I BIMBI DELLE CASE FAMIGLIA. Lenire i traumi attraverso la Terapia Assistita con gli Animali – Pet therapy

di Michela Romano L’allontanamento dei minori dalla famiglia è un’azione protettiva che permette all’intero nucleo – genitori e figli – di riflettere su ciò che ha causato un grande dolore emotivo, generalmente alla base di azioni poco consone al buon funzionamento familiare.Se i genitori devono trovare il nucleo interno e successivamente relazionale che li ha portati ad essere genitori manchevoli di adeguate cure genitoriali, i figli dovranno fare un grosso lavoro su di sé per potere aggiustare il più possibile la dimensione del legame di attaccamento affinchè questo possa diventare il più vicino possibile all’attaccamento sicuro. Questo è un lavoro che gli operatori devono avere in mente al fine di offrire a questi bambini/ragazzi la possibilità di riparare la grande ferita interna. Offrire loro una adeguata quotidianità fatta di certezze, di pasti adeguati, di presenza di figure adulte centrate, affidabili e autorevoli permettere loro di vivere in un luogo protetto e sicuro, di essere fruitori di progetti educativi al fine di far loro esplorare esperienze di vita e di capacità di sé utili a nutrire la loro autostima assai spesso minata, sono obiettivi fondamentali.  Ma l’esperienza terapeutica non può mancare proprio perché è fondamentale nutrire i loro nuclei interni assai spesso fragili.Tale fragilità, l’età giovane, la distanza dai genitori, spesso non permette ai bambini di potere lavorare adeguatamente in uno spazio terapeutico classico. Le ferite sono profonde, la difficoltà inconscia di fidarsi di adulti che per lungo tempo non li hanno “visti” e protetti non permette loro di affidarsi, hanno una paura inconscia di abbandonare i loro sintomi che in qualche modo li hanno fatti rimanere in vita e condurre in qualche modo la loro esistenza.  Da qui la possibilità di potere offrire a questi bambini uno spazio di psicoterapia a mediazione animale. Questa presenza – del cane, gatto, asino, cavallo – permette al bambino e all’adolescente di incontrare il proprio sé altrove, nell’animale che funge da specchio relativamente alle emozioni. Nello stesso tempo ha una funzione importante di maternage e presenza rassicurante. L’animale con il suo non giudicare, con il suo esserci, con la sua presenza solida, con la sua capacità di entrare in relazione, con la sua empatia è in grado di cogliere le emozioni dell’altro e di rispondere adeguatamente e in modo sintonico. Ed è quello che assai spesso è mancato ai bambini cresciuti in famiglie disfunzionali o poco funzionali. Il cane o il gatto, all’interno di un contesto psicoterapico e dunque con la presenza di uno psicoterapeuta possono avere proprio la funzione di sintonizzazione emotiva che favorisce nel minore la sensazione – fino a diventare consapevolezza – di essere riconosciuto e dunque di ESISTERE.  La possibilità di potere lavorare nel tempo con più animali permette di cogliere meglio i bisogni dell’utente e di fornire gli stimoli più adeguati affinchè l’esperienza possa essere incarnata e dunque essere più ripartiva possibile. Il cavallo potrebbe per esempio permettere loro di lavorare sulla capacità di reggere le frustrazioni, di affidarsi completamente all’altro o, al contrario, di essere assertivo con l’altro dovendo relazionarsi e farsi comprendere e rispettare da un essere molto più grande di noi e soprattutto molto ingombrante. L’asino ci permette di vivere una dimensione di vicinanza e di silenzio rispetto al non fare e ad accogliere anche questa opportunità:  la piacevolezza del non fare.  E’ possibile curare le ferite psichiche definitivamente? Questo dipende da tantissimi fattori: qualità dell’esposizione pregressa degli eventi familiari, ambiente di vita attuale, spostamento della famiglia relativamente ai nuclei affettivi manchevoli, aspetti cognitivi e di costrutti interni dell’utente, esperienze di vita attuali e future. Fra l’altro, gli operatori sanno, ciò che offriamo ai nostri utenti adesso, che sia educativo o terapeutico, non sempre si osserva come risultato emotivo, intrapsichico e relazionale attuale. Il nostro lavoro permette però a questa utenza di arricchirsi di esperienze positive, nutritive che comunque albergheranno dentro di loro. E quando saranno pronti, se le esperienze di vita successive glielo permetteranno, se decideranno di prendere un strada di vita migliore rispetto a quella di origine avremo arricchito le loro esperienze intrapsichiche e interpsichiche e offerto loro una grande chance. Ciò che deve essere nel nostro patrimonio di operatori (educatori, psicologi, psicoterapeuti, ecc) è la consapevolezza del nostro buon operato e la capacità di accettazione incondizionata dell’altro. Frustrazione, rabbia, senso di inefficacia, delusione e tutte quelle emozioni che i nostri utenti possono farci provare dobbiamo saperle gestire e non farle ricadere su di loro a rischio di ripetere le esperienze negative delle loro relazioni primarie.Gli animali in questo sono maestri, si nutrono delle relazioni presenti, non sono giudicanti, sono in grado di essere centrati e non identificarsi in termini negativi con le emozioni altrui. In questo modo restituiscono, all’interno di una relazione, la loro capacità di stare e di offrire una dualità pulita e rassicurante. 

