Il breadcrumber nelle relazioni interpersonali

breadcrumber

Una nuova parola mutuata dai social che riguarda le relazioni virtuali, e non solo, è breadcrumber. Come molti altri termini ha una origine anglosassone e deriva dal verbo “spargere briciole”. E’ ormai una parola di uso comune per definire un comportamento vero e proprio, con delle tecniche relazionali specifiche. In primis, il breadcrumber utilizza questo atteggiamento, cerca di far avvicinare un’altra persona con piccoli e invitanti comportamenti. Mette in atto cioè, degli atteggiamenti e allusioni, che denotano interesse. Una sorta di corteggiamento, in cui messaggi, complimenti, attenzioni in generale fanno abbassare le difese. Per richiamare il termine stesso, sparge delle briciole per attirare a sé la propria vittima, per poi sparire del tutto senza un apparente motivo. In effetti, non è una vera e propria sparizione. Dopo un po’, infatti al breadcrumber fa il suo ritorno con la stessa strategia comportamentale. Quindi si crea un circolo vizioso in cui si spargono briciole di avvicinamento e poi si sparisce. In realtà questo atteggiamento ha una motivazione ben precisa e soprattutto di natura psicologica. Insieme all’orbiting e al ghosting, il breadcrumbing rapprenta un comportamento molto diffuso nelle relazioni soprattutto virtuali, ma che poi si ripercuotono anche in quelle reali. Innanzitutto è una forma di manipolazione dell’altro, della propria vittima che determina un senso di potere sull’altro, soprattutto se viene riaccolto nella relazione. C’è un problema di autostima in entrambi i protagonisti: da un lato c’è colui che ha bisogno di conferme affettive, tornando all’attacco, e dall’altro un desiderio di affezione e cedimento alle lusinghe. Ambedue, quindi, giocano la loro partita in una distorta relazione, in cui nessuno si assume la responsabilità delle loro azioni e di troncare definitivamente un rapporto del genere.

