Integrazione sensoriale: cosa fare quando è deficitaria

Perché è importante e cosa possono fare gli educatori per supportare chi ha una scarsa integrazione sensoriale? L’integrazione sensoriale è un processo che organizza le informazioni provenienti dai sensi (gusto, vista, udito, olfatto, movimento, gravità, posizione). Facciamo un esempio: quando mangiamo un cibo, al cervello arrivano diverse informazioni dal sapore, dalla vista, dall’odore e così via… Ecco che l’integrazione sensoriale permette di mettere insieme questi dati producendo l’esperienza di noi che mangiamo. Grazie a questo processo, si interpretano e si organizzano queste informazioni in modo soggettivo, guidando quindi i comportamenti in modo funzionale e adattivo. Cosa succede se questo processo è deficitario? Quando il flusso delle sensazioni che arrivano è disorganizzato, come un vigile che non riesce a dirigere il traffico, allo stesso modo non si riesce ad organizzare il flusso di informazioni. E’ così che si crea un ingorgo. Ha origine una percezione distorta del mondo che può causare, a sua volta, difficoltà sul piano emotivo-comportamentale. Anche l’apprendimento può risultare difficile. Un bambino, ad esempio, potrebbe non rispondere ad una consegna verbale soltanto perché l’informazione si perde nel tragitto verso il cervello e non può essere utilizzata per organizzare il comportamento. Questo può avere un impatto sullo sviluppo socio-emotivo del bambino, il quale potrebbe essere disorientato ed insicuro (dato che percepisce il mondo in modo diverso dagli altri). Quali sono i suggerimenti utili per gli educatori? è bene che il bambino faccia esperienza di situazioni che lo aiutino a organizzare al meglio il proprio cervello, attraverso l’utilizzo di materiali diversi e gioco libero; bambini iposensibili o ipersensibili necessitano di attenzioni diverse. Osservare il comportamento dei bambini è importante per capire quali sono gli stimoli che il bambino sopporta di meno o di più; creare contesti sensorialmente adeguati alle esigenze del bambino; non dimentichiamo mai l’importanza di sostenere il bambino da un punto di vista emotivo, aiutandolo a comprendere ciò che per lui è difficile da capire; fare riferimento sempre ad un intervento specialistico che sia generalizzabile in tutti i contesti del bambino.
L’illusione di comunicare: quello che diciamo viene capito davvero?

George Bernard Shaw la metteva in questi termini: “Il maggiore problema della comunicazione è l’illusione che abbia avuto luogo”. Certo, sembra paradossale: comunicare, mettere in comune, dovrebbe significare poter passare in modo immediato informazioni, sentimenti, opinioni, racconti e intenzioni, da un soggetto emittente a un soggetto ricevente che condividono la stessa lingua. Dovrebbe. Ma sappiamo tutti molto bene che la cosa è assai più complicata. È una questione di filtri in entrata: tutti li abbiamo, di quasi tutti siamo inconsapevoli; e molto spesso non siamo in grado di individuare né di riconoscere minimamente quelli dei nostri interlocutori. Questo è naturalmente un terreno fertile per incomprensioni e, in alcuni casi, per pericolose escalation nella comunicazione. Oggi prendiamo in considerazione gli insegnamenti del dottor Marshall B. Rosenberg (1934-2015), che ha affrontato scientificamente il tema e ha lavorato in tutto il mondo come pacificatore prima di fondare il Centro per la comunicazione non-violenta. Partiamo da una semplice constatazione: quando comunichiamo verbalmente con persone diverse siamo spesso sorpresi dal fatto che, in qualche modo, i nostri interlocutori non abbiano sentito quello che pensavamo di avere detto. Le nostre parole, infatti, arrivano loro attraverso filtri potentissimi di accesso. Per fare un’analogia con la vista, è come se tutti indossassero occhiali da sole con sfumature di colore differente: la nostra camicia bianca verrebbe percepita come rosa, azzurra, verde o marrone, a seconda della lente attraverso cui fosse guardata. A seconda del filtro di chi ascolta, il messaggio più semplice può arrivare in modo radicalmente diverso. “Puoi scrivermi una nuova versione di questo articolo?” potrebbe arrivare, a seconda dell’interlocutore, come “Chiede a me perché non ha voglia di lavorarci”; oppure: “Non è assolutamente in grado di farlo e ha bisogno del mio aiuto”; o ancora “Delega per sottolineare la sua posizione di superiore nell’organigramma”. E potete immaginare numerosi altri modi di interpretare un messaggio all’apparenza così banale, a seconda del filtro e delle attese del ricevente. Quindi: comunicare in modo efficace significa non solo assumersi la responsabilità di ciò che si dice; ma anche di come il nostro messaggio viene ascoltato, tenendo in considerazione