L’arte di sbagliare: gli adolescenti possono imparare a prendere decisioni consapevoli?

di Flavia La Gona L’adolescenza è una fase evolutiva della vita in cui emerge un forte desiderio di esplorazione, durante la quale gli individui sono chiamati a rispondere a svariati stimoli interni ed esterni. Tuttavia, gli adolescenti spesso si trovano ad affrontare la paura di sbagliare e la pressione di prendere le decisioni “perfette”. In quest’articolo, esploreremo quanto sia importante concedersi alcuni errori di percorso prima di imparare a prendere decisioni più consapevoli durante l’adolescenza.La paura di sbagliare è un sentimento comune tra gli adolescenti. Questa paura può derivare dalla pressione di conformarsi alle aspettative del mondo esterno tra cui, dei genitori, degli insegnanti o dei coetanei ovvero il gruppo dei pari, od ancora dalla paura di essere giudicati e criticati.La correlazione tra la ricerca del piacere e la possibilità di fare errori di percorso è molto stretta. Perché gli adolescenti tendono a fare errori?In primis per una mancanza di esperienza concreta sulle eventualità della vita e per una difficoltà a regolare le proprie emozioni ed in particolare l’impulsività.A livello neurologico vi è una riorganizzazione delle reti neurali che influenzano la regolazione emotiva che il comportamento in modo sistemico .Il desiderio di nuove emozioni ed esperienze è implicata nel cervello di un adolescente in quanto tramite alcuni studi si è constatato il ruolo di mediazione del neurotrasmettitore dopamina, che agisce sul sistema di ricompensa e gratificazione. Tale sostanza in questa fase di vita tende alla carenza all’interno del sistema dopaminergico in concomitanza allo sviluppo fisico e cognitivo ; questo meccanismo spiega come la ricerca di stimoli piacevoli ed immediati sia strettamente correlata con il sistema neuro-biologico.Sbagliare da la possibilità di allenare le proprie competenze che riguardano il pensiero critico e l’analisi dei rischi e dei benefici di una data situazione.Nel processo decisionale avere delle alternative di scelta riveste un importante peculiarità al fine di favorire il pensiero creativo aiutando i ragazzi a pensare in maniera originale ed ad allentare l’ansia e le pressioni che percepiscono tipicamente a quest’età.Ad esempio, la tecnica per prove ed errori aiuta a comprendere le proprie scelte tramite l’esperienza in quanto si impara a sviluppare nuove strategie dinamiche ed a tenere a mente le priorità dei propri bisogni.In tale direzione è utile sottolineare quanto sia fondamentale la spinta interna al cambiamento , quindi una motivazione intrinseca ed autentica .L’autore Maslow focalizza nella Teoria gerarchica dei bisogni la propedeuticità della motivazione che si sviluppa a partire dalle necessità primarie ai bisogni più elevati come quello di realizzazione .La teoria dell’autoefficacia di Bandura suggerisce che la percezione di sé come capace di gestire le sfide e di raggiungere gli obiettivi sia un fattore critico per lo sviluppo della motivazione e del comportamento.La sperimentazione dell’errore in questa fase evolutiva serve come “banco di prova” per saper scegliere i propri comportamenti in base alle situazioni più svariate, come per esempio, valutare le conseguenze di una condotta e ad utilizzare gli errori come frame di riferimento per produrre successive soluzioni creative.Gli errori possono fornire preziose informazioni ed aiutare i ragazzi a nutrire la fiducia in sé stessi e ad imparare dalle loro esperienze di vita. Inoltre, sbagliare può aiutare gli adolescenti a sviluppare la resilienza e la capacità di affrontare le sfide. I ragazzi che hanno una bassa auto-efficacia possono essere più propensi a sperimentare ansia e paura di sbagliare, limitando la loro capacità di prendere decisioni.Una tecnica conosciuta ed impiegata in psicologia per promuovere la formulazione di alternative e soluzioni innovative è il brainstorming. Le strategie psicologiche si basano sull’utilizzo del pensiero laterale che ha la finalità di migliorare ed organizzare in questo caso un processo mentale e la pianificazione degli obiettivi in concetti semplici tramite intuizioni, chiamati insight.Nel processo decisionale avere delle alternative di scelta riveste un importante peculiarità al fine di favorire il pensiero creativo aiutando i ragazzi ad adottare nuove strategie ed ad allentare l’ansia e le pressioni che percepiscono tipicamente a quest’età.
