Il fenomeno sociale dei giovani “Woke”: una generazione sempre in allerta

generazione woke

Il termine inglese “Woke”, la cui traduzione letterale è “sveglio”, definisce uno stato di allerta e di particolare attenzione riguardo alle ingiustizie sociali o razziali. Nell’ultimo periodo è stato utilizzato per indicare l’attitudine di persone che hanno maturato una grande consapevolezza sulle ingiustizie rappresentate da razzismo, disuguaglianza economica e sociale e da qualsiasi forma di discriminazione. Questa parola è si è fatta manifesto di una generazione ipersensibile, perennemente in guardia, ambasciatrice di valori quali l’uguaglianza e l’inclusione. L’espressione “Woke” risale al ‘900, tuttavia è negli ultimi 10 anni, con le proteste di “Black Lives Matter” che si è arricchita di un nuovo significato. I giovani “woken”, risvegliati, sono individui attenti e informati che affrontano in maniera consapevole temi caldi come il razzismo e la parità di genere. Dunque un termine utilizzato con accezione positiva per indicare attivisti impegnati nel sociale, accanto ai più deboli, che combattono battaglie per i diritti umani. Oggi la parola “Woke” ha assunto un significato perlopiù negativo, allo scopo di descrivere questa categoria come individui fanatici e aggressivi. In quest’ottica i social fungono da amplificatore, dando vita a fenomeni virali piuttosto preoccupanti. Uno di questi è la cancel culture: l’atto di sminuire, boicottare o colpevolizzare “l’altro”. Una modalità che rende difficile, quasi impossibile il confronto, sano e proattivo, tra persone con idee diverse. Una delle conseguenze di questo approccio è, paraddosalmente, la limitazione della libertà di espressione. La tutela dei diritti e dei differenti punti di vista è nobile e sacrosanta, ma per far sentire la propria voce bisogna dialogare, non sovrastrare. Occorre quindi costruire uno spazio protetto di dialogo e confronto, sia online che offline, dove l’empatia e la comprensione sono fondamentali per comprendere le esigenze degli altri.

Il fenomeno Jeffrey Dahmer

La serie tv Dahmer ha debuttato un paio di settimane fa, diventando rapidamente una delle serie più popolari di Netflix e soprattutto arrivando ad essere un argomento molto dibattuto tra i giovani su Tik Tok.  Prima di entrare nel merito delle polemiche, raccontiamo per grandi linee la trama di questa miniserie composta da 10 episodi.  La storia ripercorre la vita di Jeffrey Dahmer, passato alla storia come Mostro di Milwaukee per aver ucciso brutalmente diverse persone tra il 1978 e il 1991. La serie, oltre a focalizzarsi sui vari omicidi compiuti da Dahmer, si sofferma anche sulla psicologia del personaggio, andando ad indagare le vicende di un’infanzia infelice e problematica che l’hanno portato dall’essere semplicemente Jeffrey, a trasformarsi in un mostro capace di uccidere e mangiare le sue vittime. Questa descrizione del personaggio ha portato i telespettatori a guardare il killer con occhi diversi, questo è successo sia perché si è distratti dalla bravura dell’attore che ha intrepretato Dahmer con una interpretazione magistrale, sia perché si è descritta la dolorosa vita del protagonista che emerge in primo piano rispetto alla brutalità degli eventi accaduti. Da parte della serie non c’è alcun tentativo di giustificazione, sia ben chiaro. Semmai si cerca di contestualizzare cotanta malvagità che, a questi livelli, risulta contro natura. Per farlo si dà voce anche alle vittime, passando dal loro punto di vista a quello del serial killer.  A conquistare quindi è il cortocircuito tra una storia agghiacciante, che definiresti di fantasia ma che invece non lo è. Diventando così una realtà ancora più terribile. La serie è stata subissata da critiche da parte della comunità lgbtq+ e dai familiari delle vittime che hanno trovato traumatico  assistere a un ritorno di interesse del pubblico nei confronti del serial killer cannibale. Questo grande interesse del pubblico ha quindi trasformato Dahmer da serial Killer a personaggio da ricordare, diventando anche un costume di Halloween. Ed è proprio questo che non riusciamo a spiegarci, com’è possibile che persone capaci di atti così violenti e sconvolgenti diventino dei veri e propri personaggi famosi e, in ultimo, attirino così tanto la nostra attenzione?  Alla base di questo fascino così duraturo c’è anche il nostro desiderio, quasi una necessità, di trovare una spiegazione a ciò che ci appare come inconcepibile, mostruoso, disumano. Perché se per l’efferatezza, le mutilazioni, la ferocia si può trovare una spiegazione “logica” e psicologica allora ci fanno meno paura e possono essere previste e prevenute.

