La musica: una facoltà psicologica innata?

Musica e canzoni d’amore, in tutte le lingue del mondo. Nel 2019, su Science, è apparso l’articolo “University and Diversity in Human Song”, di Samuel Mehr e altri, che giunge a una conclusione precisa, supportata da una vastissima ricerca sui comportamenti musicali di ben 60 società e culture in tutto il mondo: la musica è universale e si basa su “facoltà psicologiche sottostanti”, innate. Canzoni d’amore, ninnananne, canzoni che danno sollievo e cura, canzoni per ballare: ecco i quattro tipi riscontrabili in tutte le culture del mondo. Mehr , del Dipartimento di Psicologia di Harvard, è ricercatore principale presso il Music Lab, un laboratorio di psicologia che studia la percezione e la produzione della musica. L’esperimento è stato condotto proponendo a 30.000 persone di origine occidentale l’ascolto di canzoni dei quattro tipi, che provenivano da luoghi diversi, tra cui la Micronesia e l’Africa occidentale, l’Europa sudorientale e il sud America meridionale. Gli ascoltatori hanno identificato correttamente, in un numero di casi significativo, le canzoni per tipo, basandosi sul ritmo e sul tempo. Può essere difficile distinguere le canzoni d’amore e le ninnananne, ma anche in questo caso gli ascoltatori hanno percepito le distinzioni, registrando una maggiore ampiezza e varietà di tempi e suoni nelle canzoni d’amore. Mehr e coautori sostengono che la capacità degli ascoltatori di identificare le canzoni sconosciute per tipo, senza nessun aiuto di comprensione dal linguaggio, suggerisce “che le caratteristiche universali della psicologia umana spingono le persone a produrre e apprezzare canzoni con certi tipi di schemi ritmici o melodici che naturalmente si adattano a determinati stati d’animo, desideri, e temi”. Altri ricercatori e studiosi di etnomusicologia non sono d’accordo con questa generalizzazione: sostengono che rischia di eliminare le differenze e le sfumature specifiche di ogni produzione musicale delle diverse culture. Insomma, il campo è complesso e viene complicato, come sempre nelle vicende umane, dal punto di partenza assunto, anche nella ricerca scientifica. Sulle origini evolutive, Mehr scrive che nei mammiferi, i segnali uditivi forti sono spesso di natura antagonista e gli avvertimenti territoriali sono un ottimo esempio. Le chiamate territoriali segnalano che un’area è occupata. La musica, in particolare il canto e i tamburi ad alto volume, era “un mezzo per i gruppi per mostrare in modo credibile le loro qualità ad altri gruppi”, un modo per scoraggiarli a invadere un territorio già occupato o, al contrario, per mostrare forza e generare paura e fuga. Un altro studioso, Savage, come approfondito da Kevin Bergen di Nautilus, con una ricerca sulle varie direzioni degli studi scientifici attuali sull’argomento, afferma che la musica, con le sue combinazioni di ritmi, attiva gli stessi meccanismi nel sistema motorio del cervello connessi alle azioni di camminare, parlare e, per l’appunto, ballare. La musica crea aspettative mentali sulla nota successiva, che poi soddisfa o capovolge, generando una scarica emotiva. Aniruddh Patel, professore di psicologia alla Tufts University, sostiene che la musica, che viene naturale agli umani, non è qualcosa che condividiamo con altri primati: “è un indizio che qualcosa è cambiato nel nostro cervello rispetto ad altri primati”. È convinto che, come specie umana, abbiamo “mescolato biologia e cultura nel nostro cervello”. In sintesi: abbiamo una predisposizione innata per la musica, ma  l’apprendimento gioca un ruolo enorme. L’interazione tra biologia e cultura modula e dà origine ad aspetti importanti e specifici della mente umana. È un argomento vastissimo, che abbraccia il ritmo, il linguaggio, i suoni, il battito del cuore e il corpo, e ci apre comprensioni universali sulle nostre modalità evolutive e sociali. In Italia riaprono presto le discoteche e la prossima volta che andiamo a ballare possiamo pensare a tutti i significati di sincronia dei movimenti, di condivisione, di segnali sociali e funzioni di accudimento e aggregazione che passano attraverso la musica. E che hanno una probabile origine universale, che permette le successive sfumature tipiche e individuanti di ogni cultura. Un passo in più verso una comprensione dei meccanismi di base della psicologia umana che attraversano il mondo. Viva la musica che unisce.

