La capacità di attenzione non è più stimolata

Capacità

La capacità di mantenere l’attenzione alta è un insieme di processi cognitivi. Le sue principali funzioni sono di tre tipologie: 1: selettiva, perché effettua una cernita delle informazioni; 2: sostenuta, perché mantiene alta la concentrazione su di uno stimolo; 3: divisa, perché mantiene il controllo su più differenti. Questo processo, in sintesi, consiste proprio nel filtrare le innumerevoli informazioni che arrivano al cervello, dando priorità solo ad alcune di esse, in base all’utilità che ne può derivare. Lo sviluppo di questa attività mentale molto utile sia dal punto di vista adattivo che funzionale, matura già nel corso dell’infanzia. I bambini, innanzitutto, sono molto attratti dagli stimoli nuovi ed è necessario aiutarli a mantenere la concentrazione su di essi. In questo modo, fin da piccoli, i bimbi hanno la possibilità di imparare l’attitudine a concentrarsi su di un compito e portarlo a termine. D’altro canto, la digitalizzazione informatica e l’abuso dei mezzi tecnologici, hanno abbassato sensibilmente la capacità attentiva, soprattutto nei bambini e negli adolescenti. L’intensivo uso dei dispositivi elettronici ha determinato un drastico calo dell’utilizzo di questa capacità. In primis, la testa sempre china sul cellulare ha fatto perdere interesse per l’ambiente circostante, compromettendo le relazioni sociali. Inoltre, essendo il telefono diventato una fonte di distrazione, talvolta anche la sicurezza fisica si compromette, esponendo a pericoli reali non rilevati. Allo stesso tempo, i social media utilizzati detengono il deleterio potere di monopolizzare l’attenzione, distraendoci dall’ambiente, e mantenerla concentrata esclusivamente su di essi, a discapito di tutto il resto. Una diminuzione così evidente della capacità attentiva, quindi, compromette sensibilmente la funzione adattiva all’ambiente. In ambito scolastico, infatti, i docenti si lamentano delle limitate capacità di mantenere l’attenzione in classe. Anche gli ambienti lavorativi e relazionali, risentono di questa mancata partecipazione, rendendoci così tutti vittime del phubbing e aumentando il senso di alienazione sociale, cui pian piano ci stiamo avvicinando.