Il fenomeno del taglio emotivo: la fuga silenziosa alla conquista dell’indipendenza

Il fenomeno del “taglio emotivo” nei giovani adulti, nel contesto della conquista dell’indipendenza, è un aspetto psicologico e relazionale molto interessante. Durante il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, i giovani vivono un processo naturale di separazione dalle figure genitoriali. Tale processo è accompagnato da quello che in psicologia viene definito “taglio emotivo“, ovvero la presa di distanza affettiva dalla famiglia d’origine finalizzata alla costruzione di una identità autonoma. Cos’è il taglio emotivo? Quando parliamo di taglio emotivo non facciamo riferimento nello specifico ad una rottura dei rapporti, quanto piuttosto ad un corpus di atteggiamenti che vengono attuati al fine di adoperarlo. In particolare modo può avvenire attraverso: un raffreddamento relazionale a carattere temporaneo un distacco affettivo che può essere favorito dalla distanza fisica una maggiore chiusura rispetto alle aspettative familiari Uno degli aspetti maggiormente rilevanti è il processo di separazione-individuazione dal nucleo familiare che comporta ovviamente un “adattamento”. E’ un passaggio fisiologico e spesso necessario anche se potrebbe generare incomprensioni e senso di abbandono nei genitori. Con il tempo, però, se il processo è sano il taglio tende a ricomporsi grazie all’instaurarsi di una relazione più matura dove il legame con i genitori può assumere forme più “paritarie”, dando vita ad una relazione più equilibrata e fondata sul riconoscimento reciproco. Quando diventa disfunzionale? Questo fenomeno, difatti, può assumere connotazioni patologiche nei casi di distacco radicale che potrebbero condurre alla rottura dei legami familiari o anche in presenza di traumi non elaborati. In questi casi, il taglio emotivo può assumere le connotazioni di un meccanismo di difesa che può compromettere il benessere psicologico dell’individuo. Murray Bowen Bowen è stato il pioniere di questo fenomeno che è diventato il concetto centrale della sua Teoria dei Sistemi Familiari. Egli lo descrive come un meccanismo attraverso cui una persona cerca di gestire i conflitti irrisolti nei rapporti familiari, tagliando per l’appunto, e riducendo drasticamente ogni tipo di contatto con la famiglia. Secondo Bowen il taglio emotivo non elimina i legami emotivi ma li spinge nell’inconscio, dove continuano ad influenzare la persona. Difatti, talvolta, determinati meccanismi vengono nuovamente innescati da nuove relazioni. Con la psicoterapia sistemica familiare, grazie ad approcci narrativi e psicodinamici, si può dare un significato al taglio emotivo, vedere in che modo si ripete in altre relazioni e trasformarlo in una scelta consapevole. Affinchè ciò possa diventare possibile, è necessario non patologizzare il bisogno di distanza, ma esplorarlo. Bibliografia Bowen, M., 1987 “Dalla famiglia all’individuo: La differenziazione del sé nel sistema familiare”, Roma, Astrolabio.