molti fattori. Ma come si possono individuare i filtri di ascolto delle altre persone? Rosenberg indica nove bisogni umani fondamentali, da considerare come filtri di base attraverso i quali le nostre parole vengono percepite: Affetto, Creazione, Ricreazione, Libertà, Identità, Comprensione, Partecipazione, Protezione, Sussistenza. Possiamo pensare anche a quanto la Teoria dell’Attaccamento potrebbe contribuire nel comprendere meglio e individuare i filtri: una persona con attaccamento sicuro reagirà allo stesso messaggio in modo differente da qualcuno con attaccamento ansioso-ambivalente. La materia è vasta quanto il bisogno umano di comunicare, ma è anche affascinante e ancora totalmente da approfondire. Intanto, ricordiamoci che i filtri ci sono sempre. Quando conosciamo bene qualcuno è possibile anticipare attraverso quale filtro è più probabile che ci stia ascoltando e adattare il nostro messaggio di conseguenza, per essere più sicuri che arrivi proprio ciò che volevamo dire. Chiedere all’ascoltatore di ripetere ciò che pensa di aver sentito può sembrare inutile e faticoso, ma spesso è il modo migliore per capire se la nostra vera intenzione sia stata comunicata. Le possibilità di essere compresi migliorano anche se spieghiamo chiaramente ed esplicitiamo la nostra motivazione: far sapere all’ascoltatore cosa c’è dietro la nostra richiesta o affermazione renderà meno probabile la stratificazione delle interpretazioni in entrata. In ultima istanza, è importante essere consapevoli del fatto che tutti, e prima di tutto noi stessi, ascoltiamo gli altri attraverso potenti filtri individuali, dovuti alla nostra impostazione, alla nostra esperienza e alla personale visione del mondo. Curiosità, apertura e un freno alle interpretazioni aiutano ad avvicinarci al messaggio di chi parla con noi e alle sue intenzioni. Coltivare il dubbio, chiedere e offrire spiegazioni è forse il più utile esercizio per evitare distorsioni nella comunicazione, in entrata e in uscita. Per andare un po’ più in là nell’illusione, che rimane in parte tale, di potersi comprendere davvero.
Identità e social: se l’immagine digitale prende il sopravvento

Il concetto di identità 5.0 ai tempi dei social: quando l’immagine digitale prende il sopravvento.Nel precedente articolo abbiamo visto le evoluzioni dell’immagine femminile sui social, ma quali effetti ha avuto il progresso digitale sull'(auto)percezione della nostra identità? Identità personale, identità sociale e identità in rete Si definisce identità l’insieme delle rappresentazioni di noi stessi e di coloro che sono in relazione con noi.L’identità non è qualcosa di statico ma di estremamente mutabile, perché è il risultato della scelta sociale della quale siamo protagonisti. Lo psicologo William James afferma che: “ciascuno di noi ha tante identità sociali quanti sono i gruppi di persone con cui interagiamo. Ognuno di noi rappresenta una delle sue parti a seconda dell’ambito sociale in cui si trova.” In quest’ottica identità personale e identità sociale non sono due concetti a sé stanti, ma si compenetrano e interagiscono continuamente. Questa “frammentazione” di identità appartenenti a differenti contesti e situazioni, sfocia in una moltitudine di ruoli che ci vedono protagonisti: donna, madre, moglie, manager, amica…e così via. L’effetto dei social e l’identità digitale Nel 2009 Mark Zuckerberg – CEO di Facebook– dichiarò: “i giorni in cui avevate un’immagine per i vostri amici, una per i colleghi e una per le altre persone che conoscete stanno probabilmente per finire molto presto”.Ad oggi si conferma la sua lungimirante visione: innovazione tecnologica, smart working e social network hanno fatto sì che ognuno di noi si costruisse una precisa identità digitale.Ora distaccarsi da quella che potremmo definire la nostra “brand identity” ci crea disagio perché ci sembra di apparire “diversi” da noi stessi. Il rischio più grande è quello di porre un limite alla propria crescita e curiosità per noi contraddire l’identità pubblica. In questo modo la percezione della propria identità, in tutte le sue sfaccettature, rischia di confondersi con l’immagine trasmessa all’esterno, generando stress e ansia. Ognuno di noi è in continua evoluzione. L’interazione con gli altri e con l’ambiente che ci circonda ci rende ogni giorno persone più ricche e complesse. La vita regala esperienze e cambia le prospettive, sarebbe assurdo privarci delle sfaccettature più intime della nostra essenza per aderire ad una sola, piatta immagine.
Quale rapporto tra stress ed alimentazione?

Un contributo di Luca Basile sullo stretto rapporto tra stress ed alimentazione, come lo stress e la sintomatologia ad esso collegata altera gli ormoni leptina, grelina e adiponectina.
