Il bullismo e il cyberbullismo: interventi psicologici

di Mariarosaria Cafarelli Per bullismo si intende un comportamento aggressivo ripetitivo nei confronti di chi non è in grado di difendersi.  Questo fenomeno si basa su un rapporto asimmetrico tra la vittima e il bullo: la prima non può o non ha le abilità per far cessare l’atto aggressivo nell’immediato e il secondo, invece, compie l’atto volontariamente, cioè con l’intenzione di ferire o provocare un danno. Inoltre, un’altra componente necessaria è la ripetitività del fenomeno. Uno studente sarà oggetto di azioni di bullismo (prevaricato o vittimizzato), quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto volontariamente da uno o più compagni. Quindi, non ci si riferisce ad un atto singolo, ma ad una serie di comportamenti ripetuti nel tempo, all’interno di un gruppo, con il fine di avere un potere sull’altra persona. Molto spesso si tende a minimizzare questo fenomeno, ci si ferma all’apparenza, quando in realtà è molto più grave di quello che si pensa. È importante che gli psicologi si occupino non solo della vittima, ma anche del carnefice, saper definire la personalità di un ragazzo “bullo” e quali sono i motivi che potrebbero spingerlo a commettere condotte devianti. Dal punto di vista caratteriale i ragazzi che mettono in atto condotte devianti dimostrano una forte ambivalenza con le figure genitoriali e una personalità immatura, poco riflessiva, scarsamente tollerante alle frustrazioni e incapace di un autentico contatto empatico con gli altri. Un comportamento deviante può essere spiegato facilmente attraverso un rapporto di causa – effetto, oppure sulla base di semplici predisposizioni ereditarie, o come risultato di una problematicità intrafamiliare o di una subcultura. Sulla base di quanto detto, quindi, il bullismo verrà spiegato come il risultato dell’interazione di molteplici variabili, come la struttura della personalità del soggetto, le caratteristiche del gruppo di coetanei al quale appartiene, la qualità delle sue relazioni interpersonali, la tipologia della famiglia di appartenenza. Negli ultimi decenni la modalità del bullismo è cambiata, nel senso che un tempo venivano prese in considerazione azioni verbali e fisiche, mentre in tempi recenti si profila maggiormente la violenza psicologica, sicuramente più difficile da identificare, ma che viene messa in atto dal soggetto sulla sfera psichica e sull’autostima della vittima. Quindi, possiamo parlare di una situazione di bullismo, quando si assiste o si subiscono degli atti persecutori, violenti e aggressivi, da parte di un coetaneo o da un gruppo di coetanei, nei confronti di un loro pari. Le prepotenze possono essere di natura fisica, (spintoni, pugni, schiaffi), oppure di tipo verbale (minacce, insulti pesanti, offese), o infine di tipo psicologico (umiliazioni, discriminazioni, emarginazione). Nella maggior parte dei casi le tre categorie si verificavano in concomitanza: infatti l’offesa di tipo verbale può portare all’aggressione di tipo fisico, il tutto accompagnato da un forte trauma psicologico nella vittima, che diventa incapace di uscirne da sola. Le azioni offensive verbali e fisiche sono definite modalità dirette e sono quelle più evidenti, mentre quelle di tipo psicologico sono chiamate indirette, più difficili da individuare. Alla base del bullismo c’è l’intenzionalità da parte del soggetto di danneggiare la vittima, ovvero nel procurarle dolore, sofferenza, privandola della sua sfera relazionale e sociale; queste azioni offensive e vessatorie sono persistenti, frequenti e costanti nel tempo. Le conseguenze sulla vittima designata dal bullo sono deleterie ed includono danni alla salute fisica, psicologica, abbandono delle relazioni, isolamento, paura e terrore del suo carnefice, dispersione scolastica o abbandono degli studi e, in casi estremi portano al suicidio. In base al  genere, secondo le statistiche, tendenzialmente i maschi  utilizzano forme verbali e fisiche di bullismo, mentre le femmine utilizzano molto di più della azioni di tipo psicologico, come pettegolezzi, dicerie oppure diffusioni di immagini false. In tempi recenti, con l’insorgenza di internet e dei social media il fenomeno del bullismo ha subito un’evoluzione, trovando ampio spazio in questi nuovi canali, che hanno reso possibile la realizzazione di azioni vessatorie. Questa evoluzione è definita cyberbullismo, ossia un attacco vessatorio continuo, reiterato nel tempo attraverso la rete internet, e proprio quest’ultimo fenomeno è diventato oggetto di studio della psicologia. Le modalità specifiche con cui i ragazzi realizzano atti di cyberbullismo sono molte, ad esempio: messaggi volgari o molesti; pettegolezzi diffusi attraverso messaggi sui cellulari, mail, social network postare o inoltrare informazioni, immagini o video imbarazzanti (incluse quelle false); rubare l’identità e il profilo di altri con lo scopo di mettere in imbarazzo o danneggiare la reputazione della vittima; insultare o deridere la vittima attraverso messaggi sul cellulare, mail, social network; ed infine, minacciare la vittima attraverso i media andando ad intaccare la sua tranquillità. Questi tipi di aggressione potrebbero rimanere in rete, oppure sfociare in episodi di bullismo (in particolare nei contesti scolastici o luoghi di aggregazione di ragazzi). Tra le problematiche psicologiche che più frequentemente emergono in chi è oggetto di bullismo e cyberbullismo ci sono i disturbi d’ansia, disturbi depressivi e disturbi psicosomatici. Un’azione che potrebbe essere utile per combattere il fenomeno ormai sempre più diffuso del bullismo e del cyber bullismo è immettere nel contesto scuola lo psicologo, così da individuare tempestivamente il disagio, con lo scopo di evitare lo sviluppo  di problematiche psicologiche, o in casi estremi il suicidio, e al tempo stesso offrire un servizio ai “bulli”, per meglio comprendere e modificare comportamenti devianti.