IL BISOGNO DI UNA RINNOVATA CULTURA DEL MOVIMENTO

di Margherita Sassi Noi esseri umani siamo costantemente protagonisti di situazioni davvero straordinarie che, tuttavia, non stimolano appieno la nostra capacità di meravigliarci. Tra le situazioni straordinarie che ignoriamo, forse perché oggetto di un riscontro naturale, è possibile annoverare non solo il corpo umano, ma anche la mente e il cervello che lo fanno funzionare, secondo una complessa causalità. Quello che la scienza sta indagando, secondo diversi punti di vista, è come poter usare queste straordinarie situazioni, sia per offrire a tutti la possibilità di essere fisicamente attivi, che per favorire, dove opportuno, lo sviluppo ottimale di chi è dedito all’alta prestazione. La Psicologia dello Sport, che rientra appieno tra le Scienze dello Sport odierne, prende forma ufficialmente nel 1965, a Roma, in occasione del Primo Congresso Mondiale di Psicologia dello Sport. Attualmente, indaga le abilità, i processi e le conseguenze della pratica motoria e quindi sportiva in relazione all’individuo e al gruppo, soggetti dell’attività. Pertanto, assodato che il movimento è connaturato all’uomo, se si vuole trattare in maniera esaustiva questo argomento, occorre ammettere di dover fare i conti con la complessità dell’essere umano. Stando alle indagini recenti, nelle aree di sviluppo all’interno delle quali si indaga la valenza del movimento, confluiscono aspetti fisiologici, cognitivi, emozionali e di salute, che rappresentano solo alcuni degli innumerevoli livelli di approfondimento possibili. In questi termini, l’obiettivo attuale della Psicologia dello Sport è quello di ottimizzare le abilità mentali in funzione del gesto, motorio o sportivo che sia, impiegando, così, al meglio la piena consapevolezza dell’interazione mente-corpo. Ma veniamo a trattare la questione con qualche dato alla mano; anzitutto va detto che non bisogna sorprendersi alla notizia che, in Italia, i dati relativi alla pratica delle attività sportive, sono rimasti un tema di forte disinteresse fino a pochi decenni fa. La prima indagine ISTAT sull’argomento è del ‘59, nel periodo precedente i Giochi della XVII Olimpiade svoltisi a Roma nel ‘60, quando venne realizzato uno studio in cui si chiedeva unicamente agli intervistati se praticavano sport e quale fosse, in caso di risposta affermativa. È solo dagli anni ’80, infatti, che lo sport diventa un tema talmente interessante da divenire oggetto di una regolare rilevazione statistica. Stando a quanto riportato nell’Annuario Statistico Italiano 2020, nel 2019 il 35% della popolazione con più di 3 anni di età pratica almeno uno sport nel tempo libero, il 26,6% in maniera continuativa e l’8,4% saltuariamente. Le persone che dichiarano di svolgere qualche attività fisica (passeggiare, nuotare, andare in bicicletta) sono il 29,4% (in leggero aumento rispetto alla rilevazione riferita al 2018). I sedentari (coloro che non svolgono né uno sport né attività fisica) sono il 35,6%. Le quote più alte di sportivi continuativi si riscontrano tra i 6 e i 17 anni, in particolare fra i maschi di 6-10 anni (61,9%). All’aumentare dell’età diminuisce la pratica sportiva, mentre aumenta la quota di coloro che svolgono qualche attività fisica, raggiungendo i valori massimi tra i 60 e i 74 anni, per poi diminuire sensibilmente. A partire dai 75 anni, infatti, il 67,5% degli intervistati dichiara di non svolgere alcuna attività fisica. Si osservano differenze di genere rispetto alla pratica sportiva: tra gli uomini il 31,2% pratica sport con continuità e il 9,8% saltuariamente; tra le donne i valori scendono rispettivamente al 22,2% e al 7,0%. Invece, la quota di coloro che svolgono qualche tipo di attività fisica è più alta tra le donne: 31,1% vs il 27,5% degli uomini. Riguardo alla distribuzione territoriale, si conferma il gradiente Nord-Sud, con livelli più elevati di uno sport continuativo nelle Regioni settentrionali, in particolare nelle due Province Autonome (Bolzano 42,4%, Trento 33,7%) e in Valle d’Aosta (34,1%). Le Regioni con la più bassa quota di sportivi sono la Campania (16,5%) e la Sicilia (18,2%). Analogamente, la pratica di qualsiasi attività fisica fa registrare un gradiente decrescente da Nord verso Sud e Isole (Molise 19,8%, Sicilia 21,4%), mentre per la sedentarietà l’andamento è geograficamente inverso: il 50,2% della popolazione residente nelle Isole, il 47,8% di quella residente al Sud vs il 24,7% di quella al residente al Nord-Est. Trattando di sedentarietà va aggiunto un altro dato significativo, quello evidenziato da Nerio Alessandri, wellness designer, fondatore e presidente della Technogym, il quale sottolinea che per la prima volta nella storia dell’umanità, il numero complessivo degli individui in sovrappeso supera quello degli individui in stato di denutrizione. Attualmente, per quanto nel mondo centinaia di milioni di persone soffrono la fame, un numero che nel corso dell’ultimo anno ha raggiunto gli 811 milioni, all’opposto c’è un altro numero altrettanto impressionante. Si stima che quasi 2 miliardi di persone siano sovrappeso o obese a causa di alimentazione scorretta e stile di vita sedentario. In breve, da un lato abbiamo la statistica, che testimonia l’incremento della sedentarietà dall’altro il bisogno di un’attività fisica naturale e giornaliera, fondamentale per la sopravvivenza. Il fatto è che se la popolazione dei Paesi ricchi continua a ingrassare e ad ammalarsi, questo avviene perché esistono potenti motivazioni culturali e psicologiche, quindi comportamentali, che promuovono il consumo del cibo sulla pratica del movimento. Ed è evidente che gli interventi debbano essere ben articolati, così come lo sono diventate le indagini più recenti in materia. Di sicuro, essendo questa la situazione, il lavoro dello psicologo è di enorme rilevanza nel supportare le soluzioni al problema e lo sarà ancora di più negli anni a venire, secondo termini e modalità che, però, ad oggi richiedono ancora una grande attenzione.

