La coppia adottiva: famiglia…in divenire

Adozione e affido non sono forme nuove di fare famiglia. Da sempre hanno rappresentato una risposta al bisogno sociale di “cura” dei bambini privi di un contesto familiare adeguato ed al tempo stesso una espressione del desiderio “generativo” delle famiglie. Sono forme che consentono di mettere in luce alcuni elementi costitutivi del familiare, essenziali oggi per riflettere sul vero significato dell’esser genitori e dell’esser figli. Tutto questo sottintende che l’adozione scaturisce da una “doppia ferita”, quella della fecondità mancata della coppia e quella connessa invece all’abbandono del bambino. Cosa vuol dire nello specifico diventare genitori adottivi? All’inizio della sua storia, la coppia adottiva è impegnata a costruire la propria identità. E’ un processo attraversato da profonde crisi. L’impossibilità di generare un figlio impone in qualche modo la separazione da un progetto desiderato, dall’immagine che ci si era fatti del proprio bambino e dall’immagine di sé (Gambini, 2007). La scelta adottiva giunge quasi sempre al culmine di un processo che porta la coppia a “gettare la spugna”, a seguito di numerosi tentativi di una generatività “naturale”. Tale scelta però, non deve essere il prodotto della negazione di sofferenza e tanto meno una scelta dettata dalla logica del “ripiego”. Non bisogna, dunque, cercare nel figlio adottivo un surrogato di quello biologico. L’adozione, è intesa come un vero e proprio “atto creativo”, nel senso che genera un nuovo legame. Divenire genitori adottivi significa collocare in qualche modo la nascita di un figlio in uno spazio che si discosta da quello “usuale” e fisico e porla in una “astrazione” psichica dove si “ri-nasce” partendo da un coinvolgimento per lo più emotivo (Galli-Viero, 2006). Cosa accade alla coppia? La coppia adottiva è chiamata ad adattarsi al cambiamento che si genera rispetto alla genitorialità stessa. Inoltre, a seguito dell’abbinamento del minore la coppia è tenuta ad adottare un ulteriore cambiamento rispetto allo “spazio” da riservare al proprio figlio finora soltanto immaginato, adesso reale e presente. In tal senso, appare necessario l’intervento da parte dei servizi i quali operano una vera e propria formazione attraverso equipe multidisciplinari atte a fornire strumenti di supporto all’educazione del minore. In particolare bisogna tenere presente che la genitorilità non è “innata” ma può e deve essere appresa attraverso logiche di fluidità e dinamicità. La famiglia adottiva nasce da un incontro di due biografie che si impegnano nell’accogliere reciprocamente le proprie storie. Conclusioni Se è vero che l’adozione è un processo complesso e puntualmente in divenire, è altrettanto vero che la dimensione adottiva non è temporanea ma definitiva, ragion per cui l’obiettivo principale è quello di creare una famiglia senza “etichette” e senza confini. Bibliografia Bastianoni P., Turino A. (2007), Famiglie e genitorialità oggi. Nuovi significati e prospettive, Milano, Unicopoli. D’Andrea A. (2000) Itempi dell’attesa. Come vivono l’adozione il bambino, la coppia, gli operatori, Milano, Franco Angeli. Gambini P. (2007), Psicologi della famiglia, Milano, Franco Angeli. Lucariello S. (2008), Portato da una cometa: il viaggio dall’adozione, Napoli, Guida. Paradiso L. (2015) Prepararsi all’adozione: le informazioni, le leggi, il percorso formativo personale e di coppia per adottare un bambini, Milano, Unicopoli.
