L’impatto psicologico della Procreazione Medicalmente Assistita

di Cinzia Iole Gemma Per affrontare la tematica della procreazione medicalmente assistita è necessario anzitutto definire cosa s’intende per fertilità e sterilità. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una coppia è da considerare infertile quando non è in grado di concepire o di avere un bambino dopo un anno o più di rapporti non protetti, viceversa è da considerare sterile una coppia nella quale uno o entrambi i coniugi sono affetti da una condizione fisica permanente che non renda possibile avere dei bambini. Secondo l’OMS l’infertilità rappresenta un problema che colpisce il 10%-15% degli individui in età fertile, perciò su scala mondiale si stima l’infertilità di 50-80 milioni di soggetti, in particolari nei paesi industrializzati. Questo quadro secondo quanto riportato, può aumentare nel prossimo futuro, anche a causa di un numero crescente di donne che decidono di ritardare la possibilità di avere dei bambini. Per milioni di coppie nel mondo, l’impossibilità biologica di avere dei bambini è considerata come un dramma ed è descritta come un’esperienza che induce stress sia all’interno della coppia sia individualmente (Andreotti et al. 2000). La riproduzione o procreazione medicalmente assistita (PMA) si riferisce all’insieme di metodiche e trattamenti che aiutano il processo riproduttivo, siano esse chirurgiche, farmacologiche, ormonali o di altro tipo. La scelta di intraprendere un percorso di riproduzione assistita viene vissuta dalla coppia come l’ultima possibilità per poter coronare il proprio sogno. Ed è proprio in nome di tale desiderio che viene intrapreso questo percorso impegnativo, fatto di esami diagnostici, terapie e procedure più o meno invasive sul proprio corpo (Righetti et al. 2001). La PMA si pone come una pratica emotivamente costosa che investe gravosamente chi la affronta, ponendolo in una condizione di disagio emotivo. Scoprire e avere la consapevolezza di non essere abili al concepimento diventa fonte di alterazione della vita di coppia che coinvolge l’individuo con notevoli ripercussioni sociali e sofferenza personale che con il tempo non fanno altro che acuirsi diventando incontenibili andando a inficiare il benessere e l’equilibrio mentale (Conversano et al. 2007) L’infertilità è concettualizzata come una grave crisi nella vita. Una crisi che evoca reazioni emotive che è possibile classificare in quattro fasi principali: La fase iniziale (shock, sorpresa, negazione); la fase reattiva (frustrazione, rabbia, ansia, senso di colpa, dolore, depressione, isolamento); la fase di adattamento (accettazione) e una fase di risoluzione (pianificazione per soluzioni future). Le reazioni nel corso di una crisi sono determinati da fattori quali le influenze della manifestazione in sé, personalità preesistente, fattori culturali e il sostegno della famiglia e amici (Conversano et al. 2007). Gli effetti della diagnosi di sterilità hanno ripercussioni: · Sull’identità personale: conseguente perdita dell’autostima e dubbi rispetto alla propria identità e quella di coppia. · Rispetto alla relazione con il proprio partner: paura di essere abbandonati associata a un sentimento ambivalente che vede da una parte la chiusura nei confronti dell’altro e dall’altra ricerca di supporto e di avvicinamento. • Sulla vita sociale: isolamento e vergogna per la propria condizione. In questo contesto assume particolare importanza la reazione della coppia a tale diagnosi.  Le persone che affrontano tale realtà, infatti, si percepiscono come corpi malati che non sono in grado di procreare e quindi sottratti della possibilità di perpetuare sé stessi attraverso un’altra vita. La coppia va incontro a un vero e proprio trauma, con la presenza di sentimenti ambivalenti di vergogna e di invidia verso chi ha la possibilità di procreare. Successivamente si sviluppa un sentimento di perdita, del tutto analogo a quello provato durante un lutto vero e proprio. Le cognizioni di pretrattamento di impotenza e di accettazione rispetto alla possibile mancanza di figli sono i fattori che giocano un ruolo fondamentale nel determinare la risposta emotiva al fallimento del trattamento. Risulta quindi importante, fin dall’inizio, attivare un‘assistenza psicosociale dedicata a cambiare il significato della sterilità. Di conseguenza, il sostegno psicologico dovrebbe essere non solo specificamente mirato ad aiutare la donna a regolare la propria accettazione emotiva di un possibile fallimento del trattamento e dell’eventuale sterilità, ma anche offrire un’opportunità per discutere le reali possibilità di gravidanza e l’opportunità di continuare o meno il trattamento, compresi gli aspetti emotivi a lungo termine coinvolti nella decisione. I professionisti che si occupano della fertilità possono promuovere il processo di accettazione, discutendo i problemi d’infertilità con le coppie e migliorando la loro comunicazione sulla questione, cercando di pianificare con la coppia i trattamenti in caso di insuccesso e misurare eventuali differenze di motivazione per il trattamento tra i coniugi (Boivin et al. 2001; Kentenich et al. 2002). I professionisti dovrebbero anche preparare i loro pazienti alle possibili reazioni emotive che un trattamento senza successo può scatenare. Infatti, Hammarberg et al. (2008) sottolineano come sia necessario per la coppia informarsi sugli aspetti emotivi dei loro problemi di fertilità. Tale educazione psicosociale, ad esempio,si propone dispiegare in anticipo alla coppia che una maggiore sofferenza è una reazione naturale al trattamento senza successo e ciò potrebbe migliorare il loro controllo sulla risposta emotiva al fallimento del trattamento. Nella maggior parte dei casi, la conoscenza riassicurerà la coppia che ciò che sta sperimentando è parte di una reazione normale e non un’indicazione di regolazione disfunzionale. Bibliografia Andreotti S, Bucci AR, Marozza MI (1999). Gravidanza Fivet: rappresentazioni materne e aspetti psicologici. Psichiatria e Psicoterapia Analitica 18, 34-42. Ardenti R (1999). Il supporto psicologico durante l’iter della PMA. Bambini e genitori speciali? Dal bambino desiderato al bambino reale. Atti di Convegno Internazionale. Reggio Emilia 30-31 ottobre 1998 Roma: Percorsi editoriali. Boivin J, Griffiths E, Venetis CA (2011). Emotional distress in infertile women and failure of assisted reproductive technologies: meta-analysis of prospective psychosocial studies. British Medical Journal 223-342. Cecotti M (2004). Procreazione medicalmente assistita. Roma: Armando editore. Cipolletta S, Faccio E (2013). Time experience during the assisted reproductive journey: A phenomenological analysis of Italian couples’ narratives. Journal of Reproductive and Infant Psychology, 31(3), 285-298 Conversano G, Valentino V, Lensi E, Cela V, Artini PG, Genazzani AR (2007). Dalla diagnosi di sterilità/infertilità ai protocolli di procreazione assistita: vissuti psicologici delle coppie sterili. Giornale Italiano di