Il fenomeno del Phubbing: tra FOMO e isolamento sociale

phubbing Fomo

Viviamo in una società iperconnessa, dove lo smartphone è ormai un’estensione del nostro braccio. Talvolta questo attaccamento ossessivo assume contorni preoccupanti, sfociando nella FOMO. Viviamo nella costante paura di essere tagliati fuori dal mondo virtuale, con importanti conseguenze sulla socialità. Uno dei fenomeni più diffusi dei nostri tempi è il Phubbing, termine che deriva dalla contrazione di due parole inglesi: phone e snubbing. Il Phubbing è l’atto di ignorare o trascurare il proprio interlocutore, in favore dello smartphone. Secondo uno studio dell’Università del Kent, il Phubbing costituisce una vera e propria forma di esclusione sociale che sottrae tempo e attenzione alle relazioni autentiche. Gli studi condotti nel corso degli anni, hanno mostrato una correlazione tra Phubbing e disturbo dell’autocontrollo; dipendenza da internet; fomo e ansia sociale.Gli effetti sulle persone che subiscono il Phubbing sono indelebili e lasciano un segno profondo. L’indifferenza e la scarsa attenzione generano insicurezza e minano l’autostima.Questo atteggiamento impatta inevitabilmente sulla creazione di un rapporto di fiducia, sul senso di appartenenza e di autoaffermazione. Come combattere questa sgradevole condotta? La chiave è sviluppare una maggiore sensibilità che ci permetta di entrare in empatia con le altre persone e le loro emozioni. Per farlo è importante lavorare sulla propria intelligenza emotiva, concentrandosi sul qui e ora e sulle emozioni e sensazioni che scaturiscono da un incontro vis a vis.

Il Fenomeno del Catcalling

Il catcalling deriva dalla fusione dei termini “cat” (gatto) e “calling” (chiamare), e non è altro che la molestia verbale destinata prevalentemente a donne incontrate per strada. Il catcalling comprende commenti indesiderati, gesti, strombazzi, fischi e avance sessuali in luoghi pubblici come strade e mezzi di trasporto. Il fenomeno è in crescita e condiziona molte donne che non si sentono più libere di camminare per strada e indossare ciò che vogliono.  Le molestie di strada non sempre includono azioni o commenti con connotazione sessuale. A volte prevedono anche insulti omofobici e altri commenti che fanno riferimento a religione, etnia, classe sociale e disabilità. Il catcalling, come gli altri tipi di molestie, è caratterizzato dall’oggettivazione della vittima: il cat caller non vede una persona ma un oggetto sessuale. Molte donne che hanno subito una molestia verbale per strada hanno difatti dichiarato di essersi sentite sporche e inutili, in quanto in quei momenti ci si sente deumanizzati, privati di un nome ed una personalità mentre degli estranei squadrano il tuo corpo senza che tu possa dire nulla.  In questa dinamica il cat caller si colloca in una posizione di potere rispetto alla vittima, la quale, dopo aver ricevuto fischi, un “ciao bella” o uno sguardo di troppo, prova sentimenti contrastanti.  E poi vi è la rabbia per aver subito una molestia e allo stesso tempo la frustrazione ed impotenza legate al non aver reagito per timore di scatenare reazioni incontrollabili nel cat caller.  Tutto ciò si tramuta in una forte paura che porta ad una profonda modificazione del proprio stile di vita nella speranza di evitare che quell’evento si verifichi nuovamente, come: vestirsi in maniera differente, scegliere di non percorrere certe strade, non socializzare o rincasare prima che faccia buio.  L’aspetto subdolo del catcalling è che la molestia vera e propria, si nasconde dietro ad un complimento. infatti, vi è tanta gente che pensa sia un buon modo per approcciarsi all’altro ed esprimere interesse. Quindi fischiare o fare complimenti per strada sarebbe sinonimo di interesse verso l’altroe soprattutto, dal punto di vista di chi lo esercita, dovrebbe essere vissuto come un complimento da chi lo vive. In molti Paesi il catcalling è considerato un reato. Nel 2018 in Francia è stata approvata una legge sulle molestie verbali e contro il catcallingche prevede sanzioni in multe dai 90 ai 1500 euro, a seconda della gravità della molestia. Anche in altri Paesi, come il Perùe lo stato dell’Illinois, sono previste sanzioni.  ‍In Italia il catcalling non è considerato reato e dunque non sono previste sanzioni per le molestie di strada. Tuttavia, il catcalling potrebbe essere inquadrato nella fattispecie di cui all’art. 660 del Codice penale, che disciplina lacontravvenzione di molestia o disturbo alle persone.‍ Ad ogni modo, in Italia l’assenza di normative specifiche contro questo tipo di condotta amplifica la banalizzazione del problema, che andrebbe risolto anche attraverso la prevenzione e l’educazione già dai primi anni di scuola

