I DISTURBI DEL SONNO NEL BAMBINO

Un bambino su quattro soffre di disturbi del sonno. Il sonno matura e cambia con la crescita, per cui molti comportamenti che possono sembrare disturbi del sonno, nel neonato o nel bambino, sono in realtà espressione dell’età che cambia. Quali sono i disturbi del sonno del bambino? difficoltà a iniziare o mantenere il sonno (comunemente nota come insonnia); eccessiva sonnolenza diurna; disturbi della respirazione e del movimento nel sonno. Disturbi del sonno nei bambini di un anno Nel sonno del bambino nel primo anno di vita si verificano importanti cambiamenti, che in parte si riflettono nelle grandi acquisizioni che possiamo osservare dalla nascita ai 12 mesi. Spesso si tratta di passaggi fisiologici. Un neonato passa gran parte delle 24 ore dormendo, senza fare differenza fra il giorno e la notte, svegliandosi per ottenere il nutrimento.Anche se comportano una disregolazione del sonno dei genitori, è raro che i risvegli notturni frequenti possono essere la spia di un disturbo del sonno del neonato, se il piccolo cresce regolarmente. Nei primi 6 mesi di vita del bambino, durante il sonno, si possono osservare comportamenti che possono allarmare i genitori, come un respiro irregolare o rumoroso, movimenti anomali o altri fenomeni che non sono presenti in età successive. Dopo i 6 mesi di vita è possibile che il bambino manifesti nuovamente una fase di “regressione”. Talvolta questo si verifica quando uno dei genitori rientra al lavoro o il piccolo viene inserito al nido. Disturbi del sonno nei bambini tra i 2 e i 4 anni Intorno ai 2 anni, può comparire un fenomeno che per le sue caratteristiche viene chiamato “pavor nocturnus”, terrore notturno. Nella prima metà della notte, il bambino può svegliarsi come in preda a uno spavento, urlando e muovendosi come se fosse in grave difficoltà. Si tratta tuttavia di un comportamento para-fisiologico nell’ambito delle parasonnie. Il piccolo sembra sveglio nelle parole e nei gesti, ma il suo cervello dorme ancora: ne è un segno l’impossibilità di entrarci in contatto e l’assenza di ricordi al risveglio. Nella seconda parte della notte, invece, possono comparire incubi, sogni dal contenuto spaventoso che svegliano il bambino. Tra i 2 e i 4 anni può essere anche presente l’insonnia, con difficoltà a iniziare o mantenere il sonno, e può comparire un respiro rumoroso con russamento. La causa più frequente di questo disturbo in età pediatrica è l’ingrossamento di adenoidi e tonsille: è importante riconoscere questa situazione, poiché il bambino, dormendo male, può manifestare disturbi durante il giorno, come ad esempio difficoltà nell’attenzione e nella concentrazione. Disturbi del sonno nei bambini dai 4 anni in poi In questa fascia di età possono essere presenti tutti i disturbi del sonno già elencati. Fra le parasonnie più frequenti ricordiamo il sonnambulismo, in cui il bambino si alza durante la notte e riproduce comportamenti simili a quelli della veglia. Perché si verificano i disturbi del sonno nel bambino? Da questa breve sintesi si evince che le difficoltà del sonno nei bambini sono tante e diverse tra loro. Le cause dei disturbi del sonno possono essere molte e riconducibili in certi casi a patologie vere e proprie, in altri invece a errate abitudini o convinzioni sul sonno. Quando preoccuparsi se il bambino dorme poco? Innanzitutto occorre ricostruire la giornata tipo del nostro bambino, così da descriverla al pediatra che valuterà se la quantità di sonno è adeguata all’età. I segni di sonno di scarsa quantità o qualità non si manifestano nella tendenza ad addormentarsi durante il giorno, bensì con irrequietezza, difficoltà a concentrarsi o a giocare con gli altri, fino ai disturbi nella crescita nei casi più gravi. Sin dai primissimi giorni di vita è utile cercare di instaurare una routine per il sonno dei bambini. Non c’è però un’unica routine possibile, perché le abitudini variano di famiglia in famiglia, ma esistono strategie comuni che si possono mettere in atto: sin dal pomeriggio sarebbero da evitare attività eccessivamente stimolanti o al contrario sonnellini troppo prolungati; proporre un bagno, prima o dopo cena, a seconda delle abitudini della famiglia e dalle conseguenze sul piccolo: infatti c’è chi si rilassa nell’acqua e chi invece diventa ancora più irritabile; terminato il pasto serale è meglio evitare di proporre latte o altre bevande al bambino, altrimenti il piccolo assocerà l’addormentamento al liquido e lo richiederà ad ogni risveglio; per addormentarlo è consigliato spostarsi nella zona predisposta per il sonno, il piccolo può essere accompagnato nell’addormentamento proponendo la lettura di un libro o una canzone che gli permetta di rilassarsi; evitate schermi, musiche ad alto volume e luci notturne. Conclusioni E’ bene quindi monitorare la qualità e la quantità di sonno del proprio bambino. Qualora la causa del disturbo abbia delle basi psicologiche è preferibile rivolgersi ad uno psicologo esperto.
