Gli Accadimenti e la loro Narrazione. Come gli eventi si trasformano nel racconto

L’opera di D.P. Spence: “Verità narrativa e verità storica” di Alberta Casella da Psicologinews Scientific Il filo conduttore dei miei articoli fin qui pubblicati riporta costantemente alla comunicazione tra persone, alla difficoltà di intendersi, alle modalità per chiarirsi. Questo argomento, oltre ad essere pane quotidiano nella vita di tutti noi nelle interazioni con il partner, l’amica o chiunque altro soggetto, è anche l’argomento centrale della pratica psicoterapeutica e conoscerne le implicazioni può aiutare, se non a risolvere, almeno a comprendere, il perché di molte incomprensioni interpersonali. Altri autori hanno approfondito questo affascinante argomento e saranno trattati nei prossimi articoli, mantenendo un filo conduttore coerente che accompagni il lettore nell’approfondimento della comunicazione tra le persone Riprendo, quindi, il discorso degli articoli precedenti dando spazio ad un autore a me caro, Donald P. Spence il quale, nel 1982, con il suo libro “Verità narrativa e verità storica”, cercò di controbattere il pensiero freudiano con una nuova teoria della narrazione che si concretizzò, poi, nel costruttivismo. Ad oggi, la scrittura di Spence, continuamente antinomica tra verità narrativa e storica e piuttosto ridondante, appare datata ma la sua idea resta, a mio avviso, affascinante è utile. Brevemente proverò a illustrarne i contenuti di base, fornendo qualche connessione con altri autori e la pratica psicologica, rimandando, poi, il lettore appassionato ad un più esaustivo studio. Talvolta, quando le persone parlano tra di loro, è problematico intendersi giacché ciascuno si esprime con un lessico che è il riflesso delle sue esperienze e delle sue memorie. Nella conversazione, chi ascolta traduce le parole dell’altro nel suo personale contesto associativo ed immette, quindi, qualcosa di sé nel senso del discorso. Spence intende illustrarci le inevitabili difficoltà che si incontrano quando vogliamo mettere i pensieri, le immagini in parole. Spesso è impossibile descrivere esattamente quanto abbiamo visto nella realtà o in un sogno poiché le immagini visive, collegate a sottili sensazioni ed emozioni, sfuggono a qualsiasi descrizione verbale precisa e le parole rimangono, comunque, vaghe ed approssimative. I problemi che l’autore evidenzia nel corso della sua analisi portano a conclusioni evidenti: risulta chiaro che, a seconda delle parole e dello stile linguistico che usiamo per descrivere un particolare evento o ricordo, plasmiamo in modo differente il passato o meglio lo “inventiamo” con l’uso stesso del linguaggio. E’questa, un’idea particolarmente affascinante in quanto postula che il dialogo continuamente reinventa e trasforma gli eventi narrati, restituendoli cambiati nei loro particolari; ne è esempio qualsiasi conversazioni quotidiana tra amici dove il racconto di accadimenti avvenuti nell’arco della giornata muta a seconda delle persone cui il protagonista li racconta ed a seconda di quante volte egli lo ripeta. Questa trasformazione è, appunto, ciò che Spence pone nei termini di verità storica e verità narrativa, intendendo, per la prima, i veri accadimenti della vita del paziente, per la seconda, il modo in cui essi vengono espressi da quest’ultimo e capiti dal terapeuta: “Spence radicalizza tale bipolarità (…) da una parte c’è la verità storica del paziente, quello che è veramente accaduto al paziente, mentre dall’altra c’è la verità narrativa che viene costruita nel lavoro analitico”. E’ importante, quindi, sottolineare come la stessa verità storica, che si suppone il paziente porti nei racconti, divenga automaticamente verità narrativa, nel momento stesso in cui essa viene elaborata in parole, espressa sotto forma di discorso coerente, elevata a dignità di realtà: “una volta che una certa costruzione ha acquisito verità narrativa, diventa non meno vera di qualunque altro tipo di verità; questa nuova realtà diventa parte significante della cura psicoanalitica”. Accade, cioè, che la nuova realtà rimpiazza l’originale creando così nuovi ricordi peraltro inconfutabili in quanto nessuno, e meno che mai il paziente stesso, potrà portare elementi che li paragonino al vero passato della sua vita; dal momento che non disporremo mai di una vera copia originale di quel dato sogno o ricordo raccontato, dobbiamo