L’impatto psicologico della guerra sui bambini

L’esposizione al conflitto, in maniera diretta o mediante canali di comunicazione , può generare traumi o problemi di vario tipo nei bambini. Vediamo come prevenire qualche effetto psicologico secondario.  L’impatto psicologico della guerra è particolarmente evidente su soggetti altamente vulnerabili e immaturi come i bambini.Gli eventi altamente stressanti correlati al fenomeno della guerra, che possono coinvolgere direttamente un bambino o un giovane, sono: esposizione diretta a minacce per la sopravvivenza sua e di altri; esportazione in un altro paese; maltrattamenti o torture suoi o di altri; abbandono o perdita di figure significative; distruzione o perdita della propria abitazione o propri averi; perdita della libertà di istruzione e/o di culto religioso. Inoltre, quando si parla di bambini, si deve anche considerare il rischio di traumatizzazione secondaria. Il bambino o il ragazzo, infatti, subisce anche tutto l’impatto di vedere un genitore o una figura di riferimento traumatizzata. Il trauma nell’infanzia Il trauma in infanzia può essere descritto come l’impatto mentale e psicologico di un evento esterno e improvviso o di una serie di eventi altamente stressanti che provocano una sensazione di impotenza nel bambino e che determinano una rottura delle abituali capacità di strategie da lui messe in atto. Qualsiasi esperienza in cui il bambino sperimenta terrore, oppressione, dolore, o emozioni intense insieme ad una sensazione di impotenza, rappresenta un trauma infantile..Uno o più eventi traumatici precoci possono andare ad impattare in modo massiccio sulla probabilità di sviluppare sintomi o disturbi, non solo nell’immediato, ma anche in seguito, durante l’adolescenza o l’età adulta. Le reazioni di un bambino esposto ad un evento o una serie di eventi altamente stressanti, sono diverse, a seconda della loro età evolutiva e dell’importanza emotiva dell’evento. I bambini in genere hanno difficoltà a verbalizzare le loro emozioni ed i vissuti si manifestano spesso attraverso il comportamento non verbale. Nei bambini le reazioni ad esperienze traumatiche spesso includono sogni e difficoltà nell’addormentamento. Nei bambini più piccoli frequente emergono emergono timori abbandonici ma anche altre paure ad esempio quella del buio. Mentre nei bambini più grandi più spesso si rilevano difficoltà di concentrazione ed ipervigilanza. Ci possono inoltre essere manifestazioni psicosomatiche come il mal di testa, mal di stomaco, dolori muscolari ed enuresi notturne. Le difficoltà sul piano affettivo comprendono: depressione, pianto inconsolabile oppure al contrario distacco affettivo con comportamenti di isolamento, evitamento e ritiro sociale. Altre reazioni tipiche al trauma in età evolutiva includono alterazioni all’immagine di sé e dell’interpretazione di segnali sociali, cambiamenti nelle abitudini alimentari o nei ritmi sonno/veglia alterati e comportamenti aggressivi o irritabilità immotivata (Wiese & Burhorst, 2004, 2007). I traumi legati alla guerra Nel caso particolare in cui l’evento traumatico sia un conflitto o una guerra, i bambini possono aver sperimentato la perdita dei genitori ed altre figure significative. Si possono anche manifestare vissuti tipici della sindrome del sopravvissuto, quando i bambini sopravvivono al conflitto mentre amici e familiari ne sono rimasti vittime. Sviluppano sensi di colpa e sentimenti di profonda indegnità o pensieri di non meritare di essere felici. Cosa può fare un genitore per tutelare l’impatto emotivo della guerra sui bambini? Valutate il peso che la guerra ha sull’emotività dei bambini. Date sempre una spiegazione al bambino. Considerate l’importanza della speranza.

L’immagine di se e il concetto di autostima

immagine di se

L’immagine di sé e l’autostima sono due concetti che hanno ricevuto considerevole attenzione nella letteratura psicologica.  L’immagine di sé rappresenta la costellazione di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa. Essa riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, ciò che piace o non piace, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche. Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come l’amico di Marco, come una persona interessata alla fantascienza, e così via.  L’autostima è invece una valutazione circa le informazioni contenute nel concetto di sé; è la reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano cose diverse su di sé. Esso è collegato alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri. Il concetto di autostima e l’immagine di sé sono quindi collegati ma diversi. L’autostima dipende sia da fattori interni, cioè dalla sua soggettiva visione della realtà e di sé stessi, e sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che otteniamo e la qualità dei “messaggi” che riceviamo dalle altre persone.Le persone infatti sviluppano un’idea di sé sulla base di come sono trattate o viste dagli altri: “gli altri ci fanno da specchio, e noi tendiamo a vederci come loro ci vedono, a giudicarci come loro ci giudicano”. In altre parole ciò che gli altri pensano di noi, cioè l’immagine di noi che ci rimandano, diventa pian piano ciò che noi pensiamo di noi stessi. Ma se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso. Anche gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. Non c’è infatti luogo comune più veritiero di quello secondo cui “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”.

