La tutela psicoeducativa dei minori profughi

La guerra in Ucraina, a cui stiamo assistendo, richiede una lettura a maglie larghe. Spesso i bambini e i ragazzi, che fuggono dalla guerra, arrivano in Italia privi dell’assistenza dei genitori o di chi ne fa le veci. Per questo motivo sono definiti minori stranieri non accompagnati (MSNA). In realtà, per leggere il fenomeno nella sua complessità, occorre l’ analisi dei singoli fili e degli intrecci vari. Intrecci che richiedono di spostare l’attenzione dalla politologia alla psicologia; una psicologia che tutela, dal punto di vista psicoeducativo, i minori nei contesti scolastici. L’ascolto attivo come forma di tutela psicoeducativa La tutela psicoeducativa si sostanzia anche attraverso l”ascolto attivo”, un ascolto che dà senso e significato alle parole di chi parla; dove chi ascolta, riflette e non giudica. Sono tante le scuole che predispongono percorsi di accoglienza per minori stranieri. Alcune istituzioni scolastiche prevedono sia la presenza di mediatori culturali sia di psicologi. Questo lavoro sinergico è fondamentale per la buona riuscita del progetto di tutela psicoeducativa e accoglienza. Il mediatore culturale è in grado di conoscere la cultura e la lingua del paese di provenienza del minore. Lo psicologo è,invece, la figura più adatta a rinoscere i segni e i segnali evocatori di un possibile disagio che vive il minore. Lo scopo di questa alleanza è fare in modo che i minori profughi riescano ad apprendere e a “star bene” nei contesti scolastici, garantendo il loro benessere soggettivo. Il benessere soggettivo è da intendersi come la soddisfazione di vita e l’equilibrio tra le emozioni positive e quelle negative (Diener et al., 1999). La tutela psicoeducativa dei minori profughi diventa l’obiettivo da raggiungere. Un obiettivo che richiede il rispetto per la cultura di appartenenza del minore. Ed è in questa prospettiva attenta alla tutela psicoeducativa e all’ascolto, che “abbracciamo” i minori profughi. In conclusione non dimentichiamo mai che la cosa di cui hanno più bisogno gli esseri umaniè il l desiderio sconfinato di essere ascoltati (Eugenio Borgna, psichiatra).
Connessione uomo-natura e le emozioni socio-relazionali

L’essere umano cresce e vive in un contesto specifico, nel quale la natura e l’ecosistema possono svolgere un ruolo molto importante. In questo contesto, si ipotizza che la connessione sociale e la connessione alla natura sono sostenuti dalle stesse emozioni. In particolare, le emozioni socio-relazionali sono cruciali per comprendere il processo attraverso cui l’essere umano si connette con la natura. Ad oggi, poco si sa sul processo psicologico attraverso il quale le persone riescono a connettersi alla natura. Nonostante questo, è risaputo come vi sia una relazione positiva tra l’uomo e il mondo naturale, che apporta benefici per il benessere sia dell’uomo che dell’ambiente stesso. La relazione dell’uomo con la natura viene definita come nature connectedness, che indica una connessione permanente alla natura ad un livello individuale. La connessione con la natura è un predittore del benessere dell’essere umano e del comportamento e atteggiamento di difesa e cura dell’ambiente (Capaldi et al., 2014, Mackay e Schmitt, 2019). La psicologia sociale ci insegna come le emozioni abbiano un ruolo fondamentale nel connettersi con gli altri. Allo stesso modo, Petersen, Fiske e Schubert (2019) ipotizzano come il collegamento con altri esseri umani e il collegamento con la natura sono sostenuti dagli stessi meccanismi psicologici generali, che includono processi cognitivi, emotivi e comportamentali. Sostengono come le emozioni giochino un ruolo importante nella connessione tra uomo e natura, in particolare le emozioni socio-relazionali. Le emozioni socio-relazionali (social relational emotions) sono emozioni che stabiliscono, regolano e mantengono le relazioni e sono stupore, ammirazione, gratitudine, compassione ed elevazione morale. Tutte queste emozioni sembrano in grado di aumentare il senso di connessione con gli altri e possono, quindi, essere classificate come emozioni socio-relazionali positive. Emozioni come stupore, gratitudine e compassione sono potenti determinanti dell’azione prosociale. Nel loro studio, Petersen, Fiske e Schubert (2019) sottolineano