Il corpo del docente 2. Il corpo relazionale

Come seconda tappa di questo percorso in cui stiamo affrontando i temi riguardanti il ruolo del corpo del docente, introdurremo il concetto, per noi fondamentale, di corpo relazionale. Sia detto prima di ogni approfondimento che quando noi parliamo di “corpo” intendiamo tutto il nostro corpo, e quindi anche quella sua funzione che chiamiamo “mente”. Se andiamo a osservare le prime fasi dello sviluppo di un soggetto, ci rendiamo facilmente conto che il corpo e la sua particolare attività definita, appunto, la mente, si costituisce non solo per così dire, biologicamente e al momento della nascita, ma anche per una sorta di graduale gemmazione del corpo, e quindi anche della mente, di chi lo sta accudendo. Una gemmazione che per realizzarsi non ha sempre e costantemente bisogno dello stretto contatto fisico. Questo processo può essere descritto anche come una serie di reciproche plasmazioni e riplasmazioni. Pensiamo agli studi e alle osservazioni di Donald Winnicott riguardo quella che definì Preoccupazione Materna Primaria e a quelli di Daniel N. Stern sull’alternanza di fasi sincroniche e non sincroniche nell’interazione tra bambino e caregiver. Nascere quindi non basta, ognuno di noi essendo, inevitabilmente, il prodotto di sempre in qualche modo attive, relazioni corporee e quindi anche mentali. Tale interdipendenza, assai evidente nelle prime tappe dello sviluppo in realtà continua per tutta la vita. In qualche modo il nostro corpo e la nostra mente restano pertanto sempre condivisi e costantemente relazionali, come peraltro dimostrano gli studi dei ricercatori dell’università di Parma che negli anni ’90 dell’altro secolo hanno scoperto i Neuroni Specchio. La descrizione del nostro corpo mente come monade non è ovvia e scontata, l’antropologia culturale ampiamente spiegandoci che si tratta di una modalità affermatasi nelle culture dell’homo sapiens sapiens solo recentemente, forse nemmeno diecimila anni fa, ben poco rispetto gli almeno due o trecentomila anni della nostra storia di specie. Tanto per intenderci sia pure grazie a qualche rozza schematizzazione, nelle culture cosiddette arcaiche potevamo per un certo periodo essere posseduti dallo spirito dell’aquila, in un altro invece soprattutto rispecchiarsi in questo o in quell’altro antenato. Insomma, ognuno di noi è sempre una sorta di dinamico collage di alterità. E questo calderone ribolle per tutta la vita. Chi di noi non ha avuto il lutto di una persona cara o anche, semplicemente non frequenta più un’ amica, un docente, un compagno o una compagna che comunque erano per lui assai significativi? A chi di noi non è mai capitato, in un momento complicato, di pensare a quella persona chiedendosi: “Come si sarebbe comportata in questa situazione?“. Un’ introiezione è maggiore e tanto più efficace se c’è un filing emotivo. Tutto questo, esattamente come quando siamo bimbi, è veicolato fondamentalmente da ritmi corporei. Nel momento in cui avviene questo dialogo con la persona in quel momento comunque assente, ci immaginiamo come questa sia vestita, come si muova, la prosodia della sua voce. Questi corpi altrui ma non del tutto altrui, continuano quindi ad agire in noi, a volte sembrando dei soggetti autonomi e a volte come se ne facessimo l’imitazione. Essendo in quel momento sia noi che loro. Riferiamo ora tutto questo ai contesti formativi. Nel momento in cui costruisco una relazione significativa con un docente, un maestro efficace, è come se costui mi ripetesse, grazie ad un processo di introiezione identificativa, la sua lezione per tutta la vita o almeno finché non l’abbia appresa. Se questo docente emotivamente e cognitivamente significativo mi ha insegnato qualcosa di veramente importante, potrò quindi continuare a lavorarci anche dopo tanto tempo che non ho più a che fare “fisicamente” con lui. Potrò ancora letteralmente giocare con i concetti che mi ha insegnato, proprio come fossero oggetti concreti, attivi dentro di me, riorganizzandoli anche secondo schemi nuovi. Questa introiezione sarà tanto più efficace quanto nel nostro rapporto vi sia stato un coinvolgimento emozionale e quindi tanto quanto sia stato in grado di ricostruirmi il suo corpo che è anche la sua mente, attivo, dentro di me. Un docente in grado pertanto di armonizzare la sua ritmicità corporea, il suo andamento prosodico con il testo della sua materia, e quindi in qualche modo consapevole di essere un Corpo Relazionale che interagisce con altri Corpi Relazionali, di certo avrà una marcia in più e l’avranno anche i suoi allievi. A proposito di questo continuo riplasmare le proprie e le altrui identità, dopo vari confronti, il nostro gruppo di lavoro ha deciso di cambiare nuovamente nome. Tra poco anche sul sito della nostra Scuola di Arteterapia comparirà il nuovo conio di “Poliscreativa”, in continuità quindi con i nostri nomi del passato, “Materica” e “Lacerva”, tanto per ricordarne un paio. E, chissà, forse anche in continuità con quelli del futuro.