La Coppia

Perché si forma la coppia Nella coppia il singolo porta se stesso ed i suoi vissuti infantili. La crescita ed il formarsi delle funzioni psichiche dipendono dal tipo e dalla qualità d’incontro intersoggettivo che contribuiscono allo stile personale di gestione delle dinamiche affettive. Stern sostiene che le relazioni umane possono essere un tentativo di autoregolare lo stato interno per mezzo del rapporto con l’altro. La rappresentazione dell’altro ossia le immagini interne, formano relazioni con persone importanti. Cioè gli scambi con gli altri lasciano il segno, sono internalizzate e quindi modellano i successivi atteggiamenti e percezioni delle relazioni successive. Le persone vedono nella relazione affettiva duratura e significativa di coppia una sorta di “relazione terapeutica naturale” dove si mettono in atto relazioni oggettuali irrisolte. Il partner funge da contenitore di un oggetto interno dell’altro a cui vengono affidati aspetti del proprio Sé. Avviene, quindi, un’identificazione proiettiva. Secondo Zavattini le identificazioni proiettive incrociate rappresentano il tentativo di ripristinare l’integrità del Sé che è andata incontro a esperienze di rottura interne che portano forti angosce. L’altro diventa quindi la via di scarico di aspetti indesiderati, rifiutati. L’incastro di due mondi interni L’altro può essere usato in modo propulsivo per conoscersi e per crescere, ma può anche essere usato in modo delirante, spesso collusivo. Aspetti scissi, perversi e superegoici di entrambi si potenziano determinando un contesto frustrante ma corrispondente a esigenze difensive per ciascun partner. Quando una coppia si forma, vi è un ingaggio reciproco che può essere sia all’insegna di un compito evolutivo legato a processi di separazione individuazione e di monitoraggio affettivo reciproco, sia la creazione di una relazione interna regressiva e frustrante. Le aspettative che si hanno sull’altro e le fantasie idealizzanti distruggono il legame poiché appare deludente e non corrispondente all’idea iniziale. Dovrebbe nascere la capacità di elaborare l’uso che si può fare delle risorse affettive dell’altro e di Sé, tollerando quello che non ci si può aspettare. L’interesse per il partner può rappresentare un modo di sbarazzarsi proiettivamente di parti di Sé indesiderate. In questo modo, l’altro diventa l’oggetto disprezzato da dominare oppure l’oggetto danneggiato da riparare. Come cambia la coppia con i figli Il contesto affettivo che regola la coppia richiede una riorganizzazione quando arriva un figlio. Il bisogno di attaccamento del nuovo nato, riporta in primo piano le rappresentazioni interne di figure genitoriali in relazione alle prime esperienze affettive e la tendenza a ripetere i modelli interiorizzati. L’assunzione del ruolo di genitore costituisce un periodo di riassetto della personalità che può comportare momenti di grande confusione e insicurezza che investono l’individuo nel suo senso d’identità. L’importanza della progettualità della coppia è fondamentale come momento di confronto e allineamento di motivazioni ed impegno.
La comunicazione umana: tipologie e assiomi

Per comunicazione si intende uno scambio interattivo d’informazioni tra due o più partecipanti, dotato d’intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in cui si condividono significati sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione, secondo la cultura di riferimento. quel processo dinamico che avviene tra un emittente e un ricevente, in cui il primo manda un messaggio, che può essere verbale o non verbale, al secondo, che a sua volta lo elabora, codificandolo e inviandone uno in risposta. Viene considerata come un fenomeno complesso, che non si esaurisce nel passaggio d’informazioni e non prevede una registrazione meccanica di contenuti, ma mobilita risorse di natura, cognitiva, emotiva e sociale. Tipologie di comunicazione La comunicazione umana può essere distinta in: Verbale (o Numerica), si costituisce di suoni, parole e frasi. Riguarda tutto ciò che comprende il livello semantico, cioè il significato letterale delle parole utilizzato per trasmettere il messaggio; trasmette informazioni attraverso rigide regole sintattiche ed il significato è sempre chiaro poiché ad ogni parole sono stati arbitrariamente attribuiti e condividi uno o più significati. Non verbale (o Analogica), è rappresentata dal tono, altezza, pause e velocità dell’espressione verbale, dall’espressione facciale, dal contatto visivo e corporeo tra gli interlocutori, dai gesti e dall’orientamento nello spazio. Quest’ultima non rispetta una grammatica rigida, ma risulta meno controllabile e veicola messaggi come reazioni emotive e stati d’animo. Gli assiomi della comunicazione “Pragmatica della comunicazione umana” (1967) di Watzlawick, Beavin, Jackson è stato un libro di fondamentale importanza per lo studio della comunicazione, in particolare dei suoi effetti sul comportamento umano. Il modello elaborato da alcuni degli esponenti della Scuola di Palo Alto sostiene come sia impossibile isolare il soggetto dal contesto di relazioni in cui è inserito. Ciascuno vive, infatti, all’interno