La Capacità di Adattamento: Un’abilità Fondamentale per il Benessere Psicologico

La capacità di adattamento è una delle qualità più preziose che un individuo può possedere. In un mondo in costante cambiamento, questa abilità permette di affrontare le sfide quotidiane con flessibilità e resilienza, garantendo una maggiore stabilità emotiva e un senso di benessere psicologico. Ma cosa significa davvero adattarsi? E perché è così importante per la nostra salute mentale? In questo articolo, esploreremo la natura dell’adattamento, i suoi benefici e le strategie per coltivarlo nella vita quotidiana. Cosa Significa Adattamento? Adattarsi significa essere in grado di modificare il proprio comportamento, pensiero e atteggiamento in risposta a situazioni nuove, difficili o impreviste. Questo processo non implica solo la resistenza passiva ai cambiamenti, ma anche l’abilità di evolvere e trovare nuove soluzioni quando le circostanze lo richiedono. In psicologia, l’adattamento è spesso associato alla capacità di regolare le proprie emozioni e di mantenere una visione positiva anche nei momenti di difficoltà.Un classico esempio di adattamento è rappresentato dalle persone che affrontano importanti cambiamenti nella vita, come il trasferimento in una nuova città, un cambiamento di lavoro o una malattia. Alcuni individui riescono a superare queste transizioni in modo fluido, mentre altri potrebbero lottare con ansia, depressione o sentimenti di inadeguatezza. La differenza risiede spesso nella capacità di adattarsi alle nuove circostanze, un’abilità che si sviluppa attraverso una combinazione di fattori genetici, esperienze personali e strategie apprese. I Benefici dell’Adattamento La capacità di adattamento ha effetti positivi non solo sul benessere emotivo, ma anche sulla salute fisica e sulla qualità delle relazioni interpersonali. Tra i principali benefici troviamo: Resilienza allo Stress: Le persone che si adattano meglio alle situazioni stressanti tendono a soffrire meno di disturbi legati allo stress, come ansia o depressione. Sono in grado di affrontare le avversità con una maggiore calma e di trovare soluzioni alternative, riducendo l’impatto negativo di situazioni difficili. Maggiore Autostima: Quando siamo in grado di adattarci efficacemente, aumenta la nostra percezione di competenza e controllo. Ci sentiamo più sicuri delle nostre capacità di affrontare qualsiasi cosa la vita ci metta davanti, rafforzando così la nostra autostima. Relazioni Più Soddisfacenti: L’adattamento ci aiuta anche a gestire i cambiamenti nelle dinamiche relazionali, come una rottura o un conflitto. Le persone flessibili tendono a essere più empatiche e aperte ai bisogni altrui, facilitando una comunicazione più efficace e relazioni più armoniose. Crescita Personale: Affrontare nuove sfide ci costringe a uscire dalla nostra zona di comfort e ad esplorare nuove opportunità di crescita. Ogni esperienza di adattamento ci insegna qualcosa su noi stessi, aiutandoci a evolvere come individui. Le Strategie per Sviluppare la Capacità di Adattamento Anche se alcune persone sembrano naturalmente più flessibili di altre, l’adattamento è un’abilità che può essere coltivata e migliorata con il tempo. Ecco alcune strategie che possono aiutare a sviluppare la capacità di adattarsi in modo più efficace: Accettare il Cambiamento: Il primo passo per adattarsi è accettare che il cambiamento è una parte inevitabile della vita. Resistere al cambiamento può causare stress e frustrazione, mentre accettarlo come una realtà può aiutare a trovare modi più creativi per affrontare le sfide. Coltivare la Flessibilità Mentale: Essere mentalmente flessibili significa essere aperti a nuovi modi di pensare e di agire. Invece di rimanere bloccati in un’unica prospettiva, prova a esplorare diverse opzioni e soluzioni. Questo può aiutarti a trovare approcci innovativi ai problemi. Mantenere una Prospettiva Positiva: Durante i momenti di cambiamento, è facile concentrarsi sugli aspetti negativi o sulle difficoltà. Tuttavia, sviluppare una mentalità orientata alla crescita e cercare il lato positivo delle situazioni può ridurre l’ansia e aumentare la motivazione. Imparare dall’Esperienza: Ogni volta che affrontiamo una nuova sfida, impariamo qualcosa di prezioso. Riflettere sulle esperienze passate e trarre insegnamenti da esse ci rende più preparati per affrontare i futuri cambiamenti. Costruire una Rete di Supporto: Avere una rete di persone fidate su cui fare affidamento può essere estremamente utile nei momenti di cambiamento. Parlare con amici, familiari o colleghi può offrire nuove prospettive e incoraggiamento. Prendersi Cura di Sé Stessi: Lo stress del cambiamento può influire sia sulla salute mentale che su quella fisica. Assicurarsi di prendersi cura di sé stessi, attraverso una dieta equilibrata, esercizio fisico regolare e tecniche di rilassamento, è fondamentale per mantenere la resilienza. Conclusione La capacità di adattamento è una competenza fondamentale per navigare le complessità della vita moderna. Mentre il cambiamento è inevitabile, la nostra reazione ad esso può fare la differenza tra il sentirsi sopraffatti o rinvigoriti. Imparare ad adattarsi non significa rinunciare ai propri obiettivi o valori, ma piuttosto trovare modi nuovi e creativi per raggiungerli. Essere adattabili ci consente di affrontare le sfide con maggiore serenità, di crescere come individui e di costruire una vita più soddisfacente e appagante.In ultima analisi, la capacità di adattamento non è solo una questione di sopravvivenza psicologica, ma una via per il vero benessere. Sviluppare questa abilità ci permette di affrontare la vita con coraggio, ottimismo e resilienza, rendendoci più preparati ad affrontare tutto ciò che ci riserva il futuro. Bibliografia Bonanno, G. A. (2004). “Loss, trauma, and human resilience: Have we underestimated thecity to thrive after extremely aversive events?” American Psychologist, 59(1), 20–28. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, appraisal, and coping. Springer. Carver, C. S. (1997). “You want to measure coping but your protocol’s too long: Consider the brief COPE.” International Journal of Behavioral Medicine, 4(1), 92-100. Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. W.H. Freeman. Reivich, K., & Shatté, A. (2002). The resilience factor: 7 keys to finding your inner strength and overcoming life’s hurdles. Broadway Books. Judge, T. A., & Kammeyer-Mueller, J. D. (2012). “Job attitudes.” Annual Review of Psychology, 63, 341-367. Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (1999). Acceptance and commitment therapy: An experiential approach to behavior change. Guilford Press.

