L’ansia: un consigliere prezioso?

Cosa c’è di utile e informativo nell’ansia e come possiamo utilizzarla. Tra gli autori che studiano gli effetti dello stress e dell’ansia sul cervello umano, Wendy Suzuki, professore di Neuroscienze all’università di New York, ci dà una prospettiva interessante. Partiamo da un presupposto: di fronte agli eventi stressanti e all’ansia che provocano in noi, tutti sviluppiamo strategie che ci permettono di fronteggiarli e tornare sui binari. Queste azioni e comportamenti sono spesso automatici e sotto la soglia della coscienza e si sono sviluppati quando eravamo più giovani e meno inclini a comprendere i nostri meccanismi mentali. Hanno tutti uno scopo preciso: quello di alleviare le sensazioni spiacevoli e di confortarci. Ma cosa succede quando questi meccanismi non funzionano più per arginare lo stress? Come molti sanno, possono irrigidirsi e diventare delle vere e proprie trappole e rendere le cose peggiori, in termini di salute, sicurezza e qualità delle relazioni nella vita di ogni giorno. Il periodo Covid ha esacerbato molte risposte ai fattori esterni, perché la situazione di minaccia continua ha provato i nostri sistemi di difesa oltre la soglia e li ha spesso resi molto più rigidi. Tornare indietro non si può; ma forse non serve, forse è un’autentica opportunità per andare avanti, con più curiosità e attenzione e con la consapevolezza che molte persone stanno attraversando momenti simili. Utilizzare l’ansia come informazione è utile. Perché ci dice che qualcosa si è squilibrato nel rapporto cervello-corpo e che bisogna attivarsi. Non per annullare la sensazione, come ci siamo allenati a fare fin da piccoli, ma per trovare un rimedio alle cause sottostanti, affrontandole da adulti. Ognuno, se vorrà, potrà approfondire i motivi, ma alcuni semplici consigli possono aiutare. Eccone alcuni, di cui parla la dottoressa Suzuki: non isolarsi, imparare a condividere la propria esperienza con gli altri. Parlare della difficoltà, non dissimulare e non chiudersi. Chiedere aiuto, quando serve. Cercare orari regolari di riposo, per aiutare il corpo. Creare routine giornaliere e seguirle con costanza, perché aiutano a regolare le emozioni. Fare movimento all’aperto. Tutti questi comportamenti, che sembrano i consigli della nonna, hanno solide basi di ricerca scientifica: introdurli nelle scelte quotidiane fa la differenza, da subito, in termini di produzione di endorfine e di aumento della motivazione. Stop alle pulizie esagerate, all’utilizzo continuativo dei social e alle abbuffate da serie televisive: metodi che servono a zittire e ad accantonare solo per un po’ l’ansia, per farla tornare a breve più forte di prima. Sostituirli con comportamenti virtuosi può essere difficile all’inizio, ma consente di diminuire in tempi brevi i livelli di stress. Impariamo a usare l’ansia come una richiesta di attivazione; una richiesta utile e chiara: dopo un lungo periodo di incertezza, può fare sorprendentemente bene ripartire da zero. O da tre, come diceva Troisi.