affidarci solo alla ricostruzione di esso fatta durante l’analisi. “La costruzione verbale che noi creiamo non solo plasma il passato, ma anzi, essa stessa diventa il passato”. I motivi di tale trasformazione sono spesso inconsci, legati a nuclei affettivi collegati all’avvenimento da narrare; non è da escludere, però, un comportamento v o l o n t a r i o , quando i l soggetto volutamente maschera la verità non volendola divulgare e rendere pubblica agli altri. Il postulato freudiano della ri-scoperta nel passato degli accadimenti della vita sembra divenire, allora, puramente accademico; la tecnica freudiana confida nel potere di chiarire il passato del paziente e teorizza che il suo compito primo è quello di “svelare” la natura degli accadimenti passati e degli eventi che la persona ha “sotterrato” nella sua memoria al fine di rendere la realtà più accettabile, ma, al contempo, entrando in un circolo vizioso nevrotico che non gli permette di riconoscere le cause dei suoi sintomi. Quest’analisi viene definita come “archeologica” in quanto si prefigge di ritrovare le cause nel vero passato del paziente: successivamente anche Freud ammette l’impossibilità di ricostruire “come un mosaico” la realtà della vita passata del soggetto, relegando la questione della verità storica, su un piano secondario rispetto all’importanza della ricostruzione fatta dall’analista resa valida, nel lavoro terapeutico, su un piano più specificatamente emotivo. Nonostante che le posizioni di Freud e di Spence sembrino diametralmente opposte ed inconciliabili, Ricoeur cerca per esse un punto di incontro affermando che, parallelamente all’impegno narrativo, è d’obbligo per l’analista un impegno “esplicativo” rappresentato da u n l i v e l l o d i a n a l i s i t e o r i c a metapsicologica che comprenda in sé l ’ i n t e r a r e t e ovvero l a t e o r i a , l’interpretazione, i l trattamento terapeutico e la narrazione. In tal modo egli auspica una visione più completa ed unitaria del processo di spiegazione analitica, pur ammettendo che i problemi d’interpretazione delle narrazioni del paziente rimangono, comunque, i n s o l u b i l i e che è praticamente impossibile stabilire
Giuseppe Marmo

Cartolina da Potenza
Giovanni Madonna – Riflessioni di Gregory Bateson in relazione alla Pandemia

Giovanni Madonna propone alcune riflessioni di Gregory Bateson, in quanto sembrano assurgere ad una nuova attualità, ovvero la pandemia che tutti noi stiamo vivendo. Il primo saggio è pubblicato nella sua opera intitolata “Verso un’ecologia della Mente”, in questo saggio Bateson fa un accostamento molto interessante tra la coscienza e la pratica medica. La coscienza ha una posizione nella nostra specie che risale a 100.000 anni fa e ci ha fatto fare un salto evolutivo notevole risultando adattativa nel breve termine evolutivo, perché ci ha messo in condizione di poter immaginare delle concatenazioni di eventi e di comportamenti che possono condurci a raggiungere uno scopo al di fuori di noi, Bateson ha parlato di finalità cosciente come risultato di questo messaggio evolutivo. La finalità cosciente può rappresentare certamente un vantaggio, ma potrebbe tuttavia nel medio e lungo termine rappresentare un grosso svantaggio, che potrebbe addirittura portare all’estinzione della specie in termini di catastrofi belliche, ecologiche o sanitarie. Quindi la coscienza ci può far commettere l’errore di perdere di vista la connessione con gli altri. Il secondo saggio si intitola “Finalità cosciente e natura” e rappresenta sostanzialmente la relazione che Gregory Beteson tenne in una conferenza nell’agosto del 1968. In questo saggio Bateson chiama gli espedienti medici, trucchi. Madonna fa un esempio raccontatogli da un suo amico medico, il quale racconta gli effetti del cortisone, che se da un lato riduce i sintomi della malattia crea allo stesso tempo ulteriori problemi all’organismo. Il terzo saggio si intitola “Le radici della crisi ecologica”, ed è molto particolare perché è un documento che Bateson insieme ad altri scienziati che componevano una commissione nello stato delle Hawaii, presentò a nome dell’università in cui lavorava, al Senato delle Hawaii. Questo documento fu scritto per far si che il Senato deliberasse l’istituzione di un ufficio per la tutela dell’ambiente e contemporaneamente un centro studi sulla tutela dell’ambiente presso l’università.