il potenziale di una specifica emozione positiva, kama muta (parola in sanscrito che indica l’essere mosso dall’amore, “being moved by love”), che può essere indicata come l’emozione socio-relazionale cruciale nella connessione. Tenere in braccio un neonato, rivedere una persona cara dopo molto tempo o ricevere inaspettatamente una grande gentilezza sono tipici esempi di momenti in cui le persone sperimentano il kama muta. La valutazione primaria coinvolta nel kama muta sta nel vivere un’improvvisa intensificazione della condivisione comunitaria. La condivisione comunitaria è il fondamento relazionale attraverso cui le persone sentono un’identità condivisa, sono motivate dall’unità, condividono le risorse secondo necessità e capacità e si impegnano ad essere una cosa sola con l’altro. Le persone possono sentire kama muta quando improvvisamente intensificano le relazioni comunitarie con un animale, una divinità o anche un’entità astratta come la terra o il cosmo. Pertanto, è probabile che kama muta svolga un ruolo importante nella connessione con la natura (Petersen et al., 2019). In questo contesto di ricerca, Lumber et al. (2017) hanno scoperto che il contatto con la natura, le emozioni, il significato, la compassione e la bellezza sono percorsi per migliorare la connessione con la natura. Un altro recente progetto di ricerca di Anderson et al. (2018) ha esaminato le emozioni e il loro ruolo di mediazione nell’esperienza della natura per il benessere. È stato osservato come le esperienze nella natura durante la vita quotidiana hanno portato ad un maggiore stupore, il che ha dimostrato come l’esperienza nella natura migliori il benessere e la soddisfazione della vita. In conclusione, comprendere le emozioni che supportano e approfondiscono un senso di connessione con la natura permetterebbe di avere una maggiore conoscenza su come migliorare il benessere dell’uomo e promuovere atteggiamenti e comportamenti favorevoli all’ambiente. Nelle esperienze di connessione con la natura, le emozioni socio-relazionali, in particolare il kama muta, sembrano essere predominanti. Bibliografia Capaldi, C. A., Dopko, R. L., and Zelenski, J. M. (2014). The relationship between nature connectedness and happiness: a meta-analysis. Front. Psychol. 5:976. doi: 10.3389/fpsyg.2014.00976 Mackay, C. M., and Schmitt, M. T. (2019). Do people who feel connected to nature do more to protect it? A meta-analysis. J. Environ. Psychol. 65:101323. doi: 10.1016/j.jenvp.2019.101323 Petersen E, Fiske AP and Schubert TW (2019) The Role of Social Relational Emotions for Human-Nature Connectedness. Front. Psychol. 10:2759. doi: 10.3389/fpsyg.2019.02759 Lumber, R., Richardson, M., and Sheffield, D. (2017). Beyond knowing nature: contact, emotion, compassion, meaning, and beauty are pathways to nature connection. PLoS One 12:e0177186. doi: 10.1371/journal.pone.0177186 Anderson, C. L., Monroy, M., and Keltner, D. (2018). Awe in nature heals: evidence from military veterans, at-risk youth, and college students. Emotion 18, 1195–1202. doi: 10.1037/emo0000442
La psicologia che cura

di Claudio Russo Il legame tra teoria e pratica Affrontare il divario tra mente e corpo è stato da lungo tempo oggetto di contatto e sovrapposizione in medicina e psicologia. In un certo qual modo, l’attuale espressione del “bisogno di salute” ritrova origine nell’evoluzione della specie, in quella interazione dell’individuo con l’ambiente e nella continua lotta per il superamento di un agente patogeno. Il bisogno di appartenenza spiega, in parte, la ricerca di risposte adeguate per le tradizionali sfide alla morbilità dell’essere umano. In accordo ad una ormai consolidata prospettiva (Hendry & Kloep, 2002), lo sviluppo e il deterioramento di struttura e funzioni comportano nuove possibilità in essere per la salute umana e richiedono un riassetto dei modelli di cura tradizionali. L’assenza di salute non è sinonimo di patologia e la presenza di segni prodromici implica la potenziale compromissione degli stati di salute dell’individuo. Nel corso degli ultimi decenni, la tutela si è contrapposta genericamente alla cura della malattia, ovvero alla sua remissione dai sintomi. In particolare, l’attuazione di programmi di promozione e prevenzione della salute hanno rinnovato quelle istanze di