L’arte di Essere Fragili

Come accogliere le fragilità evitando che un etichettamento possa incidere negativamente sull’ autostima di un bambino. Spesso gli adulti assegnano scomode etichette, soprattutto ai minori, senza comprenderne le possibili ripercussioni. Bambini sensibili, bambini che non sanno urlare, bambini che implodono e tengono dentro diventano ragazzi che sentono più forte degli altri, che spesso vengono additati come più deboli. In realtà sottovalutiamo che ci vuole una grande forza nel tenere dentro, ad essere contenitore ci vuole forza. La fragilità aiuta a scoprire davvero chi siamo. Il fragile sono Io, certo, ma siamo anche Noi, e quindi se ci riconosciamo è più facile anche stare insieme. La fragilità andrebbe intesa piuttosto come virtù. Tutto è fragile, ma la nostra forza, come scriveva il filosofo e scrittore americano Ralph Waldo Emerson, «matura dalla debolezza». Dalla virtù, tutta da riscoprire, della fragilità. Chiarito che condividiamo tutti debolezze e paure e che dobbiamo avere più rispetto per le nostre e per le altrui debolezze, possiamo fare un passo avanti, quello decisivo, alla ricerca della fragilità. Già, visto che ne riconosciamo il valore, allora si tratta di non sprecarla e semmai di valorizzarla. Il primo passo è la rivalutazione dei nostri aspetti vulnerabili, senza più nasconderli a noi stessi o tentando goffamente di rimuoverli, ma semmai mostrandoli con calore e con empatia. Quella timidezza che diventa rossore, quello stare zitti per la preoccupazione di dire cose inopportune, possono fare spazio ad altro. Possono fornirci di un carattere, di una personalità. E la nostra fragilità, una volta mostrata con apertura verso gli altri, ci mostra più teneri, più spontanei e perfino più divertenti. Inoltre, in questo modo, riconoscendo prima a noi stessi e poi ai bambini il diritto di sbagliare, riusciremo a sottrarci al continuo giudizio degli altri, e anche al nostro auto-giudizio. Il secondo passo è verso l’esterno. Rivelare agli altri, a partire dalle persone che più amiamo, la nostre insicurezze, le nostre paure e le emozioni che legano in unico fascio di fragilità. Se trasferiamo queste informazioni ai bambini, potremmo coltivare la loro autostima ed aiutarli a divenire adulti autentici.
L’Arte di dire di “No”: una chiave per il benessere psicologico

Dire di no è una delle competenze più importanti che possiamo sviluppare per mantenere il nostro equilibrio psicologico, ma al contempo è una delle più difficili da mettere in pratica. Viviamo in una società che spesso premia la disponibilità e il sacrificio personale, lasciandoci con la sensazione che rifiutare una richiesta significhi deludere gli altri o essere egoisti. In realtà, saper dire di no è un atto di autoconservazione, un gesto che protegge il nostro tempo, la nostra energia e, soprattutto, il nostro benessere mentale. Perché è così difficile dire di no? Molte persone trovano difficile dire di no per diverse ragioni psicologiche e sociali:1. Paura del conflitto: Dire di no può creare tensioni o disaccordi. Per molte persone, evitare il conflitto è una priorità, anche a scapito dei propri bisogni.2. Desiderio di approvazione: Vogliamo essere accettati e apprezzati dagli altri, e dire di no può farci temere di essere percepiti come insensibili o egoisti.3. Senso di colpa: Dire di no, soprattutto a persone a cui teniamo, può innescare un senso di colpa per non essere stati d’aiuto o disponibili.4. Condizionamento culturale: In molte culture, essere sempre pronti ad aiutare è visto come un valore, mentre rifiutare richieste è spesso stigmatizzato. Il costo psicologico di non dire di no Accettare troppo spesso richieste altrui, anche quando non lo vogliamo, può portare a:• Stress e ansia: Il sovraccarico di impegni e responsabilità può farci sentire sopraffatti e privi di controllo.• Esaurimento emotivo: Sacrificare i propri bisogni per soddisfare quelli degli altri può consumare le nostre risorse emotive.• Resentimento: Quando ci sentiamo obbligati a dire di sì, possiamo sviluppare sentimenti di rabbia o frustrazione nei confronti degli altri, o persino verso noi stessi. Imparare a dire di no: Strategie pratiche Sviluppare l’abilità di dire di no richiede pratica e consapevolezza. Ecco alcune strategie utili:1. Riconoscere i propri limiti: Prenditi del tempo per riflettere su ciò che è importante per te e su quanto tempo ed energia sei disposto a dedicare agli altri. Conoscere i propri limiti è il primo passo per proteggerli.2. Usare un linguaggio chiaro e gentile: Un no non deve essere aggressivo. Frasi come “Mi piacerebbe aiutarti, ma al momento non posso” o “Grazie per aver pensato a me, ma devo declinare” sono modi assertivi ma gentili di rifiutare.3. Evitare giustificazioni eccessive: Non è necessario fornire spiegazioni dettagliate o scusarti ripetutamente. Un semplice “Non posso” è spesso sufficiente.4. Praticare l’assertività: L’assertività è la capacità di esprimere i propri bisogni e desideri in modo rispettoso ma fermo. Puoi svilupparla attraverso esercizi di comunicazione o con l’aiuto di un terapeuta.5. Prendere tempo per rispondere: Se dire no sul momento ti mette in difficoltà, puoi guadagnare tempo rispondendo: “Lasciami pensarci e ti faccio sapere.” Questo ti dà lo spazio per riflettere e rispondere in modo ponderato. I benefici di dire di no Imparare a dire di no ha effetti positivi su molteplici aspetti della nostra vita:• Maggiore autostima: Dire di no rafforza il rispetto per sé stessi e la consapevolezza del proprio valore.• Relazioni più autentiche: Essere sinceri sui propri limiti favorisce relazioni basate sulla trasparenza e sul rispetto reciproco.• Tempo per ciò che conta davvero: Dire di no a ciò che non è essenziale ci permette di dedicare più tempo e energia alle nostre priorità. Dire di no non è un rifiuto verso gli altri, ma un sì verso noi stessi. È un atto di cura personale che ci permette di mantenere il nostro equilibrio mentale, di vivere in modo più autentico e di costruire relazioni più sane. Come ogni abilità, richiede pratica e coraggio, ma i benefici per il nostro benessere psicologico valgono ampiamente lo sforzo. Ricorda: ogni no che dici con consapevolezza è un passo verso una vita più appagante e serena.
