La gratitudine fa parte della capacità di amare

Provare gratitudine non è una mera questione di buona educazione. Ci hanno insegnato a dire “grazie” quando riceviamo un dono, anche se non è di nostro gradimento. Ad essere rispettosi e riconoscenti e a ricambiare le buone maniere dell’altro. Tuttavia, possiamo adottare queste modalità solo per doverismo, ringraziare e mostrarci riconoscenti senza nutrire quel sentimento profondo che invece rappresenta la gratitudine. La gratitudine ha a che fare con il sapere ricevere Saper dare valore a ciò che si riceve è una capacità adulta. Per varie ragioni e in vario modo, tale capacità può risultare bloccata. Alcune persone si presentano particolarmente ossequiose ed educate e ringraziano sempre. Si percepiscono in difetto se ricevono qualcosa dall’altro e hanno fretta di ricambiare. Altre persone, invece, tendono ad assumere una posizione di abbondante generosità, per cui tendono a confrontarsi di più con l’esperienza del dare che del ricevere. In altri casi, ancora, è così difficile accedere ad esperienze nutrienti che la persona può mostrarsi rifiutante o chiudersi nell’isolamento. Al di là delle modalità comportamentali, la maggior parte delle persone si sente spesso in credito. Vuole essere amata di più, apprezzata di più. Sente di non avere abbastanza. La gratitudine trova il suo opposto nell’invidia. Nella sua forma distruttiva, l’invidia consiste nel sentire che l’altro ha qualcosa che non si potrà mai avere. Vissuto che genera uno stato d’impotenza intollerabile e la fantasia onnipotente e distruttiva di distruggere ciò che l’altro possiede. La gratitudine come sentire profondo Essere grati implica innanzitutto il poter riconoscere se stessi, con tutte le proprie parti e con tutti i propri limiti. E poter riconoscere l’altro, con tutte le sue parti e con tutti i suoi limiti. Da questa posizione paritaria, al di fuori di svalutazioni e di dinamiche di superiorià/inferiorità e di dominio/sottomissione, è possibile valorizzare le differenze e l’incontro autentico con l’altro. La gratitudine è il dare valore non solo a ciò che si riceve come nutrimento all’interno delle relazioni ma anche a ciò che si riceve dalla vita e, più ampiamente, il dare valore alla vita stessa. Può svilupparsi in parallelo con l’evoluzione della persona e diventare un sentimento molto profondo e potente, di crescita e trasformazione. “Il sentimento di gratitudine è una delle espressioni più evidenti della capacità di amare”, scrive Melanie Klein in “Invidia e Gratitudine”. La gratitudine è l’amore di aver ricevuto e il desiderio di donare qualcosa di sé. Ricambiare l’amore con amore.

La Giornata Mondiale della Salute Mentale: l’importanza del 10 ottobre

Storia della Giornata Mondiale della Salute Mentale Ogni anno, durante la giornata del 10 ottobre, l’attenzione del mondo intero si focalizza sulla sensibilizzazione di temi inerenti alla salute mentale, festeggiando la Giornata Mondiale ad essa dedicata. Istituita nel 1992 dalla World Federation for Mental Health con l’obiettivo di promuovere la prevenzione, la diagnosi e il trattamento dei disturbi mentali, la Giornata Mondiale della Salute Mentale ha come scopo proprio quello di stimolare la comprensione e l’empatia verso le persone che si trovano ad affrontare tali problematiche. Il 10 ottobre, attraverso varie iniziative, offre la possibilità di esplorare il significato della salute mentale e di riflettere su come migliorare il benessere psicologico in tutto il mondo. L’importanza della salute mentale La salute mentale è una componente essenziale del benessere di un individuo e della società nel suo complesso. Va sottolineato che per promuovere la salute mentale non è sufficiente la mera assenza di disturbi psichici ma è necessario mantenere un equilibrio globale. Tale bilanciamento deve coinvolgere anche la capacità di gestire lo stress derivante da differenti contesti e l’intensità delle emozioni che ne derivano. Ciò che è importante, è prestare attenzione a come ogni piccolo cambiamento possa avere un impatto significativo nella qualità di vita di un individuo. Attività dedicate al 10 ottobre Attualmente, questa giornata si compone di attività di sensibilizzazione promosse da organizzazioni, associazioni e istituzioni pubbliche e private. Tra tali iniziative, che possono essere di diverso tipo, possiamo citare: Conferenze e seminari su temi di rilevanza psicologica; Proiezioni di documentari, film o mostre fotografiche; Laboratori creativi; Campagne di sensibilizzazione mediante l’utilizzo di social media; Attività di volontariato per supportare persone con disturbi mentali e la loro famiglia; Raccolte fondi per fornire un sostegno alle organizzazioni che si occupano di salute mentale; Attività di prevenzione. Temi della giornata Ogni anno i vari eventi che si distribuiscono in tutto il mondo durante il 10 ottobre sono accumunati da un tema condiviso. Negli ultimi anni possiamo citare il tema “Mental health in an unequal world” (“Salute mentale in un mondo disuguale”) del 2021 o il tema dello scorso anno “Make mental health and well-being for all a global priority” (“Rendi la salute mentale e il benessere per tutti una priorità globale”). Quest’anno la giornata si focalizzerà sull’universalità del diritto alla salute mentale con il tema ““Mental Health is an Universal Human Right”. Combattere lo Stigma e l’Isolamento Sociale Ancora oggi i disturbi mentali non sono esenti da stigma; uno degli obiettivi principali della Giornata Mondiale è proprio diffondere informazioni e consapevolezza sulla salute mentale in modo da eliminare i pregiudizi e le discriminazioni ad esso correlate. Spesso, infatti, accade che le persone, pur di evitare giudizi stigmatizzanti e l’isolamento sociale che deriva da essi, evitino di cercare aiuto sebbene ne percepiscano la necessità. Il 10 ottobre vuole contribuire ad una maggiore inclusività, proponendo riflessioni sull’importanza del chiedere aiuto quando necessario e di un clima basato sul supporto per il proprio benessere. Promuovere il Benessere La Giornata Mondiale della Salute Mentale vuole anche ricordare come sia fondamentale porre una costante attenzione al benessere psicologico attraverso piccole azioni quotidiane, prestando attenzione ai segnali della nostra mente ma anche del nostro corpo. Va ricordato, infatti, che per una buona salute psicologica è sì necessario imparare a gestire lo stress, ma è anche fondamentale prendersi cura del proprio corpo adottando uno stile di vita sano composto da alimentazione equilibrata ed esercizio fisico regolare. Conclusioni In conclusione, la Giornata Mondiale della Salute Mentale rappresenta l’opportunità di riflettere sull’importanza della salute mentale per la qualità di vita di tutti noi. L’occasione che il 10 ottobre fornisce è quella di promuovere il benessere psicologico attraverso un sostegno di chi si trova a combattere con disturbi mentali ed educando la comunità per diminuire i pregiudizi, ricordando che la salute mentale non dev’essere considerata inferiore a quella fisica. Sitografia https://promisalute.it/conferenza-giornata-mondiale-salute-mentale/ https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/neuroscienze/la-giornata-della-salute-mentale-ci-riguarda-tutti https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?id=6019&menu=notizie https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioNotizieSaluteMentale.jsp?id=6019&lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero https://www.who.int/campaigns/world-mental-health-day/2023

