Il Benessere Psicologico in Pandemia

Rosa Linda Ricci espone il problema del benessere psicologico in merito a questo delicato periodo storico di Pandemia. In questo periodo infatti viviamo degli stati emotivi molto altalenanti, questo significa provare un senso di frustrazione di fronte alla sensazione di sentirsi precari e sentire la preoccupazione. Questo perché il momento che stiamo attraversando ci fa sentire stanchi, mettendoci in una condizione non di benessere psicologico e fisico. Ci serve però attivare una parte che possa portare al benessere. Questa parte passa attraverso il prendersi cura di sé con il dialogo. Il nostro dialogo interno è molto importante perché noi parliamo spesso a noi stessi sotto il livello della consapevolezza quindi senza accorgercene, ma il dialogo ha un impatto sulle nostre emozioni e sulla nostra identità, ecco perché la cura passa attraverso il nostro dialogo interno con un altro elemento importante ovvero, la gentilezza. Perché spesso ognuno di noi prova rabbia verso sé stessi, svalutandosi e questo impatta sulle nostre emozioni. Ecco perché bisogna essere gentile con sé stessi. La gentilezza è un valore da ritrovare in questo periodo storico, perché il modo in cui trattiamo noi stessi spesso si riversa e si manifesta nel modo in cui trattiamo gli altri.
Il bebè è arrivato e siamo diventati genitori.

L’arrivo di un bebè è spesso il risultato di una scelta consapevole di entrambi i partner. Esso, però, è un evento critico del ciclo vitale della famiglia, perché introduce un nuovo legame, quello genitoriale, che è incancellabile e profondamente diverso da quello coniugale. Dal punto di vista psicologico, la nascita di un figlio assume un grande valore: è, infatti, la realizzazione di un progetto personale e di coppia e porta con sé un’ambivalenza di fondo. Innanzitutto, il desiderio di avere un bambino, può avere radici inconsce. Spesso un bebè può rappresentare un modo per colmare un vuoto personale: si desidera un figlio come forma alternativa di gratificazione al rapporto con il partner. Questa scelta, ancora, può essere anche una spinta dettata da stereotipi sociali, secondo i quali la famiglia è completa se ci sono figli. Non va dimenticato, però, che il bebè è portatore di diritti propri che spesso devono confrontarsi con le aspettative dei suoi genitori, a volte troppo elevate o poco rispondenti alla realtà. In questo modo, il neonato rischia di perdere le proprie caratteristiche di inviduo a sè per diventare oggetto di gratificazione e soddisfazione dei desideri dei genitori. Il bebè può diventare la dimostrazione delle proprie capacità sia come persona che come genitore. Questo atteggiamento può determinare un senso di frustrazione e di incapacità di fronte alle difficoltà. E’ importante quindi una ridefinizione dei ruoli di entrambi i partner, affinché si crei un clima innanzitutto di accoglienza che diventi funzionale alla crescita e al benessere del bebè. I neo genitori rimoduleranno anche i rapporti con la famiglia di origine stabilendo con essa confini chiari. Nel momento in cui nasce un bambino, nasce anche la madre. Lei non è mai esistita prima. Esisteva la donna, ma la madre mai. Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo.(Osho)
Il bambino interiore che vive in ognuno di noi

