L’accettazione, questa strana sconosciuta.

L’accettazione, questa strana sconosciuta. La maggior parte dei pazienti, quando arriva in studio per le prime sedute, parte raccontando con rabbia e frustrazione la condizione di vita in cui si trova. Ascolto analisi psicosociali accurate del comportamento dell’altro-carnefice: i genitori, i partner, un amato, un lutto. La principale domanda è: perché a me? Emerge infatti, che molto tempo della giornata e della sintomatologia si aggira attorno al disperato tentativo di rispondere a questa domanda: perché a me. Da qui partono pensieri ruminativi volti a ripercorrere il momento decisivo, l’azione precisa, in cui è crollato il castello felice. Quale errore, quale parola, quale reazione ha scatenato quell’evento. Tutto ciò nasconde un qualcosa di importante, che è la pretesa e la credenza di poter controllare eventi di per sé incontrollabili, principalmente i desideri di altre persone, eventi esterni e accidentali. Quando tocchiamo il tasto dell’incontrollabilità degli eventi, emerge una sensazione di sopraffazione e di impotenza, che è difficile da contattare e tollerare. <<E quindi cosa devo fare?>> Accettare, rispondo io. È qui la nota dolente. Che cosa vuol dire accettazione? Accettare sembra un concetto appartenente alla filosofia orientale, ben diversa da noi. Nella nostra cultura, dove preme l’esaltazione di caratteristiche quali la testardaggine, la perseveranza, il sacrificio volto alla produzione; accettare è appannaggio di religione e spiritualità. Quelle situazioni un po’ strane da ritiro nella foresta, in silenzio, monacale. Accettazione viene spesso percepita, infatti, come una modalità passiva di affrontare le cose. Accetto, amo e perdono tutto ciò che mi accade: una sorta di porgi l’altra guancia. Accettazione è, invece, quanto più diverso ci sia da questo. Trovo che sia la più attiva e coraggiosa delle scelte: una ridefinizione di confini entro cui recuperare le proprie risorse, e agire. Vuol dire aprirsi a sperimentare pienamente la realtà così com’è in questo momento, smettendo di combatterla, o di respingerla. Accettazione non è, infatti, approvazione. Io posso accettare anche ciò che non approvo, e Marsha Linehan (2015, p.504) su questo fa un esempio molto indicativo: Un uomo si trova in carcere con una condanna a vita per un crimine che non ha commesso. È ricorso in appello, non ha soldi e non ha risorse per assumere un bravo avvocato. Per lui è fondamentale accettare che il carcere sarà la sua nuova casa per sempre, anche se non approva questa condizione. Se non accetta tale realtà, non potrà adattarsi al carcere, e apprendere le nuove abilità necessarie per sopravvivere in tale ambiente, né ottenere ciò che di buono questo può offrire. Adirarsi e combattere il sistema può interferire con il problem solving e portare ad un maggior numero di punizioni dal contesto. Rimanere disteso sulla propria branda, rassegnarsi e arrendersi, può essere altrettanto problematico e portare a punizioni e ritorsioni. L’accettazione è quindi l’unico vero primo passo per riuscire ad agire in modo efficace, prendendo chiara evidenza della realtà così com’è.
L’abuso infantile: una chiave di lettura

Definizione Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’abuso infantile è “qualsiasi forma di maltrattamento fisico, emotivo, sessuale o di trascuratezza che si traduce in un danno reale o potenziale alla salute, allo sviluppo o alla dignità del bambino“. Stiamo quindi parlando di qualsiasi azione, o mancanza di azione, da parte di un adulto o di un’altra persona in una posizione di potere o fiducia, che causa danni fisici, psicologici o emotivi a un bambino. I dati più aggiornati ci informano che circa 1 bambino su 5 potrebbe subire una qualche forma di abuso sessuale prima dei 18 anni. Si stima che circa 1 ragazza su 8 a livello globale abbia subito violenze prima dei 18 anni. Tra i ragazzi, circa 1 su 11 ha subito abusi nella sua infanzia. Rispetto allo scorso anno, l’ansa ci dice che nei soli primi sei mesi del 2024 abbiamo assistito ad un aumento del 10% di abusi sui minori rispetto al biennio 2022-2023. Gli autori delle violenze sono principalmente