Il fascino dell’Idealizzazione: Perché idealizziamo gli altri e come evitarla

Nella complessità delle relazioni umane, un fenomeno comune è l’idealizzazione degli altri. Questo processo psicologico coinvolge la tendenza a percepire le persone o le situazioni in modo esageratamente positivo, ignorando o minimizzando i loro difetti o limitazioni.  Ma perché idealizziamo gli altri? Quali sono le radici di questo comportamento e quali conseguenze può avere sulle nostre relazioni? 1. Bisogno di Soddisfare Aspettative e Desideri:  Una delle ragioni principali per cui idealizziamo gli altri è il nostro desiderio di soddisfare le nostre aspettative e desideri. Spesso proiettiamo sulle persone che ci interessano le nostre fantasie e speranze, creando un’immagine idealizzata che corrisponda alle nostre idee di felicità e soddisfazione. Questa idealizzazione può fungere da meccanismo di difesa contro l’incertezza e l’ansia legate alla realtà delle relazioni umane. 2. Necessità di Sostenere l’Autostima: Idealizzare gli altri può anche essere un modo per sostenere la propria autostima. Attraverso l’idealizzazione, possiamo attribuire alle persone che ammiriamo qualità e virtù che ammiriamo o desideriamo possedere noi stessi. In questo modo, idealizzare gli altri può servire a rafforzare il nostro senso di autovalutazione positiva, riflettendo indirettamente su di noi stessi attraverso le persone che idealizziamo. 3. Evitare la Delusione e la Vulnerabilità: Idealizzare gli altri può anche essere un modo per evitare la delusione e la vulnerabilità nelle relazioni. Ignorando i difetti o le imperfezioni delle persone che idealizziamo, possiamo proteggerci dal rischio di essere feriti o delusi dalle loro azioni o comportamenti. Questo può essere particolarmente vero nelle prime fasi di una relazione, quando siamo inclini a vedere solo il lato positivo dell’altra persona. 4. Mancanza di Conoscenza Reale: Spesso idealizziamo gli altri perché manchiamo di una conoscenza approfondita e reale delle loro vite e personalità. Le nostre percezioni sono influenzate dalle informazioni limitate che riceviamo attraverso l’osservazione, le interazioni sociali o i media. In assenza di informazioni complete, tendiamo a riempire le lacune con idee idealizzate o stereotipi che possono non riflettere la realtà. 5. Effetti delle Dinamiche Sociali e Culturali: Le dinamiche sociali e culturali possono anche influenzare il nostro atteggiamento nei confronti dell’idealizzazione degli altri. In molte culture, l’idealizzazione delle figure di autorità, dei leader o delle celebrità è diffusa e può essere considerata normale o persino auspicabile. I media e la società stessa spesso promuovono immagini idealizzate di bellezza, successo e felicità, contribuendo così a perpetuare questo fenomeno. Quali sono, invece, le conseguenze dell’Idealizzazione? Sebbene l’idealizzazione possa portare momentaneamente conforto e soddisfazione, può anche avere conseguenze negative sulle nostre relazioni e sul nostro benessere emotivo. Quando idealizziamo gli altri, tendiamo a ignorare i loro difetti e a sovrastimare le loro virtù, creando