Il corpo del docente 2. Il corpo relazionale

Come seconda tappa di questo percorso in cui stiamo affrontando i temi riguardanti il ruolo del corpo del docente, introdurremo il concetto, per noi fondamentale, di corpo relazionale. Sia detto prima di ogni approfondimento che quando noi parliamo di “corpo” intendiamo tutto il nostro corpo, e quindi anche quella sua funzione che chiamiamo “mente”. Se andiamo a osservare le prime fasi dello sviluppo di un soggetto, ci rendiamo facilmente conto che il corpo e la sua particolare attività definita, appunto, la mente, si costituisce non solo per così dire, biologicamente e al momento della nascita, ma anche per una sorta di graduale gemmazione del corpo, e quindi anche della mente, di chi lo sta accudendo.  Una gemmazione che per realizzarsi non ha sempre e costantemente bisogno dello stretto contatto fisico.  Questo processo può essere descritto anche come una serie di reciproche plasmazioni e riplasmazioni. Pensiamo agli studi e alle osservazioni di Donald Winnicott riguardo quella che definì Preoccupazione Materna Primaria e a quelli di Daniel N. Stern sull’alternanza di fasi sincroniche e non sincroniche nell’interazione tra bambino e caregiver.  Nascere quindi non basta, ognuno di noi essendo, inevitabilmente, il prodotto di sempre in qualche modo attive, relazioni corporee e quindi anche mentali.  Tale interdipendenza, assai evidente nelle prime tappe dello sviluppo in realtà continua per tutta la vita. In qualche modo il nostro corpo e la nostra mente restano pertanto sempre condivisi e costantemente relazionali, come peraltro dimostrano gli studi dei ricercatori dell’università di Parma che negli anni ’90 dell’altro secolo hanno scoperto i Neuroni Specchio. La descrizione del nostro corpo mente come monade non è ovvia e scontata, l’antropologia culturale ampiamente spiegandoci che si tratta di una modalità affermatasi nelle culture dell’homo sapiens sapiens solo recentemente, forse nemmeno diecimila anni fa, ben poco rispetto gli almeno due o trecentomila anni della nostra storia di specie. Tanto per intenderci sia pure grazie a qualche rozza schematizzazione, nelle culture cosiddette arcaiche potevamo per un certo periodo essere posseduti dallo spirito dell’aquila, in un altro invece soprattutto rispecchiarsi in questo o in quell’altro antenato. Insomma, ognuno di noi è sempre una sorta di dinamico collage di alterità. E questo calderone ribolle per tutta la vita. Chi di noi non ha avuto il lutto di una persona cara o anche, semplicemente non frequenta più un’ amica, un docente, un compagno o una compagna che comunque erano per lui assai significativi? A chi di noi non è mai capitato, in un momento complicato, di pensare a quella persona chiedendosi: “Come si sarebbe comportata in questa situazione?“. Un’ introiezione è maggiore e tanto più efficace se c’è un filing emotivo. Tutto questo, esattamente come quando siamo bimbi, è veicolato fondamentalmente da ritmi corporei. Nel momento in cui avviene questo dialogo con la persona in quel momento comunque assente, ci immaginiamo come questa sia vestita, come si muova, la prosodia della sua voce. Questi corpi altrui ma non del tutto altrui, continuano quindi ad agire in noi, a volte sembrando dei soggetti autonomi e a volte come se ne facessimo l’imitazione. Essendo in quel momento sia noi che loro. Riferiamo ora tutto questo ai contesti formativi. Nel momento in cui costruisco una relazione significativa con un docente, un maestro efficace, è come se costui mi ripetesse, grazie ad un processo di introiezione identificativa, la sua lezione per tutta la vita o almeno finché non l’abbia appresa.  Se questo docente emotivamente e cognitivamente significativo mi ha insegnato qualcosa di veramente importante, potrò quindi continuare a lavorarci anche dopo tanto tempo che non ho più a che fare “fisicamente” con lui. Potrò ancora letteralmente giocare con i concetti che mi ha insegnato, proprio come fossero oggetti concreti, attivi dentro di me, riorganizzandoli anche secondo schemi nuovi. Questa introiezione sarà tanto più efficace quanto nel nostro rapporto vi sia stato un coinvolgimento emozionale e quindi tanto quanto sia stato in grado di ricostruirmi il suo corpo che è anche la sua mente, attivo, dentro di me. Un docente in grado pertanto di armonizzare la sua ritmicità corporea, il suo andamento prosodico con il testo della sua materia, e quindi in qualche modo consapevole di essere un Corpo Relazionale che interagisce con altri Corpi Relazionali, di certo avrà una marcia in più e l’avranno anche i suoi allievi.  A proposito di questo continuo riplasmare le proprie e le altrui identità, dopo vari confronti, il nostro gruppo di lavoro ha deciso di cambiare nuovamente nome. Tra poco anche sul sito della nostra  Scuola di Arteterapia comparirà il nuovo conio di “Poliscreativa”, in continuità quindi con i nostri nomi del passato, “Materica” e “Lacerva”, tanto per ricordarne un paio. E, chissà, forse anche in continuità con quelli del futuro.

