L’inganno del tempo

Cenni di fenomenologia, psicoterapia della Gestalt e Analisi Transazionale “Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più”. Da questa riflessione di S. Agostino si evince l’impossibilità per l’essere umano di definire il tempo, la cui realtà risiede nella continuità interiore della coscienza. Il pensiero agostiniano traccia una netta demarcazione tra il tempo dell’orologio del mondo esterno e il tempo vissuto del mondo interno. Mentre le lancette separano i momenti dell’esistenza (tempo dal greco ‘temneim’ significa per l’appunto dividere, separare), l’anima per sua natura fluisce liberamente nello scorrere ininterrotto dell’esperienza e nell’unico tempo realmente esistente: il presente. Alterazioni del tempo vissuto Il tempo interiore è sempre intonato emotivamente, per cui assume in ogni momento ampiezza, densità e coloritura in relazione all’eccitazione e allo stato d’animo che si sta vivendo. Se per qualche ragione il flusso spontaneo dell’energia vitale viene inibito, il ciclo naturale dell’esperienza si interrompe e l’accumulo di tensione psichica che si crea può sfociare in forme di disagio e disarticolazioni temporali. Il tempo può rallentare o accelerare, arrivare a coagularsi e immobilizzarsi in stati di passività oppure intraprendere una frenetica e inefficace corsa in cui ogni cosa sembra sfuggire. In questo scenario si collocano le esperienze depressive e ansiose. Nelle prime, vi è un passato che ristagna nel presente oscurato dai ricordi e un eclissarsi della speranza che spegne il futuro. Nelle seconde, le tre dimensioni temporali – passato, presente e futuro – coesistono in una vorticosa anticipazione di eventi, perlopiù negativa e drammatica, in cui vi è una certa rigidità dovuta al riproporsi del passato e dei suoi aspetti fissi. L’evitamento del presente Ogni individuo, in quanto organismo completo e capace di adattarsi all’ambiente, possiede tutte le risorse per affrontare il presente, rispondere ai propri bisogni e autorealizzarsi. Tuttavia, in assenza dello sviluppo di una adeguata autonomia, il processo di autoregolazione organismica può bloccarsi a causa di meccanismi che intervengono per interrompere il contatto e impedire l’esperienza. Tali meccanismi, se da un lato svolgono una funzione difensiva dall’altro determinano un evitamento della realtà che, nel tentativo di eludere la sofferenza naturale che fa parte della vita e i rischi emotivi che la crescita e il cambiamento comportano, diventa responsabile dell’insorgere del malessere. Chi evita il contatto può rifugiarsi in una realtà falsamente presente. Nei ricordi di un passato mantenuto vivo anche se di fatto non esiste più, oppure nelle fantasie, salvifiche o catastrofiche, su un futuro che viene anticipato e vissuto come già conosciuto. Quando le capacità adulte sono disattivate, il ricorso a modalità arcaiche rivelatesi efficaci in epoche precedenti, che offrono una protezione solo illusoria di fronte alle difficoltà della vita, lascia i bisogni del presente insoddisfatti, generando frustrazione e senso di impotenza. La psicoterapia: emozioni, qui e ora, autonomia La psicoterapia è il luogo in cui i vissuti vengono riconosciuti, espressi e integrati. Mentre la cultura occidentale, nel valorizzare le qualità della ragione e del fare a scapito del sentire, con l’idea che il mondo e gli spazi vuoti debbano essere riempiti, crea la strada per le interruzioni del contatto e l’esclusione degli aspetti di sé indesiderati, la terapia sostiene la consapevolezza dell’esperienza e la sua naturale continuità. La sofferenza, la paura della morte e l’angoscia esistenziale, che quanto più sono temute e negate tanto più trattengono l’energia vitale e lacerano l’esistenza, possono essere accolte, rivelate, e infine, tollerate internamente. La noia può essere sperimentata nella sua assenza di struttura e il nulla, spogliato dell’aspettativa che debba essere qualcosa, si trasforma nel vuoto fertile da cui nasce il nuovo. Il terapeuta invita la persona ad abbandonare gli evitamenti, gli attaccamenti al passato e le anticipazioni del futuro e a stare nel qui e ora. Dando il permesso a sentire e accogliere ogni parte di sé senza giudizio, sostiene e guida la persona ad essere ciò che è e ad accettare la realtà per quella che è. L’accompagna a divenire consapevole delle modalità infantili, manipolative e dipendenti che mette in atto, deresponsabilizzandosi, e dei messaggi genitoriali introiettati cui resta fedele, nonostante limitino la sua espressività e autonomia. Il processo terapeutico mira a liberare il presente dai condizionamenti copionali che imprigionano nella ripetizione degli schemi antichi e nelle impasse dei conflitti, tra il sentire che reclama attenzione e soddisfacimento da una parte e gli impedimenti interni all’espressione di sé e alla gratificazione dei bisogni dall’altra. Quando il passato può essere storicizzato e il futuro vissuto come dimensione aperta al possibile, la persona può disporre delle sue risorse per rispondere in modo coerente al qui e ora della realtà interna ed esterna che vive e realizzare pienamente sé stessa.