L’Arte della voce in psicoterapia: Il suono oltre la parola

di Valeria Bassolino da Psicologinews Scientific Gli studi sulla voce, osservati da varie angolazioni e secondo molteplici punti di vista e dalle relative multiformi applicazioni, mostrano come voce, persona e ambiente siano legati attraverso una fitta trama di reciproche interconnessioni. Psicoterapia della Gestalt, Analisi Transazionale, Bionergetica, ma anche l’arte, espressa nelle forme del suono e del Teatro di ricerca, ci insegnano che, così come accade per la comunicazione attraverso il linguaggio non verbale, l’analisi delle incursioni sonore vocali consente di accedere a quella parte della realtà psichica della Persona che non riesce ad essere espressa tramite il linguaggio codificato. Se l’espressività del corpo comunica un pensiero che scavalca le difese del linguaggio, anche la voce definisce una modalità comunicativa che va al di là del valore semantico della parola. A questo proposito, numerosi autori hanno mostrato come, attraverso l’analisi dei timbri sonori e i cambiamenti vocali nel Qui ed Ora della terapia, sia possibile ampliare le risorse terapeutiche, sia di tipo diagnostico che relazionale. “…Non parlerei forse di linguaggio informale? Di valori cromatici e tattili, dei sapori e degli umori, della pelle e dei baci, dell’ombra e del profumo delle parole? Elencherei parole tonde e gialle, lunghe e calde, voluttuose e lisce, oppure parole polverose e bigie, sfilacciate e verdi, parole a pallini e salate, parole massicce, fredde, nerastre, indigeste, angosciose”. Fosco Maraini mostra come nell’evocazione e nel suono della parola vi sia un senso intimo e profondo del linguaggio. Tutto sommato, riflettendo sulla voce e la psicoterapia ci si accosta necessariamente agli aspetti metasemantici della comunicazione, espressi attraverso il corpo, il registro vocale e, in generale, nella comunicazione non verbale. Studi di diversa matrice hanno individuato nella voce una delle modalità più arcaiche di comunicazione madrefiglio, risalente addirittura alla condizione di vita intrauterina. Il primo gesto del venire al Mondo è suono: respiro e vocalità. La voce, intrinseca al respirare, è il nostro più immediato e necessario scambio con il mondo, al punto che ogni minaccia alla sua funzionalità produce angoscia di soffocamento. E il respiro, presupposto del nostro esistere, è la materia della voce, materia cui le corde vocali danno forma. Anemos è la parola greca che significa «soffio», «vento» e che derivandola dal latino traduciamo con “Anima”. La voce, in quanto soffio vitale primordiale, è in questo senso espressione profonda dell’Anima, incarnata nel corpo fisico. Queste particolarità della voce, fisiologiche prima ancora che psicologiche, la collegano così intimamente alla presenza della Persona che risvegliarne la voce evidentemente contribuisce a risvegliarne la presenza. Considerare adeguatamente gli aspetti legati alla voce nel contesto della terapia vuol dire, in primo luogo, porre attenzione alla voce del paziente. Maria Jutasi Coleman, Psicoterapeuta della Gestalt, mostra esaustivamente come poter adoperare l’analisi dello spettro vocale dei pazienti sia a scopo diagnostico che metodologico. La voce, che va nel mondo ed è sentita dagli altri, nel suo stesso prodursi è sentita anche da noi stessi per due vie: dall’interno del corpo, attraverso le trombe di Eustachio che collegano direttamente la faringe alla cassa timpanica; e dall’esterno, con un piccolo ma significativo ritardo, nel suo riflettersi sugli oggetti attorno a noi. Sempre sentiamo la nostra voce risuonare dentro e fuori di noi, nel momento stesso in cui la emettiamo . E il produrla è immediatamente controllato e modificato alla luce del sentirla. L’effetto della voce sugli altri è mediato e successivo. In questo processo, intervengono canali emotivi, sensoriali e cognitivi a flitrare il respiro e l’emissione vocale. In ‘arrendersi al corpo’, Alexander Lowen racconta l’esperienza della sua prima seduta di terapia con Reich: “Stavo su un lettino con indosso un paio di calzoncini corti, perché Reich potesse osservare il mio respiro. Lui era seduto davanti al