Incontrare il proprio bambino interiore è parte essenziale del processo di consapevolezza e cambiamento di ogni psicoterapia. In ognuno di noi vive il bambino che siamo stati. Pensieri, emozioni, sensazioni, modalità infantili acquisite nel corso dei primi anni di vita che tendiamo a ripetere e ferite antiche che ancora oggi chiedono attenzione. Ma non solo. In ognuno di noi risiede una parte bambina della personalità depositaria di emozioni e bisogni attuali. Si tratta della nostra parte spontanea e creativa, spesso ostacolata da divieti e condizionamenti che limitano l’autoriconoscimento e la libera espressione di sé. Per molte persone è difficile guardare al proprio bambino interiore. Alcuni manifestano vergogna, diffidenza, negazione. La reazione più comune è quella di mostrarsi giudicanti e svalutanti. Vi sono numerose convinzioni su come debba essere un adulto che impediscono talvolta di considerare già solo l’ipotesi dell’esistenza di un bambino dentro di sé. In realtà, tanto più il bambino interiore non viene riconosciuto tanto meno potrà esservi lo sviluppo di una personalità adulta. Il bambino interiore secondo l’Analisi Transazionale Secondo l’Analisi Transazionale, il bambino interiore corrisponde ad uno dei tre Stati dell’Io: Genitore, Adulto, Bambino. Oltre al bambino che siamo stati, ciascuno di noi possiede dentro di sè il genitore che ha avuto. L’insieme dei messaggi ricevuti e il modello genitoriale trasmesso dalle proprie figure genitoriali. Il modo con cui ogni persona si relaziona con la propria parte bambina fa luce sul proprio genitore interno. Quando il Genitore risulta svalutante, la persona non è in grado di riconoscersi in tutte le proprie parti. Non può essere ciò che é ma avverte la spinta a dover essere o a non dover essere in un certo modo, in base ai messaggi genitoriali interiorizzati. In presenza di un conflitto interno tra Bambino e Genitore, l’Adulto, inteso come capacità di rispondere in modo soddisfacente ai bisogni del qui e ora, non può funzionare in maniera adeguata. Il Bambino alla guida della personalità Quando il Bambino non è adeguatamente riconosciuto, la persona tende a ricorrere ad agiti per comunicare ciò che sente e le parti rifiutate di sé. In questo stato di cose, sarà il Bambino e non l’Adulto a guidare la personalità nelle sue scelte e nei suoi comportamenti. Andandosi a confermare le decisioni antiche di copione, le credenze, le emozioni e le esperienze già vissute, la persona resta imbrigliata in uno schema che si ripete e dal finale prevedibile. Incontrare il Bambino Incontrare il proprio Bambino vuol dire dunque innanzitutto vedere il bambino che siamo stati e come quella parte di noi continua a reclamare ciò che non ha ricevuto allora. Come manipola per ottenere attenzioni, sentendosi ad esempio non importante e non meritevole di amore. Come in alcuni casi si boicotta nei suoi progetti e in ciò che desidera, sentendosi inadeguato e credendo di non farcela. O come, in altri casi, si impedisce di stabilire relazioni durature per paura di essere abbandonato. Invidia, distrugge, rinuncia, invece di costruire per sé. Incontrare il proprio Bambino è guardare dentro di sé, alle ferite del proprio passato e alle emozioni e ai bisogni autentici del presente. E’ potersi riconoscere per come si é. In terapia questo passaggio è reso possibile mediante la costruzione di un Genitore capace di accogliere, sostenere e guidare il Bambino. Ed è grazie a questo incontro che è possibile superare i conflitti interni, riconoscersi e sviluppare un Adulto capace di andare verso la realizzazione di sé.