LA GESTIONE DELLE RISORSE ALL’ESTERO

la gestione delle risorse

La globalizzazione ha creato molte opportunità di sviluppo, ma anche molte sfide. Uno dei compiti che la direzione HR deve assolvere riguarda la gestione delle risorse nella prospettiva internazionale. Al giorno d’oggi, tutte le organizzazioni si ritrovano a definire il loro posizionamento strategico rispetto a due approcci tra loro opposti. Differenziazione locale: che spinge a usare politiche diverse in ogni Paese per adattarsi il più possibile alle specificità locali Integrazione globale: che, al contrario, porta a uniformare le politiche nelle diverse aree geografiche per avere una strategia globale Il compito delle HR è quello di trovare un equilibrio tra le due prospettive. È fondamentale valutare sia gli elementi di similarità sia quelli di specificità di ogni Paese sia dal punto di vista istituzionale sia di quello culturale.  Bisogna cercare di diffondere una cultura organizzativa meta-nazionale formata da tutti gli aspetti “migliori” delle diverse culture e in cui tutti i soggetti coinvolti possono riconoscersi.  Uno dei compiti della direzione HR riguarda la selezione delle risorse per la copertura dei ruoli nei diversi Paesi, o anche chiamato global staffing.  Un HR può scegliere se reclutare le risorse direttamente all’estero per ricoprire tali ruoli oppure scegliere percorsi di mobilità interna. Spesso le due strategie coesistono. In questo articolo, ci occuperemo soprattutto della gestione delle persone all’interno dei programmi di mobilità internazionale. Parleremo della cosiddetta gestione degli espatriati, cioè di coloro che per motivi di lavoro vengono trasferiti in un altro Paese per un periodo medio-lungo. È molto importante per un HR considerare tutte le fasi che prevede un’esperienza internazionale: da quella di preparazione prima della partenza a quella conclusiva al rientro. 1. PRIMA FASE: selezionare e formare i candidati da assegnare a incarichi internazionali.  Spesso si commette l’errore di scegliere le risorse solo sulla base dell’expertise tecnica, senza considerare altre competenze come quelle interculturali (come, ad esempio, la capacità di costruire relazioni efficaci con le persone di un’altra cultura). Inoltre, bisogna valutare quanto una persona sia motivata a intraprendere un’esperienza internazionale per valutate fin dall’inizio se ci può essere una convergenza tra le motivazioni individuali e quelle organizzative. Nella fase di preparazione, è importante fornire tutte le informazioni e conoscenze necessarie per permettere alle risorse di valutare in modo realistico l’incarico internazionale in termini di opportunità e/o difficoltà professionali, sociali e famigliari. Ad esempio, alcune imprese offrono programmi di supporto alle famiglie come corsi di formazione linguistica e culturale o assistenza nel trasferimento. 2. SECONDA FASE: trasferimento all’estero e inserimento nel nuovo ruolo.  La difficoltà più critica da affrontare è il cosiddetto shock culturale, cioè un senso di disorientamento che la risorsa prova quando vengono a mancare i punti di riferimento culturali ai quali è ancorato inconsapevolmente. Esiste anche lo shock da ruolo, che si manifesta quando c’è una discrepanza tra le proprie aspettative riguardo al ruolo professionale e a quelli che nella realtà sono le mansioni assegnate. 3. TERZA FASE: è importante preparare anche il momento del rientro, in quanto la risorsa può aver sviluppato nuove aspettative e ambizioni di carriera durante il periodo all’estero. È meglio parlare di tutto ciò prima del rientro effettivo. 4. QUARTA FASE: rientro vero e proprio.  In questo caso, la risorsa può andare incontro a un vero e proprio shock da rientro, che porta a una sensazione di disorientamento e stress rispetto alla diversa realtà professionale/sociale/individuale che ritrova al suo rientro rispetto al passato e alle aspettative che ha maturato. Si possono adottare diverse misure per facilitare il rientro, come percorsi di mentoring e in generale di supporto… In conclusione, oggi la gestione delle risorse nella prospettiva internazionale è tema molto delicato. È importante dunque avere dei sistemi di gestione delle carriere internazionali articolati che sappiano tenere in considerazione tutte le quattro fasi precedentemente spiegate. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G., & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Novara: De Agostini Scuola SpA