cambiamento che derivano per lo più dai modelli teorici di riferimento, oppure da evidenze scientifiche spesso non allineate con il bisogno individuale di assistenza. Questo non ha comportato necessariamente l’adozione di interventi finalizzati alla cura della patologia e spesso la teoria non ha accompagnato la pratica clinica. Lo psicologo clinico, in qualità di professionista sanitario, ha bisogno di ritrovare soluzioni individualizzate per la patologia mentale e fisica, alimentando il comune interesse per una comunità in salute. L’adozione di un modello di cura psicologica per l’individuo può certamente predisporre l’organizzazione di protocolli di trattamento innovativi per i disturbi mentali, le malattie neurologiche, i disturbi da uso di sostanze, le malattie non trasmissibili (Stein et al., 2019) e le nuove malattie infettive. Nel suo complesso, l’assistenza psicologica tende a declinarsi come un elemento di cura, caratterizzato dal sovrapporsi di meccanismi biologici e influenze ambientali coinvolte nell’eziopatogenesi, ovvero alla comparsa di un evento patologico o disfunzione che compromette lo stato di salute dell’individuo. La regolazione dell’arousal come elemento di salute L’American Psychological Association (APA) definisce l’arousal come “uno stato di attivazione fisiologica o reattività corticale associato a stimolazione sensoriale e attivazione del sistema reticolare”. Secondo la corrente definizione, l’arousal è “uno stato di eccitazione o dispendio di energia collegato ad un’emozione” (APA, 2020). La memoria stessa è influenzata dal concorrere di arousal emozionale e stress fisiologico. Lo stato esperienziale di un’emozione influenza il modo in cui l’individuo presta attenzione ed elabora le informazioni, coinvolgendo la memoria associata ad un evento appreso, attraverso la sperimentazione di un ricordo in un particolare stato emotivo (Lane, Ryan, Nadel, & Greenberg, 2015). Psicologia e Salute L’arousal è un elemento terapeutico di base che percorre, in maniera implicita ed esplicita, numerose tecniche e protocolli di intervento psicologico e psicoterapia. L’interazione sociale stessa è fonte di arousal. Ciascuna persona può collocarsi in un dato momento ad un dato livello di arousal. Segue che l’individuo necessita di maggiore consapevolezza e accettazione dell’arousal. In sanità, la “psicologia che cura” può contribuire ad accrescere l’esperienza delle emozioni, facilitando la regolazione del livello di arousal, l’apprendimento e la meta-cognizione dei processi di auto-regolazione, stimolando una maggiore comprensione delle distorsioni cognitive associate al pensiero disadattivo. Il principio di codifica emotiva e l’esame obiettivo di verifica del suo valore adattivo possono contribuire a rafforzare la relazione di cura dell’operatore sanitario con il paziente. Questo principio è da ritenersi valido nella più ampia prospettiva di una sua estensione ai rapporti di lavoro con altri professionisti ed operatori e all’interno dell’organizzazione sanitaria in cui si opera. La “psicologia che cura” è pertanto funzione di uno o più sintomi di espressività emotiva impliciti nella relazione con il cliente/paziente e declinabili nel proprio ambiente di vita, in un dato momento nel tempo e all’interno del setting di “cura”. L’arousal stesso è parte della relazione e gioca un ruolo chiave nella regolazione dell’interazione con l’altro. Il valore terapeutico dell’arousal nella relazione con il cliente/paziente ha implicazioni pratiche e necessità di misure urgenti per il lavoro dello psicologo clinico. Riferimenti American Psychological Association (2020). Arousal. Retrieved December 10, 2021 from https://dictionary.apa.org/arousal Hendry, L. B., & Kloep, M. (2002). Lifespan development: Resources, challenges and risks. London: Thomson Learning. Lane, R., Ryan, L., Nadel, L., & Greenberg, L. (2015). Memory reconsolidation, emotional arousal, and the process of change in psychotherapy: New insights from brain science. Behavioral and Brain Sciences, 38, E1. doi: 10.1017/S0140525X14000041 Stein, D.J., Benjet, C., Gureje, O., Lund, C., Scott, K.M., Poznyak, V., & van Ommeren, M. (2019). Integrating mental health with other non-communicable diseases, BMJ, 364, l295. doi: 10.1136/bmj.l295
I capricci dei bambini a cosa servono?