uomini, italiani, di età compresa tra i 35 ed i 64 anni (60%). La difficoltà di parlarne L’abuso infantile resta spesso silente in quanto costernato di vissuti di vergogna e colpa da parte delle vittime di abuso. Lo spunto di riflessione che vorrei lasciare in questo articolo riguarda la comprensione di come “noi altri”, professionisti della salute mentale, istituzioni, educatori e genitori contribuiamo a rendere il fenomeno ancora più silente e non individuabile. In primis la lettura degli abusi come episodi sensazionalistici, ovvero perpetrati da individui “pazzi, malati, cattivi, poco vicini a noi persone per bene”, crea l’immagine rassicurante di un fenomeno non così diffuso e soprattutto lontano da noi. Crea inoltre l’aspettativa stereotipata di una vittima e un abusante che sono estremamente lontani dalla realtà e che ci permettono di cadere nella minimizzazione del fenomeno. I media contribuiscono moltissimo a questo tipo di descrizione del fenomeno, utilizzando termini come “tragedia”, “nessuno poteva immaginarlo”, o anche ricalcando aspetti culturali come l’immigrazione, quando i dati riportano che più del 60% di chi commette reato di abusi su minori in Italia è di nazionalità italiana. L’inefficacia degli interventi Questo tipo di visione orienta anche gli interventi sul contrasto al fenomeno in una direzione inefficace, che predilige la messa in guardia delle vittime, piuttosto che l’educazione di tutti coloro che potrebbero diventare perpetratori di violenza. Ne deriva che è colpa della vittima, che non è stata troppo attenta, pensiamo ad esempio agli stupri di gruppo a carico di adolescenti minorenni di cui siamo stati spettatori negli ultimi fatti di cronaca; o anche allontanano dal riconoscimento precoce del fenomeno, con la focalizzazione verso stereotipi sbagliati, ad esempio quello dell’immigrazione, o dello status socio-economico dell’abusante. Infatti studi dimostrano che lo status socio-economico è un fattore poco correlato all’abuso di minori, rispetto a fattori psicologici differenti come: l’esposizione stessa ad abusi durante l’infanzia, la presenza di violenza familiare e lo stesso accesso alla pedopornografia. Tutti questi meccanismi di matrice culturale e non immediatamente visibile contribuiscono a silenziare il fenomeno, a renderlo taciuto. Contribuiscono anche a ciò che viene chiamata vittimizzazione secondaria del minore abusato, ovvero quel fenomeno per cui la vittima di abuso sessuale, dopo aver denunciato, sperimenta ulteriore sofferenza a causa delle reazioni inadeguate o dannose da parte di istituzioni, famiglie, comunità o operatori coinvolti nel suo supporto. E nelle procedure altamente poco empatiche che vengono effettuate dagli operatori che lavorano in tale ambito, la visione culturale del fenomeno fa tanto nell’orientare il tipo di domande e i dettagli a cui si presta attenzione per sancire la veridicità dell’abuso. Una possibile lettura dell’abuso infantile Ieri una persona a me cara, discutendo di questo articolo e ben conoscendo le mie attività di sensibilizzazione. mi fa “ma dai Gaia, ma è possibile che è sempre tutta colpa del patriarcato?”. Fa sorridere anche me detta così. Ma comprendere questo tipo di forme di abuso come la punta visibile dell’iceberg di una cultura basata su alcune specifiche caratteristiche, come la predominanza di un mondo centrato sull’adulto, maschile, è l’unico modo per orientare correttamente gli interventi in tal senso. Maschile non in un’ottica colpevolizzante e non maschile come genere, ma come simbolico, come predominanza dell’aggressività e del potere, in cui l’altro è assoggettato come prolungamento di sé e dei propri desideri, in cui prevale l’aggressività per raggiungere tutto e subito. E questo porta da un lato, a non investire su quelle forme preventive come l’educazione su temi relazionali, come l’educazione sessuale e al rispetto delle libertà dell’altro; e dall’altro lato porta alla normalizzazione e minimizzazione a protezione dell’abusatore, a non credere alla vittima, a non riconoscere il fenomeno precocemente perché nella nostra mente prevale uno stereotipo di vittima e uno stereotipo di abusatore.