Il bruciato e la sindrome del burnout

Coloro che si occupano di assistenza possono incorrere in quella che viene definita sindrome definita del “bruciato”. La psicologa americana Maslach coniò il termine Burnout, bruciato, appunto, negli anni 80 per identificare lo stato di malessere psicofisico, vissuto dalle professioni impegnate nelle relazioni di aiuto e nella gestione dei rapporti umani. La sindrome è caratterizzata prevalentemente da stanchezza, astenia, mal di testa frequenti, con risvolti del tono dell’umore sul versante depressivo. Il bruciato vive uno stato di esaurimento emotivo e fisico, una sorta di scoppio che porta uno svuotamento di risorse ed energie e conseguente inadeguatezza al lavoro. Generalmente, si manifesta in seguito ad una prolungata e costante esposizione a fattori di rischio, facendo sì che l’operatore si faccia carico delle responsabilità del proprio lavoro, mettendo da parte i propri bisogni. In un secondo momento, per continuare ad essere all’altezza del proprio ruolo, l’operatore occulta questa debolezza, cercando di mantenere alti gli standard delle proprie prestazioni. Ovviamente, a lungo andare, la soppressione dei propri bisogni determina una lacerazione dello spirito, proprio perchè ormai le risorse si sono esaurite, portando ad un rifiuto delle mansioni. Il bruciato diventa quindi, scostante, ostile, distaccato; ha perso l’entusiasmo e le motivazioni che lo hanno spinto a scegliere quella particolare attività lavorativa. Di conseguenza, il senso di colpa di inadeguatezza al proprio lavoro, lo spinge ad attivare forme compensatorie e riparative, che alimentano ancor di più l’esaurimento fisico e mentale. L’aspetto depressivo si evidenzia soprattutto nella fase in cui quest’ultima costrizione lo mette di fronte ad una crisi personale e lavorativa di cui deve prendere atto. Tipico del burnout è proprio la normalizzazione dei propri pensieri negativi, facendo finta di niente Al contrario, bisogna cercare aiuto per metabolizzare questi stati d’animo, interpretarli alla luce della funzionalità non solo del lavoro, ma soprattutto di se stessi.

