La gestione del comportamento problema nel contesto scolastico

Spesso gli insegnanti richiedono interventi di professionisti ed autorità per far fronte a comportamenti “problema” che possono mettere in pericolo la sicurezza della classe. Cosa sono i comportamenti problema e come affrontarli? Le forme del comportamento problema Per comportamento problema si intende un atteggiamento che può essere rischioso per il soggetto e per gli altri (nello specifico per i compagni), per l’ambiente, che può ostacolare l’apprendimento e le relazioni sociali. Tali comportamenti possono comprendere: gesti inappropriati verso compagni, insegnanti e genitori, aggressività verbale, atteggiamenti oppositivi, comportamenti socialmente inadeguati. I comportamenti problema assumono, talvolta, forme svariate. Ma quando un comportamento può considerarsi problematico? Spesso i CP si manifestano con: prepotenza auto ed eterodiretta; autostimolazioni; proteste verbali e atteggiamenti di sfida; non collaborazione; un’intersecazione o un impedimento all’alunno nell’ apprendere nuove abilità e nel potenziare quelle acquisite; un’interferenza o un impedimento nel processo di apprendimento di altri bambini distruzione di oggetti; fuga; urla; rinuncia alle regole. Quando viene osservato il comportamento problema? Solitamente un comportamento problematico viene spesso osservato dall’insegnante nel momento in cui l’alunno: deve fare un’attività gradita che al momento non può compiere o cambiamento da un’attività gradita ad un compito; deve svuotare la tensione emotiva; vuole raggiungere qualche cosa a cui non ha accesso; quando si ha una dilazione nella consegna di ciò che desidera; sente uno o più bisogni per il quale non riesce ad esprimere la richiesta o a cui non ha ricevuto risposta; vuole richiamare l’attenzione degli altri; vuole evitare dei compiti, dei luoghi e delle situazioni particolari. cosa va rinforzato? il comportamento problema messo in atto: ha un intento comunicativo; si relaziona agli eventi che lo precedono e lo seguono e non si manifesta casualmente; svolge una sua funzione specifica; un solo comportamento problema può avere composte funzioni. Cosa osservare nei comportamenti problema Spesso, i comportamenti-problema sono modificabili, soprattutto in età evolutiva. E’ possibile ridurre l’intensità e la frequenza delle crisi e ,a volte, queste si possono estinguere. Un comportamento non può essere capito se è considerato solamente e semplicemente fine a se stesso. La comprensione necessita di una messa in relazione con il contesto e con le conclusioni che lo consolidano, gli antecedenti o eventi ambientali che lo determinano. Tali indicazioni si ottengono con l’osservazione organizzata che ha lo scopo di individuare ciò che il bambino fa, e non solo questo, contemporaneamente anche quante volte lo fa e in quali contesti opera in tale maniera e modalità. Essa rappresenta, per ciascun insegnante il punto di avvio per qualunque provvedimento volto a cambiare una condotta e/o ad anticipare e perciò smorzare possibili atteggiamenti anche, talvolta, molto pericolosi. Quali comportamenti alternativi socialmente appropriati, insegnare? Potranno essere insegnati comportamenti alternativi socialmente appropriati; a tale scopo si possono utilizzare: il TRAINING per le abilità sociali facendo ricorso al modellamento, al prompting, al role-playing. Tali tecniche hanno lo scopo di insegnare come interagire con gli agli altri e come comportarsi adeguatamente nei diversi contesti di vita. Per far sviluppare abilità comunicative idonee è essenziale individuare il sistema comunicativo con il quale il soggetto si esprime meglio. Le tecniche che favoriranno l’apprendimento di nuove abilità: il rinforzo ed i contratti educativi Il rinforzo può dare una mano anche nella ridefinizione di un’immagine positiva di sé. Quando il comportamento problema diviene molto difficile da gestire, l’insegnate può ricorrere al “blocco fisico” (solo quando lo studente mette a repentaglio la propria e altrui salute o incolumità) al Time-out (il bambino viene condotto fuori dalla classe o espulso dal gioco, al “Time out senza isolamento”, in questo caso il soggetto resterà in aula ma sarà separato dai compagni per certo tempo).In genere il ricorso a “contratti educativi, stipulati tra insegnante e studente, può essere efficace per configurare una relazione basata sulla fiducia ma anche sul rispetto reciproco e delle regole condivise e accettate dalla comunità scolastica. L’intervento psicoeducativo relativo alla riduzione o estinzione di comportamenti problematici L’intervento psicoeducativo relativo alla riduzione o estinzione di comportamenti problematici richiede un trattamento educativo multifocale che comprende la famiglia, il soggetto e la scuola. In famiglia molto importante è l’attenzione al bambino, al ragazzo soprattutto quando vengono messi in atto comportamenti adattivi, evitando ti dare eccessiva importanza a quegli atteggiamenti che non si vuole vengano invece proposti. Una seconda regola è quella della coerenza educativa tra i diversi attori coinvolti nell’itinerario educativo. Le regola da far apprendere devono essere semplici, chiare, sintetiche, molto precise, inequivocabili e soprattutto largamente condivise e discusse. Conclusioni I CP possono quindi essere gestiti. Fondamentale è essere formati in maniera adeguata e rivolgersi a professionisti del settore.

