Il complimento al tempo dei social

Il complimento è una delle più belle forme di affetto e ammirazione verso l’altro. Quando si fa un complimento, infatti, si stimola nell’altra persona una scarica di dopamina, ormone che da il senso del piacere al nostro corpo. Lo sviluppo dei social media ha portato tutti noi, in maniera più o meno variabile, a sentire la necessità di ricevere un complimento gratuito dalla rete. Abbiamo infatti preso l’abitudine di postare foto, pensieri e riflessioni, talvolta neanche frutto del nostro io, solo per poter ricevere il tanto agognato Like. Ovviamente, quando pubblichiamo su un social, cerchiamo approvazione dagli altri e stiamo lì a guardare continuamente il nostro profilo gongolando ad ogni nuova notifica. Siamo alla ricerca del complimento digitale, come se fosse la nostra unica fonte di piacere e benessere. Nutriamo la nostra autostima attraverso l’approvazione. Trasformiamo il like in un abbraccio di cui riusciamo addirittura anche a percepirne il calore. Questo atteggiamento, da solo, riesce ad offuscare il nostro cervello, al punto da non credere che dietro il complimento in rete, come nella vita reale, del resto, ci può anche essere mancanza di sincerità. Cominceremo a selezionare le persone, in base alle risposte positive ai nostri post, incuranti di quanto su internet riusciamo ad essere “generosi” di Like, elargendoli a destra e a manca.Cambieremo perfino atteggiamento digitale con chi ci ha regalato il complimento, inglobandolo nella cerchia di persone con cui, inconsciamente, ci sentiremo in obbligo di ricambiare alla prima occasione. Sappiamo bene quanto sia piacevole ricevere il complimento, ma impariamo anche che a capire cosa è veramente importante per noi e per la nostra crescita. Il più dolce di tutti i suoni è il complimento. (Senofonte)
Il complesso di inferiorità: cause, sintomi e strategie di superamento

Il complesso di inferiorità è un termine psicologico introdotto da Alfred Adler, uno dei pionieri della psicologia moderna. Questo fenomeno si riferisce a una sensazione pervasiva di inadeguatezza e bassa autostima che può influenzare profondamente la vita di un individuo. Persone con un complesso di inferiorità tendono a sentirsi costantemente inferiori agli altri, sia in ambito personale che professionale. Questo articolo esplorerà le cause del complesso di inferiorità, i sintomi che lo caratterizzano e le strategie che possono essere adottate per superarlo. Cause del complesso di inferiorità:Le cause del complesso di inferiorità sono molteplici e spesso interconnesse. Possono variare da fattori individuali a influenze sociali e culturali. 1. Esperienze di infanzia: – Critiche costanti: bambini che ricevono critiche costanti o confronti negativi dai genitori o insegnanti possono sviluppare una percezione negativa di sé stessi.– Negligenza o abuso: l’abuso fisico, emotivo o la negligenza durante l’infanzia possono erodere profondamente l’autostima di un bambino.– Eccesso di protezione: anche un’eccessiva protezione può contribuire, in quanto può impedire al bambino di sviluppare un senso di competenza e autonomia. 2. Confronto sociale: – Social media: la costante esposizione ai successi e ai momenti felici degli altri sui social media può creare una falsa percezione di inferiorità.– Modelli irrealistici: la società spesso propone standard di bellezza, successo e felicità irraggiungibili, che possono portare a un senso di inadeguatezza. 3. Aspettative irrealistiche: – Pressioni familiari: famiglie che impongono standard elevati e aspettative irrealistiche possono instillare un senso di inferiorità se tali standard non vengono raggiunti.– Autoimposizione di obiettivi: individui che si pongono obiettivi irrealistici possono sentirsi costantemente falliti. 4. Critiche e rifiuti: – Ambiente di lavoro o scolastico: critiche costanti da parte di superiori, colleghi o insegnanti possono minare la fiducia in sé stessi.