IL BREADCRUMBING: Lasciare Briciole

Questa parola inglese deriva dalla parola breadcrumb, che significa briciola di pane.i n poche parole, indica una tecnica che viene utilizzata da coloro che inviano segnali al proprio partner, per far sentire la loro presenza. Nonostante abbiano lasciato l’altro, continuano a voler essere presenti nella loro vita, lasciando che si alimentino le speranze di poter tornare insieme.  Altro non è che una forma di manipolazione emotiva attraverso la quale chi la effettua mira ad ottenere dei vantaggi in cambio. Questi possono riguardare il voler ottenere un incontro intimo, un ritorno economico (come un regalo o un prestito) o emotivo (puntando ad aumentare la loro autostima) Chiaro è che, soprattutto se si tratta di una relazione di lunga data, chi effettua il breadcruming conosce la propria vittima dunque sa come “aggirarla”. Per esempio, se è consapevole dell’indole romantica del partner, potrebbe promettere cene o fughe romantiche che non avverranno mai. Quello che caratterizza la relazione breadcrumbing è proprio l’ambivalenza: tutto si costruisce attorno all’atteggiamento e al comportamento ambivalente del soggetto che simula la possibilità di creare rapporti seri.Chi utilizza tale tecnica si mostra estremamente interessato all’altro: questo può avvenire in molti modi, attraverso per esempio l’invio di messaggi intimi o interessandosi all’altro e fargli sentire la propria presenza. Il vero problema sorge nel momento in cui il potenziale partner, dopo aver fatto questi gesti nei confronti dell’altro, sparisce o mostra disinteresse.In particolare, è proprio l’assenza l’arma più potente e frequente utilizzata dal breadcrumber: spiazza la vittima perché, dopo averle dato briciole e averle mostrato interesse, scompare.  Tutto ciò è mantenuto in vita dall’ambivalenza: il soggetto non scampare mai del tutto.Dopo che è sparito, all’improvviso potrebbe ripresentarsi all’altro e dargli altre briciole per continuare a tenerlo legato a sé stesso.Quello che, infatti, è davvero pericoloso per chi si ritrova ad essere vittima di questo comportamento, è proprio questo continuo comportamento ambivalente che si costituisce come un vero e proprio circolo vizioso: chi utilizza la tecnica breadcrumbing compare, mostra interesse, scompare e poi compare di nuovo. Tutto ciò sempre lasciando briciole all’altro per far sì che sia disposto ad accettarlo di nuovo quando ricomparirà. Le Vittime Per quanto riguarda le vittime, in genere queste tendono a sentirsi in colpa e sentiranno di aver deluso il breadcrumber se questi scompare, tenteranno di soddisfarlo per evitare di essere abbandonate nuovamente. Si entra in un circolo vizioso dove l’altro appare e scompare a suo piacimento e la vittima rimane in attesa che qualcosa possa migliorare ed è proprio questa garanzia che consente al manipolatore di agire in tal senso. L’ambiguità di questo comportamento causa ansia e dolore, poiché si vive in un limbo non riuscendo a proseguire oltre con la propria vita. Ma chi è il breadcrumber?  Potrebbe essere una persona profondamente insicura che attuando questa tecnica consente a sé stesso di sentirsi ammirato da parte dell’altro suscitando interesse e creando invece insicurezza nella vittima; vi è una sorta di sadismo sullo sfondo che è permeato dal desiderio di poter controllare l’altro.  Il breadcrumber potrebbe essere una persona immatura, egoista, narcisista. Una persona che probabilmente non possiede neanche quella capacità empatica e costruttiva di lasciar andare l’altro rispettando allo stesso tempo i suoi sentimenti. Ciò che può alimentare tale tecnica, è il sentimento di controllo che nasce nel breadcrumber, il quale si sente potente e importante, perché sente che, in ogni momento, può cambiare la situazione: basterà presentarsi di nuovo per far sì che l’altro ritorni ad ammirarlo e a provare interesse. Spesso non ci si accorge di essere all’interno di una situazione del genere sino a che non ci viene fatto notare dall’esterno. La vittima potrà dunque solo in un secondo momento iniziare a riflettere su quanto sta accadendo. Per poterne uscire bisogna iniziare a considerare la relazione che si sta vivendo e porsi delle domande.  Bisogna prendere consapevolezza che l’altro non cambierà, che è vano il tentativo di mandare avanti una relazione che in realtà non procede oltre i primi passi. Generalmente ad essere vittime sono persone con bassa autostima e personalità dipendenti, oltre che incapaci di fissare dei limiti e dire basta. Spesso è difficile staccarci dal breadcrumber in quanto si pensa di arrivare a meritare quel tipo di amore, quel tipo di attenzioni. Ci si dovrebbe focalizzare su come queste briciole che ci lascia ci fanno sentire e capire che tipo di legame in realtà andiamo cercando. Lasciare dunque perdere le qualità positive del breadcrumber e pensare piuttosto al nostro benessere personale.