I disegni in età evolutiva sono davvero solo scarabocchi?

di Giada Mazzanti A chi non è mai capitato, ad esempio durante una telefonata, di prendere una penna e scarabocchiare qualcosa o andare in una galleria d’arte per emozionarci davanti alle opere. Ecco, questo è un piccolo esempio del grande potere del disegno. Ha un potere concreto (richiamo della realtà, attivazione corporea e intellettiva) ma anche evocativo (l’opera evoca in chi guarda e chi dipinge emozioni). Pensiamo però a quando eravamo bambini e a tutti i fogli, i colori e al vario materiale usato per esprimerci mediante il disegno. Perché lo facevamo e perché continuano a farlo i bambini di qualsiasi generazione? Partiamo con il dire che il disegno e la pittura siano attività spontanee innate, esattamente come lo sono, per esempio, il parlare e il camminare. Le capacità di rappresentazione, per intenderci la bravura nel disegnare, dipendono non solo dalla maturazione motoria e intellettiva ma anche dall’affinamento dovuto dall’esercizio. Non bisogna però dimenticarsi del fatto che l’atto di imprimere un segno grafico o un’impronta colorata su un foglio bianco rendono il bambino appagato. Essendo un’abilità spontanea spesso non si considera che sia in realtà un’azione estremamente complessa; affinché si attui servono la coordinazione di diverse competenze: motorie (muovere la mano e il polso in modo funzionale), percettive (cogliere le linee e i tratti di un dato oggetto) e cognitive (adattare le linee in modo che siano in relazione tra loro e con le giuste dimensioni) che raggiungono la maturazione attorno ai cinque o sei anni. Servono anche l’immaginazione e la capacità di collegarsi al proprio mondo emotivo. Pertanto, quando un bambino disegna esprime se stesso, le sue paure, comunica con gli altri e permette di comprendere e controllare i propri stati interni in quanto vengono spostati al di fuori di sé mettendo una distanza tale da poterli vedere e non subirli. Anche l’abilità immaginativa e di fantasia devono essere stimolate in modo adeguato: non si assimilano passivamente ma è necessaria una posizione attiva. Ma cosa si intende con l’essere attivi nello sviluppo dell’immaginazione? lo studio di Meringoff (Meringoff et al., 1981) mostra come l’ascoltare una storia radiofonica stimolasse maggiormente la creazione di disegni fantasiosi rispetto alla visione di un film o un libro illustrato. Questo avviene perché vedendo le immagini i bambini riportavano quello che avevano visto senza interpretare; non interpretando non avviene la propria elaborazione della narrazione, quindi adottare una posizione attiva indica il riuscire a interpretare gli stimoli esterni senza subire influenze. Per riassumere possiamo dire che il disegno sia funzionale per la costruzione identitaria in quanto permette di sviluppare la capacità immaginativa, permette di rappresentare e gestire il mondo esterno (vedo il contesto e disegnandolo lo rielaboro facendolo mio), ha una funzione sociale che permette la comunicazione ma anche la gestione e la comprensione dei suoi affetti e/o problemi ma è anche la narrazione di se stessi. Possiamo definirlo come una forma di espressione innata ma anche come strumento che permette di capire, dare forma e rappresentare il proprio mondo. Esistono due tipi di disegni, quello libero e su richiesta; presentano delle differenze, infatti quello libero è caratterizzato dalla spontaneità e permette l’emersione di aspetti nascosti paragonabili al materiale onirico e alle libere associazioni degli adulti. Parlando dell’evoluzione della capacità grafica nel bambino si riscontra che avvenga tramite due meccanismi contraddittori: la ripetizione dello stesso tema e la variazione del tema; il primo è funzionale per il consolidamento del tema appreso e il secondo per esplorare e apprendere nuovi schemi. Inizialmente questa attività è un piacere dato sia dal movimento cinetico del corpo, sia dalla percezione visiva del tratto che si lascia. È verso l’anno che il bambino prende in mano il pennarello o la matita ma più che tracciare forme tenta di colpire il foglio mentre intorno ai 18/20 mesi iniziano i veri scarabocchi/tratti. Verso i 3 anni i bambini sono affascinati dalla scrittura e la imitano tracciando linee per tutta la lunghetta del foglio mentre dai 4 anni iniziano a copiare qualche lettera ma senza fine cominciativo; verso i 5 anni si raggiunge la maturazione di alcune abilità motorie e si percepiscono le parole come insieme unitario quindi le lettere assumono il significato di intere parole. Dai 6 anni la capacità di attenzione e di lessico aumenta ma lo scopo della rappresentazione grafica rimane quella di mostrare ciò che si sa delle cose e non quello che si vede quindi il disegno diventa una definizione dei suoi significati interni. Dicevamo prima che il disegno infantile abbia delle relazioni con l’indagine sulla vita emotiva di chi disegna, infatti nel disegno, come nel gioco, il bambino riversa la sua realtà nel foglio, ciò gli permette di esternare gli elementi per lui più importanti potendo rielaborarli e consolidando i ricordi e le esperienze vissute. Per poter ricavare suggerimenti emotivi dai disegni si deve prestare attenzione a diversi aspetti del disegno come ad esempio, la posizione del foglio, la sequenza, la pressione, le dimensioni, i colori, i tratti le dimensioni, la sequenza di rappresentazione dei soggetti e altri aspetti. Bibliografia Anna Olivero Ferraris (2012). Il significato del disegno infantile; Bollati Boringhieri. Guido Crocetti (2009). I disegni dei bambini; Armando editore Meringoff L. et al. (1981). How shall you take your story whit or whitout pictures? Biennial meeting of the society for research on child development.
