Il letto di Procuste: dal mito alla psicologia

L’espressione il letto di Procuste parte dalla mitologia per essere utilizzata per indicare una situazione difficile a cui è necessario adattarsi. Il protagonista, infatti, secondo la leggenda, deturpava i corpi delle proprie vittime, all’interno di un letto che considerava della misura ottimale. In effetti , Procuste lacerava i corpi dei malcapitati, perchè li considerava malvagi. Eliminando così le persone cattive , lui si preservava da situazioni minacciose. Partendo quindi dal mito, in Psicologia si è identificata una sindrome il cui nome fa riferimento proprio al gigante. La sindrome di Procuste, infatti, è una patologia il cui quadro clinico si caratterizza di dolore e tristezza per il successo altrui. Chi ne è affetto, prova una forte invidia per l’altro, che, in effetti considera una vera e propria minaccia. Se da un lato c’è chi vive il proprio successo come se fosse usurpato, la sindrome dell’impostore, dall’altro, c’è chi non riesce a gioire della realizzazione altrui e cerca di boicottare le situazioni. La descrizione tipica di chi è affetto da questo atteggiamento è peculiare: i comportamenti tipici e palesi sono la denigrazione e l’atto di sminuire gli altri. Si concretizza una forma di invidia che porta il soggetto a fare ostruzionismo nei confronti della vittima, senza un reale motivo. Questo atteggiamento, non conosce relazioni; si manifesta nelle relazioni interpersonali sia di tipo amicale che lavorativo. Ovviamente, si generano rapporti dannosi, che logorano i malcapitati, proprio come succedeva alle vittime poste nel letto di Procuste. Alla base di comportamenti così screditanti e opponenti, sicuramente ci sono una scarsa stima e una inadeguata fiducia in se stessi, che spinge il soggetto a concentrarsi sull’altro, anziché convogliare le proprie energie al fine di migliorarsi. Per lui è più facile dire che l’altro è cattivo, invece di attivarsi per cercare di incrementare gli aspetti positivi della propria personalità.
Disturbo post partum: l’esperienza del parto traumatico

La salute mentale perinatale fa riferimento al periodo di tempo che va dalla gravidanza a un anno dopo il parto. I cambiamenti fisiologici ed emotivi della gravidanza, del parto e della cura di un neonato rendono il periodo perinatale un momento di grande vulnerabilità per madri e padri. La nascita di un bambino è una delle esperienze più intense ed emotive nella vita di una donna. Spesso il momento del parto è investito di sentimenti e aspettative che non sempre corrispondono a ciò che realmente può accadere in sala parto. Talvolta, ahimè, si va incontro ad una morte drammatica e traumatica del nascituro che quando arriva in maniera inaspettata lascia segni nel corpo della madre, inoltre può essere traumatica perché il legame di attaccamento sia nel padre che nella madre è molto forte già durante la gravidanza. Alcuni studi dicono che circa il 25% di donne a un mese dalla perdita soffre di PTSD. E’ una perdita ambigua perché c’è una forte presenza psicologica del bambino ma un’assenza fisica e ciò può portare spesso a un lutto complicato. Esperienza del parto traumatico Un elemento chiave alla base del disagio psicologico della donna in questo delicato periodo è rappresentato da un’esperienza di parto traumatico. Le donne che vivono l’esperienza del parto come traumatica possono sviluppare la sindrome da “stress post traumatico” correlato al parto. Accanto alla solida tradizione di studi sulla depressione postnatale, in anni più recenti è emersa una particolare attenzione nei confronti dei disturbi ansiosi e dei sintomi da stress associati al periodo del post-partum, nello specifico quelli del Disturbo Post-traumatico da Stress post partum (Olde, van der Hart, Kleber, & van Son, 2006). Il parto si differenzia per molti aspetti dal resto degli eventi traumatici con cui una persona può confrontarsi nel corso della propria esistenza. Per iniziare, si tratta di un’esperienza vissuta dalla maggior parte delle donne in modo volontario, ricercata, prevedibile, vista positivamente dalla società, ma nello stesso tempo può provocare delle ferite all’integrità corporea