Maestra Camilla, posso abbracciarti?

di Camilla Niccolai “Maestra Camilla, posso abbracciarti?” Questa mattina una domanda così semplice, spontanea ed innocente mi ha fatto riflettere. Vengo chiamata per fare supplenza in una IV elementare e trovo una realtà scolastica decisamente modificata. Non parlo della disposizione dei banchi (ben distanziati – “allungate il braccio e controlliamo che non vi tocchiate”), della presenza delle mascherine (così grandi da coprire gli occhi e rendere difficoltoso il dialogo), del continuo e necessario ricambio d’aria (finestre costantemente aperte con 2 gradi all’esterno). Sì, sono sicuramente passati un po’ di anni dall’ultima volta in cui mi sono ritrovata tra i banchi di scuola ma le misure di contenimento del contagio, l’imposizione di un certo distanziamento e la forzata mancanza di contatto fisico hanno prodotto un ben più drammatico cambiamento. Ai bambini sono stati tolti il gioco, la socialità, il volto dei compagni e delle maestre… è stata tolta la Scuola come agente di socializzazione primaria. Tutto è diventato più asettico e freddo, i corpi sono ormai costretti alla distanza e gli abbracci definitivamente banditi. Paradossalmente, i gesti ritenuti prima “normali” (e la cui dimenticanza veniva spesso interpretata come “maleducazione”), adesso vengono percepiti come “strani”, lasciandoci spiazzati. In alcune situazioni si scatena dentro di noi una vera e propria sensazione di allarme e di pericolo, quasi come se dovessimo cercare di proteggerci. Ma proteggerci da chi? Da che cosa? Da un nemico invisibile che ci fa sentire costantemente impotenti e fragili. E la cosa peggiore è che tutti questi vissuti sono ormai parte del nostro agire quotidiano, impressi nelle nostre menti, finendo con l’influenzare la nostra salute mentale, psicologica ed emotiva.   Come può, quindi, la semplice domanda “Maestra Camilla, posso abbracciarti?” non scuotere e preoccupare? Sono cresciuta con la convinzione che poter abbracciare, stringere e baciare una persona, o ancora starle vicino manifestando i propri sentimenti, fosse la vera libertà e una chiave di crescita fondamentale. Purtroppo, i bambini di oggi ricevono quotidianamente il messaggio opposto, ovvero che stare vicini è pericoloso e che è necessario controllare il proprio istinto di vicinanza, sia fisica che emotiva. Alla fine di questa riflessione mi sono, quindi, chiesta cosa poter fare nel mio piccolo, partendo dal mio agire quotidiano. E ho deciso di spronare i bambini con cui mi interfaccio ad esprimere il più possibile i propri sentimenti e le proprie sensazioni – magari parlando, cantando o disegnando. Ho deciso di consigliare agli adulti di organizzare giochi di contatto o attività nelle quali vengano espresse vicinanza ed affettività (almeno in famiglia, con persone conosciute e di cui è certa la non positività al virus). Infine, ho deciso di consigliare ai genitori di abbracciare i propri figli, ricordando loro quanto un abbraccio possa far sentire amati, accolti e al sicuro.

“Non c’è più niente da fare…”

di Fausta Nasti Il lavoro dello psicologo nelle cure palliative Molto spesso è con queste parole che si arriva in Hospice, sentendosi dire che si può essere supportati con un po’ di terapia del dolore, perché a casa la situazione sarebbe ingestibile. Il fine vita, la terapia del dolore, le cure palliative, la morte sono ancora dei grandi tabù… È comune pensare che parlare di certi argomenti sia traumatizzante, credenza erronea e disconfermata dalla letturatura scientifica, che al contrario dimostra che confrontarsi con il paziente e con il suo caregiver sulla prognosi infausta permette una migliore gestione dei sintomi e una migliore compliance con la struttura e il personale. La capacità di stare con il paziente in questa fase del ciclo di vita è molto utile, anche più del fare, nel senso che restituisce alla persona e alla sua famiglia il senso di non essere stati “abbandonati”, la possibilità di vivere partecipando al processo di cura. L’equipe multidisciplinare lavora con la persona e i suoi familiari facendo in modo che ognuno possa “tornare al suo posto”, o meglio permette al caregiver di poter tornare ad essere madre, marito, moglie, padre, figlio, nonno, nel processo di cura, così da poter sperimentare il proprio stato emotivo in un contesto come l’Hospice, dove lo psicologo può offrire la possibilità di essere autentici rispetto al dolore e al senso di perdita che si sta sperimentando. Non amo particolarmente le classifiche, ma se si pensa che nel rapporto pubblicato dall’Economist Intelligence Unit l’Italia è al 24mo posto tra le 40 nazioni per “qualità della morte” significa che c’è ancora molto da lavorare per favorire una cultura della comunicazione. “C’è molta vita in un Hospice” A differenza di quanto si possa pensare, perché ognuno può permettersi di non avere “sospesi” nel bene e nel male, si può chiedere scusa con più facilità, come si faceva da bambini, ci si può abbracciare, si può ancora sognare, si può addirittura prendersi il lusso di fare spazio con chi hai sempre tollerato malvolentieri. Nel fine vita ognuno saluta i propri affetti come meglio crede, a volte con abbracci e stringendo la mano, come se quella mano riuscisse a donare e trattenere ancora un po’ di vita, a volte ci si lascia attraversare dal rumore del “tamburello” di un bambino di 8 anni che chiede alla mamma di tornare a casa, e una mamma che trattiene le sue ultime energie per rassicurarlo ancora una volta. Altre volte, invece ci si saluta con rabbia per non aver vissuto quel potenziale così distante dalla realtà… insomma, la morte è complessa esattamente come la vita e vale la pena di prendersi un po’ di tempo e di spazio con questi temi, per ripensare al mondo delle relazioni tra vivi e tra vivi e morti, ricercando un nuovo equilibrio tra ciò che è stato e ciò che è oggi.