– Relazioni interpersonali: relazioni abusive o disfunzionali possono contribuire alla percezione di non essere degni di amore e rispetto. Sintomi del complesso di inferiorità: Riconoscere i sintomi del complesso di inferiorità è fondamentale per poter intraprendere un percorso di recupero. I sintomi più comuni includono: – Bassa autostima: una percezione negativa di sé e delle proprie capacità, accompagnata da un costante senso di fallimento.– Sensazione di inadeguatezza: sentirsi perennemente meno capaci o meno degni rispetto agli altri, sia in ambito professionale che personale.– Ansia e depressione: frequenti sentimenti di ansia e depressione legati alla percezione di essere inferiori agli altri.– Eccessiva critica di sé: tendenza a giudicare duramente ogni errore o difetto personale, spesso con una visione distorta e sproporzionata.– Isolamento sociale: evitare situazioni sociali per paura del giudizio altrui, il che può portare a un progressivo isolamento e solitudine.– Comportamenti compensatori: tentativi di compensare la percezione di inferiorità attraverso comportamenti estremi come la ricerca ossessiva di successo, il perfezionismo o l’ostentazione di ricchezza e status. Superare il complesso di inferiorità richiede tempo, pazienza e un impegno costante. Ecco alcune strategie efficaci: 1. Terapia psicologica: – Terapia cognitivo-comportamentale (CBT): la CBT può essere particolarmente efficace nell’aiutare a identificare e modificare i pensieri negativi e irrealistici che alimentano il complesso di inferiorità.– Terapia psicodinamica: questa forma di terapia può aiutare a esplorare le radici profonde del complesso di inferiorità, spesso legate a esperienze passate e dinamiche familiari.– Terapia di gruppo: partecipare a gruppi di supporto può fornire un senso di comunità e condivisione, aiutando a normalizzare i propri sentimenti. 2. Autocompassione: – Mindfulness: la pratica della mindfulness può aiutare a sviluppare una maggiore consapevolezza e accettazione dei propri pensieri e sentimenti, riducendo la critica interna.– Autoaccettazione: imparare ad accettare sé stessi, con tutte le proprie imperfezioni, è fondamentale per costruire una solida autostima. 3. Confronto realistico: – Ridurre il confronto: limitare l’uso dei social media e concentrarsi sui propri progressi personali piuttosto che confrontarsi costantemente con gli altri.– Modelli positivi: cercare modelli di riferimento realistici e ispiratori che incoraggino una visione positiva di sé stessi. 4. Obiettivi raggiungibili: – Pianificazione realistica: stabilire obiettivi realistici e raggiungibili, suddividendo i compiti complessi in piccoli passi gestibili.– Celebrare i successi: riconoscere e celebrare i piccoli successi lungo il percorso può migliorare la fiducia in sé stessi. 5. Supporto sociale: – Reti di supporto: circondarsi di persone positive e di supporto, che possano fornire incoraggiamento e feedback costruttivi.– Relazioni sane: investire in relazioni interpersonali sane e reciprocamente rispettose. 6. Accettazione di sé: – Consapevolezza delle proprie capacità: riconoscere e valorizzare i propri punti di forza e capacità, invece di concentrarsi solo sui difetti.– Autoaccettazione: accettare che nessuno è perfetto e che ogni individuo ha punti di forza e di debolezza può alleviare la pressione di essere “perfetti”. Il complesso di inferiorità è una condizione psicologica che può avere un impatto significativo sulla qualità della vita di un individuo. Tuttavia, con la giusta consapevolezza e strategie, è possibile superarlo. Comprendere le sue cause, riconoscere i sintomi e adottare strategie efficaci per affrontarlo può portare a una maggiore autostima e benessere emotivo. Con il giusto supporto e un impegno continuo, è possibile superare il complesso di inferiorità e vivere una vita più soddisfacente e appagante. Attraverso un percorso di auto-esplorazione e accettazione, supportato da adeguate risorse terapeutiche e sociali, gli individui possono trasformare il senso di inferiorità in una consapevolezza di sé più equilibrata e positiva.