L’IMMAGINARIO COME TECNICA DI ELABORAZIONE DEL PROFONDO NEL SOSTEGNO E CURA INTEGRATA AI METODI COGNITIVO-COMPORTAMENTALI

Di Federico Rossi “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione,” così disse il fisico tedesco Albert Einstein. Le capacità immaginative rappresentano le modalità tramite cui gli esseri umani registrano ed elaborano i contenuti intollerabili dall’Io. L’assenza di una soluzione ad un quesito crea angoscia, il cervello s’impegna ad applicare la propria curiosità creativa e a completare gli elementi mancanti del quesito grazie all’immaginario. Dagli archetipi e dai primi traumi, fino ai casi più conclamati di sintomatologia psicotica (quali confabulazioni, dissociazioni, e/o distorsioni percettive), l’utilizzo dell’immaginazione e del linguaggio metaforico dell’immaginario ci assiste per elaborare la realtà che ci circonda, contenendo le nostre più forti angosce. Immaginare è una capacità che ha preceduto la cognizione nell’evoluzione filogenetica degli esseri umani. È emersa presto come abilità, consentendo ai primi uomini di formare immagini mentali, simulare scenari ed impegnarsi nella risoluzione creativa dei problemi. L’immaginazione, radicata nel corpo e nelle emozioni, ha svolto un ruolo fondamentale nell’adattamento,per poi evolversi successivamente con il linguaggio ed il pensiero simbolico, rimanendoinfluente negli sforzi creativi dell’uomocome nella poesia e nelle altre arti. Lo psicoanalista Sigmund Freud sosteneva che:“La creatività èun tentativo di risolvere un conflitto generato da pulsioni istintive biologiche non scaricate, perciò i desideriinsoddisfatti sono la forza motrice della fantasia ed alimentano i sogninotturni e quelli ad occhi aperti.” Le fasi evolutive dell’immaginazione riflettono lo sviluppo delle capacità immaginative umane nel corso del tempo. In una prima fase, presumibilmente all’epoca del Pliocene (circa 3-5 milioni di anni fa) ci fu un’immaginazione involontaria, simile alle libere associazioni nei sogni. I nostri antenati potevano ovviamente percepire un leone nella savana, ma potevano anche far affiorare in modo imprevedibile immagini casuali di leoni mentre si trovavano impegnati in lavori quotidiani. Successivamente nell’epoca del Pleistocene (circa tra i 2,58 milioni ed i 11.700 anni fa), si sviluppò un’immaginazione semi-volontaria, che coinvolseuna cognizione a caldo in tempo reale (hot cognition) eduna creatività improvvisata. Possiamo ipotizzaread esempio che i comportamenti ritualizzati, guidati dagli sciamani, avrebbero portato alla coscienzaesseri immaginari (quali ad esempio i leoni) attraverso azioni e gesti abituali. Infine si sviluppò l’immaginazione volontaria, dal Paleolitico Superiore (40.000 – 10.000anni fa) all’Olocene (12000 – 9000 mila anni fa), che incorporò processi cognitivi controllati e deliberati. Se si pensa alle pitture rupestri de “l’uomo leone” a Hohlenstein-Stadel in Germania e “l’uomo bisonte” nella Grotte de Gabillou in Francia, esse potrebbero essere le prime manovre trasgressive e trasformative di logica immaginativa, quali mescolanze tra forme animali ed umane all’interno delle arti visive. Queste fasi evolutive ci portano alla distinzione tra immaginazione ed immaginario, dove l’immaginazione rappresenta una forma di pensieroche non segue regole fisse né legami logici, ma si presenta come elaborazione libera di contenuto di un’esperienza sensoriale, legata a un determinato stato affettivo.D’altra parte l’immaginario è la rappresentazione metaforica del singolo che, tramite la metafora simbolica,elabora i contenuti della psiche a metà tra il conscio e l’inconscio. Per citare lo psicoanalista Carl G. Jung: “La scarpa che sta bene ad una persona sta stretta a un’altra. Non c’è una ricetta di vita che vada bene per tutti.” La progressione evolutiva dell’immaginario, nei singoli e nei gruppi, rappresenta oggi, come nella storia, un valido strumento progressivo e funzionale al superamento dei limiti imposti dalla logica e dalla ragione. Il suo sviluppo nel tempo rappresenta quanto le capacità dell’immaginario si siano ampliate ed affinate, denotando un sempre maggiore sviluppo sociale, culturale ed umano e rappresentando uno degli strumenti atavicamente più efficaci per portar luce ai pensieri “non pensabili” dell’inconscio. Come gli animali utilizzano immagini (ricordi visivi, uditivi, olfattivi) per adattarsi a nuovi territori e problematiche, così l’uomo genera informazioni per poi dipingerne rappresentazioni immaginifiche. E’ nell’assenza di sicurezza, di certezze, che l’uomo crea e riempie tale vuoto con il proprio immaginario. Nel corso degli anni certi simboli e metafore entrano nella memoria semantica dell’uomo, divenendo “certezze” ipotetiche dei misteri della vita e della morte e permettendo, grazie ad una traslazione immaginifica, la trasformazione di pensieri ‘instabili’ in pensieri ‘stabili’. Il lavoro di cura e sostegno, tramite l’immaginario del paziente, permette l’elaborazione attiva del profondo mediato dalla simbologia interiorizzata dell’individuo,favorendone l’evoluzione internae promuovendonela cura. L’introduzione di tecniche cognitivo-comportamentali nasceper identificare e modificare modelli di pensiero e comportamenti disadattivi. Queste tecniche comportano un esame consapevole, una sfidaalle proprie credenze sul mondo, bias e distorsioni, proponendo una loro possibile sostituzione con schemi più adattivi e positivi. Il loro approccio “evidence-based” segue un percorso top-down, un’elaborazione di tipo induttivo, basata su dati comportamentali e sulle loro conseguenze. Nei disturbi di personalità ad esempio, grazie all’approccio cognitivo-comportamentale, si agisce sui pensieri e sulle credenze consce, elaborando verbalmente la propria psiche in maniera lucida e razionale. Questo si contrappone ad un percorso analitico Immaginario, di stampo psicodinamico e di tipo deduttivo-simbolico, che utilizza il materiale inconscio immaginifico, come l’imagérie, i sogni, le associazioni libere ed intuitive, unitamente alla teoria ed alla tecnica psicoanalitica, per favorire l’insight. Come disse il fisico Albert Einstein:”La logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque.”Per stabilire un cambiamento radicale e duraturo è necessario che la struttura di significato del paziente venga attivata anche a livello emotivo (Greenberg& Malcolm, 2002; Holmes e Mathew, 2005). Qualora le tecniche di elaborazione verbale CBT non fossero in grado di modificare il nucleo delle patologie (come in alcuni disturbi di personalità), l’integrazione di tecniche esperienziali, specie quelle immaginative, acquisisce un ruolo centrale per l’elaborazione delle emozioni (Lang, 1987).Le immagini rappresentano una via d’accesso diretta alle emozioni ed al loro utilizzo, risultano più efficaci dell’elaborazione verbale ed attivano le stesse aree cerebrali coinvolte nella percezione (Holmes e Matthews, 2006; 2010). Dove l’approccio CBT permette un’elaborazione top-down, il lavoro svolto in parallelo a livello bottom-up da immaginazione ed immaginario, promuove un effetto sinergico e diffuso di varie reti neurali associate alla cognizione, alla memoria, all’emozione, ed al comportamento. Quando elaboriamo i pensieri usiamo il cognitivo e la razionalità, quando interagiamo con le immagini mentaliutilizziamo la nostra intuizione. Quando immaginiamo volutamente mescoliamo immagini, proposte di azione, ricordi, esperienze in tempo reale, nonché suoni, storie e sentimenti. La nostra mente diventa un processore multimediale che si sposta lateralmente tra le connotazioni,