La musica è meravigliosa: riflessioni sul “racconto musicato” del Maestro Piovani

di Corrado Schiavetto Proprio sul finire dell’anno 2021, presso l’auditorium di Roma nei giorni dal 26 al 31 dicembre, è andato il scena il lavoro in musica del maestro Nicola Piovani, dal titolo “La musica è pericolosa”: in parte narrato e in parte suonato (da cui la mia personale identificazione come racconto musicato, o come musica raccontata), pone interessanti riflessioni sul rapporto fra musica, pensiero e società; accompagnando difatti la narrazione con brani scelti dalle colonne sonore che ha composto per registi come Fellini e Monicelli, toccando anche il delicato tema dell’attuale situazione sociale con le musiche per lo spot di Tornatore riguardante la vaccinazione, ha accompagnato assieme al suo gruppo per più di due ore i presenti che hanno avuto il piacere di assistervi. Ma perché la musica è pericolosa? Questa affermazione si rifà a una frase di Fellini: diceva il registra – e qui cito lo stesso Piovani – che “è una lingua che ti emoziona profondamente pur non parlando di nulla, pur essendo priva di contenuti. È un’emozione irrazionale e profonda che a lui dava un senso di panico”. Questa frase che è possibile definire illuminata, toccherà tutto lo svolgersi della rappresentazione del maestro e, allo stesso tempo, ci permette una riflessione più profonda del rapporto fra musica, emozioni e pensieri. Questo rapporto, già noto a Platone, che nel Protagora accennava che la musica era in grado di suscitare determinate emozioni a seconda della maniera in cui veniva suonata, tanto che “i giovani, diventati più euritmici e armoniosi, valgano al dire e al fare” (XV, 326). La musica, quindi, può essere sia in grado di essere maestra verso l’elevazione, sia corruttrice. Ma, per essere tale, deve riuscire a comunicare e, dunque, deve avere – e qui c’è il discostarsi da Fellini – un contenuto. Questo contenuto però non è qualcosa di accessibile al nostro comparto razionale; dunque, un contenuto che consciamente può essere percepito, ma deve essere un contenuto in grado di toccare, altra analogia con un’espressione musicale, le “corde della nostra anima” (è interessante notare in questo frangente come la metafora per il generare emozioni consideri gli esseri umani strumenti musicali; tornerò in seguito su questo punto). Citando Susanne Langer nel suo “Philosophy in a New Key” (1941), la musica “rivela la natura dei sentimenti con un dettaglio e una verità che il linguaggio non può approcciare”, aggiungendo anche che “la musica è rivelante, mentre il linguaggio è oscurante”. Ma perché avviene tutto ciò? Da dove proviene questa nostra affinità con la musica a un livello così tanto simbolico e inconscio? Le neuroscienze ci sono venute in aiuto nel provare a dare una risposta nel tempo a questo dilemma. Nel corso degli ultimi decenni la ricerca si è sempre concentrata sui correlati cognitivi relativi all’ascolto e alla produzione musicale (Dowling & Harwood, 1986; Lerdahl & Jackendoff, 1983); eppure, Panksepp stesso (2002) afferma come possa esserci un substrato più importante nella nostra comprensione musicale, un mistero più profondo. Questo si può vedere negli attuali studi di neuroimaging, che hanno evidenziato come le strutture collegate all’ascolto e all’apprezzamento musicale (amigdala, ippocampo, giro paraippocampale, insula, lobi temporali, striato ventrale, corteccia orbitofrontale e corteccia cingolata) non siano specifiche solo della competenza musicale, ma siano anche legate a processi sia cognitivi che emotivi. La musica, quindi, diviene un ponte che collega i processi cognitivi e quelli emotivi, un “linguaggio” nuovamente il cui contenuto non è qualcosa di relativo solo a un qualcosa di sentito o di ragionato, ma a un qualcosa che incarna congiuntamente pensiero e sentimento. Ampliando il discorso, Paolo Apolito ci mostra, nel suo intervento a Pistoia nel ciclo di conferenze chiamato “Dialoghi sull’Uomo”, che la comunicazione è ritmica e che l’uomo è una creatura musicale: il nostro battito cardiaco, la nostra postura, il nostro modo di parlare (la nostra prosodia quindi), sono tutti atti ritmici e, proprio per questo, capaci di venire musicati: quante volte vedendo un vecchio cartone animato per bambini o un vecchio film muto abbiamo visto i protagonisti e le protagoniste camminare accompagnati dal buffo suono di un basso tuba? E quante volte, sentendo quello stesso suono siamo riusciti a immaginare quelle stesse immagini, quello stesso camminare? La musica accompagna la nostra esistenza perché la nostra esistenza a tutti gli effetti è uno spartito musicale: i suoni cittadini, le persone che passano lungo la strada, le macchine, le voci che provengono dalle altre case e dai negozi, lo stesso battere adesso i tasti di una tastiera nello scrivere queste riflessioni (addirittura le tre campane che hanno permesso al maestro Piovani di trovare ispirazione per l’accompagnato del Bombarolo di De André), sono suoni musicali che ci vengono offerti dalla vita; la vita dunque per prima è musica. E forse è proprio questa l’emozione irrazionale e profonda che provava Fellini: registra in grado di dipingere con pennellate quasi impressionistiche frammenti di vita così tanto sublimi, veniva invaso da tutta la vita che la musica è in grado di procurare, tutte le vite delle persone che potevano venire trasmesse, tutte le emozioni i sogni e le speranze che un singolo componimento è in grado di causare. E per chi ha un’anima troppo grande, forse la musica è qualcosa davvero di terribile in senso Kantiano, in grado di far sperimentare l’emozione del Sublime. Concludo con un’ultima riflessione su una frase simbolica, gli ultimi due versi della canzone d’amore di Nicola Piovani, Vincenzo Cerami e Roberto Benigni: “nell’amor le parole non contano / conta la musica”. Se le parole sono davvero grammatica, sintassi, ricerca dei termini che più si possono adattare al ritmo, la musica in questo frangente diventa la “parola emotiva” per eccellenza, il linguaggio che sorpassa la necessità di una grammatica per approntare quello che la pianista Chiara Bertoglio, parlando di Brahms, chiama “simbolo emotivo”, la semantica specifica dell’esperienza musicale. Il linguaggio della musica, quindi, è il linguaggio del Sé, la possibilità di collegare quella che è la nostra soggettiva esperienza emotiva, ciò che noi proviamo e sentiamo, con quello che il compositore e la compositrice ha