Il Complesso di Caino

Secondo la Bibbia, Caino e Abele sono i primi figli dell’Umanità, nati da Adamo ed Eva una volta che questi vennero cacciati dal Giardino dell’Eden. Caino fu primogenito e si dedicò alla coltivazione della terra; poi nacque Abele, che invece si dedicò alla pastorizia. Dopo un po’ di tempo, Caino offrì a Dio i frutti della terra e anche Abele scelse di fare un’offerta a Dio, sacrificando i primogeniti del suo gregge. Questo, provocò la forte gelosia di Caino, che decise di uccidere il fratello, venendo poi punito da Dio. Si fa riferimento a Caino quando si parla di rivalità tra fratelli e di gelosia per i fratelli minori. Fu proprio uno psicoanalista, Charles Baudouin (1893-1963), a creare questo tipo di associazione, fra il racconto biblico e una dinamica, quella fraterna. Si parla quindi di “Complesso di Caino” per richiamare quell’insieme di sentimenti, spesso ambivalenti e contraddittori, che il primogenito vive quando si trova a fare i conti con l’arrivo del fratellino o della sorellina. Entrambi i genitori cominceranno a mostrare maggiore attenzione e protezione al nuovo membro perché è il più giovane, di conseguenza il fratello maggiore si sentirà ignorato o rifiutato. I bambini piccoli capiscono che alcuni privilegi di cui avevano goduto fino a quel momento sono stati concessi al nuovo membro. Inizia così questo complesso che può svilupparsi ed evolversi dall’infanzia all’adolescenza o alla prima età adulta. La caratteristica principale di questo complesso è l’eccessiva gelosia concentrata sul fratello con cui si è in competizione o in rivalità. Di solito si parla dei fratelli più anziani che affrontano i loro fratelli più giovani, ma questa non è una regola fissa, quindi è un complesso che può svilupparsi in tutti i soggetti coinvolti indipendentemente dalla loro età. Il complesso di Caino è sempre associato alla fase dell’infanzia, ma non è da escludere la possibilità che si sviluppi durante la pubertà o l’adolescenza. In questi casi i conflitti tra fratelli e sorelle possono derivare da questioni quali il rendimento scolastico, la condivisione d’interessi con i genitori, i talenti o anche abilità come l’intelligenza.
Il colloquio clinico di stampo psicodinamico

Il colloquio costituisce lo strumento più importante a disposizione dello psicologo clinico. Poiché “l’oggetto d’indagine” è un individuo, nulla può sostituire la conoscenza diretta dell’altro che si verifica attraverso il dialogo. L’approccio psicodinamico al colloquio clinico si basa sull’importanza della relazione tra terapeuta e paziente. Quando questi ultimi s’incontrano per la prima volta sono due sconosciuti che entrano in contatto, ciascuno con una serie di aspettative riguardanti l’altro. La cornice concettuale del colloquio dinamico è che coinvolge due persone. Ciascuno porta un passato personale nel presente e proietta aspetti interni di rappresentazioni del Sé e dell’oggetto nell’altro (Langs). Uno dei compiti principali del terapeuta psicodinamico è quello di differenziare i sentimenti e le reazioni verso il paziente che nascono dal controtransfert in senso stretto da quelli che nascono da vissuti propri. Questo dipende dalla familiarità che ciascuno ha con il proprio mondo interno per cui avere un’esperienza di trattamento personale (psicoanalisi o psicoterapia) è estremamente preziosa per individuare e comprendere il controtransfert. Il transfert è attivo in ogni relazione significativa, elementi di transfert sono presenti fin dal primo incontro tra terapeuta e paziente. Il transfert può svilupparsi addirittura prima dell’incontro poiché entrambi possono farsi una costruzione dell’altro attraverso delle informazioni che possiedono. Il transfert è per definizione una ripetizione, cioè i sentimenti associati ad una figura vengono vissuti nei confronti del terapeuta nel colloquio. Ovviamente gli schemi transferali in un colloquio clinico psicodinamico forniscono indicazioni su relazioni significative della vita del paziente. Per terapia psicodinamica s’intende un metodo di cura fondato sul presupposto teorico che i problemi psicologici siano la manifestazione di conflitti interni alla psiche e che la chiave del loro superamento stia nel portare il paziente a prendere conoscenza di tali conflitti. Il primo obiettivo di un colloquio psicodinamico deve essere sempre quello di stabilire un rapporto ed una comprensione condivisa. Ciascun individuo è l’autore della propria storia. Ognuno vive contemporaneamente in un mondo esterno ed in un mondo interno: nel primo si è più coscienti, nel secondo si è all’oscuro. Il mondo interno inconscio determina i sentimenti e le azioni che si hanno nel mondo esterno. Tra il