LA GENERAZIONE Z E I SUOI VALORI

Affinchè una pubblicità (o un qualsiasi tipo di comunicazione) sia efficace, è necessario conoscere a fondo il target al quale la si rivolge. In questo articolo ci soffermeremo sulla Generazione Z e sui suoi valori.  La Generazione Z include tutti i nati tra il 1997 e il 2012. Si tratta di una generazione poco idealista, ma al contrario molto pragmatica e concreta. Tra le caratteristiche principali ci sono sicuramente una costante ricerca di unicità, “di uscire dal mucchio” e un desiderio di esprimere la propria individualità. Rispetto alla generazione precedente, è molto resiliente e in grado di affrontare l’incertezza.  Diventa allora importante chiedersi come comunicare con tale generazione.  Sono stati condotti numerosi studi per vedere quali tipi di comunicazioni aumentano fiducia, fedeltà e intenzione di acquisto nella Generazione Z. Ecco ciò che è emerso: La stragrande maggioranza della Gen Z vuole che il brand si mostri autentico, non deve sembrare finto, forzato o che dica certe cose solo perché le dicono gli altri La maggior parte Gen Z si aspetta di trovare diversità di qualsiasi tipo all’interno del loro brand (a livello di genere, età, etnica, lingue, corporeità…) Circa la metà della Gen Z si aspetta che il brand riesca a rappresentarli, cioè che riesca a parlare esattamente dei loro valori e non di gruppi indifferenziati Infine, la metà della Gen Z dichiara di essere disposto a smettere di comprare un prodotto, anche se di buona qualità, se il brand non rispecchia i propri valori A partire da questi risultati, si possono trarre delle conclusioni importanti. 1. La Generazione Z ricerca trasparenza e autenticità.  Questa generazione è cresciuta in un mondo già pienamente digitalizzato; essi, infatti, sono i cosiddetti nativi digitali e in quanto tali si aspettano che il brand si mostri come autentico e trasparente perché sanno riconoscere tutto ciò che è fake. Dunque, il messaggio deve essere percepito come genuino.  2. La Generazione Z si aspetta che un brand veicoli inclusività. Tra i valori caratteristici di questa generazione c’è sicuramente il rispetto, il riconoscimento e l’accettazione della diversità altrui. Dunque, la Generazione Z si aspetta che un brand rappresenti la diversità (in termini di genere, età, etnica, corporeità, salute, lingua…) con lo stesso livello di importanza e protagonismo.  3. La Generazione Z ricerca ottimismo e positività. Quando si comunica con questa generazione, è efficace eliminare gli elementi che possono creare ansia e tensione o che possono portare a preoccupazioni. Dunque, è importante usare toni positivi, ottimistici e allo stesso tempo resilienti. 4. La Generazione Z si aspetta che un brand abbia degli obiettivi che vadano oltre la semplice vendita. Questa generazione si aspetta che un brand agisca nel concreto e che non si limiti a vendere un prodotto/servizio. È importante, quindi, che un brand prenda una posizione su un determinato problema sociale o che supporti una causa. L’azienda non deve avere più soltanto qualcosa da vendere, ma anche qualcosa da dire. 5. Infine, all’interno della Generazione Z, emerge il ruolo importante della connessione e delle relazioni. Questa generazione si aspetta che un brand istauri una continua interazione con loro. Il focus delle comunicazioni non deve essere più sul prodotto e le sue caratteristiche quanto sulla relazione che può creare con il consumatore stesso. In conclusione, è fondamentale conoscere i valori di ogni generazione per poter creare delle comunicazioni che siano efficaci. Al giorno d’oggi, questo risulta essenziale soprattutto quando ci si rivolge alla Generazione Z in quanto chi la compone si fa degli scrupoli ad abbandonare delle aziende che non si allinea con i propri valori.  BIBLIOGRAFIA: Fromm, J., & Read, A. (2018). Marketing to Gen Z: The Rules for Reaching This Vast and Very Different Generation of Influencers. Amacon Books