La caffeina questa sconosciuta

di Veronica Sarno La caffeina è la sostanza psicoattiva maggiormente diffusa al mondo, infatti, ben l’80% della popolazione mondiale ne fa uso, di cui il 25% ha una diagnosi di disturbo mentale, è significativo che “molte persone diagnosticate come malati mentali sono in realtà coloro che soffrono di avvelenamento da caffeina” (1). La caffeina è contenuta in dosi cospicue nel caffè, ed in dosi minori in Energy Drink e bevande gassate, consumate anche dai giovanissimi, La caffeina agisce sul sistema nervoso centrale, essa è in grado di penetrare la barriera emato-encefalica, che serve a garantire l’omeostasi cerebrale, penetrata questa barriera va ad incidere su comportamenti e pensieri della persona che ne fa uso, anche a livelli preoccupanti. “A riguardo del funzionamento della caffeina sul nostro sistema nervoso è bene sapere che: un segno della attività dei neuroni del cervello è la produzione di adenosina, i cui livelli sono costantemente monitorati attraverso i recettori del sistema nervoso. Di solito, quando i livelli di adenosina nel cervello e nel midollo spinale raggiungono certi valori, il corpo ci spinge verso il sonno, o perlomeno, ci consiglia di “rallentare”, mentre la caffeina fa accelerare l’organismo. La caffeina agisce sul sistema nervoso proprio perché simula l’adenosina, viene cioè scambiata per adenosina dal nostro organismo. I 90/100 mg contenuti in un caffè puntano dritto verso i recettori dell’adenosina, e, a causa del l a somiglianza con quest’ultima, entra nei recettori. Con i recettori bloccati, gli stimolanti del cervello, la dopamina e il glutammato, possono svolgere il loro lavoro più liberamente. In poche parole, la caffeina si limita a bloccare il principale “freno” del cervello. La caffeina è un modo per impedire al cervello di rallentare. Tuttavia, più assumiamo caffeina, più il nostro corpo aumenta il livello di tolleranza, così, per ricevere lo stesso stimolo del primo sorso di caffè ci serve una quantità maggiore di sostanza, creando un meccanismo di dipendenza dalla caffeina. Come si sviluppa il livello di tolleranza? Molti studi suggeriscono che, esattamente come nella dipendenza dalle droghe, il cervello prova a tornare alle funzioni normali mentre è “sotto l’attacco” della caffeina creando più recettori dell’adenosina. Ma è anche dimostrato che assumere regolarmente caffeina diminuisce il numero di recettori per la noradrenalina, un ormone simile all’adrenalina, e insieme alla serotonina, un potenziatore dell’umore. Quando dal “consumo” si passa all’ “abuso” è possibile che si instauri una vera e propria dipendenza da caffeina, caratterizzata dai sintomi psichici e fisiologici descritti per le altre dipendenze (tolleranza, craving, assuefazione…). Con un uso limitato a due/tre tazzine di caffè al giorno non si ha un quadro sintomatologico patologico, ma si possono avere effetti psico-fisici positivi (attivazione mentale, attenzione, memoria, concentrazione…). Quando però vi è un uso ripetuto, prolungato e quantitativamente eccessivo, possono verificarsi più o meno gravi conseguenze sulle sfere vitali della persona, come quella sociale, lavorativa, affettiva, familiare. Ciò accade perché quando viene a mancare la dose specifica di caffeina l’individuo inizia a sperimentare emicrania, dolori muscolari, sonnolenza, difficoltà di concentrazione, irritabilità ed affaticamento (una vera e propria sindrome di astinenza). L a sperimentazione dei suddetti sintomi sospinge l’individuo a consumare nuovamente bevande a base di caffeina, in un ciclo sempre più chiuso e dannoso. Al crescere delle dosi si possono esperimentare ulteriori sintomi come ansia, flessione del tono dell’umore, disturbi del sonno, confusione mentale e suscettibilità. A livello fisico possono manifestarsi disidratazione, cefalea, squilibri pressori, tachicardia, nausea, vomito, tensione muscolare, disturbi gastrici e spossatezza. Gli effetti della dipendenza da caffeina possono anche essere più gravi, laddove il consumo di caffeina si leghi al consumo di altre sostanze psico-attive, come ad esempio l’alcol.” (2). La caffeina è una molecola liposolubile dalle minute dimensioni, simile all’alcol, alla nicotina e ad alcuni antidepressivi. La scarsa consapevolezza di sé può essere una conseguenza di un cervello tossico. Le azioni che la caffeina svolge sul sistema nervoso centrale sono mediate dall’antagonismo dei recettori adenosinici con derivata modulazione dell’attività dopaminergica, questo spiega la ricerca di caffè da parte dei pazienti depressi , come a u t o medicamento; in realtà i dati indicano che il consumo di caffè peggiori i disturbi dell’umore, Rusconi (2014) per la rivista di psichiatria, ha effettuato una ricerca bibliografica su Medline/PubMed e PsychINFO con le seguenti parole chiave “coffee AND major depression”, “coffe AND dysthymia”, sono stati selezionati gli studi in lingua inglese e condotti esclusivamente sull’uomo. Le donne in depressione post-partum che assumono caffeina peggiorano la loro situazione depressiva e presentano spesso co-morbilità con attacchi di panico. L’assunzione di alte dosi di caffeina può indurre disregolazione dell’equilibrio timico, deteriorare i ritmi circadiani e i sintomi d’ansia e favorire stati affettivi alterati. Studiosi dell’università di Ann Arbor del Michigan di, Greden e Fontaine (2020), hanno potuto constatare che molti dei ricoverati in ospedale con sindrome depressiva ansiosa risultava essere consumatore abituale di 7/8 tazzine di caffè di caffè al giorno, ingerendo fra i 250g fino a i 750g e spesso l i associavano anche ad alcool e fumo, il tutto associato al consumo d i tranquillanti prescritti, contro la sonnolenza prodotta da tali farmaci, i depressi iniziavano ad assumere caffè, ma in realtà più utilizzavano la caffeina e più si sentivano stanchi. Questi studiosi suggeriscono di andare sempre ad indagare i sintomi del caffeinismo nei depressi. Alcuni studi hanno confermato che buona parte delle persone che soffrono di depressione assumono caffeina, che va a peggiorare le loro condizioni, anche perché l’assunzione di bevande che contengono caffeina o caffè, non solo può rendere difficile l’addormentamento, ma anche influire sulla capacità di restare addormentati, questo potrebbe accadere poiché l’organismo potrebbe star tentando di elaborare ancora tutta la caffeina assunta nella giornata. Il neuroscienziato M. Walker (2020), spiega che il 25% della caffeina contenuta in un espresso consumato a pranzo, è ancora in circolo nel cervello quando si va a letto a mezzanotte, per cui ci si riposa male, ci si alza spossati e allora si corre ai ripari, bevendo un caffè per compensare, entrando in un pericoloso circolo vizioso. La caffeina interferisce quindi anche con i cicli di