mondo interno e quello esterno c’è una costante interazione. Se essi sono in armonia non si verificano problemi, ma se i progetti e i desideri consci differiscono da quelli inconsci ci troviamo di fronte al conflitto e alla confusione. Il colloquio clinico che si svolge tra due persone avviene in un luogo e questo luogo ha una grande importanza nello svolgimento del colloquio stesso. Tale relazione s’inscrive all’interno di un setting con il quale mantiene un rapporto dinamico. Il compito del terapeuta è quello di cercare di essere empatico e far sentire il paziente accettato e considerato come una persona unica con problemi propri. I terapeuti che cercheranno di immergersi empaticamente nelle esperienze dei pazienti favoriranno un legame con loro basato sul tentativo di comprendere il punto di vista del paziente. Piuttosto che fare commenti rassicurativi (tipici di amici e familiari), il terapeuta dovrebbe riconoscere e condividere con il paziente la sua sofferenza. Accanto a questo dovrebbe cercare di interpretare il materiale che porta il paziente stando attento alle difese che sono in atto. Il terapeuta non è “un genitore che giudica”, ma un genitore comprensivo che cerca di guidarlo per le strade della sua mente. Un approccio psicodinamico fornisce una comprensione diagnostica estremamente attenta alle debolezze e alle forze dell’io dei pazienti, alle loro relazioni oggettuali intrapsichiche quali si manifestano nei rapporti familiari e sociali, alla loro capacità di lavoro psicologico e alle origini infantili dei loro attuali problemi. Una valutazione psicodinamica può portare il clinico a valutare interventi interpretativi e fa affiorare materiale inconscio.
Il ciuccio tra me e mio figlio

Il ciucciotto è uno strumento che spesso diventa croce e delizia in una relazione genitore figlio. Farò bene a darlo?quando è il momento di toglierlo? se lo tolgo il bimbo va in frustrazione. Queste sono solo alcune delle domande che i genitori riportano e che gli fanno sperimentare un senso di incompetenza. Premessa Leggere il proprio bambino è uno dei compiti più complessi per un genitore. I genitori spesso si pongono maggiormente sul “fare” a discapito del “sentire” la genitorialità, come relazione continua e nutriente dove imparare a so-stare. ciuccio: come inserirlo in una relazione genitore/figlio Uno dei tanti argomenti a me cari è l’uso del ciuccio, croce e delizia dei neogenitori. L’uso del ciuccio necessita di una tecnica di suzione diversa rispetto al seno, ecco perché alcuni bambini finiscono per confondersi, rendendo la suzione alla mammella inefficace e quasi sempre dolorosa.Numerosi studi evidenziano l’influenza di tale pratica sulla relazione tra genitori e figli. Il ciuccio, secondo alcuni studi, potrebbe rappresentare una barriera alla comunicazione emotiva tra bambini e adulti, influenzando negativamente la formazione del loro legame. Inoltre, potrebbe rappresentare un serio ostacolo al sereno sviluppo di un legame emotivo tra madri e figli, turbando alle basi la manifestazione di questa importante relazione.Mettere un ciuccio in bocca al nostro bambino equivale a dire “Siccome faccio fatica a comprendere i tuoi segnali di pianto, preferisco non ascoltarli”, “Non riesco a consolarti, meno male che hanno inventato il ciuccio!”.Diventa importante che i genitori si sentano competenti, molto più di un “tappo” di gomma. Ciuccio, pupazzo o copertina Spesso i piccoli ricorrono all’abitudine di tenere perennemente il ciuccio in bocca, stringere un pupazzo di pezza o la copertina di Linus per consolarsi e alleviare lo stress di ogni nuova situazione. Questi atteggiamenti compaiono intorno al primo anno d’età per poi scomparire pian piano verso i quattro anni, quando il bimbo acquisisce più sicurezza e autonomia. Non mettiamo fretta al bambino, aiutiamolo invece a fare a meno di queste abitudini nei momenti in cui ne ha meno bisogno (offrendogli un’ attività interessante, o distogliendo la sua attenzione), cerchiamo di fargli lasciare i suoi oggetti di salvataggio mentre è impegnato a giocare, sarà lui piano piano a cercarli sempre di meno. E se riesce a stare tutto il giorno senza, ricompensiamolo, non con un giocattolo, ma lodando la sua capacità. Conclusioni All’interno di una relazione genitore/figlio spesso il genitore vive sensazioni di smarrimento: quando è il momento giusto per togliere il ciuccio? In questi casi diventa importante che il bambino si senta visto nel suo bisogno e non in un’età anagrafica “giusta” per raggiungere questo risultato. Quindi, genitori, provate sempre più a stabilire una relazione solida con vostro figlio affinchè si giunga con serenità al raggiungimento di questo risultato.