LA GESTIONE DEL CONFLITTO

La gestione del conflitto

Nella nostra cultura, il termine conflitto richiama significati negativi perché associato a scontri, guerre e violenza. In realtà, una buona gestione del conflitto apre a grandi opportunità. Il conflitto viene definito come lo stato di tensione che una persona ha nel momento in cui riscontra bisogni, desideri, impulsi e motivazioni contrastanti. Un conflitto può nascere in qualsiasi ambito della vita quotidiana. All’interno di questo articolo si parlerà del conflitto all’interno di un processo organizzativo.  In ambito organizzativo, il conflitto è una situazione dove le persone percepiscono incompatibilità di pensiero o comportamento nel raggiungimento degli obiettivi. Esistono tre diversi tipi di conflitto: Diadico: è il tipico conflitto che avviene tra due individui appartenenti a gruppi di lavoro diversi o allo stesso  Intragruppo: all’interno dello stesso gruppo Intergruppo: tra più gruppi Esistono diverse modalità di gestione del conflitto, che vengono spiegate tramite metafore di animali. Le tartarughe sono solite ritirarsi nel loro guscio per evitare i conflitti. Le persone che adottano questo stile trascurano i loro interessi personali e le relazioni e credono che sia meglio ritirarsi fisicamente e psicologicamente dalle situazioni conflittuali. Solitamente sono persone che sono spaventate dal conflitto e dalla sua possibile degenerazione e non hanno fiducia nel fatto che si possa trovare una soluzione condivisa. Potrebbe essere utile quando le persone sono troppo coinvolte emotivamente. Gli squali cercano di vincere costringendo i rivali ad adottare la loro soluzione al conflitto.  Per queste persone gli interessi personali sono più importanti rispetto alle relazioni. Non hanno bisogno degli altri e cercano di vincere attaccando e intimorendo. Il conflitto, dunque, si risolve quando una persona ha il sopravvento sull’altra. Potrebbe essere utile quando è necessario prendere una decisione in tempi brevi e in una situazione di emergenza. Per l’orsacchiotto le relazioni interpersonali hanno molta più importanza dei propri interessi.  Queste persone vogliono farsi accettare e amare dagli altri e pensano che i conflitti debbano essere evitati. Per questo motivo sono disposti a mettere da parte le loro aspirazioni per preservare le relazioni. Potrebbe essere utile nei casi in cui i temi del conflitto non sono così rilevanti da meritare una discussione aperta che potrebbe ingigantire la questione e compromettere le relazioni. Le volpi solitamente cercano il compromesso e sono disposte a mettere da parte qualche loro interesse.  In particolare, cercano delle soluzioni in cui ogni parte guadagni qualcosa e si tengono sempre nel mezzo di due posizioni estreme. È il primo passo verso la collaborazione, anche se rimane ancorato a un piano più reazionale e legato al raggiungimento degli obiettivi. È efficace quando si deve raggiungere uno scopo comune e ognuno accetta di perdere qualcosa per arrivare all’obiettivo. I gufi affrontano i conflitti come problemi da risolvere e cercano di raggiungere delle soluzioni che vadano bene per tutti.  Valorizzano al massimo sia i propri interessi sia le relazioni. Si entra nella dinamica win-win e permette di raggiungere dei risultati duraturi perchè profondamente discussi e condivisi. Questa modalità, però, richiede molto tempo, una buona capacità di comunicazione e di conoscenza di sé stessi.  Ognuno degli stili di gestione del conflitto ha i suoi vantaggi e svantaggi. Dunque, non si può definire una modalità più corretta di un’altra. È fondamentale saper scegliere quale adottare in base al contesto e al momento. In sintesi, il conflitto non va mai evitato, ma deve essere aggirato, gestito e trasformato in risorsa in modo che possa diventare un momento costruttivo e di confronto. BIBLIOGRAFIA Fragomeni, T. (2011). I professionisti e la gestione dei conflitti. Un metodo innovativo per integrare competenze tecniche relazionali, risolvere conflitti e concludere negoziazioni. Milano: Franco Angeli