L’ansia sociale: cos’è, come riconoscerla e strategie per gestirla

L’ansia sociale è un disturbo che colpisce molte persone, spesso in modo silenzioso, ma che può avere un impatto significativo sulla vita quotidiana e sul benessere psicologico. Se hai mai provato una sensazione di paura o disagio estremo nel dover interagire con gli altri, potresti aver vissuto un episodio di ansia sociale. In questo articolo, esploreremo cos’è l’ansia sociale, come riconoscerla e le strategie pratiche per affrontarla e gestirla. Cos’è l’ansia sociale? L’ansia sociale, nota anche come fobia sociale, è un disturbo psicologico che si manifesta con un’intensa paura o preoccupazione nelle situazioni sociali, come parlare in pubblico, incontrare nuove persone o partecipare a eventi sociali. Le persone che soffrono di ansia sociale temono spesso di essere giudicate negativamente dagli altri, di fare figure imbarazzanti o di non essere all’altezza delle aspettative sociali. Questo disturbo può manifestarsi in vari modi, da una leggera apprensione a sintomi più gravi, come attacchi di panico, palpitazioni e difficoltà respiratorie. Come riconoscere l’ansia sociale? I sintomi dell’ansia sociale possono variare da persona a persona, ma generalmente si manifestano in modi fisici, emotivi e comportamentali. Ecco alcuni segni comuni:1. Sintomi Fisici• Battito cardiaco accelerato• Sudorazione eccessiva• Tremori o difficoltà a respirare• Nausea o mal di stomaco• Bocca secca• Rossore o sensazione di calore al viso2. Sintomi Emotivi• Paura persistente di essere giudicati negativamente dagli altri• Preoccupazione anticipatoria (pensieri ossessivi prima di un incontro sociale)• Sentimenti di vergogna o inadeguatezza• Sensazione di “nervosismo” o “panico” in situazioni sociali3. Comportamenti EvitantiLe persone con ansia sociale tendono a evitare situazioni che potrebbero causare imbarazzo, come:• Rifiutarsi di partecipare a eventi sociali o feste• Evitare di parlare in pubblico o fare discorsi• Cercare di nascondersi in situazioni di gruppo• Sospendere attività quotidiane che richiedono interazioni sociali Le cause dell’ansia sociale Le cause precise dell’ansia sociale non sono completamente comprese, ma si ritiene che sia un disturbo psicologico influenzato da una combinazione di fattori genetici, ambientali e psicologici.1. Fattori geneticiAlcuni studi suggeriscono che l’ansia sociale possa essere ereditaria, il che significa che se un membro della famiglia soffre di questo disturbo, c’è una maggiore probabilità che anche altri membri della famiglia possano svilupparlo.2. Esperienze infantili e adolescenzialiEsperienze di bullismo, traumi emotivi o una crescita in un ambiente familiare critico o iperprotettivo possono aumentare il rischio di sviluppare ansia sociale. I bambini che non imparano a gestire correttamente le emozioni o che vengono costantemente criticati possono crescere con una bassa autostima, un fattore di rischio per l’ansia sociale.3. Modelli comportamentali appresiL’ansia sociale può anche essere appresa attraverso l’osservazione o l’esperienza diretta. Ad esempio, se un genitore o una figura di riferimento mostra comportamenti ansiosi in situazioni sociali, il bambino può sviluppare reazioni simili.4. Biologia del cervelloAlcune ricerche suggeriscono che il cervello di chi soffre di ansia sociale potrebbe essere più reattivo alla percezione di minacce sociali, come la paura di essere giudicati negativamente. Questo può portare a un’ipersensibilità agli stimoli sociali, che amplifica l’ansia. Come gestire l’ansia sociale: strategie e approcci Affrontare l’ansia sociale non è sempre facile, ma esistono diverse strategie per gestirla in modo efficace e migliorare la qualità della vita. Ecco alcuni approcci pratici:1. Esposizione graduale alle situazioni socialiUno degli approcci più efficaci per ridurre l’ansia sociale è l’esposizione graduale alle situazioni che causano paura. Inizia con piccoli passi, come fare una chiacchierata con un amico o partecipare a eventi sociali a bassa intensità. Con il tempo, la pratica ti aiuterà a sentirti più sicuro e a ridurre i sintomi di ansia.2. Tecniche di rilassamento e mindfulnessTecniche come la respirazione profonda, la meditazione e la mindfulness possono aiutare a calmare la mente e il corpo prima o durante situazioni sociali. Imparare a concentrarsi sul momento presente e a respingere i pensieri catastrofici può ridurre l’intensità dell’ansia.3. Cognizioni positive e autoaffermazioniUn altro modo per gestire l’ansia sociale è sfidare i pensieri negativi e sostituirli con autoaffermazioni positive. Ad esempio, invece di pensare “Farò una brutta figura”, prova a pensare “Sono preparato e ho il diritto di essere qui”. La Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) è particolarmente utile per questo tipo di approccio.4. Ristrutturazione cognitivaLa ristrutturazione cognitiva è una tecnica terapeutica che aiuta a identificare e modificare i pensieri distorti che alimentano l’ansia sociale. Questo approccio ti aiuterà a cambiare la tua visione su te stesso e sugli altri, riducendo la paura di essere giudicato.5. Supporto psicoterapeuticoLa psicoterapia, in particolare la Terapia Cognitivo-Comportamentale, è uno dei trattamenti più efficaci per l’ansia sociale. Un terapeuta può aiutarti a esplorare le radici del tuo disturbo e a sviluppare abilità pratiche per gestire l’ansia nelle situazioni sociali.6. Supporto socialeParlare con amici o familiari che ti comprendono può essere un ottimo modo per sentirsi supportati. Inoltre, partecipare a gruppi di supporto con persone che vivono esperienze simili può aiutarti a sentirti meno isolato. Quando cercare aiuto professionale Se l’ansia sociale interferisce significativamente con la tua vita quotidiana, il lavoro o le relazioni, potrebbe essere utile cercare l’aiuto di un professionista della salute mentale. Un terapeuta o psicologo può offrirti il supporto necessario per affrontare l’ansia e sviluppare strategie efficaci per superarla. L’ansia sociale è un disturbo che può limitare seriamente la qualità della vita, ma con il giusto supporto e le strategie appropriate, è possibile gestirla e superarla. Se ti riconosci in alcuni dei sintomi descritti in questo articolo, non esitare a cercare l’aiuto di un professionista. Con pazienza e determinazione, è possibile ridurre l’impatto dell’ansia sociale e migliorare il benessere psicologico, vivendo una vita più serena e soddisfacente.

L’ansia non è il nemico: imparare ad ascoltarla per trasformarla

Viviamo in un’epoca in cui l’ansia è diventata una delle parole più pronunciate, cercate online, temute. Spesso si presenta come un peso sul petto, una corsa del cuore senza una direzione, una mente che non smette di parlare. Ma cos’è davvero l’ansia? E soprattutto: come possiamo smettere di combatterla e iniziare a comprenderla? Ansia: un campanello, non un guasto L’ansia è una risposta naturale e adattiva: ci prepara ad affrontare una minaccia, ci rende vigili. È, in fondo, un segnale che il nostro corpo e la nostra mente usano per dirci: “C’è qualcosa da guardare meglio”. Il problema nasce quando questo allarme resta acceso anche quando il pericolo non c’è, oppure quando non riusciamo a riconoscere da dove arriva. In quei casi l’ansia smette di essere utile e diventa invasiva. Ascoltare l’ansia: da sintomo a messaggio Invece di volerla zittire a tutti i costi, possiamo imparare a dialogare con l’ansia. Chiederci:• Che cosa sto evitando?• Quali parti di me sentono di non avere controllo?• Cosa mi spaventa davvero, sotto la superficie? Spesso l’ansia segnala bisogni ignorati, scelte non allineate, o tempi troppo accelerati. È il nostro corpo che ci chiede attenzione. Cosa possiamo fare? 1. Rallentare. Il primo passo è rallentare. Respirare profondamente, riconnettersi al corpo. L’ansia vive nel futuro: riportarsi al presente la indebolisce.2. Dare un nome alle emozioni. “Mi sento agitato” è diverso da “ho paura di fallire”. Più siamo precisi, più siamo liberi.3. Normalizzare. Provare ansia non significa essere sbagliati. Significa essere umani, in un mondo che cambia in fretta.4. Chiedere aiuto. La psicoterapia è uno spazio in cui l’ansia può essere accolta, compresa, trasformata. Non c’è nulla di sbagliato nel chiedere supporto: è un atto di forza, non di debolezza. Se impariamo a non combattere l’ansia, ma a usarla come una bussola, possiamo scoprire aspetti di noi stessi che aspettavano solo di essere ascoltati. L’ansia non è il nemico. È un messaggio che ci chiede attenzione, cura, e a volte, cambiamento.