non sempre presenti nelle altre esperienze traumatiche cui durante il corso della vita si possa andare incontro (Ayers, Harris, Sawyer, Parfitt, & Ford, 2009). Nonostante queste sue tipicità, l’esperienza del parto è considerata una condizione potenzialmente traumatica non solo se associata ad eventi oggettivamente traumatici ad esempio, difficoltà e lunghezza del parto, complicazioni connesse allo stato di salute del bambino e della madre, ma anche in quanto emozionalmente attraversata da una forte carica di stress, dal timore del dolore fisico e da preoccupazioni anche abbastanza lecite per il nascituro (Di Blasio, Ionio, & Confalonieri, 2009; Garthus-Niegel, von Soest, Vollrath, & Eberhard-Gran, 2013). Disturbo post traumatico da stress post partum I sintomi tipici del disturbo post-traumatico da stress sono la persistente ri-esperienza del trauma attraverso sogni o flashback, l’evitamento degli stimoli associati all’evento traumatico come persone o luoghi e, infine, i sintomi di hyperarousal, ovvero uno stato di persistente attivazione fisiologica. Ad esempio, in un studio di caso una donna con disturbo post-traumatico da stress post partum durante una sessione di terapia riviveva l’esperienza del parto (flashback) vedendo se stessa che giaceva nella sala parto (Ayers et al., 2008). Un’altra neo-madre sperimentava intenso stress quando entrava in contatto con stimoli interni o esterni che le ricordavano aspetti del parto (Stramrood et al., 2011). Per quanto riguarda la sintomatologia da stress specificamente connessa all’esperienza del parto, bisogna tener presente che l’attivazione può risentire dei cambiamenti fisiologici e ormonali nonché della stanchezza del travaglio e del parto, spesso lungo e faticoso. Inoltre, la neo-maternità e la routine medica che caratterizzano lo specifico post-partum può rendere difficile alle donne evitare i reminder traumatici, rappresentati dal neonato, dalle ostetriche, dai medici e dall’ospedale stesso. Alcuni studi hanno evidenziato che i vissuti negativi legati al parto, quando espressi ed elaborati tramite la scrittura espressiva, perdono la loro connotazione traumatica e determinano un miglioramento dello stato di salute psicologico riducendo la remissione dei sintomi da stress post partum. Attualmente non sono chiare le strategie terapeutiche più adatte a tale tipo di disturbo, anche se gli studi di Di Blasio et al. (Di Blasio et al., 2009, 2015; Di Blasio & Ionio, 2002) hanno identificato nell’Expressive Writing sulla specifica esperienza del travaglio e del parto, un intervento in grado di ridurre la sintomatologia postraumatica post partum, in particolare dei sintomi di evitamento a breve termine (2 giorni dopo), e dei sintomi di hyperarousal a medio (2 mesi/ 3 mesi post-writing session) e a lungo termine (12 mesi post-intervento) in un gruppo di donne che avevano avuto un parto “normale”. Il ruolo del padre È un ruolo difficile, il padre secondo la società deve essere forte, non può presentarsi sofferente, ragione per cui i padri hanno un modo diverso di esprimere la sofferenza rispetto alle madri. Il padre resta fra una posizione di poter «dare parola», esprimere il proprio dolore e quello di non esprimerlo e trattenersi per proteggere la propria compagna. L’uomo vive, dunque,un lutto più pratico ed istintivo, con una tende a trattenere. La coppiain questa ottica è definita come 1+1=3, ovvero come solida unione di due che si concepiscono 3, di attivare delle progettualità che solo un figlio può dare ad una coppia. Infatti, perché una coppia funzioni è necessario che una persona mantenga il suo confine personale per accostarsi ad un’altra che ha il suo spazio per costruire poi insieme uno spazio terzo! La sfida di tutte le coppie è tornare a quella equazione e non permettere che la perdita porti ad una separazione tra i partner, anche se essa è frequente quando ci sono incomprensioni rispetto alle modalità di vivere il dolore. Bibliografia A cerchi concentrici. La complessità della perdita perinatale e le sue perturbazioni. Gabriella Gandino, Ilaria Vanni, et. al. 2018. Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. John Bowlby, 1989.
