Gli sconti condizionano le nostre scelte e le nostre spese

Sconti

Da qualche giorno, sono cominciati gli sconti e le svendite in tutti gli store. Questo è un periodo dell’anno fortemente atteso dai compratori oculati, ma anche da quelli compulsivi. Le esperienze di acquisti durante i saldi, offrono un piacevole senso di appagamento, al di là dell’effettivo necessità del bene comprato. Gli sconti, quindi hanno il potere di far rilasciare la dopamina nel cervello, producendo benessere e felicità. Ma dietro le offerte di vendita, i molteplici studi sulla psicologia dell’acquirente, giocano un ruolo determinante. Durante gli sconti, soprattutto di fine stagione, vengono messe in atto delle strategie di marketing psicologico che inducono molte persone all’acquisto. In primis, in una società orientata ai valori prevalentemente estetici e modaioli, ciò su cui le aziende premono maggiormente è la necessità di avere quel determinato oggetto, meglio ancora se è di un brand specifico. Si crea la dicotomia tra felicità e status symbol, cui molte persone anelano attraverso l’uniformarsi a standard precostituiti di popolarità. Gli sconti, inoltre, sono ben pubblicizzati su tutti i social e piattaforme, oltre che nei negozi fisici, attraverso messaggi colorati, che mettono di buon umore e predispongono all’acquisto. Altra forma strategica utilizzata per orientare l’acquirente , sono le parole chiavi. Gli slogan pubblicitari usano parole come “must have”, quindi un prodotto irrinunciabile o ancora ultime occasioni , che inducono alla fretta di accaparrarsi l’offerta proposta. Ultima attenzione viene data, soprattutto nei negozi fisici, alla musica ad alto volume. In questo modo si disturba l’acquirente e non gli si consente di ponderare bene le sue scelte. Proprio per tutti questi aspetti, gli sconti, da un lato garantiscono la possibilità di acquistare un prodotto ad un prezzo contenuto, ma dall’altro creano delle vere e proprie dipendenze. Gli shopaholic, infatti, rappresentano proprio la categoria di persone che effettuano acquisti compulsivi e non con lungimiranza e necessità.

GLI INFLUENCER E IL LORO RUOLO OGGI

Gli influencer sono un fenomeno abbastanza recente, che però in qualche modo ha raggiunto la sua maturità.  Si possono distinguere due approcci. In un primo caso, possono essere coinvolti in test di prodotto o in eventi a titolo gratuito. In un secondo caso, invece, sono interpretati come veri e propri media di cui acquistare uno spazio o con cui instaurare una collaborazione remunerata. Questo approccio non si limita alla richiesta di foto/video brandizzati, ma si spinge alla co-creazione di prodotti in cui c’è una forma di collaborazione fra il brand e l’influencer (ad esempio le capsule collection o limited edition).  Tale collaborazione è tanto più efficace quanto più è genuina: è importante che ci sia coerenza tra i valori del brand e quelli dell’influencer. Se la collaborazione è di natura commerciale, l’influencer deve dichiararlo per legge anche con dicitura diversa (adv, ad, partnership, gifted by…). Esistono, però, alcuni che non dichiarano esplicitamente la natura commerciale (ad esempio perché rischiano di perdere credibilità, soprattutto quando si fanno tantissime collaborazioni). Nel mondo dell’influencer, c’è una precisa classificazione: Nano influencer: tutti siamo influencer di qualcuno Tra i 1000 e i 10.000 follower si inizia a parlare di micro-influencer: sono definiti anche influencer verticali e hanno una grande influenza sulla loro nicchia di riferimento. Sulle centinaia di migliaia di follower si parla di professional influencer: raggiungono molte persone, hanno una competenze/conoscenza su un tema specifico e sono anche conosciuti al di fuori della loro nicchia sopra il milione di follower si parla di vip-guru: hanno un’altissima reach, ma meno persone interagiscono attivamente con loro Questi ultimi diventano delle vere e proprie celebrities/testimonial con cui è difficile stabilire un rapporto paritario. Cominciano a diventare delle figure molto aspirazionali e lontane dalla quotidianità.  Per questo motivo, le aziende si affidano spesso ai micro, cioè persone che hanno un numero di follower più ristretto (circoscritto a diverse decine di migliaia), ma che hanno un rapporto con la community molto più stretto e alla pari. Essi consentono di raggiungere target molto più mirati e specifici, a differenza di quelli macro che attirano un pubblico più eterogeneo.  Se un’azienda identifica bene il target, può essere più interessante avviare collaborazione con 4 diversi micro-influencer rispetto a un unico grande.  In conclusione, per un’azienda è fondamentale conoscere questo fenomeno, soprattutto nella scelta di avviare determinati tipi di collaborazioni. Non conta solamente guardare la quantità di follower, ma anche l’engagement e il rapporto che l’influencer riesce a creare con la sua community. BIBLIOGRAFIA: Fennis, B. M., & Stroebe, W. (2015). The Psychology of Advertising. New York: Routledge