IMMAGINAZIONE: DAVVERO IL PENSIERO PUÒ CAMBIARE IL FUTURO?

In un momento di totale incertezza come quello presente, può essere molto utile: pensare al futuro è uno strumento potente, alla portata di tutti, che permette di sviluppare resilienza, speranza e ridurre ansia e depressione.E, perché no: creare condizioni di possibile e concreto miglioramento della realtà. Sia nella pratica clinica che nella mia esperienza di coach, questa è una delle strategie che aiutano a dare inizio a una serie di azioni preparatorie che portano a realizzazioni importanti: passo per passo, azione dopo azione. Vedere, “pre-vedere”, un risultato ha effetto sul risultato stesso, come nel caso delle profezie che si auto-avverano. Oggi ci ispiriamo ad alcune idee di Jane McGonigal, nota e geniale designer di giochi di realtà alternativa, progettati per migliorare in modo concreto la vita reale e risolvere problemi reali. McGonigal, che ha pubblicato diversi libri su questi argomenti (tra cui il recentissimo “Imaginable”, è direttrice della divisione ricerca e sviluppo dei giochi presso l’Institute for the Future e insegna presso la Stanford University. L’autrice parla del “pensiero episodico futuro” come di un’autentica possibilità di incidere, con l’immaginazione, su quanto succederà. Le ricerche neuroscientifiche e le evidenze delle risonanze magnetiche confermano che, quando immaginiamo qualcosa, i circuiti neuronali e le emozioni coinvolte hanno la stessa potenza piscologica delle esperienze realmente vissute nel quotidiano. Esercitarci a immaginare situazioni future, arricchirle di particolari, tornare su quanto immaginato e apportare modifiche, migliorie, aggiungere particolari e riempire quello che manca nella nostra esperienza diventa, in sostanza, una possibilità di allargare il campo. In pratica, “lavorare” su uno scenario futuro, immaginato e sistemato nei minimi dettagli, consentirebbe al nostro cervello di rendere immaginabile – e quindi possibile – qualcosa che non abbiamo ancora sperimentato nella vita reale. La parte immaginata, che nasce dalle nostre esperienze reali e si combina con immaginazioni che attingono ai nostri valori e alle nostre conoscenze su ciò che ha già funzionato in passato, consente un passo in più: autorizza in qualche modo il cervello ad agire come se lo scenario futuro fosse realmente possibile. Perché immaginarlo è come costruire una memoria, un ricordo. Da lì, si può partire per attivare una serie di piccole azioni per preparare e facilitare la realizzazione del futuro immaginato. Questo vale anche per gli scenari che spaventano; per diminuire l’ansia, la paura del non-conosciuto e diminuirne l’impatto, con il risultato di essere meglio preparati e più attrezzati davanti a situazioni spiacevoli o difficili: una sorta di de-sensibilizzazione attraverso l’immaginazione. In conclusione, possiamo mettere al lavoro il nostro cervello perché collabori con i nostri desideri, o con il nostro bisogno di sicurezza: in questo saranno coinvolti apprendimento, ricordi, emozioni, circuiti di ricompensa, sistemi di valori, persino i nostri modelli di attaccamento. Quello che è dimostrato, dalle ricerche, è che possiamo concretamente metterci in condizione di facilitare la realizzazione di qualcosa attraverso la sua immaginazione (rispettando, ovviamente, un principio di situazioni verosimili) e costruendo piccole azioni che possono avvicinarci al risultato desiderato. Esercitare un po’ di controllo attivo, e ottimistico, sul futuro, può essere d’aiuto, oggi più che mai. Per trovare nuove direzioni, per muovere passi importanti; e per dare energia alla speranza.