Il breadcrumber nelle relazioni interpersonali

breadcrumber

Una nuova parola mutuata dai social che riguarda le relazioni virtuali, e non solo, è breadcrumber. Come molti altri termini ha una origine anglosassone e deriva dal verbo “spargere briciole”. E’ ormai una parola di uso comune per definire un comportamento vero e proprio, con delle tecniche relazionali specifiche. In primis, il breadcrumber utilizza questo atteggiamento, cerca di far avvicinare un’altra persona con piccoli e invitanti comportamenti. Mette in atto cioè, degli atteggiamenti e allusioni, che denotano interesse. Una sorta di corteggiamento, in cui messaggi, complimenti, attenzioni in generale fanno abbassare le difese. Per richiamare il termine stesso, sparge delle briciole per attirare a sé la propria vittima, per poi sparire del tutto senza un apparente motivo. In effetti, non è una vera e propria sparizione. Dopo un po’, infatti al breadcrumber fa il suo ritorno con la stessa strategia comportamentale. Quindi si crea un circolo vizioso in cui si spargono briciole di avvicinamento e poi si sparisce. In realtà questo atteggiamento ha una motivazione ben precisa e soprattutto di natura psicologica. Insieme all’orbiting e al ghosting, il breadcrumbing rapprenta un comportamento molto diffuso nelle relazioni soprattutto virtuali, ma che poi si ripercuotono anche in quelle reali. Innanzitutto è una forma di manipolazione dell’altro, della propria vittima che determina un senso di potere sull’altro, soprattutto se viene riaccolto nella relazione. C’è un problema di autostima in entrambi i protagonisti: da un lato c’è colui che ha bisogno di conferme affettive, tornando all’attacco, e dall’altro un desiderio di affezione e cedimento alle lusinghe. Ambedue, quindi, giocano la loro partita in una distorta relazione, in cui nessuno si assume la responsabilità delle loro azioni e di troncare definitivamente un rapporto del genere.