di reti di relazioni che lo influenzano e a sua volta influenza gli altri con cui entra in contatto. Ogni comportamento produce un comportamento sugli interlocutori, per cui non è possibile considera la comunicazione come un processo unidirezionale e lineare; ma, al contrario, occorre trattarla come un processo circolare, che parte da un soggetto, giunge ad un altro e torna nuovamente al soggetto di partenza (feedback). Watzlawick, Beavin e Jackson hanno definito i 5 assiomi della comunicazione, che sono “verità autoevidenti”, cioè principi che non richiedono ulteriori dimostrazioni in quanto sono essi stessi fondanti. Essi sono, cioè, i presupposti basilari, i fondamenti della comunicazione. Primo assioma: Non si può non comunicare Ogni comportamento è comunicazione. Anche quando non si utilizzano parole, attraverso il comportamento s’inviano comunicazioni agli altri; anche il silenzio ha un valore di messaggio, poiché il fatto stesso di non voler parlare, è un modo di rivelarsi, in quanto rivela la volontà di non rivelarsi. Secondo assioma: Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione “La relazione classifica o include l’aspetto di contenuto”. L’aspetto di contenuto della comunicazione è l’informazione che si vuole trasmettere; mentre, l’aspetto di relazione è la modalità con cui l’informazione viene comunicata. Questo secondo aspetto, in quanto classifica e definisce il primo, rientra nella categoria della metacomunicazione, ossia rappresenta una comunicazione sulla comunicazione, che può far variare il significato del messaggio. Terzo assioma: La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti La comunicazione può essere considerata come una serie ininterrotta di scambi e la punteggiatura segna le sequenze e l’ordine con cui si realizzano tali scambi comunicativi. Una comunicazione chiara è una comunicazione con una punteggiatura condivisa dagli interlocutori. Senza una punteggiatura precisa, la comunicazione è ambigua e conflittuale. Quarto assioma: Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. […] Il “modulo numerico” è il linguaggio verbale, invece il “modulo analogico” è il linguaggio non verbale. Ciascuno comunica ricorrendo in varia misura a ciascuno dei due canali. Il linguaggio parlato e scritto segue una sintassi, regole grammaticali precise, ogni parola possiede un significato condiviso, invece il linguaggio del corpo è ambiguo ed equivoco, i gesti non sono riconducibili ad un unico significato e non sono facilmente decifrabili; risulta inoltre una modalità espressiva meno controllabile. Quinto assioma: Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza Le comunicazioni simmetriche avvengono quando il comportamento dell’uno rispecchia il comportamento dell’altro (come ad esempio, tra amici, compagni di classe, colleghi di lavoro), invece le comunicazioni complementari o asimmetriche implicano che i due individui assumano posizioni differenti, uno dei due comunicanti assume la posizione one-up (superiore) e l’altro quella one-down (inferiore); i diversi comportamenti dei partecipanti si richiamano e si rinforzano a vicenda, dando vita ad una relazione di interdipendenza in cui i rispettivi ruoli one-up e one-down sono stati accettati da entrambi (ad es. le relazioni madre-figlio, medico-paziente, insegnante-studente). La comunicazione sana, a differenza di quella patologica, è connotata da flessibilità e vede l’alternarsi dei due tipi di scambio. Conclusione “L’elemento che unifica i 5 assiomi non è la loro origine ma la loro importanza pragmatica, che a sua volta si fonda non tanto su certe particolarità quanto sulla possibilità di riferimenti interpersonali (anziché monadici) che offrono. Un individuo non comunica: partecipa a una comunicazione o diventa parte di essa. Un individuo non produce comunicazione, ma vi partecipa. Non si deve considerare la comunicazione, in quanto sistema, sulla base di un semplice modelli di azione e reazione. La comunicazione, in quanto sistema, va considerata a livello transazionale”. Bibliografia WATZLAWICK, J.H. BEAVIN, D.D. JACKSON, Pragmatica della comunicazione umana,. Roma, Astroabio.
La comunicazione pubblicitaria durante il Covid

Allo scoppio della pandemia da Covid-19, le aziende si sono interrogate su come procedere nella comunicazione pubblicitaria. Le strade che potevano intraprendere erano tre: Continuare con le comunicazioni in corso con il rischio che si creasse un effetto straniante nel vedere la vita pre-pandemia) Sospendere tutte le attività con il rischio di suscitare la percezione di abbandono/disinteresse Modificare/adattare le comunicazioni con il rischio di suscitare la percezione di speculazione/insensibilità Le aziende hanno intrapreso le tre diverse strade. Alcune sono state molto reattive e hanno mandato in onda le prime campagne dopo poche settimane dallo scoppio della pandemia. Altre, invece, hanno aspettato e in parte sospeso le loro attività comunicative. Pensando alle aziende che non si sono fermate in termini di comunicazione pubblicitaria, alcune hanno puntato più su una dimensione di rassicurazione (“Andrà tutto bene”), altre sulla gestione concreta