Il ruolo dei social media nei disturbi del comportamento alimentare (DCA)

social media DCA

Social media e pressione sociale Viviamo in una società in cui l’aspetto fisico di una persona rappresenta un parametro di giudizio e discriminazione. Ciò che accade offline si riversa e amplifica attraverso i social media, dando vita ad un vero e proprio fenomeno socio-culturale. Abbiamo già parlato dell’ideale di bellezza patinata e irraggiungibile che spopola sui social network, il costante confronto con questo modello di perfezione provoca insoddisfazione e in alcuni casi dismorfia. L’influenza dei social media La conferma viene da una ricerca australiana pubblicata sull’”International Journal of Eating Disorders“.L’indagine ha studiato la correlazione tra permanenza sui social e DCA. É emerso che gli adolescenti che trascorrono molto tempo sui social hanno maggiore probabilità di sviluppare disturbi del comportamento alimentare.Il 51,7% delle ragazze e il 45% dei ragazzi intervistati ha manifestato comportamenti alimentari disordinati. I social più pericolosi sono quelli che si basano su una comunicazione di tipo prettamente visuale, come Instagram e Snapchat. Il pericolo degli hashtag Il web non costituisce solo un pericolo, ma anche un punto di ritrovo e aggregazione per chi soffre di disturbi alimentari. Infatti nel corso degli anni sono nati hashtag e community che condividono immagini, contenuti e consigli disfunzionali per raggiungere l’ideale condiviso di magrezza e perfezione. Alcuni di questi sono #meanspo, #thinspo, #thighgap, #thininpiration, #ana, che corrispondono ad immagini di corpi esili ed emaciati inneggiati come esempio di forza di volontà e determinazione. L’aiuto dai social Per fortuna i social non sono soltanto un esempio negativo, ma hanno avviato numerose iniziative sia dall’alto che parte degli utenti per contrastare i comportamenti disfunzionali e i DCA. Per prima cosa le piattaforme hanno dichiarato guerra agli hashtag e ai contenuti dannosi censurandoli. Inoltre hanno veicolato attraverso i gruppi e le community che incitano ai DCA messaggi di supporto e informazioni sulla sana alimentazione e sullo stile di vita corretto. Sono nate delle community virtuali positive che combattono i disturbi del comportamento alimentare che funzionano come “terapie di gruppo”. Accolgono e sostengono i nuovi membri accompagnandoli nel loro percorso, dandosi forza l’un l’altro, e divulgando informazioni preziose per uscire da questa problematica. Esistono infine i “Profili recovery” che raccontano la storia di chi ce l’ha fatta a sconfiggere i disturbi alimentari. Questi testimonial spontanei della guerra ai DCA incarnano un esempio positivo di forza e determinazione e di bellezza sana, realistica e autentica. Abbiamo visto quanta importanza rivestono i media e il web nella percezione del mondo e di noi stessi. La tecnologia è tuttavia una trasposizione del nostro tessuto socio-culturale. Appare fondamentale educare i nostri giovani all’amore e al rispetto per sé stessi e per gli altri, nella consapevolezza che il corpo è solo un piccolo tassello della meravigliosa complessità e ricchezza di ogni individuo.