L’ importanza del Benessere Psicofisico

Le vacanze sono terminate e la ripresa della vita quotidiana risulta essere sempre molto difficile e pesante, andando spesso a compromettere il nostro benessere psicofisico. Il benessere psicofisico è la semplice somma di uno stato di salute fisica e mentale. Esso ha luogo quando entrambe queste importantissime sfere dell’esistenza entrano in sinergia e si alimentano reciprocamente, dando luogo a quell’equilibrio che ci permette di affrontare le sfide della vita con lucidità ed energia. Quando si utilizza la locuzione “benessere psicofisico”, si fa normalmente riferimento a qualcosa che va oltre alla semplice assenza di malattia. Il benessere psicofisico coinvolge quindi tutto ciò che ruota intorno al raggiungimento di un buon livello di serenità, se non addirittura di felicità e soddisfazione. Ed è per questo motivo che in qualsiasi discorso sul benessere psicofisico emerge l’importanza della sfera dell’emotività e dei sentimenti personali. Al pari dell’alimentazione, anche lo sport quindi contribuisce a mantenere in salute sia la mente, migliorando l’umore, sia il corpo tonificando e rafforzando tendini, ossa e muscoli. Da non trascurare infine il fatto che un corpo più sano ed in forma ci fa sentire inevitabilmente più sicuri ed attraenti: ciò si ripercuote in modo massiccio anche sul nostro modo di vivere le relazioni personali! Anche se all’inizio potrà sembrarti complicato, una volta ingranata la giusta marcia inizierai a godere di tutti i benefici che solo uno stile di vita sano può darti. In fin dei conti, per vivere una vita appagante e godere del proprio benessere psicofisico è necessario prima di tutto volersi bene!
L’utilizzo del Protocollo DAC a scuola

Il comportamento è l’insieme delle azioni che un soggetto compie; è la risposta (reazione) dell’individuo a stimoli interni o esterni. Forse una reazione ad una situazione!
Questo vuol dire che c’è sempre un evento iniziale che precede un comportamento e in alcuni casi lo determina.
L’Utilizzo dei Dispositivi Elettronici come Mezzi di Apprendimento: Una Prospettiva Psicologica

Nell’era digitale odierna, l’uso dei dispositivi elettronici è diventato una parte integrante della nostra vita quotidiana. Questo fenomeno ha rivoluzionato molti aspetti della società, compreso il modo in cui apprendiamo. L’introduzione di tablet, smartphone e computer nel contesto educativo ha aperto nuove opportunità, ma ha anche sollevato questioni importanti riguardanti il loro impatto psicologico. In questo articolo, esamineremo l’uso dei dispositivi elettronici come mezzi di apprendimento dal punto di vista di uno psicologo, esplorando sia i benefici che i potenziali rischi associati a questa pratica. I Benefici dell’Apprendimento Elettronico Accessibilità e Inclusività Uno dei principali vantaggi dell’uso dei dispositivi elettronici nell’apprendimento è l’accessibilità. Le risorse educative digitali possono essere facilmente distribuite e accessibili da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, rendendo l’istruzione più inclusiva. Gli studenti con disabilità fisiche o di apprendimento possono trarre vantaggio da strumenti adattivi, come i software di sintesi vocale e i testi ingranditi, che migliorano significativamente l’esperienza educativa. Personalizzazione dell’Apprendimento I dispositivi elettronici consentono una maggiore personalizzazione dell’apprendimento. Attraverso l’uso di algoritmi e analisi dei dati, le piattaforme educative possono adattare i contenuti alle esigenze specifiche di ogni studente, offrendo un’esperienza di apprendimento su misura. Questo approccio individualizzato può aumentare la motivazione e il coinvolgimento degli studenti, poiché il materiale è presentato in modo rilevante e stimolante. Collaborazione e Comunicazione La tecnologia ha facilitato nuovi modi di collaborare e comunicare. Gli studenti possono lavorare insieme su progetti attraverso piattaforme online, partecipare a forum di discussione e ricevere feedback in tempo reale dai loro insegnanti. Questi strumenti promuovono un ambiente di apprendimento interattivo e partecipativo, che può migliorare le competenze sociali e collaborative degli studenti. I Rischi e le Sfide Distrazioni e Procrastinazione Uno dei principali rischi associati all’uso dei dispositivi elettronici è la distrazione. La presenza costante di notifiche e la possibilità di accedere a contenuti non correlati all’apprendimento possono portare alla procrastinazione e a una diminuzione della concentrazione. È essenziale che gli educatori e i genitori aiutino gli studenti a sviluppare abilità di gestione del tempo e a creare ambienti di studio privi di