Il Circe-time

Il circle-time (o “tempo del cerchio”) è una metodologia utilizzata nell’ambito della psicologia di comunità, che ha come principale riferimento teorico la psicologia umanistica. In quest’ambito la psicologia di comunità ha sviluppato una serie di strategie d’intervento nella scuola. Tra queste tecniche un posto particolare hanno avuto le metodologie per l’educazione socio-affettiva che presuppongono che nella scuola siano predisposte attività volte non solo all’educazione della sfera cognitiva della personalità, ma anche a quella sociale ed affettiva. L’idea base che sta dietro a questi programmi d’intervento è che, trasmettendo alcune conoscenze e capacità psicologiche ai ragazzi, questi siano in grado di affrontare meglio i problemi della loro vita scolastica e familiare, ed inoltre siano più capaci di capire se stessi e le proprie interazioni con gli altri. Questi riferimenti possono essere supportati e resi operativi da quelle tecniche e strumenti denominate metodologie interattive. Modalità d’intervento che potremmo definire calde, che si occupano cioè della soggettività, dell’interazione tra individui in un contesto specifico, dei processi comunicativi e psicologici, della relazione con l’ambiente. Queste modalità propongono un’azione che richiede coinvolgimento, confronto, discussione critica, focalizzando l’attenzione sulla soggettività e sul potenziamento (empowerment) personale e di gruppo. Il circle-time è un momento molto importante dell’intervento di educazione psico-emotiva, in cui i membri del gruppo si riuniscono seduti in circolo per discutere di un argomento da loro proposto. Può essere scelto come oggetto di discussione qualsiasi argomento e può ad esempio riguardare uno specifico problema del gruppo, con lo scopo di arrivare ad un risultato positivo che porti ad un miglioramento delle relazioni. Il circle-time è un valido strumento che permette ai giovani di avere “un luogo” in cui confrontarsi, sperimentare l’empatia, esprimere le proprie emozioni, imparare ad ascoltare e a rispettare i sentimenti ed i pensieri dell’altro, pur esprimendo i propri; di mediare tra più idee, rispettare i tempi dell’altro e stimolare chi ha difficoltà, a parlare dinanzi a più persone. E’ importante che la disposizione sia a cerchio per dare effettivamente l’idea di una circolarità nella comunicazione, che quindi è rivolta a tutto il gruppo e non solo al conduttore. Per essere realmente efficace non deve avere una modalità di relazione sporadica, ma è importante cercare di mantenere almeno questo spazio di pensiero una volta a settimana. Il conduttore è un modello di accettazione e sostegno che i ragazzi dovrebbero interiorizzare. Egli sollecita, senza costringere, chi non vuole parlare, sostiene chi desidera esprimere le proprie idee, vigila che tutti abbiano l’opportunità di partecipare. Il suo atteggiamento verso i ragazzi è di autenticità e di accettazione, empatia ed ascolto attivo. All’interno del gruppo ci può essere un osservatore non partecipe. La sua funzione è quella di scrivere un verbale che funge da “ memoria del gruppo” che sarà riletto la volta successiva. Accanto a questa funzione di memoria storica del gruppo, il protocollo di osservazione svolge di volta in volta, l’importante funzione di specchio delle proiezioni del gruppo stesso. L’attesa della lettura scandisce, come un rituale, il tempo d’inizio.