I confini tra sé e l’altro

Saper riconoscere e gestire i confini tra sé stessi e gli altri è fondamentale per stare bene ed avere relazioni sane. In terapia si lavora spesso sui confini. La maggior parte delle difficoltà che emergono in quest’area riguarda innanzitutto il riconoscersi e il vedere l’altro come diverso da sé. Tali capacità si formano nel processo di separazione-individuazione che interessa i primi anni di vita. In questa fase il bambino passa da uno stato di simbiosi naturale, in cui è tutt’uno con chi si prende cura di lui, ad uno stato più evoluto di percezione di sé come persona separata, distinta e, via via, sempre più autonoma. Nella realtà dei fatti, non di rado accade che lo sviluppo naturale venga ostacolato da meccanismi che impediscono l’abbandono della simbiosi e l’evoluzione verso l’autonomia. Confini ed alterazioni del funzionamento della persona Una carenza di confini comporta una alterazione del funzionamento della persona, con modalità che possono assumere forme differenti: onnipotenti, narcisistiche o più dichiaratamente dipendenti. Vi può essere un ritiro nello stato primario di non-differenziazione tra sé e ciò che proviene dall’esterno. O un irrigidimento su di una struttura narcisistica, di negazione dei propri bisogni affettivi, in cui l’altro non può essere visto. Oppure, un appoggiarsi all’esterno come incapacità di autoriconoscimento ed affermazione di se stessi. Questi meccanismi, al di là delle manifestazioni patologiche in cui possono sfociare, appartengono in maniera più o meno significativa ad ogni personalità. Si tratta del modo con cui il contatto con la realtà interna ed esterna viene interrotto da una riproposizione di schemi antichi. Allo scopo di difendersi di fronte ad un’esperienza proibita, temuta, cui non si accede. Confini e relazioni Avere dei buoni confini vuol dire dunque, in primis, riconoscersi per ciò che si è e riconoscere l’altro per ciò che è. Vuol dire essere in grado di distinguere quanto proviene da sé da quanto proviene dall’altro. In termini di pensiero, giudizio, sentire, bisogni, motivazioni. Scelte e azioni. Ma non solo. I confini sono sani quando si è anche in grado di rispettarli all’interno della relazione. Nella quotidianità della maggior parte delle persone accadono frequentemente eventi che hanno a che fare con problematiche di confine. Ad esempio, si può accettare dall’altro un gesto non gradito pur riconoscendo l’effetto negativo che ha su di sé. Ci si può inibire compiacendo, allineandosi al modo di pensare e di agire altrui o, al contrario, si può essere rifiutanti rispetto alle differenze che l’altro esprime. Si può avere difficoltà ad affermare se stessi per non deludere un’aspettativa. Vi possono essere dinamiche relazionali di dominio/sottomissione, controllo, confluenza. La vita adulta al di fuori delle manipolazioni Si tratta di manipolazioni apprese durante l’infanzia allo scopo di assicurarsi riconoscimento, amore. Ma, mentre a quel tempo hanno rappresentato il migliore adattamento possibile all’ambiente, nel presente della vita adulta intervengono come limitazioni. In quanto aspetti dipendenti che impediscono di stare bene, di avere una vita relazione soddisfacente e realizzarsi. Una famosa citazione di Fritz Perls, nota come “preghiera della Gestalt”, racchiude in sé tutta l’importanza dei confini: “Io sono io. Tu sei tu.Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.Se ci incontreremo sarà bellissimo;altrimenti non ci sarà stato niente da fare”.