L’ansia da sovraccarico informativo: come la psicologia può aiutarci a gestire il bombardamento digitale

L’Ansia da sovraccarico informativo: come la psicologia può aiutarci a gestire il bombardamento digitale Nel mondo iperconnesso di oggi, siamo costantemente sommersi da una quantità impressionante di informazioni. Notizie, notifiche, e-mail, social media: tutto compete per la nostra attenzione, spesso lasciandoci sopraffatti e incapaci di concentrarci. Questo fenomeno, noto come sovraccarico informativo (information overload), ha un impatto diretto sul nostro benessere mentale e sulla nostra capacità decisionale. Ma come possiamo proteggerci da questa pressione costante? La psicologia offre strumenti utili per navigare in un mondo digitale sempre più caotico. 1. Che cos’è il sovraccarico informativo e come influisce su di noi Il sovraccarico informativo si verifica quando riceviamo più dati di quelli che possiamo elaborare in modo efficace. Studi recenti dimostrano che essere continuamente esposti a informazioni frammentate può aumentare livelli di ansia, ridurre la nostra produttività e compromettere la memoria a lungo termine. Questo accade perché il nostro cervello fatica a filtrare ciò che è rilevante, lasciandoci con la sensazione di essere costantemente “dietro a qualcosa”. Inoltre, la costante interruzione dovuta a notifiche e aggiornamenti può danneggiare la nostra capacità di mantenere l’attenzione, un fenomeno noto come attenzione frammentata. 2. Come la psicologia può aiutarci a riconquistare il controllo Fortunatamente, esistono strategie psicologiche per affrontare questa sfida. Ecco alcune delle più efficaci: – Riduci il multitasking: contrariamente a quanto si pensa, svolgere più attività contemporaneamente non ci rende più efficienti. Anzi, il multitasking aumenta lo stress e riduce la qualità del lavoro. Focalizzarsi su un compito alla volta migliora la concentrazione e diminuisce la sensazione di sovraccarico. – Pratica la digital detox: la psicologia suggerisce di stabilire momenti specifici della giornata in cui disconnettersi completamente dai dispositivi. Anche brevi pause possono aiutare a ridurre l’ansia legata alle notifiche costanti e migliorare la nostra capacità di rilassarci. – Usa il principio di Pareto: conosciuto anche come la regola dell’80/20, questo principio ci invita a concentrarci sul 20% delle attività che producono l’80% dei risultati. Applicare questa logica alla gestione delle informazioni può aiutarci a ignorare ciò che è superfluo e a dare priorità a ciò che conta davvero. 3. L’importanza del benessere digitale Molti esperti di psicologia concordano sull’importanza di costruire un equilibrio sano tra l’uso della tecnologia e il tempo offline. Pratiche come la mindfulness digitale, ovvero l’uso consapevole di dispositivi, possono aiutarci a instaurare un rapporto più sano con il flusso costante di dati. Consiglio pratico: prova a utilizzare app che limitano il tempo trascorso sui social media o che bloccano notifiche non essenziali durante le ore di lavoro. Anche piccoli cambiamenti possono fare una grande differenza. 4. Guardando al futuro: tecnologia e psicologia al servizio dell’uomo Mentre le tecnologie continuano a evolversi, è essenziale che anche la nostra consapevolezza cresca. L’obiettivo non è abbandonare il digitale, ma imparare a utilizzarlo come uno strumento, anziché esserne vittime. La psicologia, con il suo focus sul benessere umano, può guidarci verso un uso più consapevole e salutare delle informazioni. In un’epoca di sovraccarico informativo, la vera sfida non è accedere a più dati, ma imparare a selezionare ciò che conta davvero. E questo è un viaggio che possiamo affrontare un passo alla volta.

L’anginofobia è una paura limitante

anginofobia

Una fobia trasversale che può manifestarsi sia nei bambini che negli adulti è l’anginofobia. Essa si presenta come una paura, spesso irrazionale ed esagerata di deglutire. La sensazione di soffocamento, dovuta all’inserimento di cibo o liquidi, diventa così importante da limitare non solo l’alimentazione, ma anche la vita sociale in generale. L’insorgere di questa fobia spesso è legata ad una esperienza traumatica vissuta in prima persona, in cui si è stati protagonisti di un episodio di soffocamento. Da ciò scaturisce quindi un pensiero ansiogeno e ricorrente non solo di fronte allo stimolo del cibo, ma anche in assenza. Si instaura una forma di anticipazione del problema che porta a stati ansiosi e attacchi di panico. In un contesto del genere, spesso anche le relazioni sono disfunzionali. In primis, si tende ad evitare il più possibile situazioni di convivialità, per ridurre l’esposizione a stimoli che generano angoscia. D’altro canto, anche le relazioni più intime possono subire danni. Questo perché la vittima dell’anginofobia, purtroppo limita le occasioni di ingestione di cibo solo ed esclusivamente in presenza di qualcuno che possa eventualmente soccorrerlo. Talvolta si sceglie qualcuno in particolare su cui riporre la propria fiducia di salvataggio e ci si aspetta da quest ultimo forme estreme di comprensione più che di soccorso. Altra caratteristica dell’anginofobia è la monopolizzazione della conversazione: il fobico concentra su di sé l’attenzione degli altri, lasciando poco spazio ad altri argomenti. Psicologicamente parlando, è un disturbo che porta con sé problemi legati all’autostima, la creazione di rituali ossessivo-compulsivi onde scongiurare il soffocamento. Ragion per cui, una volta escluse cause di natura organica, bisogna lavorare sul controllo della reazione allo stimolo stressante.

L’amicizia: come si trasforma nel tempo?