L’influenza della percezione di sé sulla salute mentale: come la visione di noi stessi modella il nostro benessere

La percezione che abbiamo di noi stessi gioca un ruolo fondamentale nella nostra vita quotidiana e nel nostro benessere psicologico. Come ci vediamo, come ci giudichiamo e come valutiamo il nostro valore influenzano profondamente le nostre emozioni, le relazioni e le nostre decisioni. In questo articolo, esploreremo come la percezione di sé impatta la salute mentale, quali sono le sue radici e come possiamo migliorare la nostra autopercezione per promuovere una vita più sana e soddisfacente. Cos’è la percezione di sé? La percezione di sé si riferisce al modo in cui vediamo noi stessi, come ci definisco e come interpretiamo il nostro valore. Include la consapevolezza dei nostri punti di forza e debolezza, dei successi e degli insuccessi, nonché delle nostre emozioni e comportamenti. La percezione di sé non è sempre oggettiva, ma spesso è modellata da esperienze passate, feedback sociali e convinzioni culturali, e può variare enormemente da persona a persona. La relazione tra percezione di sé e salute mentale1. Autostima e autocriticaLa nostra autopercezione influisce direttamente sulla nostra autostima. Se vediamo noi stessi in modo negativo o crediamo di non essere abbastanza bravi, potremmo soffrire di bassa autostima, che può portare a ansia, depressione e sentimenti di inadeguatezza. Al contrario, un’immagine di sé positiva e sana favorisce una buona autostima, contribuendo a una mente più equilibrata e ottimista.2. Rendimento e successoLa percezione che abbiamo delle nostre capacità e del nostro valore influisce sulle nostre aspettative di successo. Se ci vediamo come capaci e degni, è più probabile che intraprendiamo sfide con maggiore fiducia e perseveranza. Una visione distorta o negativa di sé, invece, può generare dubbi, paura del fallimento e rinuncia precoce, ostacolando la realizzazione dei propri obiettivi.3. Relazioni interpersonaliLa percezione che abbiamo di noi stessi influisce anche sulle relazioni con gli altri. Se abbiamo una buona percezione di sé, siamo più propensi a stabilire relazioni sane, basate sul rispetto e sull’empatia. Se, invece, ci vediamo come insufficienti o non degni di amore, potremmo avere difficoltà a instaurare legami profondi o potremmo attirare persone che non rispettano i nostri bisogni emotivi.4. Gestione dello stress e resilienzaLa percezione di sé influisce anche sulla nostra capacità di gestire lo stress e le difficoltà. Le persone con una visione positiva di sé tendono a essere più resilienti, affrontando le sfide con una maggiore capacità di adattamento. Coloro che hanno una percezione negativa di sé, invece, potrebbero essere più vulnerabili allo stress e alla ruminazione, incapaci di gestire le avversità con equilibrio. Le cause di una percezione di sé distorta1. Esperienze infantiliLe prime esperienze di vita, in particolare quelle legate ai genitori e alla famiglia, influenzano profondamente la nostra autopercezione. Critiche costanti, mancanza di affetto o esperienze traumatiche possono portare a una visione distorta e negativa di sé.2. Confronto socialeIn un mondo sempre più digitalizzato, il confronto con gli altri è inevitabile. I social media, in particolare, amplificano la tendenza a confrontarsi, portando a sentirsi inferiori o non all’altezza. Le aspettative irrealistiche che derivano dal confronto sociale possono minare la nostra autopercezione e alimentare insicurezze.3. Cultura e stereotipi socialiLa cultura in cui viviamo gioca un ruolo determinante nella nostra percezione di noi stessi. I canoni estetici, i ruoli di genere e le aspettative sociali possono creare pressioni che influenzano il nostro modo di vedere il nostro corpo, le nostre capacità e il nostro valore.4. Esperienze di fallimento o criticheLe esperienze negative, come il fallimento in un’area importante della vita (ad esempio nel lavoro, nelle relazioni o negli studi), possono alterare la nostra visione di noi stessi. Le critiche e la sensazione di non essere riusciti a raggiungere gli standard che ci siamo posti o che gli altri si aspettano da noi possono creare una visione distorta e insoddisfacente del nostro valore. Come migliorare la percezione di sé1. Sfida i pensieri negativiUn passo fondamentale per migliorare la percezione di sé è imparare a riconoscere e sfidare i pensieri negativi e autocritici. Spesso, siamo i nostri critici più severi. Esercitarsi a identificare i pensieri irrealistici e sostituirli con affermazioni più equilibrate e gentili può ridurre il carico emotivo negativo.2. Accetta l’imperfezioneNessuno è perfetto, e accettare le proprie imperfezioni è fondamentale per sviluppare una visione sana di sé. Imparare a vedere gli errori come opportunità di crescita piuttosto che come fallimenti può contribuire a una visione più positiva di sé.3. Coltiva la gratitudinePraticare la gratitudine ci aiuta a focalizzarci sugli aspetti positivi della nostra vita, compreso il nostro valore personale. Scrivere ogni giorno le cose per cui siamo grati può cambiare il nostro focus, spostandolo da ciò che ci manca a ciò che abbiamo e apprezziamo.4. Riconosci i successiSpesso, tendiamo a minimizzare i nostri successi o a non riconoscere i nostri punti di forza. Imparare a celebrare anche i piccoli successi quotidiani e a riconoscere ciò che facciamo di buono contribuisce a costruire una visione più positiva e realistica di noi stessi.5. Cerca supporto psicologicoSe la percezione di sé è particolarmente negativa e difficilmente modificabile, potrebbe essere utile cercare il supporto di un professionista. La psicoterapia, in particolare la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), è molto efficace nel trattare le distorsioni cognitive e nel migliorare l’autopercezione. La percezione di sé è uno dei fattori più influenti nella nostra salute mentale e nel nostro benessere complessivo. Investire tempo ed energie per migliorare come ci vediamo e accettarci per quello che siamo può avere un impatto profondo sulla nostra vita. Cambiare la nostra percezione di noi stessi non è un processo immediato, ma è uno dei passi più potenti che possiamo compiere per vivere in modo più autentico, sereno e soddisfatto.