Il bisogno di controllare tutto: quando il controllo diventa una trappola

Avere il controllo della propria vita è un desiderio naturale. Organizzare gli impegni, pianificare il futuro e cercare di prevenire gli imprevisti può aiutarci a sentirci più sicuri e ad affrontare le sfide quotidiane con maggiore serenità. Tuttavia, quando il bisogno di controllo diventa eccessivo, può trasformarsi da risorsa a fonte di stress. Molte persone si accorgono di sentirsi in difficoltà quando qualcosa non va secondo i piani. Un ritardo, un cambiamento improvviso o una decisione presa da qualcun altro possono generare ansia, irritazione o un senso di perdita di equilibrio. In questi casi, il problema non è l’evento in sé, ma la difficoltà ad accettare che non tutto sia prevedibile. Perché abbiamo bisogno di controllare? Il bisogno di controllo è strettamente collegato al nostro desiderio di sicurezza. Il cervello tende a preferire ciò che conosce, perché ciò che è familiare appare meno minaccioso. Al contrario, l’incertezza richiede un maggiore dispendio di energie cognitive ed emotive. Per alcune persone, questo bisogno può essere particolarmente intenso. Esperienze di instabilità, delusioni o periodi di forte stress possono portare a sviluppare la convinzione che mantenere tutto sotto controllo sia l’unico modo per evitare nuove sofferenze. In realtà, il controllo assoluto è un’illusione. Possiamo influenzare molte situazioni, ma non possiamo eliminare completamente l’imprevedibilità che caratterizza la vita. I segnali di un controllo eccessivo Non sempre è facile riconoscere quando il bisogno di controllo sta diventando problematico. Alcuni segnali possono essere: Questi comportamenti possono offrire un sollievo momentaneo, ma spesso alimentano ulteriormente l’ansia, perché confermano l’idea che sia necessario controllare ogni aspetto della realtà. Il legame con l’ansia L’ansia e il bisogno di controllo sono spesso collegati. Quando ci sentiamo minacciati da ciò che non possiamo prevedere, cerchiamo strategie per ridurre il disagio. Controllare ripetutamente, verificare, pianificare o anticipare ogni possibile scenario può dare una sensazione temporanea di sicurezza. Il problema è che questa sicurezza dura poco. Ben presto emergono nuovi dubbi e nuovi aspetti da controllare, creando un circolo vizioso in cui il bisogno di certezza cresce invece di diminuire. Imparare a tollerare l’incertezza Accettare che non tutto sia controllabile non significa essere passivi o rinunciare alle proprie responsabilità. Significa distinguere tra ciò che dipende da noi e ciò che, invece, sfugge inevitabilmente al nostro controllo. Una domanda utile può essere: “Su cosa posso realmente agire in questa situazione?”. Concentrarsi sulle proprie azioni, anziché sugli esiti, permette di investire le energie in modo più efficace. Anche concedersi la possibilità di commettere errori rappresenta un passaggio importante. L’errore non è necessariamente il segnale di un fallimento, ma una parte naturale dell’apprendimento e della crescita personale. Piccoli esercizi quotidiani Allenare la flessibilità psicologica è possibile anche attraverso semplici esperimenti nella vita di tutti i giorni. Si può, ad esempio, scegliere deliberatamente di non controllare due volte un’attività già svolta, lasciare che qualcun altro organizzi un dettaglio di un progetto oppure affrontare una giornata senza programmare ogni momento. Queste esperienze possono risultare inizialmente scomode, ma aiutano gradualmente a sviluppare una maggiore tolleranza verso l’incertezza. Anche pratiche come la mindfulness possono favorire una maggiore consapevolezza del momento presente, riducendo la tendenza a preoccuparsi costantemente di ciò che potrebbe accadere in futuro. Quando è utile chiedere aiuto Se il bisogno di controllo limita la vita quotidiana, crea conflitti nelle relazioni o provoca una sofferenza significativa, un percorso psicologico può aiutare a comprendere le cause profonde di questo meccanismo e a sviluppare strategie più funzionali per gestire l’ansia e l’incertezza. L’obiettivo non è eliminare il desiderio di organizzare o pianificare, ma imparare a convivere con quella parte di imprevedibilità che fa inevitabilmente parte dell’esperienza umana. La vita non può essere controllata in ogni suo dettaglio. Paradossalmente, più cerchiamo di eliminare ogni incertezza, più rischiamo di sentirci prigionieri delle nostre stesse regole. Imparare a distinguere tra ciò che possiamo influenzare e ciò che dobbiamo accettare rappresenta una competenza preziosa per il benessere psicologico. La vera sicurezza non nasce dal controllo assoluto, ma dalla fiducia nella propria capacità di affrontare anche ciò che non si può prevedere.