L’illusione di comunicare: quello che diciamo viene capito davvero?

George Bernard Shaw la metteva in questi termini: “Il maggiore problema della comunicazione è l’illusione che abbia avuto luogo”. Certo, sembra paradossale: comunicare, mettere in comune, dovrebbe significare poter passare in modo immediato informazioni, sentimenti, opinioni, racconti e intenzioni, da un soggetto emittente a un soggetto ricevente che condividono la stessa lingua. Dovrebbe. Ma sappiamo tutti molto bene che la cosa è assai più complicata. È una questione di filtri in entrata: tutti li abbiamo, di quasi tutti siamo inconsapevoli; e molto spesso non siamo in grado di individuare né di riconoscere minimamente quelli dei nostri interlocutori. Questo è naturalmente un terreno fertile per incomprensioni e, in alcuni casi, per pericolose escalation nella comunicazione. Oggi prendiamo in considerazione gli insegnamenti del dottor Marshall B. Rosenberg (1934-2015), che ha affrontato scientificamente il tema e ha lavorato in tutto il mondo come pacificatore prima di fondare il Centro per la comunicazione non-violenta. Partiamo da una semplice constatazione: quando comunichiamo verbalmente con persone diverse siamo spesso sorpresi dal fatto che, in qualche modo, i nostri interlocutori non abbiano sentito quello che pensavamo di avere detto. Le nostre parole, infatti, arrivano loro attraverso filtri potentissimi di accesso. Per fare un’analogia con la vista, è come se tutti indossassero occhiali da sole con sfumature di colore differente: la nostra camicia bianca verrebbe percepita come rosa, azzurra, verde o marrone, a seconda della lente attraverso cui fosse guardata. A seconda del filtro di chi ascolta, il messaggio più semplice può arrivare in modo radicalmente diverso. “Puoi scrivermi una nuova versione di questo articolo?” potrebbe arrivare, a seconda dell’interlocutore, come “Chiede a me perché non ha voglia di lavorarci”; oppure: “Non è assolutamente in grado di farlo e ha bisogno del mio aiuto”; o ancora “Delega per sottolineare la sua posizione di superiore nell’organigramma”. E potete immaginare numerosi altri modi di interpretare un messaggio all’apparenza così banale, a seconda del filtro e delle attese del ricevente. Quindi: comunicare in modo efficace significa non solo assumersi la responsabilità di ciò che si dice; ma anche di come il nostro messaggio viene ascoltato, tenendo in considerazione molti fattori. Ma come si possono individuare i filtri di ascolto delle altre persone? Rosenberg indica nove bisogni umani fondamentali, da considerare come filtri di base attraverso i quali le nostre parole vengono percepite: Affetto, Creazione, Ricreazione, Libertà, Identità, Comprensione, Partecipazione, Protezione, Sussistenza. Possiamo pensare anche a quanto la Teoria dell’Attaccamento potrebbe contribuire nel comprendere meglio e individuare i filtri: una persona con attaccamento sicuro reagirà allo stesso messaggio in modo differente da qualcuno con attaccamento ansioso-ambivalente. La materia è vasta quanto il bisogno umano di comunicare, ma è anche affascinante e ancora totalmente da approfondire. Intanto, ricordiamoci che i filtri ci sono sempre. Quando conosciamo bene qualcuno è possibile anticipare attraverso quale filtro è più probabile che ci stia ascoltando e adattare il nostro messaggio di conseguenza, per essere più sicuri che arrivi proprio ciò che volevamo dire. Chiedere all’ascoltatore di ripetere ciò che pensa di aver sentito può sembrare inutile e faticoso, ma spesso è il modo migliore per capire se la nostra vera intenzione sia stata comunicata. Le possibilità di essere compresi migliorano anche se spieghiamo chiaramente ed esplicitiamo la nostra motivazione: far sapere all’ascoltatore cosa c’è dietro la nostra richiesta o affermazione renderà meno probabile la stratificazione delle interpretazioni in entrata. In ultima istanza, è importante essere consapevoli del fatto che tutti, e prima di tutto noi stessi, ascoltiamo gli altri attraverso potenti filtri individuali, dovuti alla nostra impostazione, alla nostra esperienza e alla personale visione del mondo. Curiosità, apertura e un freno alle interpretazioni aiutano ad avvicinarci al messaggio di chi parla con noi e alle sue intenzioni.  Coltivare il dubbio, chiedere e offrire spiegazioni è forse il più utile esercizio per evitare distorsioni nella comunicazione, in entrata e in uscita. Per andare un po’ più in là nell’illusione, che rimane in parte tale, di potersi comprendere davvero.