La Gelosia: Comprendere e Gestire un’Emozione Universale

La gelosia è un’emozione complessa e universale che, sebbene spesso associata a relazioni romantiche, può manifestarsi in molteplici contesti: amicizia, famiglia, lavoro. Questa emozione è tanto naturale quanto delicata da gestire, poiché può oscillare tra un segnale di attenzione verso i legami significativi e un potenziale fattore di conflitto e sofferenza. In qualità di psicologi, il nostro compito è aiutare le persone a comprendere le radici della gelosia e a sviluppare strategie per affrontarla in modo costruttivo. Che cos’è la gelosia? La gelosia è un’emozione che nasce dalla percezione di una minaccia a un legame importante. Questa minaccia può essere reale o immaginaria e spesso si manifesta con una combinazione di sentimenti: paura, insicurezza, rabbia e dolore. La gelosia può derivare da esperienze passate, insicurezze personali o dinamiche relazionali problematiche. Nonostante la sua reputazione negativa, la gelosia è un’emozione naturale che ha una funzione evolutiva: protegge le relazioni significative, segnalando potenziali rischi per la loro stabilità. Tuttavia, quando diventa eccessiva o incontrollata, può danneggiare non solo i legami, ma anche il benessere personale. Le radici della gelosia Per comprendere la gelosia, è importante esplorarne le cause profonde. Tra i fattori principali troviamo: Insicurezza personale: Bassa autostima o insicurezza possono amplificare la paura di perdere una persona cara. Esperienze passate: Tradimenti o delusioni in relazioni precedenti possono rendere una persona più vulnerabile alla gelosia. Confronto sociale: La tendenza a confrontarsi con gli altri, specie sui social media, può alimentare sentimenti di inadeguatezza e gelosia. Dinamiche relazionali: Una comunicazione poco chiara o comportamenti ambigui possono innescare o amplificare la gelosia. Quando la gelosia diventa problematica La gelosia, se non gestita, può evolvere in comportamenti nocivi, come controlli ossessivi, accuse infondate o atteggiamenti possessivi. Questi comportamenti non solo compromettono le relazioni, ma possono anche portare a un aumento dello stress, dell’ansia e della sofferenza emotiva. In alcuni casi, la gelosia patologica può trasformarsi in una vera e propria ossessione, con conseguenze gravi per la salute mentale e il benessere relazionale. In queste situazioni, è fondamentale rivolgersi a uno specialista per un supporto adeguato. Strategie per gestire la gelosia Gestire la gelosia richiede consapevolezza, autocontrollo e una buona dose di empatia. Ecco alcune strategie utili: Riconoscere l’emozione: Accettare la gelosia come parte naturale dell’esperienza umana è il primo passo per affrontarla. Identificare le cause: Chiedersi cosa sta alimentando la gelosia aiuta a individuare le insicurezze personali o i fattori esterni coinvolti. Comunicare apertamente: Parlare dei propri sentimenti con il partner o con la persona coinvolta favorisce una maggiore comprensione reciproca. Lavorare sull’autostima: Rafforzare la fiducia in se stessi riduce la vulnerabilità alla gelosia. Evitare il confronto: Concentrarsi sui propri valori e punti di forza piuttosto che paragonarsi agli altri. Rivolgersi a uno psicologo: La terapia può aiutare a esplorare e affrontare le radici profonde della gelosia. Gelosia e relazioni: un equilibrio delicato In una relazione, è importante riconoscere che un certo grado di gelosia può essere normale e persino utile, poiché dimostra un investimento emotivo. Tuttavia, è essenziale che questa emozione venga gestita in modo sano per evitare che diventi distruttiva. La chiave è trovare un equilibrio: esprimere i propri sentimenti in modo costruttivo, rispettare i confini reciproci e costruire una relazione basata sulla fiducia e sulla comunicazione aperta. Conclusione La gelosia è un’emozione naturale che, se ben compresa e gestita, può diventare un’opportunità di crescita personale e relazionale. Come psicologi, abbiamo il compito di aiutare le persone a trasformare la gelosia da un ostacolo a uno strumento di consapevolezza, promuovendo relazioni più sane e autentiche. Bibliografia Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. Basic Books. Clanton, G., & Smith, L. G. (1977). Jealousy: Theory, Research, and Clinical Strategies. University of Kansas Press. Hart, S. L., & Legerstee, M. (2010). Handbook of Jealousy: Theory, Research, and Multidisciplinary Approaches. Wiley-Blackwell. Lazarus, R. S. (1991). Emotion and Adaptation. Oxford University Press. Salovey, P., & Rodin, J. (1984). “Some antecedents and consequences of social-comparison jealousy.” Journal of Personality and Social Psychology, 47(4), 780-792. White, G. L. (1981). “Jealousy and the threatened self: Getting to the heart of the green-eyed monster.” Handbook of Personal Relationships, Wiley.