Il corpo del docente 1. – L’apprendimento

Quando si parla di apprendimento, spesso e volentieri, si rimane ad un piano cognitivo che rimanda esclusivamente alla verbalizzazione. Come se i bambini apprendessero le loro nozioni di base esclusivamente attraverso la parola e non anche tramite esperienze corporee. A tal proposito è stata condotta una interessante ricerca fatta in Inghilterra, in cui i bambini di una scuola elementare, sono stati divisi in due gruppi. I ricercatori hanno fatto delle valutazioni sull’apprendimento di entrambi i gruppi sia all’ inizio che alla fine di un percorso durato qualche mese. I docenti del primo gruppo avevano l’indicazione di fare lezione muovendo le braccia in maniera mimica seguendo la prosodia delle parole. L’indicazione data ai docenti del secondo gruppo era, invece, quella di fare lezione muovendosi il meno possibile. Cosa è stato osservato nella rivalutazione dei due gruppi di bambini? I bambini del primo gruppo, i cui docenti avevano unito la mimica alle informazioni che davano verbalmente, mostravano un risultato di apprendimento visibilmente maggiore. Tutto questo, per chi ha un minimo di conoscenza sul funzionamento delle tappe del nostro sviluppo cerebrale e cognitivo, non rappresenta alcun tipo di novità. Il fatto fondamentale è che scontiamo l’idea della parola come qualcosa al di sopra del corpo. Basti pensare al mito della ninfa Eco. Come se la parola potesse rappresentare una sorta di essenza dell’anima, un qualcosa di separato, che prescinde dall’ esperienza corporea. D’altronde, l’ incipit del Vangelo secondo Giovanni recita: “ In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.” Nel passo sopracitato, il Dio si identifica con il verbo. Senza scendere nel dettaglio sul come mai si sia tanto stratificata quest’ idea, di sicuro questa supremazia della parola e la mancanza di corpo, si identifica con una piramide gerarchica, rispetto all’importanza del corpo come relazione. I bambini spontaneamente, sono meno legati alla Bibbia di quello che si può credere ed hanno bisogno di corpi che li accudiscano nell’apprendimento. Questa distanza dal corpo come luogo di relazione e di apprendimento e l’uso sempre maggiore della virtualizzazione delle immagini, mettono a rischio l’apprendimento dei bambini. Se riuscissimo ad appropriarci della relazione tra corpo ed apprendimento, forse potremmo prevenire molti dei nostri disturbi dell’apprendimento. Il nostro gruppo di lavoro della scuola di Arte Terapia Lacerva, da molti anni lavora su questi aspetti e, siccome rappresentano un elemento fondamentale anche per il benessere delle nuove generazioni, avrei intenzione di approfondire questo tema nei prossimi articoli.
Il copione di vita: come condiziona le nostre scelte?

In che modo il copione di vita influisce sulle nostre scelte? Quali sono i legami tra passato, presente e futuro? Eric Berne definiva il copione come “un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta definitiva”. Si tratta di un piano autolimitante, dal finale prevedibile, che, a partire dalle prime esperienze, arriva a condizionare l’intera esistenza. In assenza di un lavoro su di sé, il copione agisce perlopiù ad un livello inconsapevole. Così, spesso senza saperlo, si compiono scelte che tendono a confermarlo e ad andare verso quel preciso finale. L’adattamento nel bambino Il bambino impara sin da subito a sviluppare i modi di pensare, sentire e agire che più gli consentono di adattarsi all’ambiente in cui vive. Secondo la definizione del copione, il bambino prende una decisione. In realtà, più decisioni, che vanno ad incidere sulla propria vita. Tali decisioni però non vanno intese come un processo riflessivo e consapevole. Basti pensare che alcune di queste avvengono già durante il periodo preverbale, sulla base delle sensazioni ed emozioni attraverso cui inizia l’esperienza di sé, degli altri e del mondo. Il bambino è per sua natura dipendente. Cioè, per sopravvivere e crescere ha bisogno di qualcuno che si prenda cura dei suoi bisogni. Pertanto, il suo adattamento è finalizzato a garantirsi il più possibile la vicinanza, le attenzioni e l’amore delle sue figure genitoriali. Tuttavia, ciò che rappresenta il migliore adattamento nei primi anni di vita diventa inadeguato per i bisogni dell’età adultà. Il copione diventa così uno schema limitante, che conferma gli aspetti rigidi e dipendenti, impedendo l’autonomia e la realizzazione della persona. La decisione infantile e le scelte successive Se, ad esempio, il bambino percepisce che così com’è non va bene e che deve fare in modo di essere più bravo, più ubbidiente, più rispondente a come lo desiderano gli altri, può prendere la decisione che non potrà mai essere amato così com’è. Che, nonostante tutti i suoi sforzi, non sarà mai abbastanza, per cui sarà sempre abbandonato e, alla fine, resterà solo. Si struttura così un copione drammatico, fatto di convinzioni svalutanti e di scelte che andranno a confermare il non andare bene e il non poter essere amato. La persona da adulta tenderà, per esempio, a ricercare persone critiche ed emotivamente indisponibili. A