Il bisogno di approvazione: perché abbiamo così paura di non piacere agli altri

Ti è mai capitato di dire “sì” quando in realtà volevi dire “no”? Oppure di rileggere un messaggio dieci volte prima di inviarlo, per paura di sembrare sbagliato? Non è solo insicurezza. È qualcosa di più profondo: il bisogno di approvazione. Un bisogno umano, normale… ma che oggi sembra essere diventato sempre più forte. Da dove nasce il bisogno di approvazione Fin da piccoli impariamo che essere accettati è fondamentale. L’approvazione degli altri — genitori, insegnanti, pari — non è solo piacevole: è legata al senso di sicurezza e appartenenza. Crescendo, questo meccanismo non scompare. Si trasforma. Iniziamo a chiederci: Il punto è che, in molti casi, il valore personale finisce per dipendere troppo dallo sguardo degli altri. Il ruolo dei social: approvazione a portata di click Oggi l’approvazione è diventata visibile, misurabile e immediata. Like, commenti, visualizzazioni: tutto contribuisce a creare una sorta di “termometro sociale”. Questo può portare a: Il rischio è iniziare a vivere in funzione della risposta degli altri, invece che dei propri bisogni. Quando il bisogno diventa un problema Cercare approvazione è umano. Diventa problematico quando: In questi casi, il rischio è perdere il contatto con ciò che vuoi davvero. Perché è così difficile uscirne Il bisogno di approvazione è rinforzato da un meccanismo semplice: funziona. Quando ricevi approvazione: Questo crea una sorta di “dipendenza emotiva”: continui a cercare quella sensazione. Ma il prezzo può essere alto: autenticità ridotta, stress, senso di vuoto. Come iniziare a ridurre la dipendenza dall’approvazione Non si tratta di smettere di voler piacere (impossibile), ma di riequilibrare. 1. Impara a tollerare il disaccordo Non tutti devono essere d’accordo con te. E va bene così. 2. Chiediti: “lo sto facendo per me o per gli altri?” Questa domanda, semplice, cambia molto. 3. Allenati a piccoli “no” Non serve rivoluzionare tutto. Inizia da situazioni semplici. 4. Ridimensiona il giudizio altrui Le persone pensano a noi molto meno di quanto immaginiamo. Una riflessione finale Il bisogno di approvazione non è un difetto. È parte della nostra natura sociale. Ma quando diventa il criterio principale con cui scegliamo chi essere, rischiamo di allontanarci da noi stessi. E paradossalmente, è proprio quando iniziamo a essere più autentici che le relazioni diventano più vere.

Il Benessere Psicologico in Pandemia

Rosa Linda Ricci espone il problema del benessere psicologico in merito a questo delicato periodo storico di Pandemia.  In questo periodo infatti viviamo degli stati emotivi molto altalenanti, questo significa provare un senso di frustrazione di fronte alla sensazione di sentirsi precari e sentire la preoccupazione. Questo perché il momento che stiamo attraversando ci fa sentire stanchi, mettendoci in una condizione non di benessere psicologico e fisico. Ci serve però attivare una parte che possa portare al benessere. Questa parte passa attraverso il prendersi cura di sé con il dialogo. Il nostro dialogo interno è molto importante perché noi parliamo spesso a noi stessi sotto il livello della consapevolezza quindi senza accorgercene, ma il dialogo ha un impatto sulle nostre emozioni e sulla nostra identità, ecco perché la cura passa attraverso il nostro dialogo interno con un altro elemento importante ovvero, la gentilezza. Perché spesso ognuno di noi prova rabbia verso sé stessi, svalutandosi e questo impatta sulle nostre emozioni. Ecco perché bisogna essere gentile con sé stessi.    La gentilezza è un valore da ritrovare in questo periodo storico, perché il modo in cui trattiamo noi stessi spesso si riversa e si manifesta nel modo in cui trattiamo gli altri. 