GLI ASPETTI SOCIALI DEI CONSUMI

Al giorno d’oggi è fondamentale considerare gli aspetti sociali dei consumi. I consumatori, infatti, sono influenzati nei loro consumi dal contesto nel quale si ritrovano inseriti. Il contesto di riferimento può essere considerato a diversi livelli: 1. Cultura: intesa come insieme di elementi che caratterizzano e definiscono i membri che ne fanno parte. Una cultura è condivisa, viene trasmessa da generazione a generazione ed è caratterizzata da valori, norme sociali, rituali, miti e artefatti. A livello di marketing, le aziende si adattano alle specificità culturali per rispondere alle abitudini, riti e usanze… Da questo punto di vista, le ricerche di mercato servono anche a cogliere le diversità culturali e i significati che il consumatore attribuisce a un prodotto. 2. Subcultura: formata da persone della stessa cultura, ma che hanno credenze/esperienze comuni condivise che le distinguono da altri membri di altre subculture. Le differenze possono essere semplicemente demografiche (Nord vs Sud) oppure legate alla religione, alla classe sociale, all’età. Anche in questo caso, risulta importante conoscere gli specifici valori, simboli e comportamenti propri di ogni subcultura. 3. Gruppo di riferimento: sono spesso la fonte da cui noi sviluppiamo atteggiamenti, credenze, valori e comportamenti. Li usiamo come termini di paragone, su cui basiamo i nostri comportamenti di consumo. Esistono i gruppi diretti primari (amici stretti e famiglia) e secondari (insegnanti, supervisori sul lavoro…). Ci sono poi anche i gruppi indiretti aspirazionali e non aspirazionali. I primi sono i gruppi a cui si vorrebbe appartenere e ai quali si vorrebbe essere associati (come le brand community). I secondi i gruppi dai quali ci si vuole differenziare. Con il notevole sviluppo dei social network, troviamo il fenomeno degli influencer, intese come tutte quelle persone che sono in grado di influenzarne altre rispetto ai consumi. Un influencer è tale perché gode di una certa credibilità e sono percepiti come neutrali e oggettivi in quanto trasmettono sia opinioni favorevoli sia sfavorevoli. Sono considerati esperi di un certo tema e dunque considerati competenti in materia. Inoltre, sono persone molto aperte alle novità e propense ad assumersi rischi. Infine, sono persone interconnesse a una community con la quale interagiscono. 4. Concetto del sé: noi sviluppiamo il nostro sé in base all’immagine che vogliamo dare agli altri e in base a quanto ci viene restituito dagli altri Ma perché i consumatori si lasciano influenzare? Si parla di consumer conformity, cioè la tendenza ad avere comportamenti e atteggiamenti in linea con quegli degli altri soprattutto quando l’informazione è ambigua, scarsa o quando non si conosce un determinato tema. Ci sono, però, delle persone che si definiscono anticonformiste per natura. Anche in questo caso però l’influenza sociale esiste comunque in quanto gli anticonformisti sono persone in cerca di unicità che scelgono volutamente di non adottare un certo comportamento se questo diventa troppo diffuso. Dunque, guardano comunque ciò che fanno gli altri per discostarsi. Gli aspetti sociali nei consumi sono sempre presenti? Veniamo sempre influenzati nell’acquisto di prodotti? Dipende dalla tipologia del prodotto! Per quanto riguarda i “Privately Consumed Necessity” (come lavastovigli, materassi…) non c’è una grande influenza in quanto sono scelte di consumo non direttamente visibili ad altri. Per quanto riguarda i “Publicy Consumed Necessity” (come l’abbigliamento) c’è una forte influenza legata al tipo di brand che si sceglie, non tanto legata al fatto di