IL PAZIENTE FRAGILE NELLO STUDIO DI PSICOTERAPIA. Image credit to Brian D’Cruz Hypno Plus https://www.briandcruzhypnoplus.com/

di Sandra Pierpaoli Gli eventi legati alla pandemia hanno spinto a parlare sempre più spesso dei pazienti fragili e della loro tutela: in ambito medico, per “paziente fragile” si intende la persona affetta da malattie croniche complesse e a volte con ridotta autosufficienza. La definizione si riferisce quindi soprattutto a una situazione di salute compromessa, che diventa maggiormente delicata in presenza di un evento esterno, che può minacciare ulteriormente condizioni preesistenti già precarie. Il supporto psicologico e la psicoterapia rappresentano certamente strumenti utili in questi casi, poiché possono arrecare un significativo beneficio, nelle diverse fasi della malattia e nell’affrontare i diversi tipi di trattamento, previsti dal percorso di cura. Il paziente che si rivolge allo studio privato dello psicoterapeuta, tuttavia, porta per lo più con sé un altro tipo di fragilità, che possiamo definire emotiva, caratterizzata piuttosto da uno scarso senso di sé e dalla difficoltà di fronteggiare le emozioni, sia positive che negative, che inevitabilmente si presentano come risposta agli eventi della vita, a partire dall’infanzia, fino ad arrivare alla terza età. Ciò comporta che per questo tipo di paziente le situazioni stressanti, gli imprevisti, le sfide, le perdite possono rappresentare una difficile prova, che non riesce a gestire in modo adeguato e alla quale non sa come rispondere. E’ dunque a mio parere fondamentale soffermarsi a riflettere su cosa significhi tutelare un paziente che sta affrontando un percorso di psicoterapia e su quanto sia importante garantirgli le condizioni per una relazione terapeutica stabile e continuativa. All’inizio del percorso terapeutico, la persona emotivamente fragile è spesso molto schermata, perché a volte intuisce senza esserne consapevole o a volte consapevolmente sa, che dietro al suo scudo si nasconde un nucleo fortemente vulnerabile. La richiesta d’aiuto rivolta alla psicoterapia riguarda proprio la necessità di accedere a quello spazio di vulnerabilità, per poterlo condividere con qualcuno, spesso per la prima volta. E una richiesta non priva di ambivalenze, poiché se da una parte la persona sente un grande bisogno di liberare una parte atrofizzata di sé, che è stata a lungo tenuta segreta e compressa, dall’altra deve affrontare paura e terrore nel portarla alla luce e nel gestirne le conseguenze. Molto spesso la richiesta d’aiuto è stimolata da uno stato di disagio, non più governabile, come forte ansia, attacchi di panico, compromissione delle normali attività quotidiane, oppure nasce dalla difficoltà di gestire comportamenti compulsivi o relazioni altamente conflittuali. Il nucleo fragile bussa alla porta della coscienza e lo fa attraverso il sintomo, chiede di essere ascoltato, al di là di qualsiasi decisione volontaria e di qualsiasi sistema difensivo. Solo che dall’altra parte il sistema difensivo si contrappone, resiste, continua a fare la sua parte, convinto di lavorare per il bene della persona, sebbene oramai non corrisponda più ai suoi bisogni attuali. Molto spesso è dunque da questo punto che inizia una psicoterapia: un luogo incerto, dove insicurezza e paura sono strettamente intrecciate con le maglie del sistema difensivo e dove la via di uscita è rappresentata dal riconoscimento da parte della persona del proprio bisogno di accoglienza e di un riferimento sicuro. A partire da qui, lentamente e pazientemente, seduta dopo seduta, si inizia ad intessere la tela del legame terapeutico, quel rapporto stabile di fiducia, che in particolare per il paziente emotivamente fragile, rappresenta l’unica possibilità di rischiare di mettere in discussione un sistema difensivo diventato ormai disfunzionale, oltrechè poco efficace. Con alcuni pazienti la fase del consolidamento dell’alleanza terapeutica è più breve, ma con alcuni richiede molto tempo e molte conferme nella solidità della relazione: metaforicamente è un po’ come potrebbe avvenire per un esploratore che si avventura per la prima volta nell’accesso ad una grotta impervia e che ha bisogno di sentire accanto a sé una guida esperta, attrezzata con tutti gli strumenti necessari per una così difficile esperienza. Più la grotta è dissestata e priva di punti di appoggio, più sarà necessario sentire un sostegno sicuro di cui potersi fidare e dunque imparare a fidarsi, in una situazione percepita come estremamente precaria e pericolosa. In termini bioenergetici, il processo di terapia, aiuterà il paziente a sviluppare nel tempo il proprio “grounding”, e cioè il proprio radicamento, che gli permetterà di autosostenersi e di trovare in sé il punto