manipolare assumendo la posizione esistenziale di vittima, mostrandosi compiacente ma al tempo sofferente per poi accusare l’altro della sua mancanza d’amore. Accumulerà così nel tempo esperienze che confermeranno il copione, l’abbandono e la solitudine come destino ineluttabile. Il legame tra passato, presente e futuro Quando si vive nel copione, il presente non può essere vissuto pienamente, né liberamente. Vi è un passato che tende a riattualizzarsi, nella ripetizione delle esperienze antiche. E un futuro che viene anticipato attraverso scenari, salvifici o catastrofici, che sottraggono dalla realtà e confermano il tornaconto, il finale di copione. Lavorare sul copione vuol dire portarlo alla luce e renderlo innanzitutto consapevole alla persona. In modo che le gestalt possano essere chiuse ed il passato possa essere storicizzato. Così che vengano abbandonati i vantaggi degli aspetti dipendenti e delle posizioni esistenziali svalutanti. E, infine, che l’orizzonte del futuro, libero dai condizionamenti antichi, possa riacquisire la dimensione del possibile e della realizzazione di sé e dei propri desideri.
Il Coping: fronteggiare lo stress

Lo stress è una reazione naturale dell’organismo a stimoli che vengono percepiti come minacciosi, può essere causato da fattori interni o da fattori esterni, ed è utile all’organismo perché permette di adattarci ai cambiamenti. Le risposte allo stress coinvolgono reazioni fisiologiche, emotive, cognitive e comportamentali. Quando lo stress diventa eccessivo può causare alterazioni patogenetiche e la patologia diventare a sua volta un fattore di stress. Ad oggi le ricerche moderne evidenziano che la relazione tra stress e salute è complessa e dipende da diversi fattori, tra cui la predisposizione genetica e l’esposizione a fattori ambientali. Le persone non sono ugualmente vulnerabili allo stress e lo affrontano in modo diverso, questo può cambiare in base alle caratteristiche sia personali che sociali, ma anche dal modo in cui le persone interpretano e valutano gli eventi o le esperienze pregresse, le caratteristiche sociodemografiche e di personalità. Tutti questi fattori possono interagire tra loro in modo complesso. Quando parliamo del modo in cui le persone fronteggiano situazioni stressanti o eventi traumatici, ci riferiamo al concetto di coping, questo termine deriva dal verbo inglese to cope e significa “far fronte”. Negli anni sono state proposte svariate classificazioni delle strategie di coping, ma tra quelle più conosciute c’è la classificazione proposta da Lazarus e Folkman nel 1984. Gli autori distinguono tra coping problem-focused (focalizzato sul problema) e coping emotion-focused (focalizzato sulle emozioni). Il primo ha la funzione di rimuovere, evitare o ridurre il rischio di conseguenze dannose che potrebbero derivare da un evento stressante. Inoltre, il coping focalizzato sul problema trova espressione in due fattori denominate coping attivo e di pianificazione. Il coping focalizzato sulle emozioni cerca di ridurre l’impatto delle reazioni emozionali negative attraverso varie risposte, ed è caratterizzato da quattro fattori, l’autocontrollo, la rivalutazione positiva, l’assunzione di responsabilità e il distanziamento. Altri autori hanno fatto una distinzione tra l’approach o engagement coping (coping di approccio) e l’avoidance o disengagement coping (coping di evitamento). Il primo comprende le strategie finalizzate a gestire il problema o centrate sulle emozioni negative ad esso collegate come, ad esempio, la ricerca di supporto sociale o la ristrutturazione cognitiva. Il secondo comprende le strategie finalizzate ad evitare il problema e le emozioni ad esso collegate, come, ad esempio, evitamento, distrazione o l’uso di sostanze. Riferimenti Bibliografici Ricci-Bitti, P. E., Gremigni, P. (2013). Psicologia della Salute. Modelli Teorici e contesti applicativi. (2013). Carocci Editore. Sica, C., Magni, C., Ghisi, M., Altoè, G., Sighinolfi, C., Chiri, L. R., & Franceschini, S. (2008). Coping Orientation to Problems Experienced-Nuova Versione Italiana (COPE-NVI): uno strumento per la misura degli stili di coping. Psicoterapia cognitiva e comportamentale, 14(1), 27
IL COPING: COME AFFRONTARE LO STRESS

ll coping è un concetto fondamentale in psicologia e si riferisce all’insieme di strategie cognitive e comportamentali utilizzate per affrontare situazioni stressanti. Comprendere come funziona e le sue applicazioni pratiche può aiutare le persone a gestire meglio lo stress e migliorare il loro benessere psicologico. Questo articolo esplorerà i diversi tipi di coping, le loro funzioni e fornirà esempi concreti di applicazione nella vita quotidiana. Esistono due categorie principali: coping primario e coping secondario. Il primario si concentra sull’evento stressante stesso, valutando se sia una minaccia o una sfida. Ad esempio, se un individuo affronta una scadenza lavorativa imminente, potrebbe considerare questa situazione come una sfida da superare. Al contrario, il secondario riguarda la gestione delle emozioni e delle reazioni all’evento stressante. In questo caso, la