La bellezza dell’amicizia è la sua natura volontaria. Due persone si scelgono e hanno una libertà a doppio senso: la facoltà di legarsi e di sciogliere il legame; una scelta non caratterizzata da impegni formalizzati, che la rende maggiormente libera, ma allo stesso tempo più soggetta ai cambiamenti della vita, a differenza delle relazioni familiari e formali. Lavoro, cambio di città o di paese, famiglia, bambini e relative mutate circostanze quotidiane: sono proprio le amicizie le relazioni che hanno più probabilità di subire il colpo quando intervengono le esigenze dell’età adulta. Secondo William Rawlins, docente di Comunicazione Interpersonale all’Università dell’Ohio, tre sono le caratteristiche che riconosciamo come importanti e fondanti per l’amicizia, sia che siamo adolescenti sia che abbiamo 90 anni e oltre. Le aspettative si possono riassumere così: qualcuno con cui parlare, qualcuno su cui contare e qualcuno con cui divertirsi. Per tutta la vita, dalla scuola elementare alla terza – e ormai quarta! – età, l’amicizia continua a produrre benefici per la nostra salute mentale e fisica. Un’età molto sensibile è la giovane età adulta: le amicizie diventano più complesse e significative rispetto all’infanzia e anche all’adolescenza, in cui esiste già il sostegno tra amici e molta comunicazione su sé stessi: gli adolescenti scoprono e definiscono la propria identità attraverso i legami più importanti di amicizia. Ma, secondo Rawlins, è nella giovane età adulta che le persone in genere diventano più sicure di sé e più orientate a cercare amici che condividano i loro valori sulle cose importanti. Molte ricerche in questo campo – che rimane però poco esplorato in termini longitudinali – hanno rilevato che le persone di età compresa tra 20 e 24 anni sono il gruppo di età che dedica il maggior tempo a socializzare e in cui, anche per condivisione di scuole e luoghi di ritrovo, le amicizie sono più strette: ovviamente, si tratta anche del gruppo che ha meno probabilità di avere le responsabilità esistenziali che tolgono tempo agli amici, come il matrimonio o la cura dei bambini o l’assistenza ai genitori anziani. In età adulta, le persone tendono ad avere più impegni e meno tempo da dedicare all’amicizia: è più facile rimandare un’uscita con un’amica o un amico, piuttosto che rimandare un incontro di lavoro o saltare il saggio di ginnastica di tua figlia. Paradossalmente, l’amicizia in giovane età adulta è il veicolo principe della conoscenza di sé stessi, della condivisione di aspettative sul futuro e della costruzione dei pilastri della propria esistenza; e quando sei adulto non hai tempo per le stesse persone che hanno partecipato insieme te alla tua crescita e ti hanno supportato nel prendere molte decisioni. In un interessante articolo di Julie Beck, supervisore della sezione Family e creatrice di “The Friendship Files” per la rivista The Atlantic, l’autrice esplora come le persone creino e mantengano le amicizie in modi diversi: gli indipendenti fanno amicizia ovunque vadano e possono avere molte conoscenze amicali, più che sperimentare profonde amicizie; gli esigenti hanno alcuni migliori amici che li accompagnano nel corso degli anni, con un investimento così profondo che li può esporre a emozioni devastanti in caso di perdita o fine di un’amicizia. Infine, ci sono i cosiddetti “acquisitivi”: si tratta delle persone che rimangono in contatto con i vecchi amici, ma continuano a farsene di nuovi mentre si muovono nel mondo. Quest’ultima categoria è la più flessibile e ha molte occasioni di trarre vantaggi e benessere psico-fisico dalle proprie esperienze di amicizia. Tornando al tema delle trasformazioni nel tempo: le persone anziane, che sono tornate socialmente disponibili, perché hanno meno impegni lavorativi e familiari, danno maggiore priorità alle esperienze che le renderanno più felici in quel momento presente: incluso passare il proprio tempo con gli amici più cari. Gli amici non hanno necessariamente bisogno di comunicare spesso, o in modo complesso: molte persone, intorno ai 40 anni, hanno probabilmente accumulato diversi amici provenienti da città e attività diverse, che non si conoscono tra loro. Queste amicizie rientrano in tre categorie: attive, dormienti e commemorative. Le amicizie sono attive se esiste un contatto regolare, si conosce la quotidianità dell’altro e ci si può chiamare per un supporto emotivo senza che la cosa appaia strana. Le amicizie dormienti hanno una storia: magari si è lontani fisicamente, con poche occasioni di parlarsi, ma entrambe le persone coinvolte pensano ancora all’altra come a un amico e si è felici di avere notizie o di frequentarsi quando si ha la possibilità di trovarsi nello stesso luogo, magari al mare o in vacanza, anche dopo anni. Un’amicizia commemorativa definisce invece il caso di una persona che non ci si aspetta di sentire o di rivedere, ma che è stata importante in un momento precedente della vita; e si si pensa a lei con affetto, considerandola ancora come un’amica. Non affrontiamo qui il tema e le sfumature delle amicizie online, capitolo a parte; l’argomento dell’amicizia “in presenza”, come abbiamo poco elegantemente imparato a dire durante il Covid, per rendere l’idea, è già sufficientemente vasto e complesso e ci fermiamo qui, magari per riprenderlo in altra occasione. Con una considerazione finale: l’amicizia è una relazione straordinaria, anche perché consente di imparare ad essere più tolleranti nel tempo. La sua natura di scelta libera, continuamente da rinnovare, la rende viva anche in periodi di dormienza: pronta a risvegliarsi più in là, senza aspettative rigide. Una morbidezza di attese che spesso ci fa dire: “mi sembra di averti visto ieri”; qualsiasi periodo sia passato dall’ultimo incontro.

L’amicizia: come si trasforma nel tempo?