LA GESTIONE DEL CONFLITTO

La gestione del conflitto

Nella nostra cultura, il termine conflitto richiama significati negativi perché associato a scontri, guerre e violenza. In realtà, una buona gestione del conflitto apre a grandi opportunità. Il conflitto viene definito come lo stato di tensione che una persona ha nel momento in cui riscontra bisogni, desideri, impulsi e motivazioni contrastanti. Un conflitto può nascere in qualsiasi ambito della vita quotidiana. All’interno di questo articolo si parlerà del conflitto all’interno di un processo organizzativo.  In ambito organizzativo, il conflitto è una situazione dove le persone percepiscono incompatibilità di pensiero o comportamento nel raggiungimento degli obiettivi. Esistono tre diversi tipi di conflitto: Diadico: è il tipico conflitto che avviene tra due individui appartenenti a gruppi di lavoro diversi o allo stesso  Intragruppo: all’interno dello stesso gruppo Intergruppo: tra più gruppi Esistono diverse modalità di gestione del conflitto, che vengono spiegate tramite metafore di animali. Le tartarughe sono solite ritirarsi nel loro guscio per evitare i conflitti. Le persone che adottano questo stile trascurano i loro interessi personali e le relazioni e credono che sia meglio ritirarsi fisicamente e psicologicamente dalle situazioni conflittuali. Solitamente sono persone che sono spaventate dal conflitto e dalla sua possibile degenerazione e non hanno fiducia nel fatto che si possa trovare una soluzione condivisa. Potrebbe essere utile quando le persone sono troppo coinvolte emotivamente. Gli squali cercano di vincere costringendo i rivali ad adottare la loro soluzione al conflitto.  Per queste persone gli interessi personali sono più importanti rispetto alle relazioni. Non hanno bisogno degli altri e cercano di vincere attaccando e intimorendo. Il conflitto, dunque, si risolve quando una persona ha il sopravvento sull’altra. Potrebbe essere utile quando è necessario prendere una decisione in tempi brevi e in una situazione di emergenza. Per l’orsacchiotto le relazioni interpersonali hanno molta più importanza dei propri interessi.  Queste persone vogliono farsi accettare e amare dagli altri e pensano che i conflitti debbano essere evitati. Per questo motivo sono disposti a mettere da parte le loro aspirazioni per preservare le relazioni. Potrebbe essere utile nei casi in cui i temi del conflitto non sono così rilevanti da meritare una discussione aperta che potrebbe ingigantire la questione e compromettere le relazioni. Le volpi solitamente cercano il compromesso e sono disposte a mettere da parte qualche loro interesse.  In particolare, cercano delle soluzioni in cui ogni parte guadagni qualcosa e si tengono sempre nel mezzo di due posizioni estreme. È il primo passo verso la collaborazione, anche se rimane ancorato a un piano più reazionale e legato al raggiungimento degli obiettivi. È efficace quando si deve raggiungere uno scopo comune e ognuno accetta di perdere qualcosa per arrivare all’obiettivo. I gufi affrontano i conflitti come problemi da risolvere e cercano di raggiungere delle soluzioni che vadano bene per tutti.  Valorizzano al massimo sia i propri interessi sia le relazioni. Si entra nella dinamica win-win e permette di raggiungere dei risultati duraturi perchè profondamente discussi e condivisi. Questa modalità, però, richiede molto tempo, una buona capacità di comunicazione e di conoscenza di sé stessi.  Ognuno degli stili di gestione del conflitto ha i suoi vantaggi e svantaggi. Dunque, non si può definire una modalità più corretta di un’altra. È fondamentale saper scegliere quale adottare in base al contesto e al momento. In sintesi, il conflitto non va mai evitato, ma deve essere aggirato, gestito e trasformato in risorsa in modo che possa diventare un momento costruttivo e di confronto. BIBLIOGRAFIA Fragomeni, T. (2011). I professionisti e la gestione dei conflitti. Un metodo innovativo per integrare competenze tecniche relazionali, risolvere conflitti e concludere negoziazioni. Milano: Franco Angeli