Il Genogramma Familiare

Il genogramma familiare è uno speciale albero genealogico che oltre a rappresentare graficamente le relazioni di parentela tra i componenti di una famiglia su almeno tre generazioni, viene completato con la narrazione che il paziente fa delle relazioni tra i soggetti rappresentati. Il genogramma ci aiuta a ricostruire l’evoluzione storica della famiglia nel tempo, connettendo tra loro gli eventi significativi. Lo studio del genogramma mette in primo piano la ciclicità con cui i modelli familiari si trasmettono nel tempo.  Infatti, ogni membro della famiglia tende a ripetere gli stessi comportamenti appresi nella propria famiglia d’origine, i quali, se non vengono messi in discussione e modificati, tendono ad intensificarsi nelle successive generazioni. Il fondatore del genogramma è Murray Bowen, psichiatra e psicanalista americano che negli anni 70 iniziò ad applicare “la teoria dei sistemi” alle famiglie. Egli riuscì a spiegare alcuni importanti sintomi che osservava nei suoi pazienti ed iniziò a strutturare la teoria della trasmissione trigenerazionale dei modelli familiari e del triangolo familiare. Per le sue originali teorizzazioni e per la loro applicazione, Bowen venne considerato uno dei fondatori della psicoterapia familiare, come egli stesso iniziò a definirla, e del modello sistemico-relazionale. Fu colui che formulò ed ideò per primo il concetto di genogramma e ne fece un fondamento del suo modello di intervento sulle famiglie. Le sue teorizzazioni diedero vita al modello sistemico-relazionale in cui la famiglia iniziò ad essere considerata come un sistema complesso ed interdipendente in cui ciascun componente svolge la sua azione per mantenere in equilibrio il sistema.  I componenti della famiglia interagiscono tra loro e con l’ambiente esterno in un equilibrio che è sempre variabile ed in evoluzione. All’interno di ciascuna famiglia ogni individuo ha una specifica funzione ed un ruolo che lo caratterizza. Il genogramma può aiutare a riappropriarsi del proprio passato, soprattutto quando questo viene vissuto come debolezza, come qualcosa da cancellare o nascondere. Attraverso una nuova comprensione di ciò che è stato ereditato, è possibile riscrivere la propria storia individuale che necessariamente è connessa a quella di altri individui.  Così, gettando una nuova luce sul passato, il genogramma diventa strumento per vivere in modo nuovo le relazioni presenti e avere una chiave di lettura per le situazioni che si incontreranno nel futuro. Il genogramma è uno strumento fondamentale per il terapeuta sistemico relazionale ed è utilizzato sia all’interno del percorso terapeutico, per strutturare le informazioni raccolte, quindi formulare ipotesi sull’origine del disagio e pianificare il percorso di trattamento, sia all’interno del percorso di formazione del terapeuta come strumento di elaborazione della propria esperienza familiare, in questo caso il lavoro di co-costruzione della storia personale dell’allievo avviene grazie alla partecipazione attiva e supportiva del gruppo di formazione e del didatta.

