Il fascino dell’Idealizzazione: Perché idealizziamo gli altri e come evitarla

Nella complessità delle relazioni umane, un fenomeno comune è l’idealizzazione degli altri. Questo processo psicologico coinvolge la tendenza a percepire le persone o le situazioni in modo esageratamente positivo, ignorando o minimizzando i loro difetti o limitazioni.  Ma perché idealizziamo gli altri? Quali sono le radici di questo comportamento e quali conseguenze può avere sulle nostre relazioni? 1. Bisogno di Soddisfare Aspettative e Desideri:  Una delle ragioni principali per cui idealizziamo gli altri è il nostro desiderio di soddisfare le nostre aspettative e desideri. Spesso proiettiamo sulle persone che ci interessano le nostre fantasie e speranze, creando un’immagine idealizzata che corrisponda alle nostre idee di felicità e soddisfazione. Questa idealizzazione può fungere da meccanismo di difesa contro l’incertezza e l’ansia legate alla realtà delle relazioni umane. 2. Necessità di Sostenere l’Autostima: Idealizzare gli altri può anche essere un modo per sostenere la propria autostima. Attraverso l’idealizzazione, possiamo attribuire alle persone che ammiriamo qualità e virtù che ammiriamo o desideriamo possedere noi stessi. In questo modo, idealizzare gli altri può servire a rafforzare il nostro senso di autovalutazione positiva, riflettendo indirettamente su di noi stessi attraverso le persone che idealizziamo. 3. Evitare la Delusione e la Vulnerabilità: Idealizzare gli altri può anche essere un modo per evitare la delusione e la vulnerabilità nelle relazioni. Ignorando i difetti o le imperfezioni delle persone che idealizziamo, possiamo proteggerci dal rischio di essere feriti o delusi dalle loro azioni o comportamenti. Questo può essere particolarmente vero nelle prime fasi di una relazione, quando siamo inclini a vedere solo il lato positivo dell’altra persona. 4. Mancanza di Conoscenza Reale: Spesso idealizziamo gli altri perché manchiamo di una conoscenza approfondita e reale delle loro vite e personalità. Le nostre percezioni sono influenzate dalle informazioni limitate che riceviamo attraverso l’osservazione, le interazioni sociali o i media. In assenza di informazioni complete, tendiamo a riempire le lacune con idee idealizzate o stereotipi che possono non riflettere la realtà. 5. Effetti delle Dinamiche Sociali e Culturali: Le dinamiche sociali e culturali possono anche influenzare il nostro atteggiamento nei confronti dell’idealizzazione degli altri. In molte culture, l’idealizzazione delle figure di autorità, dei leader o delle celebrità è diffusa e può essere considerata normale o persino auspicabile. I media e la società stessa spesso promuovono immagini idealizzate di bellezza, successo e felicità, contribuendo così a perpetuare questo fenomeno. Quali sono, invece, le conseguenze dell’Idealizzazione? Sebbene l’idealizzazione possa portare momentaneamente conforto e soddisfazione, può anche avere conseguenze negative sulle nostre relazioni e sul nostro benessere emotivo. Quando idealizziamo gli altri, tendiamo a ignorare i loro difetti e a sovrastimare le loro virtù, creando aspettative irrealistiche che possono portare a delusioni e conflitti nelle relazioni. Inoltre, l’idealizzazione può impedirci di vedere le persone per chi sono veramente, impedendo così la possibilità di una connessione autentica e profonda. Come Evitare l’Idealizzazione nelle Relazioni? Evitare l’idealizzazione nelle relazioni è un passo importante per coltivare connessioni autentiche e soddisfacenti con gli altri. Ecco alcuni suggerimenti pratici su come fare: 1. Praticare la consapevolezza: Sviluppa una maggiore consapevolezza delle tue tendenze a idealizzare gli altri. Prenditi del tempo per riflettere su come percepi le persone intorno a te e su quali aspetti potresti esagerare o trascurare. Essere consapevoli dei propri schemi di pensiero può aiutare a interrompere il ciclo dell’idealizzazione. 2. Accettare la complessità delle persone: Riconosci che nessuno è perfetto e che tutte le persone hanno difetti e imperfezioni. Accetta la complessità delle persone che incontri e apprezza la loro unicità. Focalizzati sulle qualità reali e tangibili delle persone, anziché idealizzarle o giudicarle in modo superficiale. 3. Fornire spazio per la vulnerabilità: Sii disposto/a ad accettare la vulnerabilità nelle relazioni. Apri il tuo cuore agli altri e permetti loro di essere autentici e sinceri con te. Le relazioni vere si basano sulla reciproca condivisione di emozioni, esperienze e sfide. Creare uno spazio sicuro per la vulnerabilità può favorire una maggiore connessione e intimità. 4. Imparare ad ascoltare attivamente: Pratica l’ascolto attivo nelle tue interazioni con gli altri. Mettiti in secondo piano e concentra la tua attenzione su ciò che l’altra persona sta dicendo, anziché proiettare le tue idee o aspettative su di loro. L’ascolto empatico può aiutarti a comprendere meglio le persone e a sviluppare una visione più equilibrata delle loro vite e personalità. 5. Valorizzare le relazioni basate sulla reciprocità: Cerca relazioni basate sulla reciprocità, dove entrambe le parti si sostengono, si rispettano e si nutrono a vicenda. Evita relazioni in cui uno dei partner viene idealizzato o messo su un piedistallo, poiché ciò può creare disuguaglianza e squilibrio nel rapporto. 6. Esplorare la propria autostima: Sviluppa una sana autostima e fiducia in te stesso/a. Lavora su te stesso/a e sulle tue relazioni con il sostegno di amici, familiari o professionisti della salute mentale, se necessario. Una solida base di autostima può aiutarti a ridurre il bisogno di idealizzare gli altri per compensare i tuoi bisogni emotivi. 7. Investire nella crescita personale: Impegnati nella tua crescita personale e spirituale. Coltiva interessi, hobby e attività che ti portano gioia e soddisfazione. Concentrati sul tuo benessere emotivo e fisico e cerca di realizzare il tuo pieno potenziale come individuo. In conclusione, evitare l’idealizzazione nelle relazioni richiede un impegno costante e una consapevolezza continua delle proprie tendenze e motivazioni. Sviluppare una visione più equilibrata e realistica degli altri può portare a relazioni più autentiche, appaganti e significative.