I CONCERTI E LA VALENZA PSICOLOGICA

I concerti sono molto più di semplici eventi sociali o di intrattenimento. Sono esperienze multisensoriali che possono attivare una serie di componenti psicologiche, influenzando emozioni, percezioni e connessioni sociali. In questo articolo, esploreremo le molteplici dimensioni psicologiche coinvolte in queste esperienze uniche. 1. ANTICIPO DELL’ECCITAZIONE Prima ancora di entrare nello spazio del concerto, l’anticipazione dell’evento può innescare una serie di reazioni psicologiche. La prospettiva di vedere un artista o una band preferita può portare a un aumento dell’entusiasmo e dell’eccitazione. Questa anticipazione può influenzare il nostro umore e prepararci emotivamente per l’esperienza che ci aspetta. 2. IL COINVOLGIMENTO SENSORIALE Una volta all’interno del luogo del concerto, siamo immersi in un ambiente ricco di stimoli sensoriali. La musica, in particolare, attiva una vasta gamma di sensazioni uditive, dalle note melodiche al ritmo pulsante. Questo coinvolgimento sensoriale può avere un impatto immediato sul nostro stato emotivo, inducendo sentimenti diversi a seconda del tipo di musica e delle nostre esperienze personali che le associamo. 3. LA CONNESSIONE SOCIALE I concerti offrono anche un’opportunità unica per connettersi con gli altri. Condividere un’esperienza musicale in tempo reale con un pubblico di persone che condividono interessi simili, infatti, può favorire un senso di appartenenza e comunione. Dunque, i legami sociali che si formano durante un concerto possono essere potenti. La musica agisce come un collante emotivo che unisce le persone attraverso esperienze condivise. 4. L’ESPERIENZA TRASCENDENTALE Alcuni concerti possono portare gli spettatori in uno stato di trance o estasi, noto anche come “esperienza trascendentale”. Durante queste performance, infatti, le persone possono perdere la percezione del tempo e dello spazio, sentendosi totalmente immersi nella musica e nell’atmosfera del concerto. Questo stato di flusso può portare a una sensazione di unità sia con la musica stessa sia con il pubblico circostante, creando un senso di completa armonia e felicità. 5. L’EFFETTO CATARTICO La musica ha il potere di suscitare emozioni profonde e spesso può fungere da catalizzatore per il rilascio di tensioni emotive accumulate. Attraverso l’esperienza condivisa di un concerto, le persone possono trovare un’uscita per le proprie emozioni, sia esse gioiose o dolorose. Questo effetto catartico può avere benefici terapeutici, offrendo un modo per elaborare e affrontare sentimenti difficili. 6. LA MEMORIA E IL SIGNIFICATO PERSONALE Le esperienze vissute durante un concerto possono diventare parte integrante della nostra narrazione personale, creando ricordi indelebili e associandoci a momenti significativi della nostra vita. La musica ha il potere di evocare ricordi e emozioni in modi unici e i concerti possono essere catalizzatori potenti per questo processo. In conclusione, andare a un concerto è un’esperienza che va oltre il semplice ascolto di musica dal vivo. Questa esperienza coinvolge una serie complessa di componenti psicologiche, dalle emozioni suscitate dall’anticipazione e dall’ascolto della musica, alla connessione sociale e alla formazione di significati personali duraturi.
I cartoni animati: valori ed emozioni da esplorare

I cartoni animati permettono al bambino di entrare in contatto con le proprie emozioni: cosa può fare l’adulto? Provate a rispondere con me a queste semplici domande: -durante la mia infanzia c’è stato un cartone animato a cui ero particolarmente legato? -perchè? -cosa ricordo di quel cartone animato? Penso che nella maggior parte dei casi la risposta alla prima domanda sia “si, c’è un cartone a cui sono legato”; sul perché c’è un legame, probabilmente è qualcosa che riguarda il tema del cartone animato (attinente agli interessi della persona); alla terza domanda (cosa ricordo di quel cartone animato?) allora si potrebbe iniziare a parlare di emozioni che si attivano con i ricordi. In molti film d’animazione si nascondono tematiche importanti sulla vita, su se stessi e sul mondo che ci circonda. Pensiamo ad esempio a “Soul”, l’ultimo cartone animato della Disney Pixar uscito nel 2020. Lì si affrontano temi come: la ricerca di uno scopo nella vita, gli obiettivi che vengono prefissati, la collaborazione, la consapevolezza di sé, la gioia (nel cartone animato viene chiamata “scintilla”) che si nasconde nelle piccole cose. E così, guardare un cartone animato con il proprio bambino, non è soltanto un’occasione piacevole per trascorrere del tempo con lui, ma diventa anche un momento di condivisione e di riflessione importante sia per lo sviluppo del bambino che per la relazione tra adulti e piccini. Uno studio portato avanti dall’Università UPV/EHU dei Paesi Baschi (Spagna) ha analizzato l’osservazione dei cartoni animati da parte dei bambini in relazione allo sviluppo di abilità narrative e alla formazione di valori importanti. Per questo è essenziale che la visione di questi cartoni animati avvenga in compagnia di una persona adulta che possa ascoltare e discutere i turbamenti o i dubbi che possono crearsi nel bambino, mentre gli si dà l’occasione di entrare in contatto con il suo mondo interiore per scrutarlo. Ed ecco allora che, ritornando alla terza domanda posta all’inizio dell’articolo, si finisce a parlare di emozioni. “Cosa ricordo di quel cartone animato?” Quando io ripenso ai cartoni che hanno accompagnato la mia infanzia, mi viene in mente la paura, che ho conosciuto guardando “Biancaneve”, il coraggio e la grinta di “Pocahontas”, la tristezza espressa con il pianto quando Mufasa muore ne “Il re leone”. Gli studi condotti sui processi di memoria hanno permesso di individuare le aree e le strutture responsabili dei processi mnestici e di osservare la stretta relazione tra memoria ed emozione. E a proposito di emozioni, non può non essere nominato Inside Out! Inside Out (2015) racconta in modo semplice, ma profondo la vasta gamma di emozioni che continuamente accompagnano le nostre esperienze. Si riflette sull’importanza che tutte le emozioni hanno e su quanto, per questo, sia importante riconoscerle ed accoglierle, anche quelle definite “negative”. I bambini hanno bisogno di trovare risposte alle domande che inevitabilmente si pongono nel corso della crescita. Anche la visione di un cartone animato, come abbiamo visto, può contribuire a far conoscere il proprio mondo interiore. Quel mondo che poi, diventando adulti, diventa sempre più difficile scrutare ed esprimere!