Dal trauma alla crescita: il costrutto di crescita post-traumatica

Gli eventi traumatici sono estremamente disfunzionali per gli esseri umani, i quali spesso non possono continuare a vivere attraverso il loro precedente stile di vita e devono ricostruire e riorganizzare la loro esistenza. In questo contesto, molte persone dichiarano di essere cresciute psicologicamente dopo aver affrontato eventi traumatici: per esempio, considerano la loro vita in maniera più significativa e la apprezzano maggiormente, si avvicinano ai loro amici e alla loro famiglia e ottengono una maggiore soddisfazione dalla loro fede religiosa. Questi effetti positivi conseguenti a eventi traumatici sono chiamati “Crescita post-traumatica” (Post-traumatic Growth o PTG). Che cos’è la Crescita post-traumatica? Tedeschi e Calhoun (2004)[1] definiscono la crescita post-traumatica come la tendenza, in seguito a un trauma, a riportare cambiamenti in positivo, un significativo cambiamento benefico nella vita cognitiva ed emotiva che può avere anche implicazioni comportamentali. La crescita post-traumatica è quindi un tipo di cambiamento positivo che gli individui possono sperimentare a causa di eventi di vita estremamente impegnativi. La PTG è una trasformazione qualitativa del funzionamento individuale che implica un movimento che va al di là del semplice riadattamento al livello pre-traumatico di funzionamento. Il modello di crescita post-traumatica postula la crescita personale come risultato dell’elaborazione cognitivo-emotivo delle sfide innescate da un evento stressante. Tali sfide includono risposte al disagio emotivo legato al trauma, alle minacce all’idea di base su di sé e sul mondo, e all’interruzione della continuità della storia o narrativa della propria vita. Tali sfide sono influenzate dalle qualità dell’esperienza pre-traumatica dell’individuo e dalle caratteristiche degli eventi stressanti. L’impegno cognitivo relativo ad esse include una “ruminazione” automatica e deliberata, che può comportare la discussione degli eventi e delle sensazioni correlate al trauma[2]. La PTG è un’importante fonte di guadagno di risorse dopo un evento traumatico. Tale crescita è testimonianza di uno sviluppo della personalità e del benessere psicologico del soggetto stesso. Modello teorico della Crescita post-traumatica Tedeschi e Calhoun (2004)[1] hanno utilizzato il termine ruminazione (rumination) per indicare il processo cognitivo-emotivo che porta alla crescita dopo aver lottato con un evento traumatico e i cambiamenti negativi che ha provocato. Essi affermano che il processo cognitivo costruttivo (costructive cognitive process) è un’esperienza intrapersonale all’interno di un contesto interpersonale in risposta a uno specifico evento stressante. Aspetti sia socioculturali distali (macro), come valori, temi, narrazioni e modi di costruire il mondo nella società, che prossimali (micro) dell’ambiente, come famiglia, amici e tutto ciò che costituisce il proprio gruppo di riferimento primario, forniscono il contesto per la ruminazione individuale sulle esperienze legate al trauma e allo sviluppo della crescita post-traumatica. Il grado in cui un individuo è impegnato nella ruminazione costruttiva e riporta, di conseguenza, la crescita post-traumatica è in funzione di: 1 – Caratteristiche degli eventi stressanti, come le percezioni soggettive del livello di minaccia e il disagio emotivo che si accompagna ad essi; il fattore stressante deve essere di una portata tanto ampia da scuotere o oscurare la propria visione di sé e del mondo e innescare, di conseguenza, il processo cognitivo costruttivo che produce la crescita post-traumatica. 2 – Caratteristiche individuali come età evolutiva, genere e tratti di personalità come ottimismo, estroversione e uno stile cognitivo aperto, inclusa la volontà di mettere in discussione le credenze religiose e spirituali; queste sono le caratteristiche che predispongono a impegnarsi in un processo cognitivo costruttivo. 3 – Influenze ambientali, come il livello di supporto emotivo all’interno della rete sociale, l’opportunità di riflettere sul trauma e l’interazione con persone che hanno subìto un trauma simile e hanno raggiunto una crescita in seguito a tale esperienza. L’ambiente può aumentare la probabilità di una crescita post-traumatica riducendo il disagio emotivo, impedendo all’individuo di essere sopraffatto dal trauma e permettendogli di sostenere l’impegno cognitivo riguardante il trauma. Il concetto di crescita post-traumatica ha ricevuto un ampio supporto a livello empirico. Molte persone colpite da traumi che lottano per ricostruire le loro vite, sostengono di essere cresciuti in conseguenza a tali eventi: molti hanno raggiunto livelli maggiori di adattamento, di funzionamento psicologico, di consapevolezza della vita e di connessione spirituale. Aldwin et al. (1996)[3] hanno scoperto che circa l’80% dei sopravvissuti al trauma percepisce almeno alcuni risultati positivi in seguito alla loro esperienza. PTG e PTSD Alcuni studi hanno tentano di trovare una relazione tra crescita post-traumatica e sintomi relativi al disturbo post-traumatico da stress. Nella maggior parte dei lavori sulla PTG, tale costrutto è concepito come un risultato separato e indipendente dai punteggi dei sintomi del PTSD.   Crescita post-traumatica e resilienza Va sottolineato, inoltre, come la crescita post-traumatica non sia la stessa cosa della resilienza. Quest’ultima è la capacità di continuare a vivere una vita con uno scopo anche dopo le difficoltà e le avversità. Nella crescita post-traumatica, l’individuo non solo sopravvive o affronta le difficoltà, ma sperimenta anche cambiamenti considerati importanti che vanno oltre la condizione precedente il trauma. La PTG non è semplicemente un ritorno alla “baseline” precedente; piuttosto, è un’esperienza di miglioramento profondamente significativa[1]. Conclusione Gli studi sulla PTG sono importanti per diverse ragioni: innanzitutto, esistono prove che mostrano cambiamenti significativi nella vita delle persone che affrontano eventi traumatici; in secondo luogo, concentrarsi solo sugli aspetti negativi del trauma può portare a una comprensione parziale delle reazioni post-traumatiche, in quanto per una comprensione completa delle reazioni al trauma dovrebbero essere considerati sia i cambiamenti positivi che quelli negativi; infine, i cambiamenti positivi possono essere usati come basi per ulteriori lavori terapeutici, fornendo speranza che il trauma possa essere superato. Bibliografia [1] Tedeschi, R. G., & Calhoun, L. G. (2004). Posttraumatic growth: Conceptual foundations and empirical evidence. Psychological Inquiry, 15, 1–18. [2] Calhoun, L. G., & Tedeschi, R. G. (Eds.). (2006). Handbook of posttraumatic growth. [3] Aldwin, C. M., Sutton, K., & Lachman, M. (1996). The development of coping resources in adulthood. Journal of Personality, 64, 91-113.