La gestione del comportamento problema nel contesto scolastico

Spesso gli insegnanti richiedono interventi di professionisti ed autorità per far fronte a comportamenti “problema” che possono mettere in pericolo la sicurezza della classe. Cosa sono i comportamenti problema e come affrontarli? Le forme del comportamento problema Per comportamento problema si intende un atteggiamento che può essere rischioso per il soggetto e per gli altri (nello specifico per i compagni), per l’ambiente, che può ostacolare l’apprendimento e le relazioni sociali. Tali comportamenti possono comprendere: gesti inappropriati verso compagni, insegnanti e genitori, aggressività verbale, atteggiamenti oppositivi, comportamenti socialmente inadeguati. I comportamenti problema assumono, talvolta, forme svariate. Ma quando un comportamento può considerarsi problematico? Spesso i CP si manifestano con: prepotenza auto ed eterodiretta; autostimolazioni; proteste verbali e atteggiamenti di sfida; non collaborazione; un’intersecazione o un impedimento all’alunno nell’ apprendere nuove abilità e nel potenziare quelle acquisite; un’interferenza o un impedimento nel processo di apprendimento di altri bambini distruzione di oggetti; fuga; urla; rinuncia alle regole. Quando viene osservato il comportamento problema? Solitamente un comportamento problematico viene spesso osservato dall’insegnante nel momento in cui l’alunno: deve fare un’attività gradita che al momento non può compiere o cambiamento da un’attività gradita ad un compito; deve svuotare la tensione emotiva; vuole raggiungere qualche cosa a cui non ha accesso; quando si ha una dilazione nella consegna di ciò che desidera; sente uno o più bisogni per il quale non riesce ad esprimere la richiesta o a cui non ha ricevuto risposta; vuole richiamare l’attenzione degli altri; vuole evitare dei compiti, dei luoghi e delle situazioni particolari. cosa va rinforzato? il comportamento problema messo in atto: ha un intento comunicativo; si relaziona agli eventi che lo precedono e lo seguono e non si manifesta casualmente; svolge una sua funzione specifica; un solo comportamento problema può avere composte funzioni. Cosa osservare nei comportamenti problema Spesso, i comportamenti-problema sono modificabili, soprattutto in età evolutiva. E’ possibile ridurre l’intensità e la frequenza delle crisi e ,a volte, queste si possono estinguere. Un comportamento non può essere capito se è considerato solamente e semplicemente fine a se stesso. La comprensione necessita di una messa in relazione con il contesto e con le conclusioni che lo consolidano, gli antecedenti o eventi ambientali che lo determinano. Tali indicazioni si ottengono con l’osservazione organizzata che ha lo scopo di individuare ciò che il bambino fa, e non solo questo, contemporaneamente anche quante volte lo fa e in quali contesti opera in tale maniera e modalità. Essa rappresenta, per ciascun insegnante il punto di avvio per qualunque provvedimento volto a cambiare una condotta e/o ad anticipare e perciò smorzare possibili atteggiamenti anche, talvolta, molto pericolosi. Quali comportamenti alternativi socialmente appropriati, insegnare? Potranno essere insegnati comportamenti alternativi socialmente appropriati; a tale scopo si possono utilizzare: il TRAINING per le abilità sociali facendo ricorso al modellamento, al prompting, al role-playing. Tali tecniche hanno lo scopo di insegnare come interagire con gli agli altri e come comportarsi adeguatamente nei diversi contesti di vita. Per far sviluppare abilità comunicative idonee è essenziale individuare il sistema comunicativo con il quale il soggetto si esprime meglio. Le tecniche che favoriranno l’apprendimento di nuove abilità: il rinforzo ed i contratti educativi Il rinforzo può dare una mano anche nella ridefinizione di un’immagine positiva di sé. Quando il comportamento problema diviene molto difficile da gestire, l’insegnate può ricorrere al “blocco fisico” (solo quando lo studente mette a repentaglio la propria e altrui salute o incolumità) al Time-out (il bambino viene condotto fuori dalla classe o espulso dal gioco, al “Time out senza isolamento”, in questo caso il soggetto resterà in aula ma sarà separato dai compagni per certo tempo).In genere il ricorso a “contratti educativi, stipulati tra insegnante e studente, può essere efficace per configurare una relazione basata sulla fiducia ma anche sul rispetto reciproco e delle regole condivise e accettate dalla comunità scolastica. L’intervento psicoeducativo relativo alla riduzione o estinzione di comportamenti problematici L’intervento psicoeducativo relativo alla riduzione o estinzione di comportamenti problematici richiede un trattamento educativo multifocale che comprende la famiglia, il soggetto e la scuola. In famiglia molto importante è l’attenzione al bambino, al ragazzo soprattutto quando vengono messi in atto comportamenti adattivi, evitando ti dare eccessiva importanza a quegli atteggiamenti che non si vuole vengano invece proposti. Una seconda regola è quella della coerenza educativa tra i diversi attori coinvolti nell’itinerario educativo. Le regola da far apprendere devono essere semplici, chiare, sintetiche, molto precise, inequivocabili e soprattutto largamente condivise e discusse. Conclusioni I CP possono quindi essere gestiti. Fondamentale è essere formati in maniera adeguata e rivolgersi a professionisti del settore.