possedere o meno quel prodotto. Questo perchè i brand che scegliamo contribuiscono a definire la nostra identità. Dunque, si cerca di scegliere brand che siano congruenti con il proprio sé percepito soprattutto nelle scelte pubbliche. Veblen introduce il concetto di consumo ostentativo, che ad oggi si traduce come scelta di alcuni brand di lusso come veicolo del proprio status sociale. Egli teorizza anche il trickle-down effect, con il quale spiega la nascita delle mode. Una classe sociale elevata inizia a fare scelte di consumo per segnare il proprio status. Nasce un effetto a cascata, secondo cui la classe immediatamente sotto cerca di imitare il comportamento di consumo della classe immediatamente sopra di lei per migliorare il proprio status sociale e così via… Quando queste scelte arrivano alla massa, la classe sociale più elevata cerca altri modi per distinguersi e per veicolare il loro status più elevato. In conclusione, è fondamentale considerare gli aspetti sociali del consumo in quanto le scelte dei consumatori odierni dipendono in gran parte dal contesto di riferimento nel quale sono inseriti. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological foundations of marketing. The key to consumer behavior. Londra: Routledge
La Società di Narciso

La società in cui viviamo ci propone un modello sociale e di comportamento basato sulla mercificazione delle relazioni e delle persone. Le persone sono diventate un bene, scegliamo i nostri percorsi di vita sulla base del successo, in nome di uno standard di vita più elevato che viene prima anche del bisogno di amare e di essere amati. Sosteniamo una cultura basata sullo sfruttamento di chi sta sotto, siamo la società dell’apparire, dell’ultimo modello di un qualche dispositivo, del successo personale, delle conoscenze che contano, dello status. Abbiamo perso il contatto con il nostro essere, con il nostro corpo, con i nostri sentimenti, con il senso e l’essenza della nostra stessa esistenza.Lo sappiamo, ci è noto, che imparare ad amare noi stessi è il primo passo per imparare ad amare anche gli altri. Le realtà siamo sempre meno in una relazione di cuore con gli altri, concentrati come siamo su noi stessi e sui nostri obiettivi, e non c’è più tanto posto e spazio per le cose semplici, per un gesto di tenerezza o di solidarietà, perché abbiamo un bisogno incessante di iper stimolazione. I social media e la Rete hanno creato nuovi bisogni di visibilità sociale e favorito nuove forme di esibizionismo mediatico che sono indotti dai media stessi e dalle nuove opportunità offerte dalla Rete, per cui se prima potevamo pensare di avere nella vita una o due occasioni di successo e di visibilità mediatica, ora con i social media noi possiamo farlo in continuazione. Il sentimento di sé che si espande fino a diventare una forma di narcisismo, che mette al centro dell’interesse il proprio Io e trascura l’altro, che pensa di affermarsi addirittura a danno dell’altro, è diventato la cifra “delirante” che caratterizza la società contemporanea. Il problema nasce quando l’interesse per la propria immagine e per i propri contenuti postati su qualche sociale network, diventano più importanti dell’interesse per l’altro, a cui non ci rivolgiamo più con la stessa curiosità e con lo stesso desiderio con i quali ci rivolgevamo prima. L’investimento narcisistico sul proprio Io, per ingrandirlo, comporta sempre un sacrificio e una svalutazione delle relazioni con le altre persone, che diventano meno significative, oppure sono significative perché sono utilizzate per affermare il proprio valore e non per avere un rapporto umano e interpersonale autentico con loro.