Giovanna Caporaso – Il tema della paura, in riferimento all’attuale situazione del COVID-19

Giovanna Caporaso, approfondisce il tema della paura, facendo ascoltare un monologo di Giorgio Gaber sulla paura. Oggi più che mai, la paura ha che fare con il Covid-19 che ha occupato il nostro tempo, il nostro spazio e le nostre relazioni personali e familiari, creando un contesto nuovo poco familiare e assolutamente impossibile da controllare. . Quello che ci fa provare più paura è che non abbiamo a che fare con un pericolo ma abbiamo a che fare con la sua pericolosità, ovvero il contagio, che è una minaccia che grava su di noi. Tutto questo chiaramente ha dei risvolti psicologici, e possiamo provare oltre che paura una forte ansia generalizzata, angoscia e molto altro. Ad aumentare questo disagio psicologico, ci sono anche le ricadute sociali ed economiche che questo COVID-19 ha comportato, come la sospensione del normale fluire della nostra vita. I mass media ci dicono che la situazione è grave e fanno riferimento alla categoria dei vulnerabili dal punto di vista fisico, ma si fa poco riferimento alla vulnerabilità in termini psicologici che è quella di cui invece ci si deve interessare particolarmente, ovvero questo stato di paura e di ansia prolungato generalizzato, che può diventare qualcosa di molto più grave come il disturbo post traumatico da stress. La paura andrebbe combattuta col coraggio ovvero si deve agire con il cuore ma in realtà quando la paura ci relega in uno spazio di solitudine e di chiusura, ci toglie energia vitale, ci toglie il nostro potenziale creativo e quindi ci toglie la capacità appunto di agire con il cuore e in questo caso è utile un aiuto. L’aiuto può consistere in tante modalità diverse. Uno strumento di benessere quindi che può in qualche modo fronteggiare questa situazione di paura è il nostro corpo. Questo diventa uno strumento di benessere grazie all’aiuto di tecniche di rilassamento come il training autogeno. Il training autogeno permette di gestire le proprie emozioni, è un metodo di auto distensione della mente e del corpo che può essere di aiuto in momenti di difficoltà in particolare in situazioni di ansia e di stress e la finalità degli esercizi è quella di riuscire ad esercitare un maggior controllo sulle nostre reazioni e quindi di poter controllare reazioni come attacchi di panico, ansia e quant’altro.
Giovani e tecnologia: difficoltà e disagio

Nell’epoca della digitalizzazione il rapporto tra giovani e tecnologia è diventato intensivo e invasivo, ricco di difficoltà e disagio. Infatti, l’ uso eccessivo dei dispositivi tecnologici sta generando una certa dipendenza tra i giovani, con conseguenze negative sul loro benessere psicologico. Questa situazione può portare a problemi come solitudine, ansia, difficoltà di concentrazione e disconnessione dalla realtà, con impatti significativi sul loro benessere emotivo.