di riferimento principale, su cui poter fare affidamento. In altri termini, lo doterà degli strumenti necessari per calarsi da solo nella grotta, che sarà divenuta, nel frattempo, un luogo più familiare e non più tanto minaccioso. Il processo che porta a realizzare questo obiettivo non è tuttavia né banale né facile: il paziente deve credere nella presa sicura del terapeuta, che non lo lascerà cadere, né lo lascerà da solo in preda alla paura; il terapeuta da parte sua, deve avere fiducia sia nella propria capacità di sostenere adeguatamente la persona, che nella capacità del paziente di acquisire gradualmente una propria autonomia. Tutti sappiamo che non c’è un tempo standardizzato per un percorso di psicoterapia. L’avventura “speleologica” è diversa non solo per ogni paziente, ma per ogni relazione terapeutica.Certamente, però, con un paziente emotivamente fragile, è necessario andare al suo tempo, sintonizzarsi con le sue paure, pur senza assecondarle: solo così gli si permetterà di costruire un più solido senso di sé e una migliore gestione delle sue emozioni. Lo psicoterapeuta nella sua funzione di “speleologo” conosce bene le fasi dell’esplorazione e le precise responsabilità di cui farsi carico; durante il cammino impara anche a conoscere il paziente, a valutare quando e come potrà lasciarlo e soprattutto quando e come non dovrà lasciarlo.Egli deve perciò tutelare il paziente emotivamente fragile prima di tutto da qualsiasi condizione di instabilità della terapia, poiché la continuità della relazione rappresenta l’elemento fondante del processo di cura. In particolare ci sono fasi del percorso, durante le quali interrompere la terapia sarebbe profondamente deleterio per la salute emotiva della persona: sarebbe come privala di ogni appiglio e lasciarla da sola nella grotta, a penzolare nel vuoto. Se il terapeuta fosse costretto, malgrado sé, a interrompere il trattamento a causa di circostanze esterne, potrebbe proporre alla
Conseguenze della pandemia sulle persone con disturbo dello Spettro dell’Autismo e sulle loro famiglie

L’impatto del covid-19 su persone con autismo L’emergenza sanitaria che ogni paese del mondo sta sperimentando a causa della diffusione della pandemia legata al COVID-19 ha avuto un impatto significativo sulla salute fisica e mentale delle persone, interferendo in maniera sostanziale sulla loro qualità di vita. La gestione di questo periodo è stata particolarmente critica per le persone con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) che, a causa delle loro caratteristiche e del loro specifico stile di funzionamento, possono presentare maggiori difficoltà di adattamento alla condizione attuale (Colizzi et al., 2020). L’autismo è un disturbo del neurosviluppo, con un’incidenza stimata superiore a 1/100 (Narzisi et al., 2018), caratterizzato da compromissioni significative nella comunicazione sociale, da interessi ristretti e comportamenti ripetitivi, da deficit nel funzionamento esecutivo (Panerai et al., 2016). Presenta rigidità e resistenze al cambiamento e difficoltà legate alla mentalizzazione (intesa come una attività mentale immaginativa). Tali caratteristiche costituiscono elementi di vulnerabilità e possono determinare difficoltà nella pianificazione delle attività quotidiane con un incremento dei livelli di ansia. Le restrizioni, il confinamento in casa, la limitazione dei contatti sociali, la riduzione delle possibilità di svago e di socializzazione, in molti casi, hanno causato l’incremento dei comportamenti inadeguati, delle stereotipie verbali e motorie, dell’iperattività e una diminuzione della compliance e di richieste funzionali. Cambiamenti dovuti al lockdown Durante la fase di lockdown, in seguito alla sospensione del modello integrato delle attività di cura e del sostegno socio educativo, le famiglie si sono ritrovate da sole nella gestione dei propri figli, sperimentando una condizione di maggiore stress psico-fisico (Drogomyretska et al., 2020). L’interruzione degli interventi globali e intensivi erogati in presenza dai centri specializzati e la chiusura delle scuole, hanno pesantemente inciso sulle occasioni di inclusione e di socializzazione con i coetanei. In una quotidianità venuta improvvisamente meno è emersa pertanto, sempre più forte l’esigenza da parte dei familiari di impegnare le ore dei propri figli. Si è sperimentata, in molti casi, una condizione di confusione, disorientamento e frustrazione di fronte alle difficoltà incontrate nella loro gestione quotidiana, all’interno di un assetto familiare e domestico sprovvisto di strumenti e strategie per fronteggiare i problemi emersi. Si sono riscontrate importanti difficoltà nel dover riorganizzare tempi e spazi, nel gestire momenti di gioco col proprio