L’influenza della madre nella relazione padre-bambino: Maternal Gatekeeping

La relazione che un padre può instaurare con i propri figli può essere facilitata o ostacolata da più fattori, uno di questi è il comportamento della madre. Dalla letteratura scientifica si evince che i padri sono maggiormente coinvolti nello sviluppo dei loro bambini quando i cogenitori si sostengono a vicenda nei loro ruoli genitoriali (Hohmann-Marriott 2011). Sarah M. Allen e Alan J. Hawkins hanno utilizzato il termine “maternal gatekeeping” per indicare «un insieme di credenze e comportamenti che inibiscono uno sforzo collaborativo tra uomini e donne nel lavoro familiare limitando le opportunità degli uomini nel prendersi cura della casa e dei bambini». Le madri possono svolgere il ruolo di gatekeeper (custode), ostacolando ma anche incoraggiando e sostenendo il coinvolgimento dei padri (DeLuccie, 1995; Fagan & Barnett, 2003). Le prime ricerche sul gatekeeping materno si sono concentrate esclusivamente sui comportamenti scoraggianti delle madri che influenzavano il coinvolgimento paterno nella relazione con i figli in famiglie sposate e in coppie con padri residenti (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018). Tuttavia, i ricercatori hanno sottolineato che un’attenzione esclusiva dei comportamenti scoraggianti è troppo ristretta per catturare l’intera gamma dei comportamenti che le madri potrebbero mostrare nei confronti dei padri. In aggiunta, gli stessi evidenziano che le madri sono capaci anche di impegnarsi in comportamenti incoraggianti e di sostegno che potevano migliorare la qualità delle relazioni padre-bambino (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018; Puhlman & Pasley, 2013; Schoppe-Sullivan, et al., 2008; Van Egeren & Hawkins, 2004). Da una ricerca di Fagan e Barnett (2003) si evidenzia come le madri che attribuivano maggiore valore al ruolo dei padri riferivano che i padri erano più coinvolti. Inoltre, le madri che consideravano i padri come genitori competenti avevano meno probabilità di attuare comportamenti di gatekeeping. Le ricerche in questo campo, però, hanno utilizzato principalmente – se non esclusivamente – i resoconti delle madri sul coinvolgimento del padre. Le valutazioni future dovrebbero misurare il gatekeeping materno mediante osservazioni, ciò potrebbe fornire una valutazione più pura del costrutto (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018). Inoltre, la ricerca si è concentrata maggiormente sulla quantità del coinvolgimento del padre – tramite self-report – piuttosto che sulla qualità della genitorialità dei padri – tramite osservazioni – che è maggiormente determinante per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini (Pleck, 2010). Bibliografia Allen, S. M., & Hawkins, A. J. (1999). Maternal gatekeeping: Mothers’ beliefs and behaviors that inhibit greater father involvement in family work. Journal of Marriage and the Family, 61, 199–212. Altenburger, L. E., Schoppe-Sullivan, S. J., & Kamp Dush, C. M. (2018). Associations between maternal gatekeeping and fathers’ parenting quality. Journal of Child and Family Studies, 27(8), 2678–2689. Hohmann-Marriott, B. (2011). Coparenting and father involvement in married and unmarried coresident couples. Journal of Marriage and Family, 73, 296–309. Pleck, J. H. (2010). Paternal involvement: Revised conceptualization and theoretical linkages with child outcomes. In E. M. Lamb (Ed.). The role of the father in child development, (58-93). Wiley. Schoppe-Sullivan, S. J., Brown, G. L., Cannon, E. A., Mangelsdorf, S. C. & Sokolowski, M. S. (2008). Maternal gatekeeping, coparenting quality, and fathering behavior in families with infants. Journal of Family Psychology, 22, 389–398. Van Egeren, L. A. & Hawkins, D. P. (2004). Coming to terms with coparenting: Implications of definition and measurement. Journal of Adult Development, 11, 65–178.