Il bambino frustrato

Spesso i genitori si rivolgono allo psicologo con una specifica domanda: perchè mio figlio piange sempre?è frustrato?io sono disperato. Proviamo a comprendere le motivazioni che possono spingere un bambino a non tollerare l’attesa, attraverso il pianto. Fin dalla nascita il bambino sperimenta piccole frustrazioni. Quando ha fame o ha il pannolino sporco il bambino solitamente si esprime attraverso il pianto.Il momento che intercorre tra la sua richiesta e il soddisfacimento di un bisogno è un momento fondamentale, ovvero di attesa. Tanto più elevata è la motivazione connessa al livello di soddisfazione che può produrre la mèta, tanto più ci sarà la possibilità di tollerare la frustrazione.Quando il genitore interviene immediatamente, nel bambino si crea l’aspettativa che ogni volta che lui piange interviene subito l’adulto a soddisfare la sua richiesta o bisogno. Perché le attese creano frustrazioni? Perché ciò che desideriamo non è in quel momento soddisfatto.Crescendo, tutti noi nella nostra vita ci è capitato di far vincere un bambino ad un gioco per non creargli dispiacere, oppure siamo stati noi stessi ad incarnare quel bambino. Nei bambini, la soddisfazione immediata dei bisogni (un giocattolo, una merendina, un ausilio per la risoluzione di un compito difficile) ha sicuramente una componente di gratificazione sia sul piano personale che affettivo. Essa non produce un beneficio poiché, a lungo andare, tende a divenire una modalità comportamentale di risposta, ovvero una pretesa.Ognuno di noi affronta la frustrazione in maniera diversa a seconda di come siamo stati abituati fin da piccoli e come abbiamo imparato a gestirla.Ci possono essere due modi di reagire alla frustrazione:1. Sentirsi un fallito, un perdente, arrabbiarsi ecc.;2. sentirsi fiducioso della proprie capacità e risorse personali, credere che andrà meglio la prossima volta, ed essere capace di gestire l’attesa per il raggiungimento dei propri obiettivi.Nel primo caso si tratta di un individuo “intollerante” alla frustrazione e spesso può presentare sintomatologie quali ansia, depressione, disturbi del comportamento come aggressività, oppositività nei confronti dei genitori o delle autorità in genere.Nel secondo caso si tratta di un soggetto che è in grado di gestire le proprie emozioni negative, possiede buone capacità di adattamento sociale, buona autostima ed ha maggiori probabilità di raggiungere i propri obiettivi e successi. Caratteristiche del bambino che non tollera le frustrazioni: 1. Non riesce a fare qualcosa e si arrabbia tirando oggetti, piangendo o urlando;2. Fa una richiesta che non viene immediatamente soddisfatta e si mette a urlare, piangere o aggredisce;3. Rinvia un compito perché pensa di non riuscirci;4. Chiede esplicitamente “voglio subito questa cosa!” giungendo perfino a minacciarti. COME GESTIRE LA FRUSTRAZIONE DEI BAMBINI – Consolare il bambino ma non cedere alle sue richieste se non sono importanti o necessarie in quel momento– Dare la possibilità al bambino di fare esperienza di piccoli insuccessi– Incoraggiare a fronteggiare le difficoltà– Dare la possibilità al bambino di confrontarsi con i bambini più tolleranti– Creare delle piccole attese alle richieste del bambino– Dare spazio alla comunicazione sulle emozioni negative che il bambino sta provando Ricordiamo che non e’ giusto privare i bambini del sentimento della frustrazione. Infatti, come tutti gli altri sentimenti, la frustrazione, nella giusta dose, ha un compito ben preciso. Può educare il soggetto a rispondere adeguatamente alle richieste ambientali e relazionali: può spronare allo sviluppo dell’intelligenza e produrre nel soggetto un incentivo all’apprendimento e alla ricerca di nuove soluzioni (problem solving). Se ritieni che tuo figlio non riesca a gestire in maniera adeguata le frustrazioni rivolgiti ad un esperto per richiedere un supporto adeguato.
