LE BRAND COMMUNITIES OGGI

Nonostante esistessero già prima dell’avvento dei social media, oggi le brand communities sono sempre più diffuse e presenti. Le brand communities non sono geograficamente definite, ma sono formate da un gruppo di consumatori (brand adores) che sono seguaci fedelissimi di un certo brand, con il quale condividono una relazione e un committment molto forte. Esse non nascono sempre per iniziative del brand, ma spesso hanno vita propria e tendono a emergere spontaneamente. Le brand communities sono basate sul concetto di tribù urbane. Secondo alcuni studiosi l’identità delle persone è guidata dal desiderio di appartenere e deriva dalla partecipazione a neo-tribù, cioè community in cui sentimenti, empatia, emozioni rappresentano la base del gruppo. Estendendo quest’idea alle brand communities, i consumatori creano legami con altre persone sulla base di sentimenti ed emozioni legate all’acquisto di un determinato brand e grazie a queste connessioni rafforzano la loro identità. I membri delle brand communities non solo sentono un’importante connessione con il marchio, ma anche tra loro nonostante magari non si siano mai visti. Far parte di una community serve sia per creare un senso di comunità e sia per esprimere la propria identità. Le brand communities possono essere identificate da tre caratteristiche: Coscienza condivisa, che si declina in un senso di appartenenza molto forte Riti e tradizioni: i membri sono sentimentalmente legati a tradizioni che hanno un particolare significato per loro e per la marca Responsabilità morale, che si esprime come senso del dovere nei confronti dei membri della stessa community e del brand Perché una persona sceglie di unirsi a una brand community? Esistono tre macro-motivi: Per soddisfare il bisogno innato e basico di socialità: l’uomo per natura ha bisogno di socialità, di connettersi con gli altri e condividere esperienze Per esprimere la propria identità Perché essere parte di una community guida in alcuni processi di decision making: la condivisione di valori con una community può essere d’aiuto nei processi di decision making rispetto ad alcune scelte di vita, soprattutto quando le informazioni sono scarse e ambigue. Dunque, in conclusione per un’azienda è molto importante capire come rapportarsi alle brand communities. In passato, tentativi di prendere le redini del gruppo e di influenzare la community in maniera diretta ha avuto scarso successo. Una soluzione potrebbe essere quella di valorizzarle e farle sentire apprezzate, senza volerle influenzare e manipolare. Al contrario, potrebbe essere molto efficace garantire un supporto nelle loro varie iniziative. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological Foundations of Marketing: the keys to consumer behavior. New York: Routledge
Leggere i segnali del disagio scolastico

Leggere i segnali del disagio scolastico I segnali del disagio scolastico sono: insoddisfazione, apprendimento carente, bassa motivazione e l’insicurezza. Per il docente è necessario non ignorare i segnali inviati dagli alunni e attivare una comunicazione emozionale, volta a cogliere gli stati d’animo Ciò significa entrare in una dimensione empatica che consentirà di diagnosticare il disagio in maniera tempestiva e di intervenire nel modo più opportuno, salvando così il destino di molti alunni e delle loro famiglie.