della quarantena con consigli su attività da svolgere. Da metà maggio 2020, invece, hanno iniziato a puntare più sul tema della ripartenza. In generale, dunque, si prospetta il tema del “Ci rivediamo”. Le campagne pubblicitarie che ci hanno accompagnato nei mesi della pandemia da Covid-19, però, erano tutte identiche. Dicevano tutte le stesse cose con lo stesso tone of voice e lo stesso storytelling, lasciando il focus sui prodotti e i brand in secondo piano. Ad esempio, erano sempre presenti la bandiera italiana, le persone al balcone, gli arcobaleni, le persone che cucinano, il personale sanitario, il tempo libero in casa e le videocall… Questo ha comportato sicuramente diversi rischi, tra cui il cosiddetto rischio di Covid-washing. Tutte le aziende fanno vedere di essere vicine agli italiani, ma al contempo fanno perdere di vista il messaggio. Questa strada intrapresa dalle aziende si è dimostrata essere un problema solo a posteriori, in quanto diventava difficile per i consumatori capire quale brand avesse detto cosa. La difficoltà a riconoscere un brand portava anche ostacoli nel ricordarlo. Inoltre, molti brand si sono allontanati eccessivamente dai propri valori fondativi. La ruota di Schwartz individua più di 50 valori fondativi delle persone e anche delle personalità di un brand. Dunque, ogni brand ha un posizionamento chiaro su questa ruota. Durante la pandemia, improvvisamente tutti i brand sono andati a coprire i valori di benevolenza, universalismo e tradizione. Per alcuni brand era corretto rispondere a questi valori in quanto sono sempre stati posizionati in quell’area, per altri no in quanto stonavano con i propri valori fondativi. Una ricerca svolta da Hokuto e Conic nel lockdown indica che il 60% degli italiani si era stancato della comunicazione pubblicitaria legata al Covid e il 50% sosteneva che la pubblicità aveva esagerato ad adeguare i contenuti all’emergenza sanitaria. Al tempo stesso, però, il 72% dei consumatori si aspettava che le aziende offrissero il proprio contributo in quanto aventi una responsabilità sociale. Il 70% dei consumatori volevano sentire cosa i brand potessero offrire per superare la crisi. In conclusione, più che proporre un generico messaggio di resistenza e resilienza, sarebbe stato importante mostrare in modo concreto come il brand, con i suoi prodotti e servizi, poteva aiutare il consumatore a superare la crisi, guidandoli verso una nuova normalità, restando però coerenti con la propria mission, vision e valori di riferimento. Questo avrebbe significato articolare le azioni di marketing su diversi livelli: Mostrare empatia: soprattutto nella primissima fase Favorire l’adattamento ad una nuova realtà: proponendo nuove attività da fare Promuovere una visione su un futuro post-Covid BIBLIOGRAFIA Hokuto & Conic (2020). Come è cambiata l’attenzione dei telespettatori nei confronti degli spot pubblicitari ai tempi del Coronavirus?
La comunicazione genitori-figli: iniziamo dall’ascolto

Cosa vuol dire davvero ascoltare? Quali sono le condizioni per un ascolto attivo? Vediamo cosa può essere utile. Giada è una ragazzina di quattordici anni. Ha chiesto alla mamma di iniziare un percorso di psicoterapia perchè sta molto male da qualche anno. La madre mi chiama, in allarme, perchè non sa cosa potrebbe fare di diverso per aiutare la figlia. Quando iniziamo il nostro percorso insieme, Giada mi dice che “non ha stima di sè, si sente brutta, ha paura di essere giudicata e questo la porta ed evitare tante occasioni di socialità, ha paura di deludere le aspettative dei genitori, pensa di non essere abbastanza”. Tutti questi pensieri si sono alimentati nel tempo perchè Giada ha avuto difficoltà nell’esprimerli anche in famiglia ed evidentemente nessuno si è soffermato sui segnali che probabilmente Giada ha lanciato negli anni. Cosa vuol dire ascoltare? Per parlare dell’importanza dell’ascolto, ho portato l’esempio di Giada perchè è emblematico di quello che può succedere quando, all’interno delle relazioni con i propri figli, non si presta attenzione a ciò che essi cercano di dire o a ciò che, al contrario, hanno difficoltà nel condividere. Sicuramente un ascolto attivo, empatico, non è una cosa così semplice perchè ognuno è preso dai propri pensieri o impegni personali, ma bisogna sempre provarci. Un ascolto attivo passa attraverso l’attenzione data all’altra persona. Provate a guardare negli occhi vostro figlio mentre vi dice qualcosa e a notare l’espressione del suo volto. E’ un’espressione di entusiasmo? di rabbia? di paura? di stanchezza? Poi, per riuscire ad ascoltare, bisogna sospendere il giudizio. Rispondere con frasi che esprimono giudizio sulla persona o che si basano su proprie valutazioni, potrebbero portare l’altro ad assumere un atteggiamento di chiusura anzichè di apertura. Ascoltare, dunque, soltanto per cercare di comprendere ciò che l’altro dice e poi, eventualmente, trovare insieme una soluzione. Quando non vengono riconosciute e accolte certe emozioni, un genitore può essere orientato direttamente alla soluzione. La consapevolezza, invece, porta a cercare una visione condivisa del vissuto del proprio figlio.