La gelosia dei bambini

La gelosia nasce dal fatto che i bambini amano. Se non fossero capaci di amare, non dimostrerebbero la loro gelosia.  I bambini sani imparano a dire che sono gelosi e questo permette loro di parlare della fonte della loro gelosia (Winnicott). Le prime gelosie riguardano, ovviamente, il primo oggetto d’amore: la madre e successivamente il padre. Quando arriva un fratellino o una sorellina, il primo figlio esprime subito gelosia. Ma anche i figli unici manifestano la gelosia verso i genitori: qualsiasi attività, infatti, che occupi la madre o il padre per un certo tempo, può scatenare la gelosia proprio come l’arrivo di un neonato. Queste gelosie fanno parte di una sana vita familiare e non vanno negate né sminuite. La gelosia e l’invidia L’invidia e la gelosia sono strettamente collegate, in quanto un bambino che è geloso del fratello, gli invidia il possesso delle attenzioni della madre. Alla base della gelosia è il rapporto con la madre e con il tempo, include anche il rapporto con il padre. Le gelosie spesso riguardano l’allattamento poiché per il bambino la nutrizione è molto importante. Un nuovo nato può apparire come un fantasma di un Sé passato che si nutre al seno della madre o dorme tranquillamente nella carrozzina. Alle prime manifestazioni di gelosia, infatti, è frequente vedere bambini che cercano di regredire alla prima infanzia, anche se solo parzialmente o temporaneamente. Quello che vogliono è essere trattati come quando godevano pienamente del possesso materno. Qualsiasi minaccia di perdere una proprietà comporta sofferenza ed un violento attaccamento all’oggetto. La madre in particolare, è vissuta dal figlio come una sua esclusiva proprietà. Come scompare la gelosia L’amore della madre per il nuovo arrivato, fa nascere nel primo genito la rabbia verso il fratello, la madre e verso ogni cosa. La rabbia sarà espressa attraverso urla, capricci e pianti. Il sopravvivere degli altri alla sua rabbia, farà capire al bambino, che poi la sua rabbia non è così distruttiva come immaginava. La rabbia resta mischiata all’amore e si trasforma a volte in tristezza poiché è triste amare qualcuno che a volte si sogna di distruggere. La gelosia provata per il nuovo arrivato può essere diversa da bambino a bambino. Ci sono fratelli meno gelosi che hanno maggiore capacità di empatia e mettersi “al posto” del neonato, identificandosi con lui e con le cure che riceve dai genitori. Quando la gelosia scompare avviene grazie allo sviluppo del bambino che è stato reso possibile da una cura attenta e costante. È importante che i genitori possano spiegare ciò che sta per accadere quando arriva un nuovo neonato e possano far partecipare il primo genito alla vita e alle cure che daranno al fratello/sorella. In condizioni sane la gelosia si trasformerà con il tempo in rivalità ed ambizione.

La fratria nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico: spunti di riflessione