LA GENERAZIONE Z E I SUOI VALORI

Affinchè una pubblicità (o un qualsiasi tipo di comunicazione) sia efficace, è necessario conoscere a fondo il target al quale la si rivolge. In questo articolo ci soffermeremo sulla Generazione Z e sui suoi valori.  La Generazione Z include tutti i nati tra il 1997 e il 2012. Si tratta di una generazione poco idealista, ma al contrario molto pragmatica e concreta. Tra le caratteristiche principali ci sono sicuramente una costante ricerca di unicità, “di uscire dal mucchio” e un desiderio di esprimere la propria individualità. Rispetto alla generazione precedente, è molto resiliente e in grado di affrontare l’incertezza.  Diventa allora importante chiedersi come comunicare con tale generazione.  Sono stati condotti numerosi studi per vedere quali tipi di comunicazioni aumentano fiducia, fedeltà e intenzione di acquisto nella Generazione Z. Ecco ciò che è emerso: La stragrande maggioranza della Gen Z vuole che il brand si mostri autentico, non deve sembrare finto, forzato o che dica certe cose solo perché le dicono gli altri La maggior parte Gen Z si aspetta di trovare diversità di qualsiasi tipo all’interno del loro brand (a livello di genere, età, etnica, lingue, corporeità…) Circa la metà della Gen Z si aspetta che il brand riesca a rappresentarli, cioè che riesca a parlare esattamente dei loro valori e non di gruppi indifferenziati Infine, la metà della Gen Z dichiara di essere disposto a smettere di comprare un prodotto, anche se di buona qualità, se il brand non rispecchia i propri valori A partire da questi risultati, si possono trarre delle conclusioni importanti. 1. La Generazione Z ricerca trasparenza e autenticità.  Questa generazione è cresciuta in un mondo già pienamente digitalizzato; essi, infatti, sono i cosiddetti nativi digitali e in quanto tali si aspettano che il brand si mostri come autentico e trasparente perché sanno riconoscere tutto ciò che è fake. Dunque, il messaggio deve essere percepito come genuino.  2. La Generazione Z si aspetta che un brand veicoli inclusività. Tra i valori caratteristici di questa generazione c’è sicuramente il rispetto, il riconoscimento e l’accettazione della diversità altrui. Dunque, la Generazione Z si aspetta che un brand rappresenti la diversità (in termini di genere, età, etnica, corporeità, salute, lingua…) con lo stesso livello di importanza e protagonismo.  3. La Generazione Z ricerca ottimismo e positività. Quando si comunica con questa generazione, è efficace eliminare gli elementi che possono creare ansia e tensione o che possono portare a preoccupazioni. Dunque, è importante usare toni positivi, ottimistici e allo stesso tempo resilienti. 4. La Generazione Z si aspetta che un brand abbia degli obiettivi che vadano oltre la semplice vendita. Questa generazione si aspetta che un brand agisca nel concreto e che non si limiti a vendere un prodotto/servizio. È importante, quindi, che un brand prenda una posizione su un determinato problema sociale o che supporti una causa. L’azienda non deve avere più soltanto qualcosa da vendere, ma anche qualcosa da dire. 5. Infine, all’interno della Generazione Z, emerge il ruolo importante della connessione e delle relazioni. Questa generazione si aspetta che un brand istauri una continua interazione con loro. Il focus delle comunicazioni non deve essere più sul prodotto e le sue caratteristiche quanto sulla relazione che può creare con il consumatore stesso. In conclusione, è fondamentale conoscere i valori di ogni generazione per poter creare delle comunicazioni che siano efficaci. Al giorno d’oggi, questo risulta essenziale soprattutto quando ci si rivolge alla Generazione Z in quanto chi la compone si fa degli scrupoli ad abbandonare delle aziende che non si allinea con i propri valori.  BIBLIOGRAFIA: Fromm, J., & Read, A. (2018). Marketing to Gen Z: The Rules for Reaching This Vast and Very Different Generation of Influencers. Amacon Books