La comunicazione assertiva: un ponte verso relazioni sane e efficaci

La comunicazione assertiva rappresenta un approccio fondamentale per esprimere in modo chiaro ed efficace i propri bisogni, desideri e opinioni, rispettando al contempo quelli degli altri. Questo stile comunicativo favorisce relazioni sane e contribuisce a ridurre i conflitti, migliorare l’autostima e promuovere la fiducia reciproca. Definizione di comunicazione assertiva La comunicazione assertiva è la capacità di esprimere i propri pensieri, sentimenti e bisogni in modo aperto, onesto e appropriato, senza essere aggressivi o passivi. Gli individui assertivi sono in grado di difendere i propri diritti e rispettare quelli degli altri, trovando un equilibrio tra le proprie esigenze e quelle degli interlocutori. I Tre stili di comunicazione 1. Aggressivo: la comunicazione aggressiva implica la volontà di dominare o controllare gli altri, spesso a scapito dei loro diritti. Gli individui aggressivi possono usare un linguaggio duro, minaccioso o intimidatorio. 2. Passivo: la comunicazione passiva è caratterizzata dalla sottomissione e dalla rinuncia ai propri bisogni e diritti per evitare conflitti. Le persone passive possono avere difficoltà a esprimere i propri sentimenti e spesso si sentono sfruttate o ignorate. 3. Assertivo: la comunicazione assertiva si posiziona tra i due estremi. Le persone assertive esprimono i loro bisogni e sentimenti in modo diretto e rispettoso, senza violare i diritti altrui. Caratteristiche della comunicazione assertiva ⁃ Chiarezza: essere chiari e specifici su ciò che si vuole comunicare.⁃ Onestà: esprimere i propri sentimenti e pensieri autentici.⁃ Rispetto: riconoscere e rispettare i diritti e le opinioni degli altri.⁃ Ascolto attivo: prestare attenzione e mostrare interesse per ciò che l’altro sta dicendo.⁃ Comportamento non verbale: utilizzare un linguaggio del corpo congruente, come il contatto visivo e una postura aperta. Benefici della comunicazione assertiva 1. Miglioramento delle relazioni: le relazioni interpersonali tendono a migliorare quando si adotta uno stile comunicativo assertivo, poiché favorisce il rispetto reciproco e la comprensione. 2. Riduzione dello stress: esprimere i propri bisogni e sentimenti in modo chiaro e rispettoso può ridurre lo stress e l’ansia associati ai conflitti irrisolti. 3. Aumento dell’autostima: l’assertività contribuisce a sviluppare un senso di autoefficacia e autostima, poiché permette di difendere i propri diritti e bisogni. 4. Risultati positivi nei conflitti: la comunicazione assertiva facilita la risoluzione dei conflitti in modo costruttivo, portando a soluzioni vantaggiose per entrambe le parti. Tecniche di comunicazione assertiva 1. Messaggi “Io”: utilizzare frasi che iniziano con “Io” per esprimere i propri sentimenti e bisogni, riducendo il rischio di accusare o incolpare l’altro. Ad esempio, “Io mi sento frustrato quando non vengo ascoltato durante le riunioni”. 2. Tecnica del disco rotto: ripetere calmo e fermo il proprio punto di vista o richiesta senza arrabbiarsi o cedere, mantenendo la propria posizione. 3. Concordare sui fatti: riconoscere le verità nelle affermazioni dell’altro senza cedere o compromettere i propri diritti. Ad esempio, “Capisco che sei occupato, ma ho bisogno di chiarire questo punto con te”. 4. Gestione delle emozioni: imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni, evitando di reagire in modo impulsivo o aggressivo. La comunicazione assertiva è una competenza essenziale che può essere appresa e sviluppata con pratica e consapevolezza. Adottare uno stile comunicativo assertivo non solo migliora la qualità delle relazioni interpersonali, ma contribuisce anche al benessere psicologico individuale. Attraverso la chiarezza, l’onestà e il rispetto reciproco, la comunicazione assertiva crea un ambiente in cui tutti possono sentirsi valorizzati e compresi.