Psicologia inclusiva per alunni immigrati

Psicologia inclusiva per alunni immigrati
Don Gabriele Amorth, il Diavolo suo e quello di Russel Crowe

L’occasione per questo nuovo articolo è stata l’uscita nelle sale del film “L’Esorcista del Papa”, una pellicola hollywoodiana che si spaccia come “ispirata ai libri di Don Gabriele Amorth”. Nel ruolo del famoso esorcista un Russel Crowe non più prestante come ne “Il Gladiatore” ma di sicuro con lo stesso piglio da arrogante cowboy adattissimo per il ruolo di combattente contro quei “cattivoni” degli Apache, oops, volevo dire contro i Diavoli. In un precedente articolo “Don Gabriele Amorth e la questione della corporeità. Una ricerca sul campo”, vi avevo già parlato di questa particolare esperienza del nostro gruppo della Scuola di Arteterapia “Poliscreativa”. In particolare, vi avevo accennato di quanto questo percorso sia stato fondamentale per mettere meglio a fuoco il ruolo delle ritmicità tra i corpi, in quel contesto mediato dalla cadenza delle preghiere corali, negli spazi della cura quale un contesto esorcistico è a tutti gli effetti. Chi come noi lo ha conosciuto bene, il vero Amorth, e lo ha visto all’opera non può che provare un grande fastidio per questa ingiusta trasposizione cinematografica, per nulla coerente con la mitezza e le capacità di ascolto e accoglienza, diciamo, dell’originale presbitero. Ho potuto assistere a decine di ore di sue videointerviste “riservate” dell’archivio della nostra scuola e la differenza salta agli occhi. Non ce lo vedo proprio tirarsi su dopo un esorcismo con un cicchetto di whiskey sorseggiato da una fiaschetta da tasca in perfetto stile yankee come invece il buon Russel Crowe nel film. Ma la cosa che più ci ha fatto indignare è la falsificazione di come vengono praticati gli esorcismi nel film. In più di vent’anni nei quali abbiamo raccolto una documentazione unica al mondo assistendo a migliaia di rituali mai abbiamo avuto modo di assistere a quei ridicoli effetti speciali da b-movie di fantascienza. Soprattutto poi, per non traumatizzare la sua, diciamo “utenza”, quel simpatico esorcista che fu persino trai nostri docenti, non faceva mai durare i suoi esorcismi per più di una mezz’ora e la fase clou, il cosiddetto “Interrogatorio a Satana” mai più di cinque minuti. Parliamo di quel particolare momento nel quale cioè la presunta posseduta, perché più del novanta per cento erano donne, parlava avendo assunto l’identità del demone. L’esorcista di cui stiamo parlando, quello vero, aveva una modalità del tutto “estensiva” e mai “intensiva”, preferiva cioè rituali brevi ma ripetuti nel tempo, dalle nostre ricerche con una frequenza soprattutto quindicinale e per un periodo di almeno due o tre anni, una media di cinque anni, fino a dodici. A parte le “possessioni croniche” che invece richiedessero pertanto una pratica esorcistica a vita. Varie sarebbero le considerazioni da fare, in particolare rispetto le ricadute che filmacci come questi possano avere sui nostri giovani. “Il Perturbante” come lo avrebbe chiamato Freud o “L’Ombra” come invece direbbe Jung sempre più viene da loro incontrato in contesti virtuali. Ne consegue che l’industria delle merci mediatiche per “colpire” e quindi “vendere meglio” i loro prodotti, si spingano sempre più verso iperboli, verso eccessi che ovviamente, mentre di certo riescono a turbare, ne rendono sempre più difficile l’elaborazione necessaria per un rapporto sufficientemente armonico con il profondo. Torneremo su questo argomento per approfondire la questione nel prossimo articolo.
Come riconoscere le caratteristiche tipiche del burnout?