La motivazione intrinseca e l’effetto Tom Saywer

Il raggiungimento di un obiettivo è per ciascuno di noi fonte quotidiana di sforzo fisico e mentale. Ciò che aiuta durante tutto il lavoro è la motivazione che ci spinge a fare sempre un passo in più in vista della meta. Un esempio calzante di quanto la motivazione possa essere un valore aggiunto ai nostri sforzi è dato dalla famosa vicenda della staccionata da dipingere di Tom Saywer, romanzo scritto da Mark Twain. La storia racconta che Tom, per punizione deve dipingere la staccionata della sua casa. All’arrivo dei suoi amici, che si approssimano ad andare al fiume a divertirsi, lui finge un maggiore interesse per il suo lavoro. Tom sostiene con convinzione che gli era stato dato un incarico importante. La sua determinazione stimola la curiosità degli amici e la storia finisce con lui che riposa, riceve regali, mentre gli altri fanno il lavoro. Abbiamo tutti esperienza che un compenso, la passione, il divertimento siano ottime motivazioni che ci aiutano a completare un lavoro. A tutto ciò si aggiunge anche il riverbero positivo sulla nostra autostima. In alcuni casi, però, la vera motivazione per portare a termine un compito, in realtà, non risiede dentro di noi. Essa è frutto di persuasione o di ricatto emotivo. Il Tom Saywer di turno, ci convince che quel determinato lavoro è l’esperienza più gratificante per noi. Sostiene addirittura che la concessione del lavoro a noi, sia un piacere esclusivo, non permesso a nessun altro. Il problema nasce nel momento in cui questo compito diventa per noi, non più motivo di orgoglio e passione, ma sacrificio, rinuncia e stress. In questo caso, ci rendiamo conto che la motivazione non è intrinseca, ma semplicemente “imposta” dall’esterno. Ma a tutto c’è rimedio: bisogna imparare a dire no alle cose e soprattutto alle persone che se ne approfittano della nostra sensibilità e disponibilità.
IL FLOP DELLA COPPIA

di Loredana Luise Quando è necessario un cambio di trama o di regia La vita di coppia non è facile e le sfide quotidiane la mettono continuamente a dura prova. Quando scegliamo di condividere la vita con qualcuno, in cuor nostro speriamo sempre di trovare un nostro sostenitore a vita che, munito di pompom come una cheerleader, faccia sempre il tifo per noi qualsiasi cosa accada, anche se ci piombano addosso all’improvviso delle sfide che pesano come macigni. Quando scegliamo l’altro le dinamiche che ci spingono a prediligere qualcuno sono lontane e insite nella nostra storia familiare ma, in ciascuno di noi, la scelta del partner risponde a profondi bisogni personali di cura o affiliazione ma anche a disponibilità all’accudimento o all’accoglienza dell’altro. Ci affidiamo ad un nostro mito familiare e tendiamo a ricercarlo e a riprodurlo. Ciò che spesso ci fa innamorare è l’immagine di noi che attraverso l’altro ci viene riflessa e che deve in qualche modo corrispondere ad una nostra idealizzazione di quello che vorremmo realmente essere nella nostra vita. L’intreccio delle varie immagini dà vita a quell’insieme di relazioni che viene chiamato “copione” (script). La trama di una storia d’amore coinvolge mille emozioni che vanno dall’esperienza dell’innamoramento, alla scelta e al desiderio di prolungare la frequentazione, fino al bisogno di condividere tempo luoghi e persone, unendo formalmente o meno le proprie vite. In questo evolversi di vissuti l’altro rappresenta sempre più un aggancio dal quale non vogliamo staccarci, e che un po’ alla volta assume concretamente la posizione di parte integrante del vivere quotidiano. Spesso ci ancoriamo al nostro ideale di storia di amore e in qualche modo ci convinciamo che la trama sarà quella, con quel finale lì che tanto ci piace e che sogniamo da un po’. Altre volte invece sappiamo nel profondo, forse perché è un film già visto, che la trama non sarà così avvincente e che le montagne russe saranno sempre dietro l’angolo; di conseguenza ci difendiamo dai rischi emotivi o ci trinceriamo dietro comportamenti ambivalenti e poco chiari che rischiano di non farci vivere appieno l’esperienza emotiva. Ma perché ad un certo punto la trama si blocca, si interrompe o si trascina passivamente? Le motivazioni per le quali una coppia può andare in crisi possono essere molte e le più disparate: alcune coppie vanno in crisi già all’inizio della loro unione, altre invece subito dopo la nascita dei figli o quando i figli sono adolescenti e iniziano a proiettarsi all’esterno lasciando i genitori nuovamente come coppia. In alcuni casi le coppie invece si insabbiano o si bloccano quando avvenimenti imprevisti scuotono in qualche modo la loro vita, e entrambi o uno dei due non riesce a far fronte a queste situazioni in modo lineare e armonico. Al di là del copione personale o delle problematiche che già sul nascere una coppia può presentare, molto spesso le coppie che riescono nei primi tempi a trovare un equilibrio, con l’evolversi della trama non riescono ad adattarsi ai cambiamenti e iniziano a soffrire la relazione agendo dei comportamenti funzionali a sé stessi ma non al sistema coppia. Come reagiscono i soggetti della coppia in crisi Quando la coppia non evolve e il copione non si spiega in maniera equilibrata il disagio può venire espresso in vari modi: Con la conflittualità più o meno forte e un esplicito disaccordo su molti ambiti di vita; con una fuga all’esterno di uno dei due o di tutti e