figlio, nel condividere e ampliare i suoi interessi e, non ultimo, nell’impegnarlo in attività di autonomia. La sospensione dei servizi riabilitativi ha alimentato nei genitori la preoccupazione di poter perdere i progressi raggiunti o indebolire le competenze acquisite con grande fatica, nonché la conseguente insorgenza di nuovi comportamenti problematici. Strategie messe in atto dagli operatori nel periodo post pandemico Un tempo di incertezza che ha fatto emergere paure, senso di vuoto e di solitudine e vissuti di abbandono, che ha determinato una condizione di fragilità e ansia per il futuro, non solo nelle famiglie, ma anche negli operatori che hanno dovuto adattarsi alle nuove esigenze imposte dal COVID-19 (banalmente anche l’uso della mascherina e di altri DPI che aumentano il “distacco emotivo”). La proposta di nuove modalità di lavoro e di presa in carico per supportare genitori e bambini. La specifica competenza delle figure professionali ha permesso di fornire assistenza all’intero sistema familiare al fine di garantire un’esperienza di vita equilibrata ed adeguata alla situazione eccezionale venutasi a creare in conseguenza della pandemia. Tra le strategie messe in campo ha assunto un ruolo significativo l’attivazione immediata di modalità di intervento da remoto così da garantire continuità assistenziale. Esse hanno permesso di rinforzare l’alleanza terapeutica con la famiglia attraverso la co-progettazione dei percorsi riabilitativi e il lavoro di rete per l’integrazione tra i vari contesti operativi. Insieme alle famiglie, sono state strutturate nuove routine giornaliere volte al mantenimento o all’acquisizione di competenze. Questi incontri hanno anche rappresentato uno spazio di confronto e di supporto con l’équipe di riferimento del bambino, nel quale portare i propri vissuti, elaborare le proprie paure, sostenere e promuovere la resilienza e strategie di coping più adattive. Numerosi sono stati i rimandi positivi da parte delle famiglie che in questo modo, non solo hanno potuto ricevere un supporto concreto nella gestione della quotidianità, ma soprattutto non si sono sentite sole, avvertendo concretamente la vicinanza di un “sistema”, nonostante l’obbligo di isolamento. L’impatto della ripresa post pandemica Nella relazione con gli operatori, anche tutt’ora le famiglie trovano ascolto e contenimento per le proprie ansie, sperimentando pensieri più funzionali al loro benessere. Dalle esperienze dirette con alcuni genitori, è emerso che il lavoro di supporto è stato portato avanti anche a seguito della riapertura dei centri. La ripresa delle attività in presenza ha posto agli operatori nuove sfide, per permettere il riavvio delle attività riabilitative garantendo la distanza fisica necessaria per la prevenzione del contagio. Sono stati, infatti, effettuati training specifici per facilitare l’uso della mascherina, o per preparare bambini e ragazzi a sottoporsi all’esame del tampone molecolare, che viene effettuato con una certa cadenza. L’emergenza sanitaria ha, dunque, amplificato le fragilità delle persone con ASD evidenziando molti dei vincoli e delle carenze esistenti nei sistemi di assistenza e cura e la necessità di rivedere la modalità di presa in carico. Ancora più forte è emersa negli operatori la consapevolezza che l’ambiente è troppo caotico per chi ha una sensibilità differente sia a livello neurofisiologico sia a livello psichico. Al contempo, i cambiamenti imposti dalla pandemia, hanno comportato la necessità di attivare nuove e, spesso, creative strategie di intervento per ascoltare, comprendere e rispondere ai bisogni delle persone con questo disturbo e dei loro familiari. Bibliografia Colizzi, M., Sironi, E., Antonini, F., Ciceri, M. L., Bovo, C., Zoccante, L. (2020). Psychosocial and Behavioral Impact of COVID-19 in Autism Spectrum Disorder: An Online Parent Survey. Brain Sciences, 10 (6), 341. doi: 10.3390/brainsci10060341. Drogomyretska, K., Fox, R. & Colbert, D. (2020). Brief Report: Stress and Perceived Social Support in Parents of Children with ASD. Journal of Autism and Developmental Disorders, 21. Lim, T., Tan, M. Y, Aishworiya, R., & Kang, Y. Q. (2020). Autism Spectrum Disorder and COVID-19: Helping Caregivers Navigate the Pandemic. Annals, Academy of Medicine, Singapore, 49 (6), 384-386. Narzisi, A. (2020) Phase 2 and Later
Ghosting: quando l’altro sparisce senza spiegazioni