Il bambino dallo psicologo: sfatare i miti

il bambino dallo psicologo
Il bambino adottato e l’importanza delle prime figure di attaccamento

È nel nucleo familiare che nascono le prime relazioni interpersonali: in famiglia si apprende la maniera di rapportarsi agli altri, dell’esprimersi verbalmente, del dare e del ricevere. L’importanza del primo legame di accudimento Winnicott sostiene che, per un sano sviluppo, il bambino debba crescere in un ambiente favorevole dove la madre (o il cargiver) sappia comprendere appieno i bisogni del figlio. Attraverso l’handiling ossia la manipolazione, la madre avvia un processo di personalizzazione senza il quale il bambino non potrebbe sentirsi “persona”. La rottura del legame di attaccamento è probabile causa di disturbo, così anche l’internalizzazione di modelli d’attaccamento precoce disturbati, possono influenzare le relazioni successive in modo da rendere la persona più esposta e più vulnerabile (Bowlby). Bowlby rileva, dunque, la necessità di “una base sicura” per una buona salute mentale, l’attaccamento di cui parla va oltre il soddisfacimento dei bisogni primari, si tratta del bisogno concreto di vicinanza e di affetto. Determinate carenze dell’infanzia possono portare a disturbi del comportamento o a patologie come la depressione o all’ansia, come esito di disgregazioni infantili del legame con i genitori, fino a comportamenti psicopatici. La funzione riparativa dei genitori adottivi Il bambino adottato è un bambino che, nella maggior parte dei casi, non ha vissuto questo primo legame d’attaccamento per cui i genitori adottivi si trovano a dover fare una sorta di “riparazione” per cercare di riproporre un nuovo legame di attaccamento. La coppia genitoriale dovrebbe cercare di creare un proprio spazio interno, uno spazio emotivo-affettivo per il bambino adottato, che gli permetta di sviluppare le proprie potenzialità, di accogliere i suoi bisogni specifici e di favorire l’elaborazione del suo passato traumatico. La coppia dovrebbe cercare di aiutare il figlio adottivo ad elaborare il lutto per i genitori biologici, lavoro senza il quale risulta difficile pensare ad un buon attaccamento ed un successivo adattamento ai genitori adottivi. Nei casi in cui il bambino è informato o ha il vissuto del fatto che i genitori biologici lo hanno rifiutato, può avere delle fantasie aggressive verso quest’ultimi con la conseguente paura di essere punito. Questa situazione lo porterà a conformarsi facilmente alle richieste della famiglia adottiva, sviluppando un falso Se’ (Winnicott). Quando la relazione adottiva non segue il suo giusto percorso si farà presente un sentimento di estraneità e di diversità che segnala l’impossibilità reciproca di amarsi.
Il bacio sulla fronte tra psicologia e simbologia

In diverse culture del mondo, si può assistere quotidianamente ad un gesto molto affettuoso: il bacio sulla fronte. Esso è un atto d’amore che esula dall’aspetto erotico dell’intimità, per approdare su territori più profondi dell’amore stesso. I primi contatti fisici e intimi tra un genitore e il proprio neonato sono in genere caratterizzati da un bacio sulla fronte. Attraverso di esso, si stimolano le terminazioni olfattive basate sugli ormoni, che creano e rafforzano i legami affettivi. Successivamente, questa esperienza di benessere, non si perde. Al contrario, rimane immutata: il bacio sulla fronte diventa così un momento di intimità tra due persone che si vogliono bene. Il gesto, quindi, non cambia il significato a seconda dei protagonisti. Che sia una madre che da la buonanotte al proprio figlio, oppure due giovani in un parco o ancora un adulto che saluta il proprio genitore, la funzione protettiva si conserva. In effetti, la scelta della fronte come parte da baciare non è a caso. La ghiandola pineale, infatti, si trova proprio al centro di questa zona, tra l’emisfero destro e sinistro del cervello. Secondo Cartesio, inoltre, la ghiandola rappresenta la propria anima: quindi attraverso questo gesto affettuoso si ha accesso a quella parte intima di chi lo riceve. Зробіть ставки на Парі Матч і просто відпочиньте тут… Questo tipo di bacio, quindi, mette non solo in sintonia due persone, che nutrono affetto e stima reciproca, ma ha in sè un aspetto simbolico di affidamento e protezione. Nel momento stesso in cui le labbra si posano sulla fronte, per entrambi i protagonisti, il tempo si ferma: ciascuno a suo modo, vive con estrema intensità l’attimo, cogliendo l’essenza stessa della vita.