aspettative irrealistiche che possono portare a delusioni e conflitti nelle relazioni. Inoltre, l’idealizzazione può impedirci di vedere le persone per chi sono veramente, impedendo così la possibilità di una connessione autentica e profonda. Come Evitare l’Idealizzazione nelle Relazioni? Evitare l’idealizzazione nelle relazioni è un passo importante per coltivare connessioni autentiche e soddisfacenti con gli altri. Ecco alcuni suggerimenti pratici su come fare: 1. Praticare la consapevolezza: Sviluppa una maggiore consapevolezza delle tue tendenze a idealizzare gli altri. Prenditi del tempo per riflettere su come percepi le persone intorno a te e su quali aspetti potresti esagerare o trascurare. Essere consapevoli dei propri schemi di pensiero può aiutare a interrompere il ciclo dell’idealizzazione. 2. Accettare la complessità delle persone: Riconosci che nessuno è perfetto e che tutte le persone hanno difetti e imperfezioni. Accetta la complessità delle persone che incontri e apprezza la loro unicità. Focalizzati sulle qualità reali e tangibili delle persone, anziché idealizzarle o giudicarle in modo superficiale. 3. Fornire spazio per la vulnerabilità: Sii disposto/a ad accettare la vulnerabilità nelle relazioni. Apri il tuo cuore agli altri e permetti loro di essere autentici e sinceri con te. Le relazioni vere si basano sulla reciproca condivisione di emozioni, esperienze e sfide. Creare uno spazio sicuro per la vulnerabilità può favorire una maggiore connessione e intimità. 4. Imparare ad ascoltare attivamente: Pratica l’ascolto attivo nelle tue interazioni con gli altri. Mettiti in secondo piano e concentra la tua attenzione su ciò che l’altra persona sta dicendo, anziché proiettare le tue idee o aspettative su di loro. L’ascolto empatico può aiutarti a comprendere meglio le persone e a sviluppare una visione più equilibrata delle loro vite e personalità. 5. Valorizzare le relazioni basate sulla reciprocità: Cerca relazioni basate sulla reciprocità, dove entrambe le parti si sostengono, si rispettano e si nutrono a vicenda. Evita relazioni in cui uno dei partner viene idealizzato o messo su un piedistallo, poiché ciò può creare disuguaglianza e squilibrio nel rapporto. 6. Esplorare la propria autostima: Sviluppa una sana autostima e fiducia in te stesso/a. Lavora su te stesso/a e sulle tue relazioni con il sostegno di amici, familiari o professionisti della salute mentale, se necessario. Una solida base di autostima può aiutarti a ridurre il bisogno di idealizzare gli altri per compensare i tuoi bisogni emotivi. 7. Investire nella crescita personale: Impegnati nella tua crescita personale e spirituale. Coltiva interessi, hobby e attività che ti portano gioia e soddisfazione. Concentrati sul tuo benessere emotivo e fisico e cerca di realizzare il tuo pieno potenziale come individuo. In conclusione, evitare l’idealizzazione nelle relazioni richiede un impegno costante e una consapevolezza continua delle proprie tendenze e motivazioni. Sviluppare una visione più equilibrata e realistica degli altri può portare a relazioni più autentiche, appaganti e significative.