Perchè i bambini hanno necessità di fare i capricci? cosa vogliono comunicare? come si gestisce un capriccio? attraverso questo articolo risponderò a queste domande. Perché nasce un capriccio? I capricci non sono atteggiamenti immotivati, né tanto meno futili. Alla loro base, spesso è possibile individuare un bisogno implicito, che chiede a gran voce di essere visto, riconosciuto e convalidato. Con questi comportamenti il bambino sta cercando di comunicare, seppur in maniera inefficace, qualcosa che non è ancora in grado di dire a parole. Per un bambino piccolo è normale esperire degli stati di de-regolazione di fronte a forti emozioni. Non c’è provocazione, né sfida, né un intento consapevole di far star male l’altro. C’è un’emozione bloccata, un problema e il bisogno di un adulto capace di ascoltare e offrire il suo aiuto. Come si gestiscono i capricci? La precondizione sul come affrontare i capricci dei bambini in maniera consapevole e rispettosa è mantenere la calma. Il primo step dovrà essere quello di ricreare uno stato di connessione. Abbassiamoci al livello del bambino e cerchiamo il suo sguardo. Se non lo rifiuta, offriamogli anche un contenimento fisico, altrimenti limitiamoci a una presenza non invasiva. Solo quando il bambino sarà passato dall’iniziale stato reattivo a uno stato ricettivo, sarà possibile parlargli. Descriviamo allora l’accaduto nella maniera più oggettiva possibile, verbalizzando quello che ci sembra essere il suo vissuto e aiutandolo a dare un nome alle sue emozioni. ESISTONO REGOLE CHIARE IN FAMIGLIA? Molto importante è anche capire come è organizzata la vita della famiglia e quali regole ci sono. I bambini spesso cercano di mettere alla prova l’adulto, di vedere fino a che punto l’adulto resiste al loro volere, cercando di imporre la loro volontà. È un momento di crescita molto normale di affermazione di sé, quindi è fisiologico da un punto di vista psicologico. I capricci si possono ridurre se si danno spazi di autonomia al bambino, spazi di autoaffermazione. Un bambino che ha dei momenti in cui può affermare se stesso, fare delle cose autonomamente, ha meno bisogno di opporsi. La coerenza è determinante sia per i bambini che per i genitori, perché mette al riparo tutti da reazioni emotive incontrollate. Pensiamo al genitore che in un momento accetta una cosa, e in un altro momento, perché magari è stanco, non la accetta. In questo modo mette in difficoltà il bambino che non capisce più cosa può fare e cosa non può fare. Quando poi ci si trova di fronte la situazione concreta, quello che è importante dare come messaggio è che l’adulto non senta di rinunciare alla regola solo perché il bambino fa una sceneggiata, perché se passa questo messaggio, il bambino che cosa impara? Impara che di fronte a un suo desiderio, di fronte a un’opposizione dell’adulto, l’unica cosa da fare è fare una sceneggiata. È necessario avere una certa fermezza e chiarezza rispetto alle regole. Con calma, quando il bambino riuscirà a esprimersi senza urla, bisogna invitarlo a dire cosa gli dà così fastidio e, insieme, si troveranno insieme delle soluzioni. Il messaggio da dare è che di fronte a un problema, a un’opposizione ci sono delle strade, e queste strade si trovano quando si parla.
Quanto influisce la depressione genitoriale su i figli?