Oggi, ai tempi della modernità liquida e dei social, il ghosting è un fenomeno sempre più diffuso nelle relazioni interpersonali. Fare ghosting vuol dire sparire nel nulla, per l’appunto, come un fantasma, interrompendo la relazione bruscamente ed eliminando ogni forma di contatto. Senza fornire spiegazioni o anche senza alcun tipo di avvertimento, la persona non risponde più a chiamate e messaggi, blocca l’altro sui social. Nella moderna società liquida, in cui mancano punti di riferimento e basi affettive solide, tutto tende a dissolversi in fretta. Le relazioni evaporano facilmente. I nostri sono i tempi dell’assenza di impegno e responsabilità. I tempi dei social, in cui è semplice dileguarsi: basta un click e la finestra sulla relazione si chiude. Siamo immersi in una cultura narcisistica che, nel tentativo di negare la dipendenza, intesa come bisogno naturale dell’altro, ha sostituito il calore e la pienezza dell’incontro di sguardi e corpi con la fredda e vuota comunicazione virtuale, di tastiere e display. Dipendere da un device appare più gestibile ed economico del costruire e preservare rapporti umani. Il ghosting è innanzitutto una forma di evitamento Chi fa ghosting si sottrae alla relazione e al confronto. Evade la responsabilità della chiusura del rapporto e, ancor prima, di ciò che sente e vuole. Nella maggior parte dei casi, ha una scarsa se non assente consapevolezza dei propri stati emotivi e dei propri comportamenti. Invece di entrare in contatto con il mondo interno ed esterno, ricorre ad un acting-out. Agisce le proprie emozioni e i propri conflitti. Alla base vi è una svalutazione della capacità dell’altro di sostenere la comunicazione della fine del rapporto – resa tanto più forte dal credersi indispensabili – e una svalutazione degli effetti del ghosting in termini di impatto emotivo su chi lo riceve. Ghosting e funzionamento narcisistico Il ghosting è un meccanismo narcisistico, ma non per questo adottato esclusivamente dalle personalità narcisiste. Un essere incentrati esclusivamente su se stessi, avendo come scopo quello di tutelare la propria immagine, di persona indipendente e buona, ad esempio, ed evitare tutto ciò che potrebbe metterla in discussione. Si decide, così, di annullare la relazione in un solo colpo magico, come se non fosse mai esistita. Nel narcisismo patologico, questi aspetti assumono una forma estrema nell’esclusione dell’altro e nella negazione dei propri bisogni affettivi. L’altro non può essere visto, poiché vederlo porterebbe allo scoperto la propria dipendenza e farebbe crollare le difese onnipotenti. Il ghosting come comportamento passivo-aggressivo Il ghosting può nascondere un atto aggressivo o vendicativo e rappresentare un modo per agire la rabbia repressa. Non di rado, si fa portavoce di un trauma vissuto, di un abbandono antico: “faccio a te ciò che è stato fatto a me”. Gli effetti del ghosting Se sparire di fatto interrompe il rapporto tra due persone, è anche vero che, al tempo stesso, intensifica il legame. La persona che lo riceve non è immediatamente consapevole di ciò che sta accadendo, per cui resta un tempo in attesa di spiegazioni, rimuginando. Cercando di interpretare il silenzio. Man mano che passano i giorni, tendono ad insorgere sentimenti di colpa e rabbia, con risvolti anche importanti sul piano della salute, cui si alterna la speranza del ritorno, che a volte può durare anche a lungo. La rabbia, non potendosi rivolgere verso chi la si prova, tende ad accumularsi e a retroflettersi mediante pensieri e atti autodistruttivi. Chi subisce la sparizione avverte una profonda ferita caratterizzata da abbandono, svalutazione, esclusione. Il ghosting è un vero e proprio abuso emotivo, capace di produrre conseguenze molto dolorose. Varianti del ghosting Talvolta può accadere che la persona scelga una posizione meno drastica del ghosting. Ad esempio, quella dello zombieing, ritornando all’improvviso, anche dopo molti mesi di assenza, magari con un messaggio gentile. Oppure, può scegliere una manipolazione più sottile, detta orbiting, basata sul girare intorno all’altro per tenerlo agganciato a sé. Scomparendo e riapparendo nella comunicazione online. Mettendo like ai post, visualizzando le storie, nonostante la relazione si sia interrotta. Queste forme manipolative, più articolate del ghosting, alimentano in misura anche maggiore confusione e dipendenza in chi le riceve. Poiché, quest’ultimo, nel tentativo vano di decifrare l’ambivalenza dei comportamenti dell’altro, resta bloccato nella inconciliabilità tra evidenze contrarie. E’ rifiutato ma al tempo stesso riceve attenzioni, prova dolore e rabbia ma al tempo stesso speranza. Cerca di capire di quale realtà fidarsi, come leggere gli eventi senza commettere errori di giudizio. In questo modo, si assume una responsabilità che non gli appartiene, quella del conflitto dell’altro, sottraendosi alla propria. Alla responsabilità di riconoscere che, con le proprie parti dipendenti, sta partecipando ad un gioco psicologico e che l’unica via per uscirne è abbandonarlo. Elaborare il dolore dell’esperienza vissuta e della perdita.