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific Nel presente articolo sono riportati alcuni spunti di riflessione sull’importanza di p o r r e a t t e n z i o n e s u l l o s t r e s s psicoemotivo vissuto dalla fratria di minori disabili in base all’esperienza clinica svolta dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE (1). Nello specifico, è stato preso in esame quanto riferito da coppie genitoriali di bambini ed adolescenti con la diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico rispetto agli altri figli presenti in famiglia. Il lavoro svolto attraverso colloqui, interviste e test specifici ha messo in evidenza la necessità di fornire a questi genitori non solo delle corrette i n f o r m a z i o n i s u l l a g e s t i o n e psicoeducativa del figlio o dei figli con disabilità ma anche suggerimenti per un adeguato supporto emotivo agli altri membri presenti nel sistema familiare. In particolar modo, tale esigenza è risultata importante nei casi in cui la scoperta della patologia del minore e la sua quotidianità hanno generato un “blocco” sul versante comunicativo-relazionale generale tra le varie figure, portando a disfunzionalità anche piuttosto rischiose, con l’attivazione da un lato di conflitti, dall’altro di vere e proprie sensazioni abbandoniche da parte degli altri figli presenti. Introduzione Con il termine fratria, in ambito della psicologia della famiglia, si intende la presenza di fratelli nel nucleo familiare. Fratelli che rappresentano una valida risorsa per la crescita psicoemotiva della persona. La relazione nel sottosistema figli si basa su di una spazialità di ruolo e gerarchia orizzontale rispetto alla verticalità del rapporto con i genitori. Inoltre, la dimensione temporale rende speciale tale relazione basandosi su di una maggiore continuità, garantita da una vicinanza di età tra i membri e da una prospettiva di condivisione della vita insieme superiore rispetto ai propri padri ed alle proprie madri. Naturalmente all’interno della fratria agiscono numerose variabili, tra cui l’unicità di ogni individuo, l’ambiente esterno e l’ambiente familiare, che potrebbero portare a crepe e fratture nell’equilibrio delicato di questo rapporto. Ad esempio, l’assenza dei genitori potrebbe permettere ai fratelli di instaurare un rapporto molto profondo, oppure, al contrario, la rigidità genitoriale, o la triangolazione di un genitore su un fratello, potrebbe portare i fratelli ad allontanarsi e a non essere un sostegno l’uno per l’altro. Cosa accade, però, quando un fratello o una sorella, o più di essi, sono affetti da una patologia del neurosviluppo molto invalidante sul versante comunicativo-relazionale come il Disturbo dello Spettro Autistico? Come cambiano gli assetti familiari allo stato attuale e rispetto alla progettazione del domani? Diverse ricerche internazionali e l’esperienza diretta con tali famiglie offrono spunti sui quali riflettere che evidenziano l’importanza di una presa in carico globale dell’intero sistema, dando opportunità di confronto a tutti gli attori coinvolti. La fratria nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico Molte ricerche sulla fratria rispetto al Disturbo dello Spettro Autistico si sono concentrate sui fattori genetici e biologici della patologia. Infatti, per quel che riguarda la familiarità del disturbo gli studi sui gemelli hanno fornito dati molto suggestivi. In particolare, è stata segnalata una concordanza, fra gemelli monozigoti, variabile dall’86% al 92%. Nei gemelli dizigoti, la concordanza sarebbe di circa il 26%. Nei fratelli non gemelli, invece, l’incidenza sarebbe di circa il 2%, con un rischio 100 volte superiore a quello stimato nella popolazione generale (0,02%) (2). Altri studi sulle fratrie hanno, invece, dimostrato che tra il 3 % ed il 5 % dei casi, un altro/un’altra fratello/sorella presenta delle anomalie “nello spettro dei disturbi autistici”, se uno dei membri della famiglia ne è affetto (3) (4). Attualmente, un certo numero di cromosomi ha attirato l’attenzione di molti studi scientifici (il 2, il 13, il 15 e il 17), anche se i ricercatori sono concordi nel pensare che non vi è un unico gene responsabile dell’autismo, ma che ve ne siano diversi ad interagire fra di loro. Oltre agli studi genetici, molte indagini si sono focalizzate sugli aspetti emotivi e sociali riguardanti la fratria e la disabilità. Numerosi ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che le criticità comportamentali del Disturbo dello Spettro Autistico influenzino l’intero nucleo familiare, così che la fratria del bambino con autismo presenti maggiori possibilità di sviluppare dei problemi d’adattamento sociale (5) (6). In generale, molti lavori si sono incentrati sul capire se avere un fratello o una sorella con autismo porti a delle conseguenze negative sullo sviluppo psicosociale, provando a rilevare se la convivenza con uno o più soggetti con questa patologia possa avere effetti sulla struttura della personalità, dell’identità sociale e delle competenze relazionali dei membri della fratria. I disturbi prevalenti nell’autismo come difficoltà della comunicazione verbale e n o n v e r b a l e , p r o b l e m a t i c h e nell’interazione sociale, interessi limitati, difficoltà d’adattamento sociale, comportamenti stereotipati, sono le sfide adattative con le quali si devono rapportare e confrontare le fratrie. Fratelli e sorelle, infatti, devono affrontare l’insieme di questi comportamenti, cosa che presuppone dei cambiamenti all’interno del nucleo familiare (7). Ma se da un lato numerose ricerche, in tale ambito, hanno dimostrato che le fratrie sono soggette a problemi d’adattamento, altre non hanno messo in evidenza alcuna differenza tra le fratrie di bambini con autismo e quelle di bambini senza handicap o affetti da sindrome di Down (8) (9). Durante il lavoro svolto dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II livello dell’ASL CE, in diversi colloqui ed interviste è emerso che molti genitori di bambini con disabilità sentono la necessità di fornire uno spazio di ascolto incentrato sulla gestione degli aspetti psicoemotivi dei figli “normotipici”. Sono state, infatti, riportate esperienze di disagio nella condivisione degli ambienti familiari, vissuti di gelosia o di abbandono rispetto alle figure genitoriali, sensazioni di vergogna, difficoltà di accettazione della malattia del proprio familiare o anche angoscia per il proprio futuro in