lettino. Mi disse semplicemente di respirare, cosa che feci in modo normale, mentre lui studiava il mio corpo. Dopo circa dieci o quindici minuti, disse: ‘Lowen, non stai respirando’. Replicai che respiravo. ‘Ma’, disse lui, ‘il tuo torace non si muove’. Era vero. Mi chiese di mettere una mano sul suo torace per sentire il movimento. Sentii che il suo torace saliva e scendeva e decisi di muovere il mio torace ad ogni respiro. Lo feci per un certo tempo, respirando con la bocca e sentendomi molto rilassato. Reich allora mi chiese di spalancare gli occhi e, quando lo feci, emisi un sonoro e prolungato grido. Mi sentivo gridare, ma non c’era nessuna sensazione collegata. Proveniva da me, ma io non avevo nessun collegamento con quel suono. Reich mi chiese di smettere di gridare perché le finestre della stanza erano aperte sulla strada. Ripresi a respirare come prima, come se non fosse accaduto nulla. Ero sorpreso del grido, ma non ne ero toccato emotivamente. Allora Reich mi chiese di ripetere l’azione di spalancare gli occhi, e ancora una volta g r i d a i senza nessun collegamento emotivo con il fatto. […] Poco tempo dopo, la terapia venne interrotta per le vacanze estive di Reich. Quando riprendemmo in autunno, tornammo alla respirazione spontanea. Nel corso di questo nuovo anno di terapia, ebbero luogo diversi eventi importanti. In uno di questi rivissi un’esperienza infantile che spiegò le grida della mia prima seduta. Mentre stavo sul lettino a respirare, ebbi l ’impressione che avrei visto un’immagine sul soffitto. Nel corso di alcune sedute l’impressione divenne più forte. Poi l’immagine apparve. Vidi il volto di mia madre. Mi guardava con occhi molto arrabbiati. Sentii che ero un bambino di circa nove mesi, stavo nella carrozzina fuori della porta di casa e gridavo per chiamare la mamma. Lei doveva essere impegnata in qualche attività importante, perché quando uscì mi guardò con tanta rabbia da paralizzarmi di terrore. Le grida che allora non ero riuscito ad emettere dovevano esplodere nella mia prima seduta terapeutica, trentadue anni dopo”. La voce comunica le modalità della presenza, in un certo senso, allora, la voce dichiara la Persona al mondo. Quindi, nella voce del terapeuta deve risuonare una presenza che promuove la presenza del paziente, che soprattutto la legittima, che la riconosce come centro di valore
L’apprendimento Scolastico

Giada Mazzanti psicologa dello sviluppo e della educazione, spiega l’obiettivo della scuola e l’importanza dell’apprendimento scolastico. L’apprendimento scolastico non è solo sviluppo cognitivo, cioè la scuola non deve puntare solo sulla performance accademica, ma deve considerare il processo di apprendimento nella sua totalità, ovvero comprendere quegli aspetti emotivi, affettivi e relazionali, che permettono l’avvenimento dell’apprendimento. Se si continua a considerare l’apprendimento solo come l’assimilazione di concetti astratti, si creerà una scissione tra aspetti emotivi e cognitivi provocando un allontanamento dal piacere accademico. Nei bambini della scuola elementare questo aspetto si evidenzia enormemente, in quanto manifestano una maggiore facilità nel leggere un libro di loro gradimento piuttosto che una pagina di un libro scolastico. Per questo non è possibile scindere l’aspetto emotivo da quello cognitivo, infatti molti studi hanno dimostrato come l’aspetto emotivo e affettivo influisce nell’apprendimento. Questo è un aspetto fondamentale perché durante lo studio vengono immagazzinate anche le emozioni e se queste sono negative si scatena un meccanismo, per cui ogni volta che si studia si manifesteranno quelle emozioni negative. La conseguenza di ciò può portare all’abbandono scolastico o anche il rifiuto di studiare una determinata materia. La scuola è un’istituzione con delle regole da rispettare, e rappresenta un luogo fisico in cui si cresce a contatto con gli altri. L’obiettivo della scuola è quello di far crescere i bambini per poterli farli inserire nel mondo degli adulti. Questo però deve avvenire sempre in relazione allo sviluppo emotivo affettivo, legato alla relazione che si ha con le insegnanti, con gli studenti e i genitori.