Il fascino del baby talk: con il linguaggio dei bambini

Noi tutti sappiamo che linguaggio verbale è una potenzialità dell’essere umano. Ovviamente il baby talk richiede agli adulti la caapcità di utilizzare il proprio corpo in relazione a quanto si dice.Questo è fondamentale per evitare messaggi discordanti.Il baby talk diventa un messaggio che l’adulto invia al piccolo in maniera unica e personale.Il baby talk è un collante affettivo tra genitori e figli,favorisce la connessione emotiva. Il baby talk si può considerare un allenamento per il cervello del piccolo.

Il doomscrolling: una tendenza per le ricerche online

doomscrolling

Il doomscrolling è un’attività tipica della navigazione in internet. Essa consiste nell’abitudine a concentrare le ricerche che abbiano contenuti a caratteri negativi e tristi. Con l’avvento della pandemia, questa tendenza ha preso sempre più piede. Il covid-19 infatti ha amplificato notevolmente il bisogno di cercare notizie negative sul proprio cellulare. Il termine deriva da due parole anglosassoni doom, sventura, e scrolling, scorrere. Il suo nome, quindi, è già intriso del significato comportamentale. Dal punto di vista psicologico, le persone che effettuano questo tipo di ricerche hanno già tratti depressivi evidenti. Con il doomscrolling, infatti, gli individui, preferiscono leggere gli articoli online che siano in linea con il loro modo di vedere e affrontare le situazioni. In questo modo, si convogliano in maniera compulsiva e ossessiva le attività di ricerca su quei contenuti che alimentano negatività, disperazione e depressione. La pericolosità di comportamenti del genere è facilmente intuibile. Passare parecchie ore nella giornata a guardare e leggere articoli sulle sventure degli altri esseri umani ha effetti significativamente ansiogeni. Da un lato c’è il desiderio, la curiosità umana di sapere le cose per poterle fronteggiare, ma dall’altro c’è un rischio subdolo e sottovalutato, che mina la salute. Gli studi evidenziano che fare doomscrolling alimenta sensibilmente uno stato di malessere psicologico e fisico, che a lungo andare compromette la salute e le relazioni sociali. Vanno bene le ricerche a carattere informativo e veritiero, ma vanno bilanciate con attività che riportino il sorriso sulle nostre facce. Bisogna evitare quel circolo vizioso del gatto che si morde la coda: più ci si approccia alle cose negative, più ci si circonda di depressione e catastrofi. Al contrario, per migliorare il proprio stato di salute, che poi si riflette sul lavoro, la famiglia e gli amici, si ha bisogno di modulare tristezza e gioia, isolamento e socializzazione.