STUPRI DI GUERRA: QUANDO SONO I CORPI AD ESSERE INVASI E CONQUISTATI

di Carola Battistelli La guerra in Ucraina sta provocando conseguenze drammatiche a livello umanitario. Si contano oltre 3 milioni e mezzo di profughi in fuga dal paese e i numeri sono destinati ad aumentare vertiginosamente con la prosecuzione del conflitto.Tra gli orrori commessi in tempo di guerra, c’è la pratica di stuprare o rapire donne e bambine per sfruttarle sessualmente. Parliamo di una pratica, di atti prevaricanti e de-umanizzanti che vengono sferrati ai danni della popolazione femminile e, simbolicamente, dell’intera nazione.Lo stupro è un atto di violenza carnale fondato su una sostanziale asimmetria di potere, che vede la donna in una posizione di subordinazione e sottomissione di fronte alla volontà dell’uomo. Si tratta di una delle forme di violenza più estreme, della punta di un Iceberg che si regge su una base sommersa, non immediatamente visibile e che contribuisce al prosperare degli stereotipi di genere. Parliamo, pertanto, della violenza di genere come un fenomeno strutturale e sistemico, che si origina dalla diseguaglianza negli aspetti più impliciti e quotidiani (pubblicità e linguaggio sessista, invisibilità, annullamento etc.) fino ad arrivare a manifestazioni emergenti più esplicite (aggressioni fisiche, stupri, omicidi etc.).Quando lo stupro avviene durante una guerra assume delle caratteristiche particolari che meritano ulteriori riflessioni. Innanzitutto, è bene esplicitare che si tratta di una violenza che offusca ogni faziosità, trattandosi di una violazione dei diritti umani che avviene trasversalmente a prescindere dal fronte in cui si combatte. È, inoltre, un atto violento che ha caratterizzato ogni conflitto storico conosciuto, a conferma della radicalizzazione della problematica. Vi sono testimonianze raccapriccianti risalenti alla seconda guerra mondiale, al conflitto tra Bangladesh e Pakistan, ai movimenti di resistenza delle donne curde, al conflitto interno guatemalteco, alla repressione subita ai danni delle donne afghane, alla guerra in ex-Jugoslavia, al genocidio ruandese… L’elenco potrebbe continuare a lungo.In quest’ottica, la guerra avrebbe portato alla luce, in forma assoluta ed estrema, lo schema relazionale diseguale tra uomini e donne, modelli asimmetrici già presenti nella società esacerbati dalla brutalità del conflitto e dal diffuso meccanismo del disimpegno morale messo in atto dai combattenti.Per anni lo stupro in guerra è stato considerato un atto deviante del singolo, un’infausta conseguenza dell’astinenza prolungata degli uomini al fronte, interpretazioni che hanno contribuito a ridurre la soggettività della donna a un mero oggetto di gratificazione sessuale in balia dei bisogni biologici dell’uomo. Ad oggi, lo stupro è considerato un’arma di guerra usata per colpire il corpo femminile, che diventa un campo di battaglia (Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018). Lo stupro è un attacco violento alla dignità della persona volto a minarne l’autodeterminazione e il senso di prevedibilità della vita, è un’esperienza soverchiante in cui ci si sente impotenti, senza alcun controllo sul proprio corpo.Parliamo di un corpo invaso, di un’intimità lacerata. Il corpo delle donne diviene simbolo della nazione, territorio che gli uomini sono chiamati a proteggere, pena la perdita del loro onore. Se il nemico passa il confine, invade irreversibilmente un “territorio corporeo” evidenziandone la vulnerabilità, lo conquista come fosse una sua proprietà naturale, lasciando la soggettività che vi abita in balia di un’imprevedibilità traumatica. Lo stupro, così, colpisce la donna e, in misura differente, anche l’uomo, incapace di aver tutelato i “propri” confini e di proteggere lei, donna-nazione, disonorando il suo stesso territorio: una logica patriarcale che calpesta la soggettività, la vita stessa, chiamando in causa dimensioni del potere più ampie e complesse.L’incapacità di dare un senso a questo evento dirompente produce una discontinuità esistenziale, una frattura nel proprio senso identitario che impedisce il riscatto della donna, che rimane paralizzata in un ricordo non verbalizzabile. Molte delle donne che hanno subito uno stupro hanno sviluppato una bassaautostima, una sessualità traumatizzata dall’essere state oggettivate, non si sentono degne e odiano il loro corpo; non di rado presentano ideazioni auto/ etero aggressive e/o tratti impulsivi.Quando da uno stupro si genera una vita le conseguenze psicologiche e sociali sono ancora più drammatiche. In questi casi, spesso le donne sono vittime di un’ulteriore violenza: lo stigma sociale e l’ostracismo da parte della loro comunità. In quest’ottica, partorire un essere umano figlio del nemico vuol dire aver contaminato irreparabilmente la propria etnia, è la manifestazione più tangibile della sconfitta, della distruzione della comunità (Flavia Lattanzi, giudice del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e il Ruanda). Questo aspetto è un’ulteriore ragione che spinge le donne a tacere, impedendogli di fatto alternative esistenziali dignitose e contribuendo a rendere il fenomeno di difficile emersione.Gli stupri di guerra rappresentano, pertanto, un crimine contro l’umanità presente fin dai tempi antichi, caratterizzato da una forte dimensione di genere. Tuttavia, è altrettanto vero che la violenza sessuale è un fenomeno che riguarda tutti. Ci sono, infatti, testimonianze di uomini abusati sessualmente dalle truppe nemiche, colpiti nella loro virilità e resi vulnerabili. Anche questi delitti il più delle volte rimangono impuniti per il tabù che caratterizza l’abuso sessuale sugli uomini, aspetto che rende difficile una reale documentazione sul fenomeno.Per quanto la guerra possa essere percepita come lontana a livello psicologico, la situazione in Ucraina ha scosso inevitabilmente l’Europa ricordandole che, al di là dello schermo televisivo e a pochi chilometri dai suoi confini, ci sono corpi lacerati, de-umanizzati. Riconoscere nello stupro un delitto contro i diritti umani è dare voce al dolore di chi lo ha subito, vuol dire assumersi una responsabilità nei confronti delle vittime, in ogni luogo e tempo in cui avvengano simili soprusi. Bibliografia e SitografiaBianchi, B. (2009). Genere, nazione, militarismo. Gli stupri di massa nella storia del Novecento e nella riflessione femminista. Numero monografico della rivista DEP. vol. 10, pp. I-320.Brownmiller, S. (1975). Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale. Milano: Bompiani.Ivekovic, R., Mostov J. (2003). From Gender to Nation. Ravenna: Longo.Licciardello, O.; Cardella M. G. (2017). Alla base dell’iceberg. La rappresentazione della violenza sessuale tra atteggiamenti di superficie e sfondo. Milano: Angeli ED.Osorio, T. (2022). Ucraina, gli stupri di guerra sugli uomini sono un tabù. https://www.globalist.it/world/2022/03/24/ucraina-gli-stupri-di-guerra-sugli-uomini-sono-un-tabu-lesperto-spiega-il-perche/ Consultato il 31/03/2022