due (tradimenti, investimenti eccessivi nel tempo lavoro o nel tempo libero personale ecc. ecc ); attraverso il disagio personale o la comparsa di alcuni sintomi in uno o in tutti e due i partner; con delle difficoltà nella sfera sessuale (assenza di rapporti intimi o molto saltuari o reali difficoltà nella pratica dell’attività sessuale stessa); se ci sono dei figli può capitare che i figli stessi siano portatori di un problema o di un disagio che corrisponde ad un segnale di sofferenza di tutti. Cogliere l’opportunità della crisi Nella nostra cultura il termine crisi viene associato sempre a qualcosa di negativo o da evitare. La parola crisi deriva dal termine greco KRISIS che significa scelta o decisione, che contiene una connotazione positiva in quanto, grazie a questa situazione, possiamo fare una scelta o agire un cambiamento che ci permette di far evolvere la situazione. Nel caso in cui la coppia, nonostante il riconoscimento della crisi, non riesca poi a ristabilire la situazione di equilibrio e arrivi alla decisione di separarsi per lo meno la crisi è stata funzionale all’interruzione di un declino continuo che faceva male ad entrambi. Ma quando ci si rende conto che le cose non funzionano, che si va avanti per inerzia, che il rischio è quello di non rispettarsi più o addirittura di subire un’evoluzione negativa o svilente da un punto di vista personale, è necessario fermarsi e decidere che è arrivato il momento di fare qualcosa. Forse è meglio decidere di avere un secondo tempo migliore Non è facile fermarsi e ammettere di aver fallito il progetto di famiglia che consciamente o inconsciamente abbiamo accettato. Prolungare per troppo tempo una situazione di malessere, di conflitto, di apatia o di estraniazione, a lungo andare può rappresentare un rischio sia da un punto di vista personale che da un punto di vista dell’intero sistema familiare. Cogliere l’occasione di aver consapevolezza che qualcosa non va, che le cose devono in qualche modo cambiare, è già un primo passo per attivare un cambiamento. Se la situazioni di crisi si trovasse in una prima fase in cui il rispetto reciproco fosse ancora integro, o perlomeno le emozioni negative non avessero ancora avuto il sopravvento, potrebbe essere sufficiente fermarsi e condividere i propri vissuti; discutendo del malessere provato andando alla ricerca di un nuovo equilibrio e di nuove energie per procedere nella vita assieme in modo appagante per entrambe. Ma non sempre è così semplice e forse farsi aiutare da qualcuno potrebbe essere la soluzione migliore. Il supporto di un nuovo regista Un nuovo regista che arriva è emotivamente
IL PAZIENTE FRAGILE NELLO STUDIO DI PSICOTERAPIA. Image credit to Brian D’Cruz Hypno Plus https://www.briandcruzhypnoplus.com/

di Sandra Pierpaoli Gli eventi legati alla pandemia hanno spinto a parlare sempre più spesso dei pazienti fragili e della loro tutela: in ambito medico, per “paziente fragile” si intende la persona affetta da malattie croniche complesse e a volte con ridotta autosufficienza. La definizione si riferisce quindi soprattutto a una situazione di salute compromessa, che diventa maggiormente delicata in presenza di un evento esterno, che può minacciare ulteriormente condizioni preesistenti già precarie. Il supporto psicologico e la psicoterapia rappresentano certamente strumenti utili in questi casi, poiché possono arrecare un significativo beneficio, nelle diverse fasi della malattia e nell’affrontare i diversi tipi di trattamento, previsti dal percorso di cura. Il paziente che si rivolge allo studio privato dello psicoterapeuta, tuttavia, porta per lo più con sé un altro tipo di fragilità, che possiamo definire emotiva, caratterizzata piuttosto da uno scarso senso di sé e dalla difficoltà di fronteggiare le emozioni, sia positive che negative, che inevitabilmente si presentano come risposta agli eventi della vita, a partire dall’infanzia, fino ad arrivare alla terza età. Ciò comporta che per questo tipo di paziente le situazioni stressanti, gli imprevisti, le sfide, le perdite possono rappresentare una difficile prova, che non riesce a gestire in modo adeguato e alla quale non sa come rispondere. E’ dunque a mio parere fondamentale soffermarsi a riflettere su cosa significhi tutelare un paziente che sta affrontando un percorso di psicoterapia e su quanto sia importante garantirgli le condizioni per una relazione terapeutica stabile e continuativa. All’inizio del percorso terapeutico, la persona emotivamente fragile è spesso molto schermata, perché a volte intuisce senza esserne consapevole o a volte consapevolmente sa, che dietro al suo scudo si nasconde un nucleo fortemente vulnerabile. La richiesta d’aiuto rivolta alla psicoterapia riguarda proprio la necessità di accedere a quello spazio di vulnerabilità, per poterlo condividere con qualcuno, spesso per la prima volta. E una richiesta non priva di ambivalenze, poiché se da una parte la persona sente un grande bisogno di liberare una parte atrofizzata di sé, che è stata a lungo tenuta segreta e compressa, dall’altra deve affrontare paura e terrore nel portarla alla luce e nel gestirne le conseguenze. Molto spesso la richiesta d’aiuto è stimolata da uno stato di disagio, non più governabile, come forte ansia, attacchi di panico, compromissione delle normali attività quotidiane, oppure nasce dalla difficoltà di gestire comportamenti compulsivi o relazioni altamente