PERFORMANCE MANAGEMENT

Il tema della valutazione delle performance è proprio di tutte le organizzazioni. Nel tempo si sono susseguite diverse prospettive, ma ad oggi l’approccio maggiormente diffuso, o per lo meno quello a cui si tende, è il Performance Management. Per tanti anni i responsabili HR si sono concentrati sul concetto di Performance Appraisal, focalizzato principalmente sulla valutazione di un collaboratore. In realtà, questo momento è solamente una piccola parte di un Sistema di Gestione della Prestazione più ampio chiamato Performance Management. Il passaggio tra queste due prospettive deriva dallo sforzo delle organizzazioni di collegare gli obiettivi delle singole persone a una strategia generale che esse stesse implementano al loro interno. Il Performance Management serve, quindi, ad allineare obiettivi, aspettative, contributi individuali alle strategie organizzative. E’ focalizzato sulla gestione del collaboratore sia al fine portare redditività e rendimento all’azienda sia per indirizzarlo verso lo sviluppo professionale e la realizzazione personale. Può essere descritto come un processo continuativo che accompagna la risorsa in tutto il percorso valutativo. Adottando tale prospettiva, è importante focalizzarsi sul momento di feedback. Durante tutta la nostra vita, può essere capitato di trovarci in situazioni in cui era richiesto di dare dei riscontri positivi/negativi ad altre persone (amici, colleghi, parenti…). Possiamo tutti concordare nel dire che dare un feedback positivo sia molto più facile rispetto a uno negativo. Anche all’interno delle organizzazioni, i momenti di feedback, soprattutto quelli negativi, sono molto delicati e richiedono un’attenzione particolare. Con l’approccio classico, il feedback era discontinuo, relegato al colloquio annuale finale e forniva una valutazione della prestazione in modo molto semplicistico e riduttivo. Con il Performance Management, invece, il feedback è costante e quotidiano mirato allo sviluppo delle persone. In primis, bisogna aiutare le persone a comprendere bene il motivo per il quale vengono utilizzati determinati strumenti di valutazione piuttosto che altri. In secondo luogo, il grado di accettazione di una valutazione negativa è tanto più elevato quanto più si riescono a spiegare le motivazioni che sottostanno a essa. Facendo un esempio, se si valuta negativamente una persona perché non sa l’inglese, bisogna spiegarle che non è la risorsa più adatta a ricoprire quel determinato ruolo in quanto l’organizzazione vuole espandersi in mercati stranieri. Inoltre, un feedback negativo viene tanto più accettato quanto più si garantisce equità e quanto più si ancora la valutazione alla strategia che l’organizzazione vuole mettere in atto. La percezione dei dipendenti del modo di valutare, infatti, è strettamente collegata alla percezione di equità; la motivazione del lavoratore dipende da quanto percepisce equo il bilanciamento tra cosa offre e cosa riceve da suo lavoro (equità distributiva). Queste valutazioni sono poi confrontate con i colleghi; se un dipendente percepisce che gli altri ottengono di più lavorando meno, nasce una percezione di mancata equità. Si possono così individuare quattro pilastri del Performance Management: Comunicazione strategica: fa sì che agli individui sia chiaro cosa ci si aspetta da loro e come interpretare il proprio ruolo Relazioni: mette insieme i manager e i collaboratori per monitorare il raggiungimento dei risultati Valutazione: consente di valutare le prestazioni individuali e prendere decisioni sull’assegnazione di incarichi, promozioni e reward Sviluppo: consente di fornire feedback sulla propria prestazione Il processo di gestione della performance è considerato come elemento cardine di altri processi HR, tra cui soprattutto lo sviluppo, il talent management e le politiche retributive. Concludendo si può dire che in un’ottica di Performance Management, l’organizzazione assume le sembianze di un alveare. La valutazione individuale per discriminare il contributo delle persone non viene eliminata, ma il prodotto finale è di gruppo. Il valore aggiunto dello psicologo consiste nella sue grandi capacità di ascolto, di comunicazione e di negoziazione che consentono di gestire al meglio tale processo. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G. & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Terza Edizione, De Agostini Scuola SpA – Novara
Adolescenti alla ricerca del Reality Shifting

Il Reality Shifting è una nuova moda in voga tra gli adolescenti, che consiste nel creare situazioni ed esperienze immaginarie da vivere in prima persona, utilizzando solamente la forza della propria mente. Questo modo di trasferirsi in un vero sogno ad occhi aperti sta spopolando sui social soprattutto su Tik Tok e sembra che stiano aumentando sempre più i ragazzi che provano a rifugiarsi in diversi mondi di fantasia Il Reality Shifting viene definito come una forma di autoipnosi durante la quale il soggetto che la pratica si astrae dalla realtà per catapultarsi in un mondo immaginario plasmato sui propri desideri e le proprie fantasie. Chi si cimenta in questa specie di meditazione può vivere esperienze alternative, visitare luoghi mai esplorati e persino interagire con personaggi famosi o inventati. Sono moltissimi, ad esempio, i Tik Tok in cui ragazzi e ragazze descrivono con entusiasmo le avventure vissute con attori e/o personaggi del mondo di Harry Potter In psicologia shifting indica la flessibilità cognitiva e la capacità di attivare la mente verso compiti diversi, permettendo il passaggio da un compito all’altro e controllando l’interazione tra i due compiti. Ma in questo caso siamo di fronte ad un fenomeno dove prevale la ricerca dalla disconnessione dalla propria vita reale. In realtà questo punto rappresenta uno snodo cruciale nell’analisi del fenomeno. Tra le conseguenze della pandemia e la crescente ansia generazionale gli esperti temono infatti che milioni di adolescenti provati dall’isolamento e dall’incertezza del futuro possano assuefarsi a questa uscita d’emergenza dalla realtà. Dobbiamo noi adulti chiederci che cosa succede nella mente di un ragazzo che all’improvviso inizia a isolarsi dal mondo. È difficile da comprendere, ma bisogna cercare di capire cosa lo spinge a farlo senza giudicarlo. In quanto le conseguenze di tale comportamento possono essere devastanti per lui/lei e per la sua famiglia. Si inizia con il non voler frequentare più la scuola, nonostante spesso il rendimento sia buono, poi si inverte il ritmo sonno-veglia e si passa la maggior parte del tempo rintanati in cameretta, con le luci abbassate, per immergersi in un mondo non reale. Quindi dietro il successo del Reality Shifting può nascondersi il pericolo che i soggetti più fragili finiscano per preferire la fantasia autogestita alla vita vera, estraniandosi dalle normali interazioni di un adolescente (amici, famiglia, scuola) e riducendo il proprio mondo a quello modellato su misura nella propria mente.