La bellezza dell’amicizia è la sua natura volontaria. Due persone si scelgono e hanno una libertà a doppio senso: la facoltà di legarsi e di sciogliere il legame; una scelta non caratterizzata da impegni formalizzati, che la rende maggiormente libera, ma allo stesso tempo più soggetta ai cambiamenti della vita, a differenza delle relazioni familiari e formali. Lavoro, cambio di città o di paese, famiglia, bambini e relative mutate circostanze quotidiane: sono proprio le amicizie le relazioni che hanno più probabilità di subire il colpo quando intervengono le esigenze dell’età adulta. Secondo William Rawlins, docente di Comunicazione Interpersonale all’Università dell’Ohio, tre sono le caratteristiche che riconosciamo come importanti e fondanti per l’amicizia, sia che siamo adolescenti sia che abbiamo 90 anni e oltre. Le aspettative si possono riassumere così: qualcuno con cui parlare, qualcuno su cui contare e qualcuno con cui divertirsi. Per tutta la vita, dalla scuola elementare alla terza – e ormai quarta! – età, l’amicizia continua a produrre benefici per la nostra salute mentale e fisica. Un’età molto sensibile è la giovane età adulta: le amicizie diventano più complesse e significative rispetto all’infanzia e anche all’adolescenza, in cui esiste già il sostegno tra amici e molta comunicazione su sé stessi: gli adolescenti scoprono e definiscono la propria identità attraverso i legami più importanti di amicizia. Ma, secondo Rawlins, è nella giovane età adulta che le persone in genere diventano più sicure di sé e più orientate a cercare amici che condividano i loro valori sulle cose importanti. Molte ricerche in questo campo – che rimane però poco esplorato in termini longitudinali – hanno rilevato che le persone di età compresa tra 20 e 24 anni sono il gruppo di età che dedica il maggior tempo a socializzare e in cui, anche per condivisione di scuole e luoghi di ritrovo, le amicizie sono più strette: ovviamente, si tratta anche del gruppo che ha meno probabilità di avere le responsabilità esistenziali che tolgono tempo agli amici, come il matrimonio o la cura dei bambini o l’assistenza ai genitori anziani. In età adulta, le persone tendono ad avere più impegni e meno tempo da dedicare all’amicizia: è più facile rimandare un’uscita con un’amica o un amico, piuttosto che rimandare un incontro di lavoro o saltare il saggio di ginnastica di tua figlia. Paradossalmente, l’amicizia in giovane età adulta è il veicolo principe della conoscenza di sé stessi, della condivisione di aspettative sul futuro e della costruzione dei pilastri della propria esistenza; e quando sei adulto non hai tempo per le stesse persone che hanno partecipato insieme te alla tua crescita e ti hanno supportato nel prendere molte decisioni. In un interessante articolo di Julie Beck, supervisore della sezione Family e creatrice di “The Friendship Files” per la rivista The Atlantic, l’autrice esplora come le persone creino e mantengano le amicizie in modi diversi: gli indipendenti fanno amicizia ovunque vadano e possono avere molte conoscenze amicali, più che sperimentare profonde amicizie; gli esigenti hanno alcuni migliori amici che li accompagnano nel corso degli anni, con un investimento così profondo che li può esporre a emozioni devastanti in caso di perdita o fine di un’amicizia. Infine, ci sono i cosiddetti “acquisitivi”: si tratta delle persone che rimangono in contatto con i vecchi amici, ma continuano a farsene di nuovi mentre si muovono nel mondo. Quest’ultima categoria è la più flessibile e ha molte occasioni di trarre vantaggi e benessere psico-fisico dalle proprie esperienze di amicizia. Tornando al tema delle trasformazioni nel tempo: le persone anziane, che sono tornate socialmente disponibili, perché hanno meno impegni lavorativi e familiari, danno maggiore priorità alle esperienze che le renderanno più felici in quel momento presente: incluso passare il proprio tempo con gli amici più cari. Gli amici non hanno necessariamente bisogno di comunicare spesso, o in modo complesso: molte persone, intorno ai 40 anni, hanno probabilmente accumulato diversi amici provenienti da città e attività diverse, che non si conoscono tra loro. Queste amicizie rientrano in tre categorie: attive, dormienti e commemorative. Le amicizie sono attive se esiste un contatto regolare, si conosce la quotidianità dell’altro e ci si può chiamare per un supporto emotivo senza che la cosa appaia strana. Le amicizie dormienti hanno una storia: magari si è lontani fisicamente, con poche occasioni di parlarsi, ma entrambe le persone coinvolte pensano ancora all’altra come a un amico e si è felici di avere notizie o di frequentarsi quando si ha la possibilità di trovarsi nello stesso luogo, magari al mare o in vacanza, anche dopo anni. Un’amicizia commemorativa definisce invece il caso di una persona che non ci si aspetta di sentire o di rivedere, ma che è stata importante in un momento precedente della vita; e si si pensa a lei con affetto, considerandola ancora come un’amica. Non affrontiamo qui il tema e le sfumature delle amicizie online, capitolo a parte; l’argomento dell’amicizia “in presenza”, come abbiamo poco elegantemente imparato a dire durante il Covid, per rendere l’idea, è già sufficientemente vasto e complesso e ci fermiamo qui, magari per riprenderlo in altra occasione. Con una considerazione finale: l’amicizia è una relazione straordinaria, anche perché consente di imparare ad essere più tolleranti nel tempo. La sua natura di scelta libera, continuamente da rinnovare, la rende viva anche in periodi di dormienza: pronta a risvegliarsi più in là, senza aspettative rigide. Una morbidezza di attese che spesso ci fa dire: “mi sembra di averti visto ieri”; qualsiasi periodo sia passato dall’ultimo incontro.