distrazioni. Impatto sulla Salute Mentale L’uso prolungato dei dispositivi elettronici può avere effetti negativi sulla salute mentale degli studenti. L’eccessiva esposizione agli schermi è stata associata a disturbi del sonno, affaticamento visivo e sintomi di ansia e depressione. È importante che gli studenti bilancino il tempo trascorso davanti agli schermi con attività fisiche e sociali per mantenere un benessere psicologico ottimale. Dipendenza Tecnologica La dipendenza tecnologica è un’altra preoccupazione significativa. L’eccessiva dipendenza dai dispositivi elettronici per l’intrattenimento e l’interazione sociale può interferire con lo sviluppo di competenze interpersonali e di risoluzione dei problemi. Gli educatori devono incoraggiare l’uso equilibrato della tecnologia, promuovendo al contempo attività che favoriscano l’interazione faccia a faccia e il pensiero critico. Strategie per un Uso Equilibrato Educazione alla Digital Literacy Un’educazione efficace alla digital literacy è fondamentale per preparare gli studenti a utilizzare i dispositivi elettronici in modo responsabile e produttivo. Gli studenti devono essere informati sui rischi associati all’uso eccessivo della tecnologia e ricevere formazione su come utilizzare gli strumenti digitali in modo sicuro ed etico. Creazione di Routine e Limiti Gli educatori e i genitori devono lavorare insieme per stabilire routine e limiti chiari sull’uso dei dispositivi elettronici. Ad esempio, impostare orari specifici per lo studio e per il tempo libero, limitare l’uso dei dispositivi prima di andare a letto e promuovere pause regolari durante le sessioni di studio per evitare l’affaticamento mentale. Promozione di Attività Non Digitali Incoraggiare gli studenti a partecipare ad attività non digitali è essenziale per mantenere un equilibrio sano. Attività come lo sport, la lettura di libri cartacei e le interazioni sociali faccia a faccia possono contribuire a ridurre la dipendenza tecnologica e a migliorare il benessere generale degli studenti. Conclusione L’uso dei dispositivi elettronici come mezzi di apprendimento presenta sia opportunità significative che sfide importanti. Dal punto di vista psicologico, è cruciale adottare un approccio equilibrato che massimizzi i benefici dell’apprendimento digitale, minimizzando al contempo i potenziali rischi. Educatori, genitori e studenti devono lavorare insieme per sviluppare strategie efficaci che promuovano un uso sano e responsabile della tecnologia, garantendo che i dispositivi elettronici rimangano strumenti potenti per l’educazione e lo sviluppo personale. Bibliografia Carr, N. (2010). The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains. New York: W.W. Norton & Company. Greenfield, P. M. (2009). Technology and Informal Education: What Is Taught, What Is Learned. Science, 323(5910), 69-71. Keller, J. M. (1987). Development and Use of the ARCS Model of Instructional Design. Journal of Instructional Development, 10(3), 2-10. Livingstone, S. (2012). Critical Reflections on the Benefits of ICT in Education. Oxford Review of Education, 38(1), 9-24. Rideout, V. J., Foehr, U. G., & Roberts, D. F. (2010). Generation M2: Media in the Lives of 8- to 18-Year-Olds. Henry J. Kaiser Family Foundation. Turkle, S. (2011). Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other. New York: Basic Books. Twenge, J. M. (2017). iGen: Why Today’s Super-Connected Kids Are Growing Up Less Rebellious, More Tolerant, Less Happy–and Completely Unprepared for Adulthood–and What That Means for the Rest of Us. New York: Atria Books. Young, K. S. (1998). Internet Addiction: The Emergence of a New Clinical Disorder. CyberPsychology & Behavior, 1(3), 237-244. Zhao, Y. (2003). What Teachers Should Know about Technology: Perspectives and Practices. Information Age Publishing.
L’uragano dell’adolescenza si è abbattuto sulla famiglia

L’adolescenza è una fase di passaggio e di crescita, in cui si esplica la trasformazione dell’ essere bambino al diventare adulto. Questa transizione non è serena, ma rappresenta un vero e proprio uragano, con conseguenze sia devastanti che di ricostruzione. Lo sviluppo puberale e la comparsa dei caratteri sessuali secondari costituisce l’inizio dell’adolescenza. I notevoli cambiamenti fisici fanno da cornice alle turbolenze di natura affettiva. Con il corpo, cambia anche lo sviluppo emotivo e relazione del ragazzo. L’adolescente perde la propria condizione di bambino e crea dei nuovi ruoli e regole comportamentali in famiglia, a scuola e nel gruppo dei pari. E’ un processo che influenza sensibilmente l’equilibrio familiare per i suoi molteplici aspetti. E’ uno degli eventi critici del ciclo vitale della