IL BISOGNO DI UNA RINNOVATA CULTURA DEL MOVIMENTO

di Margherita Sassi Noi esseri umani siamo costantemente protagonisti di situazioni davvero straordinarie che, tuttavia, non stimolano appieno la nostra capacità di meravigliarci. Tra le situazioni straordinarie che ignoriamo, forse perché oggetto di un riscontro naturale, è possibile annoverare non solo il corpo umano, ma anche la mente e il cervello che lo fanno funzionare, secondo una complessa causalità. Quello che la scienza sta indagando, secondo diversi punti di vista, è come poter usare queste straordinarie situazioni, sia per offrire a tutti la possibilità di essere fisicamente attivi, che per favorire, dove opportuno, lo sviluppo ottimale di chi è dedito all’alta prestazione. La Psicologia dello Sport, che rientra appieno tra le Scienze dello Sport odierne, prende forma ufficialmente nel 1965, a Roma, in occasione del Primo Congresso Mondiale di Psicologia dello Sport. Attualmente, indaga le abilità, i processi e le conseguenze della pratica motoria e quindi sportiva in relazione all’individuo e al gruppo, soggetti dell’attività. Pertanto, assodato che il movimento è connaturato all’uomo, se si vuole trattare in maniera esaustiva questo argomento, occorre ammettere di dover fare i conti con la complessità dell’essere umano. Stando alle indagini recenti, nelle aree di sviluppo all’interno delle quali si indaga la valenza del movimento, confluiscono aspetti fisiologici, cognitivi, emozionali e di salute, che rappresentano solo alcuni degli innumerevoli livelli di approfondimento possibili. In questi termini, l’obiettivo attuale della Psicologia dello Sport è quello di ottimizzare le abilità mentali in funzione del gesto, motorio o sportivo che sia, impiegando, così, al meglio la piena consapevolezza dell’interazione mente-corpo. Ma veniamo a trattare la questione con qualche dato alla mano; anzitutto va detto che non bisogna sorprendersi alla notizia che, in Italia, i dati relativi alla pratica delle attività sportive, sono rimasti un tema di forte disinteresse fino a pochi decenni fa. La prima indagine ISTAT sull’argomento è del ‘59, nel periodo precedente i Giochi della XVII Olimpiade svoltisi a Roma nel ‘60, quando venne realizzato uno studio in cui si chiedeva unicamente agli intervistati se praticavano sport e quale fosse, in caso di risposta affermativa. È solo dagli anni ’80, infatti, che lo sport diventa un tema talmente interessante da divenire oggetto di una regolare rilevazione statistica. Stando a quanto riportato nell’Annuario Statistico Italiano 2020, nel 2019 il 35% della popolazione con più di 3 anni di età pratica almeno uno sport nel tempo libero, il 26,6% in maniera continuativa e l’8,4% saltuariamente. Le persone che dichiarano di svolgere qualche attività fisica (passeggiare, nuotare, andare in bicicletta) sono il 29,4% (in leggero aumento rispetto alla rilevazione riferita al 2018). I sedentari (coloro che non svolgono né uno sport né attività fisica) sono il 35,6%. Le quote più alte di sportivi continuativi si riscontrano tra i 6 e i 17 anni, in particolare fra i maschi di 6-10 anni (61,9%). All’aumentare dell’età diminuisce la pratica sportiva, mentre aumenta la quota di coloro che svolgono qualche attività fisica, raggiungendo i valori massimi tra i 60 e i 74 anni, per poi diminuire sensibilmente. A partire dai 75 anni, infatti, il 67,5% degli intervistati dichiara di non svolgere alcuna attività fisica. Si osservano differenze di genere rispetto alla pratica sportiva: tra gli uomini il 31,2% pratica sport con continuità e il 9,8% saltuariamente; tra le donne i valori scendono rispettivamente al 22,2% e al 7,0%. Invece, la quota di coloro che svolgono qualche tipo di attività fisica è più alta tra le donne: 31,1% vs il 27,5% degli uomini. Riguardo alla distribuzione territoriale, si conferma il gradiente Nord-Sud, con livelli più elevati di uno sport continuativo nelle Regioni settentrionali, in particolare nelle due Province Autonome (Bolzano 42,4%, Trento 33,7%) e in Valle d’Aosta (34,1%). Le Regioni con la più bassa quota di sportivi sono la Campania (16,5%) e la Sicilia (18,2%). Analogamente, la pratica di qualsiasi attività fisica fa registrare un gradiente decrescente da Nord verso Sud e Isole (Molise 19,8%, Sicilia 21,4%), mentre per la sedentarietà l’andamento è geograficamente inverso: il 50,2% della popolazione residente nelle Isole, il 47,8% di quella residente al Sud vs il 24,7% di quella al residente al Nord-Est. Trattando di sedentarietà va aggiunto un altro dato significativo, quello evidenziato da Nerio Alessandri, wellness designer, fondatore e presidente della Technogym, il quale sottolinea che per la prima volta nella storia dell’umanità, il numero complessivo degli individui in sovrappeso supera quello degli individui in stato di denutrizione. Attualmente, per quanto nel mondo centinaia di milioni di persone soffrono la fame, un numero che nel corso dell’ultimo anno ha raggiunto gli 811 milioni, all’opposto c’è un altro numero altrettanto impressionante. Si stima che quasi 2 miliardi di persone siano sovrappeso o obese a causa di alimentazione scorretta e stile di vita sedentario. In breve, da un lato abbiamo la statistica, che testimonia l’incremento della sedentarietà dall’altro il bisogno di un’attività fisica naturale e giornaliera, fondamentale per la sopravvivenza. Il fatto è che se la popolazione dei Paesi ricchi continua a ingrassare e ad ammalarsi, questo avviene perché esistono potenti motivazioni culturali e psicologiche, quindi comportamentali, che promuovono il consumo del cibo sulla pratica del movimento. Ed è evidente che gli interventi debbano essere ben articolati, così come lo sono diventate le indagini più recenti in materia. Di sicuro, essendo questa la situazione, il lavoro dello psicologo è di enorme rilevanza nel supportare le soluzioni al problema e lo sarà ancora di più negli anni a venire, secondo termini e modalità che, però, ad oggi richiedono ancora una grande attenzione.