Giovani adulti in pandemia tra solitudine e resilienza

Durante la pandemia nei giovani adulti sono aumentati sentimenti di solitudine e isolamento, ma sono state messe in atto anche strategie di fronteggiamento delle difficoltà. La pandemia COVID-19 ha creato grandi sconvolgimenti nella vita delle persone in tutto il mondo. Abbiamo visto nell’articolo precedente (qui) come la pandemia abbia avuto effetti sull’adattamento psicosociale dei giovani adulti a causa dell’incertezza che pervade le loro vite e il loro futuro. I giovani adulti rappresentano una popolazione con un elevato rischio di problemi di salute mentale, soprattutto depressione e ansia. Una delle priorità è comprendere i meccanismi che spiegano l’aumento delle problematiche di salute mentale nei giovani adulti. Studi suggeriscono come, durante la pandemia, siano aumentati sentimenti di solitudine, con i giovani adulti che hanno riportato i livelli più alti[1]. La solitudine è strettamente collegata con problemi di salute mentale e fattori di rischio psicosociale, come sintomi depressivi, ansia sociale, dipendenze e comportamenti disfunzionali[2]. Tale situazione influenza inevitabilmente lo svolgimento del periodo di transizione che è l’Emerging Adulthood. Marchini e colleghi (2020) hanno infatti riscontrato un aumento della necessità, da parte dei giovani adulti, di avere un aiuto professionale per la loro salute mentale[2]. Tuttavia, quest’ultimo dato potrebbe anche essere considerato come una grande consapevolezza di sé e una buona capacità di resilienza da parte dei giovani adulti. Per resilienza psicologica si intende l’adattamento positivo alle avversità e la capacità di reagire alle sfide e di adattarsi al cambiamento. La resilienza è anche un processo adattivo che collega le singole risorse con eventi che si verificano nel mondo esterno. Gli individui resilienti possono “riprendersi” dalle avversità e ripristinare l’omeostasi poiché riducono efficacemente lo stress. Le persone resilienti imparano anche dalle loro esperienze di coping, sia quando il loro coping è efficace e ottiene risultati favorevoli, sia quando non riesce a produrre i risultati desiderati. Il coping è un processo attivo e intenzionale che l’individuo mette in atto per rispondere ad un evento stressante. Se è funzionale alla situazione, può mitigare e ridurre la portata stressogena dell’evento, ma se è disfunzionale ad essa, può anche amplificarla. La resilienza consente alle persone di perseverare, creando un cambiamento nell’ambiente per mitigare la minaccia e ottenere il risultato desiderato[3]. Ognuno di noi ha dovuto trovare le proprie risorse personali per affrontare le nuove sfide derivanti dalla pandemia e la resilienza è un’abilità fondamentale per fronteggiarle. Anche se soli e smarriti, i giovani adulti risultano essere resilienti e capaci di mettere in atto strategie di coping per fronteggiare le difficoltà. Shigeto e colleghi (2021) hanno esaminato le tipologie di coping messe in atto dai giovani adulti per fronteggiare gli stressor (fattori di stress) correlati alla pandemia. Avendo come punto di partenza la Teoria transazionale dello stress di Lazarus e Folkman (1984), i risultati dello studio suggeriscono come i giovani adulti abbiano utilizzato sei tipologie di coping qualitativamente distinte. Esse si differenziano in base al livello di percezioni degli intervistati della loro resilienza, l’uso di strategie di coping focalizzate sul problema o sulle emozioni e della flessibilità delle proprie strategie quando affrontano un fattore di stress (in questo caso, una pandemia globale). Essere resilienti e avere una buona flessibilità nella messa in atto delle strategie di coping permette ai giovani adulti di fronteggiare meglio l’imprevedibilità degli esiti della pandemia[3]. Il fattore che sembra avere un maggiore ruolo protettivo per la sofferenza psicologica nei giovani adulti è il supporto percepito[2]. Marchini e colleghi confermano, nella loro ricerca, l’importanza di differenti tipi di contatto sociale, sia online che offline, con amici e familiari, durante i momenti più duri della pandemia. Il supporto tra pari è risultato essere il maggiore fattore protettivo per la sofferenza psicologica durante i periodi di lockdown[2]. Il bisogno fondamentale di appartenenza, inteso come desiderio di attaccamenti interpersonali, sembra essere un fattore protettivo contro la solitudine e la potenziale depressione negli adolescenti e nei giovani adulti. In conclusione, le ricerche suggeriscono l’importanza di sviluppare nei giovani adulti resilienza e flessibilità, oltre a specifiche capacità di coping che possano aiutare a compensare gli effetti psicologici dei cambiamenti derivanti dalla pandemia o da altre crisi future. Inoltre, è necessario comprendere i sentimenti di solitudine dei giovani e mettere in atto interventi che permettano di creare connessioni e mitigarne gli effetti sulla salute mentale. I giovani dovrebbero poter fare affidamento sugli altri per alleviare il peso della crisi pandemica sulla loro salute mentale. Pertanto, la comprensione delle conseguenze della pandemia sulla salute mentale individuale e dei fattori protettivi e di rischio correlati può aiutare a fornire aiuto e assistenza mirati alla popolazione più giovane. Fonti [1] Lee C.M., Cadigan J.M. & Rhew I.C. (2020). Increases in loneliness among young adults during the COVID-19 Pandemic and association with increases in mental health problems. Journal of Adolescent Health, 67: 714-717. https://doi.org/10.1016/j.jadohealth.2020.08.009 [2] Marchini S., Zaurino E., Bouziotis J., Brodino N., Delvenne V. & Delhaye M. (2020). Study of resilience and loneliness in youth (18-25 years old) during the COVID-19 pandemic lockdown measures. J Community Psychol, 49: 468-480. DOI: 10.1002/jcop.22473 [3] Shigeto A., Laxman D.J., Landy J.F. & Scheier L.M. (2021). Typologies of coping in young adults in the context of the COVID-19 pandemic. The Journal of General Psychology, DOI: 10.1080/00221309.2021.1874864. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, appraisal, and coping. New York, NY: Springer.