persona potrebbe cercare di calmarsi attraverso tecniche di rilassamento o chiedere supporto a colleghi e amici. Un’altra distinzione importante è tra coping focalizzato sulle emozioni e coping focalizzato sul problema. Quello focalizzato sulle emozioni cerca di modificare la percezione emotiva della situazione, ad esempio, accettando il supporto degli altri o cercando di vedere il lato positivo di un problema. Un esempio pratico potrebbe essere una persona che, dopo aver perso un lavoro, si concentra su attività che le portano gioia per alleviare il dolore emotivo. Quello focalizzato sul problema, invece, implica azioni dirette per risolvere la causa dello stress. Ad esempio, uno studente che ha difficoltà in una materia potrebbe formare un gruppo di studio per migliorare le proprie competenze. Vediamo ora alcune applicazioni del coping nella vita di tutti i giorni. Nel contesto lavorativo, esso è essenziale per affrontare le pressioni quotidiane. Una persona potrebbe utilizzare strategie di coping primario per pianificare il lavoro in modo da rispettare le scadenze senza sentirsi sopraffatto. Inoltre, può adottare tecniche di coping secondario come la meditazione o l’esercizio fisico per ridurre lo stress accumulato. Esso è anche cruciale nelle relazioni interpersonali. Quando ci sono conflitti tra amici o con il partner, una persona può utilizzare il coping focalizzato sulle emozioni per gestire la propria frustrazione attraverso la comunicazione aperta e l’ascolto attivo. Questo approccio non solo aiuta a risolvere il conflitto ma migliora anche la qualità della relazione. Infine, in situazioni di avversità (come malattie gravi o perdite significative), esso diventa fondamentale per la resilienza. Le persone resilienti tendono a utilizzare strategie di coping efficaci, come cercare supporto sociale o ristrutturare cognitivamente l’evento avverso per trovare significato nella sofferenza. Per concludere, il coping è un processo dinamico che gioca un ruolo cruciale nel modo in cui affrontiamo lo stress e le difficoltà della vita quotidiana. Saper riconoscere e applicare le diverse strategie di coping può migliorare notevolmente la nostra capacità di gestire le sfide e promuovere un benessere psicologico duraturo.
Il coping diadico: la Teoria sistemico-transazionale di Bodenmann

Tradizionalmente i costrutti di stress e coping sono stati studiati come fenomeni a livello individuale (Donato, 2014; Iafrate, Bertoni, Barni e Donato, 2009; Papp & Witt, 2010), concentrandosi principalmente sul modo in cui le persone percepiscono, valutano e fronteggiano lo stress individualmente. Tuttavia, quando si prende in considerazione una coppia in una relazione romantica, non si possono escludere gli aspetti di interdipendenza della coppia. Quindi, la nascita del costrutto di coping diadico rappresenta una possibile riformulazione dei processi di coping che sono stati studiati da un punto di vista individuale, in chiave relazionale (Iafrate, Bertoni, Barni e Donato, 2009). Il coping diadico è un processo nel quale gli individui di una coppia riescono ad affrontare insieme un evento stressante, utilizzando le risorse individuali e relazionali della coppia stessa. In letteratura possiamo ritrovare varie concettualizzazioni di questo costrutto, nello specifico, attraverso una rassegna effettuata nel 2014 (Donato), il coping diadico viene definito come l’interazione tra gli sforzi di coping dei partner; l’insieme delle strategie di coping che ciascun partner mette in atto allo scopo di tutelare il benessere dell’altro o della relazione; e un processo diadico in cui entrambi i partner sono coinvolti. Quest’ultimo definisce il coping diadico come un processo transazionale che ha inizio con la partecipazione e il coinvolgimento di entrambi i partner della coppia, tale approccio è descritto nella Teoria sistemico-transazionale di Bodenmann. Bodenmann (1995) inizia a sviluppare la sua teoria negli anni Novanta partendo dal modello di Lazarus e Folkman (1984), considerando lo stress sia un fenomeno individuale sia diadico, che può portare ad una valutazione condivisa dell’evento stressante. Quindi, lo studioso riconosce il ruolo del coping individuale ma sottolinea l’importanza di considerare il coping diadico quando si studiano le coppie. Secondo Bodenmann, lo stress diadico può essere indiretto o diretto. Lo stress diadico indiretto si verifica quando uno dei partner sperimenta stress a causa di un evento o di una situazione che non coinvolge direttamente l’altro partner. Ad esempio, un partner può essere stressato per un lavoro difficile, per un problema di salute o per un lutto familiare. Se il partner che sta vivendo l’evento stressante è in grado di fronteggiare il problema da solo, lo stress rimane a livello individuale. Tuttavia, se gli sforzi individuali di gestione dello stress falliscono, la persona stressata può esprimere le sue preoccupazioni al partner e chiedere il suo supporto. Lo stress diadico diretto, invece, si verifica quando un evento o una situazione stressante colpisce entrambi i partner contemporaneamente o con la stessa