Il processo di Coping nella malattia oncologica: le diverse modalità di affrontare il cancro

di Ilenia Gregorio Per “Coping” si intende la capacità –soggettiva ed individuale- del paziente (in questo caso oncologico) di adattarsi alla condizione di malattia e di far fronte ad essa con l’utilizzo di diverse strategiepsico-adattive. La reazione del paziente alla diagnosi di cancro va considerata come una risposta ad uno shock legato alla minaccia esistenziale che il cancro, a livello simbolico, comporta. Sono state evidenziate alcune fasi caratteristiche di reazione psicologica alla malattia neoplastica a cui corrispondono specifici meccanismi di difesa, caratteristiche di personalità, e capacità di adattamento alla malattia e all’iter terapeutico. Il termine “coping”, quindi, indica le strategie cognitive, comportamentali ed emotive adoperate dalla persona per affrontare e gestire una situazione stressante, nello specifico, la malattia oncologica. Le differenti modalità comportamentali con cui una persona affronta la malattia sono definite “stili di coping” e si rivelano essere un fattore predittivo molto importante circa le possibili complicazioni psicopatologiche, la qualità della vita, le conseguenze biologiche – immunitarie e la compliance terapeutica. Tale processo di adattamento o, al contrario, di mancata aderenza agli interventi terapeutici, coinvolgono non solo il paziente e il decorso della sua malattia, ma anche il suo nucleo familiare. La malattia oncologica è infatti da considerarsi una malattia “sistemica” che influisce su tutti i membri di un nucleo familiare alterandone, in un primo momento e modificandone poi, gli equilibri preesistenti. La comunicazione della malattia tumorale rappresenta uno degli eventi più stressanti che alcune persone si trovano a dover affrontare nel corso della loro vita, un cambiamento non solo fisico ma anche mentale: cambia il modo di riconoscere e sentire il proprio corpo, cambia la percezione che si ha del mondo, del tempo, della progettualità, si modificano le relazioni sociali e interpersonali. Si tratta di una fase molto delicata e difficile sia per il paziente che per i suoi familiari: di fronte alla parola “cancro” la primissima reazione è avvertire un senso di confusione, sbandamento, un vero e proprio shock. Il cancro è una parola che evoca emozioni angoscianti, rimanda a uno scenario altamente catastrofico nell’immaginario collettivo, ma soprattutto rimanda ancora ad una “condanna a morte”. Il modo di reagire al proprio stato di salute o di malattia, così come lo sviluppo, il decorso e la prognosi stessa della malattia oncologica sono influenzati dall’interazione di diversi fattori: di tipo biologico, psicologico e sociale. Ogni paziente vive e affronta la malattia in modo soggettivo e unico: si attiva un processo di adattamento alla nuova condizione fisica, che comporta una trasformazione radicale nella vita del paziente e nella sua famiglia. La capacità di far fronte ad una crisi esistenziale dipende da diversi fattori: dal tipo di patologia (sintomi e decorso), dall’ organo o dagli organi interessati e dalla loro valenza simbolica a livello di percezione corporea e dell’immagine di sè, dal livello di adattamento precedente alle situazioni di malattia, dal significato della minaccia esistenziale, da fattori culturali e religiosi, dall’assetto psicologico e dalla struttura di personalità, dall’istruzione e da eventuali disturbi psichiatrici presenti. Ma vediamo quali sono i diversi stili di coping, quali differenti “atteggiamenti” si possono mettere in atto nei confronti della malattia oncologica: Atteggiamento combattivo C’è chi affronta la diagnosi e l’andamento della malattia con uno spirito da vero e proprio combattente. Si tratta di persone che tendono a vedere la malattia come una sfida e da un lato anche come una sorta di “opportunità”. Tendono a mettere in atto risposte flessibili e differenziate, che favoriscono una visione più positiva dell’evento senza sottovalutare il pericolo potenziale. Questo stile è associato a una minore sofferenza psicologica, una sensazione di controllo personale sul proprio stato di salute, maggior aderenza alle terapie e un decorso più favorevole della malattia. Atteggiamento fatalista Persone con un atteggiamento fatalista considerano la malattia come qualcosa di “programmato” dal destino e quindi percepiscono di avere scarso controllo sugli eventi. Presentano rassegnazione e accettazione e in genere manifestano bassi livelli di ansia e depressione. Solitamente a questo tipo di atteggiamento è associato un pensiero “magico-punitivo” strettamente legato ad una sorta di meccanismo che rimanda a “Premi e Punizioni”: mi è capitata la malattia perchè ho fatto qualcosa di male (punizione), guarirò se mi comporto bene (premio). Atteggiamento ansioso Alcuni invece tendono ad affrontare la malattia oncologica