L’Adolescenza

di Marika Porricelli da Psicologinews Scientific L’adolescenza è un periodo particolarmente critico, che si pone all’attenzione di tanti specialisti provenienti da campi anche molto eterogenei tra di loro. Questo articolo indaga la perniciosa trappola dei comportamenti di rischio in cui molti adolescenti si ritrovano spesso, senza e s s e r n e n e a n c h e p i e n ame n t e consapevoli. L’obiettivo è quello di indagare le possibili cause di tale vulnerabilità che possono essere di tipo non solo sociale e psicologico, ma anche e soprattutto di tipo neurofisiologico. L’aspetto fondamentale è la descrizione dell’evoluzione del cervello di un adolescente e le differenze morfologiche e funzionali che esso presenta rispetto a quello di un soggetto adulto. Un altro aspetto che è stato affrontato è la descrizione di tutti i più frequenti comportamenti di rischio tra gli adolescenti con particolare attenzione al disturbo psicopatologico dato dalla dipendenza da internet, che spesso è poco riconosciuto. Infine viene indagata una possibile prassi di intervento specialistico. 1. INTRODUZIONE Dalla Relazione annuale al Parlamento 2018 sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, curata dal Dipartimento per le politiche antidroga è stato stimato che in Italia un terzo della popolazione residente di età compresa tra i 15 e i 64 anni abbia assunto almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita (M = 39,5%; F = 27,2%). Questo è dimostrabile anche dagli ingressi negli Istituti Penali per Minorenni in Italia di minori con imputazioni per reati droga correlati, che solo nel 2017 sono stati 163. La maggior parte degli ingressi riguarda soggetti di età inferiore a 18 anni (71%) e maschi (98%). Più nello specifico dai dati emerge che un terzo della popolazione tra i 15 e i 64 anni riferisce di aver fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita (M = 39,1%; F = 26,4%). Anche per quanto riguarda sostanze stimolanti, quali amfetamine ed ecstasy tra i giovani adulti tali prevalenze risultano più elevate: si attesta infatti una stima di circa 350.000 giovani-adulti tra i 15 e i 24 anni. Inoltre il 3,2% dei residenti in Italia ha utilizzato sostanze allucinogene (come LSD, funghi allucinogeni ecc.) almeno una volta nel corso della propria vita, e tra questi si osserva un consumo più elevato tra i più giovani, di quasi 350.000 giovani tra i 15 e i 24 anni. 2. L’ADOLESCENZA 2.1 Il punto di inizio e di fine dell’adolescenza Sappiamo dalla letteratura che l’adolescenza viene descritta come una particolare fase della vita caratterizzata da molteplici cambiamenti e sfide. Essa è una fase di sviluppo il cui range di etá crea ancora oggi crea incompatibilitá tra i ricercatori. Ad esempio all’inizio del 20 ° secolo, G. Stanley Hall definì vagamente l’adolescenza come un periodo di sviluppo periodo che va dai 14 ai 24 anni nel suo trattato sull’adolescenza. Tuttavia, più di 50 anni fa, l’OMS propose l’adolescenza come un periodo che andava dai 10 ai 20 anni, notando che sebbene sia inizi con la pubertà, ha un punto di fine meno ben definito. Per questo motivo in Italia per convenzione spesso si utilizza come punto di fine dell’adolescenza il raggiungimento dell’età legislativa dei 18 anni, ma come espresso precedentemente dal punto di vista fisiologico e psicologico stabilire il punto di fine dell’adolescenza è piuttosto difficile. L’adolescenza comprende sia elementi di crescita biologica che importanti transizioni di ruolo sociale, elementi entrambi cambiati nel secolo scorso. Da un lato la pubertà precoce ha accelerato l’inizio dell’adolescenza in quasi tutte le popolazioni, mentre dall’altro il concetto di “crescita continua” h a i n n a l z a t o i l p u n t o d i fi n e dell’adolescenza fino a ben 20 anni. Allo stesso modo il ritardo nelle transizioni di r u o l o , come i l completamento dell’istruzione, il matrimonio e la genitorialità, continuano a modificare le percezioni popolari di quando inizia l’età adulta. 2.2 Le sfide dell’adolescenza L’adolescenza corrisponde ad un periodo di particolari sfide psicologiche sociali in cui il giovane si ritrova a dover costruire una propria identità personale credibile e che g l i permetta di addentrarsi nel mondo sociale “degli a d u l t i ” . Ma o l t r e a t a l i sfide e c amb i ame n t i p s i c o – s o c i a l i c h e coinvolgono l’adolescente vi sono anche molteplici cambiamenti cerebrali e ormonali che interessano in particolare la maturazione delle regioni cerebrali legate alla percezione delle emozioni e l a g e s t i o n e d e l r i s c h i o d e l l a gratificazione. 3.IL CERVELLO DI UN ADOLESCENTE Il cervello degli adolescenti risulta essere profondamente diverso da quello degli adulti; diversamente da quello di altri organi, infatti, lo sviluppo dell’encefalo si c o s t r u i s c e s o l o g r a d u a l m e n t e modificandosi nel corso dello sviluppo dell’individui. Ed i l processo di connessione delle aree cerebrali non può dirsi completo prima dei 25 anni, per tale motivo la caratteristica centrale del cervello degli adolescenti è il basso livello di connessione nell’area frontale. In altre parole le significative difficoltà degli adolescenti nel comprendere le conseguenze delle loro azioni e nel prendere decisioni razionali vanno pertanto attribuite all’incompleto e insufficiente sviluppo della connettività dei loro lobi frontali. Oggi, grazie all’utilizzo delle tecniche di brain imaging, è possibile osservare la maturazione del cervello nel corso dell’adolescenza, in particolare il completamento dello sviluppo del lobo frontale, che, dal punto di vista filogenetico, rappresenta quell’aspetto che distingue gli esseri umani da tutte le altre specie animali. Le prime aree del cervello a raggiungere il completo sviluppo sono il tronco cerebrale e il mesencefalo; esse regolano le funzioni corporee essenziali alla sopravvivenza (respirazione, digestione, escrezione, termoregolazione), le cosiddette funzioni autonome. Le aree