Il burnout non è un sinonimo di esaurimento, come spesso si tende a generalizzare, anche se l’esaurimento ne è parte essenziale. Christina Maslach, una delle principali ricercatrici sul burnout, autrice di The Burnout Challenge: Managing People’s Relationships with Their Jobs, descrive tre attributi fondamentali del burnout, che possiamo imparare a riconoscere e monitorare. Dopo il dramma del Covid, con le ripercussioni sociali e lavorative che ben conosciamo, il burnout è diventato statisticamente più frequente nella popolazione in età lavorativa. Vediamo i tre caratteristici stati d’animo presenti nello stato di burnout: prima di tutto, la sensazione di essere esausti e come se non avessimo l’energia necessaria per lavorare bene; in secondo luogo, lo sviluppo di atteggiamenti negativi nei confronti dei nostri progetti, con un senso di dissociazione dai progetti stessi e dalle persone che ci circondano, siano essi colleghi, amici o familiari, con un senso di allontanamento, di distanza, di cinismo; in terzo luogo, il burnout ci fa sentire inefficaci, come se stessimo realizzando molto meno del solito e non potessimo raggiungere la motivazione per essere produttivi. Ma c’è di più. Per capire davvero cosa causa il burnout, occorre individuare le sue origini, che i ricercatori riassumono in un fattore causale comune: una quantità enorme di stress cronico, che non si ferma mai, a differenza dello stress acuto, che è temporaneo e simile a un tunnel da attraversare per raggiungere la luce dall’altra parte. La ricerca di Maslach ha scoperto che lo stress cronico sul lavoro di solito proviene da sei fonti primarie: Carico di lavoro. Questo è intuitivo, e si riferisce alla sostenibilità: più il nostro carico di lavoro va oltre la nostra capacità, più è probabile che raggiungiamo il punto di esaurimento. Valori. Cosa ci connette con il nostro lavoro a un livello più profondo? Questo è un fattore spesso sottovalutato, ma ovviamente più il nostro lavoro è in linea con ciò che apprezziamo, più utili ci sentiamo e di conseguenza ci impegniamo. Ricompensa. Il livello di ricompensa che otteniamo dal nostro lavoro, comprese le ricompense finanziarie (stipendio, bonus, ecc.) e le ricompense sociali (se siamo riconosciuti per i contributi che diamo) sono centrali. Una ricompensa insufficiente può farci sentire inefficaci, uno degli attributi fondamentali del burnout. Controllo. L’autonomia che abbiamo su quando, dove e come svolgiamo il nostro lavoro è un altro elemento fondamentale. Meno controllo abbiamo, più è probabile che ci esauriamo. Correttezza. La sensazione di essere trattati equamente sul lavoro rispetto ai nostri colleghi. L’equità è un ingrediente importante che promuove il coinvolgimento e tiene a bada il cinismo. Comunità. Le relazioni professionali contribuiscono enormemente a ridurre al minimo il burnout e ad aumentare il coinvolgimento. Più deboli sono le nostre relazioni e più conflitti sperimentiamo, più è probabile che ci esauriamo. Mentre il burnout è tradizionalmente definito come un fenomeno professionale, anche i continui fattori di stress che affrontiamo a casa possono contribuire al nostro livello totale di stress cronico. In conclusione: più stress cronico affrontiamo, non importa da dove provenga, più ci avviciniamo all’esaurimento. Una considerazione, banale quanto utile: i sei fattori delineati da Maslach possono essere utilizzati in modo virtuoso, come linee guida di ciò che occorre monitorare e mettere in atto per migliorare l’esperienza individuale e diminuire le fonti di stress; sia in ambito lavorativo, per esercitare una leadership che aumenta il benessere e la soddisfazione dei collaboratori; sia in ambito relazionale familiare e amicale. Equità, possibilità di autonomia, ricompensa, valori: non sono anche le basi naturali di realizzazione e co-costruzione di un benessere esistenziale?
Il primo maggio: festa dei lavoratori

Oggi è il primo maggio, ed è ben noto, che sia il giorno della festa dei lavoratori. Sociologicamente parlando, le origini di questa ricorrenza risalgono agli inizi del ventesimo secolo. L’istituzione di una giornata internazionale dedicata ai lavoratori si rese necessaria per rivendicare dei diritti, quali la riduzione dell’orario, e soprattutto il miglioramento delle condizioni e dei salari. La nascita della festa istituita il primo maggio la si fa risalire ovviamente in seguito alla rivoluzione industriale di fine 800, che introdusse la nuova modalità di lavoro quello in fabbrica. Dal punto di vista psicologico, il lavoro assume pertanto una importanza notevole. Esso, infatti, contribuisce al benessere psicologico dell’individuo. Il lavoro, in effetti, permette la dignità ed l’uguaglianza di diritti. Si favorisce così una costruzione di un Sé efficiente e produttivo che influisce positivamente sul processo di crescita personale e professionale. Da