Giovani 20-30enni e le conseguenze della pandemia

La pandemia ha colpito duramente gli Emerging Adults, i giovani tra 20 e 30 anni, a livello lavorativo, sociale e di salute mentale. L’emergenza sanitaria, economica e sociale causata dalla pandemia COVID-19 ha avuto un forte impatto in ogni aspetto della vita. L’incertezza, l’insicurezza, l’instabilità per il presente e per il futuro sono sentimenti comuni all’intera popolazione. La crisi ha colpito in modo diverso i vari gruppi demografici e sociali. Si è riscontrato come, tra le categorie maggiormente colpite, vi siano i giovani, in particolar modo i giovani tra i 18 e i 30 anni circa. Tale categoria può essere definita dei giovani adulti o degli Emerging Adults. Come sostenuto da Arnett[1], l’Emerging Adulthood (età adulta emergente), è quel periodo di sviluppo tra l’adolescenza e l’età adulta. È caratterizzata da instabilità, dovuta a cambiamenti di residenza, delle relazioni, del lavoro o della carriera accademica. Ulteriore caratteristica è l’essere concentrati su se stessi, in quanto gli Emerging Adults si trovano a dover sviluppare per proprio conto le competenze necessarie alla loro vita e a dover acquisire una migliore comprensione di chi sono e quali sono i loro obiettivi. Questa fase della vita è caratterizzata anche da cambiamenti pervasivi del Sé, cambiamenti dell’identità e cambiamenti nelle relazioni interpersonali. Lo sviluppo dell’autonomia è un aspetto centrale in questa fase della vita. È, quindi, un periodo critico della crescita caratterizzato da molti eventi e cambiamenti che possono contribuire in modo significativo al benessere della persona. Per i giovani tra i 20 e i 30 anni la crisi COVID-19 pone rischi considerevoli nei settori dell’istruzione, dell’occupazione, della salute mentale e del reddito disponibile. Secondo il report dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), basato su sondaggi condotti tra 90 associazioni in 48 Paesi[2], la pandemia avrà conseguenze sull’educazione, sulla ricerca del lavoro, sulla salute mentale e sul reddito disponibile dei più giovani, sia a breve che a lungo termine. Le nuove generazioni versavano già in una situazione svantaggiata nel periodo pre-Covid, in quanto sono le meno occupate, quelle con i redditi più bassi e i più insoddisfatti della propria occupazione. La pandemia non può che aggravare una situazione già critica. Eurofond[3] ha osservato, inoltre, come la categoria ad essere esposta ad un maggiore rischio di depressione post-Covid sia quella dei giovani con meno di 35 anni. Ciò che spaventa maggiormente è il futuro, sia in termini personali che lavorativi. L’incertezza e l’instabilità generano preoccupazioni per il presente e per il futuro e sono fonte di ansia per i giovani. Inoltre, possono avere un forte impatto negativo sul funzionamento personale e interpersonale. In tempi di pandemia, tali sentimenti si acuiscono e potrebbero fermare i giovani nell’attuare aspirazioni e progetti di vita. In più, le restrizioni sociali, l’impossibilità di riunirsi e di incontrare coetanei hanno drasticamente diminuito la possibilità dei giovani di sviluppare reti sociali e di rafforzare il loro capitale sociale. La mancanza di interazioni sociali ha anche danneggiato la loro salute mentale, le cui tracce sono rimaste visibili anche una volta allentate tali restrizioni. Ricerche sul benessere psicologico dei giovani italiani tra i 20 e i 30 anni in pandemia, hanno osservato come essi riportano, rispetto al passato, livelli maggiori di ansia e stress[4,5]. Sembrano riportare anche un’alta percezione dei rischi dovuti al virus che sembra essere associata, in parte, ad alti livelli di ansia[4]. Caratteristiche come l’instabilità e la bassa prevedibilità del periodo hanno aumentato le difficoltà dei giovani a reagire con successo alle criticità. Anche l’improvvisa interruzione