Il dono come “danza” relazionale

Nel periodo natalizio il dono occupa una posizione centrale: lo attendiamo, lo scegliamo, lo offriamo, talvolta lo temiamo. Eppure, nella sua apparente semplicità, il dono non è mai un gesto neutro. In una prospettiva psicologica sistemico–relazionale, il dono non può essere ridotto a un oggetto o a un atto individuale: è sempre un evento relazionale, inscritto in una rete di significati, aspettative e storie condivise. Donare significa entrare in relazione, o rinegoziarla. Il dono come comunicazione Gregory Bateson ci ha insegnato che non si può non comunicare. Il dono, allora, è una forma di comunicazione particolarmente densa: comunica appartenenza, riconoscimento, debito, affetto, potere, riparazione, talvolta distanza. Non è tanto che cosa si dona, ma che cosa quel dono dice all’interno del sistema relazionale in cui circola. In questo senso, il dono è sempre un meta-messaggio: parla della relazione, più che dell’oggetto. Il dono come scambio, non come atto unilaterale Nella prospettiva sistemica, non esistono atti isolati. Il dono vive all’interno di una circolarità: dare, ricevere, restituire. Quando uno di questi passaggi si inceppa, il dono può perdere la sua funzione generativa e diventare peso, obbligo, o strumento di controllo. Pensiamo ai doni che “non si possono rifiutare”, a quelli che creano un debito implicito, o a quelli che arrivano per colmare un vuoto relazionale mai nominato. In questi casi il dono non apre, ma chiude; non connette, ma vincola. Il dono sano, potremmo dire, è quello che lascia spazio alla libertà dell’altro: di accoglierlo, trasformarlo, ricambiarlo a modo proprio. Il dono nei sistemi familiari All’interno delle famiglie, il dono è spesso carico di significati, difatti, può rappresentare: Durante le festività, questi significati tendono a intensificarsi. Il dono diventa un luogo in cui si condensano alleanze, esclusioni, aspettative non dette. A volte ciò che pesa non è il dono in sé, ma ciò che non può essere detto senza di esso. Donare e ricevere: due competenze relazionali Spesso parliamo della difficoltà di donare, ma in clinica emerge con forza anche la difficoltà di ricevere. Ricevere implica esporsi, accettare di occupare un posto nella mente e nel cuore dell’altro, tollerare la dipendenza reciproca. In una cultura che valorizza l’autosufficienza, il dono ci ricorda che siamo esseri interdipendenti. Accettarlo può essere un atto di fiducia profonda nel legame. Conclusione: il dono come atto che tiene insieme In una lettura sistemico–relazionale, il dono non è mai solo un gesto stagionale. È un atto che contribuisce a tenere insieme il sistema, a nutrirlo o, talvolta, a segnalarne le fragilità. Forse il Natale, più che chiederci che cosa donare, ci invita a domandarci: che tipo di relazione sto alimentando con questo gesto? Perché, in fondo, il dono più significativo è quello che fa spazio all’incontro, e lascia qualcosa di vivo tra le persone.