Gli Effetti Positivi della Noia: Un’Analisi Psicologica

La noia è spesso percepita come un’emozione negativa da evitare. Tuttavia, recenti ricerche psicologiche stanno rivelando che la noia può avere effetti positivi significativi sulla nostra vita. In questo articolo esploreremo i benefici meno conosciuti della noia, dimostrando come essa possa stimolare la creatività, favorire l’introspezione e migliorare il benessere generale. La Noia e la Creatività Uno degli effetti positivi più evidenti della noia è la sua capacità di stimolare la creatività. Quando la mente non è occupata da stimoli esterni, inizia a vagare, esplorando idee e concetti nuovi. Questo processo di “vagabondaggio mentale” può portare a scoperte creative e soluzioni innovative ai problemi. Stimolazione del Pensiero Divergente La noia costringe la mente a cercare stimoli internamente piuttosto che esternamente. Questo porta al pensiero divergente, un tipo di pensiero che genera molteplici soluzioni a un singolo problema. Studi hanno dimostrato che le persone annoiate sono più inclini a trovare soluzioni creative rispetto a quelle costantemente stimolate. Incremento della Fantasia La noia può anche incrementare la fantasia e l’immaginazione. I momenti di inattività offrono lo spazio mentale per esplorare scenari immaginari, creare storie o semplicemente sognare ad occhi aperti. Questo tipo di attività mentale è fondamentale per lo sviluppo di abilità creative e innovative. La Noia e l’Introspezione La noia non solo stimola la creatività, ma favorisce anche l’introspezione. Quando ci troviamo senza distrazioni, siamo costretti a confrontarci con i nostri pensieri e sentimenti. Questo può portare a una maggiore consapevolezza di sé e a una comprensione più profonda delle nostre motivazioni e desideri. Promozione della Consapevolezza di Sé La noia offre l’opportunità di riflettere su noi stessi e sul nostro percorso di vita. Questo può portare a una maggiore consapevolezza di sé, aiutandoci a comprendere meglio chi siamo e cosa desideriamo dalla vita. La consapevolezza di sé è fondamentale per prendere decisioni informate e per vivere una vita autentica e soddisfacente. Valutazione dei Propri Obiettivi I momenti di noia possono essere utilizzati per valutare i propri obiettivi e priorità. Senza le distrazioni quotidiane, possiamo riflettere su ciò che è veramente importante per noi e fare aggiustamenti di conseguenza. Questo tipo di riflessione può portare a un maggiore allineamento tra i nostri obiettivi e i nostri valori personali. La Noia e il Benessere Generale Infine, la noia può contribuire al nostro benessere generale in modi che spesso trascuriamo. Sebbene possa sembrare controintuitivo, la noia può migliorare la nostra salute mentale e fisica. Riduzione dello Stress La noia può servire come una pausa necessaria dal costante bombardamento di stimoli e stress. Prendersi del tempo per non fare nulla e lasciarsi annoiare può ridurre i livelli di stress e ansia, permettendo al corpo e alla mente di rilassarsi e rigenerarsi. Promozione di Abitudini Sane La noia può anche motivarci a cercare nuove attività e abitudini sane. Ad esempio, quando ci annoiamo, potremmo essere spinti a fare una passeggiata, leggere un libro o iniziare un nuovo hobby. Queste attività non solo alleviano la noia, ma contribuiscono anche al nostro benessere fisico e mentale. Conclusione La noia, spesso considerata un’emozione negativa, può avere numerosi effetti positivi. Stimola la creatività, favorisce l’introspezione e può migliorare il nostro benessere generale. Invece di evitarla a tutti i costi, dovremmo abbracciare la noia come un’opportunità per crescere e svilupparci. Prendiamoci del tempo per sperimentare la noia e scopriamo come può arricchire le nostre vite in modi inattesi.