Il bebè è arrivato e siamo diventati genitori.

bebè

L’arrivo di un bebè è spesso il risultato di una scelta consapevole di entrambi i partner. Esso, però, è un evento critico del ciclo vitale della famiglia, perché introduce un nuovo legame, quello genitoriale, che è incancellabile e profondamente diverso da quello coniugale. Dal punto di vista psicologico, la nascita di un figlio assume un grande valore: è, infatti, la realizzazione di un progetto personale e di coppia e porta con sé un’ambivalenza di fondo. Innanzitutto, il desiderio di avere un bambino, può avere radici inconsce. Spesso un bebè può rappresentare un modo per colmare un vuoto personale: si desidera un figlio come forma alternativa di gratificazione al rapporto con il partner. Questa scelta, ancora, può essere anche una spinta dettata da stereotipi sociali, secondo i quali la famiglia è completa se ci sono figli. Non va dimenticato, però, che il bebè è portatore di diritti propri che spesso devono confrontarsi con le aspettative dei suoi genitori, a volte troppo elevate o poco rispondenti alla realtà. In questo modo, il neonato rischia di perdere le proprie caratteristiche di inviduo a sè per diventare oggetto di gratificazione e soddisfazione dei desideri dei genitori. Il bebè può diventare la dimostrazione delle proprie capacità sia come persona che come genitore. Questo atteggiamento può determinare un senso di frustrazione e di incapacità di fronte alle difficoltà. E’ importante quindi una ridefinizione dei ruoli di entrambi i partner, affinché si crei un clima innanzitutto di accoglienza che diventi funzionale alla crescita e al benessere del bebè. I neo genitori rimoduleranno anche i rapporti con la famiglia di origine stabilendo con essa confini chiari. Nel momento in cui nasce un bambino, nasce anche la madre. Lei non è mai esistita prima. Esisteva la donna, ma la madre mai. Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo.(Osho)

Il bambino interiore che vive in ognuno di noi

Incontrare il proprio bambino interiore è parte essenziale del processo di consapevolezza e cambiamento di ogni psicoterapia. In ognuno di noi vive il bambino che siamo stati. Pensieri, emozioni, sensazioni, modalità infantili acquisite nel corso dei primi anni di vita che tendiamo a ripetere e ferite antiche che ancora oggi chiedono attenzione. Ma non solo. In ognuno di noi risiede una parte bambina della personalità depositaria di emozioni e bisogni attuali. Si tratta della nostra parte spontanea e creativa, spesso ostacolata da divieti e condizionamenti che limitano l’autoriconoscimento e la libera espressione di sé. Per molte persone è difficile guardare al proprio bambino interiore. Alcuni manifestano vergogna, diffidenza, negazione. La reazione più comune è quella di mostrarsi giudicanti e svalutanti. Vi sono numerose convinzioni su come debba essere un adulto che impediscono talvolta di considerare già solo l’ipotesi dell’esistenza di un bambino dentro di sé. In realtà, tanto più il bambino interiore non viene riconosciuto tanto meno potrà esservi lo sviluppo di una personalità adulta. Il bambino interiore secondo l’Analisi Transazionale Secondo l’Analisi Transazionale, il bambino interiore corrisponde ad uno dei tre Stati dell’Io: Genitore, Adulto, Bambino. Oltre al bambino che siamo stati, ciascuno di noi possiede dentro di sè il genitore che ha avuto. L’insieme dei messaggi ricevuti e il modello genitoriale trasmesso dalle proprie figure genitoriali. Il modo con cui ogni persona si relaziona con la propria parte bambina fa luce sul proprio genitore interno. Quando il Genitore risulta svalutante, la persona non è in grado di riconoscersi in tutte le proprie parti. Non può essere ciò che é ma avverte la spinta a dover essere o a non dover essere in un certo modo, in base ai messaggi genitoriali interiorizzati. In presenza di un conflitto interno tra Bambino e Genitore, l’Adulto, inteso come capacità di rispondere in modo soddisfacente ai bisogni del qui e ora, non può funzionare in maniera adeguata. Il Bambino alla guida della personalità Quando il Bambino non è adeguatamente riconosciuto, la persona tende a ricorrere ad agiti per comunicare ciò che sente e le parti rifiutate di sé. In questo stato di cose, sarà il Bambino e non l’Adulto a guidare la personalità nelle sue scelte e nei suoi comportamenti. Andandosi a confermare le decisioni antiche di copione, le credenze, le emozioni e le esperienze già vissute, la persona resta imbrigliata in uno schema che si ripete e dal finale prevedibile. Incontrare il Bambino Incontrare il proprio Bambino vuol dire dunque innanzitutto vedere il bambino che siamo stati e come quella parte di noi continua a reclamare ciò che non ha ricevuto allora. Come manipola per ottenere attenzioni, sentendosi ad esempio non importante e non meritevole di amore. Come in alcuni casi si boicotta nei suoi progetti e in ciò che desidera, sentendosi inadeguato e credendo di non farcela. O come, in altri casi, si impedisce di stabilire relazioni durature per paura di essere abbandonato. Invidia, distrugge, rinuncia, invece di costruire per sé. Incontrare il proprio Bambino è guardare dentro di sé, alle ferite del proprio passato e alle emozioni e ai bisogni autentici del presente. E’ potersi riconoscere per come si é. In terapia questo passaggio è reso possibile mediante la costruzione di un Genitore capace di accogliere, sostenere e guidare il Bambino. Ed è grazie a questo incontro che è possibile superare i conflitti interni, riconoscersi e sviluppare un Adulto capace di andare verso la realizzazione di sé.