La CAA come strumento nei disturbi dello spettro autistico

La difficoltà ad utilizzare il linguaggio verbale, caratteristica dei Disturbi dello Spettro Autistico, costituisce un grave limite per l’integrazione sociale e scolastica. Una soluzione è rappresentata dalla Comunicazione Aumentativa e Alternativa, ovvero un sistema che utilizza scrittura, simboli, immagini, strumenti, dispositivi o gesti per “compensare” le difficoltà di comunicazione. L’uso di modalità visive di comunicazione dovrebbe essere centrale negli interventi per le persone con autismo in quanto lavora su un unico canale e favorisce gli apprendimenti. Cosa si intende per CAA? Nella comunicazione aumentativa e alternativa le modalità di comunicazione utilizzate sono tese non a sostituire ma ad accrescere la comunicazione naturale. Nella comunicazione alternativa i sistemi utilizzati (segni, immagini, disegni) costituiscono «un’alternativa» vera e propria al linguaggio verbale. Nello sviluppo tipico, il bambino apprende la natura della comunicazione già a 6 mesi di età quando hanno inizio le interazioni con la madre e il padre. Queste routine non comprendono ancora parole, ma un approccio in cui egli ottiene l’attenzione del genitore, attraverso vocalizzazioni, lallazioni o indicazioni. Poiché l’interazione coinvolge eventi piacevoli per il piccolo, sono cioè dei “rinforzatori”, è probabile che il bambino ripeta il comportamento. Il bambino, dunque, apprende che le azioni che mette in atto producono un risultato desiderato attraverso la mediazione di un adulto. L’azione che il bambino attua è quindi “sotto il controllo” di stimoli ambientali. Poiché i bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico non apprendono a comunicare nelle situazioni naturali, è necessario costruire un ambiente di apprendimento nel quale si aumentino le probabilità di una comunicazione funzionale, utilizzando strumenti di supporto. I sistemi CAA si basano sull’utilizzo di strategie che “supportano” le persone con disabilità comunicative, affinché possano comunicare spontaneamente e in autonomia i propri bisogni; fare delle scelte; interagire con l’ambiente circostante in maniera appropriata e funzionale, riducendo, laddove si manifestano, i comportamenti problematici, l’aggressività e gli eccessi di rabbia. Quali sono i sistemi di supporto a bambini con difficoltà comunicative? I sistemi che supportano l’esigenza della persona con disabilità di comunicare attraverso dispositivi esterni vengono definiti come strumenti di compensazione e sono utili affinchè il bambino sviluppi un sistema comunicativo tale da permettergli di esser compreso non solo dalle figure significative. Un esempio è il sistema PECS (Picture Exchange Communication System), basato su un complesso di immagini; altro esempio è costituito dal LIAR un software che favorisce lo scambio di messaggi attraverso la selezione di una serie di pittogrammi con sintesi vocale in lingua italiana. I soggetti con disturbo dello spettro autistico presentano spesso delle spiccate abilità di elaborazione visiva e per questo motivo la CAA può essere di valido aiuto, in quanto essa sfrutta stimoli che vengono elaborati più facilmente rispetto a quelli verbali. Un altro aspetto a favore di questo abbinamento riguarda l’ansia e l’interazione sociale stessa. Poiché i bambini non possiedono mezzi per interagire funzionalmente, sviluppano relazioni ansiogene. La CAA facilita lo sviluppo del bambino e il superamento di queste difficoltà dal momento che essa funge da interfaccia con il partner comunicativo riducendo il disagio che può derivare dall’interazione stessa. Altri metodi di comunicazione Tra i metodi di comunicazione aumentativa alternativa, vi è anche il linguaggio dei segni che permette di comunicare senza utilizzare la voce: non è un linguaggio mimico, ma possiede una grammatica e una sintassi con regole precise che possono variare da una lingua dei segni all’altra. Esistono infatti diverse lingue dei segni in base alla nazione in cui viene utilizzata. La lingua dei segni italiana (LIS), viene principalmente usata per le persone sordo-mute, ma può essere estesa ad altri disturbi che comportano difficoltà nella comunicazione. Tali difficoltà comunicative ostacolano un’adeguata interazione e conduce all’emissione di comportamenti disfunzionali a causa del sentimento di incomprensione che i bambini possono provare. Questo linguaggio sfrutta il canale visivo-gestuale, infatti mentre gli occhi ascoltano, le mani parlano.