famiglia. Durante l’adolescenza la parola d’ ordine è contraddizione: da una parte si reclama l’indipendenza e l’autonomia dai genitori, mentre dall’altro si percepisce la necessità di una sicurezza familiare, dettata da una casa, lo studio, le relazioni stabili e storiche. Attualmente, con l’industrializzazione e il prolungamento della scolarizzazione obbligatoria, si assiste ad un allungamento del limite temporale adolescenziale. A tali fattori si aggiungono le difficoltà a trovare un lavoro stabile e ben remunerato. I genitori però non sono esenti da questa prolungata adolescenza. Spesso si rendono protagonisti e fautori di questo status quo. Essi mettono in atto strategie comportamentali di protezione nei confronti dei loro figli, compromettendo lo sviluppo e il consolidamento della loro autostima. Spesso, per evitare gli effetti logoranti dell’uragano, i genitori tendono ad essere estremamente permissivi e non prediligono il dialogo/confronto. Non si facilita il processo di separazione, ma li si rende ancora più dipendenti, aumentando la già fisiologica confusione, per mancanza di regole e di modelli di identificazione. Portami dove nascono gli uragani e poi arrivano gli arcobaleni più belli.(Fabrizio Caramagna)
L’odio: riconoscerlo dentro di noi

L’odio ci appartiene tutti. Riconoscerlo è fondamentale per la responsabilità che abbiamo verso noi stessi, gli altri e la vita. La parola odio indica uno stato emotivo di grave e persistente avversione verso qualcosa o qualcuno. Un sentimento opposto all’amore, caratterizzato dal desiderare il male o la rovina di un oggetto, che può anche essere il proprio sé o la vita propria o altrui. Come l’amore, l’odio può rendere dipendenti, incatenare all’oggetto e portare a pensarlo costantemente. Nei casi estremi, può persino dare senso all’esistenza. Ma mentre l’amore nutre e apre alla vita, l’odio corrode. Trasfigura l’esperienza umana, porta alla morte e alla distruzione. La teoria della struttura triangolare dell’odio Secondo Sternberg, l’odio non corrisponde ad una sola emozione ma al punto di intersezione di molteplici elementi. La teoria della struttura triangolare descrive l’odio e le sue forme in base a tre aspetti, presenti anche nell’amore: impegno, intimità (nei termini di una negazione della stessa) e passione. In base alla caratteristica “impegno”, si attiva un meccanismo di svalutazione che porta a sentimenti di superiorità e disprezzo: l’altro viene considerato inferiore. E’ ciò che Sternberg definisce “odio gelido”. La negazione dell’intimità si esprime nel tenere a distanza l’oggetto percepito come negativo. Su questo aspetto si sviluppa l’“odio freddo”, caratterizzato da pregiudizi e sentimenti di disgusto verso l’altro in quanto diverso da sé. L’odio come passione, invece, si riempie di rabbia e diventa “odio caldo”: aggredisce. Sfocia in violenza. Oppure, mosso dalla paura, porta a fuggire dagli altri ritenuti dannosi. Queste prime tre forme di odio, combinandosi tra loro, danno origine ad altre forme di odio. Ad esempio, alla forma silente e nascosta dell’“odio sobbolente”, tipica degli omicidi spietati e premeditati eseguiti ad opera di persone insospettabili. Fino alla forma dell’”odio bruciante”, che spinge ad annientare il nemico e ad utilizzare ogni mezzo per eliminarlo definitivamente. L’odio può creare comunità. La storia umana è piena di coalizioni basate proprio sull’odio condiviso, da cui sono scaturite guerre, violenze e barbarie di ogni genere. Odio, invidia e narcisismo Citando Lacan: “l’odio è una passione lucida che colpisce al cuore il nemico, è una pianificazione di annientamento”. Più che per ciò che dice o fa, l’altro è odiato per com’è. Per il colore della pelle, perché è donna, perché è omosessuale. L’odio ha alla sua base il meccanismo della proiezione. Sull’altro viene trasferito il lato più oscuro e inaccettabile del proprio essere. Oppure, l’immagine idealizzata, e per questo irraggiungibile, di se stessi. L’odio nasconde dunque parti proprie rifiutate ed escluse. Nasce dall’impossibilità di elaborare le proprie ferite narcisistiche, le proprie perdite, i propri lutti. Ne “Il gesto di Caino”, Recalcati descrive l’odio di Caino per Abele nella sua matrice invidiosa e narcisistica. Caino non sopporta che Dio abbia rifiutato i suoi doni e scelto quelli di Abele, né sopporta la vita di Abele, più viva della sua. Caino uccide il fratello perché non accetta di perdere il privilegio e l’illusione onnipotente di essere l’unico. Come Edipo, vuole essere l’unico uomo per sua madre. Rifiuta l’altro, l’alterità: vuole essere l’unico figlio al mondo. E, come Narciso, resta prigioniero nell’adorazione del proprio Io, non vuole rinunciare