con un atteggiamento che è definito preoccupazione ansiosa. L’elevata quota di ansia e paura fa sì che il tumore divenga il centro della vita della persona e catalizzi tutte le sue energie, mentali e fisiche. Ne deriva una spasmodica richiesta di rassicurazione, anche attraverso continui controlli medici, oppure, al contrario, una fuga dalle cure perché troppo angoscianti. Atteggiamento evitante Altri ancora presentano uno stile di evitamento caratterizzato dalla continua ricerca di distrazione rispetto ai temi legati alla malattia. La persona non sente disagio in quanto pensieri e vissuti spiacevoli sono allontanati, i livelli di ansia e depressione infatti sono bassi o comunque non significativi. Questo atteggiamento si traduce con la percezione di scarso controllo personale, ridotti comportamenti attivi verso la malattia, fino a una possibile riduzione dell’aderenza ai trattamenti. Atteggiamento di disperazione Infine, alcuni reagiscono con un atteggiamento inerme e di disperazione. La malattia è vista come un evento fatale che mette a repentaglio il futuro della persona. Il paziente percepisce scarso controllo rispetto alle sue condizioni di salute e presenta sintomi marcati di ansia e depressione. Tutto questo ostacola la ricerca di aiuto e la compliance terapeutica. Il comportamento è di passività e rinuncia. Concludendo possiamo affermare che il significato attribuito alla malattia influenza lo stile di coping adottato. Questo dipende da fattori individuali quali la storia di vita, le esperienze passate, le caratteristiche di personalità, la presenza di relazioni positive di supporto. Le modalità di interpretare e affrontare la malattia oncologica sono di importanza cruciale: se le strategie attivate sono funzionali ed efficaci sarà possibile un miglior adattamento alla malattia e quest’esperienza, seppur drammatica, si inserirà in un processo di crescita personale. Al contrario, se l’evento è percepito come troppo stressante e le modalità di affrontarlo sono fallimentari e inadeguate emergeranno in seguito problematiche di natura psicopatologica aumentando
Le nostre Anime Pezzentelle

In questo articolo parleremo delle Anime Pezzentelle, culto particolare sviluppatosi a Napoli nel rione Sanità al cimitero delle Fontanelle e di come possiamo collegarle con la nostra metodologia di arteterapia Poliscreativa. “A morte ‘o ssajecher’è?…è una livella” così Totò ci presenta la morte.Totò visse alla Sanità, zona di Napoli sede del cimitero delle Fontanelle e delle Catacombe di San Gaudioso, ossari comuni da cui pare abbia preso ispirazione per scrivere la sua meravigliosa poesia. Dobbiamo ammettere che non sappiamo nulla della morte, Epicuro d’altronde diceva: “quando c’è non ci siamo noi”, ma di sicuro qualcosa possiamo dire sulle nostre anime pezzentelle, sulle nostre radici senza identità. “Pezzenti” dal latino petere: chiedere per ottenere, anime-ossa che sudano carità. Le Anime pezzentelle chiedono di essere “rinfrescate” perché piene di passioni umane. Refrisc ll’ anime d‘o Priatorio, è infatti la formula che ricorre nelle preghiere per alleviare le pene delle anime del Purgatorio. Sono anime agitate perché non hanno avuto degna sepoltura e “muoiono” dalla voglia di raccontare la propria storia. Sia ben chiaro non siamo in compagnia di paurosi zombie, come la tradizione cinematografica americana ci ha abituato, qui la morte è chiara, certa, ciò che resta vivo è il contatto, la carezza e la trattativa tra vita e morte: cure e ascolto in cambio di numeri del lotto e grazie. La preghiera e le storie che danno sollievo al morto così come al vivo, servono ad entrambi e tutto si svolge secondo un rituale di adozione. Se però la capuzzella scelta non soddisfa le richieste dell’adottante questa viene lasciata andare. Siamo quindi di fronte ad un metafisico contratto tra un vivo e un morto, dove il mondo dei vivi mantiene sempre il monopolio. Il sogno, luogo in cui l’anima pezzentella racconta la sua staria è da intendersi come atto d’amore e di contatto che accarezza e rende familiari quelle ossa che una volta adottate si trasformano da morti a propri antenati. Per il nostro modo di fare Arteterapia le anime pezzentelle sono importanti, nei nostri laboratori utilizziamo il corpo che intendiamo come consegna dei nostri antenati, un corpo che è collage dinamico dei ritmi di coloro che si sono presi cura di noi nelle prime fasi del nostro sviluppo. La traccia di quel movimento, di quel ritmo, perso nel tempo, è arrivata fino a noi e partecipa alla sinfonia di ciò che siamo. Sperimentiamo quindi quanto la memoria sia corpo e come in quest’ultimo ci sia traccia di quei ritmi antichi, ereditati attraverso un passaggio di testimone che continua da circa 250.000.000 di anni. Antenati senza nome, senza più identità, proprio come le anime pezzentelle e proprio come le nostri parti richiedenti cure.