Laboratori psicoeducativi per la gestione delle emozioni

Laboratori psicoeducativi per la gestione delle emozioni
Il Disturbo Post-traumatico da Stress (PTSD)

La diagnosi di Disturbo Post-traumatico da Stress è stata introdotta nel tentativo di isolare e definire tutti i casi di patologia psichica che, con caratteristiche comuni, compaiono successivamente ad un evento stressante. L’interesse originario era duplice: di natura scientifica, nel tentativo di studiare le caratteristiche di un disturbo che sembrava poter godere di una propria autonomia nosografica, e di natura sociale e politica, con l’obiettivo di indennizzare i soldati americani reduci dalla guerra del Vietnam (Colombo e Mantua, 2001). La formulazione della categoria diagnostica del Disturbo Post Traumatico Da Stress (Post Traumatic Stress Disorder o PTSD) compare per la prima volta nel 1980 con la pubblicazione della terza edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM III) come categoria diagnostica autonoma. Era definito come una specifica risposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, accompagnato da un significativo appiattimento della reattività emozionale, da un considerevole aumento dell’ansia e dal constatare evitamento degli stimoli associati al trauma. In seguito a diverse critiche e rettifiche, l’Associazione Psichiatrica Americana, nel 2013 è giunta alla pubblicazione del DSM V nel quale sono stati apportate ulteriori modifiche per quanto riguarda la diagnosi di PTSD, incluso nella categoria dei “disturbi correlati a eventi traumatici o stressanti”. Esso può essere definito come un disturbo che si sviluppa in genere dopo un evento particolarmente traumatico, ovvero un evento che ha messo in pericolo la salute e l’integrità fisica o psichica del soggetto. Si caratterizza per sintomi particolarmente invalidanti, come ansia molto intensa e frequente, calo del tono dell’umore, pensieri, immagini o ricordi intrusivi dell’evento traumatico e spesso un vissuto emotivo molto intenso. Se la sofferenza della vittima si prolunga per oltre un mese dall’esposizione al trauma e interferisce significativamente con la vita lavorativa, sociale o scolastica dell’individuo, va posta la diagnosi di PTSD. Criteri diagnostici I criteri del DSM V per il disturbo da stress post-traumatico, che riguardano sia adulti, sia adolescenti che bambini sopra i 6 anni, sono: Esposizione a un evento traumatico, reale, in maniera diretta o indiretta. Sintomi di risperimentazione: il soggetto si trova a rivivere ripetutamente il momento del trauma in vario modo. Sintomi di evitamento: nel tentativo di evitare la risperimentazione del trauma, la vittima può cominciare a evitare situazioni esterne che ricordano, simboleggiano o sono in qualche modo associate all’evento traumatico. Alterazione negativa dei pensieri e delle emozioni: la persona presenta una riduzione della propria reattività verso il mondo esterno e lamenta una diminuzione dell’interesse o della partecipazione ad attività precedentemente piacevoli, prova sentimenti di distacco e di estraneità, manifesta una diminuita capacità di provare emozioni, sia positive che negative, e si palesa un senso di sfiducia nelle prospettive future. Sintomi di iperattivazione (arousal): la persona sviluppa una sorta di ipersensibilità ai potenziali segnali di pericolo, che la porta ad essere costantemente in allerta, a rispondere in maniera esplosiva e rabbiosa e a vivere in uno stato di ipervigilanza. Durata: tutti i sintomi devono essere presenti da almeno un mese. Il disturbo deve causare un significativo disagio o disabilità in ambito sociale, lavorativo e in altre aree significative per il funzionamento dell’individuo. Il disturbo non è attribuibile all’uso di sostanze o farmaci o altra condizione medica. PTSD: ricerche e critiche Nel tempo, il costrutto di disturbo da stress post-traumatico ha ricevuto sempre maggiore attenzione, guidato dalle preoccupazioni relative agli effetti sulla salute mentale conseguenti a guerre, conflitti e violenze interpersonali. Tale costrutto, inoltre, è stato utilizzato sia per far avanzare la ricerca sia per organizzare interventi psicologici, con l’obiettivo di migliorare la vita delle persone colpite dal