Gli effetti della separazione conflittuale sui figli

di Federica Cirino Pomicino La maggior parte delle coppie che decidono di separarsi quando hanno dei figli, non riescono ad affrontare questo momento senza, in qualche modo, coinvolgerli. È quasi sempre un momento molto conflittuale poiché difficilmente avviene in serenità e con la decisione di entrambi i coniugi. Insieme agli avvocati, dovrebbe assistere a questo momento anche uno psicologo, un mediatore che possa cercare di contenere la rabbia e la conflittualità esistente. Qualcuno che cerchi di contenere e incanalare nella giusta direzione le emozioni che si provano. La rabbia ed il dolore del fallimento si mischiano e si confondono, in un momento in cui non si riesce ad essere sempre lucidi.  Ci si trova a dover elaborare un lutto su più fronti. Il lutto, come dice Freud, è uno shock emotivo, un trauma. E quando avviene una separazione oltre al lutto della perdita della persona amata, vi è anche il lutto della perdita della famiglia e del progetto di vita condiviso. I figli si trovano a dover fronteggiare la perdita della stabilità data dall’unione della famiglia e spesso sono costretti a prendere posizione contro uno dei due genitori, a favore dell’altro.  È più scontato che i figli s’identifichino con il genitore del proprio sesso o prendano le parti del più debole. Spesso il rischio è che i bambini tendano a costruirsi un falso sé (Winnicott), cioè si creano un adattamento compiacente alle richieste dei genitori.  Per paura di acuire il conflitto esistente tra i genitori, si ritrovano ad assecondare le loro richieste e le loro modalità relazionali. A volte, possono subentrare angosce profonde di morte verso il genitore fragile che spinge i figli a mettere in atto comportamenti disadattivi, come problemi alimenti o d’insonnia. Possono emergere anche comportamenti aggressivi verso i pari, oltre che verso l’adulto. Questo accade quando il bambino non riesce a parlare di quello che sta vivendo, tenendo compresso dentro di se la rabbia e la confusione che prova. Quando non riesce a trovare un terreno fertile intorno a lui che possa spiegare o contenere le emozioni che circolano in famiglia e dentro di lui. Vi sono famiglie che dopo la separazione riescono, in qualche modo, a ritrovare un equilibrio, ricordandosi che se anche la coppia coniugale non esiste più, quella genitoriale deve continuare a vivere. Purtroppo mantenere la funzione genitoriale insieme all’altro non è affatto semplice quando non c’è più l’amore coniugale e spesso tante coppie restano conflittuali per tutta la vita. Tendono ad utilizzare i figli per ferire l’altro, mettendoli contro l’altro genitore, sminuendo o creando un’immagine negativa genitoriale. Tutti abbiamo bisogno di introiettare dentro di noi l’immagine di due “buoni genitori” (Melanie Klein) per essere noi un domani un genitore non irrisolto. Tutto questo, ovviamente crea un forte disagio nei figli ai quali resta dentro un’esperienza di vita così negativa che li può condizionare nella creazione delle relazioni future che vivranno.