L’ADHD prima dell’ADHD, l’osservazione che precede la nosografia

di Roberto Ghiaccio L’ A D H D n o n e s i s t e , è inventato, è sopravvalutato, è colpa dei genitori..è una forma di deresponsabilizzazione, è un americanata per vendere ritalin, sono solo alcuni dei pregiudizi che colpiscono questo disturbo e per comprendere l’ADHD oltre le sistemazioni nosografiche attuali è necessario ripercorre e r i c o s t r u i r e l a s u a descrizione. Ma chi furono i primi medici a d a r e u n v o l t o q u e s t a sindrome? E ’ o p i n i o n e c o m u n e c h e l a p r i m a descrizione risalga con ogni probabilità al medico scozzese Alexander Crichton (1763 – 1856) , che nella sua opera in due volumi, “An Inquiry Into the Nature and Origin of Mental Derangement” edita Londra nel 1798, descrisse una sindrome che sembrava avere caratteristiche molto simili al deficit di attenzione dell’ADHD. Nel capitolo dal titolo “On attention, and its Diseases”, Crichton così definiva il significato della capacità di attenzione: “When any object of external sense, or of thought, occupies the mind in such a degree that a person does not receive a clear perception from any other one, he is said to attend to it”.L’incapacità di partecipare allo stimolo esterno, diceva Crichton, si traduce in una difficoltà nel mantenere l’attenzione, difetto che egli riteneva core deficit e che quindi si rendeva evidente molto precocemente nella prima infanzia Il disturbo, caratterizzato da f a c i l e distraibilità, da iperattività e da i m p u l s i v i t à , d i v e n i v a conclamato nell’età scolare, quando rendeva il bambino incapace di partecipare alle attività scolastiche. Non di rado, diceva i l medico scozzese, questi bambini diventano aggressivi, sino “a rasentare la follia” Crichton, per il quale l’incapacità di mantenere un grado costante di attenzione per qualsiasi oggetto, derivava quasi sempre da una sensibilità patologica o innaturale dei nervi, aveva tuttavia osservato che tale disturbo andava comunqueregredendo con l’età. Ma quasi già nel 1775 Melchior Adam Wei kard des c r i veva bambini ed adulti con “Mancanza d i a t t e n z i o n e / A t t e n t i o Volubilis”facilmente distratto da tutto (anche dalla sua stessa immaginazione), persistente, i p e r a t t i v o e i m p u l s i v o , generalmente sbadato, volubile e baccanale, superficiale ovunque, per lo più spericolato, altamente i n s t a b i l e n e l l ’ e s e c u z i o n e . Weikard aveva anticipato che la disattenzione è più comune negli adulti e nelle donne, mentre nei bambini predomina l’iperattività. Weikard attribuiva ciò a una generale mancanza di disciplina e stimolazione, a una cattiva educazione nella prima infanzia o, più insolitamente e più recentemente ai suoi tempi, alla disregolazione d e l l e fibre cerebrali dovuta a sovra o sotto stimolazione.Dopo circa cinquant’anni un medico tedesco pose un tassello importante nella storia della sindrome dell’ADHD e lo fece in modo abbastanza curioso. Heinrich Hoffmann (1809 – 1894) aveva s t u d i a t o m e d i c i n a all’università di Heidelberg, approfondendo poi gli studi ad Halle ed a Parigi. Hoffmann nel 1845 scrisse un libro / filastrocca per bambini dal titolo “Der Struwwelpeter, ovvero storielle e immagini divertenti per bambini dai 3 ai 6 a n n i ” , d a l u i s t e s s o d i s e g n a t e , n e l q u a l e descriveva le malefatte di un bambino che presentava tutte le caratteristiche del bambino iperattivo e impulsivo. Esemplare la scenetta nel q u a l e i l b a m b i n o , s o p r a n n o m i n a t o anche Zappelphilipp, sordo agl i ammonimenti dei genitori, che lo invitavano alla calma e alla compostezza. Alla fine, dopo essersi dimenato e dondolato sulla sedia, si tira addosso la tovaglia con tutte le stoviglie, le posate e le bottiglie. Lo scopo delle filastrocche, d o v e v a e s s e r e essenzialmente educativo, illustrando in modo esagerato, l e c o n s e g u e n z e d i comportamenti sbagliati nei bambini: igiene personale, distrazione congenita, gioco con oggetti pericolosi, essere disobbedienti, crudeltà verso gli animali. Nel 1889 Thomas Smith Clouston (1840-1925) ipotizzò che i bambini iperattivi e con disturbi del comportamento f o s s e r o a f f e t t i da una condizione di overactive neurons in the higher cortexes of the brain. Il consiglio terapeutico di Clouston era quello di utilizzare il bromuro come sedativo. Agli inizi del XX secolo fu i l pediat ra inglese George Still (1868 – 1961) ad interessarsi dei bambini affetti da iperattività e disturbi dell’attenzione. Still oltre modo è ricordato per aver scoper to l’artrite r e u m a t o i d e g i o v a n i l e sistematica che prende appunti il nome id morbo di Still. Il pediatra inglese nel descrivere i bambini con i sintomi dell’ADHD, introdusse il concetto di “deficit del controllo morale”, riteneva che i disturbi comportamentali potessero essere spiegati con la mancanza di “morale”. Se pur con una vena moralistica e dressaggistica Still accenna al deficit di inibizione e funzioni esecutive introducendo la comorbidità, quasi il continuo con i futuri disturbi del comportamento.Alfred Frank Tredgold (1870 – 1952) nel suo volume Mental deficiency (Amentia) edito a Londra nel 1908, descrisse alcuni casi clinici di bambini con sintomi ascrivibili ad una sindrome