I capricci dei bambini a cosa servono?

Perchè i bambini hanno necessità di fare i capricci? cosa vogliono comunicare? come si gestisce un capriccio? attraverso questo articolo risponderò a queste domande. Perché nasce un capriccio? I capricci non sono atteggiamenti immotivati, né tanto meno futili. Alla loro base, spesso è possibile individuare un bisogno implicito, che chiede a gran voce di essere visto, riconosciuto e convalidato. Con questi comportamenti il bambino sta cercando di comunicare, seppur in maniera inefficace, qualcosa che non è ancora in grado di dire a parole. Per un bambino piccolo è normale esperire degli stati di de-regolazione di fronte a forti emozioni. Non c’è provocazione, né sfida, né un intento consapevole di far star male l’altro. C’è un’emozione bloccata, un problema e il bisogno di un adulto capace di ascoltare e offrire il suo aiuto. Come si gestiscono i capricci? La precondizione sul come affrontare i capricci dei bambini in maniera consapevole e rispettosa è mantenere la calma. Il primo step dovrà essere quello di ricreare uno stato di connessione. Abbassiamoci al livello del bambino e cerchiamo il suo sguardo. Se non lo rifiuta, offriamogli anche un contenimento fisico, altrimenti limitiamoci a una presenza non invasiva. Solo quando il bambino sarà passato dall’iniziale stato reattivo a uno stato ricettivo, sarà possibile parlargli. Descriviamo allora l’accaduto nella maniera più oggettiva possibile, verbalizzando quello che ci sembra essere il suo vissuto e aiutandolo a dare un nome alle sue emozioni. ESISTONO REGOLE CHIARE IN FAMIGLIA? Molto importante è anche capire come è organizzata la vita della famiglia e quali regole ci sono. I bambini spesso cercano di mettere alla prova l’adulto, di vedere fino a che punto l’adulto resiste al loro volere, cercando di imporre la loro volontà. È un momento di crescita molto normale di affermazione di sé, quindi è fisiologico da un punto di vista psicologico. I capricci si possono ridurre se si danno spazi di autonomia al bambino, spazi di autoaffermazione. Un bambino che ha dei momenti in cui può affermare se stesso, fare delle cose autonomamente, ha meno bisogno di opporsi. La coerenza è determinante sia per i bambini che per i genitori, perché mette al riparo tutti da reazioni emotive incontrollate. Pensiamo al genitore che in un momento accetta una cosa, e in un altro momento, perché magari è stanco, non la accetta. In questo modo mette in difficoltà il bambino che non capisce più cosa può fare e cosa non può fare. Quando poi ci si trova di fronte la situazione concreta, quello che è importante dare come messaggio è che l’adulto non senta di rinunciare alla regola solo perché il bambino fa una sceneggiata, perché se passa questo messaggio, il bambino che cosa impara? Impara che di fronte a un suo desiderio, di fronte a un’opposizione dell’adulto, l’unica cosa da fare è fare una sceneggiata. È necessario avere una certa fermezza e chiarezza rispetto alle regole. Con calma, quando il bambino riuscirà a esprimersi senza urla, bisogna invitarlo a dire cosa gli dà così fastidio e, insieme, si troveranno insieme delle soluzioni. Il messaggio da dare è che di fronte a un problema, a un’opposizione ci sono delle strade, e queste strade si trovano quando si parla.