L’apprendimento è un’esperienza emotiva

Giada Mazzanti affronta il tema dell’apprendimento, di come esso sia mediato dal mondo interno di chi apprende, di come esso si sviluppi all’interno della relazione insegnante – allievo, e della prima forma di apprendimento ovvero la relazione madre – bambino. Il modo di interpretare la realtà esterna dipende dal mondo interno, in quanto questo riversa delle proiezioni sulla realtà che permettono di immagazzinare le informazioni esterne. Questo succede pure nella realtà scolastica durante il momento di apprendimento degli allievi, infatti l’allievo deve riuscire ad intermediare e mediare le proprie proiezioni di angoscia, nell’atto di apprendere. Questo lo dovrebbero fare da soli, ma è molto difficile, infatti nella dinamica madre – bambino, serve una figura mediatrice che mentalizzi i vissuti di angoscia, in modo che possano essere riusati in maniera funzionale. Nella scuola però questi aspetti negativi angoscianti vengono non considerati oppure trattati in ottica moralista. Quindi si può notare l’unione tra fattore emotivo legato al mondo interno e la relazione nel processo di apprendimento. Infatti l’apprendimento è possibile solo quando l’insegnante riesce a cogliere, capire e restituire, adeguatamente alle esigenze dell’allievo, il modo in cui egli stesso vive i rapporti e i fattori concomitanti al momento dell’apprendimento. Quindi si riesce ad apprendere nel momento in cui si ha la possibilità di elaborare la fatica emotiva concomitante al momento del processo di apprendimento, e l’elaborazione emotiva avviene grazie alla relazione insegnante – allievo.
L’APPLICAZIONE DEI NUDGE NEL CONTESTO ORGANIZZATIVO

di Beatrice Brambilla 1 – IntroduzioneSe è noto l’utilizzo dei pungoli nel campo d e l l a p o l i t i c a , d e g l i investimenti, dei risparmi e della salute pubblica (Hallsworth et al., 2016; Halpern, 2015; Halpern & Sanders, 2016; OECD, 2017), l’applicazione dei nudge nelle organizzazioni, in particolare nel settore delle Risorse Umane, è u n ’ a r e a a n c o r a mo l t o p o c o sviluppata. Purtroppo, in passato, e in parte ancora adesso, si nutre poca fiducia in questi pungoli e si prediligono interventi basati su incentivi prettamente economici (Ilieva & Drakulevski, 2018; Wong- Parodi, Krishnamurti, Gluck & Agarwal, 2019). L’idea che la principale motivazione dei lavoratori sia la remunerazione è emersa nel famoso libro “La ricchezza delle Nazioni” pubblicato da Smith nel 1776 e si è continuato a diffondere prima con Taylor e successivamente con Ford. In realtà, il legame tra prestazioni e retribuzioni non è così ovvio come sembra: se da una parte l’Econe risponde solo a stimoli monetari, quest’ultimi nell’Umano, invece, possono causare anche dei peggioramenti delle prestazioni, soprattutto nei compiti di natura intellettuale (Singler, Ariely, Gneezy, Lowenstein & Mazar 2009). I nudge riguardano la progettazione delle scelte delle persone, sono molto convenienti perché semplici ed economici, ma con un’efficacia di risultati molto alta: essi, infatti, aiutano gli individui a trasformare le loro intenzioni personali in azioni, preservando sempre la libertà di scelta (Service et al., 2014; Ilieva & Drakulevski, 2018). Questo risulta f o n d a m e n t a l e n e l c o n t e s t o organizzativo perché spesso quando si cerca di implementare un cambiamento nascono d e l l e resistenze da parte dei lavoratori perché è d i f fi c i l e modificare comportamenti e abitudini radicate. Grazie agli studi della psicologia economica si può comprendere meglio il funzionamento dell’uomo e, quindi, trovare le strategie migliori per diminuire tali resistenze e raggiungere importanti risultati. Nonostante sia provata l’efficacia di t a l i i n t e r v e n t i n e l c o n t e s t o organizzativo, oggigiorno ci sono pochi studi empirici che hanno indagato gli effetti a lungo termine di queste strategie e forse per questo motivo i dirigenti d’azienda tendono ad assumere un atteggiamento scettico nei loro confronti (Venema, Kroese, & De Ridder, 2018; Ilieva & Drakulevski, 2018). Per colmare le lacune nelle applicazioni delle intuizioni della psicologia economica sul luogo di lavoro, Ilieva e Drakulevski (2018) hanno fatto una selezione di dominio generale di alcuni studi, che ha permesso loro di individuare le quattro strategie di nudging maggiormente utilizzate: in primo luogo, i promemoria sono risultati essere molto utili per affrontare la limitata attenzione e le capacità cognitive degli uomini; essi, infatti, modificano la salienza e la facilità di accesso di alcune informazioni, indirizzando i lavoratori verso decisioni migliori (Haugh, 2017; Szaszi, Palinkas, Plalfi, Szollosi & Aczel, 2018). Tra gli altri nudge maggiormente implementati si ritrovano le opzioni predefinite, che risultano efficaci in quanto sfruttano l’inerzia delle persone e l’avversione alle perdite, lasciando comunque al decisore la libertà di selezionare un’impostazione diversa (Münscher, Vetter & Scheuerle, 2015). Inoltre, dal presupposto che ci sia un divario tra le intenzioni dell’individuo a comportarsi in un determinato modo e il suo comportamento effettivo sono nate un insieme di strategie c h e s i f o c a l i z z a n o s u l raggiungimento degli obiettivi: questi tipi di interventi aiutano a definire quali sono le condizioni