La primavera dentro e fuori di noi

Oggi, 21 marzo, è il primo giorno di primavera. Giusto un anno fa, nasceva il nostro blog, con l’intento quotidiano di aiutare i lettori ad avere fiducia nella psicologia. La primavera, si sa, è un momento di rinascita della natura. Una esplosione di colori e calore comincia a diffondersi intorno a noi, eliminando così il grigiore e il letargo dei lunghi mesi invernali. Questo periodo dell’anno è spesso accolto con gioia ed entusiasmo da tutti noi e diventa foriero di tanti nuovi e buoni propositi da attuare. Diventa, quindi, un po’ un punto di ripartenza, al pari di capodanno o di settembre. La voglia di cambiamento e di rinascita deve essere lo stimolo per poter affrontare ogni giorno la nostra primavera interiore ed esteriore. In questo periodo, ci accingiamo a fare il decluttering, nell’armadio. Lo svuotiamo, con impegno, di cose inutili, pesanti e che non ci stanno più bene, per riempirlo di colori e novità. Lo stesso atteggiamento possiamo tranquillamente applicarlo anche ai nostri pensieri. Una primavera di idee e nuovi propositi positivi, che ci permettono di lasciare andare via le zavorre. Piccoli gesti quotidiani, come una passeggiata, un nuovo vestito, un caffè al bar con gli amici, si trasformano così in piccoli cambiamenti che aumentano il buon umore e riempiono la nostra giornata con sfumature diverse. Pian piano ci accorgeremo che staremo costruendo, mattone dopo mattone, il nostro benessere psicologico, obiettivo primo della nostra vita.