I figli di genitori depressi hanno la probabilità di sviluppare disturbi depressivi, o altre forme di psicopatologia, di gran lunga superiore ai figli di genitori normali. Quanto più precoce è l’esposizione del bambino alla depressione, tanto maggiore è la gravità dei sintomi, la durata del disturbo ed il numero di recidive, tanto più aumentano le conseguenze sul successivo sviluppo psicologico del bambino. Le carenze psicosociali ed affettive cui sono sottoposti i figli dei genitori depressi costituiscono un significativo veicolo della trasmissione intergenerazionale della patologia. Le madri depresse, sul piano emotivo, presentano maggiore irritabilità e un insufficiente investimento affettivo nel rapporto con il figlio, una minore capacità di riconoscere le sue manifestazioni di disagio ed un’adeguata sensibilità a rispondere ai segnali e alle richieste del bambino. Durante i primi anni di vita, queste madri tendono a stimolare meno i propri figli e ad essere poco empatiche. Il modo disfunzionale in cui le madri depresse svolgono il loro ruolo genitoriale, può essere considerato il principale predittore dello sviluppo di legami di attaccamento di tipo insicuro. Secondo Bowlby i modelli relazionali interiorizzati dal bambino nella relazione con i propri genitori, verranno a loro volta riproposti nelle sue relazioni affettivamente significative, prima fra tutte quella con i propri figli. Il costrutto di modelli operativi interni indica la capacità dell’individuo d’interiorizzare e perpetuare modelli di relazione e quindi di rappresentarli all’interno di quello che è stato definito modello relazionale della mente (Ammaniti, Stern). La presenza d’inadeguati modelli operativi interni del Sé determina l’assenza di una risposta empatica appropriata alla richiesta del bambino, portando quest’ultimo ad interiorizzare, a sua volta, modelli operativi interni del Sé inadeguati. Così, tratti inadeguati o psicopatologici delle caratteristiche di personalità dei genitori, saranno trasmessi ai figli in modo inconsapevole. Anche le caratteristiche depressive della figura paterna hanno un’influenza diretta nel processo di crescita del figlio. Se il padre, invece, è sano ed ha un buon coinvolgimento nella vita del bambino, per il figlio aumenta la possibilità di stabilire in futuro relazioni più positive visto che complessivamente le cure genitoriali migliorano. Le famiglie in cui entrambi i genitori presentano disturbi depressivi creano maggiori difficoltà evolutive nei figli ed aumentano in modo esponenziale la possibilità di familiarità al disturbo depressivo. Le disfunzionali modalità affettive, cognite e relazionali tipiche di genitori depressi, anche laddove non portino allo sviluppo nel figlio di una vera e propria patologia depressiva, possono comunque influenzare aree diverse del suo sviluppo.
Il corpo del docente 3.

Qualche nota introduttiva ad un’etica pedagogica condivisa con i corpi transgenerazionali e non solo umani. Uno dei convegni che più mi hanno coinvolto, lasciando una traccia assai significativa per successive riflessioni è stato sicuramente “Il Corpo Naturale non esiste”, organizzato dalla mia Scuola di Arteterapia, circa una decina d’anni fa. Tra gli autori che grazie a quel convegno ho cominciato a conoscere, qui ne accennerò qualcuno. Prima di tutto l’antropologo Francesco Remotti che con il suo bellissimo “Prima lezione di antropologia” fa capire con semplicità come il nostro corpo diventi, per l’appunto, proprio “il nostro corpo”, attraverso un complesso processo comunitario e per nulla spontaneo. E che per poter dire o pensare o comunque percepire il mio corpo come oggetto reale, non potrò mai fare a meno di linguaggi e culture. Poi Barbara Rogoff, antropologa e psicologa nordamericana che fin dalle prime pagine del suo “La natura culturale dello sviluppo”, chiarisce con grande semplicità i rapporti tra natura e cultura. Questo testo che dovrebbe essere sul comodino di ogni docente e di ogni terapeuta è organizzato come una sorta di rassegna sulle diversità nei processi di crescita e di formazione dei bambini nei più diversi contesti culturali del nostro pianeta. Vale a questo punto la pena di riportare direttamente qualche riga del libro della Rogoff: ”Gli esseri umani sono predisposti biologicamente a partecipare ad attività culturali e a imparare gli uni dagli altri. Grazie a strumenti quali il linguaggio e la scrittura, possiamo ricordare collettivamente eventi che non abbiamo vissuto in prima persona, partecipando in modo vicario all’esperienza degli altri, nel corso di molte generazioni.” Alle spalle di tutto questo pensiero, non è difficile intravedere peraltro il