Intelligenza artificiale: come trattiamo i non umani?

Il dibattito intorno all’intelligenza artificiale continua a sottolineare, giustamente, i possibili rischi e le problematiche per l’umanità in un futuro molto prossimo. Ma proviamo a vederla anche dal punto di vista opposto: gli sviluppatori sono convinti che in pochi anni i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero diventare superintelligenti. Ma sono potenzialmente in grado di sviluppare sensibilità? È possibile e verosimile. Ho letto di recente una bella intervista di Annie Lowrey a Jacy Reese Anthis, sociologo dell’Università di Chicago, co-fondatore del Sentience Institute ed esperto di come le creature non umane sperimentano il mondo. La fantascienza ha già abbondantemente affrontato l’argomento; libri, testi teatrali, film, uno su tutti Blade Runner: “ho visto cose che voi umani …”. E se si considera come sono trattati gli animali, da quelli d’allevamento a quelli selvatici, gli uomini possono essere molto pericolosi in fatto di diritti per i non umani. Anthis sostiene che occorrerà pensare anche ai diritti dell’ intelligenza artificiale e operare con molta cautela quando si tratta di creare una sensibilità artificiale, possibilità ancora lontana; ma assai meno di quanto crediamo. Anthis si interroga in particolare su come l’umanità potrebbe utilizzare le IA in modi in cui non possono essere utilizzati gli animali: e cioè per compiti cognitivi. Ci sono circa 100 miliardi di animali nel sistema alimentare, che soffrono trattamenti terribili negli allevamenti intensivi. Certo, possiamo produrre molto facilmente carne, latticini e uova; ma i costi della sofferenza non sono contabilizzati nel prezzo di un hamburger. Solo recentemente, e solo per il tema del cambiamento climatico e dell’enorme dispendio di acqua degli allevamenti intensivi, i governi cominciano a considerare il danno incalcolabile di questo sistema produttivo. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, secondo il sociologo, l’umanità potrebbe creare nuovi schiavi per il lavoro cognitivo: se non teniamo conto della loro sensibilità, utilizzarli in modo produttivo su larga scala potrebbe causare molta sofferenza. Torniamo a guardare dal punto di vista dei pericoli dell’IA per l’umanità. L’idea che l’intelligenza artificiale possa trattare gli esseri umani nel modo in cui gli esseri umani trattano gli animali esiste da molto tempo. Nel 1863, Samuel Butler sosteneva che le macchine erediteranno la terra. Questi potenti esseri superintelligenti potrebbero portarci all’estinzione, nel modo in cui noi abbiamo sostituito altre specie, inclusi molti primati. Sempre per guardare a ciò che ha immaginato la fantascienza, in Matrix le macchine usano gli esseri umani come batterie. L’umanità ha una motivazione biologica profondamente radicata: estendere il nostro DNA e promuovere la comunità umana. Le IA, che vengono ovviamente addestrate sui nostri dati, potrebbero arrivare a volere le stesse cose? Anthis fa riferimento al concetto di orientamento al dominio sociale: è la tendenza di una persona a pensare che alcuni gruppi della società possano e debbano dominare gli altri ed è fortemente correlato con il razzismo, il sessismo e lo specismo, ovvero la credenza nella superiorità umana sugli animali non umani. La sua riflessione arriva a una conclusione piuttosto drastica: potendo in futuro avere una migliore comprensione computazionale di indizi di sviluppo di sensibilità all’interno di un’intelligenza artificiale, il sociologo si augura che questo possibile esito venga prevenuto e arginato dagli sviluppatori, per evitare nuova sofferenza. Dal suo punto di vista privilegiato di ricercatore, Anthis non sembra avere molta fiducia nell’umanità e nella sua capacità di compassione verso i non umani. In un mondo ideale – e chiudo io con un pensiero ingenuo quanto utopistico – l’intelligenza artificiale, ormai evoluta, potrebbe accorgersi a mio parere di un’evidenza: che cooperare, non prevaricare, distribuire equamente le risorse, dare