La formazione dell’identità e della differenziazione del Sé

L’identità e la personalità di un essere umano si costruiscono attraverso le esperienze e le relazioni che ogni persona vive nella sua vita, soprattutto nei primi anni. Sono fondamentali i rapporti significativi, cioè quelli che nascono da una relazione che si costruisce giorno dopo giorno su uno scambio affettivo costante e condiviso. È ampiamente risaputo che per la formazione dell’identità e del sé è necessario un rapporto primario solido ed empatico. Il caregiver il più delle volte è la madre del bambino e per tale motivo si è studiato a fondo negli anni il rapporto che quest’ultima ha con il figlio. La funzione di specchio che la madre svolge nei confronti del bambino fin dai primi istanti di vita, è fondamentale per la formazione del Sé (Winnicott). Dai primi istanti di vita si crea tra la madre ed il bambino un’area di adattamento reciproco: i ritmi materni esprimono una serie di segnali che la madre manda per dare un senso a ciò che dal figlio le arriva. Grazie a questo gioco di rimandi, torneranno al bambino gesti, sguardi e suoni, che genereranno in lui una struttura portante per la percezione di sé e per la formazione di un’immagine di sé. La continuità di questa struttura di base, in continuo sviluppo e adattamento, getterà la base per la continuità e stabilità del sé e degli oggetti che sono in torno a lui. Quanto più questa struttura si baserà sulla capacità di tollerare la frustrazione, più il bambino sentirà favorevolmente il senso della propria esistenza e del mondo che lo circonda. Quando, invece, queste condizioni favorevoli non si verificano, può svilupparsi un’incapacità a gestire le emozioni. Il vuoto d’origine può portare all’incapacità di provare sentimenti dolorosi di perdita poiché da bambini si è attraversato uno stato esistenziale di non esperienza. Questo vuoto d’origine riguarda deprivazioni basilari inflitte dalla madre al figlio che hanno colpito diversi piani: un mancato investimento libidico sul corpo del bambino con gravi ripercussioni sul confine e sul Sé corporeo; un’assenza d’investimento narcisistico, che crea una grossa lacuna sull’immagine di sé come oggetto amato e desiderato, un’impossibilità di tenere nella mente l’altro. Questi bambini che non hanno potuto usufruire di oggetti-sé costanti,sentono di vivere di rifiuti, sentono la mancanza del senso del proprio essere al mondo. (Kohut). Mancando della continuità del sé, il loro sentimento sarà principalmente d’impotenza e di povertà interna, perciò nella loro vita tenderanno a distruggere piuttosto che a costruire.

La fobia scolare: e se dipendesse dalla famiglia?

fobia scolare

L’ingresso del bambino nel mondo della scuola può generare lo sviluppo della fobia scolare. Il bambino manifesta comportamenti irrazionali, in cui la paura e l’ansia la fanno da padrone. La collaborazione tra la famiglia e l’ insegnante è alla base del buon inserimento del bambino nel suo gruppo classe. E’ necessario che la triangolazione genitore-bambino-insegnante crei un clima favorevole al dialogo e alla stima reciproca. D’ altro canto, non sempre l’ingresso nel mondo della scuola risulta essere sereno. I primi giorni di scuola, infatti, possono rappresentare per i genitori, e per le madri in particolare, un momento di esordio per i vissuti depressivi. Di conseguenza, un bambino sensibile, capace percepire il malessere del genitore, comincia a manifestare i primi rifiuti. Tale atteggiamento, sintomatico della fobia scolare, si caratterizza spesso con pianti e urla, o ancora vomito, diarrea e malessere generale. Gli eventi scatenanti il rifiuto di andare a scuola, possono essere molteplici: l’inizio dell’ anno scolastico, un lungo periodo di malattia, la nascita di un fratellino o ancora un rimprovero da parte dell’ insegnante. Esistono però situazioni in cui il rifiuto della scuola è dettato da problematiche in seno alla famiglia. Il caso emblematico è quello della famiglia con genitori conflittuali. Qui, il bambino particolarmente sensibile, mette in atto una forma di protezione nei confronti del genitori. Preferisce rimanere a casa in modo da evitare che i propri genitori, in sua assenza, scatenino un litigio con conseguente malessere protratto nella giornata. Particolare attenzione va posta anche alla situazione in cui il bambino rappresenta il fulcro affettivo dell’ intero nucleo familiare. Ciascun membro non riesce ad investire i propri bisogni affettivi sugli altri e limitano il contatto con il mondo esterno. Sono famiglie che si chiudono al proprio interno e la tutela dell’unità familiare è garantita solo dalla cura del bambino.