una superficiale lettura dello stato occupazionale attuale, si evince una situazione in cui pervade uno stato di malessere sociale. Cause di questa situazione sono la crisi economica ancora in corso e gli effetti dovuti al Covid-19. La disparità tra uomini e donne, salari bassi e lavoro nero, e un alto tasso di disoccupazione, sono tuttora elementi avvilenti anche nelle società industrializzate. Ne consegue, senza dubbio, un attacco all’equilibrio psicofisico e sociale dell’individuo, che può sviluppare anche stati depressivi. Oltre all’umore, anche l’autostima e i rapporti sociali e lavorativi possono deteriorarsi, perché l’individuo vive un profondo disagio che si riflette sulla famiglia e sugli amici. Si rende necessario, quindi, creare ambienti di lavoro che permettano di mantenere basso il livello di stress e che contribuiscano al soddisfacimento, sotto tutti i punti di vista, dell’individuo. L’uomo energico, l’uomo di successo, è colui che riesce, a forza di lavoro, a trasformare in realtà le sue fantasie di desiderio. (cit. Sigmund Freud)
Vittimismo: la tendenza a lamentarsi e passivizzarsi

Il vittimismo è più di un particolare atteggiamento. E’ un modo di stare al mondo che poggia su una posizione esistenziale di non Okness. Le persone che tendono a fare la vittima sono inclini al lamento, vivono in un costante senso di insoddisfazione e attribuiscono questo loro stato a fattori esterni. Nel vittimismo è centrale l’accusa rivolta verso se stessi, gli altri o, in generale, la vita, cui si accompagna un forte senso di ingiustizia. Vi è dunque una svalutazione della persona circa la propria responsabilità. Si tratta di una forma di passivizzazione, di carente o mancata attivazione delle risorse necessarie per soddisfare i bisogni evolutivi e realizzativi. Il vittimismo e le emozioni Chi fa la vittima ha una immagine di sé di persona sfortunata, incapace: “Non so fare niente. Ma che ci posso fare se sono fatto male? Non è giusto“. Tende a proiettare sugli altri il rifiuto e la critica verso se stesso: “Nessuno mi vuole, ce l’hanno tutti con me“. Ad autoccomiserarsi e a colpevolizzarsi: “Povero me, non cambierò mai. Sbaglio sempre tutto“. Il mondo interno è abitato da sentimenti di inadeguatezza, impotenza, colpa, rabbia, rancore. Emozioni che, il più delle volte, non sono integrate ma vengono portate fuori mediante acting-out e la persona resta bloccata in un cortocircuito. La relazione con gli altri La “vittima” tende a ricercare nell’altro un “salvatore” o un “persecutore“. Si pone in una posizione infantile richiedente e bisognosa (io non sono Ok) e proietta all’esterno un genitore salvifico (io non sono Ok- tu sei Ok) o un genitore critico e rifiutante (io non sono Ok- tu non sei Ok). Nel primo caso, tende a manipolare attraverso comportamenti seduttivi o mettendosi in pericolo. Nel secondo caso, sono più in figura comportamenti provocatori e ribelli. Non di rado, sulla base delle risposte che riceve dall’ambiente, chi fa la vittima si autorizza ad agire la propria rabbia diventando a sua volta un persecutore nei confronti dell’altro. La ripetizione di esperienze antiche Mediante il vittimismo la persona riattualizza nel presente le esperienze del passato. Manipola con le modalità apprese in epoca infantile. Ma, mentre da bambino la manipolazione ha rappresentato il miglior adattamento possibile alla realtà, da adulto è ciò che gli impedisce di star bene e realizzarsi. Di fatto, con il vittimismo si confermano le dinamiche dipendenti e i vissuti di allora. Si mantiene in piedi il copione di vita, con tutti i suoi aspetti limitanti. Il lavoro in psicoterapia La persona ha bisogno di liberarsi del funzionamento manipolativo in favore di una maggiore consapevolezza e responsabilità. Di lasciar andare gli appoggi esterni e la dipendenza, per sviluppare autonomia. Di ritirare il lamento e l’accusa per guardare di più a se stesso come artefice della situazione che vive. Ha bisogno di imparare a riconoscersi, in tutte le proprie parti. Di realizzare l’Okness, ovvero la posizione “io sono Ok-tu sei OK”. Di sperimentare la fiducia, per costruirla come sentimento di base, di sostegno al vivere. E’ un lavoro che passa per la sofferenza autentica delle ferite antiche.