Gli effetti della Primavera

È arrivata la primavera, la cosiddetta “stagione della rinascita”: la natura è tornata a fiorire, gli alberi spogli si rivestono di punte colorate di piccoli fiori, le giornate si allungano e il sole illuminando di più le rende più piacevoli.  Con la primavera arriva anche il risveglio dei sensi; infatti dopo l’inverno rigido e cupo, il corpo reagisce ai cambiamenti esterni influenzando anche la mente. Le giornate si allungano, la temperatura si alza, i fiori sbocciano, gli animali escono dal letargo ed è tutto un trionfo di luce, colori e profumi. La primavera porta con sé indubbiamente tanti aspetti positivi in grado di influenzare la nostra salute e il nostro umore. Dona sensazioni di allegria, leggerezza e libertà: allegria per la vitalità e la vivacità di tutto ciò che ci circonda, leggerezza a partire già dall’abbigliamento e libertà di muoversi, esprimersi, viaggiare, esplorare e conoscere…. Con il bel tempo abbiamo, infatti, maggiore possibilità di uscire e stare all’aperto, di fare escursioni e gite fuori porta, visitare posti nuovi, soddisfacendo anche la nostra curiosità e i nostri bisogni di conoscenza. Possiamo praticare attività fisica e sport a contatto con la natura, in spazi più ampi e meno costretti.Non sono poche le persone che dicono di avvertire un miglioramento dell’umore nelle belle giornate di sole in particolare con l’arrivo della primavera. Questo fenomeno ha una spiegazione fisiologica: un’esposizione più prolungata alla luce solare aumenta la produzione di serotonina, un ormone che favorisce il buonumore, nell’organismo. Nei mesi invernali la sua azione viene limitata dalla maggiore presenza nel corpo di una proteina chiamata SERT. Un certo grado di “meteoropatia”, quindi, sembra comprensibile e giustificato.

Gli effetti del “digital divide” sul rapporto genitore – figlio

I social network nascono come uno strumento per comunicare e relazionarsi, in poco tempo sono diventati essi stessi un fenomeno in grado di trasformare la società e i principi che regolano i processi relazionali. Adolescenti e preadolescenti, i cosiddetti nativi digitali, si sono trovati ad affrontarli in modo autodidatta, improvvisamente esposti a contenuti e relazioni illimitate e senza filtri. La causa dell’assenza di educazione e controllo da parte dell’adulto è insita nel digital divide intergenerazionale. Oggi quasi tutti i genitori sono presenti sui social: commentano i figli, controllano il loro profilo, i contenuti che postano, i commenti che ricevono. Ma ciò che è venuto a mancare è stato proprio il ruolo di guida, supervisione ed educazione all’utilizzo dello strumento. Com’è cambiato il rapporto genitore-figlio nella società digitale? Durante l’adolescenza il gruppo dei pari diventa il principale punto di riferimento, spesso i giovani si distaccano dai genitori che fino a quel momento erano il modello identificativo prescelto. Avere uno strumento che gli consente di stare connessi H24 con i propri coetanei rappresenta una straordinaria risorsa ma al tempo stesso un grande rischio per l’isolamento dei ragazzi che può sfociare in dipendenza. I social network vengono visti come lo spazio per eccellenza per la relazione ed il confronto; una via di fuga dove sentirsi parte di un gruppo e un modo per esprimersi per le persone che hanno difficoltà a relazionarsi nella vita reale. Ma anche una vetrina virtuale dove dare sfogo ad un comportamento egocentrico alla continua ricerca di attenzioni e gratificazioni, dove la realizzazione di sé stessi è delegata alla Rete, fonte di consensi e approvazione. Esistono circostanze che diventano causa di conflitto: quando per ottenere i consensi sul web ci si costruisce un personaggio e non si è liberi di essere se stessi; quando ci si accorge che le relazioni create sono tutte fittizie e incrementano la solitudine; infine quando la propria immagine non ottiene consensi, al contrario attira l’attenzione dei cyberbulli. Tale situazione può sfociare in fenomeni sociali complessi e in diverse psicopatologie e non sempre i genitori posseggono le giuste competenze digitali per accorgersi di pericoli e disagi. La soluzione è un intervento di prevenzione che coinvolga l’intero sistema relazionale ed educativo dei ragazzi: famiglie, insegnanti e gruppo dei pari. Solo così si potrà acquisire consapevolezza dello strumento e capire che deve essere un’estensione della propria individualità e proiezione di ideali e valori.