conflittuali. Il nucleo fragile bussa alla porta della coscienza e lo fa attraverso il sintomo, chiede di essere ascoltato, al di là di qualsiasi decisione volontaria e di qualsiasi sistema difensivo. Solo che dall’altra parte il sistema difensivo si contrappone, resiste, continua a fare la sua parte, convinto di lavorare per il bene della persona, sebbene oramai non corrisponda più ai suoi bisogni attuali. Molto spesso è dunque da questo punto che inizia una psicoterapia: un luogo incerto, dove insicurezza e paura sono strettamente intrecciate con le maglie del sistema difensivo e dove la via di uscita è rappresentata dal riconoscimento da parte della persona del proprio bisogno di accoglienza e di un riferimento sicuro. A partire da qui, lentamente e pazientemente, seduta dopo seduta, si inizia ad intessere la tela del legame terapeutico, quel rapporto stabile di fiducia, che in particolare per il paziente emotivamente fragile, rappresenta l’unica possibilità di rischiare di mettere in discussione un sistema difensivo diventato ormai disfunzionale, oltrechè poco efficace. Con alcuni pazienti la fase del consolidamento dell’alleanza terapeutica è più breve, ma con alcuni richiede molto tempo e molte conferme nella solidità della relazione: metaforicamente è un po’ come potrebbe avvenire per un esploratore che si avventura per la prima volta nell’accesso ad una grotta impervia e che ha bisogno di sentire accanto a sé una guida esperta, attrezzata con tutti gli strumenti necessari per una così difficile esperienza. Più la grotta è dissestata e priva di punti di appoggio, più sarà necessario sentire un sostegno sicuro di cui potersi fidare e dunque imparare a fidarsi, in una situazione percepita come estremamente precaria e pericolosa. In termini bioenergetici, il processo di terapia, aiuterà il paziente a sviluppare nel tempo il proprio “grounding”, e cioè il proprio radicamento, che gli permetterà di autosostenersi e di trovare in sé il punto di riferimento principale, su cui poter fare affidamento. In altri termini, lo doterà degli strumenti necessari per calarsi da solo nella grotta, che sarà divenuta, nel frattempo, un luogo più familiare e non più tanto minaccioso. Il processo che porta a realizzare questo obiettivo non è tuttavia né banale né facile: il paziente deve credere nella presa sicura del terapeuta, che non lo lascerà cadere, né lo lascerà da solo in preda alla paura; il terapeuta da parte sua, deve avere fiducia sia nella propria capacità di sostenere adeguatamente la persona, che nella capacità del paziente di acquisire gradualmente una propria autonomia. Tutti sappiamo che non c’è un tempo standardizzato per un percorso di psicoterapia. L’avventura “speleologica” è diversa non solo per ogni paziente, ma per ogni relazione terapeutica.Certamente, però, con un paziente emotivamente fragile, è necessario andare al suo tempo, sintonizzarsi con le sue paure, pur senza assecondarle: solo così gli si permetterà di costruire un più solido senso di sé e una migliore gestione delle sue emozioni. Lo psicoterapeuta nella sua funzione di “speleologo” conosce bene le fasi dell’esplorazione e le precise responsabilità di cui farsi carico; durante il cammino impara anche a conoscere il paziente, a valutare quando e come potrà lasciarlo e soprattutto quando e come non dovrà lasciarlo.Egli deve perciò tutelare il paziente emotivamente fragile prima di tutto da qualsiasi condizione di instabilità della terapia, poiché la continuità della relazione rappresenta l’elemento fondante del processo di cura. In particolare ci sono fasi del percorso, durante le quali interrompere la terapia sarebbe profondamente deleterio per la salute emotiva della persona: sarebbe come privala di ogni appiglio e lasciarla da sola nella grotta, a penzolare nel vuoto. Se il terapeuta fosse costretto, malgrado sé, a interrompere il trattamento a causa di circostanze esterne, potrebbe proporre alla
Conseguenze della pandemia sulle persone con disturbo dello Spettro dell’Autismo e sulle loro famiglie

L’impatto del covid-19 su persone con autismo L’emergenza sanitaria che ogni paese del mondo sta sperimentando a causa della diffusione della pandemia legata al COVID-19 ha avuto un impatto significativo sulla salute fisica e mentale delle persone, interferendo in maniera sostanziale sulla loro qualità di vita. La gestione di questo periodo è stata particolarmente critica per le persone con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) che, a causa delle loro caratteristiche e del loro specifico stile di funzionamento, possono presentare maggiori difficoltà di adattamento alla condizione attuale (Colizzi et al., 2020). L’autismo è un disturbo del neurosviluppo, con un’incidenza stimata superiore a 1/100 (Narzisi et al., 2018), caratterizzato da compromissioni significative nella comunicazione sociale, da interessi ristretti e comportamenti ripetitivi, da deficit nel funzionamento esecutivo (Panerai et al., 2016). Presenta rigidità e resistenze al cambiamento e difficoltà legate alla mentalizzazione (intesa come una attività mentale immaginativa). Tali caratteristiche costituiscono elementi di vulnerabilità e possono determinare difficoltà nella pianificazione delle attività quotidiane con un incremento dei livelli di ansia. Le restrizioni, il confinamento in casa, la limitazione dei contatti sociali, la riduzione delle possibilità di svago e di