di una vita sociale ha aumentato la percezione di solitudine e la conseguente vulnerabilità psichica. Tuttavia, un’alta capacità di resilienza, una forte autostima e un atteggiamento positivo nelle relazioni sembrano essere fattori che proteggono i giovani 20-30enni dal forte carico emotivo scaturito dall’emergenza pandemica[4]. Essere giovani tra 20 e 30 anni nella società post-covid significa essere colpiti meno duramente in termini di salute fisica dal virus ma maggiormente per quanto riguarda la salute mentale e le conseguenze sociali ed economiche. Spesso additati dai media come incoscienti e inconsapevoli degli effetti del virus, al contrario, noi ventenni e trentenni abbiamo un’alta percezione del rischio e stiamo cercando solo, come tutti, di trovare un nostro modo di fronteggiare la nuova realtà. È necessario monitorare gli Emerging Adults e il loro funzionamento psicologico in tutte le fasi dell’emergenza pandemica. Essa ha infatti influenzato in modo critico il lavoro, lo studio, la vita sociale e la salute mentale dei giovani in un periodo della loro vita caratterizzato da una forte instabilità e continui cambiamenti personali e interpersonali. È importante monitorare i livelli di stress e ansia dei giovani anche dopo le fasi acute dell’emergenza sanitaria, poiché un’ansia elevata e alti e prolungati livelli di stress espongono ad alte probabilità di incorrere in severi disturbi mentali e fisici. Infine, sarà necessario implementare interventi psicologici sulla salute mentale e programmi di supporto anche nel post-covid, per monitorare e aiutare i giovani a far fronte alle conseguenze dell’emergenza. Fonti [1] Arnett J.J. (2015). Emerging Adulthood. The winding road from the late teens through the twenties. USA: Oxford University Press. [2] OECD (2020). Youth and Covid-19: response, recovery and resilience. Oecd.org/coronavirus [3] https://www.eurofound.europa.eu/publications/blog/youth-in-a-time-of-covid [4] Germani A., Buratti L., Delvecchio E., Gizzi G. e Mazzeschi C. (2020). Anxiety Severity, Perceived Risk of COVID-19 and Individual Functioning in Emerging Adults Facing the Pandemic. Front. Psychol., 11:567505; doi: 10.3389/fpsyg.2020.567505 [5] Germani A., Buratti L., Delvecchio E. e Mazzeschi C. (2020). Emerging Adults and COVID-19: The Role of Individualism-Collectivism on Perceived Risks and Psychological Maladjustment. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 3497; doi: 10.3390/ijerph17103497
Giornata mondiale della salute – La salute psicologica

Tavola rotonda con Francesca Dicè, Raffaele Felaco, Roberto Ghiaccio e Michele Lepore. La salute psicologica come espressione del benessere psicosociale. Analisi degli aspetti neuropsicologici e riflessioni sull’integrazione come rilevatore del benessere sociale.
Giornata della Colleganza 2021 – Terza sessione

Direttori di istituti di psicoterapia, referenti associazioni di psicologia, professionisti psicologi, si confrontano in quattro sessioni sul tema del momento: “Come ci ha cambiato la pandemia”. In questa terza sessione abbiamo: Daniela Moriniello – Presidente Associazione Virgilio, Fortuna Procentese – Direttore Master in Psicologia dell’Emergenza dell’Università degli studi di Napoli Federico II, Ilaria Di Giusto – Didatta CSP, Raffaele Felaco – Direttore Psicologinews.it.
Giornata della Colleganza 2021 – Seconda sessione

Direttori di istituti di psicoterapia, referenti associazioni di psicologia, professionisti psicologi, si confrontano in quattro sessioni sul tema del momento: “Come ci ha cambiato la pandemia”. In questa seconda sessione abbiamo: Michele Lepore – Direttore Istituto campano Neuropsicologia, Valter Mastropaolo – Direttore istituto Nea Zetesis, Emanuele Del castello – Presidente istituto Erikson, Massimo Doriani – Direttore Istituto Mosaico, Raffaele Felaco – Direttore Psicologinews.it.