Gli atteggiamenti e il loro ruolo nella pubblicità

Gli atteggiamenti giocano un ruolo fondamentale nei processi di consumo. La pubblicità ha come obiettivo quello di generare un atteggiamento positivo verso un prodotto/servizio/brand. Tendenzialmente acquistiamo beni e servizi in funzione di specifici obiettivi (goals). L’atteggiamento positivo o negativo che possiamo sviluppare verso una pubblicità dipende anche dal fit tra i nostri goal e la capacità che il prodotto ha nell’aiutarci a raggiungere quegli obiettivi. Gli obiettivi a cui si può fare riferimento sono di diverso tipo: 1. Utilitarian goals: focus sulla qualità e sulla performance (non sulla componente estetica o di design) I messaggi pubblicitari devono far vedere che un prodotto è utile, efficace e soprattutto come si usa. Passano in secondo piano tutti quelli aspetti legati all’estetica. Questi messaggi sono tipici di elettrodomestici e prodotti per la cura della casa. 2. Self-expression goals: focus sull’immagine che si vuole dare di sé agli altri. I messaggi pubblicitari devono far emergere che vi è un riconoscimento sociale derivante dall’acquisto di un determinato prodotto/servizio/brand. A questo scopo è utile citare la teoria del sé esteso, secondo cui i beni che le persone possiedono diventano parte ed estensione del loro sé. Questa teoria ha una doppia faccia: una più positiva perché grazie al possedere un determinato bene si diventa qualcosa di più e una più negativa legata al problema di quando la relazione si inverte (cioè quando sono gli oggetti che possediamo che impongono la loro personalità su di noi). 3. Identity-building goals: oltre a riflettere la nostra identità, i prodotti che consumiamo ci aiutano a costruirla. Sono tipici tutti quei messaggi pubblicitari che esplicitano come un brand ci aiuta a riflettere o costruire la nostra identità. 4. Hedonic goals: in questo caso, i messaggi pubblicitari fanno leva sul piacere di avere e consumare un prodotto. Tipico per le pubblicità in ambito food (come gelati, yogurt, cioccolato…) Non c’è un unico obiettivo per uno stesso prodotto: persone diverse sono mosse da motivazioni diverse, se un’azienda riesce a coglierli può creare delle pubblicità ad hoc che rispondano a target di obiettivi diversi. È importante capire e studiare gli atteggiamenti, sempre ricordando che c’è un gap nel passaggio al comportamento. Infatti, non sempre un atteggiamento positivo si concretizza in un comportamento effettivo (in questo caso comportamento d’acquisto). Per facilitare questo passaggio può essere utile usare l’intenzione di implementazione. Essa è un modo di formulare gli obiettivi in maniera più specifica. Quanto si è più precisi e specifici nella formulazione degli obiettivi, tanto più è probabile che quell’intenzione comportamentale si traduca in un’azione. Un esempio sono tutte quelle pubblicità che cercano di elicitare contesti specifici in cui consumare un prodotto. Il presupposto è che le persone si dimentichino di mettere in atto certi comportamenti. Specificando quando/come/dove un certo comportamento è più appropriato, è più facile che alcuni indizi nell’ambiente fungano da attivatori del comportamento. Questo è quanto più vero, quanto più un prodotto è nuovo. Presentare situazioni specifiche per l’uso si sposa con il funzionamento della memoria episodica: un conto è ricordarsi un brand, un conto associare un prodotto/servizio a una certa occasione. In conclusione, per chi si occupa di pubblicità è molto importante studiare gli atteggiamenti in quanto giocano un ruolo fondamentale nei processi di consumo. BIBLIOGRAFIA Kimmel, A.J. (2018). Psychological foundations of marketing. The keys to consumer behavior. New York: Routledge