L’illusione di ‘Riempire’: L’atto del Mangiare come nesso Simbolico tra Corpo, Cibo e Amore

di Valeria Bassolino da Psicologinews Scientific “Evitate di ingoiare bocconi fisici ementali che sono destinati arimanere corpi estranei del vostrosistema.Per capire ed assimilare il mondo,dovete usare molto i vostri denti”.F. Perls scientific marzo 2 La funzione alimentare, per quanto essenziale, non è del tutto innata, ma ha bisogno di essere formata, e ciò equivale a dire che tale funzione può essere deviata dalla propria destinazione originaria, qualora la formazione in questione sia mal condotta. Dalle parole di A. Mindell: “Esiste un corpo inconscio, “un corpo che sogna” che è contemporaneamente corpo e sogno e indica la personalità globale con tutti i suoi canali. Chiamiamo “sintomo” i l segnale che giunge attraverso il corpo e “simbolo” quello che si manifesta attraverso il sogno”. Fritz Perls, in “L’ Io, la fame e l’aggressività”, spiega come il bambino cominci ad acquisire autonomia già con la dentizione, quando può masticare e destrutturare da solo il cibo, assimilarlo e farlo proprio. In termini psicologici, il ‘destrutturare’ vuol dire scomporre l’esperienza, masticarla. In tal modo, è p o s s i b i l e a t t i v a r e un processo elaborativo interno che consente di non incorporare passivamente i messaggi genitoriali, ma di assimilarne le parti buone e rifutarne quelle cattive. L’aggressività è intesa, in senso etimologico (adgredior), come energia dell’ ‘andare verso’ e afferrare, prendere, impossessarsi dell’esperienza. La rabbia, dunque, è l’emozione che ci permette di affrontare ciò che è pericoloso per noi o di respingerlo. Per questa ragione, la repressione della rabbia nel bambino gli impedisce di sfruttare energie vitali indispensabili. Il bambino, quindi, porterà alla bocca e inghiottirà tutto ciò che gli sembra ‘buono’, desiderabile, suscettibile di soddisfare i bisogni, rifiutando e sputando ciò che considera ‘cattivo’. Nelle fasi iniziali della vita, quindi, nessuna altra funzione vitale svolge un ruolo importante nella crescita quanto l’alimentazione. Soddisfare la fame produce un sentimento di sicurezza e di benessere; nell’allattamento il bambino prova il primo sollievo dal disagio fisico, e il contatto ‘caloroso’ con la pelle della madre gli dà la sensazione di essere amato. Durante l ’ a l l a t t a m e n t o , sperimenta sensazioni piacevoli nella bocca, nelle labbra e sulla lingua, che poi cercherà di produrre, in assenza della madre, succhiandosi il dito. Così, le sensazioni di sazietà, di sicurezza e di amore sono indivisibili nelle prime esperienze del bambino. Hilde Bruch sostiene che – quando la madre non risponde in maniera adeguata ai messaggi del figlio – questo perde ben presto la capacità di discriminare fame e sazietà. Vi sono madri che alimentano il proprio figlio tutte le volte che piange, perché sono incapaci di immaginare altri bisogni. Si sviluppa in tal modo il nesso simbolico in cui il cibo rappresenta amore, sicurezza e soddisfazione del bisogno; in questo caso, il cibo sarà utilizzato in maniera inadeguata ed esagerata allo scopo di risolvere tutti i problemi della sua esistenza. In età adulta, quello che per alcune persone è un ‘buco nero’, per altre è un ‘vuoto incolmabile’ e mangiare diventa il modo per riempirlo e riempirsi, per non sentire il vuoto affettivo e relazionale circostante. Quando è una carenza affettiva ad aver segnato e caratterizzato l’infanzia, quando non si riesce a percepire il calore e l’amore di chi sta attorno, ingerire una grande quantità di cibo può essere un modo appreso per ‘scaldarsi’ e gratificarsi. Se immaginiamo l’espressione della sofferenza che si sviluppa lungo un continuum che va dalla condizione ‘sana’ alla patologia, possiamo osservare manifestazioni d i d i s a g i o solo quantitativamente differenti; dalla ‘normalità’, ove sono sempre possibili fasi di sofferenza seppur episodiche o rivelate limitatamente nel tempo, fino ai Disturbi della Condotta alimentare. H. Bruch afferma che i Disturbi della Condotta Alimentare sono espressione esterna di disagi inerenti al Sé, al senso di inadeguatezza e alla bassa autostima che successivamente, nelle fasi critiche di passaggio, arrivano a manifestare disturbi nella sfera alimentare. In genere, afferma, tali pazienti sono state bambine compiacenti, brave, obbedienti, che ad una certa età incominciano a diventare oppositive e ribelli. L’Analisi Transazionale individua ingiunzioni del tipo: ‘Non essere te stessa’, ‘Non sentire’, ‘Non appartenere’ e Spinte del tipo: ‘Sii perfetta!’, ‘Sforzati!’, ‘Sbrigati!’. Si osserva, in questi casi, un Processo di Copione del tipo ‘finché’. Per esempio: ‘Finché non sarò magra non potrò essere felice’. Schematicamente, di seguito sono r a p p r e s e n t a t e l e S p i n t e Comportamentali applicate al cibo: ‘Sii forte!’ diventa ‘Mangia anche ciò che non ti piace’ ‘Sii perfetta!’ diventa ‘Mangia solo ciò che ti fa bene’ ‘Compiaci!’ diventa ‘Mangia tutto quello che ti do, tutto quello che dico io’ ‘Sforzati!’ diventa ‘Mangia fino alla fine, anche se non ti va, non lasciare niente’ ‘Sbrigati!’ diventa ‘Mangia veloce, presto’ Secondo Renate Göckel, gli attacchi di fame, dal punto di vista simbolico, hanno varie valenze. Per esempio, dalle parole di alcune pazienti: ‘Devo tapparmi la bocca perché quello che ho da dire veramente potrebbe essere o risultare aggressivo o distruttivo, quindi minacciare il rapporto che ho in corso’. Oppure: ‘Ho bisogno di colmare il terribile vuoto che mi porto dentro e che identifico come sintomo di fame anche se so che non è così’. In altro modo: ‘Potrebbe servire a ‘placarmi’ in qualche modo sollevandomi momentaneamente dall’ansia di dover dare delle ragioni profonde per questo senso di sgomento e di scontentezza di me e degli altri’. Anche sulla base di questi elementi, l ’ a u t r i c e r i t i e n e c h e i d i s t u r b i dell’alimentazione producono lo stesso risultato: creano distanza. I n f a t t i , “ L’ a n o r e s s i c a s i e r g e psicologicamente su tutti gli altri; la bulimica offre agli altri un’immagine di sé diversa dalla realtà, una sorta di finta