intensità. Il coping diadico può essere sia positivo che negativo, in quanto è multidimensionale, poiché a seconda della situazione, delle valutazioni, delle competenze degli individui e degli obiettivi individuali e diadici può essere espresso in diversi stili. Bodenmann distingue tre stili positivi: coping diadico supportivo, quando un partner supporta l’altro o esprime solidarietà e comprensione; coping diadico comune, quando sono coinvolti entrambi i partner in modo simmetrico per superare un problema; coping diadico delegato, quando il partner che deve affrontare l’evento stressante chiede esplicitamente aiuto all’altro, che prende su di sé le incombenze, cercando di alleviare lo stress. E tre stili di coping diadico negativi: il coping diadico ambivalente, riguarda a una forma di sostegno in cui il partner esprime riluttanza ad aiutare, perché il supporto può essere visto come inutile o non necessario. il coping diadico superficiale, riguarda il fornire aiuto all’altro ma in modo non sincero. il coping diadico ostile, è una reazione ostile che può avere il partner percependo i segnali di stress dell’atro, e può esprimersi attraverso commenti negativi, ignorando o non prendendo sul serio il problema. Ad oggi, per quanto lo studio del coping diadico non è così tanto diffuso, le ricerche evidenziano come un coping diadico positivo può avere benefici per il benessere della relazione e dei suoi partner (Donato, 2014). Per questo motivo in presenza di una malattia cronica, il supporto di un coping diadico positivo può essere uno strumento importante per il benessere del singolo, della coppia e della relazione (Foresi, 2015). Bibliografia Bodenmann G. (1995). A systemic-transactional view of stress and coping in couples. Swiss Journal of Psychology, 54, 34-49. Donato, S. (2014). Il coping diadico, ovvero far fronte allo stress insieme: una rassegna della letteratura. Giornale italiano di psicologia, Rivista trimestrale. 3, pp. 473-504. Foresi, P. (2015). Stili di coping diadico nella relazione di coppia. Piesse, 2 (7-2). Iafrate, R., Bertoni, A., Barni, D. e Donato, S. (2009). Congruenza percettiva nella coppia e stili di coping diadico. Psicologia sociale, Social Psychology Theory & Research. 1, pp. 95-114. Lazarus R.S., Folkman S. (1984). Stress, appraisal, and coping. New York: Springer. Papp, L. M & Witt, N. L. (2010). Romantic Partners’ Individual Coping Strategies and Dyadic Coping: Implications for Relationship Functioning. Journal of Family Psychology, Vol. 24, No. 5, 551–559
IL CONSUMO DI ABBIGLIAMENTO USATO

Il consumo di abbigliamento usato ormai è una tendenza sempre più diffusa nella società odierna. Esistono innumerevoli piattaforme che consentono di vendere i propri abiti e comprare quelli di qualcun altro. Per citarne alcune ci sono Vinted, Depop, Rebelle, Vestiaire Collective… Ma perché i consumatori sono sempre più propensi ad acquistare abbigliamento usato rispetto al passato? A livello psicologico entrano in gioco diversi fattori. Alcuni di questi sono sicuramente economici in quanto comprare second hand consente sia di risparmiare sia di sperimentare una soddisfazione maggiore grazie alla possibilità di ottenere un articolo di valore a un prezzo minore. Un altro driver che ha incrementato contribuito il diffondere questa tendenza è il bisogno di unicità. Infatti, secondo la teoria del sé esteso di Belk, l’abbigliamento è un modo per esprimere parti del proprio sé e della propria identità. Inoltre, il mercato second hand è spesso caratterizzato da pezzi unici per modello e taglia e molto raramente se ne trovano di simili. Esiste anche un aspetto ludico-creativo che porta il consumatore ad essere più soddisfatto nel vendere e nel comprare abiti di seconda mano. È il cosiddetto fenomeno della “scoperta della chicca”, che si riesce a trovare nelle confusionarie bancarelle di mercatini usati oppure sulle piattaforme online. Infine, si trovano anche dei fattori più etici basati su preoccupazioni di carattere ecologico e sull’interesse alla sostenibilità, altro trend sempre più diffuso nelle giovani generazioni. Tuttavia, tutti questi fattori psicologici spiegano solamente in parte il fenomeno dell’abbigliamento second hand. Per comprenderlo più a fondo è necessario considerare le sue origini storiche. La storia dell’abbigliamento può essere suddivisa in tre grandi periodi. Dall’epoca premoderna alla fine del Settecento, in tutti i ceti sociali era molto diffusa una mentalità improntata al recupero degli oggetti al fine di tramandarli alle generazioni successive. In particolare, i vestiti venivano custoditi perché considerati investimenti importanti così da poterli donare di generazione in generazione. Per le classi più povere erano una vera riserva di valore, cosa che ora sarebbe assurdo pensare. Dalla fine del Settecento alla prima metà del Novecento si rovescia la mentalità precedente a seguito di cambiamenti culturali causati dalla filosofia illuminista (che considerava tutto il vecchiume da buttare) e a seguito dei progressi in ambito tecnico-scientifico che hanno accelerato i tempi di produzione delle