opportunità a tutti gli esseri di vivere dignitosamente e, perché no, di sperimentare felicità è anche il modo più vantaggioso per tutti di coesistere e prosperare su larga scala, al di là di un giudizio morale. Semplicemente, in termini di risultati. L’intelligenza artificiale, a partire da questi dati, agirebbe quindi per assicurare a questo ecosistema una possibilità di diventare prevalente, staccandosi da quello imperfetto creato dagli uomini sinora. Si tratterebbe così di una creazione umana che permette alla specie di andare oltre sé stessa: in una direzione che, anche fosse solo per calcolo dei vantaggi, svilupperebbe equità e benessere; che sono le basi necessarie per poter provare compassione e agire di conseguenza. Dall’utilità rilevata, creata e considerata dal punto di vista di una superintelligenza artificiale, potrebbero derivare qualità morali molto concrete. E persino più umane.
Orazio ci insegna l’importanza di festeggiare

Una delle locuzioni celebri del poeta latino Orazio, ” Nunc est bibendum”, è tradotta con l’espressione “Ora bisogna bere” . La frase fu pronunciata in occasione della morte di Cleopatra, come fine del pericolo rappresentato per Roma e invitava i Romani a gioire dell’avvenimento. L’approccio psicologico al brindisi, come momento di festeggiamento è da considerarsi suggestivo. Ai tempi di Orazio, ovviamente, lo spumante o lo champagne non esistevano ancora. Il poeta infatti inneggiava ad una coppa di vino come strumento di gioia e condivisione. Oggi, invece, per festeggiare un evento importante o semplicemente come momento di convivialità, in genere, ricorriamo alle cosiddette bollicine. Indipendente dalla cultura o dal territorio, il brindisi è accompagnato da frasi augurali per il futuro. Il nunc est bibendo di Orazio rappresenta quindi psicologicamente parlando, un tentativo per rallentare i ritmi frenetici della quotidianità. In una società moderna attuale, in cui tutto scorre alla velocità della luce, il brindisi diventa l’occasione per fermarsi un attimo e godersi il momento. Dietro il classico tintinnio dei bicchieri, i festeggiati hanno la possibilità di sperimentare emozioni piacevoli e concentrarsi sul presente. Il poeta Orazio, nella sua ode, suggerisce quindi di ricorrere ad un bicchiere di vino, da condividere con gli altri. Una coppa di buon vino diventa il simbolo di prosperità. La gioia provata nel brindisi, unita agli auguri che ci si scambia, generano una piacevole stato di benessere psicologico e fisiologico. Sensazione che possiamo tranquillamente interiorizzare e a cui possiamo attingere nei momenti bui della nostra vita. Il primo bicchiere è per la sete; il secondo, per la gioia, il terzo, per il piacere; il quarto, per la follia. (Apuleio)
ENGAGEMENT DEI CAREGIVER

In un articolo precedente, abbiamo sottolineato l’importanza di promuovere il livello di engagement del malato nel suo percorso di cura. Tuttavia, focalizzarsi solo sul malato è troppo riduttivo in quanto egli non è solo nel farsi carico la gestione della sua salute. Per questo è molto importante promuovere anche l’engagement dei caregiver informali (tutte quelle persone non retribuite che, in veste non professionale, si prendono cura di un familiare/amico malato). L’engagement dei caregiver nel processo di cura può essere definito come la capacità dei caregiver di cercare attivamente informazioni legate alla salute e alla cura del loro assistito e di partecipare nella condivisione delle scelte terapeutiche. Essere in grado di assumere proattivamente il compito di caregiving richiede alcune competenze. In primo luogo, il caregiver deve elaborare emotivamente il cambiamento in quanto la malattia attiva anche in lui emozioni negative, come ansia e preoccupazione per il futuro. Successivamente, deve essere in grado di riconoscere i bisogni di cura e di assistenza del proprio caro, imparando addirittura ad anticiparli. Inoltre, deve trovare un bilanciamento tra i propri bisogni e quelli del proprio caro. Spesso, infatti, i caregiver riportano frustrazione