L’estate e la mente: come la stagione calda influenza la nostra psiche

L’estate, con la sua luce abbondante, le temperature elevate e i ritmi rallentati, è molto più di una semplice stagione meteorologica: è un potente agente psicologico che modifica emozioni, comportamenti e percezione del tempo. Le sue implicazioni sul benessere mentale sono complesse, oscillando tra miglioramenti dell’umore e potenziali disagi legati al caldo e ai cambiamenti di routine. Analizzare l’impatto dell’estate sulla nostra psiche ci permette di comprendere meglio come il contesto ambientale influenzi la salute mentale e il comportamento sociale.  Luce solare e umore: una relazione luminosa Uno dei fattori più significativi dell’estate è l’aumento dell’esposizione alla luce solare. La luce naturale stimola la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore associato al buonumore e alla regolazione dell’umore, e contribuisce alla sincronizzazione del ritmo circadiano, migliorando la qualità del sonno e la sensazione di benessere complessivo (Lam et al., 2001).Inoltre, l’estate contrasta la depressione stagionale (SAD, Seasonal Affective Disorder), che colpisce soprattutto nei mesi invernali a causa della ridotta esposizione alla luce. Nei mesi estivi, molte persone sperimentano un aumento dell’energia, della motivazione e della socialità, anche grazie all’attività all’aperto e al contatto con la natura. Quando il caldo disturba: disagio termico e salute mentale Tuttavia, l’estate non è sempre sinonimo di benessere. Temperature eccessivamente alte possono provocare stress termico, disidratazione e insonnia, influenzando negativamente l’umore e la capacità di concentrazione. Studi recenti hanno evidenziato una correlazione tra ondate di calore e aumento dei disturbi d’ansia, irritabilità e perfino aggressività (Anderson & Bell, 2009).Inoltre, alcune persone sperimentano una forma estiva di disturbo affettivo stagionale (Summer SAD), meno comune ma caratterizzata da inquietudine, insonnia e perdita di appetito, spesso legata al disagio fisico provocato dal caldo e alla pressione sociale verso un’estetica “estiva” idealizzata. Vacanze, tempo libero e ristrutturazione della mente L’estate è anche il periodo delle ferie, delle pause lavorative e del tempo libero. Questo cambiamento nei ritmi quotidiani favorisce la ristrutturazione cognitiva, ovvero l’opportunità di riflettere, ridefinire priorità e ritrovare energie mentali. Il tempo libero permette di ridurre lo stress cronico, migliorare la regolazione emotiva e rafforzare i legami sociali, fattori essenziali per la salute mentale (Kuykendall et al., 2015).Tuttavia, per alcune persone, le vacanze possono diventare fonte di ansia da tempo libero, senso di vuoto o difficoltà nel gestire un ritmo diverso da quello abituale. Ciò avviene spesso in soggetti molto performanti, che faticano a “staccare” e a tollerare l’ozio.  Socialità, natura e identità estiva Il clima favorevole e le giornate lunghe facilitano le interazioni sociali e il contatto con la natura. Entrambi sono elementi potenti per il benessere mentale: il supporto sociale è un fattore protettivo contro ansia e depressione, mentre stare nella natura riduce i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) e favorisce la mindfulness spontanea.Inoltre, l’estate può favorire una sperimentazione dell’identità: si è più propensi a uscire dalla propria routine, viaggiare, vestirsi in modo diverso, incontrare persone nuove. Questa apertura può aiutare a scoprire lati inediti di sé, rinforzando l’autostima e la flessibilità psicologica. Conclusione: estate come opportunità (e sfida) psicologica L’estate è una stagione psicologicamente densa, capace di portare benessere, rigenerazione e connessione, ma anche disagi legati al caldo, al cambiamento di routine o alle aspettative sociali. Conoscere questi effetti ci permette di sfruttare il potenziale positivo della stagione, prevenendo al contempo eventuali ricadute sul piano emotivo. Come tutte le transizioni, anche quella stagionale è un’occasione per osservare il nostro equilibrio interiore e prendercene cura. Bibliografia Anderson, C. A., & Bell, M. L. (2009). Weather-related mortality: How heat, cold, and heat waves affect mortality in the United States. Epidemiology, 20(2), 205–213. Lam, R. W., Levitt, A. J., Levitan, R. D., Enns, M. W., Morehouse, R., Michalak, E. E., & Tam, E. M. (2001). The CAN-SAD study: A randomized controlled trial of the effectiveness of light therapy and fluoxetine in patients with winter seasonal affective disorder. American Journal of Psychiatry, 158(6), 882–890. Kuykendall, L., Tay, L., & Ng, V. (2015). Leisure engagement and subjective well-being: A meta-analysis. Psychological Bulletin, 141(2), 364–403. Rosenthal, N. E. (1998). Seasonal Affective Disorder and Beyond: Light Treatment for SAD and Non-SAD Conditions. Oxford University Press.