Il Benessere Psicologico in Pandemia

Rosa Linda Ricci espone il problema del benessere psicologico in merito a questo delicato periodo storico di Pandemia.  In questo periodo infatti viviamo degli stati emotivi molto altalenanti, questo significa provare un senso di frustrazione di fronte alla sensazione di sentirsi precari e sentire la preoccupazione. Questo perché il momento che stiamo attraversando ci fa sentire stanchi, mettendoci in una condizione non di benessere psicologico e fisico. Ci serve però attivare una parte che possa portare al benessere. Questa parte passa attraverso il prendersi cura di sé con il dialogo. Il nostro dialogo interno è molto importante perché noi parliamo spesso a noi stessi sotto il livello della consapevolezza quindi senza accorgercene, ma il dialogo ha un impatto sulle nostre emozioni e sulla nostra identità, ecco perché la cura passa attraverso il nostro dialogo interno con un altro elemento importante ovvero, la gentilezza. Perché spesso ognuno di noi prova rabbia verso sé stessi, svalutandosi e questo impatta sulle nostre emozioni. Ecco perché bisogna essere gentile con sé stessi.    La gentilezza è un valore da ritrovare in questo periodo storico, perché il modo in cui trattiamo noi stessi spesso si riversa e si manifesta nel modo in cui trattiamo gli altri. 

Il bebè è arrivato e siamo diventati genitori.

bebè

L’arrivo di un bebè è spesso il risultato di una scelta consapevole di entrambi i partner. Esso, però, è un evento critico del ciclo vitale della famiglia, perché introduce un nuovo legame, quello genitoriale, che è incancellabile e profondamente diverso da quello coniugale. Dal punto di vista psicologico, la nascita di un figlio assume un grande valore: è, infatti, la realizzazione di un progetto personale e di coppia e porta con sé un’ambivalenza di fondo. Innanzitutto, il desiderio di avere un bambino, può avere radici inconsce. Spesso un bebè può rappresentare un modo per colmare un vuoto personale: si desidera un figlio come forma alternativa di gratificazione al rapporto con il partner. Questa scelta, ancora, può essere anche una spinta dettata da stereotipi sociali, secondo i quali la famiglia è completa se ci sono figli. Non va dimenticato, però, che il bebè è portatore di diritti propri che spesso devono confrontarsi con le aspettative dei suoi genitori, a volte troppo elevate o poco rispondenti alla realtà. In questo modo, il neonato rischia di perdere le proprie caratteristiche di inviduo a sè per diventare oggetto di gratificazione e soddisfazione dei desideri dei genitori. Il bebè può diventare la dimostrazione delle proprie capacità sia come persona che come genitore. Questo atteggiamento può determinare un senso di frustrazione e di incapacità di fronte alle difficoltà. E’ importante quindi una ridefinizione dei ruoli di entrambi i partner, affinché si crei un clima innanzitutto di accoglienza che diventi funzionale alla crescita e al benessere del bebè. I neo genitori rimoduleranno anche i rapporti con la famiglia di origine stabilendo con essa confini chiari. Nel momento in cui nasce un bambino, nasce anche la madre. Lei non è mai esistita prima. Esisteva la donna, ma la madre mai. Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo.(Osho)