La cogenitorialità una prospettiva più ampia sui sistemi familiari

Per molto tempo le ricerche scientifiche e i resoconti sullo sviluppo dell’adulto, del bambino e della famiglia hanno fatto riferimento principalmente ad una visione parziale, in cui il focus era messo sulla relazione di un solo genitore con il bambino (McHale, Kuersten-Hogan e Rao, 2004). Negli ultimi trenta anni c’è stato un cambio di “rotta”, che ha visto la crescita di un nuovo campo di studi noto come coparenting. Il coparenting o cogenitorialità è un costrutto che affonda le sue radici nella teoria della famiglia strutturale di Salvador Minuchin (1974); nei suoi scritti, Minuchin ha sottolineato l’importanza in ogni famiglia di una leadership collaborativa e solidale fornita dai genitori. È principalmente intorno agli anni ’90 del Novecento, grazie al crescente interesse per le relazioni primarie, che si inizia a studiare e definire cos’è il costrutto del coparenting. La cogenitorialità si contrappone ad un’idea più tradizionale di genitorialità, che possiamo denominare “genitorialità individuale o parallela”, nella quale ciascun genitore svolge le funzioni parentali individualmente e separatamente rispetto all’altro genitore (Merenda, 2019; Palkovitz, Fagan, & Hull, 2013). Inizialmente, il focus viene posto sui sistemi familiari con due genitori e sulla comprensione del sistema di relazione triangolare che lega insieme una madre, un padre e un bambino (McHale & Cowan, 1996). McHale (2010) definisce la cogenitorialità come “un’impresa familiare”, cogestita da due o più adulti che si assumono la cura e l’educazione dei bambini per i quali ne condividono la responsabilità» (Merenda, 2019, pag. 61). In sostanza, gli studiosi si riferiscono al modo in cui i partner genitoriali si coordinano e collaborano reciprocamente per il benessere del bambino. Quando una coppia si prepara all’arrivo di un bambino, il sottosistema coniugale si trasforma e si viene a creare anche la coppia genitoriale. In questo sottosistema i due partner cooperano per la crescita di un terzo, ciò comporta un’ulteriore evoluzione: la nascita della triade. In realtà, la ricerca sottolinea come la cogenitorialità sia una funzione che nasce e si evolve già a partire dalla gravidanza, periodo in cui i futuri genitori si preparano all’incontro con il figlio (McHale & Cowan, 1996; McHale & Fivaz-Depeursinge, 1999). Alcuni studiosi della cogenitorialità (Belsky, Crnic e Gable, 1995; McHale, 1995; Van Egeren e Hawkins, 2004) hanno individuato le principali dimensioni che caratterizzano il funzionamento cogenitoriale: il grado di solidarietà e sostegno tra i cogenitori, l’antagonismo presente negli sforzi coparentali e la misura in cui entrambi i partner partecipato attivamente allo sviluppo del bambino. La relazione cogenitoriale è, quindi, qualcosa di diverso rispetto alla relazione di attaccamento duale – non si riferisce né alla diade madre-figlio né a quella padre-figlio; le funzioni cogenitoriali si collegano alla triade familiare, con ciò si intende che l’essere genitori comprende sia la relazione che si instaura con il figlio che quella che c’è tra i due partner (Ardone e Chiarolanza, 2007; Merenda, 2019; McHale, 2010). La letteratura empirica è concorde sull’idea che il modo in cui gli adulti riescono a essere cogenitori ha importanti implicazioni per la qualità dell’adattamento dei loro figli (Mangelsdorf, Laxman & Jessee, 2011). Bibliografia Ardone, R. & Chiarolanza, C. (2007). Relazioni affettive. I sentimenti nel conflitto e nella mediazione. Il Mulino. Belsky, J., Crnic, K., & Gable, S. (1995). The determinants of coparenting in families with toddler boys: Spousal differences and daily hassles. Child Development, 66(3), 629–642. Mangelsdorf, S., C., Laxman, D., J. & Jessee, A. (2011). Coparenting In Two-Parent Nuclear Families. In McHale, J. P., & Lindahl, K. M. (Eds.). Coparenting: A conceptual and clinical examination of family systems (pp. 39-59). American Psychological Association. McHale, J. P. & Cowan, P. (1996). Understanding how family-level dynamics affect children’s development: Studies of two-parent families. New Directions for Child and Adolescent Development, 74. McHale, J. P. & Cowan, P. (1996). Understanding how family-level dynamics affect children’s development: Studies of two-parent families. New Directions for Child and Adolescent Development, 74. McHale, J. P. & Fivaz-Depeursinge, E. (1999). Understanding triadic and family group interactions during infancy and toddlerhood. Clinical Child and Family Psychology Review, 2 (2), 107-127. McHale, J. P. (1995). Co-parenting and triadic interactions during infancy: The roles of marital distress and child gender. Developmental Psychology, 31, 985 – 996. McHale, J. P. (2010). La sfida della cogenitorialità. Milano: Raffaello Cortina. McHale, J. P., Kuersten-Hogan, R. & Rao, N. (2004). Growing points for coparenting theory and research. Journal of Adult Development, 11, 221 – 233. Merenda, A. (2019). La coppia cogenitoriale. In A. Merenda (a cura di). Psicodinamica delle famiglie contemporanee (pag. 59-70). ISBN (online): 978-88-5509-042-1. Minuchin, S. (1974). Famiglie e Terapie delle Famiglie. Astrolabio Ubaldini. Palkovitz, R., Fagan, J. & Hull, J. (2013). Coparenting and children’s well-being. In N. J. Cabrera & C. S. Tamis-LeMonda (Eds.), Handbook of father involvement: Multidisciplinary perspectives (p. 202–219). Routledge/Taylor & Francis Group. Van Egeren, L. A. & Hawkins, D. P. (2004). Coming to terms with coparenting: Implications of definition and measurement. Journal of Adult Development, 11, 65–178.