contributo di uno scienziato fondamentale Lev Semënovic Vygotskij, padre della teoria storico culturale. Quattro annotazioni, rispetto le parole della Rogoff e che in qualche modo caratterizzano anche le riflessioni attuali della nostra Scuola di Arteterapia “Poliscreativa”. La prima è che quando parliamo di strumenti culturali occorre sottolineare che anche il nostro corpo, con i suoi ritmi, la sua consistenza e persino i suoi odori e sapori è sempre, a sua volta, linguaggio. È sistema di segni, è forma di scrittura e pertanto veicolo fondamentale per la formazione e la crescita. Questo concetto, nel testo della studiosa statunitense, sia pure implicito, non è forse proclamato con la forza con la quale, oggi, è necessario farlo. Il secondo punto è che, il nostro corpo e quella sua funzione e che chiamiamo “mente”, si forma grazie all’interazione con altri corpi, quelli dei caregiver soprattutto, ma non solo. Corpi che portano in loro stessi l’esperienza di pregresse generazioni. Vuol dire che il nostro corpo-mente intrinsecamente è costituito dalla presenza dei nostri antenati e dalle loro storie complesse. Il terzo punto è che, a nostro parere, ma non solo del nostro gruppo di ricerca, parlare degli Homo sapiens sapiens come forma biologica produttrice di cultura, sottintendendo che sia l’unica ad avere tale caratteristica, forse esprime una visione limitata. Per meglio ragionare, una domanda sarebbe fondamentale. Siamo certi che, se non altro molti altri mammiferi a spiccata tendenza sociale, non abbiano anche loro qualcosa che potrebbe rientrare nella nostra definizione di “cultura”? È provato ad esempio che nel linguaggio dei mammiferi marini esistano persino dei diversi “dialetti”. Mica tutto è solo istinto geneticamente trasmesso. Quanti animali senza un adulto della loro specie che gli insegni ad esempio, adeguate tecniche di caccia, sarebbero in grado di sopravvivere? E qui veniamo al quarto punto, visto che stiamo parlando di attività formative. Occorre riflettere con maggiore attenzione sul ruolo che il corpo di altri esseri viventi, diversi dalla nostra specie, ha sicuramente avuto in passato e dovrebbero continuare ad avere nella formazione, nell’armonico sviluppo dei nostri bambini e persino di ognuno di noi. Pensiamo all’efficacissimo effetto pedagogico che, in un contesto contadino, aveva l’inevitabile assistere per un bambino all’accoppiamento tra animali. Come anche alla loro nascita e alla loro morte. A tutto l’immaginario che poteva e può attivare il vedere una pianta crescere giorno per giorno o il semplice gesto di toccare un albero secolare. Il concetto di “Natura Pedagogica” è infatti una delle nostre aree di ricerca. Alla prossima.
Chiedere aiuto: una piccola formidabile azione umana

La civiltà umana inizia con un’azione: quella di aiutarsi nelle difficoltà. Aiutare e farsi aiutare è ciò che consente la formazione e il mantenimento delle organizzazioni sociali, dal più piccolo al più grande nucleo di convivenza, ed è la condizione per creare appartenenza e produrre cultura. Una volta una studentessa chiese all’antropologa Margaret Mead quale considerasse il primo segno di civiltà in una cultura, aspettandosi che parlasse di vasi di terracotta, strumenti per la caccia o manufatti religiosi. Margaret Mead rispose che la prima prova di civiltà era un osso femorale fratturato di 15.000 anni fa, trovato in un sito archeologico. Un femore rotto e guarito: questa era la prova che un’altra persona si era presa del tempo per stare con il ferito, per fasciarlo, portarlo in salvo e curarlo durante il recupero. Un femore guarito indicava che qualcuno aveva aiutato un suo simile umano, piuttosto che abbandonarlo per salvare la propria vita. Aiutare gli altri ci aiuta: a sentirci utili, capaci, competenti. E ovviamente, in un mondo ideale, dove non ci fossero accesso difficile alle risorse, scarsità di cibo e acqua, paura, guerre, prevaricazioni, e tutto ciò che impedisce una convivenza pacifica tra gli esseri umani, chiedere e offrire aiuto sarebbe la più semplice e naturale delle azioni. Ma nel nostro mondo imperfetto, quando si tratta di chiedere supporto, guida, consiglio o aiuto agli altri, spesso sentiamo che questa semplice azione può metterci in pericolo e che ci farà apparire deboli o vulnerabili. Le persone che hanno sperimentato situazioni familiari e sociali poco supportive spesso provano sentimenti negativi rispetto al ricevere aiuto e gli altri tendono a non offrire alcun supporto a persone con queste caratteristiche, perché avvertono il loro rifiuto a priori. Chi non ha potuto contare su nessuno per aiuto o supporto si sente più a suo agio, più in condizione