Amore malato

di Fulvia Ceccarelli Credo che le cose non accadano mai per caso. Mi riferisco al fatto che alcuni giorni fa, mentre stavo raccogliendo le idee per scrivere questo articolo, mi sono imbattuta su Facebook in un messaggio che recitava più o meno così: …sono stata pesantemente minacciata da un uomo che conosco. Alcune persone fidate sanno chi denunciare nel caso mi accada qualcosa. Ho avuto una vita piena, ho amato con un’intensità che forse pochi conoscono e i tanti amici che ho non sono entrati casualmente nella mia vita, ma sono stati scelti con cura, perché condividono i miei stessi valori… Al momento ho provato un forte disagio e, mettendo in atto una massiccia negazione, ho pensato ad uno scherzo di cattivo gusto. Solo dopo aver letto attentamente i commenti “reali” alle parole di quella donna, ho colto la drammaticità della situazione, che mi è arrivata come uno schiaffo in piena faccia. Mi trovavo di fronte a quella che mi è parsa una richiesta di aiuto fiera, coraggiosa, come il gesto di un naufrago che, non smettendo di sperare, affida al mare il suo messaggio in bottiglia. Nella frazione di un secondo, un pensiero vigliacco mi ha attraversato la mente: non pubblicare nulla, per evitare che quell’uomo se la prenda anche con te. Ora mi chiedo: se in preda a una paura irrazionale mi sono paralizzata io, che ho provato sulla mia pelle solo una scheggia della paura che verosimilmente provano le donne minacciate per davvero, come possono sentirsi loro? Quali tremende fatiche le attendono? Perché la paura è subdola: ti paralizza e ti isola. E se c’è una cosa di cui loro non hanno proprio bisogno è l’isolamento. Mettendo a frutto questa preziosa quanto insperata esperienza, cercherò di accostarmi in modo più empatico e meno didascalico a un tema così delicato. Penso di doverlo alle donne maltrattate. Quasi quotidianamente la cronaca ci informa di un uomo che ammazza la compagna che ha avuto il torto di lasciarlo. Immancabilmente i vicini di casa intervistati, non capacitandosi dell’accaduto, ripetono come un mantra che l’omicida era una persona assolutamente normale. “Era”- dicono, perché ora non lo considerano più tale. Infatti rimaniamo increduli dinnanzi ad un amore intenso che viene profanato sino alle estreme conseguenze, tanto da mettere in dubbio che si sia trattato di vero amore. Purtroppo è amore, seppure malato. E tragicamente, per molti di noi, l’unica forma di amore possibile. Perché l’unica conosciuta. La violenza sulle donne è un mostro che si nutre di maltrattamenti fisici diretti o psicologici indiretti oppure agiti in nome di presupposti ideologici o religiosi ritenuti sacri e inviolabili. Stiamo parlando di un fitto sottobosco di aggressività distruttiva con un’unica disastrosa conseguenza: la scarnificazione dell’amor proprio di una donna con riduzione in poltiglia della sua autostima. E dato che parlarne tocca corde profonde, spesso lo affrontiamo in modo semplificatorio. Mentre lo sforzo cui siamo chiamati è quello di adoperare le lenti della complessità, che è la cifra dell’umano. Pena la banalizzazione, tanto fuorviante quanto inutile a trovare un senso a ciò che accade sotto i nostri occhi increduli. Mi riferisco, ad esempio, al fatto di imputare solo a secoli di cultura maschilista la causa di tanta violenza. Fermo restando che essa pesa come un macigno sulla storia delle donne, non riesce però a spiegare il paradosso dei nostri giorni. E cioè che, nonostante negli ultimi cento anni l’acquisizione dei numerosi e fondamentali diritti dalle donne abbia ridisegnato lo status femminile (possibilità di votare e di essere elette, accesso ai pubblici uffici, abolizione del licenziamento a causa del matrimonio e durante la gestazione, abolizione dell’adulterio come reato, abolizione del delitto d’onore, parità sul lavoro: uguali diritti uguali salari, ecc.), ancora oggi molte donne adulte e libere, dopo il primo spintone o dopo la prima seria violenza verbale, anziché allontanare da sé l’uomo che le sta minacciando, preferiscono raccontarsi e raccontare agli altri che in fondo non è successo nulla. Credo che la causa di questo comportamento apparentemente insensato sia da ricercarsi nel fatto che molto spesso dietro un reato di femminicidio, termine crudo per indicare come l’uccisione delle donne stia assumendo proporzioni che vanno ben oltre la frequenza dei delitti generici, si celino risvolti psicologici che affondano le loro radici nella storia degli individui coinvolti: uomini e donne. L’evidenza dei fatti ci suggerisce che affrontare il problema da un punto di vista civile, sociale e penale, trascurando la dimensione psicologica, è necessario ma non sufficiente ad evitare che la violenza domestica rimanga la prima causa di morte nel mondo, per donne di età compresa tra i sedici ed i quarantaquattro anni. Più degli incidenti stradali e più delle malattie. Sappiamo che l’esperienza umana dell’amore, almeno nelle sue fasi iniziali, ha a che fare con l’eccesso, perché arriviamo ad esigere il possesso della persona amata, con cui ci sentiamo fusi insieme. Sappiamo inoltre, per esperienza, che amare è un salto nel buio, perché ci fa toccare con mano quanto la nostra esistenza sia in balia del desiderio altrui. Infatti l’altro, proprio separato e diverso da noi, può tradirci e ferirci nel profondo. Possiamo comunque decidere di correre il rischio, arrabattandoci come possiamo. Magari soffrendo terribilmente di gelosia al pensiero che qualcuno, un domani, possa prendere il nostro posto. Il punto è che in un amore sufficientemente maturo, terminato l’incantamento iniziale, ognuno si riappropria dei propri confini. Mentre un amore profondamente malato va in frantumi nell’istante stesso in cui si esaurisce il periodo fusionale, così caldo e rassicurante. La sofferenza che ne può scaturire per alcuni è così devastante, che tentano di ripristinare la fusione con la forza fisica: espediente misero per scacciare il fantasma dell’abbandono e della dipendenza totale dalla persona amata. Quando un uomo anziché interrogarsi sul fallimento della sua vita amorosa, elaborare il lutto per ciò che ha perduto, misurarsi con la propria solitudine, perseguita, minaccia o ammazza la donna che l’ha abbandonato, mostra che per lui il legame affettivo non rappresentava un completamento, ma l’unica ragione di vita. Dobbiamo ricordare, invece, a dispetto di

Adolescenti oggi tra guerra e pandemia.