L’ADHD e la gestione del tempo: l’orologio interno veloce

di Roberto Ghiaccio scientific sett ott 22 Calda giornata di inizio agosto (molto calda), è afosa anche l’aria condizionata, sudo e faccio tardi, e pure sono sceso quasi un’ora prima, la playlist dell’auto infuocata passa Sergio Cammariere che canta “Tempo, mondo di sogno Mezze creature superumane Sento chitarre, gatti suonare E lancinanti come zanzare Tempo, sembra leggero Poi d’improvviso tutto è importante Ogni dettaglio significante Può divenire significato”. Tempo, il tempo, ed allora in quella situazione penosa ed imbarazzante, sudato in ritardo ma sceso prima mi ricordo le parole di un giovane adulto… “Sono in ritardo. Sarò lì tra poco. Mi dispiace tanto di essere in ritardo…e pure sono partito prima, è che calcolo sempre male tempi, ma mo arrivo” il giovane giungerà dopo settimane a fare i l suo approfondimento per ADHD (nel corso dell ’articolo capirete perché settimane). “Time is the ultimate yet nearly invisible disability afflicting those with ADHD.” Un deficit di elaborazione del tempo è stato proposto come endofenotipo neuropsicologico per il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ma la sua traiettoria di sviluppo deve ancora essere esplorata e compresa. La maggior parte delle persone con ADHD fatica a gestire il proprio tempo e a fare le cose giuste al momento giusto. Perché la procrastinazione, la cecità nel tempo, l’annebbiamento e il ritardo cronico sono rilevanti impacci quotidiani per i soggetti con ADHD. L’ADHD è associato a una varietà di problematiche non incluse ne menzionate nei criteri diagnostici ufficiali, come la disinibizione emotiva, i problemi di memoria, la consapevolezza di sé la motivazione, ed opacità nella percezione del tempo. Il concetto di tempo è un mentale e biologico che è innato in molti organismi viventi e include la percezione del tempo, la sequenza temporale e la riproduzione del tempo. Il senso del tempo è una funzione esecutiva implica una ripartizione fluida del tempo disponibile tra le varie attività/ priorità, il successo nella vita e un buon adattamento richiedono una buona gestione del tempo ma l’orologio interno di alcune persone ticchetta troppo forte, o troppo lento, il che influisce sulla loro capacità di gestire il tempo ma fortunatamente, possiamo integrare le capacità interne con sistemi, strumenti e strategie esterni, che ai soggetti con ADHD vanno insegnate. Il tempo richiede attenzione e la gestione del tempo richiede capacità di inibizione, planning e sequencing, le buone intenzioni o la buona volontà non bastano, in quanto scompaiono a causa della scarsa consapevolezza del tempo che aumenta la disattenzione e non silenzia le attività concorrenti, affaticando così la memoria di lavoro. La percezione del tempo è direttamente associata all’elaborazione del tempo, ovvero alla capacità di registrare e stimare quanto tempo sta trascorrendo. In questa rassegna, la percezione del tempo è definita in termini pratici e l’elaborazione del tempo e la prospettiva del tempo sono discusse in termini di focalizzazione e velocità di elaborazione della percezione del tempo. La relazione tra deficit specifici nella funzione esecutiva, come difficoltà con l’inibizione emotiva e comportamentale, ridotta capacità di memoria di lavoro, automotivazione, pianificazione e risoluzione dei problemi, e la loro connessione con l’ADHD sta diventando più chiara per i clinici. Le problematiche relative al funzionamento esecutivo e alle differenze nella percezione del tempo sono state rilevate più spesso nei bambini con ADHD, ma ora vengono studiate anche negli adulti con ADHD. La connessione tra disfunzione esecutiva e ADHD ha portato i ricercatori a ipotizzare che la sintomatologia dell’ADHD potrebbe essere collegata a un deficit nella percezione del tempo. Uno studio che ha confrontato i bambini con ADHD e i controlli a sviluppo tipico (TDC) ha mostrato che i bambini con ADHD avevano difficoltà nei compiti di memoria prospettica. Secondo Barkley i soggetti con ADHD hanno una sorta di miopia per il futuro, ossia non riesco a vedere il là e allora, ma solo un qui ed ora, in una sorta di interruttore o ora o non ora. L’orizzonte temporale è offuscato e ridotto, per questo pianificare il futuro appare complicato, con il rischio o di una eccessiva immediatizzazione o una procastinazione in un frenetico rapporto con i tempi. Tale orizzonte temporale breve impone una maggiore attualizzazione temporale per cui ciò altera anche la sensazione del guadagno, dell’attesa, studi ormai noti sottolineano come le persone con ADHD scelgono opzioni con guadagni più immediati, come se il presente fosse percepito di più rispetto al futuro. Quando un’attività di memoria prospettica basata sul tempo è stata somministrata a un gruppo ADHD e a un gruppo TDC, le prestazioni del gruppo ADHD erano significativamente peggiori rispetto al gruppo TDC e avevano più difficoltà a ricordare gli elementi dell’attività, con deficit in memoria di lavoro e con disattenzione. Altri studi hanno dimostrato che i compiti a tempo tendono a provocare l’effetto di sovraccarico cognitivo nei soggetti con ADHD, che potrebbe portare a uno svantaggio significativo nella vita di tutti i giorni e ostacolare le prestazioni a scuola o al lavoro. Sulla base di questi recenti studi, si può ipotizzare che la percezione del tempo sia un fattore di mediazione tra ADHD e deficit nel funzionamento esecutivo e possa comportare difficoltà significative per l’adattamento quotidiano. Nel 2005, Toplak e Tannock hanno identificato differenze pronunciate negli adolescenti con ADHD nella discriminazione e nella percezione del tempo, il che li ha portati a ipotizzare che gli individui con ADHD abbiano gravi menomazioni legate alla percezione del tempo e che potrebbero aver e cause neurobiologiche. Ulteriori studi hanno dimostrato che i bambini con ADHD avevano deficit nella percezione del tempo, della sequenza temporale e della riproduzione del tempo rispetto ai TDC. Altri ricercatori hanno anche riscontrato differenze tra adolescenti con ADHD e un gruppo di controllo per la stima del tempo, in particolare per intervalli di tempo più lunghi. Il gruppo ADHD ha fatto male in un compito di prestazione continua, ma non c’erano differenze significative nella memoria di lavoro. La letteratura suggerisce che le persone con ADHD si comportano male in specifici compiti di replicazione a tempo che si basano fortemente sul controllo dell’impulsività e si concentrano sui processi