Il ciclo della violenza: dinamiche psicologiche e criminologiche nella violenza di genere.

di Rosalba Madeo Secondo l’ISTAT (report novembre 2024), il 31,5 % delle donne ha subito nel corso della propria vita violenza fisica o sessuale. Dobbiamo sapere che la violenza di genere non è sempre evidente in quanto si manifesta e si sviluppa attraverso complesse dinamiche psicologiche che intrappolano nell’insieme la diade coinvolta in una relazione apparentemente normale. Uno dei modelli più utilizzati per spiegare questo processo è quello del ciclo dellaviolenza di Lenore Walker che aiuta a comprendere le dinamiche relazionali e psicologiche che si instaurano in contesti di abuso e controllo. Le fasi del ciclo della violenza Il modello a tre fasi, descritto da Lenore Walker, evidenzia come la violenza si manifesti in modo ciclico:Fase della tensione: caratterizzata da un clima di irritabilità, controllo e conflittualità; la vittima cerca di placare l’aggressore.Fase dell’aggressione: esplode la violenza vera e propria, che può assumere diverseforme fisica, psicologica, sessuale, economica…Fase della luna di miele: l’aggressore si mostra pentito, chiede scusa, promette cambiamento, spesso con gesti affettuosamente eclatanti.Con il tempo, quest’ ultima fase di calma tende a scomparire e le esplosioni di violenza diventano sempre più ravvicinate. Alcuni modelli aggiungono una quarta fase: la calma apparente, in cui la tensione è sospesa, ma la vittima rimane in uno stato di allerta costante. Perché è difficile spezzare il ciclo? L’idea che basti “andarsene” è una pericolosa semplificazione poiché sono diversi i meccanismi psicologici che spiegano perché le vittime rimangano intrappolate:Trauma bonding: l’alternanza tra maltrattamenti e momenti positivi crea un legame distorto ma solido. Dissonanza cognitiva: difficile accettare che una stessa persona possa essere amorevole e violenta.Impotenza appresa: esperienze ripetute di fallimenti generano passività.Vergogna e colpa: la vittima può pensare di meritare ciò che subisce o di doverlo nascondere per vergogna.Isolamento sociale ed economico: ostacolano l’accesso ad aiuti esterni. L’aggressore: controllo, potere e manipolazione Un modello centrale nella criminologia contemporanea è quello del coercive control teorizzato da Evan Stark. Si tratta di una forma di violenza continua e pervasiva, non necessariamente fisica ma costruita attraverso svalutazione, controllo di aspetti quotidiani (finanze, relazioni sociali, abbigliamento), minacce.Questo controllo sistematico mina l’identità della vittima e può rendere invisibile la violenza all’esterno. Uscire dal ciclo è possibile Riconoscere la violenza come tale è il primo passo, accedere a reti di supporto sociale come centri antiviolenza, psicologi e servizi territoriali, permette poi di ricostruire la propria autonomia.Il ciclo della violenza non è solo un insieme di atti aggressivi, ma rappresenta una struttura psicologica e relazionale molto complessa. Conoscere e riconoscere queste dinamiche significa superare stereotipi, attuare il non giudizio e saper costruire un futuro di spazi sicuri. La violenza di genere si combatte soprattutto con l’informazione, la prevenzione ed il sostegno attivo.Numeri e servizi dedicati: il 1522 è attivo h24, gratuito e anonimo.