La cherofobia e la paura di essere felici

Si parla spesso del desiderio di essere felice; ma la cherofobia frena tantissimo la sua realizzazione. Quando, infatti, una persona ha una paura irrazionale di fronte alla gioia o alle emozioni positive in generale, si parla appunto di cherofobia. Il comportamento tipico di colui che vive questo malessere è l’evitamento di quelle situazioni, sociali e non, che possono portare a forme di piacere. L’aspetto irrazionale di tale atteggiamento dipende prevalentemente dalla convinzione radicata che se una persona é felice, immancabilmente accadrà qualcosa di nefasto. Una credenza in cui il karma, per così dire, restituirà in tempi brevi l’equivalente della felicità in dolore e tristezza. Psicologicamente parlando, la cherofobia nasce prevalentemente in coloro che hanno forme di autostima abbastanza carenti. La convinzione di non essere meritevoli di godersi le cose belle che la vita offre, limita fortemente l’azione e le relazioni. Si ha la convinzione di essere degli impostori nel vivere delle esperienze felici immeritatamente. Una fragilità interna che determina, di conseguenza, la messa in atto di atteggiamenti evitanti e ansiogeni. Spesso il cherofobico sviluppa questa convinzione attraverso le esperienze vissute già durante l’infanzia. Ripetutamente, da bambino, ad alcuni episodi di felicità hanno fatto seguito una punizione e quindi la tristezza. Si innesca quindi una correlazione cognitiva tra i due eventi secondo cui dopo la felicità arriva, purtroppo e subito, sempre la tristezza. La bizzarria di questa paura è che chi ne soffre, generalmente non è depresso o triste, ma cerca soltanto di evitare tutte le situazioni potenzialmente felici. Dal punto di vista patologico, la cherofobia non è riconosciuta come una vera e propria malattia, ma come un atteggiamento. Diventa cioè una scelta comportamentale che ha conseguenze purtroppo negative sulle proprie convinzioni , azioni scelte e relazioni.
La challenge quando si forma una nuova coppia

La celebrazione del matrimonio dà vita all’ufficialità della coppia. Entrambi i partner, per consolidare il loro legame relazionale, sono chiamati ad affrontare quotidianamente delle challenge. La nascita di una coppia è un processo articolato in fasi, che prevede continui adattamenti per ciascun coniuge. La costruzione di una nuova identità di coppia passa attraverso varie sfide che impegnano i coniugi sia tra di loro e sia con le famiglie di origine. Innanzitutto, una relazione solida è basata principalmente sullo sviluppo del NOI, sulla condivisione, sull’empatia e l’impegno reciproco. La challenge primaria riguarda i compiti che ogni coniuge assume nei confronti dell’altro. E’ necessario quindi che la coppia si orienti verso una relazione funzionale e complementare. Una volta organizzata la vita quotidiana, è opportuno stabilire anche delle regole implicite o esplicite in cui si lasci libertà e intimità all’altro. Finita l’idealizzazione del partner, il coniuge deve accettarlo con le sue caratteristiche ed esigenze. Si passa dall’illusione del “Tu sei perfetto per me” al “Ti accetto per così come sei”. In questo modo, ciascuno può andare incontro all’altro, senza perdere la propria individualità. Una sorta di rinegoziazione continua dei ruoli in cui ogni membro assume posizione up o down, in modo interscambiabile e mutabile. E’ la fase in cui si può strutturare un clima avulso dalla conflittualità, a conferma dell’ idea comune che in una famiglia felice non ci sia crisi. Questo atteggiamento, però, può cronicizzarsi determinando relazioni distruttive in cui non c’è più dialogo. La seconda challenge importante riguarda i compiti di sviluppo come figli. E’ necessario, innanzitutto, aver avviato un buon processo di individuazione. Il coniuge deve essersi svincolato dalla famiglia d’origine e modulare la lealtà anche nei confronti del partner. Risulta fondamentale la definizione di confini chiari tra ruoli e relazioni, aperti al dialogo e al confronto. “Siamo angeli con un’ala sola, solo restando abbracciati possiamo volare.” (Luciano De Crescenzo)
La capacità genitoriale nei processi separativi: dal valutare al descrivere

di Francesca Guglielmetti Il tetto si è bruciato, ora posso vedere la luna. Mizuta Masahide La psicologia, in maniera diretta o indiretta, si è sempre occupata di figli e genitori. Occupare è un verbo interessante poiché contempla sia l’essere attivi, la necessità di fare, che la passività propria del mettersi al servizio. Anche l’essere genitore è un po’ questo: essere attivamente al servizio del benessere del figlio. Quando lo psicologo entra in tribunale in qualità di consulente del giudice nelle controversie relative all’affidamento dei figli è però sollecitato non ad occuparsi ma a valutare. La separazione tra i genitori contiene in sé sia un elemento di sofferenza che una possibilità evolutiva. Dal trauma del la separazione si dipanano due strade. La prima, lastricata di immutabile dolore, indirizza verso il tetto fumante. La seconda, caratterizzata dall’instabilità propria dei processi evolutivi, offre la possibilità di ammirare la bellezza della luna. La prima strada, fatta di dolorose certezze, si presta alle valutazioni; la seconda, con le sue instabili potenzialità, sollecita ad occuparsi del benessere di genitori e figli lasciando sullo sfondo la necessità di valutare. 