La Gelosia: Comprendere e Gestire un’Emozione Universale

La gelosia è un’emozione complessa e universale che, sebbene spesso associata a relazioni romantiche, può manifestarsi in molteplici contesti: amicizia, famiglia, lavoro. Questa emozione è tanto naturale quanto delicata da gestire, poiché può oscillare tra un segnale di attenzione verso i legami significativi e un potenziale fattore di conflitto e sofferenza. In qualità di psicologi, il nostro compito è aiutare le persone a comprendere le radici della gelosia e a sviluppare strategie per affrontarla in modo costruttivo. Che cos’è la gelosia? La gelosia è un’emozione che nasce dalla percezione di una minaccia a un legame importante. Questa minaccia può essere reale o immaginaria e spesso si manifesta con una combinazione di sentimenti: paura, insicurezza, rabbia e dolore. La gelosia può derivare da esperienze passate, insicurezze personali o dinamiche relazionali problematiche. Nonostante la sua reputazione negativa, la gelosia è un’emozione naturale che ha una funzione evolutiva: protegge le relazioni significative, segnalando potenziali rischi per la loro stabilità. Tuttavia, quando diventa eccessiva o incontrollata, può danneggiare non solo i legami, ma anche il benessere personale. Le radici della gelosia Per comprendere la gelosia, è importante esplorarne le cause profonde. Tra i fattori principali troviamo: Insicurezza personale: Bassa autostima o insicurezza possono amplificare la paura di perdere una persona cara. Esperienze passate: Tradimenti o delusioni in relazioni precedenti possono rendere una persona più vulnerabile alla gelosia. Confronto sociale: La tendenza a confrontarsi con gli altri, specie sui social media, può alimentare sentimenti di inadeguatezza e gelosia. Dinamiche relazionali: Una comunicazione poco chiara o comportamenti ambigui possono innescare o amplificare la gelosia. Quando la gelosia diventa problematica La gelosia, se non gestita, può evolvere in comportamenti nocivi, come controlli ossessivi, accuse infondate o atteggiamenti possessivi. Questi comportamenti non solo compromettono le relazioni, ma possono anche portare a un aumento dello stress, dell’ansia e della sofferenza emotiva. In alcuni casi, la gelosia patologica può trasformarsi in una vera e propria ossessione, con conseguenze gravi per la salute mentale e il benessere relazionale. In queste situazioni, è fondamentale rivolgersi a uno specialista per un supporto adeguato. Strategie per gestire la gelosia Gestire la gelosia richiede consapevolezza, autocontrollo e una buona dose di empatia. Ecco alcune strategie utili: Riconoscere l’emozione: Accettare la gelosia come parte naturale dell’esperienza umana è il primo passo per affrontarla. Identificare le cause: Chiedersi cosa sta alimentando la gelosia aiuta a individuare le insicurezze personali o i fattori esterni coinvolti. Comunicare apertamente: Parlare dei propri sentimenti con il partner o con la persona coinvolta favorisce una maggiore comprensione reciproca. Lavorare sull’autostima: Rafforzare la fiducia in se stessi riduce la vulnerabilità alla gelosia. Evitare il confronto: Concentrarsi sui propri valori e punti di forza piuttosto che paragonarsi agli altri. Rivolgersi a uno psicologo: La terapia può aiutare a esplorare e affrontare le radici profonde della gelosia. Gelosia e relazioni: un equilibrio delicato In una relazione, è importante riconoscere che un certo grado di gelosia può essere normale e persino utile, poiché dimostra un investimento emotivo. Tuttavia, è essenziale che questa emozione venga gestita in modo sano per evitare che diventi distruttiva. La chiave è trovare un equilibrio: esprimere i propri sentimenti in modo costruttivo, rispettare i confini reciproci e costruire una relazione basata sulla fiducia e sulla comunicazione aperta. Conclusione La gelosia è un’emozione naturale che, se ben compresa e gestita, può diventare un’opportunità di crescita personale e relazionale. Come psicologi, abbiamo il compito di aiutare le persone a trasformare la gelosia da un ostacolo a uno strumento di consapevolezza, promuovendo relazioni più sane e autentiche. Bibliografia Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. Basic Books. Clanton, G., & Smith, L. G. (1977). Jealousy: Theory, Research, and Clinical Strategies. University of Kansas Press. Hart, S. L., & Legerstee, M. (2010). Handbook of Jealousy: Theory, Research, and Multidisciplinary Approaches. Wiley-Blackwell. Lazarus, R. S. (1991). Emotion and Adaptation. Oxford University Press. Salovey, P., & Rodin, J. (1984). “Some antecedents and consequences of social-comparison jealousy.” Journal of Personality and Social Psychology, 47(4), 780-792. White, G. L. (1981). “Jealousy and the threatened self: Getting to the heart of the green-eyed monster.” Handbook of Personal Relationships, Wiley.

La gelosia dei bambini

La gelosia nasce dal fatto che i bambini amano. Se non fossero capaci di amare, non dimostrerebbero la loro gelosia.  I bambini sani imparano a dire che sono gelosi e questo permette loro di parlare della fonte della loro gelosia (Winnicott). Le prime gelosie riguardano, ovviamente, il primo oggetto d’amore: la madre e successivamente il padre. Quando arriva un fratellino o una sorellina, il primo figlio esprime subito gelosia. Ma anche i figli unici manifestano la gelosia verso i genitori: qualsiasi attività, infatti, che occupi la madre o il padre per un certo tempo, può scatenare la gelosia proprio come l’arrivo di un neonato. Queste gelosie fanno parte di una sana vita familiare e non vanno negate né sminuite. La gelosia e l’invidia L’invidia e la gelosia sono strettamente collegate, in quanto un bambino che è geloso del fratello, gli invidia il possesso delle attenzioni della madre. Alla base della gelosia è il rapporto con la madre e con il tempo, include anche il rapporto con il padre. Le gelosie spesso riguardano l’allattamento poiché per il bambino la nutrizione è molto importante. Un nuovo nato può apparire come un fantasma di un Sé passato che si nutre al seno della madre o dorme tranquillamente nella carrozzina. Alle prime manifestazioni di gelosia, infatti, è frequente vedere bambini che cercano di regredire alla prima infanzia, anche se solo parzialmente o temporaneamente. Quello che vogliono è essere trattati come quando godevano pienamente del possesso materno. Qualsiasi minaccia di perdere una proprietà comporta sofferenza ed un violento attaccamento all’oggetto. La madre in particolare, è vissuta dal figlio come una sua esclusiva proprietà. Come scompare la gelosia L’amore della madre per il nuovo arrivato, fa nascere nel primo genito la rabbia verso il fratello, la madre e verso ogni cosa. La rabbia sarà espressa attraverso urla, capricci e pianti. Il sopravvivere degli altri alla sua rabbia, farà capire al bambino, che poi la sua rabbia non è così distruttiva come immaginava. La rabbia resta mischiata all’amore e si trasforma a volte in tristezza poiché è triste amare qualcuno che a volte si sogna di distruggere. La gelosia provata per il nuovo arrivato può essere diversa da bambino a bambino. Ci sono fratelli meno gelosi che hanno maggiore capacità di empatia e mettersi “al posto” del neonato, identificandosi con lui e con le cure che riceve dai genitori. Quando la gelosia scompare avviene grazie allo sviluppo del bambino che è stato reso possibile da una cura attenta e costante. È importante che i genitori possano spiegare ciò che sta per accadere quando arriva un nuovo neonato e possano far partecipare il primo genito alla vita e alle cure che daranno al fratello/sorella. In condizioni sane la gelosia si trasformerà con il tempo in rivalità ed ambizione.