di controllo, se può fare tutto da solo. E se si comporta come se non avesse bisogno o non volesse alcun aiuto, di conseguenza non otterrà alcun aiuto. Oltre a privare sé stesso di tutti i benefici di avere persone che possano contribuire alla sua vita, priverà gli altri della gioia di aiutare. Provate a fare una rapida riflessione: cosa significa questo per voi? Come vi sentite all’idea che altri vi forniscano guida o assistenza? Le risposte individuali variano ovviamente in base alle esperienze di vita e si posizionano su un continuum che spazia dal rifiuto totale di aiuto alla ricerca continua di aiuto. È evidente che entrambi gli estremi sono disfunzionali. Una posizione intermedia, in cui sia presente sia la capacità di dare sia quella di chiedere aiuto, è il migliore segno di competenza relazionale. Qui, nello spazio di un breve articolo, ci concentriamo su situazioni meno estreme e con premesse meno difficili di quelle di chi non ha mai ricevuto supporto e consideriamo l’opportunità di cambiare leggermente le posizioni individuali sull’argomento; per ottenere un beneficio sperimentabile e a portata di mano. Perché gli esseri umani sono predisposti all’aiuto e si sentono più vivi quando supportano gli altri. E occorre conoscenza di sé per riconoscere che si ha bisogno di aiuto e avere sufficiente fiducia per chiederlo. Chiedere supporto è un segno di forza. È una dichiarazione di umanità. E come tale va considerata. Le persone più sicure e di successo che incontriamo nella vita sono quelle capaci di coinvolgere gli altri per supporto, guida e consigli. Sono i primi a riconoscere che non sarebbero mai potuti arrivare dove sono senza mentori, consulenti o collaboratori. Il modo migliore per legare con una persona è chiedere un piccolo favore. È un modo di far sentire l’altro apprezzato, considerato e degno di fiducia. Chiedere a qualcuno di essere supportarti, guidati, consigliati, aiutati o istruiti può davvero portare un cambiamento significativo in una relazione. E se anche ci rispondessero di no, avremmo già modificato il nostro rapporto con l’altro: mostrargli, senza paura, di avere bisogno di lui ci rende infatti più contattabili a livello profondo. E questo, nel tempo, non modifica solo il nostro atteggiamento. Ma anche quello degli altri nei nostri confronti.
Cronaca di una guerra virale sui social: gli effetti sui giovani

Cronaca di una guerra virale sui social, alla portata dei giovani spettatori. La Guerra del nuovo millennio si combatte anche sui social. Tra fake news, sovraesposizione mediatica e infodemia (quantità eccessiva di informazioni presenti sul web), i nostri giovani sono sopraffatti e disorientati. Ogni giorno i social media sono bombardati di informazioni, immagini e video cruenti della guerra tra Russia e Ucraina. Qualunque dettaglio, fotogramma e cruda denuncia attraversa e trafigge il mondo del web, lasciando inermi, confusi e spaventati i giovani spettatori. In questa battaglia i social costituiscono un’arma e una potente risorsa per sfuggire alla censura e portare la propria testimonianza. Tuttavia le notizie arrivano in maniera convulsa e repentina, priva di filtro e diventa difficile distinguere la realtà dalla finzione. La crudeltà della guerra si scaglia con violenza dinanzi agli occhi di ragazzini che non sono pronti ad accettare e a elaborare un tale orrore. I personaggi politici, oggetto di meme e vignette ironiche assumono un’immagine grottesca e irreale. I contorni della realtà si sfocano fino a prendere le sembianze di una fiction, qualcosa che è impossibile stia realmente accadendo. Per giovani e giovanissimi diventa quasi impossibile comprendere lo scenario attuale in mancanza di un bagaglio culturale adeguato. La storia e gli equilibri geopolitici internazionali sono fondamentali per avere uno sguardo critico su ciò che sta accadendo al mondo.Al tempo stesso sono sprovvisti delle strategie di coping necessarie per elaborare, interpretare e gestire l’ansia e la paura che derivano dalla fruizione di questi contenuti. Il rischio è anche quello di “normalizzare” le immagini della guerra, che si susseguono indifferentemente a video di gattini o influencer sullo smartphone. Un alternarsi costante di stimoli visivi che conduce i ragazzi ad un’alternanza delle emozioni più disparate e difficili da gestire: rabbia, angoscia, paura. In questo caso l’educazione nozionistica deve andare di pari passo con quella emozionale.Ai nostri giovani occorre spiegare ciò che accade da un punto di vista storico e di cronaca, ma non solo. É importante che gli vengano trasmesse le capacità e le risorse emotive necessarie per far fronte ad un momento così delicato.