per non essere riusciti ad organizzare adeguatamente le diverse attività della loro vita. Infine, il percorso di engagement porta il caregiver a un processo di revisione identitario. Questo nuovo ruolo, infatti, deve essere integrato con gli altri aspetti del sé. Il processo di caregiving engagement si articola in 4 fasi: 1. NEGAZIONE E FUGA: nel momento della diagnosi o nella prima fase della malattia, il caregiver mette in atto meccanismi difensivi come evitamento, negazione e rabbia. Non riesce a comprendere e anticipare i bisogni di assistenza e di cura del proprio caro sia per il forte carico emotivo sia per la disinformazione. Per superare questa posizione è necessario fornire lui informazioni circa le condizioni cliniche e le necessità dell’assistito, ma allo stesso tempo anche strumenti per condividere le proprie emozioni con altre persone che vivono la stessa situazione. 2. IPERATTIVAZIONE: dopo aver compreso e accettato lo stato di salute del proprio caro, il caregiver si ritrova in uno stato di iperattivazione che lo porta a essere attento nel monitorare ogni sintomo clinico. C’è un’eccessiva assistenza sul piano pratico, ma dal punto di vista emotivo non riesce a empatizzare con le difficoltà psicologiche del suo caro e per le decisioni preferisce ancora ad appoggiarsi ai clinici. In questa fase, è molto importante fornire loro strumenti che li aiutino organizzare meglio le routine assistenziali. 3. ABNEGAZIONE E AFFOGAMENTO: in questa fase il caregiver riesce a gestire le attività assistenziali, ma non si sente ancora completamente efficace nel far fronte alle necessità del suo caro quando il contesto quotidiano cambia. Vive il suo ruolo in maniera totalizzante ed è incapace di integrarlo in modo equilibrato con le altre esigenze della sua vita. In questo momento, ha bisogno di confrontare le sue esperienze con altre persone che hanno vissuto la stessa situazione. 4. BILANCIAMENTO ED EQUILIBRIO: ha acquisito piena autonomia nel rispondere ai bisogni assistenziali e ha consolidato una buona relazione con l’equipe di cura. Inoltre, da un punto di vista identitaria ha trovato un maggiore equilibrio e integrazione tra i suoi diversi ruoli. Sono solitamente aperti e disponibili a partecipare a iniziative di sensibilizzazione e di educazione. Da questo articolo si evince l’importanza di promuovere l’engagement dei caregiver, in quanto anche loro giocano un ruolo centrale nel processo di assistenza di persone affette da patologie croniche. BIBLIOGRAFIA Graffigna, G., & Barello, S. (2017). Engagement: un nuovo modello di partecipazione in sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore
Il TRIGENERAZIONALE NELLA RELAZIONE TERAPEUTICA

Il ciclo di vita della famiglia è un modello teorico di riferimento che inquadra lo sviluppo spazio temporale attraverso fasi evolutive prevedibili. Ogni fase del ciclo di vita richiede precisi compiti evolutivi e presenta una certa stabilità della struttura, mentre nei periodo di transizione la famiglia subisce profonde trasformazioni sia psicologiche che strutturali. Le generazioni precedenti hanno già affrontato gli stessi passaggi evolutivi e l’hanno fatto secondo modelli ricorrenti di rapporti multigenerazionali che si tramandano nel tempo, da una generazione all’altra. La coppia è il punto di incontro tra i due assi immaginari che costituiscono l’impalcatura del sistema trigenerazionele: l’asse verticale è costituito dal vincolo di filiazione e quello orizzontale è costituito dal vincolo di alleanza (Canevaro, 1999). Il vincolo di filiazione assicura la trasmissione da una generazione all’altra dei valori affettivi e culturali; grazie a questo vincolo viene anche garantita la sopravvivenza delle persone dopo la morte fisica (miti familiari, mandati, ecc.) Il vincolo di alleanza invece è quello che si stabilisce tra i membri di una coppia e che si consolida grazie alla formazione di regole proprie che danno vita alla complicità di coppia; delimitando un confine attorno alla coppia, queste vanno ad allentare i