L’ adolescenza è l’età del cambiamento. Come l’etimologia della parola indica ‘ adolescere’ significa in latino crescere. Essa segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta, è l’età di mezzo dominata dalla trasformazione fisica, psicologica, sociale. L’adolescente non è più un bambino, non lo è nel corpo, ma lo è ancora un po’ e non è ancora un adulto. Questo duplice movimento tra l’abbandono dello stato di bambino e la ricerca di una propria identità costituisce l’essenza stessa dell’adolescenza. Ma quali strumenti abbiamo per capire l’adolescenza? I genitori degli adolescenti spesso sono chiamati ad affrontare una ‘ristrutturazione? del proprio ruolo genitoriale. Essi devono avere la capacità di pensare i figli non come un prolungamento, ma come individui in cerca della propria identità. Avere il coraggio di lasciare sperimentare ai figli l’autonomia che essi chiedono. Avere comunque ancora quella tensione protettiva in quanto adulti e più consapevoli delle ‘trappole’ dell’adultità. L’adolescente che chiede aiuto di solito lo fa perché si sente perso rispetto ai compiti evolutivi che l’età richiede. Spesso c’è un blocco o un ritardo o un conflitto. Il ruolo della terapia è quello di ‘svelare’ la natura della crisi che spesso si palesa con un sintomo fisico e di lavorare per accompagnare il giovane o la giovane a riprendere il cammino di costruzione del nucleo identitario.

Lasciar andare il passato

Lasciar andare ciò che si è perduto fa parte della crescita ed è indispensabile per la propria salute e realizzazione. Ogni psicoterapia comprende un lavoro di separazione dal passato. In generale, un lasciar andare modi di pensare, sentire e agire non più adatti a rispondere ai bisogni del presente. Più nello specifico, un processo di elaborazione di esperienze significative non risolte. Un separarsi da qualcosa che è stato e che non è più. Lasciar andare vuol dire crescere. Abbandonare gli attaccamenti per stare in contatto con il momento presente. Ovvero, riconoscere e accogliere la realtà, poiché non esiste alcuna realtà al di fuori di ciò che stiamo vivendo ora. Può far paura, può essere vissuto come qualcosa di intollerabile. Persino quando il passato è stato insoddisfacente o traumatico. Si tratta di affrontare il dolore della perdita, di dire addio a ciò che è perduto per sempre o, anche, di “rinunciare alla speranza di un passato migliore”, usando le parole di Yalom. Il passato rassicura, perché lo conosciamo. Ci è familiare e tutto ciò che è familiare dà un senso di (illusoria) protezione. La trappola dei ricordi I ricordi possono oscurare il presente ed intrappolare l’esistenza nella ripetizione di qualcosa che è tenuto in vita nonostante non esista più. Il rifugio nel passato assume forme estreme nella passività e nella depressione. Il tempo arriva ad essere percepito come una interminabile e stagnante esperienza, svuotata di vitalità e speranza per il futuro. Quando il passato non viene storicizzato, la persona vive in una realtà falsamente presente. Spesso pensa, sente, fantastica, agisce nel tentativo di recuperare il passato. Si illude di avere un controllo e un potere su quanto non può essere modificato. Altre volte, invece, “semplicemente” vive – e rivive – il suo passato come un paradiso perduto o un tragico destino. Come recitano alcuni versi di Emily Dickinson: “E’ una curiosa creatura il passato Ed a guardarlo in viso Si può approdare all’estasi O alla disperazione”. La malinconia e il senso di mancanza Vivere nei ricordi è vivere nella malinconia. Nella mancanza. Ci si sente frustrati, sofferenti, poiché si desidera qualcosa che non si può avere. Alcuni caratteri sono inclini alla malinconia. Tendono a ricercarla, a ricercare e amplificare questo senso di carenza, che diventa una costante. E’ un modo di manipolare l’altro, mostrandosi richiedenti e bisognosi, per restare dipendenti. Un desiderare senza poter godere né raggiungere gratificazione che può portare a forme di vittimismo masochistico. “La malinconia non è una tristezza qualsiasi, è la felicità d’essere tristi”, affermava Victor Hugo. Non si tratta di un essere tristi specifico ma di un atteggiamento esistenziale che, non legandosi a nessun evento in particolare, appare insanabile. Assume il volto inconsolabile di chi desidera la propria felicità tanto quanto la ricaccia. Vivere nel passato come blocco del processo evolutivo Chi vive nel passato sta evitando di affrontare il presente, di vivere pienamente. Non vuole lasciare andare i vantaggi della posizione dipendente e vittimistica. Non è disposto a ritirare la richiesta di accudimento e l’accusa che rivolge all’esterno, per assumersi la responsabilità di se stesso, di ciò che è in suo potere cambiare. E’ bloccato nel proprio processo evolutivo e realizzativo. Da un lato la perdita, che riguarda il lasciar andare il familiare, ciò che rassicura, dall’altro lato la paura di confrontarsi con quanto teme, di aprirsi al nuovo ed affrontare i rischi che la vita e la crescita comportano.