La buioterapia: curare attraverso il buio

La Buioterapia  è una innovativa modalità terapeutica che utilizza il buio, la musica e la pratica psicoterapeutica sistemico relazionale come strumento per la conoscenza e la cura del sé. Questa modalità terapeutica riesce a predisporre la persona al cambiamento. In particolare modo sembra essere efficace nel promuoverne il benessere psicofisico. In cosa consiste? La buioterapia è una pratica che si basa sull’esposizione controllata dell’oscurità per periodi di tempo stabiliti. Il focus principale è sul mio, in quanto capace di aiutare il corpo e la mente a raggiungere uno stato di profondo rilassamento. Si basa su esperienze guidate di “full immersion” nell’oscurità e viene condotta in ambienti per l’appunto privi di luce. In tali spazi, tutti gli stimoli esterni devono essere eliminati per garantire la possibilità ai partecipanti di: praticare la mindfulness: per approfondire la connessione con sé stessi. riflettere nel silenzio: al fine di cogliere l’esperienza sensoriale. praticare una sorta di isolamento visivo: attivando la respirazione profonda che “calma” corpo e mente. Esistono programmi che prevedono ritiri di più giorni che garantiscono una maggiore introspezione e di conseguenza conducono ad una stato di consapevolezza superiore. Altri invece possono essere strutturati diversamente e durare solo poche ore. Cosa ci dicono gli esperti? La ricerca sulla buioterapia è ancora agli albori, ma gli studi sul sonno supportano l’importanza del buio. Essa, infatti, è vista come una modalità del tutto innovativa per connettersi con il proprio mondo interiore e per prestare attenzione a quegli “elementi del sé” a cui non si dona molta luce. Essendo una pratica nuova non ha ancora ottenuto un consenso unanime, ma molti esperti in psicologia e neuroscienze ammettono benefici dell’oscurità sulla salute mentale. Nello specifico è utile per: La regolazione del ritmo circadiano: gli esperti ritengono che l’esposizione al buio consente di regolare i ritmi sonno-veglia La riduzione dello stress: molti psicologi spiegano che il buio può ridurre il sovraccarico emotivo. La salute mentale: attraverso tecniche di minfulness, il buio favorisce ai pazienti la possibilità di connettersi con le proprie emozioni più profonde. La stimolazione della creatività: la mente, quando entra in uno stato di ritiro può dedicarsi all’elaborazione di idee nuove ed in linea con implicazioni creative. Come si struttura l’intervento? Il modello di intervento prevede la possibilità di utilizzare la Buioterapia sia in un percorso individuale, che di coppia, di gruppo o familiare. Ognuno di questi presuppone una motivazione diversa della persona o delle persone che si accostano a tale esperienza, ma l’idea comune a tutte le modalità è proporre un lavoro di conoscenza profonda delle proprie emozioni. La persona, immersa nel buio potrà senz’altro contare sull’apporto di un “altro” da sé col quale interagire e con il quale si appresta a trasformare. La coppia che vive un momento di difficoltà, di solitudine, di crisi nel vivere l’esperienza insieme può ritrovare il senso del proprio amore originario, dare un nuovo senso al presente per progettare un futuro più luminoso. Sostare insieme al buio può riattivare quella complicità e quella intimità sulle quali fondare una relazione d’amore di coppia o sulla quale immaginare un’altra scelta di vita. Il gruppo è una dimensione molto particolare, quello che si crea tra le persone accomunate dalla stessa esperienza e, nello specifico di questi incontri, quello che avviene al buio tra più persone che non possono conoscersi attraverso gli occhi, è qualcosa di molto arricchente per i singoli, per i conduttori, e per il gruppo in sè. Quello che permette tutto questo è il senso di appartenenza al gruppo e la creazione di una specie di “mente gruppale” che agisce per la crescita di ogni membro. La famiglia è come un gruppo tenuto insieme dall’appartenere alla stessa storia e dall’avere una pregressa intimità che rende unica la loro relazione. Insieme si può percorrere un viaggio di discesa nella profondità della propria storia per permettere ai singoli di non vivere la famiglia come una prigione, ma di sentirne l’appartenenza. Conclusioni Studi recenti dimostrano che tale tecnica è ancora preliminare e necessita di ulteriori studi affinché si possano confermare i suoi benefici. In tal senso, infatti, la buiotrapia, intesa come pratica strutturata, è ancora in fase di sviluppo e necessita di ulteriori studi per confermare appieno i suoi benefici.