Il dolore di affrontare il disagio di un genitore

Il dolore di affrontare il disagio di un genitore Uno dei dolori più profondi nel processo di terapia è quello della scoperta della sofferenza degli altri significativi. È quello che è successo a F., quando nel ripercorrere insieme la propria infanzia, ricostruisce delle assenze della madre per lunghi periodi. In questi lunghi momenti taciuti in famiglia, la madre era costretta a letto, a dormire, in quello che sembrerebbe riconducibile ad una depressione probabilmente post-partum, proprio dopo la nascita di F. F. ha chiaramente trovato le sue strategie per restare vicino alla madre, e per accogliere i momenti “buoni” e allegri da poter trascorrere insieme. F. e i suoi fratelli, con il passare degli anni, hanno notato e ricostruito dei comportamenti di disagio che, però, entrambi i genitori ancora oggi non hanno riconosciuto. È nel ripensare ai momenti di sofferenza della madre che F. comincia a provare un dolore profondo. Alla sofferenza rimasta silente, al lutto dei momenti non trascorsi insieme, alla rabbia per il mancato riconoscimento della patologia da parte degli adulti stessi. Quello di F. è un vissuto comune a moltissimi pazienti giovani adulti alle prese con il passaggio all’autonomia dalla casa familiare, con una sofferenza più o meno intensa da parte della coppia genitoriale. <<Come faccio a starle vicino nel modo giusto?>> chiede F., che ormai di depressione ha letto tanto, e riporta di dover avere un comportamento calmo, accogliente e pacato con il familiare con disagio. Eppure la rabbia è tanta, per tutti i consigli non ascoltati, per le offerte di aiuto non accolte sfociate in litigi, urla e allontanamenti improvvisi. La verità è che l’aiuto passa spesso per la cosa più coraggiosa e silente che possa esserci: l’accettazione. Accettazione della condizione di sofferenza e patologia, di non riconoscimento del proprio disagio, e di una condizione di vita scelta che è diversa da quella che noi vorremmo per il benessere del nostro familiare. L’accettazione però, per essere sana, reale e sincera, ha bisogno di confini, che è quello del rispetto della propria persona. Devo cioè accettare nel rispetto del mio benessere. Oltre, diventa un aspetto passivizzante e forzato. Accettare di non poter offrire aiuto ad una persona in sofferenza, talvolta è uno dei più coraggiosi gesti di aiuto che possiamo offrire. In poche parole, la nostra vicinanza silente.

Il Disturbo Psicosomatico: quando la mente si riflette sul corpo

Il corpo e la mente sono intricatamente collegati e spesso le nostre emozioni e pensieri possono manifestarsi fisicamente. Questo fenomeno è al centro del disturbo psicosomatico, un’esperienza complessa che coinvolge sia gli aspetti psicologici che fisici della salute. In questo articolo, esploreremo cosa sia esattamente il disturbo psicosomatico, le sue cause, i sintomi e le possibili modalità di trattamento. Cos’è il Disturbo Psicosomatico? Il disturbo psicosomatico si riferisce a condizioni fisiche che sono influenzate o causate da fattori psicologici, come lo stress, l’ansia o la depressione. In altre parole, le preoccupazioni, le emozioni intense e i conflitti interiori possono manifestarsi attraverso sintomi fisici. Questi sintomi possono variare notevolmente, da mal di testa persistenti a dolori muscolari, da disturbi gastrointestinali