La realtà virtuale in ambito clinico

La realtà virtuale

Le grandi potenzialità della realtà virtuale hanno reso le sue applicazioni sempre più numerose in ambito clinico, in particolare nella psicoterapia.  Prima di analizzarle, è bene chiarire il concetto di realtà virtuale e le sue caratteristiche.  La realtà virtuale è una combinazione di dispostivi hardware e software che generano una stimolazione multisensoriale sincronizzata, in grado di creare nell’utente l’illusione di essere fisicamente situato in uno spazio tridimensionale e di poter interagire con gli oggetti e gli utenti in esso collocati. Per definizione, un sistema di realtà virtuale dovrebbe coinvolgere tutti i canali sensoriali. Ad oggi, tuttavia, i sistemi di realtà virtuale più diffusi si limitano alla stimolazione dei soli canali visivo, uditivo e tattile. I sistemi di realtà virtuale sono generalmente classificati in tre categorie:  Sistemi immersivi: creano nell’utente l’impressione di essere circondato dall’ambiente virtuale, isolandolo parzialmente o completamente dallo spazio fisico in cui si trova. Ad esempio: i caschi virtuali Sistemi non immersivi: l’utente osserva l’ambiente virtuale attraverso una sorta di finestra rappresentata dal monitor e interagisce con i suoi contenuti utilizzando un joystick. Ad esempio: i videogiochi Sistemi di telepresenza: consentono all’utente di eseguire operazioni manuali in luoghi difficilmente accessibili o pericolosi, mediante l’uso di telecamere periferiche o robotizzate (ad esempio esplorazioni interplanetarie, subacquee o microchirurgia).  La realtà virtuale trasforma l’utente da osservatore di un’esperienza a protagonista di quella stessa esperienza. Egli non è più solamente un passivo destinatario di informazioni, ma è un soggetto in grado di modificare in tempo reale i contenuti della propria esperienza con scelte e azioni.  Un’interfaccia di realtà virtuale ben progettata permette alla persona di sperimentare un senso di presenza individuale e sociale. La percezione di essere presenti in uno spazio si traduce nella capacità di agire intuitivamente. Noi ci sentiamo presenti in un ambiente virtuale in quanto esso impiega dei meccanismi simulativi molto simili a quelli usati dalla nostra mente. Il senso di presenza sarebbe allora generato dalla capacità virtuale di generare contenuti digitali coerenti con le previsioni fatte dalla nostra mente. Più la previsione è corretta, più il soggetto si sentirà presente nell’ambiente virtuale che sta sperimentando, pur sapendo che esso non è reale.  Una volta creato un ambiente virtuale in grado di farci sentire presenti, è necessario concentrarsi sul tema della presenza sociale. La presenza sociale indica la sensazione di essere con altri all’interno dell’ambiente virtuale e quindi coincide con la capacità di cogliere le intenzioni altrui.  Occupiamoci ora delle diverse applicazioni in ambito psicoterapeutico.  La realtà virtuale viene specialmente usata nel trattamento dei disturbi d’ansia e dello stress, delle fobie, dei disturbi dell’immagine corporea associati ad obesità e disturbi alimentari.  Il trattamento dei disturbi d’ansia e delle fobie è solitamente basato sull’esposizione, mediante la quale la persona viene esposta allo stimolo temuto o alla situazione che le genera ansia. L’ambiente virtuale permette di fare esperienze che nella realtà sarebbero impossibili, come salire su un aereo per affrontare la paura del volo oppure essere immerso gradualmente in un ambiente pieno di ragni. L’obiettivo della terapia virtuale, definita anche cyberterapia, è quello di far sperimentare al paziente delle esperienze simulate che richiamino situazioni della vita reale percepite come particolarmente critiche o minacciose, con l’obiettivo di favorire la gestione delle emozioni negative che queste elicitano.  Un ulteriore esempio riguarda il trattamento del disturbo post-traumatico da stress, comune nei soldati veterani. Sempre con la stessa logica, la realtà virtuale permette alla persona di immergersi gradualmente nella situazione stressante con la possibilità di escludere qualsiasi cosa che non voglia ancora affrontare.   Un’altra applicazione riguarda i disturbi del comportamento alimentare. La realtà virtuale può essere utile per modificare le emozioni negative associate al cibo attraverso l’esposizione controllata degli alimenti che generano maggiore ansia. Inoltre, può essere usata anche per modificare le distorsioni cognitive che alterano la propria immagine corporea. Tutti questi esempi mostrano come i sistemi di realtà virtuale possiedono le caratteristiche necessarie per poter essere efficacemente usate nella psicoterapia. Purtroppo sono ancora poco diffusi a causa degli elevati costi e delle numerose implicazioni etiche associate al loro utilizzo. BIBBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019) Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti

La Sindrome del “Nido Vuoto”

Quando si parla di “Sindrome del Nido Vuoto” ci si riferisce ad uno stato di afflizione e tristezza, quasi luttuoso, sperimentato spesso dai genitori quando i figli vanno via di casa: si tratta di un insieme di pensieri e sentimenti negativi e nostalgici che nascono quando i genitori, dopo aver cresciuto ed accudito uno o più figli, si trovano soli o con un partner con il quale non c’è più sintonia.  Le persone più vulnerabili rispetto alla sindrome da nido vuoto sono coloro che nel corso degli anni si sono identificati principalmente nel proprio ruolo di genitore, mettendo in secondo piano la propria individualità, dedicandosi completamente alla cura dei figli, ed è proprio in questo periodo che possono iniziare a dedicarsi a se stessi.  I partner che si sono percepiti per tanto tempo quasi esclusivamente come genitori, si ritrovano a fare i conti con la dimensione di coppia. Dopo la destabilizzazione iniziale, sarà bello poter reinvestire energie emotive e fisiche nella relazione stessa: crearsi dei nuovi interessi, dedicarsi ad attività che per i figli sono spesso state accantonate, poter viaggiare, iscriversi magari ad un corso di ballo, coltivare le relazioni amicali e dedicarsi all’intimità. E’ il momento di riscoprirsi coppia, poter fare dei progetti, pensarsi ancora insieme e divertirsi come quando non c’era la responsabilità dei figli. Può accadere, allora, che i coniugi scoprano di non avere più in comune le cose che precedentemente li avevano uniti, perché hanno smesso di condividerle da quando si sono occupati, spesso in maniera esclusiva, dei figli mettendo da parte la cura per la loro coppia coniugale. Il sacrificio dei propri bisogni e desideri unicamente per il bene dei figli può riemergere improvvisamente in tutta la sua forza e consapevolezza al momento della loro assenza talvolta esprimendosi con tensioni coniugali sempre sopite, o con una inaspettata difficoltà di gestione del tempo libero, prima ben organizzato e scandito. Questa fase della vita deve essere rivisitata come un possibile nuovo inizio invece che come inesorabile perdita.  D’altra parte, è vero che fin dalla prima infanzia, attaccamento e separazione sono tutt’altro che due polarità in contraddizione, ma piuttosto due  categorie interdipendenti che organizzano entrambe la vita e le relazioni di una persona, inclusa quella fra genitori e figli (Rheingold e Eckerman, 1970).  È proprio grazie alla sensazione di avere una “base sicura” che il bambino si permette la gioia di muovere i primi passi ed esplorare il mondo allontanandosi dalla madre; le cure e l’affetto di un genitore hanno come fine ultimo quello di rendere un figlio forte abbastanza ad andare via sulle proprie gambe e questo ogni genitore in fondo lo sa anche se con una punta di fierezza e una di rammarico. “I figli sono come gli aquiloni: gli insegnerai a volare, ma non voleranno il tuo volo. Gli insegnerai a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Gli insegnerai a vivere, ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto”.                (Madre Teresa di Calcutta)