la “Sindrome dell’Impostore” amplificata dai social networks

sindrome impostore social networks

Poco tempo fa Chiara Ferragni ha dichiarato di aver sofferto di “Sindrome dell’impostore”: viveva la costante sensazione di non meritare il proprio successo. Da Einstein a Meryl Streep, sono tanti i personaggi illustri che hanno sperimentato questa esperienza. Secondo la ricerca condotta dalla Dott.ssa Pauline Clance, che per prima ha teorizzato la “sindrome dell’impostore”, quasi il 70% della popolazione ha sperimentato questa percezione. Il termine “Sindrome dell’impostore” fu coniato nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, nell’ambito di uno studio condotto su 150 donne, brillanti professioniste, incapaci di riconoscere e vivere con soddisfazione i risultati raggiunti. Il soggetto colpito dalla sindrome sperimenta una forte insicurezza che lo porta a dubitare di aver meritato i propri successi personali e professionali e ad attribuirli sempre a cause esterne. Il profilo dell’impostore “L’impostore” mostra una correlazione con bassi livelli di autostima, scarsa fiducia in se stesso, tendenza al perfezionismo e al continuo confronto con gli altri. La sindrome dell’impostore sui social networks Abbiamo già parlato di “identità digitale” e di quanto sia difficile gestire la propria immagine virtuale quando prende il sopravvento. In una società così egocentrica anche i piccoli traguardi si celebrano in modo eclatante. I social networks diventano una vetrina per affermare se stessi e ammirare/invidiare i successi degli altri. La continua ricerca della perfezione e il costante confronto con gli altri alimentano l’insicurezza e la paura di fallire e di essere smascherati, giudicati. Per combattere o prevenire la Sindrome dell’Impostore, è necessario lavorare sulla propria autostima, sin dall’infanzia. A questo percorso finalizzato ad una profonda consapevolezza emotiva, si affianca l’educazione digitale per un corretto utilizzo dei social networks in qualità di strumenti di comunicazione al nostro servizio.

La “reflect on” e la gestione delle false credenze

Spesso le persone hanno false credenze, cioè idee o opinioni che pensano siano vere, anche se non ci sono prove che le supportano o sono smentite da fatti. Tutti, in un momento o nell’altro, possono credere a queste idee sbagliate. Il termine inglese “reflect on” significa “riflettere su” e prendere tempo per pensare, considerare e analizzare esperienze, idee o emozioni. Questo processo di riflessione è fondamentale per la crescita personale, poiché ci permette di esaminare le nostre convinzioni, decisioni e comportamenti. Un recente studio del California Institute of Technology ha rivelato che il cervello umano lavora a due velocità. La ricercatrice Maria Luisa Malosio dell’Istituto di neuroscienze del CNR spiega che il “cervello esterno” elabora segnali sensoriali e motori a un miliardo di bit al secondo. Invece, il “cervello interno” lavora molto più lentamente, a soli 10 bit al secondo, per pensare e prendere decisioni. Riflessione e gestione delle false credenze Vivere con false credenze è spesso il risultato di una mancanza di riflessione. Ad esempio, l’idea che “il successo è solo una questione di fortuna” è sbagliata poiché sminuisce il valore del lavoro duro, del tempo e degli sforzi, superando ostacoli e imparando dai propri errori. Inoltre, l’affermazione “le persone di una determinata etnia sono tutte uguali” è una generalizzazione troppo pericolosa che ignora la diversità e la differenza che esiste tra una persona e l’altra. Infine, credere che “non posso cambiare il mio destino” limita il potenziale umano. Le scelte quotidiane e la capacità di adattarsi influenzano il nostro futuro. Le decisioni che prendiamo ogni giorno e la nostra capacità di adattarci alle situazioni possono davvero influenzare il nostro futuro. È importante ricordare che abbiamo il potere di fare scelte che possono migliorare la nostra vita. Ogni piccolo passo che facciamo verso il cambiamento può avere un grande impatto. Purtroppo, ogni giorno ci troviamo a fare i conti con le complessità della vita, spesso influenzati da false credenze. Queste credenze sono come un mosaico, fatte di vari pezzi: la cultura in cui viviamo, le esperienze che abbiamo vissuto, quanto spesso vediamo certe cose accadere e le nostre opinioni personali. Tutti questi elementi si mescolano, creando convinzioni che, se non ci fermiamo a riflettere, possono farci vedere la realtà in modo distorto. È importante ricordare che non tutto ciò che crediamo è vero. Dobbiamo imparare a mettere in discussione le nostre idee e ad aprirci a nuove prospettive. Ad esempio, l’ espressione “non è tutto oro quello che luccica” ci insegna a non fidarci solo di ciò che vediamo. A volte, qualcosa che sembra bello all’esterno può avere dei difetti o dei problemi nascosti. Questo proverbio ci ricorda che non sempre ciò che pensiamo sia vero è realmente così.