merci. Inoltre, la Rivoluzione Industriale ha portato un arricchimento del ceto medio che li ha sempre più spinti ad acquistare beni nuovi, come simbolo del nuovo status sociale raggiunto. Dunque, il consumo di abbigliamento di seconda mano diminuisce rispetto al periodo precedente. A fine Ottocento, però, a seguito delle enormi produzioni di massa si è consolidato il legame tra abbigliamento usato e carità. Dalla seconda metà del Novecento fino ad oggi si è assistito a un ulteriore cambio. In particolare, nel Novecento indossare vestiti usati era diventato un modo per esprimere la propria distanza rispetto alla cultura dominante. Questo apparteneva molto al mondo hippie, nel quale si può vedere una forte spinta anticonformistica. Invece, per altri è diventato sempre più segno di ricercatezza e distinzione come nel caso del vintage. Negli ultimi decenni, infine, la seconda mano è diventato sinonimo di consumo etico e sostenibile. Oggi tutti questi fattori sono molto più in linea con i valori emergenti nel periodo post-crisi, dove i consumatori sono sempre più disposti a riconsiderare la propria relazione con i beni di consumo abbracciando una maggiore frugalità. È sbagliato pensare che la frugalità sia una decisione legata al risparmio, ma in realtà è una scelta di stile e buon gusto. Alla base degli orientamenti frugali, si assiste a un vero e proprio ripensamento della relazione con gli oggetti di consumo. Se nella prima metà del Novecento, l’oggetto di consumo si configurava come marcatore identitario, ad oggi non è più tanto così. La ripresa del consumo di abbigliamento usato ne è un esempio cardine. BIBLIOGRAFIA Lozza, E. &, Fusari, G. (2019). Psicologia del senza: nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo s.r.l.
Il Conformismo: Comprendere la pressione sociale e l’adattamento individuale

Il conformismo è un fenomeno psicologico e sociale che coinvolge l’adattamento dei comportamenti, delle opinioni o delle espressioni di un individuo in risposta alla pressione percepita di un gruppo. Questo processo può verificarsi sia in contesti informali, come un gruppo di amici, sia in ambienti più strutturati, come luoghi di lavoro o scuole. La ricerca in psicologia sociale ha lungamente esplorato le dinamiche e le implicazioni del conformismo, rivelando come esso influenzi profondamente il comportamento umano. Radici Psicologiche del Conformismo Il desiderio di appartenere e di essere accettati socialmente è un bisogno fondamentale per la maggior parte delle persone. Questo desiderio può spingere gli individui a conformarsi alle norme di un gruppo anche quando ciò contraddice le loro convinzioni personali o la loro percezione della realtà. Gli studi di Solomon Asch negli anni ’50 hanno evidenziato quanto sia forte l’influenza del gruppo: molti partecipanti ai suoi esperimenti sceglievano di ignorare la propria percezione visiva per allinearsi alle risposte errate del gruppo. Tipi di Conformismo Il conformismo può manifestarsi in due forme principali: normativo e informativo. Il conformismo normativo si verifica quando gli individui modificano il loro comportamento per adattarsi alle aspettative del gruppo, spesso per evitare il rifiuto o per ottenere approvazione. D’altra parte, il conformismo informativo avviene quando le persone assumono che il comportamento del gruppo rifletta la risposta corretta o il comportamento appropriato in una determinata situazione. Implicazioni Sociali Il conformismo ha un ruolo cruciale nella formazione e nel mantenimento delle culture e delle norme sociali. È un meccanismo attraverso il quale i valori, le regole e i comportamenti vengono trasmessi e internalizzati dalle nuove generazioni. Tuttavia, il conformismo può anche avere effetti negativi, come la soppressione della diversità di pensiero e l’innovazione. Gruppi eccessivamente conformisti possono diventare ecocamere, dove le opinioni discordanti sono scoraggiate o ignorate, portando a decisioni di gruppo meno efficaci. Il Conformismo nel Contesto Moderno Nell’era digitale, il conformismo assume nuove dimensioni con i social media. Le piattaforme online amplificano il conformismo attraverso “l’effetto echo chamber” e il “bubble filter”, dove gli individui si trovano spesso esposti solo a informazioni che rafforzano le loro credenze preesistenti. Questo può intensificare la polarizzazione sociale e ridurre la capacità di dialogo costruttivo tra gruppi con visioni divergenti. Conclusione Il conformismo è un fenomeno complesso con radici profonde nelle necessità psicologiche umane di appartenenza e accettazione. Mentre ha un ruolo fondamentale nella coesione sociale e nella perpetuazione delle norme culturali, il conformismo può anche limitare il pensiero critico e la diversità. È essenziale che gli individui siano consapevoli delle pressioni conformistiche e sviluppino la capacità di riconoscere quando il conformarsi va a scapito della propria integrità o del benessere collettivo. In un mondo che valuta sempre più l’innovazione e l’autenticità, trovare l’equilibrio tra adattamento sociale e autenticità individuale è più importante che mai.