L’infanzia fatta di trascuratezza e abusi

I genitori maltrattanti I genitori maltrattanti manifestano minore soddisfazione nel crescere i figli, percepiscono l’accudimento come conflittuale, poco gratificante e utilizzano metodi educativi maggiormente controllanti. I genitori abusanti non sostengono l’autonomia dei figli, anzi a volte interferiscono con lo sviluppo dei bambini, obbligandoli a vivere in un contesto familiare isolato. Il clima affettivo di queste famiglie è spesso caratterizzato da poche emozioni positive e maggiormente negative. Le madri non accudenti tendono ad avere poche aspettative nei confronti dei propri bambini, mostrano una scarsa responsività nei confronti dei loro segnali e non riescono a contenere le loro emozioni. L’attaccamento nei bambini maltrattati I bambini maltrattati crescono in un contesto multiproblematico, caratterizzato da povertà, violenza o psicopatologia genitoriale, criminalità, abuso di droghe e alcol e condizioni ambientali pericolose. L’attaccamento dei bambini maltrattati è profondamente influenzato dalle interazioni con i genitori. Sviluppano un attaccamento insicuro che può essere ansioso-evitante o ansioso-resistente (Ammaniti). Spesso sviluppano strategie contradditorie o disorganizzate nei confronti delle separazioni e dei riavvicinamenti con i propri genitori. Si può quindi sviluppare un attaccamento disorganizzato dovuto a stili contraddittori di accudimento da parte dei genitori. La rabbia I bambini maltrattati hanno una ridotta capacità di riconoscere le emozioni unita ad un’ipersensibilità verso la rilevazione della rabbia. La capacità di riconoscimento delle emozioni dei bambini maltrattati, in particolare vittime di abusi fisici, appare ridotta. Vi è una forte sensibilità nei confronti dei segnali associati alla rabbia e una scarsa capacità attentiva e di riconoscimento nei confronti degli altri segnali emozionali. La rabbia è percepita come l’espressione emozionale più saliente del proprio ambiente di vita poiché rappresenta il maggiore elemento predittivo delle situazioni imminenti di minaccia e pericolo. Disturbo di personalità antisociale La madre che non investe il bambino a livello emotivo e libidico, che è distante e non emotivamente disponibile appare come una “madre morta”. Questo crea nel figlio un sentimento affettivamente morto ed emotivamente distante nella relazione. Il bambino non comprende una tale freddezza e distanza, così rispecchia il proprio oggetto materno identificandosi con la madre morta. Questo tipo di esperienza risulta predittivo delle manifestazioni del disturbo di personalità antisociale. Interazione geni-ambiente L’interazione dei geni e dell’ambiente è strettamente associata alla suscettibilità differenziale all’ambiente e alle esperienze di accudimento. Esistono bambini maggiormente suscettibili che presentano un’accentuata sensibilità alle influenze ambientali sia positive sia negative e bambini con una bassa reattività che funzionano in modo adeguato in diverse situazioni, anche quelle avverse.
L’inconscio oggetto della psicoanalisi

Paolo Cotrufo spiega molto sinteticamente l’inconscio. L’inconscio è l’oggetto della psicoanalisi ed erroneamente molti pensano che l’inconscio sia stato scoperto da Freud, ma in realtà non è andata così, il concetto di inconscio era già presente nella cultura mitteleuropea del fine dell’Ottocento, nella filosofia e nella letteratura, ciò che invece dobbiamo a Freud è la scoperta di alcuni meccanismi del funzionamento dell’inconscio. Letteralmente l’inconscio ovviamente è ciò che non è cosciente, e ciò che non è cosciente per uno psicoanalista è ciò che in qualche modo non può essere cosciente, ciò che può essere cosciente ma che non è presente alla coscienza nella psicoanalisi è definito come un pensiero preconscio cioè qualcosa che può avere accesso alla coscienza ma che in questo momento non è presente nella coscienza. L’inconscio nella teoria freudiana è concepito sostanzialmente in due modi diversi perché inconscio designa innanzitutto potremmo dire un sostantivo e qui ci riferiamo alla concezione pretopica in cui l’inconscio è appunto un topos ovvero un luogo all’interno del quale sono contenuti tutti quei pensieri quelle rappresentazioni rimosse dalla coscienza. Inconscio però è anche un aggettivo ed è questa l’introduzione freudiana della seconda topica, cioè quando Freud introduce la seconda topica abbandonando appunto la prima di inconscio, preconscio e coscienza, introducendo invece una topica in cui sono presenti delle istanze l’io, l’es e il super-io