a problemi cardiaci. Cause del Disturbo Psicosomatico Le cause esatte del disturbo psicosomatico non sono sempre chiare ma coinvolgono una combinazione complessa di fattori psicologici, biologici e ambientali. Alcuni dei fattori che possono contribuire includono: Stress e Ansia: Lo stress cronico e l’ansia possono avere un impatto significativo sul corpo, causando tensione muscolare, ipertensione e altri sintomi fisici. Traumi Emotivi: Esperienze traumatiche o eventi stressanti possono scatenare sintomi psicosomatici come meccanismo di difesa del corpo per affrontare lo stress. Fattori Genetici e Biologici: Alcune persone possono essere geneticamente predisposte a sviluppare disturbi psicosomatici, mentre le differenze individuali nella risposta allo stress possono giocare un ruolo importante. Ambiente Sociale e Culturale: Il contesto sociale e culturale in cui una persona vive può influenzare la percezione e la manifestazione dei sintomi psicosomatici. Sintomi del Disturbo Psicosomatico I sintomi del disturbo psicosomatico possono variare ampiamente da persona a persona e possono coinvolgere diverse parti del corpo. Alcuni dei sintomi più comuni includono: – Mal di testa persistenti– Dolori muscolari e tensione– Disturbi gastrointestinali, come dolori addominali o diarrea– Problemi cardiaci, come palpitazioni o ipertensione– Affaticamento cronico– Difficoltà respiratorie senza causa fisica evidente Qual è il trattamento di un Disturbo Psicosamatico? Il modo migliore per affrontare una malattia psicosomatica è trattare lo stress che la causa o il disturbo che può causare questi sintomi. Per fare ciò è opportuno tenere conto di quanto segue: 1. Capire da dove proviene lo stress: il primo passo per alleviare il dolore psicosomatico è proprio capire da dove proviene la fonte del dolore. Ad esempio, se provi molta ansia, questa potrebbe essere la causa principale.2. Mantenere uno stile di vita sano: Mantenere una dieta equilibrata, fare attività fisica regolarmente e riservare per sé diversi momenti della giornata aiuterà a tenere a bada lo stress e, soprattutto, ad alleviare eventuali dolori psicosomatici.3. Imparare le tecniche di rilassamento: praticare regolarmente diversi metodi di rilassamento ti aiuterà a imparare a gestire meglio i momenti in cui lo stress ti travolge.4. Evita il dialogo interiore negativo: in molti casi, quando le persone sperimentano molto stress, tendono a vedere solo le cose negative che li circondano. Ciò può portare a un costante dialogo interiore negativo, che finisce per diventare un circolo vizioso che causa ulteriore disagio.5. Rivolgiti a uno specialista: i sintomi psicosomatici richiedono un intervento sia fisico che mentale. Questo perché il dolore può finire per creare scompiglio, oltre al fatto che bisogna affrontare la parte psicologica altrimenti il disagio o il fastidio si ripresenteranno nel tempo. Il disturbo psicosomatico è una condizione complessa che richiede un approccio olistico alla cura. Comprendere il legame tra mente e corpo è essenziale per affrontare efficacemente questa condizione e migliorare la salute complessiva e il benessere della persona. Con il supporto di professionisti qualificati e l’adozione di strategie di gestione dello stress e di coping efficaci, è possibile affrontare con successo il disturbo psicosomatico e migliorare la qualità della vita.