Il “languishing”. Apatici e senza gioia in pandemia

Secondo un recente articolo del New York Times, il “languishing” è l’emozione più diffusa in questo periodo di pandemia. Non depressione, ma assenza di gioia. Con il perdurare della pandemia molte persone vivono un senso di stagnazione e vuoto. “Ti senti come se ti stessi confondendo tra i giorni, come se guardassi la tua vita da un finestrino appannato”, scrive lo psicologo Adam Grant. Il termine, coniato dal sociologo Corey Keyes, fa riferimento ad una condizione in cui non vi è depressione ma neppure benessere. “Non hai sintomi di disturbi psichici ma non sei nemmeno il ritratto della salute. Non stai funzionando a pieno regime”. “Languishing” letteralmente significa “languire”. Uno stato di abbattimento causato dal confinamento domestico obbligato, dall’incertezza, dalla paura, dall’assenza di lavoro e di vita sociale. L’aspetto centrale di questa condizione è l’inconsapevolezza. Ci si trascina lentamente nell’apatia e nella solitudine, senza avvertire di stare male, fino ad arrivare a sentirsi senza uno scopo. Adam Grant parla di un antidoto. Lasciarsi andare ad un flusso (“flow”) che stimoli i sensi e riaccenda le emozioni. Può essere qualunque attività, in cui immergersi piacevolmente, che favorisca uno stato di abbandono completo. Quello stato dove il tempo, lo spazio e i pensieri si dissolvono. E, infine, conclude con un avvertimento: cercare il più possibile di dedicarsi un tempo non frammentato. Lasciarsi alle spalle l’abitudine di spezzettare il tempo, acquisita durante il lockdown, quando abbiamo dovuto fare in modo di tenere insieme smart working, famiglia, casa, figli, DAD. Il languishing si supera con la consapevolezza Per risvegliarsi dal torpore di una consapevolezza addormentata bisogna innanzitutto riconoscersi. Portare l’attenzione ai segnali corporei ed emotivi e prendersene cura. Alcune emozioni possono essere difficili da sostenere ma negarle comporta solo altro malessere. Dare un nome al nostro sentire e sapere che molte altre persone condividono le nostre stesse esperienze aiuta. Non passivizzarsi e chiedere aiuto Dopo più di un anno di pandemia, le risorse per fronteggiare lo stress servite in fase iniziale non bastano. Occorre ristrutturare abitudini, modi di essere e agire, passando per la perdita di ciò che era la vita prima. È faticoso. Emergono rabbia, smarrimento, paura, angoscia. E sebbene siamo equipaggiati per far fronte a tutte le situazioni, il miglior adattamento possibile non sempre coincide con uno stato di salute. Bisogna riconoscere i propri limiti e saper chiedere aiuto quando necessario. Aver cura degli affetti e delle relazioni Il distanziamento fisico e le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria hanno introdotto forti limitazioni nella vita relazionale. Il senso di rifiuto verso questi cambiamenti può riversarsi sui propri bisogni e sfociare nella rinuncia, tradursi in un ritiro. È fondamentale rimanere aperti agli affetti e continuare ad alimentare la fonte di nutrimento della condivisione e dello scambio con l’altro. Vivere nel qui e ora Porsi nell’attesa passiva che tutto finisca determina uno stato di sospensione tra il prima e il dopo che impedisce di accettare e vivere il presente. Occorre stare nel qui e ora. Lasciar andare il passato e interrompere le anticipazioni sul futuro. Canalizzare le risorse nell’esperienza che stiamo vivendo, momento per momento. Coltivare il desiderio per uscire dal languishing Per combattere l’apatia (“assenza di passioni”) è utile costruire uno spazio di creatività e progettualità personale in cui esprimersi liberamente, provare piacere, nutrire il desiderio. Amare, noi stessi e gli altri, e amare quello che facciamo è energia vitale. Dà senso della nostra esistenza. Ci fa stare in salute, sostenere e affrontare le difficoltà della vita.