trauma. Tuttavia, la categoria diagnostica del PTSD non è esente da critiche e aspetti controversi. Sebbene la categoria diagnostica del PTSD abbia un’utilità fondamentale per coloro che forniscono trattamenti all’interno del sistema di cure, essa potrebbe non conformarsi ai modelli culturali con cui le persone danno un senso agli eventi traumatici e alla successiva sofferenza (Bryant-Davis, 2005). In particolar modo, da un punto di vista psicodinamico e psicoanalitico, il trauma e i suoi effetti, soprattutto se in seguito ai men-made disasters, vanno oltre la categorizzazione diagnostica. Il costrutto diagnostico del PTSD descrive alcune caratteristiche di una risposta universale al trauma, tuttavia ignora altre forme culturalmente più specifiche di esprimere sintomi correlati al trauma. È, quindi, necessario andare oltre la semplice categorizzazione diagnostica, nel tentativo di comprendere per intero gli eventi traumatici, la sofferenza, il rischio esperiti dall’individuo, come anche la possibilità di ripresa e i fattori individuali e comunitari che ne influenzano l’esito. È necessario porre l’attenzione sul più ampio contesto relativo alle cause sociali e alle conseguenze degli eventi traumatici come guerra, migrazione e violenza. I professionisti della salute mentale hanno bisogno di queste informazioni per valutare più accuratamente la presenza della malattia, per comunicare meglio la loro comprensione e preoccupazione, per promuovere l’accettazione del trattamento e ridurre il carico emotivo della malattia. Bibliografia American Psychiatric Association (1980). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 3ᵃ ed. (DSM-III). Tr. it. Milano: Masson, 1983. American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 5ᵃ ed. (DSM-V). Tr. it. Milano: Raffaello Cortina, 2014. Bryant-Davis, T. (2005). The trauma of racism: Implication for counseling, research, and education. The Counseling Psychologist, 33, 574. Colombo, P.P., e Mantua, V. (2001). Il Disturbo Post-traumatico da Stress nella vita quotidiana. Rivista di psichiatria, 36(2), 55-68.
Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione può conoscere

di Jonathan Santi Pace La Pegna “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. (Blaise Pascal) Sia nella letteratura che nel pensare collettivo troviamo spesso due aspetti della persona contrapposti, quasi apparentemente inconciliabili: “il cuore”, identificato metaforicamente come la sede in cui si originano i sentimenti e le emozioni, e “la mente” in rappresentazione di “ciò che sarebbe giusto”, il pensare razionale. Eppure questi due aspetti non sempre sono realmente così contrapposti come appaiono, in realtà ci sono ragioni psicologiche che ci portano ad optare per alcune scelte sentimentali (Zavattini, 2010), ad essere attratti verso qualcuno, a provare emozioni di piacevolezza nei confronti di certi modi di fare, anche se analizzandoli poi “a mente fredda” ci rendiamo conto che potrebbero essere non molto vantaggiose a lungo termine da un punto di vista razionale. La famosa teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1989) ci spiega che esistono diversi tipi di attaccamento che ogni bambino sviluppa in riferimento alle proprie figure di riferimento genitoriale, questi tipi di attaccamento andranno a costituire degli schemi di accudimento, che poi struttureranno lo stile di attaccamento adulto e la base del suo modo di relazionarsi con il mondo (Platts, 2002). Anche la ricerca del partner è influenzata da questi schemi, che spesso inconsapevolmente direzionano ciò che cerchiamo, in funzione di ciò che desideriamo e ciò che ci manca. Eppure è possibile far “dialogare” cuore e mente, e cioè fare scelte soddisfacenti dal punto di vista dei propri desideri ma razionalmente orientate, guidate da una visione approfondita che identifichi innanzitutto coscientemente quali siano i propri bisogni affettivi ed emotivi. È possibile in virtù di queste cose scegliere un partner appropriato strutturando lucidamente una relazione con presupposti sani, che non cannibalizzi se stessa, che sussista in un sano equilibrio di interscambio, all’interno di un insieme coeso intessuto di un’individualità reciproca ad alta conducibilità.
