Ognuno di questi ruoli implica diritti, doveri e responsabilità differenti. La responsabilità morale, psicologica e educativa dei figli è e deve essere dei genitori, quindi il conflitto coniugale non può e non deve trasformarsi anche in conflitto genitoriale. Quando ciò accade è bene considerare l’intervento di figure esterne alla famiglia che possano aiutare nella comprensione e nella modificazione di queste dinamiche disfunzionali.
La paralisi cerebrale infantile: una diagnosi dalla A alla Z

La paralisi cerebrale infantile (anche nota con l’acronimo PCI) è la causa più comune di disabilità intellettiva in età evolutiva. E’ definita come un gruppo di disordini dello sviluppo del movimento e della postura che causano una limitazione delle attività di deambulazione. Come si manifesta? Le manifestazioni sono molteplici e variano da soggetto a soggetto, ma solitamente dalle primissime osservazioni compare una debolezza nel tono muscolare ed uno stentato controllo dei movimenti. La sua natura è genetica, i bambini con PCI non percorrono le normali fasi dello sviluppo quanto piuttosto un loro personale sviluppo delle funzioni residue. E’ una condizione permanente e i problemi che ne derivano non possono estinguersi, ma possono modificarsi nel tempo. I bambini apprendono strategie per far fronte alla loro situazione man mano che che crescono e il trattamento spesso determina miglioramenti significativi nelle aree funzionali interessate. I percorsi riabilitativi per questo tipo di disturbo sono sempre personalizzati poichè influenzati dalle risorse residuali e dalle aree di potenziamento. In linea di massima, il primo principale obiettivo posto dalla famiglia quanto dagli specialisti riguarda il raggiungimento di una certa dose di autonomia. Mentre la medicina ha la necessità di individuare le caratteristiche che “inseriscono” un soggetto all’interno di una categoria nosografico-descrittiva, la psicologia ha piuttosto bisogno di evidenziare i tratti esclusivi che danno specificità alla persona e che consentono di strutturare per lei un piano di lavoro individualizzato. Si può parlare di disabilità intellettiva quando il Q.I. si colloca su un valore al di sotto dei 70-75/100 e le difficoltà specifiche investono più aree: comunicazione, cura di sè, relazione, basse prestazioni scolastiche. Disabilità intellettiva a scuola La scuola di oggi, per poter essere definita come “scuola inclusiva” è chiamata a rispondere alla varietà di bisogni espressi dagli alunni. A tal proposito, dunque, risulta necessario che all’insegnante vengano forniti strumenti utili per cogliere in tempo le difficoltà riscontrate dall’alunno nonchè provare a sfruttare tutte le risorse dello studente affinchè si avvicini sempre di più alla “normalità”. Gli interventi rispetto a questo tipo di disturbo coinvolgono diverse figure professionali. Nell’interazione col bambino è molto utile l’utilizzo di alcune tecniche volte a favorire l’apprendimento di nuove competenze. In particolare l’insegnante si rifà all’uso di un apprendimento di tipo “sensoriale” attraverso l’uso di plastilina, sabbiera, costruzioni e pittura. Bibliografia Bratton, S.C., Ray, D., Rhine, T., & Jones, L. (2005), “The Efficacy of Play Therapy with Children: A Meta-Analytic Review of Treatment Outcomes”, American Psychological Association, Professional Psychology: Research and Practice, Vol. 36, No. 4, pp. 376-390Celi, F. (2005), “Le nuove tecnologie per il ritardo mentale e i disturbi di apprendimento”, INDIRECrawford, M.R., & Schuster, J.W. (1993), “Using Microswitches to Teach Toy Use”, Journal of Developmental and Physical Disabilities, n. 5, pp. 349-368.De Neri, M. (2004), Neuropsichiatria dell’età evolutiva – Neurofisiopatologia, Psicopatologia dello sviluppo, Clinica e Terapia, Padova: Piccin.Glennen, S.L., & De Coste, D.C. (1997), The Handbook of Augmentative and Alternative Communication, San Diego: Singular Publishing Group.Griffith, M. (2002), “The Educational Benefits of Videogames”, Education and Health, vol. 20, n. 3, pp.47-51.Guerra Lisi, S., La Malfa, G., & Masi, G. (1997), Viaggio nel ritardo mentale – Aspetti clinici e riabilitativi: un modello integrato, Pisa: Edizioni del Cerro.
La natura dell’ansia e le sue funzioni.