La motivazione, quella brutta bestia

di Marcella Tantillo Cosa vuol dire essere motivati? Significa avere quella grinta che non fa perdere di vista l’orizzonte, mentre ci si dirige verso una meta. Ecco, in due parole il nocciólo della questione sembrerebbe giusto la meta, ma in verità la faccenda è  ben più complessa. Non solo perché talvolta la meta non è affatto chiara ed anche se lo fosse non è detto che sia una meta che la persona si è scelta autonomamente. E, ammettendo pure ciò, il discorso non finisce tutto qui, poiché non basta fissare un obiettivo per tenere testa alla sfida accolta. Intervengono infatti nel frattempo una serie di variabili legate alla percezione della fattibilità, della sforzo richiesto e una valutazione del tempo da impiegare per raggiungere l’obiettivo. Sicuramente gli esperti direbbero che basterebbe   procedere per piccoli steps fino al raggiungimento della meta, e ciò aiuta, non c’é dubbio, ma anche qui intervengono ulteriori questioni che si frappongono: per cominciare l’energia in ogni singola marcia innestata, cioè.. È vero che non si può partire in quinta e si parte con la prima, ma bisogna anche partire pure se vi va piano… “provare” ad andare non é efficace: o si decide di andare o non si va, non ci sono vie di mezzo in questo, anche se si va a ritmo di lumaca. Il partire non contempla il “ci proveró” piuttosto il prefigurarsi ossia l’mmaginare l’azione. Ma… Non è mica finita qui! Talvolta fra il dire e il fare c’è un tempo breve, lungo, o lunghissimo, e il tempo che gli studiosi chiamano della “precontemplazione”, un momento in cui balena l’idea e poi, gradualmente si arriverebbe ad un bilancio tra vantaggi ma anche svantaggi di una scelta di agire oppure no…senza contare che, una volta che si é partiti, momenti di marcia in “folle”, rallentamenti, retromarcia, arresti e ripartenze sono molto frequenti…. Un percorso irregolare insomma quello che porterebbe alla meta. Una meta che acquista un valore inestimabile per l’impegno, il tempo che ha comportato e la cura di non aver buttato la spugna, mai.