La fine del percorso psicologico dagli occhi dello psicologo

La fine di un percorso psicologico, vi siete mai chiesti com’è vissuto attraverso gli occhi dello psicologo? N. entra nella stanza radiosa, noto con piacere la cura riposta nella scelta dell’abbigliamento. <<Ora mi piace guardarmi allo specchio>>, disse con orgoglio qualche seduta precedente. Legge spedita gli homework assegnati per la settimana. Ricordo i primi esercizi letti con difficoltà, la vista offuscata dal timore di apparire incapace persino ad un semplice compito di lettura e comprensione del testo, di essere esposta al giudizio di una psicologa molto più giovane di età. Anche lo sguardo è vivo e presente, non si perde più nella parete dietro la mia poltrona e N. non mi chiede di ripetere ancora una volta ciò che sto dicendo.  <<L’ansia>>, mi dice, <<è ancora qui con me. Ma ora non ho paura. So di essere più forte di questa vecchia amica>>. Dopo aver ascoltato in silenzio gli homework e il racconto della settimana, accenno un sorriso sereno:<<sa che giorno è oggi?>> . N., un po’ preparata a questa notazione, risponde veloce :<< Sono sicura manchino almeno altri due incontri!>>. Sorrido accogliente, ma resto in attesa. N. resta un po’ in silenzio, lo sguardo timido, come prima di un saluto che teme di essere l’ultimo. <<… e adesso?>>. Io ed N. avevamo concordato l’obiettivo di raggiungere una maggiore “chiarezza”, come lei dice al primo incontro. La capacità di capire cosa stesse provando, pensando e agendo in determinati momenti. Di raggiungere inoltre quegli strumenti per fronteggiare i momenti di “crisi”, quando cioè l’ansia diventa molto forte ed N. non riesce a mettere a frutto quanto raggiunto nelle terapie precendenti. <<Io sono soddisfatta di ciò che abbiamo raggiunto insieme>>, le dico. <<Si, ma insieme…>>, incalza lei. <<Ciò che abbiamo fatto qui insieme mi sembra lei lo abbia reso sempre più parte di sè…ricorda com’era all’inizio?>>. Ripercorriamo le tappe del percorso e le risorse emerse. N., che ha portato più volte in seduta la sua paura di non riuscire a “camminare” sicura da sola, accetta la mia proposta di rivederci tra due settimane, per cominciare a vedere come va in autonomia. Mi ringrazia per la fiducia che sto mostrando in lei. Quando un percorso psicologico finisce, è il più delle volte una gran gioia. Osservo con fierezza L. riappropriarsi della propria autonomia. Ma quando un percorso finisce non chiudi la porta. Quella poltrona che N. ha definito talvolta scomoda e dura, è sempre pronta ad accogliere, a rispolverare quelle risorse che ogni tanto non riusciamo a vedere. <<Di ogni percorso fatto mi porto una frase. Da questa mi porto: “non importa quanto grande, ma nessuna difficoltà potrà mai essere più grande di me>>. Per N. l’ansia non è più così grande. Per me N. ora lo è di più. Quando finisce un percorso psicologico, dagli occhi dello psicologo.

La Figura dello Psicologo

Elisa Simeoni illustra la figura dello psicologo. Lo psicologo è una figura professionale iscritta all’albo degli psicologi, ciò significa che per essere considerato uno psicologo a tutti gli effetti è necessaria una laurea in psicologia quinquennale, un anno di tirocinio ed esame di Stato per poi iscriversi all’albo. Lo psicologo si occupa della diagnosi, della riabilitazione oltre che al supporto della persona, ciò significa che una persona che si trova in difficoltà in una particolare fase di vita può rivolgersi alla figura dello psicologo per ritrovare la sua serenità e il suo benessere a 360° Lo psicologo si avvale di alcuni strumenti conoscitivi, quindi tesi a conoscere la persona a livello di personalità, a livello di relazioni interpersonali e con tutta una serie di competenze lo aiuterà a trovare delle risposte, lo aiuterà a divenire più consapevole rispetto al suo funzionamento individuale e interpersonale. Quindi non si tratta solamente di risolvere un disagio, non si tratta di fornire consigli e sostituirsi alla persona, bensì accompagnarla in questo viaggio teso alla conoscenza di sé.

La Fiducia: Un Pilastro Essenziale per le Relazioni Umane e il Benessere Psicologico