Generazione dopo generazione: conflitti ed evoluzione

Il passaggio da una generazione alla successiva è un percorso naturale che si sussegue nel tempo. Esso è, dunque, un processo antico in cui c’è un desiderio di svincolo dal passato per vivere meglio il presente e proiettarsi al futuro. La discrepanza generazionale rende questo passaggio conflittuale, in cui ciascuna generazione non si rispecchia nell’altra. Negli ultimi anni il conflitto tra le generazioni è molto più marcato rispetto ai secoli scorsi. La motivazione fondamentale è che lo sviluppo repentino della tecnologia, insieme alla globalizzazione, ha reso, in effetti, le generazioni molto differenti tra di loro. Innanzitutto, è cambiata la comunicazione: prima i genitori erano molto distanti dai loro figli, mentre, oggi, fortunatamente, si comunica e si parla in modo diretto e schietto di qualsiasi argomento. Non esistono più tabù familiari, ma tutto è più immediato e fluido. Oggi si parla molto di Boomers, Millennials e Zoomers, per indicare le tre generazioni differenti dal dopoguerra ad oggi. Tali definizioni si sono diffuse rapidamente attraverso i social network e identificano rispettivamente gli anziani, gli adulti e i giovani. La critica storica mossa dai giovani è certamente quella di essere ormai antiquati dal punto di vista. Gli anziani non sono inclini ai cambiamenti e al progresso. Inoltre, la loro generazione è molto vincolata ancora ai pregiudizi e alle discriminazioni.A questa accusa, si associa anche quella di aver abusato del pianeta, al punto di aver consegnato ai loro figli e nipoti un ambiente malato. Ci troviamo di fronte, quindi, ad una situazione conflittuale molto accesa. Non c’è soltanto la recriminazione di un ancoraggio al passato, ma i giovani si sentono depauperati del loro futuro. Da un lato troviamo i modelli genitoriali che vengono criticati per pecche e mancanze, ma dall’altro c’è la responsabilità di trovare il proprio posto nel mondo senza creare danni.
Superficie o abisso? La flessibilità cognitiva

di Jonathan Santi Pace La Pegna Quando il Titanic stava per affondare (14 Apr. 1912), Benjamin Guggenheim, figlio di un magnate minerario con una poderosa fortuna finanziaria, accompagnato da servitù e assistente personale, rifiutò il giubbotto di salvataggio, indossò uno smoking bianco e disse: <<Abbiamo indossato i nostri abiti migliori e siamo pronti ad annegare da gentiluomini>>. Benjamin probabilmente non era disposto a svestire i panni di cui fino a quel momento si era sempre rivestito in società, la quale lo avrebbe visto accomodarsi in una barchetta di salvataggio e qualificato come un povero naufrago in balia delle onde del mare gelido. Egli affondò insieme al transatlantico, seduto comodamente su un divanetto, sorseggiando brandy e fumando sigari. Quanto le convinzioni profondamente radicate nel modo di vivere e di rappresentarsi di un individuo, possono determinare una rigidità mentale tale da risultare fatale in tanti ambiti della vita? Per principi spesso si sopravvive e in virtù degli stessi a volte si è disposti a fare tante sofferte rinunce, forse anche a soccombere pur di non abbandonarli. È vero, può essere duro ritornare sui propri passi, modificare abitudini, stili di vita e di pensiero che si susseguono da moltissimo tempo, così come può risultare difficile accettare che qualcosa sia cambiato facendo i conti con sé stessi. La flessibilità mentale è una delle potenzialità più sorprendenti della mente umana; all’estremo opposto, la sua cristallizzazione in forme estremamente rigide di pensiero, può costituirne uno dei limiti più catastrofici. A tal proposito il concetto di flessibilità cognitiva è un elemento molto importante in psicologia, fattore protettivo nelle varie fasi evolutive che ogni individuo si troverà ad attraversare ed elemento catalizzante di cambiamento di fronte ad eventuali momenti critici, normativi e paranormativi. In contrapposizione alla psicorigidità, la flessibilità cognitiva consiste nella capacità di adattarsi all’ambiente, alle nuove circostanze e ai cambiamenti che da esso derivano, consentendo di porsi in una condizione di tolleranza alla frustrazione, di impiego di nuove risorse e di modificazione delle strategie di adattamento necessarie per far fronte a nuove sfide e difficoltà.