all’immagine grandiosa di sé. La vicenda di Caino mostra come questi conflitti interni, che avvelenano e accecano, se non riconosciuti ed elaborati, portano ad agire disperatamente. Conflitti che non sono una regressione all’istinto animale, come la credenza comune vuole, ma che appartengono esclusivamente agli esseri umani. Nel mondo animale, infatti, non esiste il crimine. La violenza è dettata da necessità naturali dell’organismo, di difesa e attacco. La violenza umana è invece dominata dalla tendenza a voler eliminare l’alterità dell’altro che, nella sua stessa esistenza, minaccia quello stato originario di onnipotenza e grandiosità che non si vuol perdere. E che arriva ad avere più valore della vita stessa. Il seme dell’odio Esiste un Caino in ognuno di noi. Ma se è facile rintracciarlo nelle guerre e nelle manifestazioni feroci della violenza, può essere difficile accettare come sia prossimo a noi, nella nostra cultura, nella nostra quotidianità, nelle nostre relazioni, e, persino, dentro noi stessi. Il seme dell’odio si diffonde ogni giorno. Nel rifiuto dell’altro, con le sue caratteristiche e la sua individualità. Attraverso modi di pensare, sentire e agire in apparenza poco rilevanti ma su cui si innestano le più grandi atrocità umane. A livello conscio, i valori dell’uguaglianza ispirano la maggior parte delle persone. Eppure, intolleranza e discriminazione sono fenomeni sempre in espansione, con modalità spesso subdole e alcune volte sconosciute anche a chi appartengono. Manca consapevolezza e, ancor di più, l’assunzione di una responsabilità individuale e sociale. “Sono forse io il custode di mio fratello?”, risponde Caino, dopo il suo gesto fratricida. Si tratta di una responsabilità che abbiamo sempre. Quando ci chiudiamo nell’invidia dell’altro, anziché aprirci alla nostra vita. Quando alimentiamo pregiudizi, rifiutiamo gli altri per come sono, proviamo desiderio di possesso o di vendetta e quando agiamo questi sentimenti. Ma non solo. Siamo responsabili anche nella connivenza. Tutte le volte che non prestiamo alcun aiuto, che non diamo il nostro contributo per contrastare la cultura dell’odio e sviluppare una umanità migliore. Riconoscere l’odio Riconoscere l’odio è il primo passo fondamentale per comprendere gli aspetti cognitivi ed emotivi che lo costituiscono ed attivare le risorse necessarie per superarli, perché non si tramutino in azione. Pregiudizi basati su convinzioni radicate, difese antiche erette allo scopo di evitare il crollo derivante dalla perdita dell’onnipotenza che il confronto con l’altro implica. L’odio come fallimento dei processi che portano a superare la ferita narcisistica e l’invidia. Riconoscere l’odio ci consente di guardare cosa stiamo rifiutando di noi stessi, dell’altro e della realtà. Di riappropriarci degli aspetti alienati del nostro essere. E così di accogliere l’alterità come ricchezza, come evoluzione. Di accogliere il nemico che vive in noi, lo straniero che abita la nostra casa, e sviluppare un senso di appartenenza e di comunità che dia valore al confronto e alla condivisione. Ci consente di amare. Bambina mia,per te avrei dato tutti i giardinidel mio regno se fossi stata regina,fino all’ultima rosa, fino
L’ipocondria: un’ossessione per la salute

L’ipocondria, nota anche come disturbo d’ansia per la salute, è una condizione psicologica in cui un individuo è ossessionato dalla paura di avere una malattia grave. Questa paura persiste nonostante le rassicurazioni mediche e l’assenza di sintomi fisici significativi. Il disturbo può influenzare profondamente la qualità della vita di una persona, causando stress emotivo e comportamenti ossessivi. Caratteristiche dell’ipocondria: Le persone con ipocondria spesso interpretano erroneamente sensazioni corporee normali o minori come segnali di una malattia grave. Questo porta a una continua ricerca di informazioni mediche, visite frequenti a medici e specialisti, e una persistente insoddisfazione per le diagnosi rassicuranti. I sintomi comuni dell’ipocondria includono: – Preoccupazione eccessiva per la salute: paura costante di avere o sviluppare una malattia grave.– Monitoraggio corporeo: osservazione costante di sintomi fisici, come battito cardiaco, respiro e dolori.– Richiesta di rassicurazioni: visite frequenti dal medico e richiesta di test diagnostici, nonostante i risultati negativi.– Evitamento: evitare situazioni o attività per paura di peggiorare una presunta condizione medica. Cause e fattori di rischio: Le cause dell’ipocondria non sono del tutto chiare, ma si ritiene che siano il risultato di una combinazione di fattori genetici, ambientali e psicologici. Alcuni fattori di rischio includono: – Storia familiare: la presenza di disturbi d’ansia o ipocondria in famiglia può aumentare il rischio.