La motivazione intrinseca e l’effetto Tom Saywer

motivazione

Il raggiungimento di un obiettivo è per ciascuno di noi fonte quotidiana di sforzo fisico e mentale. Ciò che aiuta durante tutto il lavoro è la motivazione che ci spinge a fare sempre un passo in più in vista della meta. Un esempio calzante di quanto la motivazione possa essere un valore aggiunto ai nostri sforzi è dato dalla famosa vicenda della staccionata da dipingere di Tom Saywer, romanzo scritto da Mark Twain. La storia racconta che Tom, per punizione deve dipingere la staccionata della sua casa. All’arrivo dei suoi amici, che si approssimano ad andare al fiume a divertirsi, lui finge un maggiore interesse per il suo lavoro. Tom sostiene con convinzione che gli era stato dato un incarico importante. La sua determinazione stimola la curiosità degli amici e la storia finisce con lui che riposa, riceve regali, mentre gli altri fanno il lavoro. Abbiamo tutti esperienza che un compenso, la passione, il divertimento siano ottime motivazioni che ci aiutano a completare un lavoro. A tutto ciò si aggiunge anche il riverbero positivo sulla nostra autostima. In alcuni casi, però, la vera motivazione per portare a termine un compito, in realtà, non risiede dentro di noi. Essa è frutto di persuasione o di ricatto emotivo. Il Tom Saywer di turno, ci convince che quel determinato lavoro è l’esperienza più gratificante per noi. Sostiene addirittura che la concessione del lavoro a noi, sia un piacere esclusivo, non permesso a nessun altro. Il problema nasce nel momento in cui questo compito diventa per noi, non più motivo di orgoglio e passione, ma sacrificio, rinuncia e stress. In questo caso, ci rendiamo conto che la motivazione non è intrinseca, ma semplicemente “imposta” dall’esterno. Ma a tutto c’è rimedio: bisogna imparare a dire no alle cose e soprattutto alle persone che se ne approfittano della nostra sensibilità e disponibilità.

La modernità liquida della società odierna

modernità

Gli ultimi sviluppi degli studi di sociologia parlano di modernità liquida. Il sociologo Bauman ha introdotto questo termine per descrivere il tipo di società che si é strutturato nel l corso degli ultimi decenni. Il concetto di modernitá implica l’adattamento alle nuove tecnologie che definiscono forme e strutture delle relazioni con cose e persone. L’aggettivo liquido fa, invece, riferimento alla caratteristica propria dei liquidi di essere plasmabili, volubili e poco stabili. L’attuale contesto sociale che ci circonda é quindi permeato sí, da modernità , mz anche di continue incertezze e precarietà. Fino al secolo scorso, la famiglia, la scuola, il lavoro e le relazioni erano basate su legami solidi e duraturi. Tutte le istituzioni tradizionali, fungevano da pilastro, da orientamento e riferimento per ke generazioni successive. L’aspetto evidente della societá attuale é quello che Bauman definisce liquiditá. Questa forma di adattamento continuo ai contesti e alle relazioni, rende tutto precario e transitorio. Ecco che la famiglia non si basa più sulla caratteristica dell’indissolubilitá. Le relazioni affettive si stabiliscono sull’oggi, su legami deboli dove ognuno ha la paura dell’impegno sul lungo termine. La dedizione e l’accudimento dell’altro non sono più valori da coltivare. Al contrario, l’altro esiste solo nella misura del soddisfacimento dei propri bisogni di relazione e appartenenza. Quindi, così come in famiglia, primo contesto sociale di riferimento, ognuno diventa un’isola, anche gli altri ambienti assumono le stesse caratteristiche. Il lavoro richiede sempre maggiore flessibilità e si trasforma in precarietà, chiedendo a ciascuno di essere sempre più multitasking. Inoltre, l’ostentazione mediatica della propria vita ci collega a molte più persone e realtà, illudendoci della solidità dei nostri legami. L’adattamento continuo resta comunque una delle strategie per l’inserimento nei vari contesti, ma diventa importante la stabilizzazione di esso per la strutturazione personale.