vincoli di filiazione di ciascuno con le rispettive famiglie di origine. Con la nascita dei figli si stabilisce un nuovo vincolo di filiazione che lega la nuova generazione alla precedente. La tensione dinamica tra questi due assi, tra questi due vincoli, è dunque il punto nodale del sistema trigenerazionale. Per questo motivo, secondo il modello trigenerazionale, i problemi della coppia hanno sempre a che fare con difficoltà nei processi di differenziazione intergenerazionale, cioè con i processi incompiuti di appartenenza e svincolo del singolo dalle famiglie di origine e di conseguenza con la difficoltà a stabilire un nuovo e funzionale vincolo di alleanza a livello di coppia. Le dinamiche di appartenenza e separazione dalle proprie famiglie di origine inevitabilmente influenzano la qualità dei legami di coppia (ma non solo) che ciascun individuo stabilisce nel corso della propria vita. Quasi come un moto ondoso, questi due processi, complementari ed ugualmente fondamentali nella strutturazione di un sé differenziato (Bowen, 1979), procedono di pari passo per tutto l’arco della vita di una persona.
Guarda cosa succede quando un bambino immagina

Chiunque immagina si trova assorto tra “vecchi e nuovi pensieri”, che si intrecciano tra loro e producono nuove idee e nuovi modi di agire. Dal mio punto di vista, l’immaginazione può essere considerata il potere della mente, una vera e propria facoltà creativa. Il soggetto ha la possibilità di mettere in scena ciò che desidera e che vorrebbe realizzare.
Come parliamo di violenza di genere?

La narrativa sulla violenza di genere e nuove modalità di comunicazione Da gennaio a maggio 2023 in Italia sono stati commessi 47 femminicidi. In soli cinque mesi. Questa è un’emergenza nazionale (e non solo), che deve essere affrontata immediatamente e da diverse prospettive. Quella della violenza di genere è una tematica tristemente attuale che, per quanto venga analizzata e studiata, non trova ancora soluzioni efficaci a livello politico, sociale e culturale. Al fine di sviluppare interventi efficaci, è quindi ancora necessario comprendere sempre più questo fenomeno, analizzarlo e parlarne. Ma come parliamo di violenza di genere, oggi? Cosa si intende per violenza di genere Secondo quanto scritto nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, si definisce violenza di genere “qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata”; e ancora “per violenza di genere si considera una violenza nei confronti di una donna solo per il fatto di essere donna o una violenza inflitta in maniera sproporzionata alle donne”. L’OMS riporta come il fenomeno della violenza sia uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale e considera gli atti di violenza come un fenomeno complesso, legato a modelli di pensiero e comportamenti plasmati dalla nostra società. La violenza sulle donne è stata studiata in varie discipline, come sociologia, psicologia, giurisprudenza, formazione; attraverso di esse, sono stati analizzati diversi aspetti che circondano tale problematica, come le cause, il profilo delle vittime e degli aggressori, le circostanze di tali azioni e come prevenirle. Un ulteriore aspetto, non meno importante, è come tali conoscenze dovrebbero essere trasmesse così che possano rendere le persone consapevoli e influenzarle positivamente per creare relazioni senza violenza. Quali aspetti specifici della comunicazione possono contribuire nel prevenire o superare la violenza di genere? Questi aspetti comunicativi sono di grande importanza in quanto diversi studi hanno sottolineato come la conversazione costituisca un processo che influenza e orienta l’azione. A tale fine, tutti gli aspetti della comunicazione hanno un ruolo nel modellare le azioni, non solo le parole, ma anche l’intenzione di chi parla e gli aspetti non verbali della comunicazione, come i gesti, l’intonazione, il contesto, tra le altre. La narrativa sulla violenza di genere Come riportato da Duque, Melgar, Gómez-Cuevas e López de Aguileta (2021), il modo in cui