L’elogio alla solitudine

Quali sono i benefici della solitudine? che differenza c’è con l’isolamento? proveremo a rispondere a questi quesiti ed a capire se possa essere utile promuovere un po di educazione alla solitudine. Benefici della solitudine I momenti di solitudine ci consentono di entrare in contatto con la nostra parte più profonda. Sono occasioni di crescita personale. Entrare in contatto con se stessi attraverso la solitudine significa amarsi davvero. Questo è fondamentale per riuscire poi ad avere buone relazioni con gli altri. La solitudine ci consente di porci delle domande e prendere consapevolezza di tutti quegli schemi nei quali siamo intrappolati e che non risultano funzionali. Diventa la possibilità di affrontare se stessi. La solitudine può essere intesa come un’alleata che consente di sviluppare al meglio i nostri interessi e dedicare tempo per ciò che è davvero necessario alla crescita personale. Capire profondamente il significato della solitudine significa stare bene sia da soli sia in compagnia. Più diventiamo consapevoli del nostro valore personale, più non abbiamo bisogno di tenere lontane le persone attraverso il muro dell’isolamento, perché sappiamo di poter offrire tanto a chi veramente conta per noi. Riusciamo così a comprendere davvero tutte le nostre qualità, quando prima ci sentivamo fragili, diventa l’occasione di maturare ed acquisire nuove abilità, per affrontare la vita con maggior libertà. La solitudine ci insegna a dedicare tempo a noi stessi. Ci offre la possibilità di connetterci con la parte più profonda di noi, quindi la nostra vera identità, i nostri pensieri ed emozioni. Solitudine Vs Isolamento La solitudine non è una condizione reale, ma uno stato d’animo: Siamo soli perché ci sentiamo soli. Ci sentiamo soli perché ci sentiamo incompresi e nel rapporto con le altre persone ci sentiamo in credito. Al contrario della solitudine, l’isolamento ha un valore più oggettivo. È quantificabile, ad esempio con il numero di contatti sociali che si hanno o la distanza dai familiari o dagli amici. Chi è maggiormente predisposto al senso di solitudine avrà anche una maggiore attenzione alle minacce sociali. Identifica con maggiore probabilità la pericolosità nelle relazioni, ha maggiori aspettative negative nelle interazioni con gli altri e ha una memoria selettiva per gli episodi in cui si è sentito solo o escluso. Come se guardasse il mondo attraverso la lente soggettiva della sua paura di rimanere solo. Queste predisposizioni sono inconsapevoli e porteranno a comportamenti disfunzionali nei rapporti con gli altri. La solitudine ci permette di avvicinarci a noi, mentre l’isolamento è un muro che impedisce agli altri di starci vicino che utilizziamo quando abbiamo bisogno di proteggerci. Promuovere soprattutto nei minori dei momenti di solitudine, può rivelarsi utile al fine di migliorare non solo la crescita personale ma anche la capacità relazionale. Qualora un adulto percepisca che quella dell’isolamento è la modalità preferita da un minore, sarebbe utile rivolgersi ad un professionista per un confronto.
La formazione dell’identità e della differenziazione del Sé

L’identità e la personalità di un essere umano si costruiscono attraverso le esperienze e le relazioni che ogni persona vive nella sua vita, soprattutto nei primi anni. Sono fondamentali i rapporti significativi, cioè quelli che nascono da una relazione che si costruisce giorno dopo giorno su uno scambio affettivo costante e condiviso. È ampiamente risaputo che per la formazione dell’identità e del sé è necessario un rapporto primario solido ed empatico. Il caregiver il più delle volte è la madre del bambino e per tale motivo si è studiato a fondo negli anni il rapporto che quest’ultima ha con il figlio. La funzione di specchio che la madre svolge nei confronti del bambino fin dai primi istanti di vita, è fondamentale per la formazione del Sé (Winnicott). Dai primi istanti di vita si crea tra la madre ed il bambino un’area di adattamento reciproco: i ritmi materni esprimono una serie di segnali che la madre manda per dare un senso a ciò che dal figlio le arriva. Grazie a questo gioco di rimandi, torneranno al bambino gesti, sguardi e suoni, che genereranno in lui una struttura portante per la percezione di sé e per la formazione di un’immagine di sé. La continuità di questa struttura di base, in continuo sviluppo e adattamento, getterà la base per la continuità e stabilità del sé e degli oggetti che sono in torno a lui. Quanto più questa struttura si baserà sulla capacità di tollerare la frustrazione, più il bambino sentirà favorevolmente il senso della propria esistenza e del mondo che lo circonda. Quando, invece, queste condizioni favorevoli non si verificano, può svilupparsi un’incapacità a gestire le emozioni. Il vuoto d’origine può portare all’incapacità di provare sentimenti dolorosi di perdita poiché da bambini si è attraversato uno stato esistenziale di non esperienza. Questo vuoto d’origine riguarda deprivazioni basilari inflitte dalla madre al figlio che hanno colpito diversi piani: un mancato investimento libidico sul corpo del bambino con gravi ripercussioni sul confine e sul Sé corporeo; un’assenza d’investimento narcisistico, che crea una grossa lacuna sull’immagine di sé come oggetto amato e desiderato, un’impossibilità di tenere nella mente l’altro. Questi bambini che non hanno potuto usufruire di oggetti-sé costanti,sentono di vivere di rifiuti, sentono la mancanza del senso del proprio essere al mondo. (Kohut). Mancando della continuità del sé, il loro sentimento sarà principalmente d’impotenza e di povertà interna, perciò nella loro vita tenderanno a distruggere piuttosto che a costruire.