– Esperienze traumatiche: esperienze di malattie gravi, proprie o di persone vicine, possono innescare il disturbo.-Tratti di personalità: individui con tratti perfezionisti o tendenze ossessive possono essere più predisposti. Diagnosi e trattamento: La diagnosi di ipocondria viene generalmente effettuata da un professionista della salute mentale attraverso valutazioni cliniche e colloqui approfonditi. È importante escludere altre condizioni mediche e psicologiche che potrebbero spiegare i sintomi. Il trattamento dell’ipocondria spesso comporta un approccio multidisciplinare che include: – Psicoterapia: la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è particolarmente efficace nel modificare i pensieri disfunzionali e i comportamenti ossessivi.– Farmacoterapia: in alcuni casi, possono essere prescritti farmaci ansiolitici o antidepressivi per gestire i sintomi.– Educazione e supporto: informare il paziente sui meccanismi dell’ipocondria e fornire supporto continuo può migliorare i risultati del trattamento. Implicazioni per la vita quotidiana: L’ipocondria può avere un impatto significativo sulla vita quotidiana, influenzando le relazioni personali, la carriera e la capacità di svolgere attività normali. Le persone con questo disturbo possono isolarsi socialmente e sviluppare dipendenze da internet o dai medici per rassicurazioni costanti. La gestione efficace dell’ipocondria richiede un impegno continuo e il supporto di professionisti qualificati, nonché la comprensione e la pazienza di amici e familiari. L’ipocondria è una condizione complessa che richiede un approccio sensibile e informato. Sebbene possa essere debilitante, con il giusto trattamento e supporto, le persone affette da ipocondria possono imparare a gestire la loro ansia e vivere una vita più equilibrata e serena. La consapevolezza e l’educazione su questo disturbo sono fondamentali per ridurre lo stigma e promuovere un trattamento efficace.
L’intervento psicologico in emergenza ai tempi della pandemia

Tavola rotonda sul grande tema del momento. Qual’è il contributo che la psicologia può dare in questo momento pandemico? Analisi e approfondimenti nel video
L’insicurezza del lavoratore

di Veronica Sarno Le organizzazioni mostrano un interesse crescente verso forme di contratto a termine (Hellgren, 2000). La globalizzazione ha indotto le aziende a doversi rendere sempre più flessibili, a causa della forte competizione e dei costi del lavoro, che l’azienda tenta di ridurre, attuando processi di rimpicciolimento dei diritti dei lavoratori e/o deterioramento delle condizioni lavorative (Nixon, 1994); questo cambia la natura del lavoro anche per chi ha mantenuto il posto, in quanto aumenta il carico di lavoro pro capite, ed una conseguente incertezza del lavoratore relativa alla propria performance (Nelson, 1998); i cambiamenti organizzativi introducono quindi nei lavoratori un senso di insicurezza, che si esprime nella preoccupazione riguardo l’esistenza futura del proprio lavoro (Ruvio, 1996), nella percezione di una potenziale minaccia alla continuità della propria attività professionale (House, 1994), nelle aspettative professionali di continuità della propria mansione (Davy, 1997); a cui si aggiunge un mercato del lavoro poco attivo che non consente facili transizioni lavorative. L’incertezza del lavoratore è in continuo aumento, si genera in sicurezza lavorativa, espressione usata da Hellgren (2002), per indicare le reazione negative dei lavoratori a tutti questi cambiamenti che investono il loro lavoro, al senso di impotenza nel mantenere la continuità in una situazione lavorativa, sino ad arrivare alla paura della perdita totale del lavoro. Rosenblatt (1984) considera l’insicurezza lavorativa un costrutto complesso multidimensionale, che include la combinazione di minacce al lavoro in sé, le minacce alle caratteristiche reputate importanti del lavoro, il senso di impotenza nel contrastare tali minacce e l’importanza complessiva del lavoro. Rubio (1999) reputa che gli effetti dell’insicurezza lavorativa, varino in base al genere, gli uomini avvertono il senso di minaccia soprattutto sul versante economico e mostrano effetti negativi riguardo al coinvolgimento organizzativo e sviluppano piuttosto velocemente l’intenzione di abbandonare quel lavoro; le donne manifestano maggiormente la propria insofferenza con una diminuzione della propria performance e sentono meno supporto organizzativo. Tuttavia, le differenze individuali possono cambiare la percezione di insicurezza lavorativa. Secondo Hartley (1991) i fattori che incidono sulla diversa