Rispetto al funzionamento dell’inconscio Freud ha individuato molti meccanismi molte dinamiche che sono tipiche dell’inconscio, tra questi tutti i processi del pensiero primario, quindi in particolare, la condensazione dei meccanismi di funzionamento dell’inconscio, come lo spostamento, o alcuni principi come il principio di non contraddizione, cioè alcuni dei principi che sono quelli che regolano i processi di pensiero cosciente non sono invece presenti nei processi di pensiero inconscio. Ciò che è anche importante sapere, è che ciò che è stato rimosso, ciò che è assente quindi dalla possibilità di divenire cosciente, preme per divenire cosciente e utilizza anche qui dei meccanismi per poter presentarsi, questi meccanismi hanno sia la forma del compromesso, pensiamo per esempio la formazione dei sintomi, e pensiamo ad esempio a tutti quei materiali che abitualmente ci offre un paziente in analisi Un sogno che racconta un paziente in una situazione analitica non è ovviamente inconscio, ma cosciente, altrimenti il paziente non potrebbe raccontarlo. Ciò che è cosciente del sogno è appunto una forma di compromesso che grazie al lavoro onirico funziona nella deformazione di un contenuto inconscio fino a poterlo rappresentare sulla scena onirica attraverso un pensiero cosciente. L’obiettivo stesso della psicoanalisi è quello di poter togliere, le terapie mediche e psichiatriche intervengono per via del porre cioè introducono all’interno del paziente alcuni pensieri e danno alcune indicazioni affinché quella persona possa beneficiarne nella propria vita quotidiana. Lo psicoanalista non fa questo, non dà consigli, non da opinioni, assolutamente ha un atteggiamento non giudicante quindi non giudica, ma prova ad eliminare tutto ciò che di eccessivo e presente affinché il paziente possa entrare in contatto con alcuni degli aspetti più profondi di sé che non hanno potuto esprimersi per via del fatto che confliggevano con la coscienza.
L’Importanza Della Noia Nel Bambino

di Annaviola Caiaffa “La capacità di annoiarsi permette al bambino di crescere” scriveva lo psicoanalista Adam Phillips nel suo libro ‘Sul bacio, il solletico, la noia’. Spesso diciamo che i bambini oggi sono troppo viziati, sin dalla loro nascita hanno a disposizione centinaia di giochi, peluche, supporti digitali. Eppure ciò che manca loro è una cosa essenziale e intangibile: la noia. Può sembrare una contraddizione ma non lo è. Ai bambini dovrebbe essere insegnato il valore del tempo passato ad annoiarsi. Mi spiego meglio. Se aveste a disposizione un bel piatto di spaghetti fumante da un lato e dall’altro tutti gli ingredienti per poterlo preparare, cosa scegliereste? Probabilmente la prima, perché avreste già quello che desiderate ma non sfruttereste le vostre capacità, non scoprireste, ad esempio, che potreste diventare uno chef, non cambiereste le ricette, non scoprireste qualcosa di nuovo, non sperimentereste. Anche nel gioco con i bambini succede questo. Bisogna dar loro la materia grezza e degli strumenti semplici affinché possano creare con le loro mani, affinché possano stupirsi di ciò che possono fare da soli. I bambini hanno bisogno di annoiarsi perché grazie alla noia si può sviluppare la creatività. La creatività non è altro che la capacità cognitiva di trovare soluzioni nuove e originali. Guilford ci spiega proprio la distinzione tra pensiero convergente (logoco-matematico, tipico dei problemi che hanno un’unica soluzione) e pensiero divergente (pensiero creativo, originale, aperto a più soluzioni). Vien da sé, quindi, l’importanza di stimolare nel bambino la ricerca di soluzione nuove che gli permettano di avere una visione a tutto tondo. Cosa possiamo fare nel concreto per stimolare la creatività nei bambini? Lasciamo loro il tempo per annoiarsi! La noia non deve essere vista con una connotazione negativa, è il giusto tempo per riprendere le energie e per sperimentare. Per i Romani l’otium era imprescindibile, essendo il tempo dedicato alla cura di se stessi sottoforma di contemplazione spirituale e di studio. Facciamo scegliere loro le attività! Leggere, disegnare, costruire oggetti con materiali da riciclo, fare una passeggiata o semplicemente passare del tempo a guardare fuori dalla finestra. I bambini avranno la possibilità di pensare, di immaginare le forme delle nuvole, di inventare storie. Quando ce lo chiedono giochiamo con loro! Per Winnicott il gioco non ha età, l’adulto e il bambino che giocano insieme sfruttano la creatività, riempiendo lo spazio e il tempo non con oggetti ma con la loro immaginazione.