Il fascino del baby talk: con il linguaggio dei bambini

Noi tutti sappiamo che linguaggio verbale è una potenzialità dell’essere umano. Ovviamente il baby talk richiede agli adulti la caapcità di utilizzare il proprio corpo in relazione a quanto si dice.Questo è fondamentale per evitare messaggi discordanti.Il baby talk diventa un messaggio che l’adulto invia al piccolo in maniera unica e personale.Il baby talk è un collante affettivo tra genitori e figli,favorisce la connessione emotiva. Il baby talk si può considerare un allenamento per il cervello del piccolo.

Il doomscrolling: una tendenza per le ricerche online

doomscrolling

Il doomscrolling è un’attività tipica della navigazione in internet. Essa consiste nell’abitudine a concentrare le ricerche che abbiano contenuti a caratteri negativi e tristi. Con l’avvento della pandemia, questa tendenza ha preso sempre più piede. Il covid-19 infatti ha amplificato notevolmente il bisogno di cercare notizie negative sul proprio cellulare. Il termine deriva da due parole anglosassoni doom, sventura, e scrolling, scorrere. Il suo nome, quindi, è già intriso del significato comportamentale. Dal punto di vista psicologico, le persone che effettuano questo tipo di ricerche hanno già tratti depressivi evidenti. Con il doomscrolling, infatti, gli individui, preferiscono leggere gli articoli online che siano in linea con il loro modo di vedere e affrontare le situazioni. In questo modo, si convogliano in maniera compulsiva e ossessiva le attività di ricerca su quei contenuti che alimentano negatività, disperazione e depressione. La pericolosità di comportamenti del genere è facilmente intuibile. Passare parecchie ore nella giornata a guardare e leggere articoli sulle sventure degli altri esseri umani ha effetti significativamente ansiogeni. Da un lato c’è il desiderio, la curiosità umana di sapere le cose per poterle fronteggiare, ma dall’altro c’è un rischio subdolo e sottovalutato, che mina la salute. Gli studi evidenziano che fare doomscrolling alimenta sensibilmente uno stato di malessere psicologico e fisico, che a lungo andare compromette la salute e le relazioni sociali. Vanno bene le ricerche a carattere informativo e veritiero, ma vanno bilanciate con attività che riportino il sorriso sulle nostre facce. Bisogna evitare quel circolo vizioso del gatto che si morde la coda: più ci si approccia alle cose negative, più ci si circonda di depressione e catastrofi. Al contrario, per migliorare il proprio stato di salute, che poi si riflette sul lavoro, la famiglia e gli amici, si ha bisogno di modulare tristezza e gioia, isolamento e socializzazione.

Il dono come “danza” relazionale

Nel periodo natalizio il dono occupa una posizione centrale: lo attendiamo, lo scegliamo, lo offriamo, talvolta lo temiamo. Eppure, nella sua apparente semplicità, il dono non è mai un gesto neutro. In una prospettiva psicologica sistemico–relazionale, il dono non può essere ridotto a un oggetto o a un atto individuale: è sempre un evento relazionale, inscritto in una rete di significati, aspettative e storie condivise. Donare significa entrare in relazione, o rinegoziarla. Il dono come comunicazione Gregory Bateson ci ha insegnato che non si può non comunicare. Il dono, allora, è una forma di comunicazione particolarmente densa: comunica appartenenza, riconoscimento, debito, affetto, potere, riparazione, talvolta distanza. Non è tanto che cosa si dona, ma che cosa quel dono dice all’interno del sistema relazionale in cui circola. In questo senso, il dono è sempre un meta-messaggio: parla della relazione, più che dell’oggetto. Il dono come scambio, non come atto unilaterale Nella prospettiva sistemica, non esistono atti isolati. Il dono vive all’interno di una circolarità: dare, ricevere, restituire. Quando uno di questi passaggi si inceppa, il dono può perdere la sua funzione generativa e diventare peso, obbligo, o strumento di controllo. Pensiamo ai doni che “non si possono rifiutare”, a quelli che creano un debito implicito, o a quelli che arrivano per colmare un vuoto relazionale mai nominato. In questi casi il dono non apre, ma chiude; non connette, ma vincola. Il dono sano, potremmo dire, è quello che lascia spazio alla libertà dell’altro: di accoglierlo, trasformarlo, ricambiarlo a modo proprio. Il dono nei sistemi familiari All’interno delle famiglie, il dono è spesso carico di significati, difatti, può rappresentare: Durante le festività, questi significati tendono a intensificarsi. Il dono diventa un luogo in cui si condensano alleanze, esclusioni, aspettative non dette. A volte ciò che pesa non è il dono in sé, ma ciò che non può essere detto senza di esso. Donare e ricevere: due competenze relazionali Spesso parliamo della difficoltà di donare, ma in clinica emerge con forza anche la difficoltà di ricevere. Ricevere implica esporsi, accettare di occupare un posto nella mente e nel cuore dell’altro, tollerare la dipendenza reciproca. In una cultura che valorizza l’autosufficienza, il dono ci ricorda che siamo esseri interdipendenti. Accettarlo può essere un atto di fiducia profonda nel legame. Conclusione: il dono come atto che tiene insieme In una lettura sistemico–relazionale, il dono non è mai solo un gesto stagionale. È un atto che contribuisce a tenere insieme il sistema, a nutrirlo o, talvolta, a segnalarne le fragilità. Forse il Natale, più che chiederci che cosa donare, ci invita a domandarci: che tipo di relazione sto alimentando con questo gesto? Perché, in fondo, il dono più significativo è quello che fa spazio all’incontro, e lascia qualcosa di vivo tra le persone.