La maternità nelle dipendenze: ce lo spiega la neurobiologia!

La maternità nelle dipendenze: ce lo spiega la neurobiologia! Le dipendenze nei servizi territoriali Le dipendenze sono ampiamente studiate in letteratura, anche se spesso nella pratica non vi corrisponde una prassi di intervento che tenga conto dei reali bisogni dell’utenza. Le cose si complicano, inoltre, quando gli utenti diventano genitori. Ho potuto notare che la presenza dei figli viene tutt’oggi utilizzata, dal personale dei servizi, come fattore motivazionale per il percorso in struttura. Questo presupposto ha origine in un paradigma che vede la tossicodipendenza come una scelta, un errore più o meno razionale da riparare. Un incidente di percorso. Da qui nasce la mia curiosità: quali sono le difficoltà che incontra un genitore, in particolare una madre, che fa un uso prolungato di sostanze? La maternità nelle dipendenze in letteratura. I modelli dei roditori sono stati determinanti. Hanno individuato il ruolo del sistema ipotalamico e mesocorticolimbico (ovvero del cosiddetto sistema della ricompensa) nell’ attaccamento madre-bambino e nei comportamenti di assistenza materna. Lavori che utilizzano la risonanza magnetica funzionale hanno dimostrano l’attivazione di regioni celebrali analoghe nelle donne umane. Ciò avviene, in particolare, quando le neo-madri entrano in contatto con ricompense naturali da parte del proprio bambino, come il suo volto sorridente. Risultati Con l’uso prolungato di sostanze, studi pioneristici hanno mostrato che: Nelle madri emergono compromissioni nell’attivazione dell’ipotalamo e del sistema mesocorticolimbico, in risposte ai volti felici dei propri figli. La soglia di ricompensa dopaminica può essere ricalibrata, per cui il sistema di ricompensa cerca gratificazione nell’uso della sostanza, e non orientando la propria attenzione verso ricompense naturali, quali abbiamo visto essere il sorriso del bambino. Le madri che fanno uso di sostanze, sono maggiormente responsive agli stimoli neutri del volto del bambino, ambigui, piuttosto che a quelli apertamente angosciati o felici. Le madri che fanno uso di sostanze hanno dimostrato una risposta neuronale significativamente ritardata a tutti i pianti infantili, suggerendo che possano elaborarne il suono in modo meno efficiente rispetto alle madri che non fanno uso di sostanze. Alla luce di ciò, i segnali da parte del figlio non solo potrebbero non essere percepiti come gratificanti, quanto possono addirittura mettere a dura prova la resistenza della madre al craving. A questo quadro, si aggiungono i sentimenti di vergogna e colpa associati alla credenza di essere una cattiva madre. Conclusioni Quanto detto potrebbe avere due conseguenze: una mancanza di attivazione di accudimento all’angoscia del bambino, o un comportamento eccessivamente intrusivo. Infatti, si attiva una risposta anche in concomitanza ai volti neutri del bambino, che implica forti livelli di ansia e angoscia nella madre stessa. In conclusione, nei trattamenti con madri dipendenti da sostanze, la presenza di un figlio va individuato anche come potenziale fattore di stress.