si parla di violenza di genere (e quindi di violenza sulle donne) è cambiato nel tempo. In principio, la violenza contro le donne è stata concettualizzata, e quindi raccontata e interpretata, da una parte come una patologia individuale derivata dai problemi di gestione emotiva dell’aggressore (in particolare, la rabbia) e dall’altra come relativa alle problematiche psicologiche della vittima, legate a tendenze masochiste, concezioni morali disfunzionali, ecc. In seguito, negli anni ’70 sono nati movimenti antiviolenza che si opponevano a queste concettualizzazioni e intendevano creare un’interpretazione alternativa, una contro-narrativa della realtà della violenza di genere. Pertanto, la violenza di genere è passata dall’essere concettualizzata come un problema individuale ad essere intesa come un problema sociale radicato nei sistemi di patriarcato e disuguaglianza di genere (Dobash e Dobash, 1992). Con l’obiettivo di contribuire a quella contro-narrativa, l’obiettivo principale degli studi negli ultimi anni è stato quello di comprendere gli elementi che rafforzano la violenza contro le donne, per potervi intervenire. Queste contro-narrazioni hanno affrontato o approfondito la retorica dei diritti degli uomini che ne giustifica la violenza, i discorsi morali che circondano la violenza domestica contro le donne e le interpretazioni che affermano come il discorso sia utilizzato per riprodurre l’ordine sociale e i meccanismi di potere esistenti (Duque et al., 2021). A volte, questa retorica o discorso è stato rafforzato da una forma di linguaggio che ha alimentato la violenza contro le donne. Un esempio è il linguaggio sessista, composto da tutte quelle parole ed espressioni che relegano le donne in una posizione inferiore nella gerarchia sociale o le rendono invisibili. Gli studi che centrano la loro analisi sul discorso legato alla violenza sulle donne non si limitano al contenuto del discorso ma analizzano anche il ruolo di chi ne parla e, più concretamente, la loro identità di genere. Negli ultimi anni diversi settori hanno riconosciuto che la costruzione di movimenti di lotta alla violenza contro le donne non può essere responsabilità esclusiva delle donne, ma è necessario coinvolgere anche gli uomini (aspetto su cui il discorso femminista è in continuo confronto). Ciò richiede un cambiamento nel discorso, abbandonando atteggiamenti di colpa e accusa che portano tutti gli uomini a essere considerati agenti tossici e invitando gli stessi ad una collaborazione per portare avanti la lotta contro la violenza di genere. È necessario un cambio di prospettiva: non essere parte del problema ma diventare parte della soluzione. Nel loro studio, Duque et al. (2021) riportano come una delle cause della persistenza della violenza sulle donna sia associabile alla socializzazione di alcune persone in certi modelli di attrazione che uniscono desiderio e violenza. Questa socializzazione è favorita attraverso diverse interazioni (società, famiglia, amicizie, media, ecc.), che riproducono un discorso in cui le persone che manifestano atteggiamenti di dominio e abuso attraggono gli altri, mentre le persone che manifestano atteggiamenti egualitari sono presentate come noiose e persino rese invisibili. Questo favorisce l’attrazione verso le persone che sono parte del problema, rendendo invisibile chi può contribuire a superarlo. A questo, si aggiungono altri elementi altrettanto importanti relativi all’area sociale e culturale, che modellano il modo in cui si parla di violenza di genere e il modo in cui si creano e si definiscono le relazioni tra i sessi: tra questi, la cultura del possesso, la mascolinità tossica, la retorica dietro i discorsi sulla violenza e la vittimizzazione, gli stereotipi, le disuguaglianze di genere, ecc. Essere parte della soluzione Per incoraggiare donne e uomini a contribuire alla soluzione, dovremmo prestare particolare attenzione a garantire che i dialoghi sulle relazioni affettive e sessuali, o più in generale sulle identità di genere, si uniscano ad un