La “malattia emotiva” come espressione del sistema familiare

La teoria familiare della “malattia emotiva” nasce nell’ambito della terapia familiare sistemica e propone una visione diversa rispetto ai modelli tradizionali che considerano i disturbi emotivi (come ansia, depressione o disturbi psicosomatici) come problemi esclusivamente individuali. Secondo questa prospettiva, infatti, i sintomi emotivi non sono solo il frutto di disfunzioni “interne” alla persona, ma rappresentano l’espressione di difficoltà relazionali proprie del sistema familiare. Alla base di questa teoria c’è l’idea che la famiglia sia un sistema: un insieme di persone interconnesse, dove ciò che accade a un membro, in linea di massima, può avere effetti su tutti gli altri. Quando all’interno di una famiglia si verificano tensioni o squilibri, può accadere che un membro, spesso un figlio, manifesti un sintomo che, paradossalmente, ha la funzione di “mantenere” un certo equilibrio. In altre parole, il sintomo diventa un tentativo (per quanto disfunzionale) di ristabilire una forma di stabilità nel sistema familiare. Cosa accade nel sistema famiglia? Questi sintomi emotivi, come attacchi d’ansia, depressione o comportamenti disfunzionali, possono essere visti come una forma di comunicazione non verbale: esprimono conflitti, tensioni o emozioni non espresse apertamente tra i membri della famiglia. In questo senso, la malattia non è solo “dell’individuo”, ma “familiare”, perché nasce, si sviluppa e viene mantenuta dentro le dinamiche relazionali del nucleo familiare. Un altro aspetto centrale di questa teoria riguarda i ruoli che i membri della famiglia assumono. In contesti familiari problematici, capita spesso che si formino “triangolazioni”, cioè situazioni in cui un genitore coinvolge un figlio nei propri conflitti con l’altro genitore, caricandolo di responsabilità che non gli spettano. In questi casi, alcuni figli finiscono per diventare i “pacificatori” della coppia o, al contrario, si potrebbe evidenziare il cosiddetto “paziente designato”, ovvero colui che manifesta i sintomi per conto dell’intero sistema. Evidenze teoriche Tra i principali autori che hanno sviluppato queste idee annoveriamo Murray Bowen, il quale ha introdotto concetti come “differenziazione del sé” e “triangoli familiari”, utili a comprendere come i problemi emotivi si trasmettano da una generazione all’altra. Salvador Minuchin, invece, ha posto l’accento sulla struttura familiare e sull’importanza di confini chiari tra i ruoli. Dal punto di vista terapeutico, questa teoria porta a un cambiamento importante: l’obiettivo non è solo aiutare l’individuo che manifesta il sintomo, ma intervenire sull’intero sistema familiare e fronteggiare il “disagio” che sottende il sintomo, che sembra piuttosto essere solo la “punta dell’iceberg”. Il lavoro terapeutico mira a ristrutturare le relazioni, rendendole più funzionali, affinché ogni membro possa crescere in modo più sano, autonomo e consapevole e soprattutto aiutando i vari membri a comprendere tali dinamiche. In definitiva, la teoria familiare della malattia emotiva ci invita a spostare lo sguardo dal singolo individuo al contesto relazionale in cui è inserito. Inoltre, intervenire a livello sistemico significa aprire a nuove possibilità di dialogo, ridefinire i confini e favorire un ambiente più supportivo in cui ogni individuo possa crescere con maggiore libertà emotiva. Bibliografia Bowen, M. (2011). La Terapia familiare nella pratica clinica, Roma, Astrolabio. Minuchin, S. ( 1977). Famiglie e terapia della famiglia, Milano, Feltrinelli.

La valutazione del potenziale di apprendimento

Il cervello umano è un organo estremamente dinamico, soggetto a continui cambiamenti, un fenomeno noto come plasticità cerebrale. Questo concetto, sviluppato dal neuropsicologo Reuven Feuerstein, evidenzia che il cervello non è statico; al contrario, si evolve costantemente in risposta alle esperienze e agli stimoli esterni. Inoltre, la valutazione del potenziale di apprendimento è fondamentale, poiché la capacità di apprendere e adattarsi a nuove situazioni rappresenta una caratteristica essenziale del cervello. Questo ha, quindi, importanti implicazioni per l’educazione e lo sviluppo personale. Comprendere e sfruttare la plasticità cerebrale è fondamentale per valutare il potenziale di apprendimento e ottimizzare le strategie educative. Gli esseri umani possiedono una capacità unica di adattarsi e trasformare il proprio funzionamento cognitivo in risposta ai diversi stimoli ambientali. Tra gli strumenti disponibili per questa valutazione, l’LPAD si distingue come una risorsa utile per analizzare le capacità cognitive e promuovere l’apprendimento continuo. LPAD e la valutazione del potenziale di apprendimento La batteria LPAD (Learning Propensity Assessment Device) valuta il potenziale di apprendimento di una persona. Questa batteria di test è composta da varie sezioni che offrono opportunità per sviluppare competenze e comportamenti che l’individuo non ha ancora acquisito. L’obiettivo principale dell’LPAD è aiutare la persona ad adattarsi meglio, esponendola a stimoli che possono migliorare il linguaggio, il pensiero simbolico, la memoria, le associazioni, le emozioni e le relazioni. Questo strumento si concentra sul potenziale di apprendimento e sullo sviluppo dell’individuo, piuttosto che sulle abilità attuali, seguendo il principio della zona di sviluppo prossimale (ZPD) di Lev Vygotsky. Inoltre, l’LPAD è utile per monitorare i progressi nell’apprendimento, identificando i punti di forza e le aree da migliorare per ogni studente. In questo modo, facilita la creazione di interventi educativi personalizzati che trasformano ogni sfida in un’opportunità di apprendimento e sviluppo.