Il bambino frustrato

Spesso i genitori si rivolgono allo psicologo con una specifica domanda: perchè mio figlio piange sempre?è frustrato?io sono disperato. Proviamo a comprendere le motivazioni che possono spingere un bambino a non tollerare l’attesa, attraverso il pianto. Fin dalla nascita il bambino sperimenta piccole frustrazioni. Quando ha fame o ha il pannolino sporco il bambino solitamente si esprime attraverso il pianto.Il momento che intercorre tra la sua richiesta e il soddisfacimento di un bisogno è un momento fondamentale, ovvero di attesa. Tanto più elevata è la motivazione connessa al livello di soddisfazione che può produrre la mèta, tanto più ci sarà la possibilità di tollerare la frustrazione.Quando il genitore interviene immediatamente, nel bambino si crea l’aspettativa che ogni volta che lui piange interviene subito l’adulto a soddisfare la sua richiesta o bisogno. Perché le attese creano frustrazioni? Perché ciò che desideriamo non è in quel momento soddisfatto.Crescendo, tutti noi nella nostra vita ci è capitato di far vincere un bambino ad un gioco per non creargli dispiacere, oppure siamo stati noi stessi ad incarnare quel bambino. Nei bambini, la soddisfazione immediata dei bisogni (un giocattolo, una merendina, un ausilio per la risoluzione di un compito difficile) ha sicuramente una componente di gratificazione sia sul piano personale che affettivo. Essa non produce un beneficio poiché, a lungo andare, tende a divenire una modalità comportamentale di risposta, ovvero una pretesa.Ognuno di noi affronta la frustrazione in maniera diversa a seconda di come siamo stati abituati fin da piccoli e come abbiamo imparato a gestirla.Ci possono essere due modi di reagire alla frustrazione:1. Sentirsi un fallito, un perdente, arrabbiarsi ecc.;2. sentirsi fiducioso della proprie capacità e risorse personali, credere che andrà meglio la prossima volta, ed essere capace di gestire l’attesa per il raggiungimento dei propri obiettivi.Nel primo caso si tratta di un individuo “intollerante” alla frustrazione e spesso può presentare sintomatologie quali ansia, depressione, disturbi del comportamento come aggressività, oppositività nei confronti dei genitori o delle autorità in genere.Nel secondo caso si tratta di un soggetto che è in grado di gestire le proprie emozioni negative, possiede buone capacità di adattamento sociale, buona autostima ed ha maggiori probabilità di raggiungere i propri obiettivi e successi. Caratteristiche del bambino che non tollera le frustrazioni: 1. Non riesce a fare qualcosa e si arrabbia tirando oggetti, piangendo o urlando;2. Fa una richiesta che non viene immediatamente soddisfatta e si mette a urlare, piangere o aggredisce;3. Rinvia un compito perché pensa di non riuscirci;4. Chiede esplicitamente “voglio subito questa cosa!” giungendo perfino a minacciarti. COME GESTIRE LA FRUSTRAZIONE DEI BAMBINI – Consolare il bambino ma non cedere alle sue richieste se non sono importanti o necessarie in quel momento– Dare la possibilità al bambino di fare esperienza di piccoli insuccessi– Incoraggiare a fronteggiare le difficoltà– Dare la possibilità al bambino di confrontarsi con i bambini più tolleranti– Creare delle piccole attese alle richieste del bambino– Dare spazio alla comunicazione sulle emozioni negative che il bambino sta provando Ricordiamo che non e’ giusto privare i bambini del sentimento della frustrazione. Infatti, come tutti gli altri sentimenti, la frustrazione, nella giusta dose, ha un compito ben preciso. Può educare il soggetto a rispondere adeguatamente alle richieste ambientali e relazionali: può spronare allo sviluppo dell’intelligenza e produrre nel soggetto un incentivo all’apprendimento e alla ricerca di nuove soluzioni (problem solving). Se ritieni che tuo figlio non riesca a gestire in maniera adeguata le frustrazioni rivolgiti ad un esperto per richiedere un supporto adeguato.