L’esperienza della dislessia: uno studio longitudinale sulle reazioni ansiose

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific Il presente lavoro indaga l’ evoluzione dell’impatto e del vissuto della dislessia sul vissuto psicologico, di 35 dislessici maschi valutati nel 2010 e ri-valutati nel 2019. Il campione è appaiato per fascia di reddito genitoriale, trattamenti riabilitativi ricevuti, età prima diagnosi Emerge come la dislessia sia un fattore di vulnerabilità che comporta un elevata ansia situazionale-prestazionale, per cui i trattamenti dovrebbero rivolgersi non solo al miglioramento della prestazione accademica ma anche agli aspetti psicologici. Nel lontano ottobre del 2011 ad un anno dall’uscita della legge 170/ 2010 e a pochi mesi dall’uscita della Consensus Conference muovendo dal quesito B 4.2 della Consensus parte il nostro studio. La riposta dal quesito B4.2 riporta che non ci sono prove di correlazione uni lineare diretta tra tra la presenza di dislessia e un aumento del rischio di sviluppare disturbi psicopatologici. Eppure grand parte dei ragazzi che vedevamo all’epoca mostrano segni di ansia e e riportavano vissuti di inadeguatezza. Quando si parla di Disturbi specifici dell’apprendimento il confronto tra scuole di pensiero è ancora acceso, trattandosi di una caratteristica estremamente complessa per quanto “specifica” e “specificata” in letteratura e nelle varie definizioni-sistemazioni n o s o g r a fi c h e . A f f a c c i a n d o s i “nell’universo dell’infanzia” si deve esser pronti ad affrontare argomentazioni complesse e ricche di controversie, dilemmi tali da mettere in crisi le più consolidate certezze scientifiche ed antropologiche. Il disturbo della lettura spesso si verifica in concomitanza con altri disturbi dello sviluppo neurologico e questo ha importanti implicazioni sia per la diagnosi c h e p e r g l i i n t e r v e n t i riabilitativi. Comprendere la natura e le cause delle comorbidità è al centro della comprensione dei disturbi dello sviluppo. Ad esempio, se il Disturbo X si manifesta frequentemente con il Disturbo Y, ciò indica il funzionamento dei fattori di rischio condivisi e migliora la comprensione delle cause di ciascuno di questi disturbi. La comorbilità può essere trovata tra disturbi all’interno dello stesso gruppo diagnostico ( comorbilità omotipica : p. Es., Disturbo della lettura e disturbo della matematica), nonché tra disturbi di d i v e r s i g r u p p i d i a g n o s t i c i ( comorbilità eterotipica ), come tra disturbo della lettura e disturbi comportamentali (deficit di attenzione -Disturbo da iperattività (ADHD) e disturbo della condotta) o disturbo della lettura e problemi emotivi (ansia e depressione) (Angold, Costello, & Erkanli, 1999 ). I bambini sanno quanto sia importante la lettura. Lo sentono dai loro genitori e insegnanti fin dalla tenera età. Quindi, quando i bambini difficoltà lottano con quell’abilità vitale, possono crearsi reazioni ansiose. Spesso queste reazioni sono transitorie a situazioni che implicano la lettura. Ma a volte, i bambini con d i fferenti caratteristiche di apprendimento sviluppano un problema più grande con l’ansia, ma attenzione l ’ a n s i a non è connaturata a l l a “deviazione” degli apprendimenti ma all’adattamento dei contesti. I bambini con dislessia hanno spesso paura di ciò che potrebbe accadere quando leggono. Possono avere paura di fallire, o di essere giudicati o di sentirsi. imbarazzati. Potrebbero anche esserci momenti in cui temono che non impareranno mai o non avranno successo in nulla a causa delle loro difficoltà di lettura, che coinvolge non solo l’alunno ma tutta l’identità del bambino. Queste emozioni negative devono essere comprese ed accolte con il giusto supporto, per evitare lo strutturarsi di certe reazioni. L o s c o p o d i q u e s t o l a v o r o è comprendere le possibili evoluzioni e i possibili effetti a cascata del disturbo di lettura nel corso della scolarità e dello sviluppo intercettando le eventuali reazioni disadattamento che possono sfuggire alla semplice valutazione psicometrica. La dislessia evolutiva neurovarietà dell’apprendimento di natura neurobiologica è soggetta ad una “ eterotrofia fenotipica” che può non riguardare solo i parametri diagnostici ma estendersi a estendersi a fattori emotivi-motivazionali. Spesso, purtroppo ancora oggi, le difficoltà scolastiche vengono scambiate per pigr izia, scarso interesse o mancanza di volontà. I frequenti fallimenti e le frustrazioni a cui possono andare incontro i ragazzi con DSA possono dare vaiati di inadeguatezza ed incapacità a soddisfare le aspettative altrui, creando una serie di effetti socio-emotivi. Molti studi hanno riscontrato che i bambini con dislessia presentano alti livelli di ansia e stress correlato alla performance come sintomi secondari al disturbo. Obiettivo: effettuare uno studio longitudinale circa i vissuti della dislessia e la “digestione” delle misure dispensati e degl i st rument i compensat ivi . Campione: 35 soggetti maschi, frequentanti la terza e la quarta primaria, con diagnosi di dislessia. Il campione è appaiato per fascia di reddito genitoriale, trattamenti riabilitativi ricevuti, età prima diagnosi. I soggetti sono stati valutati nel 2010 e nel 2019. La selezione e il reclutamento dei pazienti è avvenuta tramite l’ASL BN e la sezione AID BN. Materiali: Nel 2010 Scala di Auto-somminist razione per Fanciul l i e Adolescent i – SAFA (Cianchet t i – Fancello, 2011) lette dall’esaminatore, per indagare la presenza di diverse comorbilità psichiatriche e il Parent Stress Inventory (Laghi et all., 2008), per valutare lo stress nella relazione genitore-bambino e per definire un profilo di stile genitoriale. Nel 2019: Questionario per la Valutazione della Psicopatologia negli Adolescenti – Q-PAD (Sica et all., 2011) e il Parent Stress Inventory. Dall’analisi dei dati è emerso che l’85% del nostro campione mostra significativi livelli di ansia scolastica e prestazionale, l’80% lamenta somatizzazioni multiple (dolori a d d o m i n a l i , c e f a l e a , d o l o r e aspecifico alla gola) e deflessioni dell’umore con senso di colpa e frustrazione (70%). Il livello di stress totale percepito dai genitori è superiore all’85°percentile (cut – off utilizzato per l’individuazione di profili genitoriali a rischio).