La fiducia è uno degli elementi fondamentali che regola la vita sociale e personale degli individui. Essa rappresenta la base su cui si costruiscono relazioni sane, stabili e durature, sia in ambito familiare, amicale, che professionale. La fiducia implica una percezione di sicurezza e affidabilità nei confronti dell’altro, che consente di aprirsi emotivamente e condividere aspetti significativi di sé. Dal punto di vista psicologico, la fiducia non è solo un concetto sociale, ma è anche profondamente legata al benessere emotivo e mentale degli individui. Definizione di FiduciaLa fiducia è una forma di aspettativa positiva nei confronti delle azioni o delle intenzioni di un’altra persona. Essa coinvolge la convinzione che l’altro agirà in modo prevedibile e che non sfrutterà la nostra vulnerabilità. In psicologia, la fiducia è spesso vista come un costrutto multidimensionale che include aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali. A livello cognitivo, la fiducia richiede la valutazione razionale delle intenzioni dell’altro; a livello emotivo, richiede un’apertura e un senso di sicurezza; a livello comportamentale, la fiducia si esprime attraverso l’azione, come il delegare compiti o confidare segreti personali. La fiducia è una componente cruciale in tutte le fasi della vita, a partire dall’infanzia. Secondo Erik Erikson (1963), la prima fase dello sviluppo psicologico è basata sulla formazione della fiducia di base. Se un bambino riceve cure costanti e amorevoli, sviluppa la fiducia verso il mondo. Al contrario, la mancanza di queste cure può portare allo sviluppo di una sfiducia di base che si riflette in relazioni difficili in età adulta. La Fiducia nelle Relazioni Interpersonali La fiducia è alla base delle relazioni interpersonali. Senza di essa, le relazioni diventano fragili e instabili. Una delle forme più comuni di fiducia nelle relazioni è la fiducia interpersonale, che si basa sulla convinzione che l’altro si comporterà in modo coerente con i nostri valori e aspettative. Questa fiducia si costruisce nel tempo, attraverso esperienze ripetute di interazione positiva e affidabilità. Tuttavia, una volta violata, la fiducia può essere difficile da recuperare, poiché richiede non solo il perdono, ma anche un processo di ricostruzione delle aspettative. La psicologia sociale ha studiato a lungo il concetto di fiducia nelle relazioni di coppia. Secondo il modello di investimento di Caryl Rusbult (1980), la fiducia si sviluppa quando entrambi i partner percepiscono che i loro investimenti nella relazione sono valorizzati e che ci sono poche alternative esterne preferibili. La fiducia in questo contesto è vista come una forma di impegno relazionale, in cui entrambi i partner sentono che la relazione è un luogo sicuro in cui condividere emozioni, vulnerabilità e bisogni. Fiducia in Sé Stessi (Autostima e Autoefficacia) La fiducia non riguarda solo le relazioni interpersonali, ma anche la relazione che ciascun individuo ha con se stesso. Due concetti psicologici chiave legati alla fiducia in sé stessi sono l’autostima e l’autoefficacia. L’autostima è il giudizio complessivo che una persona ha del proprio valore; quando un individuo ha un’alta autostima, tende a fidarsi delle proprie capacità e a sentirsi sicuro nelle proprie decisioni. L’autoefficacia, introdotta da Albert Bandura (1977), si riferisce alla convinzione di essere in grado di gestire situazioni specifiche e di raggiungere gli obiettivi desiderati. Le persone con alta autoefficacia affrontano le sfide con più fiducia, perseverano di fronte alle difficoltà e sono più resilienti allo stress. Le Conseguenze Psicologiche della Mancanza di Fiducia La mancanza di fiducia può avere conseguenze psicologiche significative. Quando una persona non si fida degli altri, può sviluppare comportamenti difensivi, paura dell’intimità e difficoltà nel formare relazioni autentiche. Questa sfiducia può derivare da esperienze traumatiche, come il tradimento, l’abbandono o il rifiuto, che lasciano cicatrici emotive difficili da guarire. Una persona che è stata tradita può sviluppare una visione del mondo come pericoloso e inaffidabile, riducendo la sua capacità di aprirsi e creare legami significativi. Allo stesso modo, la mancanza di fiducia in sé stessi può portare a un ciclo di insicurezza e bassa autostima. Le persone che non si fidano delle proprie capacità possono evitare di affrontare nuove sfide per paura di fallire, limitando così il loro sviluppo personale e professionale. Inoltre, la sfiducia in sé stessi può contribuire allo sviluppo di disturbi psicologici come l’ansia e la depressione, poiché il continuo dubbio delle proprie capacità crea uno stato di stress emotivo costante. Il Ruolo della Fiducia nella Psicoterapia La fiducia gioca un ruolo fondamentale anche nella relazione terapeutica tra psicologo e paziente. La fiducia tra il paziente e il terapeuta è una componente essenziale per il successo della terapia. Carl Rogers, fondatore della terapia centrata sul cliente, ha sottolineato l’importanza della fiducia nel creare un ambiente terapeutico sicuro e non giudicante, in cui il paziente possa esplorare liberamente i propri sentimenti e pensieri. La fiducia consente al paziente di aprirsi, affrontare i propri problemi e lavorare verso il cambiamento. Una relazione terapeutica basata sulla fiducia permette al paziente di sentirsi compreso e supportato, elementi chiave per il processo di guarigione psicologica. Tuttavia, costruire questa fiducia può richiedere tempo, soprattutto per pazienti che hanno subito traumi o esperienze di tradimento, e la sua perdita, anche in un contesto terapeutico, può essere difficile da recuperare. Costruire e Ristabilire la Fiducia La fiducia è un elemento che può essere costruito e ricostruito nel tempo, anche dopo che è stata compromessa. Tuttavia, la ricostruzione della fiducia richiede impegno, comunicazione aperta e coerenza. In ambito psicologico, è importante riconoscere che la fiducia non è una dimensione fissa, ma un processo dinamico che si evolve attraverso esperienze continue di affidabilità e rispetto reciproco. Quando una persona o una relazione perde fiducia, è fondamentale intraprendere un percorso di riparazione che coinvolga il riconoscimento degli errori, il perdono e un costante impegno nel cambiare il comportamento. La fiducia, quindi, non è solo un sentimento astratto, ma un costrutto psicologico che permea ogni aspetto delle relazioni umane e dell’esperienza personale. Essa ha il potere di facilitare il benessere e la crescita, così come la sua mancanza può ostacolare lo sviluppo psicologico e sociale. Bibliografia Bandura, A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change. Psychological Review,