Il “Contratto Invisibile”: Cosa sono i Mandati Familiari e come influenzano la nostra vita

Vi è mai capitato di sentire una spinta irrazionale verso una certa carriera, o di provare un senso di colpa inspiegabile quando prendete una decisione che si allontana dalle tradizioni della vostra famiglia? Se la risposta è sì, probabilmente siete entrati in contatto con un mandato familiare. In psicologia, i mandati familiari sono una sorta di “testamento psicologico” che i genitori (e le generazioni precedenti) trasmettono ai figli. Non sono indicazioni scritte su carta, ma risultano scolpite nel profondo della nostra identità. Che cos’è, esattamente, un mandato? Il mandato familiare è un’assegnazione di ruolo o di destino. È l’aspettativa inconscia che il figlio debba riparare un fallimento dei genitori, portare avanti un prestigio familiare o colmare un vuoto affettivo. Possiamo distinguerli in due grandi categorie: Mandati Espliciti: “In questa casa siamo tutti medici”, “Tu sarai quello che si prenderà cura di noi da vecchi”. Sono chiari, diretti, ma non per questo meno pesanti. Mandati Impliciti: Sono più sottili. Si trasmettono attraverso i silenzi, gli sguardi di disapprovazione o i miti familiari. Ad esempio, il mito del “sacrificio” può spingere un figlio a non godersi mai il successo perché, inconsciamente, sente che la felicità è un tradimento verso chi ha sofferto prima di lui. La “Lealtà Invisibile” Perché è così difficile dire di no a questi mandati? Il concetto chiave è quello di lealtà familiare. Per il bambino, aderire al mandato è una questione di sopravvivenza emotiva: “Se faccio ciò che ci si aspetta da me, sarò amato e farò parte del gruppo”. Il problema sorge nell’età adulta, quando il mandato entra in conflitto con il nostro Sé autentico. Qui nasce il disagio: ansia, depressione, senso di blocco o relazioni tossiche. Come iniziare a svincolarsi? Svincolarsi non significa necessariamente rompere i ponti con la famiglia, ma passare da una lealtà cieca a una lealtà consapevole. Ecco alcuni passi fondamentali: E’ fondamentale chiedersi: “Questa scelta la sto facendo per me o per compiacere qualcuno?”. Prova a rintracciare le origini delle tue convinzioni più rigide. Guarda la storia dei tuoi genitori e dei tuoi nonni. Quali sogni hanno abbandonato? Cosa proiettano su di te? Spesso i mandati sono tentativi di riparare traumi passati. “Il Permesso di Tradire”. Sembra una parola forte, ma crescere richiede un piccolo “tradimento” delle aspettative altrui per restare fedeli a sè stessi. “L’eredità, in fin dei conti, non è solo ciò che riceviamo, ma ciò che decidiamo di farne.” Riconoscere un mandato familiare è il primo passo verso la libertà. Non siamo nati per essere la versione corretta dei nostri genitori, ma per scrivere la nostra storia originale.
Il “busy bragging”: più occupato più importante?