1. Dall’individuazione del genitore affidatario al diritto alla bigenitorialità. La necessità di procedere alla valutazione dei genitori ha fatto il suo ingresso nel nostro ordinamento con la legge 19 maggio 1975, n. 151, Riforma del diritto di famiglia, con cui si sanciva che nel caso di separazione tra i coniugi il superiore interesse dei figli venisse garantito dall’ individuare un genitore affidatario, a cui veniva concesso l’esercizio esclusivo della potestà, ed un genitore non affidatario su cui gravava il diritto/dovere di vigilare sull’operato dell’affidatario: Il coniuge cui sono affidati i figli, salva diversa disposizione del giudice, ha l’esercizio esclusivo della potestà su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i coniugi. Il coniuge cui i figli non siano affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse (art. 155 del C.C. modificato dalla legge 151/1975). Pertanto, era compito del giudice sondare le caratteristiche e le capacità di entrambi i genitori e scegliere quello più idoneo a svolgere la funzione di affidatario. Ciò rendeva necessario effettuare sempre e comunque un bilancio di competenze. Con la legge 8 febbraio 2006, n. 54, Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli il distinguo tra affidatario e non affidatario esce di scena: Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale (art. 155 del cod.civ. modificato dalla legge 54/2006). Successivamente con i l Decreto Legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell’articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219 si chiarisce inoltre che la responsabilità genitoriale, su disposizione del giudice e limitatamente alle questioni di ordinaria amministrazione, può essere esercitata da entrambi i genitori anche separatamente: Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente (art.55 D.Lgs 154/2013). Né la legge 54/2006 né le successive modifiche menzionano e nemmeno lasciano intendere che le modalità di affidamento dei figli debbano basarsi sull’individuazione del genitore migliore. Dopo trent’anni la Legge rinunciava a valutare i genitori e decideva, invece, di occuparsi esclusivamente del benessere dei figli. Aver individuato come fondamentale il diritto del figlio a mantenere il rapporto con i propri genitori anche successivamente alla rottura del vincolo affettivo tra di loro non avrebbe dovuto far abbandonare l’idea di misurare delle competenze? La priorità del Legislatore (e dunque del giudice chiamato a mettere in pratica la norma) è quella di garantire il diritto del figlio alla propria imperfetta e scissa famiglia o, ancora una volta, esprimere un giudizio sui genitori? Sintetizzando: Se la tutela del figlio non passa più attraverso l’individuazione del genitore migliore per quale motivo continuare a valutarli? 2. Il diritto del figlio tra consolidate prassi ed opportune tutele. Tuttavia, è ancora consuetudine nei procedimenti relativi all’affidamento dei figli successivamente alla separazione dei genitori per i quali viene disposta una consulenza tecnica d’ufficio chiedere di procedere ad una valutazione della capacità genitoriale. A che scopo? Mi si potrebbe rispondere che questo accade perché ci si trova dinanzi ad una situazione problematica che necessita di grande attenzione. Potrei ribattere che la cosa avrebbe senso nei procedimenti c.d. ablativi e modificativi della responsabilità genitoriale (art. 330 e 333 cod.civ.) ossia nei casi in cui si deve accertare la presenza di una violazione dei doveri dei genitori nei confronti dei figli o di abuso dei poteri, ove da simili comportamenti possano derivare gravi pregiudizi in capo ai minori. Potrei ribattere? Pensandoci bene forse no. Iura novit curia (Il giudice conosce le leggi) sussurra il professore di latino del liceo invitandomi al silenzio. Va bene. Prendete tutto quello che ho scritto fin qui come un mero esercizio di logica astratta, privo di quella competenza giuridica necessaria per poterlo argomentare pienamente. È tempo di rientrare nel perimetro di una psicologia declinata con la modalità obbediente ed esecutiva che dovrebbe caratterizzare il professionista chiamato dal giudice in qualità di consulente al fine di sostenerlo nel proprio discernimento. Con tale abito mentale mi rivolgo alle buone prassi nelle quali si specifica che dall’analisi della genitorialità potrebbe derivare sia un affidamento esclusivo (cosa questa che non modifica il diritto del figlio ad avere rapporti equilibrati e continuativi con entrambi i genitori) sia, in casi estremi ritengo, l’esclusione di entrambi i genitori dall’esercizio della genitorialità. (Protocollo di Milano: Linee guida per la consulenza tecnica in materia di affidamento dei figli a seguito di separazione dei genitori: contributi psico-forensi. “Nella valutazione delle capacità genitoriali, per regolare