che attivano determinati comportamenti nelle persone (Service et., 2014). In particolare, è stato scoperto che quando alle persone viene chiesto quali siano le loro intenzioni, diventano più propensi a comportarsi in maniera conforme alla risposta data (Thaler & Sustein, 2008). Infine, Shantz e Latham (2011) hanno s c o p e r t o c h e s i c r e a n o inconsciamente dei legami tra una determinata situazione futura e il c o m p o r t a m e n t o fi n a l i z z a t o all’obiettivo. Analogamente a quanto descritto sopra, il priming attiva una condotta inconsciamente: si è scoperto che è possibile influenzare il comportamento delle persone rendendo certi elementi visibili e rilevanti. Ad esempio, oggetti tipici del contesto lavorativo come valigette e tavoli delle sale riunioni rendono i lavoratori più competitivi e meno propensi a collaborare tra di loro (Thaler & Sustein, 2008). È importante sottolineare come tali strategie non siano solo vantaggiose a livello di profitti, ma anche nel dare un contributo ambientale (Thaler & Sustein, 2008) . Nei paragrafi successivi, vengono analizzate diverse politiche di nudging applicate sia a variabili non organizzative sia a quelle organizzative. 2 – Variabili non organizzative: impatto sull’ambienteAl giorno d’oggi a seguito del rapido aumento della popolazione e delle crescenti minacce ambientali, si sta sviluppando un interesse nel potenziale ruolo delle strategie di nudging, soprattutto nell’area della tutela e della conservazione delle risorse (Allcott & Mullainathan, 2010) . I n passato, l a teor i a economica standard riteneva che gli incentivi monetari fossero la mo d a l i t à p i ù e f fi c i e n t e p e r determinare cambiamenti ambientali soprattutto nei settori del risparmio energetico. Tuttavia, recenti studi della psicologia economica hanno permesso di individuare alcune categorie di nudge che potrebbero generare risposte efficaci in questa area. Tra questi sono stati individuati meccanismi di feedback, confronti sociali e cambiamento delle opzioni predefinite (Brown, Johnstone, Hascic, Vong & Barascud, 2013). Fisher (2008) ha esaminato la let teratura sui meccanismi di f e e d b a c k e d è g i u n t o a l l a conclusione che comunicare i propri livelli di consumo ai consumatori stimoli il risparmio energetico, in p
L’ansia: un consigliere prezioso?

Cosa c’è di utile e informativo nell’ansia e come possiamo utilizzarla. Tra gli autori che studiano gli effetti dello stress e dell’ansia sul cervello umano, Wendy Suzuki, professore di Neuroscienze all’università di New York, ci dà una prospettiva interessante. Partiamo da un presupposto: di fronte agli eventi stressanti e all’ansia che provocano in noi, tutti sviluppiamo strategie che ci permettono di fronteggiarli e tornare sui binari. Queste azioni e comportamenti sono spesso automatici e sotto la soglia della coscienza e si sono sviluppati quando eravamo più giovani e meno inclini a comprendere i nostri meccanismi mentali. Hanno tutti uno scopo preciso: quello di alleviare le sensazioni spiacevoli e di confortarci. Ma cosa succede quando questi meccanismi non funzionano più per arginare lo stress? Come molti sanno, possono irrigidirsi e diventare delle vere e proprie trappole e rendere le cose peggiori, in termini di salute, sicurezza e qualità delle relazioni nella vita di ogni giorno. Il periodo Covid ha esacerbato molte risposte ai fattori esterni, perché la situazione di minaccia continua ha provato i nostri sistemi di difesa oltre la soglia e li ha spesso resi molto più rigidi. Tornare indietro non si può; ma forse non serve, forse è un’autentica opportunità per andare avanti, con più curiosità e attenzione e con la consapevolezza che molte persone stanno attraversando momenti simili. Utilizzare l’ansia come informazione è utile. Perché ci dice che qualcosa si è squilibrato nel rapporto cervello-corpo e che bisogna attivarsi. Non per annullare la sensazione, come ci siamo allenati a fare fin da piccoli, ma per trovare un rimedio alle cause sottostanti, affrontandole da adulti. Ognuno, se vorrà, potrà approfondire i motivi, ma alcuni semplici consigli possono aiutare. Eccone alcuni, di cui parla la dottoressa Suzuki: non isolarsi, imparare a condividere la propria esperienza con gli altri. Parlare della difficoltà, non dissimulare e non chiudersi. Chiedere aiuto, quando serve. Cercare orari regolari di riposo, per aiutare il corpo. Creare routine giornaliere e seguirle con costanza, perché aiutano a regolare le emozioni. Fare movimento all’aperto. Tutti questi comportamenti, che sembrano i consigli della nonna, hanno solide basi di ricerca scientifica: introdurli nelle scelte quotidiane fa la differenza, da subito, in termini di produzione di endorfine e di aumento della motivazione. Stop alle pulizie esagerate, all’utilizzo continuativo dei social e alle abbuffate da serie televisive: metodi che servono a zittire e ad accantonare solo per un po’ l’ansia, per farla tornare a breve più forte di prima. Sostituirli con comportamenti virtuosi può essere difficile all’inizio, ma consente di diminuire in tempi brevi i livelli di stress. Impariamo a usare l’ansia come una richiesta di attivazione; una richiesta utile e chiara: dopo un lungo periodo di incertezza, può fare sorprendentemente bene ripartire da zero. O da tre, come diceva Troisi.