L’equilibrio tra i tre mondi: una chiave per il benessere psicologico

Il Modello di Articolazione Intersistemica, sviluppato da Baldascini, rappresenta un’importante chiave di lettura per comprendere il funzionamento della psiche umana in relazione ai sistemi che la influenzano. Questo approccio mette in evidenza il concetto di tre sistemi fra loro “interconessi”: Cognitivo, Emotivo e Motorio-Istintuale. L’intento è esplorare il significato di ognuno di essi ed il modo in cui interagiscono, ma soprattutto l’importanza della figura dello psicoterapeuta nel facilitare un equilibrio dinamico tra le diverse dimensioni dell’esperienza umana. Difatti, queste tre parti a volte sono in armonia, ma altre volte invece, ci si può trovare in un “disequilibrio” che induce ad una “disarmonia”. Come viene articolato questo modello? I tre sistemi fondamentali che consentono di comprendere meglio il nostro funzionamento sono: Il sistema cognitivo, legato al pensiero ed alla razionalità. Il sistema emotivo, legato alle emozioni Il sistema motorio-istintuale, responsabile dell’impulso e della risposta immediata agli stimoli. Se tali sistemi comunicano in modo fluido tra loro, ci sentiamo in equilibrio, se invece, uno di essi prende il sopravvento sugli altri possiamo sperimentare “disagio psicologico”. Se il sistema cognitivo domina infatti, si rischia di vivere troppo nella mente, ad analizzare ogni situazione razionalizzando eccessivamente. Se, invece, l’emotivo è troppo forte si rischia di essere travolti dai sentimenti ed il rischio è la vulnerabilità. Infine, quando è il motorio istintuale a prendere il sopravvento, si rischia di agire in maniera impulsiva e la gestione delle emozioni può diventare impossibile. Come si ritrova l’equilibrio? Il ruolo della terapia Il Modello di Articolazione Intersistemica di Baldascini ci mostra quanto sia fondamentale l’apporto del terapeuta nel ristabilire il benessere. Esso nasce dall’integrazione di pensiero, emozione ed azione. Nessuno di questi sistemi è “giusto” o “sbagliato”, ma è il loro equilibrio a determinare la nostra capacità di affrontare la vita in modo armonioso. La Terapia diventa, quindi, un viaggio di riconversione e di integrazione, e supporta il paziente nel ritrovare un equilibrio più “sano” tra le sue diverse dimensioni di esistenza. Ma c’è una buona notizia: l’equilibrio non è qualcosa di statico, ma un processo in continuo movimento che possiamo coltivare con consapevolezza ed ascolto di noi stessi! In fondo, la felicità sta nel trovare un modo autentico di abitare il nostro mondo interiore, le nostre azioni ed il mondo che ci circonda. Bibliografia L’adolescente tra appartenenze e trasformazioni, Luigi Baldascini.

L’epifania della psicologia in ciascuno di noi

epifania

La traduzione dal greco più acclarata della parola epifania è sicuramente manifestazione. Secondo la tradizione cattolica, Gesù Bambino “si manifesta “ ai Re Magi, nella sua natura umana e quindi corporea. Allo stesso tempo, gli viene attribuita anche una dimensione spirituale, interiore. Per i bambini, l’ epifania corrisponde all’arrivo della Befana, che premia o punisce in base al comportamento assunto durante l’anno. La calza piena di carbone, dolce o reale che sia, spinge alla riflessione interiore, sin dalla più tenera età. Rappresenta quindi il modo di abituarsi all’idea che siamo parte di relazioni e che il nostro comportamento influisce su quello degli altri. La duplice lettura dell’epifania riporta, di conseguenza, l’attenzione all’importanza della manifestazione o rivelazione in senso psicologico. Quando, infatti, l’individuo percepisce un forte cambiamento di se stesso, si trova di fronte ad una rinascita psicologica. Attraverso una riflessione, una intuizione, l’accendersi di una lampadina, l’individuo aggiunge nuove conoscenze di se stesso. Comincia, quindi, a percepirsi diverso, rispetto ad un prima, adattandosi a questo cambiamento. In questa manifestazione psicologica, si struttura un nuovo equilibrio. Si innesca un bilanciamento tra ciò che si percepisce individualmente e ciò che ci rimandano le persone con le quali interagiamo quotidianamente. Risulta importante, di conseguenza, prendere consapevolezza di ciò che siamo diventati, per costruire e modulare l’immagine di noi stessi. Immagine non solo data dalla riflessione interiore, ma anche da una lettura delle relazioni interpersonali, di qualunque natura. Ecco che eventi religiosi o del folklore popolare si trasformano in spunti di riflessione e cambiamento personale. Una migliore consapevolezza di se stessi e dei ruoli da assolvere determinano così l’idea che la maschera che indossiamo può essere rimossa, cambiata o addirittura abbellita.