socializzazione, in molti casi, hanno causato l’incremento dei comportamenti inadeguati, delle stereotipie verbali e motorie, dell’iperattività e una diminuzione della compliance e di richieste funzionali. Cambiamenti dovuti al lockdown Durante la fase di lockdown, in seguito alla sospensione del modello integrato delle attività di cura e del sostegno socio educativo, le famiglie si sono ritrovate da sole nella gestione dei propri figli, sperimentando una condizione di maggiore stress psico-fisico (Drogomyretska et al., 2020). L’interruzione degli interventi globali e intensivi erogati in presenza dai centri specializzati e la chiusura delle scuole, hanno pesantemente inciso sulle occasioni di inclusione e di socializzazione con i coetanei. In una quotidianità venuta improvvisamente meno è emersa pertanto, sempre più forte l’esigenza da parte dei familiari di impegnare le ore dei propri figli. Si è sperimentata, in molti casi, una condizione di confusione, disorientamento e frustrazione di fronte alle difficoltà incontrate nella loro gestione quotidiana, all’interno di un assetto familiare e domestico sprovvisto di strumenti e strategie per fronteggiare i problemi emersi. Si sono riscontrate importanti difficoltà nel dover riorganizzare tempi e spazi, nel gestire momenti di gioco col proprio figlio, nel condividere e ampliare i suoi interessi e, non ultimo, nell’impegnarlo in attività di autonomia. La sospensione dei servizi riabilitativi ha alimentato nei genitori la preoccupazione di poter perdere i progressi raggiunti o indebolire le competenze acquisite con grande fatica, nonché la conseguente insorgenza di nuovi comportamenti problematici. Strategie messe in atto dagli operatori nel periodo post pandemico Un tempo di incertezza che ha fatto emergere paure, senso di vuoto e di solitudine e vissuti di abbandono, che ha determinato una condizione di fragilità e ansia per il futuro, non solo nelle famiglie, ma anche negli operatori che hanno dovuto adattarsi alle nuove esigenze imposte dal COVID-19 (banalmente anche l’uso della mascherina e di altri DPI che aumentano il “distacco emotivo”). La proposta di nuove modalità di lavoro e di presa in carico per supportare genitori e bambini. La specifica competenza delle figure professionali ha permesso di fornire assistenza all’intero sistema familiare al fine di garantire un’esperienza di vita equilibrata ed adeguata alla situazione eccezionale venutasi a creare in conseguenza della pandemia. Tra le strategie messe in campo ha assunto un ruolo significativo l’attivazione immediata di modalità di intervento da remoto così da garantire continuità assistenziale. Esse hanno permesso di rinforzare l’alleanza terapeutica con la famiglia attraverso la co-progettazione dei percorsi riabilitativi e il lavoro di rete per l’integrazione tra i vari contesti operativi. Insieme alle famiglie, sono state strutturate nuove routine giornaliere volte al mantenimento o all’acquisizione di competenze. Questi incontri hanno anche rappresentato uno spazio di confronto e di supporto con l’équipe di riferimento del bambino, nel quale portare i propri vissuti, elaborare le proprie paure, sostenere e promuovere la resilienza e strategie di coping più adattive. Numerosi sono stati i rimandi positivi da parte delle famiglie che in questo modo, non solo hanno potuto ricevere un supporto concreto nella gestione della quotidianità, ma soprattutto non si sono sentite sole, avvertendo concretamente la vicinanza di un “sistema”, nonostante l’obbligo di isolamento. L’impatto della ripresa post pandemica Nella relazione con gli operatori, anche tutt’ora le famiglie trovano ascolto e contenimento per le proprie ansie, sperimentando pensieri più funzionali al loro benessere. Dalle esperienze dirette con alcuni genitori, è emerso che il lavoro di supporto è stato portato avanti anche a seguito della riapertura dei centri. La ripresa delle attività in presenza ha posto agli operatori nuove sfide, per permettere il riavvio delle attività riabilitative garantendo la distanza fisica necessaria per la prevenzione del contagio. Sono stati, infatti, effettuati training specifici per facilitare l’uso della mascherina, o per preparare bambini e ragazzi a sottoporsi all’esame del tampone molecolare, che viene effettuato con una certa cadenza. L’emergenza sanitaria ha, dunque, amplificato le fragilità delle persone con ASD evidenziando molti dei vincoli e delle carenze esistenti nei sistemi di assistenza e cura e la necessità di rivedere la modalità di presa in carico. Ancora più forte è emersa negli operatori la consapevolezza che l’ambiente è troppo caotico per chi ha una sensibilità differente sia a livello neurofisiologico sia a livello psichico. Al contempo, i cambiamenti imposti dalla pandemia, hanno comportato la necessità di attivare nuove e, spesso, creative strategie di intervento per ascoltare, comprendere e rispondere ai bisogni delle persone con questo disturbo e dei loro familiari. Bibliografia Colizzi, M., Sironi, E., Antonini, F., Ciceri, M. L., Bovo, C., Zoccante, L. (2020). Psychosocial and Behavioral Impact of COVID-19 in Autism Spectrum Disorder: An Online Parent Survey. Brain Sciences, 10 (6), 341. doi: 10.3390/brainsci10060341. Drogomyretska, K., Fox, R. & Colbert, D. (2020). Brief Report: Stress and Perceived Social Support in Parents of Children with ASD. Journal of Autism and Developmental Disorders, 21. Lim, T., Tan, M. Y, Aishworiya, R., & Kang, Y. Q. (2020). Autism Spectrum Disorder and COVID-19: Helping Caregivers Navigate the Pandemic. Annals, Academy of Medicine, Singapore, 49 (6), 384-386. Narzisi, A. (2020) Phase 2 and Later