L’ansia sociale: cos’è, come riconoscerla e strategie per gestirla

L’ansia sociale è un disturbo che colpisce molte persone, spesso in modo silenzioso, ma che può avere un impatto significativo sulla vita quotidiana e sul benessere psicologico. Se hai mai provato una sensazione di paura o disagio estremo nel dover interagire con gli altri, potresti aver vissuto un episodio di ansia sociale. In questo articolo, esploreremo cos’è l’ansia sociale, come riconoscerla e le strategie pratiche per affrontarla e gestirla. Cos’è l’ansia sociale? L’ansia sociale, nota anche come fobia sociale, è un disturbo psicologico che si manifesta con un’intensa paura o preoccupazione nelle situazioni sociali, come parlare in pubblico, incontrare nuove persone o partecipare a eventi sociali. Le persone che soffrono di ansia sociale temono spesso di essere giudicate negativamente dagli altri, di fare figure imbarazzanti o di non essere all’altezza delle aspettative sociali. Questo disturbo può manifestarsi in vari modi, da una leggera apprensione a sintomi più gravi, come attacchi di panico, palpitazioni e difficoltà respiratorie. Come riconoscere l’ansia sociale? I sintomi dell’ansia sociale possono variare da persona a persona, ma generalmente si manifestano in modi fisici, emotivi e comportamentali. Ecco alcuni segni comuni:1. Sintomi Fisici• Battito cardiaco accelerato• Sudorazione eccessiva• Tremori o difficoltà a respirare• Nausea o mal di stomaco• Bocca secca• Rossore o sensazione di calore al viso2. Sintomi Emotivi• Paura persistente di essere giudicati negativamente dagli altri• Preoccupazione anticipatoria (pensieri ossessivi prima di un incontro sociale)• Sentimenti di vergogna o inadeguatezza• Sensazione di “nervosismo” o “panico” in situazioni sociali3. Comportamenti EvitantiLe persone con ansia sociale tendono a evitare situazioni che potrebbero causare imbarazzo, come:• Rifiutarsi di partecipare a eventi sociali o feste• Evitare di parlare in pubblico o fare discorsi• Cercare di nascondersi in situazioni di gruppo• Sospendere attività quotidiane che richiedono interazioni sociali Le cause dell’ansia sociale Le cause precise dell’ansia sociale non sono completamente comprese, ma si ritiene che sia un disturbo psicologico influenzato da una combinazione di fattori genetici, ambientali e psicologici.1. Fattori geneticiAlcuni studi suggeriscono che l’ansia sociale possa essere ereditaria, il che significa che se un membro della famiglia soffre di questo disturbo, c’è una maggiore probabilità che anche altri membri della famiglia possano svilupparlo.2. Esperienze infantili e adolescenzialiEsperienze di bullismo, traumi emotivi o una crescita in un ambiente familiare critico o iperprotettivo possono aumentare il rischio di sviluppare ansia sociale. I bambini che non imparano a gestire correttamente le emozioni o che vengono costantemente criticati possono crescere con una bassa autostima, un fattore di rischio per l’ansia sociale.3. Modelli comportamentali appresiL’ansia sociale può anche essere appresa attraverso l’osservazione o l’esperienza diretta. Ad esempio, se un genitore o una figura di riferimento mostra comportamenti ansiosi in situazioni sociali, il bambino può sviluppare reazioni simili.4. Biologia del cervelloAlcune ricerche suggeriscono che il cervello di chi soffre di ansia sociale potrebbe essere più reattivo alla percezione di minacce sociali, come la paura di essere giudicati negativamente. Questo può portare a un’ipersensibilità agli stimoli sociali, che amplifica l’ansia. Come gestire l’ansia sociale: strategie e approcci Affrontare l’ansia sociale non è sempre facile, ma esistono diverse strategie per gestirla in modo efficace e migliorare la qualità della vita. Ecco alcuni approcci pratici:1. Esposizione graduale alle situazioni socialiUno degli approcci più efficaci per ridurre l’ansia sociale è l’esposizione graduale alle situazioni che causano paura. Inizia con piccoli passi, come fare una chiacchierata con un amico o partecipare a eventi sociali a bassa intensità. Con il tempo, la pratica ti aiuterà a sentirti più sicuro e a ridurre i sintomi di ansia.2. Tecniche di rilassamento e mindfulnessTecniche come la respirazione profonda, la meditazione e la mindfulness possono aiutare a calmare la mente e il