Il Disturbo Post-traumatico da Stress (PTSD)

La diagnosi di Disturbo Post-traumatico da Stress è stata introdotta nel tentativo di isolare e definire tutti i casi di patologia psichica che, con caratteristiche comuni, compaiono successivamente ad un evento stressante. L’interesse originario era duplice: di natura scientifica, nel tentativo di studiare le caratteristiche di un disturbo che sembrava poter godere di una propria autonomia nosografica, e di natura sociale e politica, con l’obiettivo di indennizzare i soldati americani reduci dalla guerra del Vietnam (Colombo e Mantua, 2001). La formulazione della categoria diagnostica del Disturbo Post Traumatico Da Stress (Post Traumatic Stress Disorder o PTSD) compare per la prima volta nel 1980 con la pubblicazione della terza edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM III) come categoria diagnostica autonoma. Era definito come una specifica risposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, accompagnato da un significativo appiattimento della reattività emozionale, da un considerevole aumento dell’ansia e dal constatare evitamento degli stimoli associati al trauma. In seguito a diverse critiche e rettifiche, l’Associazione Psichiatrica Americana, nel 2013 è giunta alla pubblicazione del DSM V nel quale sono stati apportate ulteriori modifiche per quanto riguarda la diagnosi di PTSD, incluso nella categoria dei “disturbi correlati a eventi traumatici o stressanti”. Esso può essere definito come un disturbo che si sviluppa in genere dopo un evento particolarmente traumatico, ovvero un evento che ha messo in pericolo la salute e l’integrità fisica o psichica del soggetto. Si caratterizza per sintomi particolarmente invalidanti, come ansia molto intensa e frequente, calo del tono dell’umore, pensieri, immagini o ricordi intrusivi dell’evento traumatico e spesso un vissuto emotivo molto intenso. Se la sofferenza della vittima si prolunga per oltre un mese dall’esposizione al trauma e interferisce significativamente con la vita lavorativa, sociale o scolastica dell’individuo, va posta la diagnosi di PTSD. Criteri diagnostici I criteri del DSM V per il disturbo da stress post-traumatico, che riguardano sia adulti, sia adolescenti che bambini sopra i 6 anni, sono: Esposizione a un evento traumatico, reale, in maniera diretta o indiretta. Sintomi di risperimentazione: il soggetto si trova a rivivere ripetutamente il momento del trauma in vario modo. Sintomi di evitamento: nel tentativo di evitare la risperimentazione del trauma, la vittima può cominciare a evitare situazioni esterne che ricordano, simboleggiano o sono in qualche modo associate all’evento traumatico. Alterazione negativa dei pensieri e delle emozioni: la persona presenta una riduzione della propria reattività verso il mondo esterno e lamenta una diminuzione dell’interesse o della partecipazione ad attività precedentemente piacevoli, prova sentimenti di distacco e di estraneità, manifesta una diminuita capacità di provare emozioni, sia positive che negative, e si palesa un senso di sfiducia nelle prospettive future. Sintomi di iperattivazione (arousal): la persona sviluppa una sorta di ipersensibilità ai potenziali segnali di pericolo, che la porta ad essere costantemente in allerta, a rispondere in maniera esplosiva e rabbiosa e a vivere in uno stato di ipervigilanza. Durata: tutti i sintomi devono essere presenti da almeno un mese. Il disturbo deve causare un significativo disagio o disabilità in ambito sociale, lavorativo e in altre aree significative per il funzionamento dell’individuo. Il disturbo non è attribuibile all’uso di sostanze o farmaci o altra condizione medica. PTSD: ricerche e critiche Nel tempo, il costrutto di disturbo da stress post-traumatico ha ricevuto sempre maggiore attenzione, guidato dalle preoccupazioni relative agli effetti sulla salute mentale conseguenti a guerre, conflitti e violenze interpersonali. Tale costrutto, inoltre, è stato utilizzato sia per far avanzare la ricerca sia per organizzare interventi psicologici, con l’obiettivo di migliorare la vita delle persone colpite dal trauma. Tuttavia, la categoria diagnostica del PTSD non è esente da critiche e aspetti controversi. Sebbene la categoria diagnostica del PTSD abbia un’utilità fondamentale per coloro che forniscono trattamenti all’interno del sistema di cure, essa potrebbe non conformarsi ai modelli culturali con cui le persone danno un senso agli eventi traumatici e alla successiva sofferenza (Bryant-Davis, 2005). In particolar modo, da un punto di vista psicodinamico e psicoanalitico, il trauma e i suoi effetti, soprattutto se in seguito ai men-made disasters, vanno oltre la categorizzazione diagnostica. Il costrutto diagnostico del PTSD descrive alcune caratteristiche di una risposta universale al trauma, tuttavia ignora altre forme culturalmente più specifiche di esprimere sintomi correlati al trauma. È, quindi, necessario andare oltre la semplice categorizzazione diagnostica, nel tentativo di comprendere per intero gli eventi traumatici, la sofferenza, il rischio esperiti dall’individuo, come anche la possibilità di ripresa e i fattori individuali e comunitari che ne influenzano l’esito. È necessario porre l’attenzione sul più ampio contesto relativo alle cause sociali e alle conseguenze degli eventi traumatici come guerra, migrazione e violenza. I professionisti della salute mentale hanno bisogno di queste informazioni per valutare più accuratamente la presenza della malattia, per comunicare meglio la loro comprensione e preoccupazione, per promuovere l’accettazione del trattamento e ridurre il carico emotivo della malattia. Bibliografia American Psychiatric Association (1980). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 3ᵃ ed. (DSM-III). Tr. it. Milano: Masson, 1983. American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 5ᵃ ed. (DSM-V). Tr. it. Milano: Raffaello Cortina, 2014. Bryant-Davis, T. (2005). The trauma of racism: Implication for counseling, research, and education. The Counseling Psychologist, 33, 574. Colombo, P.P., e Mantua, V. (2001). Il Disturbo Post-traumatico da Stress nella vita quotidiana. Rivista di psichiatria, 36(2), 55-68.