GLI ASPETTI SOCIALI DEI CONSUMI

Al giorno d’oggi è fondamentale considerare gli aspetti sociali dei consumi. I consumatori, infatti, sono influenzati nei loro consumi dal contesto nel quale si ritrovano inseriti.  Il contesto di riferimento può essere considerato a diversi livelli: 1. Cultura: intesa come insieme di elementi che caratterizzano e definiscono i membri che ne fanno parte. Una cultura è condivisa, viene trasmessa da generazione a generazione ed è caratterizzata da valori, norme sociali, rituali, miti e artefatti. A livello di marketing, le aziende si adattano alle specificità culturali per rispondere alle abitudini, riti e usanze… Da questo punto di vista, le ricerche di mercato servono anche a cogliere le diversità culturali e i significati che il consumatore attribuisce a un prodotto. 2. Subcultura: formata da persone della stessa cultura, ma che hanno credenze/esperienze comuni condivise che le distinguono da altri membri di altre subculture. Le differenze possono essere semplicemente demografiche (Nord vs Sud) oppure legate alla religione, alla classe sociale, all’età. Anche in questo caso, risulta importante conoscere gli specifici valori, simboli e comportamenti propri di ogni subcultura. 3. Gruppo di riferimento: sono spesso la fonte da cui noi sviluppiamo atteggiamenti, credenze, valori e comportamenti. Li usiamo come termini di paragone, su cui basiamo i nostri comportamenti di consumo.  Esistono i gruppi diretti primari (amici stretti e famiglia) e secondari (insegnanti, supervisori sul lavoro…).  Ci sono poi anche i gruppi indiretti aspirazionali e non aspirazionali. I primi sono i gruppi a cui si vorrebbe appartenere e ai quali si vorrebbe essere associati (come le brand community). I secondi i gruppi dai quali ci si vuole differenziare. Con il notevole sviluppo dei social network, troviamo il fenomeno degli influencer, intese come tutte quelle persone che sono in grado di influenzarne altre rispetto ai consumi. Un influencer è tale perché gode di una certa credibilità e sono percepiti come neutrali e oggettivi in quanto trasmettono sia opinioni favorevoli sia sfavorevoli. Sono considerati esperi di un certo tema e dunque considerati competenti in materia. Inoltre, sono persone molto aperte alle novità e propense ad assumersi rischi. Infine, sono persone interconnesse a una community con la quale interagiscono. 4. Concetto del sé: noi sviluppiamo il nostro sé in base all’immagine che vogliamo dare agli altri e in base a quanto ci viene restituito dagli altri Ma perché i consumatori si lasciano influenzare? Si parla di consumer conformity, cioè la tendenza ad avere comportamenti e atteggiamenti in linea con quegli degli altri soprattutto quando l’informazione è ambigua, scarsa o quando non si conosce un determinato tema.  Ci sono, però, delle persone che si definiscono anticonformiste per natura. Anche in questo caso però l’influenza sociale esiste comunque in quanto gli anticonformisti sono persone in cerca di unicità che scelgono volutamente di non adottare un certo comportamento se questo diventa troppo diffuso. Dunque, guardano comunque ciò che fanno gli altri per discostarsi. Gli aspetti sociali nei consumi sono sempre presenti? Veniamo sempre influenzati nell’acquisto di prodotti? Dipende dalla tipologia del prodotto! Per quanto riguarda i “Privately Consumed Necessity” (come lavastovigli, materassi…) non c’è una grande influenza in quanto sono scelte di consumo non direttamente visibili ad altri. Per quanto riguarda i “Publicy Consumed Necessity” (come l’abbigliamento) c’è una forte influenza legata al tipo di brand che si sceglie, non tanto legata al fatto di possedere o meno quel prodotto. Questo perchè i brand che scegliamo contribuiscono a definire la nostra identità. Dunque, si cerca di scegliere brand che siano congruenti con il proprio sé percepito soprattutto nelle scelte pubbliche.  Veblen introduce il concetto di consumo ostentativo, che ad oggi si traduce come scelta di alcuni brand di lusso come veicolo del proprio status sociale. Egli teorizza anche il trickle-down effect, con il quale spiega la nascita delle mode. Una classe sociale elevata inizia a fare scelte di consumo per segnare il proprio status. Nasce un effetto a cascata, secondo cui la classe immediatamente sotto cerca di imitare il comportamento di consumo della classe immediatamente sopra di lei per migliorare il proprio status sociale e così via…  Quando queste scelte arrivano alla massa, la classe sociale più elevata cerca altri modi per distinguersi e per veicolare il loro status più elevato.  In conclusione, è fondamentale considerare gli aspetti sociali del consumo in quanto le scelte dei consumatori odierni dipendono in gran parte dal contesto di riferimento nel quale sono inseriti.  BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological foundations of marketing. The key to consumer behavior. Londra: Routledge