Il conflitto interiore: riconoscerlo per superarlo

Alla base di ogni situazione problematica e di ogni sintomo vi è sempre un conflitto: una lotta più o meno consapevole tra parti interne. Molte persone arrivano in terapia lamentando di non saper cosa fare nella situazione che stanno vivendo. Alcune volte descrivono un vissuto generalizzato ed in figura non c’è un conflitto vero e proprio, ma una sensazione diffusa di smarrimento e impotenza. Altre volte, invece, vi è un blocco che deriva dal prendere una decisione. “Cosa devo fare?” Nella mia pratica clinica, la domanda che più spesso mi viene rivolta e con cui si arrovella la maggior parte delle persone è: “cosa devo fare?”. L’approccio più comune di fronte ai problemi, ma in generale di fronte alla vita, è quella di dirigere tutta l’attenzione verso la ricerca dell’azione necessaria per uscire fuori dall’impasse. Questa focalizzazione sulla soluzione, in realtà, invece di aiutare, finisce con il rafforzare i meccanismi di evitamento responsabili del malessere. Proviamo ad approfondire questo punto. L’evitamento alla base del malessere Secondo la psicoterapia della Gestalt, il ciclo di contatto o di gratificazione dei bisogni è costituito dalle seguenti fasi: “cosa sento”, “cosa voglio”, “cosa faccio”, “cosa sento dopo averlo fatto”. In ciascuna di queste fasi, può insorgere un conflitto che interrompe il processo naturale ed a volte vi possono essere anche più interruzioni. Il “cosa devo fare”, ad esempio, è spesso l’esito di una interruzione in più fasi. Nella maggior parte dei casi, ciò che accade è che il problema presentato non abbia tanto a che fare con quale sia l’azione più adatta a rispondere alla situazione che si sta vivendo, il “cosa faccio”, ma con qualcosa che viene prima: il “cosa sento” e il “cosa voglio”. Se la persona non è in contatto con ciò che prova e con ciò che vuole, non sarà in grado di riconoscere i propri bisogni e non potrà arrivare nè a scelte nè a comportamenti consapevoli. Nè tantomeno a sentirsi soddisfatta. Con molte probabilità, cercherà all’esterno la risposta che non trova in sè, deresponsabilizzandosi. Il “devo” della domanda, infatti, fa appello ad un genitore che arrivi in soccorso. Portare l’attenzione al corpo, come luogo del sentire, e connettersi ai propri vissuti è l’esperienza principale su cui si fonda la nostra salute. Da cui non possiamo prescindere per vivere in maniera sana e consapevole. Ciò vuol dire riconoscersi in tutti i propri aspetti e, anche, incontrare i propri conflitti. Riconoscere il conflitto Il primo passo per superare qualsiasi conflitto è riconoscerlo. Anche se ovvio, nella realtà molte persone vogliono risolvere senza conoscere. In presenza di un sintomo, ad esempio, si tende a percepire ciò che si manifesta nel corpo come un qualcosa di estraneo di cui doversi sbarazzare in fretta e si può fare molta fatica ad accettare che si tratta invece di parti di sé, da integrare e non da eliminare. Chiarire il conflitto e dargli voce Il secondo passo necessario è chiarire il conflitto e dargli voce. Il lavoro gestaltico accompagna attraverso una modalità esperienziale ad individuare le parti in lotta e poi a metterle in dialogo, esprimendo per ognuna ragioni, emozioni, bisogni. La persona può così esplorare le diverse prospettive e lavorare per la risoluzione. Aumentando la sua presenza, può inoltre accedere ad una consapevolezza piena. Diversamente da ciò che avviene con il solo parlare, lo sperimentare mette in un contatto diretto ed immediato con i propri vissuti. Utilizza insieme ogni livello di funzionamento: cognitivo, emotivo e somatico. Alcune parti sono più difficili da riconoscere e danno molte informazioni sull’origine del blocco. E’ molto comune, ad esempio, il rifiuto a guardare come dentro il “non riesco” si nasconda un “non voglio” e come per una stessa cosa che si desidera fortemente in realtà ci sia anche una volontà contraria. Se guardiamo all’impasse da una prospettiva analitico-transazionale, lo stato dell’Io Genitore invia allo stato dell’Io Bambino messaggi svalutanti. Ad esempio: “Non crescere”, “Non avere successo”, “Non essere intimo”; “Devi essere perfetto”, “Non devi sbagliare”, “Devi essere buono con tutti”, “Non fidarti di nessuno”, “Non puoi