Il ciclo della violenza domestica secondo L.E. Walker

La violenza domestica può interessare indistintamente sia gli uomini che le donne e può essere definita come il rovinoso vortice nel quale uno dei due partner viene inghiottito in una sistematica violenza continuativa e ciclica da parte dell’altro partner. Secondo Leonor Walker esiste un circolo della violenza costituito da fasi che si ripetono nel corso delle settimane e dei mesi e degli anni. L’andamento è ciclico ed è il seguente: Fase della tensione, 2) Fase attiva degli episodi di violenza, 3) Fase della contrizione amorosa. Come tutte le relazioni anche quelle violente hanno un inizio definibile come ‘normale’ caratterizzato da momenti non connotati da violenza dove risultano predominanti momenti felici e di condivisione pacifica. La violenza si stabilisce per gradi in maniera non sempre eclatante, ma in modo subdolo, graduale e progressivo. La prima fase è quella della tensione: domina in questa fase la violenza psicologica attuata attraverso la svalutazione dell’altro, delle sue attività, delle caratteristiche caratteriali o fisiche, attraverso le richieste manipolatorie e il ricatto emotivo. La violenza non avviene ancora sul piano fisico ma ma sul piano del comportamento e del linguaggio non verbale (mimica, espressioni facciali, ridicolizzare, manipolare). In questa fase il partner comincia ad avvertire la tensione e l’escalation di richieste e si mostra solitamente accondiscendente con il conseguente rafforzamento del comportamento violento. Con il tempo i conflitti diventano sempre più frequenti e si assiste ad una vera e propria escalation della violenza. La seconda fase è quella dell’esplosione. Si può iniziare per gradi con ‘spintoni’ calci o schiaffi e pugni o lanciando oggetti fino ad usare armi arrivando all’uxoricidio o allo stupro coniugale (di solito utilizzato dall’uomo per affermare il proprio potere sulla partner). In questa fase il partner tenta di reagire o fuggire, ma è stato osservato che i tentativi di reazione divengono sempre più blandi poiché il partner violento non riesce a seguire il ragionamento e le cose possono solo peggiorare. Una volta che l’episodio di violenza si è concluso inizia l’ultima fase detta della contrizione amorosa, nella quelle inaspettatamente il partner mette in atto comportamenti di ‘riparazione e di scuse’ caratterizzati da un’alta valenza manipolatoria. Questa fase viene definita spesso anche della ‘Luna di Miele’ ed induce nella vittima uno shock ed un disorientamento che non la rendono lucida nella relazione. Spesso proprio a causa di questi comportamenti la vittima tende a giustificare l’aggressore e a difenderlo. Le speranze di un cambiamento tuttavia vengono ogni volta disilluse.
Il ciclo del riposo: come prepararci mentalmente a “staccare” davvero?

Ogni anno, in prossimità delle vacanze, molte persone esprimono un desiderio apparentemente semplice: staccare la spina. In particolare, noi psicologi necessitiamo di rigenerare le risorse cognitive ed emotive, proprio in virtù del fatto che lavoriamo in un ambito ad alta intensità relazionale. Scollegarsi dal lavoro, dai pensieri incessanti, dal ritmo pressante delle giornate. Fermarsi vuol dire, allora, rimettere a fuoco la “persona” oltre il proprio “ruolo”. Eppure, puntualmente, scopriamo che spegnere il computer non basta. Il corpo può anche essere in ferie, ma la mente… ancora no. La pausa estiva, pertanto, rappresenta una sana cesura nel ciclo terapeutico pur prevedendo un ritorno. Il paradosso della disconnessione Viviamo in una cultura che concepisce il riposo come un interruttore: on-off, lavoro o vacanza, produttività o relax. Ma la mente non funziona così. Non cambia stato per decreto. E questa illusione, pervasiva, anche tra i professionisti della salute mentale, può rendere le ferie un luogo ambiguo: desiderato e insieme disturbante. Quante volte, nei primi giorni di pausa, ci sentiamo più ansiosi, più nervosi, più “svuotati” di quanto ci aspettassimo? In chiave sistemica, potremmo dire che il nostro sistema (individuale, relazionale, professionale) ha bisogno di un tempo per riconfigurarsi. Gregory Bateson ci ricorderebbe che “la mappa non è il territorio”, ciò vuol dire che la realtà è più complessa di qualsiasi rappresentazione che ne possiamo fare: se entriamo in vacanza portandoci dietro la mappa mentale del nostro funzionamento operativo, non riusciremo ad accedere a un vero cambiamento di stato. Come psicologi, possiamo prenderci il compito, per noi e per i nostri pazienti, di trattare il riposo come parte del lavoro psichico e non come sua interruzione. Dove risiede il vero senso delle vacanze? Come professionisti della salute mentale sappiamo che riposare non è solo un bisogno fisiologico, ma un gesto di cura. È anche un atto clinico implicito. Un tempo di metabolizzazione, di integrazione silenziosa. Un momento in cui possiamo lasciare che qualcosa di nuovo maturi in noi, nel nostro modo di ascoltare, nella relazione con il lavoro e con l’altro, un processo simile alla fioritura di un tulipano. E allora, che la vacanza sia anche questo: un luogo di attraversamento, non di fuga. Una pausa che non ci allontana da noi stessi, ma ci riavvicina con delicatezza. Solo così può diventare un vero luogo di rigenerazione: non solo assenza di attività, ma presenza consapevole a sé.