Gli aspetti psicoeducativi dell’apprendistato

In realtà la normativa individua tre tipi di apprendistato: l’apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria superiore e il certificato di specializzazione tecnica superiore, l’apprendistato professionalizzante e l’apprendistato di alta formazione e ricerca.

Gli adolescenti e il mondo della scuola

di Tonia Bellucci La trasformazione dei modelli educativi familiari e la diffusione dei mass media ma soprattutto dei social, sono solo alcuni dei fattori che hanno promosso cambiamenti particolarmente significativi sul modo di interpretare la relazione con la scuola e i docenti da parte delle ultime generazioni di adolescenti. L’epoca di internet e del narcisismo richiede una nuova modalità di declinare l’autorevolezza adulta che tengono conto del funzionamento psichico, affettivo e relazionale dei ragazzi e delle ragazze nati e cresciuti nel nuovo millennio. L’adolescenza è stata definita, in base alle soggettive manifestazioni, in svariati modi: tempesta emozionale, età sospesa ed anche età dello tsunami, “la più delicata delle transizioni” (Hugo). Le abitudini di vita e i comportamenti degli adolescenti enfatizzano fragilità e problematicità, descrivendo questa età di mezzo come una fase «a rischio» della vita, da cui bisogna sperare di uscire indenni. L’adolescenza, al contrario, è anche un’età di potenzialità ed opportunità: un cantiere aperto dello sviluppo cerebrale e psicologico, un’ancora in costruzione, dove tutto viene rimesso in discussione e rilanciato. In questa fase di sviluppo, entrano in campo in modo determinante due agenzie educative: la famiglia e la scuola, sono ambienti educativi ottimali affinché gli adolescenti possano svilupparsi e crescere adeguatamente. La qualità del clima familiare è fondamentale all’interno del percorso di crescita e di costruzione dell’identità. Gli adolescenti, alla ricerca di autonomia e indipendenza dalle figure di riferimento, necessitano della guida e dell’incoraggiamento di quest’ultime al fine di poter stabilire e raggiungere con perseveranza determinati obiettivi, specie quelli che riguardano la formazione ed il futuro. La scuola, d’altro canto, è un luogo formativo per l’identità cognitiva, emotiva, sociale e culturale dei ragazzi, ma anche possibile teatro di malessere e insuccessi. Nelle interazioni che avvengono a scuola, oltre alle trasformazioni del corpo, le richieste dei pari, dei docenti e dei genitori, il confronto con i pari, le aspettative dell’adolescente stesso e la necessità di emergere, si incontrano ma soprattutto si scontrano. Il temperamento personale, il natura le percorso di maturazione cerebrale, l’ambiente familiare ed il contesto scolastico in questa fase della vita di ogni essere umano espongono, come dicevamo, a continui rischi ed opportunità, coerentemente con la cultura e le specificità del tempo in cui cresce ogni generazione. Oggi, le ricerche ci mostrano come, nell’ambito del rischio, l’ansia e le manifestazioni di disagio connesse ad essa (vd. attacchi di panico e ritiro sociale) sono predominanti e possono influire negativamente su prestazioni e relazioni, nonostante l’impegno e l’investimento emotivo messo in campo dai ragazzi e dalle ragazze, ma esistono anche altre forme di inibizioni o di sintomi che rendono la vita dei ragazzi complessa e che dopo la pandemia hanno assunto forme più gravi. Ad ogni pericolo, tuttavia, sono collegate potenzialità e