farcela”. Tali messaggi ostacolano la gratificazione dei bisogni e l’espressione libera e spontanea di sé con l’esclusione di aspetti propri. L’integrazione tra le parti e l’autonomia Tutto il lavoro in psicoterapia è un lavoro di integrazione che porta a tenere insieme tutte le proprie parti in una totalità armonica. E’ un lavoro di ristrutturazione della personalità, che guarda al dialogo interno e ai contenuti svalutanti interiorizzati. I conflitti si sciolgono quando il Bambino interiore trova all’interno un Genitore capace di sostenerlo e guidarlo nel mondo, in modo che l’Adulto possa compiere scelte congruenti con bisogni e desideri.
Il comportamento alimentare nei bambini: strategie di intervento

Il comportamento alimentare dei bambini è spesso costellato da difficoltà. Cosa può fare l’adulto per aiutare il bambino? Nel DSM-5 vengono raggruppati nello stesso capitolo i disturbi del comportamento alimentare dell’infanzia e età adulta, ovvero “Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione”. Le categorie diagnostiche sono: pica (persistente ingestione di sostanze non commestibili) disturbo di ruminazione (ripetuto rigurgito del cibo dopo la nutrizione) disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo (evitamento o restrizione dell’assunzione di cibo) anoressia nervosa (paura di aumentare di peso e comportamenti che interferiscono con l’aumento di peso) bulimia nervosa (condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso) disturbo da alimentazione incontrollata o binge-eating (ricorrenti episodi di abbuffate). Tra questi, uno dei più frequenti tra i disturbi del comportamento alimentare nei bambini, è il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. Non alimentandosi adeguatamente, i bambini possono incorrere in un deficit nutrizionale e questo può impattare sulla salute fisica. L’insieme di questi aspetti può naturalmente generare ansia nel genitore che potrebbe iniziare a mettere in atto comportamenti controproducenti. Ad esempio, nel tentativo di far mangiare il bambino, potrebbe distrarlo o “obbligarlo” rendendo ostile il momento del pranzo. Quali sono le strategie utili da mettere in campo? Per prima cosa, il genitore va istruito ad osservare chiaramente il comportamento del bambino durante il pasto. In che modo? Uno specialista potrebbe aiutare l’adulto a discriminare tra Antecedenti, Comportamenti, Conseguenze (ABC). In questo modo, si avrà una visione più completa di quello che accade per capire cosa mantiene nel tempo il comportamento problematico (cioè qual è la conseguenza che comporta un aumento di frequenza del comportamento problema). Intervenendo su queste conseguenze, si può modificare il comportamento in oggetto. Il genitore è il modello più importante per il bambino: durante i pasti, l’adulto potrebbe stimolarne la curiosità, proporre in maniera simpatica i cibi, mostrare soddisfazione per il cibo. E’ di estrema importanza anche che ci sia coerenza e sistematicità tra gli altri componenti della famiglia. E’ importante individuare quali sono gli alimenti preferiti dai bambini e cosa li rende tanto piacevoli: aiutiamoli ad individuarne gusto, colore, forma, consistenza, odore. Una volta fatto, attraverso un processo di pairing, andremo a favorire la familiarizzazione del bambino con un nuovo alimento. Per pianificare un intervento efficace, sarà fondamentale individuare anche una lista di rinforzatori salienti che aumenteranno la probabilità di successo. Una procedura molto utile è la token economy, un programma che consente di incrementare l’emissione di comportamenti desiderabili. Nei disturbi del comportamento alimentare può servire il parent training? Un intervento di parent training, in questi casi, può essere utile per sostenere il genitore sia da un punto di vista pratico, definendo i vari step, ma soprattutto da un punto di vista emotivo. A volte è inevitabile che il genitore si senta in colpa per quanto accade al figlio, ma è importante sottolineare che le azioni, anche quelle che a lungo termine possono risultare controproducenti, sono sempre mosse da tanto amore. L’importante è fermarsi di tanto in tanto per individuare quali potrebbero essere i nuovi comportamenti da mettere in atto, per agire in un modo diverso e più funzionale.