Nella nostra società frenetica, essere occupati è spesso sinonimo di successo. Spesso ci si lamenta delle lunghe ore di lavoro o dei mille progetti in corso e la mancanza di tempo libero, in un certo senso esibendoli quasi come se fossero trofei di cui vantarsi. Ma dietro questa ostentazione della frenesia, si nasconde un bisogno più profondo di riconoscimento e approvazione. Uno studio recente ha rivelato che sempre più persone tendono a vantarsi della propria frenetica vita, anche quando non è del tutto vera. Questo fenomeno, definito ‘busy bragging’, sembra essere alimentato dal bisogno di apparire produttivi e di successo agli occhi degli altri. Ma quali sono le implicazioni psicologiche di questo comportamento? Cos’è il busy bragging? Con il termine “busy bragging” si intende la tendenza a vantarsi di essere costantemente occupati, spesso per ottenere approvazione sociale o per dare l’impressione di essere importanti. Tale fenomeno è sempre più in aumento nella società moderna e connessa, generando un forte impatto sulla percezione di noi stessi e degli altri. Sul tema del busy bragging si è concentrata negli ultimi anni Silvia Bellezza, docente di psicologia del marketing alla Columbia Business School, che a questo proposito ha pubblicato uno studio sul Journal of Consumer Research. Bellezza ha condotto un esperimento in cui ha chiesto a un gruppo di persone di giudicare post di sconosciuti, ricavandone che chi è pieno di impegni viene considerato effettivamente di status superiore, poiché il suo valore di mercato cresce e risulta più vicino al successo lavorativo. Questa convinzione, però, può rivelarsi una trappola. Secondo la psicologa, chi si lamenta sui social di essere troppo impegnato ne farebbe poi spesso motivo di orgoglio. Secondo lei, il busy bragging sarebbe il nuovo status symbol del millennio e dietro la lamentela di chi è oberato di cose da fare si nasconderebbe una simulazione. Questa necessità di mostrarsi sempre impegnati e con pochissimo tempo libero può generare quella che la psicologa Shneider ha definito “produttività tossica”, ovvero una ricerca malsana di produttività che va altro i limiti compatibili della salute. Questo può generare aspettative impossibili da raggiungere e senso di colpa quando ci si concede un momento di pausa o riposo, da cui può nascere la necessità a mostrarsi a tutti i costi impegnati e produttivi. Tuttavia, come è stato dimostrato, essere sempre occupati non migliora la produttività, ma può avere effetti deleteri sia sulla salute che sul rendimento lavorativo. Motivazioni e conseguenze Le motivazioni psicologiche alla base di tali fenomeni possono essere diverse. Può nascere da un bisogno di approvazione, per cui vantarsi di essere occupati può essere un modo per cercare riconoscimento e validazione sociale; può essere collegato all’ansia da prestazione, ovvero alla paura di non essere all’altezza e al bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore; ruolo centrale è svolto anche dalla cultura della produttività, in quanto la nostra società premia l’efficienza e la produttività, incentivando questo comportamento. Inevitabilmente, il fenomeno del busy bragging genera delle conseguenze negative sulla salute delle persone, primo fra tutti un maggiore rischio di sviluppare alti livelli di stress e burnout, in quanto la costante ricerca di occupazione può generare un sovraccarico mentale ed emotivo. Inoltre, tale comportamento può portare a una diminuzione della soddisfazione personale e della qualità della vita. Lo stimolo ad essere sempre produttivi non porta ad un aumento della produttività Tuttavia, Schulte ha dimostrato che questo sistema di iperproduttività non garantisce l’efficienza dei lavoratori, anzi la compromette. Lo stimolo ad essere sempre produttivi non porta ad un aumento della produttività, anzi spesso è vero l’esatto opposto. È scientificamente dimostrato che in qualsiasi campo il lavoratore che si sottopone a ore e ore di lavoro senza sosta perde in efficienza e creatività. Fondamentale diventa il tempo libero per potersi rigenerare. Riempirsi di cose da fare e di impegni da smarcare equivale a sentirsi importante, richiesto, utile agli altri e alla società. Ma tutto questo è pericoloso, perché ci toglie il tempo di oziare, inteso come tempo da dedicare ad attività rigeneranti per corpo e mente, attività essenziali per il benessere psicologico. Alternative positive possono essere la mindfulness o attività di meditazione, pratiche per focalizzarsi sul presente e apprezzare le piccole cose, o anche lo stabilire dei limiti, per avere maggiore equilibrio tra vita privata e vita lavorativa. Oggi, che viviamo in un momento storico in cui lo stress emotivo e psicologico hanno raggiunto vette elevate, il tempo da dedicare ad attività che non hanno per forza un risvolto produttivo è quanto mai necessario, per evitar rischi come il burnout, in quanto il nostro valore individuale non dipende sempre e solo dalla quantità degli impegni che abbiamo.