Ghosting: quando l’altro sparisce senza spiegazioni

Oggi, ai tempi della modernità liquida e dei social, il ghosting è un fenomeno sempre più diffuso nelle relazioni interpersonali. Fare ghosting vuol dire sparire nel nulla, per l’appunto, come un fantasma, interrompendo la relazione bruscamente ed eliminando ogni forma di contatto. Senza fornire spiegazioni o anche senza alcun tipo di avvertimento, la persona non risponde più a chiamate e messaggi, blocca l’altro sui social. Nella moderna società liquida, in cui mancano punti di riferimento e basi affettive solide, tutto tende a dissolversi in fretta. Le relazioni evaporano facilmente. I nostri sono i tempi dell’assenza di impegno e responsabilità. I tempi dei social, in cui è semplice dileguarsi: basta un click e la finestra sulla relazione si chiude. Siamo immersi in una cultura narcisistica che, nel tentativo di negare la dipendenza, intesa come bisogno naturale dell’altro, ha sostituito il calore e la pienezza dell’incontro di sguardi e corpi con la fredda e vuota comunicazione virtuale, di tastiere e display. Dipendere da un device appare più gestibile ed economico del costruire e preservare rapporti umani. Il ghosting è innanzitutto una forma di evitamento Chi fa ghosting si sottrae alla relazione e al confronto. Evade la responsabilità della chiusura del rapporto e, ancor prima, di ciò che sente e vuole. Nella maggior parte dei casi, ha una scarsa se non assente consapevolezza dei propri stati emotivi e dei propri comportamenti. Invece di entrare in contatto con il mondo interno ed esterno, ricorre ad un acting-out. Agisce le proprie emozioni e i propri conflitti. Alla base vi è una svalutazione della capacità dell’altro di sostenere la comunicazione della fine del rapporto – resa tanto più forte dal credersi indispensabili – e una svalutazione degli effetti del ghosting in termini di impatto emotivo su chi lo riceve. Ghosting e funzionamento narcisistico Il ghosting è un meccanismo narcisistico, ma non per questo adottato esclusivamente dalle personalità narcisiste. Un essere incentrati esclusivamente su se stessi, avendo come scopo quello di tutelare la propria immagine, di persona indipendente e buona, ad esempio, ed evitare tutto ciò che potrebbe metterla in discussione. Si decide, così, di annullare la relazione in un solo colpo magico, come se non fosse mai esistita. Nel narcisismo patologico, questi aspetti assumono una forma estrema nell’esclusione dell’altro e nella negazione dei propri bisogni affettivi. L’altro non può essere visto, poiché vederlo porterebbe allo scoperto la propria dipendenza e farebbe crollare le difese onnipotenti. Il ghosting come comportamento passivo-aggressivo Il ghosting può nascondere un atto aggressivo o vendicativo e rappresentare un modo per agire la rabbia repressa. Non di rado, si fa portavoce di un trauma vissuto, di un abbandono antico: “faccio a te ciò che è stato fatto a me”. Gli effetti del ghosting Se sparire di fatto interrompe il rapporto tra due persone, è anche vero che, al tempo stesso, intensifica il legame. La persona che lo riceve non è immediatamente consapevole di ciò che sta accadendo, per cui resta un tempo in attesa di spiegazioni, rimuginando. Cercando di interpretare il silenzio. Man mano che passano i giorni, tendono ad insorgere sentimenti di colpa e rabbia, con risvolti anche importanti sul piano della salute, cui si alterna la speranza del ritorno, che a volte può durare anche a lungo. La rabbia, non potendosi rivolgere verso chi la si prova, tende ad accumularsi e a retroflettersi mediante pensieri e atti autodistruttivi. Chi subisce la sparizione avverte una profonda ferita caratterizzata da abbandono, svalutazione, esclusione. Il ghosting è un vero e proprio abuso emotivo, capace di produrre conseguenze molto dolorose. Varianti del ghosting Talvolta può accadere che la persona scelga una posizione meno drastica del ghosting. Ad esempio, quella dello zombieing, ritornando all’improvviso, anche dopo molti mesi di assenza, magari con un messaggio gentile. Oppure, può scegliere una manipolazione più sottile, detta orbiting, basata sul girare intorno all’altro per tenerlo agganciato a sé. Scomparendo e riapparendo nella comunicazione online. Mettendo like ai post, visualizzando le storie, nonostante la relazione si sia interrotta. Queste forme manipolative, più articolate del ghosting, alimentano in misura anche maggiore confusione e dipendenza in chi le riceve. Poiché, quest’ultimo, nel tentativo vano di decifrare l’ambivalenza dei comportamenti dell’altro, resta bloccato nella inconciliabilità tra evidenze contrarie. E’ rifiutato ma al tempo stesso riceve attenzioni, prova dolore e rabbia ma al tempo stesso speranza. Cerca di capire di quale realtà fidarsi, come leggere gli eventi senza commettere errori di giudizio. In questo modo, si assume una responsabilità che non gli appartiene, quella del conflitto dell’altro, sottraendosi alla propria. Alla responsabilità di riconoscere che, con le proprie parti dipendenti, sta partecipando ad un gioco psicologico e che l’unica via per uscirne è abbandonarlo. Elaborare il dolore dell’esperienza vissuta e della perdita.