LA MANIPOLAZIONE PSICOLOGICA

La manipolazione psicologica è una forma subdola di influenza sociale, che si manifesta in molteplici modi. Il libro “Manipolatori – Le catene invisibili della dipendenza psicologica” ci getta nel cuore oscuro della manipolazione psicologica attraverso le storie intricanti e spesso inquietanti di Elisa nel true crime. Ma cosa c’è dietro questa capacità di controllare le menti altrui? Cosa spinge alcuni individui a manipolare gli altri con tale maestria? In questo articolo esploreremo da vicino alcuni aspetti psicologici coinvolti nelle dinamiche della manipolazione. 1. LA COMPLESSITA’ DEL CARATTERE DEL MANIPOLATORE Nel libro, l’autrice descrive i personaggi manipolatori con una gamma di sfumature psicologiche, che li rendono più realistici e complessi. Ad esempio, un manipolatore può agire a causa di un profondo senso di inferiorità e insicurezza. In questo caso cerca di compensare questi sentimenti attraverso il controllo sugli altri. Al contrario, un manipolatore potrebbe agire da una posizione di narcisismo patologico. In questo secondo caso, egli va cercando costantemente l’ammirazione e il potere sulla vita degli altri per alimentare il proprio ego fragile. 2. LE TECNICHE DI MANIPOLAZIONE E DI CONTROLLO Le tecniche di manipolazione e controllo descritte nel libro possono includere una serie di strategie psicologiche sottili e subdole. Ad esempio, la manipolazione emotiva induce la vittima a fare ciò che il manipolatore desidera, facendo leva sui sentimenti di colpa o di compassione della stessa. Oppure attraverso tecniche di isolamento sociale, il manipolatore cerca di separare vittima dal suo supporto sociale in modo da esercitare un maggiore controllo sulla stessa. 3. LE DINAMICHE DI POTERE Nel contesto delle storie raccontate, le vittime spesso si trovano in una posizione di vulnerabilità psicologica che li rende suscettibili alla manipolazione. Si tratta di vittime recentemente colpite da un evento traumatico e quindi più inclini a cercare conforto e guida da parte del manipolatore. Questo squilibrio di potere può portare a una dinamica relazionale tossica, in cui il manipolatore esercita un controllo coercitivo sulla vittima, spingendola a fare scelte contro il proprio interesse. 4. LE CONSEGUENZE PSICOLOGICHE DELLA MANIPOLAZIONE Infine, la lettura del libro ci offre un’opportunità per esplorare le conseguenze psicologiche devastanti della manipolazione sulle vittime coinvolte. Le vittime possono sviluppare disturbi legati allo stress post-traumatico a seguito di un’esperienza manipolativa intensa (con sintomi com flashback, ansia e ipervigilanza). Oppure una vittima può sperimentare la perdita di fiducia in se stessa e negli altri, trovandosi a ripensare costantemente agli eventi passati e a chiedersi se potrebbe essere stata ingannata di nuovo. In conclusione, il libro “Manipolatori” ci offre un’opportunità unica per esplorare gli aspetti psicologici della manipolazione attraverso le storie avvincenti di Elisa nel true crime. Si tratta di un’opera che non solo intrattiene, ma anche ci invita a riflettere sulle profonde sfumature della mente umana e sulla necessità di essere consapevoli delle tattiche manipolative che possono insinuarsi nelle nostre vite.