Cosa è realmente l’ansia e a cosa serve? Cosa succede nel nostro corpo? Quando si parla di ansia si fa riferimento a una reazione automatica, istintiva e naturale del nostro organismo quando ci troviamo dinanzi a ciò che percepiamo come pericoloso per la nostra sopravvivenza. A cosa serve dunque l’ansia? L’ansia come difesa dai pericoli: se si avvicinasse un cane mentre passeggiamo, una parte del nostro cervello registra l’evento come pericolo imminente e immediatamente attiva il sistema nervoso autonomo. Quest’ultimo rilascia adrenalina, un ormone, che attiva il corpo per difendersi dal pericolo. In particolare, il respiro si fa più frequente e i polmoni si espandono, aumentando la quantità di ossigeno disponibile nel sangue per i muscoli. In questo modo si ha la sensazione di mancanza d’aria, respiro affannoso, senso di costrizione al petto per effetto dell’iperventilazione. La pressione del sangue aumenta per trasportare più velocemente ossigeno e zuccheri richiesti dai muscoli, causando palpitazioni, tachicardia. La mente si concentra sul pericolo ignorando tutto il resto e questo amplifica ciò che si prova. La reazione automatica causata dall’adrenalina viene chiamata risposta di attacco o fuga perchè serve a scappare o ad affrontare il nemico. L’ansia anticipatoria: si può attivare la risposta di attacco o fuga anche solo pensando a qualcosa che ci fa paura, che è solo immaginato. Può essere utile soprattutto nei casi in cui il pericolo dovesse poi manifestarsi realmente. Una certa quota d’ansia può aiutare anche a migliorare le prestazioni quando dobbiamo affrontare attività impegnative, per effetto dell’adrenalina. Da ciò che si evince, dunque, sentirsi tanto agitati può sia essere utile per avere una maggiore attenzione sul compito, ma può anche interferire quando non si è concentrati sul compito, ma sui timori che hanno attivato la risposta di attacco o fuga. Risulta fondamentale quindi riuscire a trovare un livello di attivazione ottimale. Nel prossimo articolo parleremo del significato di ansia patologica e di come fa l’ansia dunque a diventare un disturbo.
La nascita dell’A.It.Ri.N.P. (Ass. It. Terapisti Riabilitazione Neuropsicologica) e l’ipotesi di un modello operativo in riabilitazione cognitiva

Anna De Filippo, Logopedista, Stazione Climatica Bianchi, Portici (Na) Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Ho iniziato ad occuparmi di riabilitazione cognitiva sin dai tempi degli studi universitari, ero iscritta al corso di laurea in Logopedia presso il II Policlinico e, durante l’ultimo anno, per la stesura della tesi, ho frequentato il laboratorio di Neuropsicologia, dove ho avuto il privilegio di lavorare con il Prof. Dario Grossi, di cui ancora oggi ricordo con a f f e t t o g l i insegnamenti e l’umanità. La mia tesi di laurea divenne poi il capitolo 10 del libro che stiamo ricordando. All’epoca non erano molti i logopedisti che si occupavano di riabilitazione cognitiva, che era un ambito che si basava su modelli e ricerche relativamente recenti, ed il lavoro del logopedista era, all’epoca, p r i n c i p a l m e n t e , s e n o n esclusivamente, indirizzato alla comunicazione verbale. Di seguito ho iniziato a lavorare presso una clinica di Riabilitazione (Stazione Climatica Bianchi) dove, sotto la guida del prof Grossi, e al resto dell’equipe riabilitativa, ci si dedicava con entusiasmo e creatività alla ricerca di nuovi metodi e tecniche di riabilitazione seguendo i principi d e l l a n e u r o p s i c o l o g i a e dell’approccio razionale e cognitivo. Il continuo e appassionato confronto tra le varie figure professionali coinvolte nella riabilitazione dei pazienti (logopedisti, fisioterapisti, psicologi, neurologi, fisiatri) ha contribuito alla nascita di idee, materiali e tecniche realizzate ad hoc per ogni caso da riabilitare. Mi è difficile evitare un taglio troppo autobiografico e non avere un velo di malinconia, ma ancora adesso mi capita di rivivere i momenti dove t a n t e i d e e s o n o n a t e t r a ragionamenti, passione, ironia e un fondamentale spirito di gruppo. Ed è in questa a atmosfera che nacque l ’ idea di creare un associazione, che potesse essere punto di riferimento per quelle professioni che, implicate nel mondo riabilitativo, si sentissero vicine ad un approccio neuropsicologico scientifico, secondo le moderne teorie cognitive. Nacque così l’A.I.T.Ri.Np. (Associazione Italiana Terapist i del la Riabi l i tazione Neuropsicologica), che partecipò attivamente all’organizzazione ed alla realizzazione dell’Itinerario della Riabilitazione in Campania, un viaggio scientifico-culturale che si propose, attraverso l’integrazione dei vari saperi e modelli di riferimento, italiani e non, di sensibilizzare gli utenti e gli operatori del vasto mondo della riabilitazione, focalizzando l’attenzione sui modelli cognitivi funzionali efficaci al recupero della salute del paziente, l o n t a n o d a l l e s o l e l o g i c h e economiche e burocratiche. Ripenso all’opportunità che ho avuto di prendere parte attivamente a tutto questo fermento, e nei venti anni che sono seguiti da allora ho conservato nel mio lavoro la passione, l’entusiasmo e gli insegnamenti di allora, i l più i m p o r t a n t e d e i q u a l i è l a condivisione, l’integrazione e il confronto continuo tra tutti i professionisti coinvolti nella cura del paziente.