L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE

di Valentina Valenzano La parola Comunicazione deriva dal latino communico = mettere in comune ed indica quel processo responsabile dello scambio di informazioni, di trasmissione di un messaggio o l’espressione delle proprie emozioni e stati d’animo tra due o più interlocutori. L’essere umano utilizza la comunicazione quasi inconsapevolmente: ricorriamo ad essa, ad esempio, per esprimere qualcosa di noi stessi, per acquisire informazioni sull’ambiente che ci circonda e sulle altre persone, per instaurare relazioni interpersonali di ogni genere. La comunicazione, dunque, è un processo basilare nella vita di una persona, eppure, se ci fermiamo per un attimo a riflettere, molti sono i fattori che possono ostacolare la buona comunicazione. Non è sempre facile comunicare a qualcuno i propri sentimenti, le proprie opinioni, soprattutto se controverse, avanzare delle richieste o dire un semplice “No”. Ma perché? Prendiamo, ad esempio, il caso in cui non siamo d’accordo con un’idea espressa dal nostro capo, al pensiero di esprimere il nostro disaccordo e di proporre un’alternativa, potrebbero subentrare sentimenti di ansia e diversi dubbi che improvvisamente mettono in discussione la validità della nostra alternativa. Oppure può capitare di non riuscire a dire ad un/a nostro/a amico/a di essere stati infastiditi da un suo comportamento o da un’affermazione perché non vogliamo ferire i suoi sentimenti, discutere, o nel peggiore dei casi, interrompere il rapporto. E allora, quando una comunicazione può definirsi efficace? Per rispondere alla domanda è necessario specificare l’esistenza di tre stili di comunicazione: Stile passivo: la persona che si esprime in modo passivo tende a non esprimere pensieri e bisogni perché li reputa inferiori rispetto a quelli degli altri. Subisce senza far valere le proprie opinioni. Non prende posizione; Stile aggressivo: la persone che si esprime in modo aggressivo ha la percezione di essere migliore degli altri. Non lascia spazio di espressione, vi è un’imposizione del proprio pensiero e manca della capacità di ascoltare; Stile assertivo: esattamente nel mezzo tra i due precedenti stili, rappresenta la comunicazione efficace. La persona assertiva è in grado di esprimere propri pensieri e bisogni, di farsi ascoltare, ma anche di lasciare spazio all’interlocutore. Riesci ad esprimere pareri contrari e a dire di no senza ferire o sentirsi in colpa. Quindi, in conclusione, una comunicazione efficace necessità di elementi come assertività, rispetto, reciprocità, sincerità e ascolto attivo.
L’importanza dell’autocura per il benessere psicologico: come prendersi cura di sé in modo efficace

Viviamo in una società che spesso celebra l’attività frenetica e la produttività senza sosta. Ci viene insegnato a non fermarci mai, a raggiungere sempre nuovi obiettivi, e ad essere costantemente impegnati. Ma c’è un aspetto che, se trascurato, può influire negativamente sul nostro benessere: l’autocura. Il concetto di “prendersi cura di sé” è essenziale non solo per la salute fisica, ma anche per quella psicologica. In questo articolo, esploreremo l’importanza dell’autocura, perché è fondamentale per il nostro equilibrio emotivo e mentale, e come possiamo praticarla in modo efficace nella nostra vita quotidiana. Cos’è l’autocura? L’autocura è un insieme di azioni e comportamenti che mettiamo in atto per prenderci cura di noi stessi, del nostro corpo, della nostra mente e delle nostre emozioni. Si tratta di uno strumento che ci permette di mantenere l’equilibrio interiore, ridurre lo stress, prevenire il burnout e promuovere la nostra salute mentale e fisica. L’autocura può assumere diverse forme, da un semplice momento di relax a pratiche più strutturate come la meditazione, l’esercizio fisico o il counseling psicologico. Perché l’autocura è fondamentale per il benessere psicologico?1. Previene il burnout e lo stress cronicoVivere in un mondo sempre connesso e pieno di stimoli può facilmente portarci a sentirci sopraffatti. L’autocura è fondamentale per prevenire il burnout, una condizione che può manifestarsi quando siamo costantemente sotto pressione senza dare il giusto spazio al riposo. Fare pause, dormire a sufficienza e dedicare tempo a se stessi sono pratiche che possono aiutarci a mantenere livelli di stress sotto controllo e a recuperare energia.2. Migliora l’autostima e la resilienzaPrendersi cura di sé aiuta a coltivare un rapporto positivo con noi stessi. Quando investiamo tempo e energie nel nostro benessere, miglioriamo la nostra autostima e la nostra percezione di valore. Questo, a sua volta, ci rende più resilienti di fronte alle difficoltà della vita, poiché sviluppiamo la capacità di affrontare le sfide con maggiore serenità e fiducia in noi stessi.3. Promuove la consapevolezza emotivaL’autocura non riguarda solo il corpo, ma anche la mente. Pratiche come la meditazione, il journaling o semplicemente riflettere su come ci sentiamo, ci aiutano a diventare più consapevoli delle nostre emozioni. Essere in grado di riconoscere e comprendere le proprie emozioni è essenziale per gestirle in