I BIMBI DELLE CASE FAMIGLIA. Lenire i traumi attraverso la Terapia Assistita con gli Animali – Pet therapy

di Michela Romano L’allontanamento dei minori dalla famiglia è un’azione protettiva che permette all’intero nucleo – genitori e figli – di riflettere su ciò che ha causato un grande dolore emotivo, generalmente alla base di azioni poco consone al buon funzionamento familiare.Se i genitori devono trovare il nucleo interno e successivamente relazionale che li ha portati ad essere genitori manchevoli di adeguate cure genitoriali, i figli dovranno fare un grosso lavoro su di sé per potere aggiustare il più possibile la dimensione del legame di attaccamento affinchè questo possa diventare il più vicino possibile all’attaccamento sicuro. Questo è un lavoro che gli operatori devono avere in mente al fine di offrire a questi bambini/ragazzi la possibilità di riparare la grande ferita interna. Offrire loro una adeguata quotidianità fatta di certezze, di pasti adeguati, di presenza di figure adulte centrate, affidabili e autorevoli permettere loro di vivere in un luogo protetto e sicuro, di essere fruitori di progetti educativi al fine di far loro esplorare esperienze di vita e di capacità di sé utili a nutrire la loro autostima assai spesso minata, sono obiettivi fondamentali. Ma l’esperienza terapeutica non può mancare proprio perché è fondamentale nutrire i loro nuclei interni assai spesso fragili.Tale fragilità, l’età giovane, la distanza dai genitori, spesso non permette ai bambini di potere lavorare adeguatamente in uno spazio terapeutico classico. Le ferite sono profonde, la difficoltà inconscia di fidarsi di adulti che per lungo tempo non li hanno “visti” e protetti non permette loro di affidarsi, hanno una paura inconscia di abbandonare i loro sintomi che in qualche modo li hanno fatti rimanere in vita e condurre in qualche modo la loro esistenza. Da qui la possibilità di potere offrire a questi bambini uno spazio di psicoterapia a mediazione animale. Questa presenza – del cane, gatto, asino, cavallo – permette al bambino e all’adolescente di incontrare il proprio sé altrove, nell’animale che funge da specchio relativamente alle emozioni. Nello stesso tempo ha una funzione importante di maternage e presenza rassicurante. L’animale con il suo non giudicare, con il suo esserci, con la sua presenza solida, con la sua capacità di entrare in relazione, con la sua empatia è in grado di cogliere le emozioni dell’altro e di rispondere adeguatamente e in modo sintonico. Ed è quello che assai spesso è mancato ai bambini cresciuti in famiglie disfunzionali o poco funzionali. Il cane o il gatto, all’interno di un contesto psicoterapico e dunque con la presenza di uno psicoterapeuta possono avere proprio la funzione di sintonizzazione emotiva che favorisce nel minore la sensazione – fino a diventare consapevolezza – di essere riconosciuto e dunque di ESISTERE. La possibilità di potere lavorare nel tempo con più animali permette di cogliere meglio i bisogni dell’utente e di fornire gli stimoli più adeguati affinchè l’esperienza possa essere incarnata e dunque essere più ripartiva possibile. Il cavallo potrebbe per esempio permettere loro di lavorare sulla capacità di reggere le frustrazioni, di affidarsi completamente all’altro o, al contrario, di essere assertivo con l’altro dovendo relazionarsi e farsi comprendere e rispettare da un essere molto più grande di noi e soprattutto molto ingombrante. L’asino ci permette di vivere una dimensione di vicinanza e di silenzio rispetto al non fare e ad accogliere anche questa opportunità: la piacevolezza del non fare. E’ possibile curare le ferite psichiche definitivamente? Questo dipende da tantissimi fattori: qualità dell’esposizione pregressa degli eventi familiari, ambiente di vita attuale, spostamento della famiglia relativamente ai nuclei affettivi manchevoli, aspetti cognitivi e di costrutti interni dell’utente, esperienze di vita attuali e future. Fra l’altro, gli operatori sanno, ciò che offriamo ai nostri utenti adesso, che sia educativo o terapeutico, non sempre si osserva come risultato emotivo, intrapsichico e relazionale attuale. Il nostro lavoro permette però a questa utenza di arricchirsi di esperienze positive, nutritive che comunque albergheranno dentro di loro. E quando saranno pronti, se le esperienze di vita successive glielo permetteranno, se decideranno di prendere un strada di vita migliore rispetto a quella di origine avremo arricchito le loro esperienze intrapsichiche e interpsichiche e offerto loro una grande chance. Ciò che deve essere nel nostro patrimonio di operatori (educatori, psicologi, psicoterapeuti, ecc) è la consapevolezza del nostro buon operato e la capacità di accettazione incondizionata dell’altro. Frustrazione, rabbia, senso di inefficacia, delusione e tutte quelle emozioni che i nostri utenti possono farci provare dobbiamo saperle gestire e non farle ricadere su di loro a rischio di ripetere le esperienze negative delle loro relazioni primarie.Gli animali in questo sono maestri, si nutrono delle relazioni presenti, non sono giudicanti, sono in grado di essere centrati e non identificarsi in termini negativi con le emozioni altrui. In questo modo restituiscono, all’interno di una relazione, la loro capacità di stare e di offrire una dualità pulita e rassicurante.