corpo prima o durante situazioni sociali. Imparare a concentrarsi sul momento presente e a respingere i pensieri catastrofici può ridurre l’intensità dell’ansia.3. Cognizioni positive e autoaffermazioniUn altro modo per gestire l’ansia sociale è sfidare i pensieri negativi e sostituirli con autoaffermazioni positive. Ad esempio, invece di pensare “Farò una brutta figura”, prova a pensare “Sono preparato e ho il diritto di essere qui”. La Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) è particolarmente utile per questo tipo di approccio.4. Ristrutturazione cognitivaLa ristrutturazione cognitiva è una tecnica terapeutica che aiuta a identificare e modificare i pensieri distorti che alimentano l’ansia sociale. Questo approccio ti aiuterà a cambiare la tua visione su te stesso e sugli altri, riducendo la paura di essere giudicato.5. Supporto psicoterapeuticoLa psicoterapia, in particolare la Terapia Cognitivo-Comportamentale, è uno dei trattamenti più efficaci per l’ansia sociale. Un terapeuta può aiutarti a esplorare le radici del tuo disturbo e a sviluppare abilità pratiche per gestire l’ansia nelle situazioni sociali.6. Supporto socialeParlare con amici o familiari che ti comprendono può essere un ottimo modo per sentirsi supportati. Inoltre, partecipare a gruppi di supporto con persone che vivono esperienze simili può aiutarti a sentirti meno isolato. Quando cercare aiuto professionale Se l’ansia sociale interferisce significativamente con la tua vita quotidiana, il lavoro o le relazioni, potrebbe essere utile cercare l’aiuto di un professionista della salute mentale. Un terapeuta o psicologo può offrirti il supporto necessario per affrontare l’ansia e sviluppare strategie efficaci per superarla. L’ansia sociale è un disturbo che può limitare seriamente la qualità della vita, ma con il giusto supporto e le strategie appropriate, è possibile gestirla e superarla. Se ti riconosci in alcuni dei sintomi descritti in questo articolo, non esitare a cercare l’aiuto di un professionista. Con pazienza e determinazione, è possibile ridurre l’impatto dell’ansia sociale e migliorare il benessere psicologico, vivendo una vita più serena e soddisfacente.
L’ansia non è il nemico: imparare ad ascoltarla per trasformarla

Viviamo in un’epoca in cui l’ansia è diventata una delle parole più pronunciate, cercate online, temute. Spesso si presenta come un peso sul petto, una corsa del cuore senza una direzione, una mente che non smette di parlare. Ma cos’è davvero l’ansia? E soprattutto: come possiamo smettere di combatterla e iniziare a comprenderla? Ansia: un campanello, non un guasto L’ansia è una risposta naturale e adattiva: ci prepara ad affrontare una minaccia, ci rende vigili. È, in fondo, un segnale che il nostro corpo e la nostra mente usano per dirci: “C’è qualcosa da guardare meglio”. Il problema nasce quando questo allarme resta acceso anche quando il pericolo non c’è, oppure quando non riusciamo a riconoscere da dove arriva. In quei casi l’ansia smette di essere utile e diventa invasiva. Ascoltare l’ansia: da sintomo a messaggio Invece di volerla zittire a tutti i costi, possiamo imparare a dialogare con l’ansia. Chiederci:• Che cosa sto evitando?• Quali parti di me sentono di non avere controllo?• Cosa mi spaventa davvero, sotto la superficie? Spesso l’ansia segnala bisogni ignorati, scelte non allineate, o tempi troppo accelerati. È il nostro corpo che ci chiede attenzione. Cosa possiamo fare? 1. Rallentare. Il primo passo è rallentare. Respirare profondamente, riconnettersi al corpo. L’ansia vive nel futuro: riportarsi al presente la indebolisce.2. Dare un nome alle emozioni. “Mi sento agitato” è diverso da “ho paura di fallire”. Più siamo precisi, più siamo liberi.3. Normalizzare. Provare ansia non significa essere sbagliati. Significa essere umani, in un mondo che cambia in fretta.4. Chiedere aiuto. La psicoterapia è uno spazio in cui l’ansia può essere accolta, compresa, trasformata. Non c’è nulla di sbagliato nel chiedere supporto: è un atto di forza, non di debolezza. Se impariamo a non combattere l’ansia, ma a usarla come una bussola, possiamo scoprire aspetti di noi stessi che aspettavano solo di essere ascoltati. L’ansia non è il nemico. È un messaggio che ci chiede attenzione, cura, e a volte, cambiamento.