La fratria nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico: spunti di riflessione

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific Nel presente articolo sono riportati alcuni spunti di riflessione sull’importanza di p o r r e a t t e n z i o n e s u l l o s t r e s s psicoemotivo vissuto dalla fratria di minori disabili in base all’esperienza clinica svolta dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE (1). Nello specifico, è stato preso in esame quanto riferito da coppie genitoriali di bambini ed adolescenti con la diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico rispetto agli altri figli presenti in famiglia. Il lavoro svolto attraverso colloqui, interviste e test specifici ha messo in evidenza la necessità di fornire a questi genitori non solo delle corrette i n f o r m a z i o n i s u l l a g e s t i o n e psicoeducativa del figlio o dei figli con disabilità ma anche suggerimenti per un adeguato supporto emotivo agli altri membri presenti nel sistema familiare. In particolar modo, tale esigenza è risultata importante nei casi in cui la scoperta della patologia del minore e la sua quotidianità hanno generato un “blocco” sul versante comunicativo-relazionale generale tra le varie figure, portando a disfunzionalità anche piuttosto rischiose, con l’attivazione da un lato di conflitti, dall’altro di vere e proprie sensazioni abbandoniche da parte degli altri figli presenti. Introduzione Con il termine fratria, in ambito della psicologia della famiglia, si intende la presenza di fratelli nel nucleo familiare. Fratelli che rappresentano una valida risorsa per la crescita psicoemotiva della persona. La relazione nel sottosistema figli si basa su di una spazialità di ruolo e gerarchia orizzontale rispetto alla verticalità del rapporto con i genitori. Inoltre, la dimensione temporale rende speciale tale relazione basandosi su di una maggiore continuità, garantita da una vicinanza di età tra i membri e da una prospettiva di condivisione della vita insieme superiore rispetto ai propri padri ed alle proprie madri. Naturalmente all’interno della fratria agiscono numerose variabili, tra cui l’unicità di ogni individuo, l’ambiente esterno e l’ambiente familiare, che potrebbero portare a crepe e fratture nell’equilibrio delicato di questo rapporto. Ad esempio, l’assenza dei genitori potrebbe permettere ai fratelli di instaurare un rapporto molto profondo, oppure, al contrario, la rigidità genitoriale, o la triangolazione di un genitore su un fratello, potrebbe portare i fratelli ad allontanarsi e a non essere un sostegno l’uno per l’altro. Cosa accade, però, quando un fratello o una sorella, o più di essi, sono affetti da una patologia del neurosviluppo molto invalidante sul versante comunicativo-relazionale come il Disturbo dello Spettro Autistico? Come cambiano gli assetti familiari allo stato attuale e rispetto alla progettazione del domani? Diverse ricerche internazionali e l’esperienza diretta con tali famiglie offrono spunti sui quali riflettere che evidenziano l’importanza di una presa in carico globale dell’intero sistema, dando opportunità di confronto a tutti gli attori coinvolti. La fratria nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico Molte ricerche sulla fratria rispetto al Disturbo dello Spettro Autistico si sono concentrate sui fattori genetici e biologici della patologia. Infatti, per quel che riguarda la familiarità del disturbo gli studi sui gemelli hanno fornito dati molto suggestivi. In particolare, è stata segnalata una concordanza, fra gemelli monozigoti, variabile dall’86% al 92%. Nei gemelli dizigoti, la concordanza sarebbe di circa il 26%. Nei fratelli non gemelli, invece, l’incidenza sarebbe di circa il 2%, con un rischio 100 volte superiore a quello stimato nella popolazione generale (0,02%) (2). Altri studi sulle fratrie hanno, invece, dimostrato che tra il 3 % ed il 5 % dei casi, un altro/un’altra fratello/sorella presenta delle anomalie “nello spettro dei disturbi autistici”, se uno dei membri della famiglia ne è affetto (3) (4). Attualmente, un certo numero di cromosomi ha attirato l’attenzione di molti studi scientifici (il 2, il 13, il 15 e il 17), anche se i ricercatori sono concordi nel pensare che non vi è un unico gene responsabile dell’autismo, ma che ve ne siano diversi ad interagire fra di loro. Oltre agli studi genetici, molte indagini si sono focalizzate sugli aspetti emotivi e sociali riguardanti la fratria e la disabilità. Numerosi ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che le criticità comportamentali del Disturbo dello Spettro Autistico influenzino l’intero nucleo familiare, così che la fratria del bambino con autismo presenti maggiori possibilità di sviluppare dei problemi d’adattamento sociale (5) (6). In generale, molti lavori si sono incentrati sul capire se avere un fratello o una sorella con autismo porti a delle conseguenze negative sullo sviluppo psicosociale, provando a rilevare se la convivenza con uno o più soggetti con questa patologia possa avere effetti sulla struttura della personalità, dell’identità sociale e delle competenze relazionali dei membri della fratria. I disturbi prevalenti nell’autismo come difficoltà della comunicazione verbale e n o n v e r b a l e , p r o b l e m a t i c h e nell’interazione sociale, interessi limitati, difficoltà d’adattamento sociale, comportamenti stereotipati, sono le sfide adattative con le quali si devono rapportare e confrontare le fratrie. Fratelli e sorelle, infatti, devono affrontare l’insieme di questi comportamenti, cosa che presuppone dei cambiamenti all’interno del nucleo familiare (7). Ma se da un lato numerose ricerche, in tale ambito, hanno dimostrato che le fratrie sono soggette a problemi d’adattamento, altre non hanno messo in evidenza alcuna differenza tra le fratrie di bambini con autismo e quelle di bambini senza handicap o affetti da sindrome di Down (8) (9). Durante il lavoro svolto dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II livello dell’ASL CE, in diversi colloqui ed interviste è emerso che molti genitori di bambini con disabilità sentono la necessità di fornire uno spazio di ascolto incentrato sulla gestione degli aspetti psicoemotivi dei figli “normotipici”. Sono state, infatti, riportate esperienze di disagio nella condivisione degli ambienti familiari, vissuti di gelosia o di abbandono rispetto alle figure genitoriali, sensazioni di vergogna, difficoltà di accettazione della malattia del proprio familiare o anche angoscia per il proprio futuro in