L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE

di Valentina Valenzano La parola Comunicazione deriva dal latino communico = mettere in comune ed indica quel processo responsabile dello scambio di informazioni, di trasmissione di un messaggio o l’espressione delle proprie emozioni e stati d’animo tra due o più interlocutori. L’essere umano utilizza la comunicazione quasi inconsapevolmente: ricorriamo ad essa, ad esempio, per esprimere qualcosa di noi stessi, per acquisire informazioni sull’ambiente che ci circonda e sulle altre persone, per instaurare relazioni interpersonali di ogni genere. La comunicazione, dunque, è un processo basilare nella vita di una persona, eppure, se ci fermiamo per un attimo a riflettere, molti sono i fattori che possono ostacolare la buona comunicazione. Non è sempre facile comunicare a qualcuno i propri sentimenti, le proprie opinioni, soprattutto se controverse, avanzare delle richieste o dire un semplice “No”. Ma perché? Prendiamo, ad esempio, il caso in cui non siamo d’accordo con un’idea espressa dal nostro capo, al pensiero di esprimere il nostro disaccordo e di proporre un’alternativa, potrebbero subentrare sentimenti di ansia e diversi dubbi che improvvisamente mettono in discussione la validità della nostra alternativa. Oppure può capitare di non riuscire a dire ad un/a nostro/a amico/a di essere stati infastiditi da un suo comportamento o da un’affermazione perché non vogliamo ferire i suoi sentimenti, discutere, o nel peggiore dei casi, interrompere il rapporto. E allora, quando una comunicazione può definirsi efficace? Per rispondere alla domanda è necessario specificare l’esistenza di tre stili di comunicazione: Stile passivo: la persona che si esprime in modo passivo tende a non esprimere pensieri e bisogni perché li reputa inferiori rispetto a quelli degli altri. Subisce senza far valere le proprie opinioni. Non prende posizione; Stile aggressivo: la persone che si esprime in modo aggressivo ha la percezione di essere migliore degli altri. Non lascia spazio di espressione, vi è un’imposizione del proprio pensiero e manca della capacità di ascoltare; Stile assertivo: esattamente nel mezzo tra i due precedenti stili, rappresenta la comunicazione efficace. La persona assertiva è in grado di esprimere propri pensieri e bisogni, di farsi ascoltare, ma anche di lasciare spazio all’interlocutore. Riesci ad esprimere pareri contrari e a dire di no senza ferire o sentirsi in colpa. Quindi, in conclusione, una comunicazione efficace necessità di elementi come assertività, rispetto, reciprocità, sincerità e ascolto attivo.