modo sano, evitando che ci sopraffacciano o influenzino negativamente il nostro comportamento.4. Favorisce relazioni più saneQuando siamo in equilibrio con noi stessi, siamo anche in grado di costruire relazioni più sane e autentiche con gli altri. Prendersi cura di sé non significa solo fare cose da soli, ma anche imparare a riconoscere quando abbiamo bisogno di chiedere aiuto e di stabilire confini sani con gli altri. Le relazioni che non sono equilibrate possono diventare fonte di stress e frustrazione, ma con l’autocura impariamo a riconoscere i nostri bisogni e a rispettarli. Come praticare l’autocura in modo efficace?1. Stabilisci routine di riposo e sonno regolareLa qualità del sonno influisce enormemente sulla salute mentale. Dormire a sufficienza è fondamentale per permettere al corpo e alla mente di rigenerarsi. Creare una routine del sonno che favorisca il rilassamento (come spegnere i dispositivi elettronici prima di dormire o fare un bagno caldo) può fare una grande differenza.2. Dedica tempo a te stessoUn aspetto chiave dell’autocura è creare spazio per te stesso, lontano dalle responsabilità quotidiane. Che si tratti di leggere un libro, fare una passeggiata all’aria aperta o semplicemente rilassarsi senza alcuna pressione, queste attività ti aiuteranno a ricaricarti e a mantenere la tua energia emotiva.3. Fai esercizio fisicoL’attività fisica non è solo benefica per il corpo, ma ha anche effetti positivi sulla salute mentale. L’esercizio aumenta i livelli di endorfine, i neurotrasmettitori che favoriscono il buonumore e riducono lo stress. Non è necessario fare allenamenti intensi; anche una camminata quotidiana o un po’ di yoga possono fare miracoli.4. Pratica la meditazione o la mindfulnessLa meditazione e la mindfulness sono pratiche che ci aiutano a focalizzarci sul momento presente e a ridurre i pensieri negativi. Anche pochi minuti al giorno possono fare una grande differenza, migliorando il nostro benessere psicologico e riducendo l’ansia.5. Fai attività che ti piaccionoDedicare del tempo a hobby e attività che ti piacciono è essenziale per il benessere psicologico. Che si tratti di dipingere, cucinare, ballare o ascoltare musica, fare qualcosa che ci dà piacere ci permette di sentirci soddisfatti e appagati.6. Riflettere sulle proprie emozioniTenere un diario o semplicemente riflettere sulle proprie emozioni è un’altra forma importante di autocura. Scrivere ciò che si prova permette di esternare i propri sentimenti e di elaborare meglio le esperienze vissute, riducendo lo stress e favorendo la consapevolezza. L’autocura non è egoismo Molte persone, specialmente quelle che sono inclini a prendersi cura degli altri, potrebbero sentirsi in colpa nel dedicare tempo a se stesse. Tuttavia, è fondamentale comprendere che l’autocura non è un atto egoista, ma un atto di responsabilità verso se stessi. Solo quando ci prendiamo cura di noi possiamo essere veramente in grado di dare il nostro meglio agli altri, sia che si tratti della famiglia, degli amici o del lavoro. L’autocura non è un lusso, ma una necessità. Prendersi del tempo per sé non è solo utile, ma essenziale per mantenere un buon equilibrio psicologico e prevenire il burnout. Sfruttare le piccole abitudini quotidiane per migliorare la nostra salute mentale può fare una grande differenza nel nostro benessere complessivo. Ricorda, non c’è nulla di sbagliato nell’investire su di te; anzi, è il primo passo per vivere una vita sana e soddisfacente.
L’importanza dell’auto-compassione per il benessere psicologico

Nel mondo odierno, caratterizzato da pressioni sociali, aspettative e obiettivi sempre più alti, molte persone tendono a essere eccessivamente critiche con se stesse. Ciò può portare a una serie di problemi psicologici, tra cui ansia, depressione e una bassa autostima. Una risorsa potente, però, esiste per contrastare questo tipo di sofferenza emotiva: l’auto-compassione. Che cos’è l’auto-compassione? L’auto-compassione è un concetto che ha guadagnato attenzione negli ultimi anni grazie agli studi della psicologa Kristin Neff, che la definisce come la capacità di essere gentili con se stessi di fronte alle difficoltà, trattarsi con la stessa comprensione e cura che riserveremmo a un amico in difficoltà. Si tratta di riconoscere le proprie imperfezioni e fragilità senza giudicarsi, ma piuttosto accogliendo la propria esperienza umana con accettazione. In un mondo che spesso celebra il perfezionismo e la competitività, l’auto-compassione offre un’alternativa salutare che permette di navigare le sfide della vita con maggiore serenità e autostima. Ma come si sviluppa e quali benefici porta? I benefici dell’auto-compassione1. Riduzione dello stress e dell’ansiaQuando ci confrontiamo con i nostri errori o fallimenti, è facile cadere nella trappola dell’autocritica e dell’autogiudizio, alimentando ansia e stress. L’auto-compassione, al contrario, aiuta a interrompere questo circolo vizioso. Anziché concentrarsi sulla colpa o sul rimorso, ci incoraggia a vedere l’esperienza con un occhio più gentile e accogliente, riducendo la tensione mentale.2. Miglioramento dell’autostimaContrariamente a quanto