Il bambino adottato e l’importanza delle prime figure di attaccamento

È nel nucleo familiare che nascono le prime relazioni interpersonali: in famiglia si apprende la maniera di rapportarsi agli altri, dell’esprimersi verbalmente, del dare e del ricevere. L’importanza del primo legame di accudimento Winnicott sostiene che, per un sano sviluppo, il bambino debba crescere in un ambiente favorevole dove la madre (o il cargiver) sappia comprendere appieno i bisogni del figlio. Attraverso l’handiling ossia la manipolazione, la madre avvia un processo di personalizzazione senza il quale il bambino non potrebbe sentirsi “persona”. La rottura del legame di attaccamento è probabile causa di disturbo, così anche l’internalizzazione di modelli d’attaccamento precoce disturbati, possono influenzare le relazioni successive in modo da rendere la persona più esposta e più vulnerabile (Bowlby). Bowlby rileva, dunque, la necessità di “una base sicura” per una buona salute mentale, l’attaccamento di cui parla va oltre il soddisfacimento dei bisogni primari, si tratta del bisogno concreto di vicinanza e di affetto. Determinate carenze dell’infanzia possono portare a disturbi del comportamento o a patologie come la depressione o all’ansia, come esito di disgregazioni infantili del legame con i genitori, fino a comportamenti psicopatici. La funzione riparativa dei genitori adottivi Il bambino adottato è un bambino che, nella maggior parte dei casi, non ha vissuto questo primo legame d’attaccamento per cui i genitori adottivi si trovano a dover fare una sorta di “riparazione” per cercare di riproporre un nuovo legame di attaccamento. La coppia genitoriale dovrebbe cercare di creare un proprio spazio interno, uno spazio emotivo-affettivo per il bambino adottato, che gli permetta di sviluppare le proprie potenzialità, di accogliere i suoi bisogni specifici e di favorire l’elaborazione del suo passato traumatico. La coppia dovrebbe cercare di aiutare il figlio adottivo ad elaborare il lutto per i genitori biologici, lavoro senza il quale risulta difficile pensare ad un buon attaccamento ed un successivo adattamento ai genitori adottivi. Nei casi in cui il bambino è informato o ha il vissuto del fatto che i genitori biologici lo hanno rifiutato, può avere delle fantasie aggressive verso quest’ultimi con la conseguente paura di essere punito. Questa situazione lo porterà a conformarsi facilmente alle richieste della famiglia adottiva, sviluppando un falso Se’ (Winnicott). Quando la relazione adottiva non segue il suo giusto percorso si farà presente un sentimento di estraneità e di diversità che segnala l’impossibilità reciproca di amarsi.