La Fragilità dell’Adolescente di Oggi: uno sguardo psicoanalitico tra Lacan, Dolto e Mannoni

L’adolescenza è sempre stata una soglia complessa, un territorio di passaggio in cui l’individuo si confronta con il desiderio, l’identità e l’alterità. Oggi questo tempo psichico appare particolarmente esposto: gli adolescenti sembrano più fragili, più permeabili allo sguardo dell’Altro, più dipendenti da conferme istantanee e più spaventati dall’idea di mancare. La psicoanalisi offre una lente preziosa per comprendere questa vulnerabilità contemporanea. Lacan ci mostra come l’identità nasca sempre nello sguardo dell’Altro. Nel mondo digitale, questo Altro non è più soltanto la famiglia o il gruppo dei pari, ma una moltitudine di occhi virtuali che costantemente valutano, commentano e definiscono. L’adolescente si trova così immerso in uno specchio infinito, dove la domanda “Che cosa sono per l’Altro?” diventa pressante e continua. L’ideale dell’Io che ne deriva è iper-esigente e spesso irraggiungibile, generando senso di inadeguatezza e angoscia. Dolto ci guida invece a osservare il corpo adolescente come luogo di trasformazione e di enigma. Il corpo, che cambia rapidamente e si sessualizza, parla prima delle parole. Ma oggi questo corpo è anche esposto, fotografato e confrontato con modelli digitali che rischiano di trasformarlo in un oggetto da mostrare piuttosto che in uno spazio da abitare. Restituire all’adolescente la possibilità di dare senso a ciò che vive nel corpo, di nominare ciò che sente, diventa un passaggio fondamentale per la costruzione della sua soggettività. Mannoni invita a riconoscere che la crisi adolescenziale non è un malfunzionamento, ma un momento fondativo. Oggi, però, il disagio del ragazzo assume forme silenziose: ritiro sociale, apatia, irritabilità, sintomi somatici, difficoltà a sostenere la frustrazione. L’adolescente spesso non protesta, ma si ritrae. In un mondo che chiede performance costante, la crisi viene talvolta neutralizzata troppo in fretta, impedendo al giovane di attraversarla e trasformarla. Nel contesto contemporaneo non si può parlare di fragilità come debolezza. È piuttosto il risultato di una ipersollecitazione continua: tutto è immediato, pubblico, confrontabile. Ogni errore appare definitivo, ogni emozione amplificata, ogni scelta carica di conseguenze. L’adolescente vive immerso in un rumore identitario che rende più difficile distinguere ciò che desidera da ciò che gli viene richiesto. La psicoanalisi può offrire uno spazio diverso, dove non c’è urgenza di prestazione e dove è possibile mettere parole sulle esperienze più confuse. È un luogo in cui il giovane può esplorare il proprio desiderio, separarlo dallo sguardo dell’Altro e riconoscere la propria verità interna. Seguendo Lacan, si apre uno spazio di incontro con ciò che determina il soggetto; con Dolto, si dà forma e significato alla voce del corpo; con Mannoni, si attraversa la crisi come un momento necessario della crescita. La fragilità dell’adolescente di oggi non è una diagnosi, ma un segnale. È il punto in cui il mondo interiore incontra le pressioni dell’epoca. La psicoanalisi, con la sua capacità di ascolto e di lettura del desiderio, permette di accogliere questa vulnerabilità senza giudicarla, accompagnando il giovane nella costruzione di spazi più autentici per esistere.