vi sono alcuni temi dei quali le agenzie educative devono tenere conto: l’adolescente ha già un suo sapere proprio (sul linguaggio, sui segreti di famiglia, sulla sua storia, su quello che gli altri vogliono da lui), a cui è importante dare spazio; l’adolescente deve perdere qualcosa del suo piacere, i suoi oggetti (vd. internet, smartphone, videogiochi) per poter entrare nel legame e per poter accogliere qualcosa del sapere che gli viene proposto e/o imposto; le richieste di impegno e senso di responsabilità devono essere adeguate all’età di riferimento; sostenere i giovani non significa allontanarli dalle prove, dai rischi e dalle sfide che lo attendono e che spettano ad ogni età, quali riti di passaggio verso l’età adulta. Sicuramente tutto ciò che accede nella v i t a degli adolescenti è estremamente complesso. La scuola vuole impegno e senso di responsabilità: per i bambini è la prima prova “da grandi”, mentre per i ragazzi un ulteriore test in un momento molto delicato in cui la loro personalità è in fase di definizione. Studiare è faticoso e quando entrano in gioco insicurezze e difficoltà la fatica cresce e la situazione si complica; i ragazzi delle superiori, in particolare, hanno un programma di studio da rispettare ma contemporaneamente hanno bisogno di socializzare con i compagni, e questa relazione non sempre rende le cose facili. Gli adulti di riferimento hanno il compito di rassicurare, cercando di favorire un’adeguata comprensione della situazione senza sottovalutare o, peggio ancora, sminuire il malessere. È necessario cercare di non essere protettivi al punto da non lasciare libertà di esprimersi ed agire, cercare di ascoltare i bisogni considerando che le reazioni si differenziano da persona a persona in base alle esperienze e alla storia personali, alle motivazioni di tipo socioculturale o causate dalla stessa realtà scolastica. Bruner sottolinea l’importanza di un forte legame fra cultura e educazione, sostenendo un’idea di scuola come promotore di principi educativi che siano in stretta interdipendenza con la cultura e le risorse di cui si dispone, dal momento che ciò che viene insegnato e appreso non può “essere isolato dallo posizione che ha la scuola nella vita e nella cultura dei suoi studenti”. Gli ambienti educativi, in definitiva, dovrebbero diventare “possibilità per l’adolescente di sperimentare e cogliere nelle esperienze di apprendimento e di conoscenza la funzione di sostegno al Sé che i valori culturali possono offrire”. In fondo, “l’adolescenza non è altro che una volata verso la vita.” (J. Bruner). Non dobbiamo immaginare necessariamente scenari catastrofici, ma da adulti sappiamo che la vita di ognuno di noi può assumere mille sfumature spesso difficili da gestire anche per un adulto, figuriamoci per un adolescente! In quel momento dovrà essere presente l’adulto di riferimento che, sebbene mai andato via, ma rimasto solo in attesa in una sorta di cono d’ombra, dovrà essere pronto ad affiancare il ragazzo. La parte difficile per l’adulto sarà proprio rimanere nell’ombra fino a quel momento. È vero che i ragazzi sono in una fase di costruzione della loro personalità rivolgendosi in modo più naturale ai coetanei, tuttavia, è da tenere a mente che noi adulti non spariamo dalle loro vite e, anche senza che, se accorgano o che noi ce ne accorgiamo, ci osservano: come parliamo, come ci atteggiamo nei loro confronti, nei confronti degli altri membri della famiglia,