La malattia fisica con origine psicologica

malattia

L’ipocondria e il disturbo di somatizzazione generano spesso confusione nella loro definizione: in entrambi c’è la manifestazione di una malattia lamentata che però ha origini differenti. L’ipocondria è la PAURA esagerata di avere una malattia grave senza alcun riscontro clinico. Il malato immaginario, quindi, interpreta erroneamente i sintomi fisici attribuendoli a delle malattie invalidanti e gravi. I sintomi fisici lamentati preoccupano fortemente l’individuo, che non trova rassicurazione neanche negli esami e nelle valutazioni mediche cui continuamente si sottopone. L’ipocondriaco vive, di conseguenza, uno stato di frustrazione perenne per non essere stato capito e curato adeguatamente. Ha, inoltre, la tendenza a spiegare il proprio stato di salute (o di malattia) con dovizie di particolari. Gli ipocondriaci lamentano continuamente sintomi che riguardano i diversi apparati (gastrointestinale, cardiaco, respiratorio), ingigantiscono quelli di lieve entità come un semplice raffreddore. Essi tendono ad allarmarsi esageratamente quando sentono parlare di malattie gravi o dei segni che loro avvertono nei loro corpi. Questi soggetti utilizzano come unico argomento di discussione le malattie temute e i loro sintomi, impoverendo così la conversazione e le relazioni sociali perchè cercano di monopolizzare l’attenzione di tutti. Il disturbo di somatizzazione, invece, consiste nella conversione di uno stato di disagio psicologico, di stress e di emotività in un sintomo fisico. Gli organi maggiormente colpiti sono l’intestino (colite), o lo stomaco (gastrite), la pelle (prurito, acne). Anche il sistema muscoloscheletrico (cefalea, torcicollo), e l’apparato urogenitale (dolori mestruali, calo del desiderio sessuale), costituiscono bersagli per la sintomatologia. Anche questi soggetti lamentano spesso i sintomi e si rivolgono ai medici in continuazione, ma non possono essere spiegati con alcuna condizione medica generale. Questi pazienti esprimono i loro sintomi e problematiche in modo drammatico ed esagerato, compromettendo sensibilmente le relazioni e il lavoro, perchè invalidati da queste reazioni fisiche a stati psicologici.