L’uso degli psichedelici in terapia

L’uso degli psichedelici per uso ricreativo si è diffuso negli anni 60 con un movimento di liberazione giovanile e come modalità di rottura verso una generazione. Esiste tuttavia da qualche tempo un’attenzione verso l’uso di queste sostanze anche da un punto di vista ‘terapeutico’ e potremmo guardare con una certa curiosità come si sta muovendo una certa ricerca in merito al loro utilizzo. Infatti gli psichedelici sono agenti psicoattivi utilizzati da migliaia di anni per generare cambiamenti percettivi e stati alterati di coscienza (Hoffmann, 1980). A partire dal 2010, si stima che più di 30 milioni di individui abbiano ingerito psichedelici negli Stati Uniti (Krebs & Johansen, 2013). Nelle prime ricerche sulla salute mentale legata a psicoterapia con psichedelici, i ricercatori hanno condotto molte ricerche che hanno ottenuto risultati favorevoli (Grinspoon & Bakalar, 1979; Krebs & Johansen, 2012; Rucker, Iliff, & Nutt, 2018). Negli anni ’60 esisteva una ‘psicoterapia psichedelica’ che era arrivata alle porte della medicina tradizionale. Ciononostante, molte delle prime ricerche erano inficiate da difetti metodologici e le preoccupazioni riguardavano questioni etiche, poiché i regolamenti per la conduzione di ricerche con soggetti umani non erano così severi come quelli imposti oggi. Questa prima ondata di ricerca psichedelica fu quindi accolta con un contraccolpo politico, la ricerca e le applicazioni cliniche furono fermate e soppresse, per la maggior parte, interrompendo ulteriori indagini e valutazioni fino agli anni ’90. A partire da dagli anni ‘90 molti studi ben progettati, eticamente responsabili e rigorosi hanno contribuito al rinnovato interesse per gli psichedelici e alla rivitalizzazione della terapia psichedelica (Carhart-Harris & Goodwin, 2017). Ancora, per decenni, sono state espresse preoccupazioni riguardo alla potenziale associazione tra l’uso di psichedelici e l’aumento dei tassi di malattia mentale. In risposta a ciò, due studi su larga scala di oltre 130.000 partecipanti hanno affrontato queste preoccupazioni e non hanno rivelato relazioni significative tra l’uso di psichedelici nel corso della vita e l’aumento dei problemi di salute mentale. In alcuni casi, l’uso di psichedelici è stato associato a meno problemi di salute mentale (Johansen & Krebs, 2015; Krebs & Johansen, 2013). Studi recenti di psicoterapia assistita da psichedelici hanno documentato l’alleviamento di sintomi, tra cui l’ansia (dos Santos, Osório, Crippa, Bouso, & Hallak, 2018), la depressione (Reiche et al., 2018), il disturbo da stress post-traumatico (PTSD; Sessa, Higbed, & Nutt, 2019) e la dipendenza (Winkelman, 2014). Gli psichedelici agirebbero in modo tale da alterare potenzialmente la coscienza in modo tale da fornire un’esperienza di guarigione più profonda durante le sessioni di psicoterapia rispetto agli interventi attuati durante gli stati ordinari di coscienza (Belser et al, 2017; Bogenschutz et al., 2018; Mithoefer et al., 2018; Mithoefer, Wagner, Mithoefer, Jerome, & Doblin, 2011; Nielson, May, Forcehimes, & Bogenschutz, 2018; Noorani, Garcia-Romeu, Swift, Griffiths, & Johnson, 2018; Swift et al., 2017; Wagner et al., 2017). In particolare questo accadrebbe perché gli psichedelici sono spesso associati a un’esperienza soggettiva di dissoluzione dell’ego, segnata da una disintegrazione del senso dell’identità o del sé (Letheby & Gerrans, 2017). Questo può facilitare una prospettiva più oggettiva e quindi modificare modelli disadattivi di comportamento, pensieri ed emozioni (Swanson, 2018). Pertanto, la dissoluzione dell’ego sembrerebbe migliorare i pensieri e i comportamenti disadattivi Gli strumenti di neuroimaging, che sono entrati in ampio uso durante la recente ondata di ricerca psichedelica, hanno contribuito e facilitato l’indagine dei meccanismi neurobiologici degli psichedelici in un modo non raggiungibile nelle epoche precedenti della ricerca psichedelica. Le droghe psichedeliche perturbano le reti e i processi cerebrali che normalmente vincolano i sistemi neurali centrali per la percezione, l’emozione, la cognizione e il senso di sé o ego (Swanson, 2018), e i dati di neuroimaging sostengono la tesi che la dissoluzione dell’ego agisce come un passaggio per o precede il beneficio terapeutico di alcune esperienze psichedeliche. Le ricerche sono ancora in corso e altri sviluppi si prospettano in tal senso.