si possa pensare, l’auto-compassione non porta a una visione distorta o a un abbassamento degli standard di sé. Al contrario, favorisce un’autostima sana perché incoraggia una valutazione realistica e accettante di sé stessi. Accettare la propria vulnerabilità senza vergogna è un atto di grande forza che permette di crescere, imparare dai propri errori e sentirsi più equilibrati emotivamente.3. Resilienza e capacità di affrontare le difficoltàChi pratica l’auto-compassione tende a rispondere meglio alle sfide della vita. Invece di abbattersi di fronte agli ostacoli, una persona auto-compassionevole è più in grado di risollevarsi e imparare dalle difficoltà. Si riconosce che il dolore fa parte della vita, ma che non è una condanna, bensì un’opportunità per crescere.4. Relazioni più sane e empaticheL’auto-compassione non solo aiuta a migliorare il rapporto con se stessi, ma anche con gli altri. Quando una persona è in grado di accogliere le proprie difficoltà, diventa più empatica e comprensiva verso le difficoltà degli altri. La gentilezza verso sé stessi si riflette spesso in una maggiore capacità di essere gentili e di supportare gli altri. Come coltivare l’auto-compassione1. Praticare la gentilezza verso se stessiOgni volta che commettiamo un errore, invece di criticare noi stessi, possiamo cercare di essere gentili. Questo può significare trattarsi come tratteremmo un buon amico che sta attraversando un momento difficile.2. Riconoscere la comune umanitàTutti commettono errori e affrontano difficoltà nella vita. Non siamo soli nelle nostre esperienze. Riconoscere che la sofferenza è una parte inevitabile dell’esistenza umana aiuta a ridurre il senso di isolamento che spesso accompagna il dolore.3. Meditazione e mindfulnessLa pratica della meditazione mindfulness è uno degli strumenti più potenti per coltivare l’auto-compassione. Aiuta a prendere coscienza dei propri pensieri e sentimenti senza giudicarli, permettendo di accettarli con serenità.4. Riformulare il dialogo interioreSpesso, il nostro dialogo interiore è ricco di critiche e giudizi severi. Esercitarsi nel sostituire pensieri auto-critici con pensieri più gentili e incoraggianti può fare una grande differenza nel modo in cui ci relazioniamo con noi stessi. In sintesi, l’auto-compassione è un aspetto fondamentale per il benessere psicologico, poiché aiuta a superare le difficoltà della vita con maggiore serenità e a sviluppare una visione più equilibrata di sé. Imparare ad essere più gentili con noi stessi non significa arrendersi o essere meno motivati, ma piuttosto riconoscere la nostra umanità e la nostra vulnerabilità come punti di forza, non di debolezza. Coltivare l’auto-compassione è un passo importante verso una vita più soddisfacente e una maggiore resilienza emotiva.
L’importanza del percorso Pre-Adottivo

Tutte le coppie che decidono di intraprendere il meraviglioso viaggio dell’adozione, secondo la normativa Italiana, devono partecipare ad un percorso di sostegno e formazione che permette loro di avere tutte le informazioni adeguate per poter diventare genitori adottivi. Durante questo percorso oltre ad avere nuove nozioni in merito l’adozione, saranno anche valutate le coppie, al fine di stilare delle relazioni che verrano poi valutate dal Tribunale per i Minori, per poi quindi rilasciare o meno l’idoneità per poter adottare. Uno dei punti che viene maggiormente sottolineato è il concetto stesso che si ha dell’adozione. Infatti l’adozione va intesa non come il diritto di una coppia di genitori ad avere un figlio, ma ciò che viene riconosciuto è il diritto di un bambino ad avere una famiglia. Tutto quindi il procedimento adottivo tiene conto e salvaguarda il benessere del minore, informando le coppie dei vari tipi di adozioni a cui possono accedere. Durante questo percorso le coppie vengono poste difronte alla loro ferita, ovvero l’elaborazione del lutto di un bambino biologico mai nato, al fine quindi di far comprendere loro che la richiesta adottiva non è una cura dal dolore e quindi non riempie i buchi. L’adozione nasce quindi da un dolore che deve essere elaborato per dare spazio ad una nuova fase di vita, il bambino ideale deve lasciare spazio all’incontro con il bambino reale, e nessuno più di un bambino adottato necessita di essere accolto e accettato. Alla base quindi dell’adozione, c’è quindi il Patto adottivo, ovvero una doppia mancanza, la mancanza da parte della coppia della realizzazione del bisogno di maternità – paternità, e la mancanza da parte del bambino di una famiglia. L’adozione ha successo quando entrambe le mancanze sono stata elaborate ed incanalate da un comune impegno a generare legami. Il patto adottivo è il progetto e l’impegno che nasce dall’incastro dei bisogni di due generazioni: dal riconoscimento della differenza genetica si costruisce una comune appartenenza familiare. Questi sono solo alcuni dei punti che vengono affrontati durante il percorso pre-adottivo, ma si evince la grande importanza di tali tematiche al fine di poter evitare i tanti fallimenti adottivi in cui i minori vengono allontanati ancora una volta da famiglie che avrebbero dovuto proteggerli.