Il bambino interiore che vive in ognuno di noi

Incontrare il proprio bambino interiore è parte essenziale del processo di consapevolezza e cambiamento di ogni psicoterapia. In ognuno di noi vive il bambino che siamo stati. Pensieri, emozioni, sensazioni, modalità infantili acquisite nel corso dei primi anni di vita che tendiamo a ripetere e ferite antiche che ancora oggi chiedono attenzione. Ma non solo. In ognuno di noi risiede una parte bambina della personalità depositaria di emozioni e bisogni attuali. Si tratta della nostra parte spontanea e creativa, spesso ostacolata da divieti e condizionamenti che limitano l’autoriconoscimento e la libera espressione di sé. Per molte persone è difficile guardare al proprio bambino interiore. Alcuni manifestano vergogna, diffidenza, negazione. La reazione più comune è quella di mostrarsi giudicanti e svalutanti. Vi sono numerose convinzioni su come debba essere un adulto che impediscono talvolta di considerare già solo l’ipotesi dell’esistenza di un bambino dentro di sé. In realtà, tanto più il bambino interiore non viene riconosciuto tanto meno potrà esservi lo sviluppo di una personalità adulta. Il bambino interiore secondo l’Analisi Transazionale Secondo l’Analisi Transazionale, il bambino interiore corrisponde ad uno dei tre Stati dell’Io: Genitore, Adulto, Bambino. Oltre al bambino che siamo stati, ciascuno di noi possiede dentro di sè il genitore che ha avuto. L’insieme dei messaggi ricevuti e il modello genitoriale trasmesso dalle proprie figure genitoriali. Il modo con cui ogni persona si relaziona con la propria parte bambina fa luce sul proprio genitore interno. Quando il Genitore risulta svalutante, la persona non è in grado di riconoscersi in tutte le proprie parti. Non può essere ciò che é ma avverte la spinta a dover essere o a non dover essere in un certo modo, in base ai messaggi genitoriali interiorizzati. In presenza di un conflitto interno tra Bambino e Genitore, l’Adulto, inteso come capacità di rispondere in modo soddisfacente ai bisogni del qui e ora, non può funzionare in maniera adeguata. Il Bambino alla guida della personalità Quando il Bambino non è adeguatamente riconosciuto, la persona tende a ricorrere ad agiti per comunicare ciò che sente e le parti rifiutate di sé. In questo stato di cose, sarà il Bambino e non l’Adulto a guidare la personalità nelle sue scelte e nei suoi comportamenti. Andandosi a confermare le decisioni antiche di copione, le credenze, le emozioni e le esperienze già vissute, la persona resta imbrigliata in uno schema che si ripete e dal finale prevedibile. Incontrare il Bambino Incontrare il proprio Bambino vuol dire dunque innanzitutto vedere il bambino che siamo stati e come quella parte di noi continua a reclamare ciò che non ha ricevuto allora. Come manipola per ottenere attenzioni, sentendosi ad esempio non importante e non meritevole di amore. Come in alcuni casi si boicotta nei suoi progetti e in ciò che desidera, sentendosi inadeguato e credendo di non farcela. O come, in altri casi, si impedisce di stabilire relazioni durature per paura di essere abbandonato. Invidia, distrugge, rinuncia, invece di costruire per sé. Incontrare il proprio Bambino è guardare dentro di sé, alle ferite del proprio passato e alle emozioni e ai bisogni autentici del presente. E’ potersi riconoscere per come si é. In terapia questo passaggio è reso possibile mediante la costruzione di un Genitore capace di accogliere, sostenere e guidare il Bambino. Ed è grazie a questo incontro che è possibile superare i conflitti interni, riconoscersi e sviluppare un Adulto capace di andare verso la realizzazione di sé.