La Lettura ad Alta Voce: una pratica da rivalutare

di Lia Corrieri Hanna – “Ce l’hai un libro?” Michael – “Sì, sì ce l’ho… Ne ho uno con me da stamattina.” Hanna – “Che cos’è?” Michael – “L’Odissea di Omero. Ce l’ho come compito” Hanna – “Cambiamo l’ordine con cui facciamo le cose. Prima tu leggi ragazzo, poi facciamo l’amore.” The Reader – A voce alta (2008) Introduzione Nel 2008 uscì nelle sale cinematografiche la pellicola di Stephen Daldry intitolata The Reader – A voce alta, basata sull’omonimo romanzo degli anni Novanta di Bernhard Schlink, che narra della drammatica storia d’amore tra l’adolescente Michael e la trentenne Hanna nella Germania Ovest del Secondo Dopoguerra. Nella trama dell’opera la pratica della lettura ad alta voce assume un posto di rilievo, giocando un ruolo chiave nello sviluppo della storia. Una delle peculiarità del rapporto tra i due protagonisti, infatti, risiede nel fatto che i loro incontri amorosi sono scanditi dalle letture ad alta voce che Hanna richiede frequentemente a Michael. Le emozioni condivise scaturite dalla lettura delle storie arricchiscono il vissuto emotivo dei due, rendendo la loro relazione ancora più intensa. Diversamente da Hanna e Michael, la pratica della lettura ad alta voce sembra attualmente esser comunemente percepita come un’abitudine ormai desueta, di agostiniana memoria, a prescindere da chi e da come viene svolta e verso chi è indirizzata (Vazquez, 2019). Nei sistemi scolastici occidentali tale pratica è, infatti, spesso trascurata e, talvolta, addirittura ostacolata, come ricordato da Daniel Pennac nella sua opera Come in un romanzo. Nonostante l’importanza della lettura ad alta voce sia nota già dall’inizio del Novecento (Huey, 1908 citato in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002), indagini condotte nel contesto anglosassone tra gli anni Sessanta e Settanta hanno evidenziato come solo la metà dei docenti di scuola primaria intervistati erano soliti leggere alla loro classe, senza considerare che solo in pochi lo facevano sistematicamente (Austin & Morrison, 1963; Hall, 1971 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002). In un’indagine condotta nel corso degli anni Novanta è stato evidenziato che sola una piccola percentuale, nello specifico tra l’11% ed il 28% dei docenti della primaria intervistati, affermavano di leggere ad alta voce alla classe al fine di stimolare una discussione costruttiva (Lickteig & Russell, 1993 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002). Nel corso degli ultimi anni, però, la lettura ad alta voce, soprattutto in età evolutiva, sembra aver riacquistato progressivamente interesse come testimoniato, a livello internazionale, dalle linee guida proposte dall’American Accademy of Pediatrics (2017) che raccomandano ai caregivers di leggere ad alta voce ai bambini fin dalla primissima infanzia. In linea con il contesto americano, anche nel panorama nostrano si riscontra un interesse verso questa pratica educativa, come testimoniato dalle Indicazioni nazionali per il curriculo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (2012) che evidenziano come la lettura ad alta voce sia anche in linea con gli obiettivi ministeriali. Nel contesto italiano si sono, inoltre, sviluppate diverse realtà volte a promuovere la diffusione della lettura ad alta voce, tra le quali ricordiamo il movimento Letture ad Alta Voce (LaAV), che fa capo all’associazione culturale Nausika, con l’obiettivo di promuovere il benessere mediante una lettura condivisa, fruibile da tutti, capace di impattare a livello relazionale. Un’altra iniziativa si chiama Nati per Leggere, un progetto in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri e l’Associazione Italiana Biblioteche ed il Centro per la Salute del Bambino, che si rivolge alle famiglie di bambini in età prescolare con l’intento di promuovere l’idea della lettura ad alta voce come una pratica familiare. Si segnala, inoltre, l’intervento Leggere: Forte! Ad alta voce fa crescere l’intelligenza promosso dalla Regione Toscana in collaborazione con varie partnership, tra le quali l’Università degli Studi di Perugia, che può essere descritto come una vera e propria politica educativa, in quanto mira a rendere la lettura ad alta voce una pratica quotidiana interna al sistema educativo regionale al fine di ridurre la dispersione scolastica (Batini, 2021). Gli effetti della lettura ad alta voce in età evolutiva Le iniziative sopracitate si sono sviluppate a partire dalle evidenze presenti in letteratura inerenti i benefici della lettura, anche di quella ad alta voce, soprattutto in età evolutiva. È possibile affermare che, in generale, la lettura evochi degli effetti benefici per lo sviluppo, sotto diversi punti di vista: cognitivo, affettivo, sociale ed emotivo. A livello neuroanatomico, ad esempio, è noto che il cervello dei lettori è caratterizzato da una quantità maggiore di materia grigia ed un numero elevato di neuroni (Tuarez, 2021). La lettura, nello specifico quella condivisa, si è rivelata essere non solo un importante veicolo di trasmissione del capitale culturale (Cazden, 1992 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002) ma anche un utile strumento per l’alfabetizzazione, capace di dirigere l’apprendimento a livello della zona di sviluppo prossimale vygotskijiana (Batini, 2021) guidando, ad esempio, i bambini nel riconoscimento di lettere (Duursma et al., 2008). La lettura ad alta voce esercita degli effetti interessanti a livello cognitivo, ad esempio Pritchard e collaboratori (2020) hanno evidenziato come bambini di età compresa tra i 7 ed i 10 anni migliorino la loro memoria lessicale dopo aver letto ad alta voce delle parole. A livello linguistico si evidenziano diversi effetti della lettura ad alta voce, soprattutto quando la storia viene letta dai docenti alla classe, e tra tali effetti si annoverano: un miglioramento nell’acquisizione del vocabolario, un miglioramento nella comprensione (Greene Barbham & Lynch Brown, 2002), valido anche per gli studenti non madrelingua (Amer, 1997), un incremento delle capacità di storytelling (Arnold & Whitehurst, 1994 citati in Duursma et al., 2008) ed una miglior capacità a leggere in autonomia (Cohen, 1968; Cosgrove, 1987; Morrow & Smith, 1990 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002) mediata da un miglior rapporto con il materiale stampato (Clay, 1991; 1993 citati in Greene Barbham & Lynch Brown, 2002) e da una migliore capacità nel comprendere la struttura dei libri (Gold & Gibson, 2001 citati in Batini, 2021). La lettura, compresa quella ad alta voce, ha delle ripercussioni anche sullo sviluppo emotivo, affettivo, relazionale e sociale