PERFORMANCE MANAGEMENT

Il tema della valutazione delle performance è proprio di tutte le organizzazioni. Nel tempo si sono susseguite diverse prospettive, ma ad oggi l’approccio maggiormente diffuso, o per lo meno quello a cui si tende, è il Performance Management. Per tanti anni i responsabili HR si sono concentrati sul concetto di Performance Appraisal, focalizzato principalmente sulla valutazione di un collaboratore. In realtà, questo momento è solamente una piccola parte di un Sistema di Gestione della Prestazione più ampio chiamato Performance Management. Il passaggio tra queste due prospettive deriva dallo sforzo delle organizzazioni di collegare gli obiettivi delle singole persone a una strategia generale che esse stesse implementano al loro interno. Il Performance Management serve, quindi, ad allineare obiettivi, aspettative, contributi individuali alle strategie organizzative. E’ focalizzato sulla gestione del collaboratore sia al fine portare redditività e rendimento all’azienda sia per indirizzarlo verso lo sviluppo professionale e la realizzazione personale. Può essere descritto come un processo continuativo che accompagna la risorsa in tutto il percorso valutativo. Adottando tale prospettiva, è importante focalizzarsi sul momento di feedback. Durante tutta la nostra vita, può essere capitato di trovarci in situazioni in cui era richiesto di dare dei riscontri positivi/negativi ad altre persone (amici, colleghi, parenti…). Possiamo tutti concordare nel dire che dare un feedback positivo sia molto più facile rispetto a uno negativo. Anche all’interno delle organizzazioni, i momenti di feedback, soprattutto quelli negativi, sono molto delicati e richiedono un’attenzione particolare. Con l’approccio classico, il feedback era discontinuo, relegato al colloquio annuale finale e forniva una valutazione della prestazione in modo molto semplicistico e riduttivo. Con il Performance Management, invece, il feedback è costante e quotidiano mirato allo sviluppo delle persone. In primis, bisogna aiutare le persone a comprendere bene il motivo per il quale vengono utilizzati determinati strumenti di valutazione piuttosto che altri. In secondo luogo, il grado di accettazione di una valutazione negativa è tanto più elevato quanto più si riescono a spiegare le motivazioni che sottostanno a essa. Facendo un esempio, se si valuta negativamente una persona perché non sa l’inglese, bisogna spiegarle che non è la risorsa più adatta a ricoprire quel determinato ruolo in quanto l’organizzazione vuole espandersi in mercati stranieri. Inoltre, un feedback negativo viene tanto più accettato quanto più si garantisce equità e quanto più si ancora la valutazione alla strategia che l’organizzazione vuole mettere in atto. La percezione dei dipendenti del modo di valutare, infatti, è strettamente collegata alla percezione di equità; la motivazione del lavoratore dipende da quanto percepisce equo il bilanciamento tra cosa offre e cosa riceve da suo lavoro (equità distributiva). Queste valutazioni sono poi confrontate con i colleghi; se un dipendente percepisce che gli altri ottengono di più lavorando meno, nasce una percezione di mancata equità. Si possono così individuare quattro pilastri del Performance Management: Comunicazione strategica: fa sì che agli individui sia chiaro cosa ci si aspetta da loro e come interpretare il proprio ruolo Relazioni: mette insieme i manager e i collaboratori per monitorare il raggiungimento dei risultati Valutazione: consente di valutare le prestazioni individuali e prendere decisioni sull’assegnazione di incarichi, promozioni e reward Sviluppo: consente di fornire feedback sulla propria prestazione Il processo di gestione della performance è considerato come elemento cardine di altri processi HR, tra cui soprattutto lo sviluppo, il talent management e le politiche retributive. Concludendo si può dire che in un’ottica di Performance Management, l’organizzazione assume le sembianze di un alveare. La valutazione individuale per discriminare il contributo delle persone non viene eliminata, ma il prodotto finale è di gruppo. Il valore aggiunto dello psicologo consiste nella sue grandi capacità di ascolto, di comunicazione e di negoziazione che consentono di gestire al meglio tale processo. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G. & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Terza Edizione, De Agostini Scuola SpA – Novara