Il cervello può modificarsi? Ansia e Depressione: quali aree cerebrali sono coinvolte e come possono “modificare” il cervello

di Alessia Barbato NON DEVI CONTROLLARE I TUOI PENSIERI. DEVI SOLO SMETTERE DI LASCIARTI CONTROLLARE. (Dan Millman) Da sempre si parla degli effetti dei disturbi depressivi o d’ansia sulla struttura cerebrale. Uno studio (Poul Videbech,MD and B. Ravnkilde,2015) mostra però che la Depressione è collegata ad aree del cervello, come l’ippocampo, che si riducono di dimensioni. L’ippocampo è una delle aree del cervello che è stata ampiamente studiata nei pazienti con disturbi dell’umore. Questo interesse si basa su un ampio corpus di studi neuropsicologici e di neuroimaging. L’ippocampo è coinvolto nell’apprendimento e nella memoria episodica e dichiarativa , che diventano spesso deficitarie con la depressione. Inoltre, un’ampia ricerca sui roditori e sull’uomo (Kim JJ, Diamond DM, 2002) ha dimostrato che le sue funzioni mnemoniche e la sua neuroplasticità sono altamente sensibili allo stress, cioè all’aumento dei livelli di cortisolo, che si trova in un’ampia percentuale di pazienti con DM (depressione maggiore). Tuttavia, quando la depressione è associata all’ansia un’area del cervello diventa “significativamente” più grande. Un nuovo studio (D. Espinoza Oyarce, 2020) pubblicato dai ricercatori dell’Australian National University (ANU), ha scoperto che nel tempo l’associazione tra disturbi depressivi e d’ansia ha un profondo effetto sulle aree del cervello associate alla memoria e all’elaborazione emotiva. Lo studio ha esaminato il cervello di oltre 10.000 persone per trovare gli effetti della depressione e dell’ansia sul volume del cervello. Quando, dunque, entrambi i disturbi si manifestano insieme, portano ad un aumento delle dimensioni della parte del cervello legata alle emozioni, l’amigdala. L’ansia riduce in media l’effetto della depressione sulle dimensioni del volume del cervello del 3%, nascondendo in qualche modo i vari effetti di riduzione della depressione; ciò diventerebbe ancora più rilevante più avanti nella vita perché un ippocampo più piccolo è un fattore di rischio per l’Alzheimer e potrebbe accelerare lo sviluppo della demenza. Grazie a questi studi, dunque, è possibile poter parlare di “aree cerebrali che subiscono modifiche”, ma per capirne ancora di più, soprattutto per capire le conseguenze di questi disturbi, i neuroscienziati continuano oggi ad approfondire queste interessanti ricerche. Bibliografia Kim JJ, Diamond DM, 2002 “The stressed hippocampus” Puol Videbech, MD,B. Ravnikilde “Hippocampal Volume and Depression: A Meta-Analysis of MRI Studies” 2015 Daniela Espinoza Oyarce “your brain gets bigger if you’re anxious and depressed” 2020