Il disturbo ossessivo compulsivo (doc) in età evolutiva

La presenza di pensieri, immagini mentali vissuti come invasivi può generare ansia e talvolta può dar vita a comportamenti ripetitivi per “sentirsi più puliti”. In presenza di questi segnali potremmo essere di fronte ad un DOC. Una premessa necessaria Entro certi limiti, per un bambino è “normale” avere pensieri o comportamenti simili a quelli tipici del DOC. Per esempio, a chi non è capitato di sentirsi chiedere dal proprio figlio di ripetere più volte il racconto di una favola appena terminato?Si tratta di un modo di fare che, a quell’età, dà la sensazione al bambino di avere la situazione sotto controllo e questo lo fa sentire più sicuro. Cos’è il DOC nei bambini Il DOC è caratterizzato dalla presenza di paure ricorrenti (ossessioni) che si manifestano sotto forma di pensieri, immagini mentali o impulsi vissuti come intrusivi, indesiderati e involontari da parte del soggetto. Questi pensieri creano ansia, paura, disagio e la persona cerca di scacciarli o annullarli ricorrendo prevalentemente a comportamenti ripetuti (compulsioni) più o meno visibili ad occhio nudo. Normalità Vs Patologia I comportamenti ripetitivi che fanno parte del normale percorso di sviluppo sono presenti per un determinato periodo. Tendono poi a diminuire e a risolversi spontaneamente nel corso della crescita. Secondariamente, essi non creano stress e non compromettono il normale svolgimento delle altre attività del bambino o del ragazzo. La questione cambia quando tutti questi aspetti tendono ad aumentare in termini di frequenza e durata. Quando arrivano ad occupare molto tempo nella vita del bambino creando interferenza con le normali attività quotidiane oppure generando disagio e sofferenza. Tipi di DOC in età evolutiva Le ossessioni più diffuse sono quelle caratterizzate dalla paura di contaminazione ossia le paure di potersi ammalare per il contatto con germi, batteri, virus o altre sostanze nocive. I bambini iniziano quindi a preoccuparsi insistentemente dello sporco, si lavano spesso le mani oppure chiedono di poter disinfettare oggetti o lavare abiti per eliminare agenti patogeni o sostanze disgustose. Altra manifestazione è quella caratterizzata da paure superstiziose: il giovane paziente può essere assillato da preoccupazione su eventi drammatici che potrebbero accadere lui o i suoi cari e manifesta il bisogno impellente di scongiurarli con rituali scaramantici Talvolta il disagio è cosi’ intenso da generare evitamento di situazioni che possano innescare tali paure. Altre volte può tentare di gestire il disagio con “comportamenti protettivi” preventivi I sintomi tipici che un genitore può cogliere sono: una particolare meticolosità verso lo studio e verso la pulizia la necessità di eseguire rigidamente sempre gli stessi comportamenti prima di addormentarsi la richiesta di ripetere parole o frasi proporre sempre le stesse domande su dilemmi di natura esistenziale collezionare oggetti bizzarri (es buste vuote delle figurine, carte delle caramelle..) I sintomi ossessivo compulsivi, soprattutto se marcati, condizionano la vita non solo del bambino ma dell’intera famiglia e sono causa di esasperazione per tutti perché nulla sembra essere utile. Ragionamenti, imposizioni o rimproveri non riescono a eliminare, e spesso nemmeno a ridurre, le rigide sequenze messe in atto durante i rituali. Come aiutare i bambini ed i ragazzi col DOC Nel caso in cui ci si accorga che i sintomi sono frequenti, pervasivi, fonte di disagio o limitanti per il soggetto, il passo successivo è parlarne con un esperto. L’obiettivo ideale infatti è che terapeuta e familiari siano percepiti come alleati nella sfida del trattamento e non come giudici.

Una storia senza eroi: il mio incontro con G.