Il disturbo ossessivo-compulsivo in età evolutiva

Il disturbo ossessivo-compulsivo: inquadramento diagnostico e trattamento Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è caratterizzato da ossessioni e compulsioni che interferiscono con il normale sviluppo cognitivo e sociale del bambino, compromettendone le prestazioni scolastiche e le relazioni sociali. Le ossessioni sono pensieri, impulsi, immagini ricorrenti e persistenti, vissuti come intrusivi, che causano ansia o disagio marcati. In età evolutiva, le ossessioni più frequenti possono essere collegate a timori di contaminazione, timori di farsi del male o di fare del male a qualcuno, bisogno di simmetria ed ordine. Le compulsioni, invece, possono essere mentali (ad esempio pregare, contare, ripetere parole nella mente) o comportamentali (lavarsi le mani, riordinare, controllare). La persona si sente obbligata a mettere in atto questi comportamenti in risposta ad un’ossessione. In età evolutiva le compulsioni riguardano principalmente rituali di controllo, lavaggio, ordine, simmetria. Per identificare un comportamento di natura ossessiva-compulsiva vanno osservati: il tempo, in quanto le ossessioni e le compulsioni comportano una notevole perdita di tempo; il contenuto bizzarro; il disagio provato in quanto i sintomi compromettono la qualità di vita del bambino e della famiglia. La diagnosi in età evolutiva E’ fondamentale, soprattutto in età evolutiva, diagnosticare ed intervenire precocemente affinché il disturbo non si cronicizzi nel tempo. La differenza tra il disturbo che si manifesta in età evolutiva e in età adulta sta nell’insight: i bambini non riconoscono come irragionevoli le loro ossessioni e compulsioni e, spesso, minimizzano i sintomi per paura o per sensi di colpa. Ciò può ostacolare non soltanto la diagnosi, ma anche la pianificazione dell’intervento. Come intervenire? Il trattamento d’elezione del DOC risulta essere la terapia cognitivo-comportamentale. Lo scopo non è soltanto quello di ridurre i sintomi ossessivi e compulsivi, ma migliorare la qualità di vita del bambino e della sua famiglia. La terapia è quindi orientata anche al miglioramento dell’autostima, delle abilità sociali, delle relazioni familiari e del funzionamento scolastico del bambino/adolescente. E’ molto importante coinvolgere nella terapia i genitori o altre figure educative che ruotano intorno al bambino per eliminare le risposte comportamentali che rinforzano i sintomi del DOC promuovendo il ricorso a strategie di problem solving adeguate.

Il disturbo ossessivo compulsivo: quando i pensieri e i comportamenti disfunzionali soffocano l’iniziativa

Il disturbo ossessivo compulsivo affligge circa l’1% della popolazione generale e compare nell’infanzia o nell’adolescenza. Esso è caratterizzato dalle cosiddette ‘ossessioni’ ovvero pensieri, immagini, impulsi non desiderati o ego distonici che creano una marcata ansia nel soggetto che li sperimenta. Per questo motivo la persona che ne è affetta tenta di sopprimere le ossessioni anche attraverso le cosiddette ‘compulsioni’ ovvero comportamenti o atti mentali che servono a neutralizzare le ossessioni. Per esempio una persona può avere l’ossessione di essere contaminato da batteri e reagire a ciò lavandosi compulsivamente le mani. Sia i pensieri che i comportamenti compulsivi occupano molto tempo della vita del soggetto e nel quotidiano i progetti sono ‘soffocati’ e messi da parte. La sequenza ossessiva compulsiva tende a dare sollievo solo per un periodo limitato di tempo, per questo la sequenza deve essere ripetuta frequentemente. Per le sue stesse caratteristiche il disturbo ossessivo compulsivo viene accomunato alle dipendenze patologiche chimiche o comportamentali, o ad altre situazioni di ‘coazione a ripetere’ ovvero quei disturbi per cui la persona sembra essere in loop che si ripete. Ci sono poi disturbi in comorbilità con il DOC ovvero che possono essere presenti assieme al disturbo ossessivo compulsivo e le ricerche dicono che questi sono: la depressione, insonnia abuso di alcool, dipendenze da sostanze. Le persone che ne soffrono raccontano dell’impotenza che provano per l’impossibilità di portare avanti le proprie attività a causa del disturbo stesso. Le ossessioni sono di 4tipi: contaminazione, ordine o pulizia, tabù culturali o sessuali, paura di recare danno agli altri o se stessi. Quali sono le cause: recenti ricerche mostrano un’alterazione dei circuiti della serotonina o della dopamina. Studi di neuroimaging hanno individuato un mal funzionamento dei gangli della base con una maggiore attivazione di questi nell’emisfero sinistro. Il disturbo può essere affrontato sia da un punto di vista farmacologico che psicoterapico o in modo combinato. Per quanto riguarda la psicoterapia la terapia ad orientamento gestaltico e analitico transazionale, che è l’orientamento con il quale opera la scrivente offre la possibilità di lavorare sia sui pensieri che sui comportamenti disfunzionali esplorandoli con tecniche specifiche che consentono alla persona di ‘conoscere’ da vicino le proprie paure e di integrarle, di rafforzare una parte ‘adulta’ più lucida che possa elaborare strategie più efficaci al posto della compulsione. Anche le tecniche di mindfulness occupano un ruolo fondamentale nel processo. Esse aiutano a creare lo ‘spazio mentale’ che serve alla persona per non scivolare in modo automatico nei pensieri e nei comportamenti disfunzionali.