Il bambino frustrato

Spesso i genitori si rivolgono allo psicologo con una specifica domanda: perchè mio figlio piange sempre?è frustrato?io sono disperato. Proviamo a comprendere le motivazioni che possono spingere un bambino a non tollerare l’attesa, attraverso il pianto. Fin dalla nascita il bambino sperimenta piccole frustrazioni. Quando ha fame o ha il pannolino sporco il bambino solitamente si esprime attraverso il pianto.Il momento che intercorre tra la sua richiesta e il soddisfacimento di un bisogno è un momento fondamentale, ovvero di attesa. Tanto più elevata è la motivazione connessa al livello di soddisfazione che può produrre la mèta, tanto più ci sarà la possibilità di tollerare la frustrazione.Quando il genitore interviene immediatamente, nel bambino si crea l’aspettativa che ogni volta che lui piange interviene subito l’adulto a soddisfare la sua richiesta o bisogno. Perché le attese creano frustrazioni? Perché ciò che desideriamo non è in quel momento soddisfatto.Crescendo, tutti noi nella nostra vita ci è capitato di far vincere un bambino ad un gioco per non creargli dispiacere, oppure siamo stati noi stessi ad incarnare quel bambino. Nei bambini, la soddisfazione immediata dei bisogni (un giocattolo, una merendina, un ausilio per la risoluzione di un compito difficile) ha sicuramente una componente di gratificazione sia sul piano personale che affettivo. Essa non produce un beneficio poiché, a lungo andare, tende a divenire una modalità comportamentale di risposta, ovvero una pretesa.Ognuno di noi affronta la frustrazione in maniera diversa a seconda di come siamo stati abituati fin da piccoli e come abbiamo imparato a gestirla.Ci possono essere due modi di reagire alla frustrazione:1. Sentirsi un fallito, un perdente, arrabbiarsi ecc.;2. sentirsi fiducioso della proprie capacità e risorse personali, credere che andrà meglio la prossima volta, ed essere capace di gestire l’attesa per il raggiungimento dei propri obiettivi.Nel primo caso si tratta di un individuo “intollerante” alla frustrazione e spesso può presentare sintomatologie quali ansia, depressione, disturbi del comportamento come aggressività, oppositività nei confronti dei genitori o delle autorità in genere.Nel secondo caso si tratta di un soggetto che è in grado di gestire le proprie emozioni negative, possiede buone capacità di adattamento sociale, buona autostima ed ha maggiori probabilità di raggiungere i propri obiettivi e successi. Caratteristiche del bambino che non tollera le frustrazioni: 1. Non riesce a fare qualcosa e si arrabbia tirando oggetti, piangendo o urlando;2. Fa una richiesta che non viene immediatamente soddisfatta e si mette a urlare, piangere o aggredisce;3. Rinvia un compito perché pensa di non riuscirci;4. Chiede esplicitamente “voglio subito questa cosa!” giungendo perfino a minacciarti. COME GESTIRE LA FRUSTRAZIONE DEI BAMBINI – Consolare il bambino ma non cedere alle sue richieste se non sono importanti o necessarie in quel momento– Dare la possibilità al bambino di fare esperienza di piccoli insuccessi– Incoraggiare a fronteggiare le difficoltà– Dare la possibilità al bambino di confrontarsi con i bambini più tolleranti– Creare delle piccole attese alle richieste del bambino– Dare spazio alla comunicazione sulle emozioni negative che il bambino sta provando Ricordiamo che non e’ giusto privare i bambini del sentimento della frustrazione. Infatti, come tutti gli altri sentimenti, la frustrazione, nella giusta dose, ha un compito ben preciso. Può educare il soggetto a rispondere adeguatamente alle richieste ambientali e relazionali: può spronare allo sviluppo dell’intelligenza e produrre nel soggetto un incentivo all’apprendimento e alla ricerca di nuove soluzioni (problem solving). Se ritieni che tuo figlio non riesca a gestire in maniera adeguata le frustrazioni rivolgiti ad un esperto per richiedere un supporto adeguato.