I BES dimenticati: i disturbi della coordinazione motoria (DCM)

di Roberto Ghiaccio Ci sono BES e BES, anche se siamo tutti bes, ma che bes… e no, non è un errore di battitura tra maiuscole e minuscole, è per rispecchiare una tendenza, quasi perversa, a dividere Bes e bes. Tra questi bes c’è una categoria sottovalutata di disordini del neuro sviluppo, i disturbi della coordinazione motoria, bambini goffi, un po’ maldestri, che rispecchiano la sottovalutazione della motricità. Non è intenzione di questo scritto dipanare la questione dei bisogni educativi speciali, ombrello di tutela per condizioni e necessità eterogenee, a cui però fa da contro altare una gestione schizofrenica della valutazione e delle forme di personalizzazione, inconsapevoli ed innocenti sono i bambini disprassici e le loro famiglie, è intenzione di questo scritto far luce proprio sui DCM. Problemi nei neonati I ritardi nel raggiungere i normali traguardi dello sviluppo possono essere un segno precoce di DCD nei bambini piccoli. Ad esempio, il bambino potrebbe impiegare un po’ più del previsto per girarsi, sedersi, gattonare o camminare. Si potrebbe notare: mostra posizioni del corpo insolite (posture) durante il loro primo anno ha difficoltà a giocare con giocattoli che richiedono una buona coordinazione, come impilare mattoni ha qualche difficoltà ad imparare a mangiare con le posate. Questi segni, tuttavia, potrebbero essere eterogenei ed altalenanti. Problemi nei bambini più grandi Man mano che il bambino cresce potrebbe sviluppare difficoltà fisiche più evidenti, oltre a problemi in altre aree. Problemi di movimento e coordinazione I problemi di movimento e di coordinazione sono i principali sintomi della DCD. I bambini possono avere difficoltà con: attività del parco giochi come saltare, saltare, correre e prendere o calciare u n pallone. Spesso evitano di partecipare a causa della loro mancanza di coordinamento e possono trovare difficile l’educazione fisica; salire e scendere le scale; scrivere, disegnare e usare le forbici: la loro calligrafia e i loro disegni possono apparire scarabocchiati e meno sviluppati rispetto ad altri bambini della loro età; vestirsi, allacciarsi i bottoni e allacciarsi i lacci delle scarpe; stando fermi: possono oscillare o muovere molto le braccia e le gambe. Un bambino con DCD può apparire goffo in quanto può urtare oggetti, far cadere cose e cadere molto. Ma questo di per sé non è necessariamente un segno di DCD, poiché molti bambini che sembrano goffi hanno in realtà tutte le normali capacità di movimento (motorie) per la loro età. Alcuni bambini con DCD possono anche diventare meno in forma di altri bambini poiché le loro scarse prestazioni nello sport possono far sì che siano riluttanti a fare esercizio. Ulteriori problemi Oltre alle difficoltà legate al movimento e alla coordinazione, i bambini con DCD possono avere anche altri problemi come: difficoltà di concentrazione: possono avere una scarsa capacità di attenzione e avere difficoltà a concentrarsi su una cosa per più di pochi minuti; difficoltà a seguire le istruzioni e a copiare le informazioni – possono fare meglio a scuola in una situazione 1 a 1 che in un gruppo, quindi possono essere guidati durante il lavoro; essere poveri nell’organizzarsi e nel portare a termine le cose; essere lenti nell’acquisire nuove abilità – hanno bisogno di incoraggiamento e ripetizione per aiutarli a imparare; difficoltà a fare amicizia: possono evitare di prendere parte ai giochi di squadra e possono essere vittime di bullismo per essere “diversi” o goffi; problemi di comportamento – spesso derivanti dalla frustrazione di un bambino con i loro sintomi; bassa autostima. Sebbene i bambini con DCD possano avere una scarsa coordinazione e alcuni problemi aggiuntivi, altri aspetti dello sviluppo – per esempio, pensare e parlare – di solito non sono influenzati. Condizioni correlate I bambini con DCD possono anche avere altre condizioni, come: disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) – un gruppo di sintomi comportamentali che includono disattenzione, iperattività e impulsività; dislessia: una difficoltà di apprendimento comune che colpisce principalmente il modo in cui le persone leggono e scrivono le parole; autismiI – una condizione che influenza l’interazione sociale, la comunicazione, gli interessi e il comportamento. Alcuni bambini con DCD hanno difficoltà a coordinare i movimenti necessari per produrre un discorso chiaro. Il disturbo de La storia della condizione può essere fatta risalire agli inizi del 1900 in cui era conosciuta come Maladroitness Congenita e nel 1925 con alcuni medici e terapisti francesi che richiamarono l’attenzione sulla condizione la chiamarono “debolezza motoria” e fu principalmente osservata nei bambini. Fu solo nel 1937 che la disprassia divenne un po’ più nota grazie al dottor Samuel Orton, che fece anche studi sulla sua cugina più popolare, la dislessia. C’è stato un divario tra gli anni ’40 e ’60 fino a una serie di casi di studio negli anni ’60. Viene usato il termine goffaggine e nel 1972 il dottor Sasson Gubbay pubblica un libro intitolato “The Clumsy Child”. Solo negli anni ’80 in cui il termine disprassia è stato utilizzato per la prima volta. Il disturbo dello sviluppo della coordinazione (DCD) è un disturbo neuromotorio che colpisce circa il 5-6% dei bambini in età scolare. [1] Per essere diagnosticato con precisione con DCD, un bambino deve dimostrare difficoltà di coordinazione motoria che interferiscono in modo significativo con le attività della vita quotidiana o il rendimento scolastico. [1] Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali 5a edizione (DSM-5), [2] i criteri diagnostici per DCD includono: A. L’acquisizione e l’esecuzione delle capacità motorie coordinate è sostanzialmente al di sotto di quanto previsto data l’età cronologica dell’individuo e l’opportunità di apprendere e utilizzare le abilità. Le difficoltà si manifestano come goffaggine (p. es., far cadere o urtare oggetti) così come lentezza e imprecisione nell’esecuzione delle capacità motorie (p. es., afferrare un oggetto, usare forbici o posate, scrivere a mano, andare in bicicletta o partecipare a sport). B. Il deficit delle capacità motorie nel Criterio A interferisce in modo significativo e persistente con le attività della vita quotidiana adeguate all’età cronologica (ad es. cura di sé e mantenimento di sé) e influisce sulla produttività scolastica/scolastica, sulle attività preprofessionali e professionali, sul tempo libero e sul
I benefici del metodo Feurstein

Psicoeducazione e metodo Feurstein
I BENEFICI DEL CAMPO ESTIVO

Perche’ inviare i propri figli ad un campo estivo, quali abilita’ si possono rafforzare, quali paure affrontare in epoca covid-19. Quando arriva Settembre? L’arrivo delle vacanze estive e’ un periodo molto atteso per diversi aspetti, sia da parte dei genitori, che dei figli, ma anche ricco di dubbi. Spesso un genitore, non abituato a trascorrere tanto tempo insieme al figlio, dopo pochi giorni dalla chiusura scolastica si chiede “ma quando arriva settembre?”. Ecco che, la risposta a tale domanda talvolta e’: mandiamolo al campo estivo. Il campo estivo non e’ un sostituto delle competenze genitoriali, ma un valido supporto per i bambini in quanto ha una serie di vantaggi. I VANTAGGI DI UN CAMPO ESTIVO le attività sono molte e non ci si annoia i bambini staranno all’aria aperta e avranno modo di socializzare, giocare e imparare a stare in mezzo ai loro pari I ragazzi a scuola hanno la possibilità di un continuo confronto che avviene però nella maggioranza dei casi su un piano strettamente cognitivo. Nei campi estivi ci si ritrova a spendersi in contesti diversi di gioco, di movimento, di relazione e scambio. In queste realtà spesso i ruoli del più e del meno bravo non sono più così evidenti. Spesso i ruoli sono ribaltati e così chi è abituato a primeggiare vive l’esperienza di essere “secondo” ad un compagno che invece solitamente a scuola fa più fatica. Il centro estivo si differenzia dalla scuola perchè basato sul divertimento del singolo, pur nel rispetto dell’altro e delle regole. In questo senso il bambino lo vive liberamente senza l’ansia da prestazione tipica della scuola e senza gli obblighi che riguardano la realtà scolastica. Rappresenta lo “stacco” necessario al defaticamento e al riposo. Il bambino ha la possibilità di vivere l’attività in maniera più indipendente e autonoma. Si trova spesso nella condizione di doversela cavar da solo in piccoli grandi compiti ed è quindi spronato dal contesto a “diventare grande”. L’esperienza del centro estivo permette al bambino la vita in comunità, lo responsabilizza sul fatto che il suo contributo è decisivo affinchè la giornata e le attività si svolgano nel migliore dei modi. In molti casi è spronato a prendersi degli impegni e delle mansioni quali tenere pulito, aiutare ad apparecchiare, risistemare il materiale di gioco. In questo senso si sensibilizza sul rispetto delle regole, dei turni e soprattutto sul rispetto dell’altro che come lui fruisce dei medesimi spazi e delle medesime attività. Il bambino ha anche modo di relazionarsi con educatori diversi. Quali sono i contro di un campo estivo? Sicuramente i campi estivi il piu’ delle volte hanno un costo, pertanto sono inaccessibili a diverse famiglie. Un genitore talvolta “utilizza” il campo estivo come strumento per non trascorrere il tempo con i propri figli, come una sorta di parcheggio pur di non occuparsene. Quindi può favorire un atteggiamento di non responsabilità genitoriale. In epoca covid-19 può aumentare le ansie di un genitore in quanto il figlio non è sotto il controllo visivo. Tali ansie possono avere ripercussioni negative sull’approccio stesso del bambino al campo estivo. Sia i genitori che i bambini dovrebbero vivere l’esperienza del campo estivo con maniera positiva, come un’esperienza di crescita. Pertanto è utile, quando possibile, di incentivare l’utilizzo di tali contesti se favoriscono il benessere psicofisico di tutta la famiglia.