 Storie di una Comunità educante In questa storia, ahimè, non ci sono eroi. È la storia di un breve incontro che mi ha messo dinanzi ostacoli e paure, ma anche tante risate. Non a caso ho faticato un bel po’ per collegare le sensazioni e le emozioni legate a questi piccoli frammenti di esperienza, da cui mi sentivo quotidianamente travolta come una violenta tempesta di sabbia.  G. è un ragazzo di 16 anni, veterano della Comunità insieme al fratellino, nella quale vive da ben tre anni. La narrazione sottostante è che deve accompagnare e lasciar andare il fratello minore alla ricerca di una coppia adottiva, mentre per lui il percorso è diverso. <<Ormai nisciun m vol, o no?>>, si presenta spiegando la propria storia ai nuovi operatori e volontari, tra uno sguardo basso e l’attesa di una speranzosa disconferma che, purtroppo, non arriverà. G. è apparentemente il ragazzo delle contraddizioni. Dice di essere il più coraggioso del mondo, ma la notte dorme con la lucina accesa: “è brutto il buio totale”. Di giorno, invece, è infastidito dalla luce e insiste per serrare le finestre, “sto più comodo così”. In casa è il più forte, incute timore ai piccoli con le sue minacce, per essere invece accondiscendente e ingenuo con i pari. G. dice che non piange mai, rompe tutte le stanze quando vuole averla vinta; eppure giuro di averlo beccato in lacrime in silenzio sul divano una volta, nascosto, dispiaciuto dalla stanchezza estrema di un’educatrice alle prese con la terribile P. A G. la scuola non interessa, urla al rientro quando i professori lo rimproverano, non vuole più andarci; eppure gli brillano gli occhi quando agli incontri scuola-famiglia gli insegnanti elogiano le sue capacità: “io raggiungo tutto con poco”, mi spiega fiero. A G. piace lo sport, ma si fa sempre male. È felice quando gli propongono nuove attività, ma lascia subito e si rifiuta di andarci. Nonostante la sua presenza ingombrante, G. spesso passa inosservato nelle giornate in Comunità. Anche nelle riunioni di equipe si parla poco di lui, anzi, quasi mai. Un’altra contraddizione infatti è che G. fa paura, ma si prende cura di tutti. È attento al benessere dei piccoli, certo, nell’accezione in cui conosce il significato di “benessere”. Spende tutte le sue paghette in regali per i membri della grande famiglia, educatori compresi e, quando mi ha visto particolarmente stanca, ha svolto insieme a me le mansioni casalinghe ricordandomi, da nuova e poco pratica di casa, tutto quanto ci fosse da fare. Si è preoccupato di consolare noi educatrici quando, al suo compleanno, i suoi amici non si sono presentati alla festicciola organizzata nel grande salone della Cooperativa. In questi lunghi momenti di accumulo G., silenzioso, affronta sentenze e incontri con assistenti sociali, gestisce il rapporto con familiari scomparsi e nello stesso momento affronta i compiti di sviluppo a cui tutti gli adolescenti sono chiamati: primi amori (che non ha il coraggio di incontrare, portando avanti relazioni di mesi dai soli social), delusioni scolastiche, distanza-vicinanza con il gruppo dei pari e sport. “Sono un vulcano che prima o poi ha bisogno di scoppiare, non si sa quando”, mi dice una volta G., rimasti soli nello studio raccogliendo i cocci, fantasmatici e non, di uno scoppio di ira costata una sedia e un tavolo rovesciati, e una bambina spintonata con violenza. Mi hanno insegnato un protocollo per le sue tempeste emotive: l’operatore più esperto resta a calmarlo mentre l’altro porta i piccoli nelle camere. Eppure anche durante le sue eruzioni, mentre minaccia di farsi del male, trova il tempo di esortare il fratellino a non perdere la chiamata serale con la coppia adottiva, dopo la quale ha la premura di chiedere, tra speranza e preoccupazione, “com’è andata?”. Le mie giornate in Comunità sono sempre state fortemente influenzate dalla sua presenza: è sempre stato lui la causa delle mie più spontanee e durature risate, delle amorevoli prese in giro fonte di allegria anche per i piccoli; c’è lui nei miei ricordi più belli, nella serenità che si creava quando si sedeva accanto a me e, sotto la mia supervisione, mostrava e spiegava i compiti ai piccoli delle elementari. C’è ancora lui nei momenti di spensieratezza di casa quando, assorta, lo osservavo ballare, occhi al cielo, i brevi momenti in cui percepivo si sentisse solo un adolescente come gli altri, con sogni e desideri. Ma lui c’è anche in tutti quei momenti in cui ho avuto profondamente paura, in cui mi sono trovata dinanzi alle grandi barriere dei miei fantasmi di autogiudizio. G. mi ha messa alla prova sin da subito, dal mio primo giorno di lavoro. È stato contento quando ero molto più giovane degli altri educatori… e avevo persino i suoi gusti musicali! Eppure è ben presto pesato il suo sguardo di delusione quando, in cerca di una materna risposta di accudimento, si è ritrovato la goffa presenza di una giovane neolaureata. Anche quando chiedo alla coordinatrice di poterlo accompagnare ad una sua partita di rugby, in compagnia del fratellino e un altro piccolo di casa, zainetti in spalla, fischietti e trombette per il tifo, non sono stata abbastanza: G. non ha sentito la mia voce, il mio tifo, “SOLO le trombette”, dice. Il mio tifo purtroppo ho la sensazione che non lo abbia mai sentito. G sembra pieno di contraddizioni, ma in realtà il quadro è chiaro a tutti noi. G. ha un gran peso sulle spalle, che gli ricorda di non poter essere degno di amore e “quindi”, o probabilmente “perché”, non è capace. La sua lettura della realtà è inevitabilmente mirata alla ricerca di conferme della sua inadeguatezza, per le quali scattano scoppi di ira, ma da cui è anche fortemente dipendente. Anche le relazioni con gli adulti instaurate da G. sono tutte volte alla costante ricerca di una conferma del suo essere sbagliato. E in questo G. è stato bravo ad agganciarsi al mio essere esigente, con me stessa e con gli altri. Prima di una riunione di equipe richiesta urgentemente in