LA GESTIONE DELLE RISORSE ALL’ESTERO

La globalizzazione ha creato molte opportunità di sviluppo, ma anche molte sfide. Uno dei compiti che la direzione HR deve assolvere riguarda la gestione delle risorse nella prospettiva internazionale. Al giorno d’oggi, tutte le organizzazioni si ritrovano a definire il loro posizionamento strategico rispetto a due approcci tra loro opposti. Differenziazione locale: che spinge a usare politiche diverse in ogni Paese per adattarsi il più possibile alle specificità locali Integrazione globale: che, al contrario, porta a uniformare le politiche nelle diverse aree geografiche per avere una strategia globale Il compito delle HR è quello di trovare un equilibrio tra le due prospettive. È fondamentale valutare sia gli elementi di similarità sia quelli di specificità di ogni Paese sia dal punto di vista istituzionale sia di quello culturale. Bisogna cercare di diffondere una cultura organizzativa meta-nazionale formata da tutti gli aspetti “migliori” delle diverse culture e in cui tutti i soggetti coinvolti possono riconoscersi. Uno dei compiti della direzione HR riguarda la selezione delle risorse per la copertura dei ruoli nei diversi Paesi, o anche chiamato global staffing. Un HR può scegliere se reclutare le risorse direttamente all’estero per ricoprire tali ruoli oppure scegliere percorsi di mobilità interna. Spesso le due strategie coesistono. In questo articolo, ci occuperemo soprattutto della gestione delle persone all’interno dei programmi di mobilità internazionale. Parleremo della cosiddetta gestione degli espatriati, cioè di coloro che per motivi di lavoro vengono trasferiti in un altro Paese per un periodo medio-lungo. È molto importante per un HR considerare tutte le fasi che prevede un’esperienza internazionale: da quella di preparazione prima della partenza a quella conclusiva al rientro. 1. PRIMA FASE: selezionare e formare i candidati da assegnare a incarichi internazionali. Spesso si commette l’errore di scegliere le risorse solo sulla base dell’expertise tecnica, senza considerare altre competenze come quelle interculturali (come, ad esempio, la capacità di costruire relazioni efficaci con le persone di un’altra cultura). Inoltre, bisogna valutare quanto una persona sia motivata a intraprendere un’esperienza internazionale per valutate fin dall’inizio se ci può essere una convergenza tra le motivazioni individuali e quelle organizzative. Nella fase di preparazione, è importante fornire tutte le informazioni e conoscenze necessarie per permettere alle risorse di valutare in modo realistico l’incarico internazionale in termini di opportunità e/o difficoltà professionali, sociali e famigliari. Ad esempio, alcune imprese offrono programmi di supporto alle famiglie come corsi di formazione linguistica e culturale o assistenza nel trasferimento. 2. SECONDA FASE: trasferimento all’estero e inserimento nel nuovo ruolo. La difficoltà più critica da affrontare è il cosiddetto shock culturale, cioè un senso di disorientamento che la risorsa prova quando vengono a mancare i punti di riferimento culturali ai quali è ancorato inconsapevolmente. Esiste anche lo shock da ruolo, che si manifesta quando c’è una discrepanza tra le proprie aspettative riguardo al ruolo professionale e a quelli che nella realtà sono le mansioni assegnate. 3. TERZA FASE: è importante preparare anche il momento del rientro, in quanto la risorsa può aver sviluppato nuove aspettative e ambizioni di carriera durante il periodo all’estero. È meglio parlare di tutto ciò prima del rientro effettivo. 4. QUARTA FASE: rientro vero e proprio. In questo caso, la risorsa può andare incontro a un vero e proprio shock da rientro, che porta a una sensazione di disorientamento e stress rispetto alla diversa realtà professionale/sociale/individuale che ritrova al suo rientro rispetto al passato e alle aspettative che ha maturato. Si possono adottare diverse misure per facilitare il rientro, come percorsi di mentoring e in generale di supporto… In conclusione, oggi la gestione delle risorse nella prospettiva internazionale è tema molto delicato. È importante dunque avere dei sistemi di gestione delle carriere internazionali articolati che sappiano tenere in considerazione tutte le quattro fasi precedentemente spiegate. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G., & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Novara: De Agostini Scuola SpA