percezione di insicurezza lavorativa sono i seguenti: a) Differenze individuali; b) Equità; c) Sostegno. Fournier (1993) invece reputa che ad incidere sulla percezione di insicurezza lavorativa siano il: Locus of control; Bisogno di sicurezza; Centralità lavoro. Secondo Pozner (1980) la possibilità di partecipare alle decisioni modera inoltre l’effetto dello stress legato al ruolo lavorativo, in quanto i lavoratori esperiscono un senso di controllo sulle proprie condizioni. Tuttavia, è stato riscontrato che le reti di sostegno sociale non lavorative (come famiglia e amici) hanno un effetto positivo nella relazione tra insicurezza e insoddisfazione per la propria vita, mentre le reti lavorative fungono da cuscinetto contro gli effetti negativi dell’insoddisfazione per il proprio lavoro, della ricerca proattiva di impiego e dei comportamenti lavorativi non conformi alle norme (Lim, 1996). Hartley (1991) ha definito l’insicurezza lavorativa come la discrepanza tra il livello di sicurezza esperito dal lavoratore e il livello che invece preferirebbe. Un senso continuo e minaccioso di insicurezza logora psicologicamente un lavoratore e parallelamente subentrano malesseri fisici, si può assistere ad una sintomatologia simile e a quella identificata per lo stress da lavoro correlato ed al burn-out, il fattore più significativo risiede nella diminuzione della soddisfazione per il proprio lavoro Moore e Greenberg (1998), e nel conseguente desiderio di cambiare lavoro e trovarne uno dalle caratteristiche migliori. La crescente ed attuale dinamicità del mondo del lavoro esige dalle persone coinvolte di mostrarsi sempre più malleabili ed adattabili alle esigenze della situazione. Hall (2002) ha coniato a questo proposito il concetto di carriera proteiforme, che consiste in una forte elasticità e capacità da par te del lavoratore di gestire molteplici identità e ruoli lavorativi, in contrasto con la concezione tradizionale di carriera che risponde a un contratto di tipo paternalistico tra datore di lavoro e lavoratore, la realtà del lavoro attuale mette l’ individuo di fronte ad un’esperienza di carriera autogestita e senza confini precisi, composta da differenti posizioni all’interno di più organizzazioni entra in gioco la necessità di negoziare un numero sempre più ampio di transizioni di ruolo. La capacità di tollerare i cambiamenti e di adattarsi è indispensabile, e se presente rende l’individuo proattivo di riuscire a migliorare la propria vita, cercando continuamente nuovi e migliori lavori, che però sono molto difficili da trovare. Fugate (2004) conia il costrutto di impiegabilità, che sposta la responsabilità per lo sviluppo di carriera dal datore di lavoro al lavoratore. L’impiegabilità è considerata una forma di adattabilità lavorativa attiva che consenta ai lavoratori di concretizzare le opportunità di carriera che si possano loro presentare, facilitando la mobilità all’interno di un’organizzazione e tra più organizzazioni e di conseguenza aumentando le probabilità di impiego di un individuo. Il costrutto di impiegabilità si fonda principalmente sui concetti di adattabilità attiva e proattività. Per il lavoratore che intende cambiare azienda devono affrontare una transizione, confrontandosi attivamente col proprio ambiente di lavoro, mentre ricerca informazioni adeguate sull’ambiente lavorativo, sullo status del lavoratore e sulle sue relazioni al l’interno del l’ambiente stesso, ma devono anche possedere una disposizione adeguata all’adattamento, ottimismo e senso di autoefficacia e schemi cognitivi che consentano di affrontare la sfida di un cambiamento, soprattutto i lavoratori devono mostrarsi flessibili e in grado di modificare cognizioni, affetti e comportamenti qualora se ne presentasse la necessità. Fugate (2004) parla di identità di carriera: la definizione di sé in un contesto lavorativo in termini di “chi sono/chi voglio essere” che può motivare l’individuo ad adattarsi per raggiungere o creare le opportunità che coincidono con le proprie aspirazioni; le informazioni raccolte sull’ambiente lavorativo devono essere infatti rilevanti per un’identità saliente. Gli individui proattivi hanno minori difficoltà ad adattare la situazione lavorativa ai propri bisogni, mostrandosi inclini ad apprendere e a sfruttare attivamente ogni elemento in grado di modificare la situazione in modo da raggiungere l’identità desiderata sul piano lavorativo; sono avvantaggiati anche perché sono più flessibili nel modificare cognizioni e comportamenti al fine di ottimizzare sia la situazione che gli outcome prevedibili (Fugate et al., 2004). Inoltre, l’orientamento proattivo ha un effetto positivo anche sul senso di incertezza,