Salute mentale: a chi mi rivolgo?

Quando si parla di salute mentale spesso ci si trova nella situazione di scegliere il professionista presso cui avviare la cura. Solitamente per la ricerca ci si serve del medico di famiglia, del passaparola di parenti amici o conoscenti o di internet. Ebbene si anche internet viene in aiuto attraverso i social o siti specializzati. Nonostante sia stata fatta già molta informazione sulle professionalità che possono essere di aiuto per il benessere ‘mentale’, oggi non di rado ci si trova a dover chiarire al ‘cliente’ di turno il proprio ruolo. Per capire meglio è bene definire le competenze dello psichiatra, dello psicologo psicoterapeuta e dello psicologo non psicoterapeuta. Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria la cui competenza permette un inquadramento diagnostico da un punto di vista comportamentale. Lo psichiatra avendo una formazione medica può procedere a fare una diagnosi anche valutando aspetti biologici, strettamente medici, prescrivendo esami clinico diagnostici e all’occorrenza anche farmaci. Il medico specializzato in psichiatria è anche psicoterapeuta, per cui può fare sedute di psicoterapia oltre a poter somministrare farmaci. Lo psicologo è un dottore in psicologia che ha completato il ciclo quinquennale ed ha svolto un tirocinio formativo, ha sostenuto l’esame di iscrizione all’albo regionale degli psicologi. Egli non è ancora uno psicoterapeuta poiché tale titolo si ottiene solo dopo aver portato a termine un ciclo quadriennale presso l’Università o Istituti accreditati presso il MIUR. Lo psicologo è abilitato alle seguenti funzioni: prevenzione: intesa come attività finalizzata ad informare educare e anticipare comportamenti e condotte a rischio; diagnosi: l’atto tipico di indagine e valutazione dei processi mentali e della personalità; abilitazione e riabilitazione: attività tese a promuovere il benessere e la salute mentale dell’individuo, del gruppo; sostegno: è una funzione di tipo supportivo volta al mantenimento delle condizioni di benessere al rinforzo di esse; consulenza psicologica: comprende tutte le attività volte alla valutazione e alla definizione del problema di salute e all’elaborazione di un percorso. Tutte le attività sopra elencate possono essere svolte dallo psicologo iscritto all’albo tranne la psicoterapia che è un’attività ascrivibile esclusivamente allo psicologo specializzato in psicoterapia. La psicoterapia è rivolta alla risoluzione dei sintomi e delle loro cause, conseguenti alla psicopatologia a disadattamenti e sofferenze. E’ molto importante prendersi la responsabilità di verificare il professionista che si sta scegliendo quali competenze abbia e cominciare a scegliere in base al nostro effettivo bisogno.

La fiducia e il bisogno di essere visti

La fiducia svolge un ruolo centrale per la sopravvivenza e nel rapporto con noi stessi, con gli altri e con la vita. Tutti sanno quanto la fiducia sia importante nelle relazioni. Quanto sia indispensabile per aprirsi e incontrare l’altro in un rapporto autentico e intimo. Ma da cosa dipende la fiducia? In base a cosa scegliamo di fidarci di qualcuno? In base al tono della voce, perché ha uno sguardo accogliente, ci ascolta con attenzione. Sembra capirci. Secondo Fonagy, la fiducia si stabilisce quando ci sentiamo visti e compresi e possiamo quindi sperimentare una relazione protetta. Si tratta di un’esperienza fondamentale innanzitutto nell’infanzia, per la formazione del sé e lo sviluppo della personalità. La fiducia epistemica primaria Il bambino viene al mondo con il bisogno di essere accudito e riconosciuto. E, pertanto, con il bisogno di affidarsi alle figure genitoriali da cui dipende la sua sopravvivenza. Se i suoi processi regolativi ed emotivi sono adeguatamente accolti e sostenuti, potrà interiorizzare quella base sicura che lo accompagnerà per tutta la vita nel fare esperienza di sé, degli altri e del mondo. Questa forma primaria di fiducia, che Fonagy definisce fiducia epistemica, si costruisce grazie alla mentalizzazione. Ovvero, alla capacità di riconoscere l’altro nella sua individualità, di rappresentare gli stati mentali propri e altrui, di dare senso e attribuire intenzioni al comportamento. Il senso di sé si struttura dunque a partire dall’esperienza di essere nella mente dell’altro. Del sentire “tenuti insieme i propri vari aspetti”, usando le parole di Winnicott. Quando il bambino non è adeguatamente mentalizzato ma, al contrario, svalutato nelle sue caratteristiche e nei suoi bisogni, inizierà a diffidare dell’ambiente in cui vive. E, al posto della fiducia, svilupperà una sfiducia di base che comprometterà sia l’autoregolazione sia lo sviluppo della propria soggettività e della vita relazionale futura. La mancanza di fiducia sul piano dei pensieri Le alterazioni dei processi di mentalizzazione hanno ricadute sui vari livelli di funzionamento della persona con esiti anche gravi per la salute. La mancanza di fiducia comporta una difficoltà a comprendere e tollerare l’ambiguità delle relazioni umane. Induce a diffidare dell’altro e a credere che le sue intenzioni non siano quelle che dichiara. Si può instaurare un pensiero di tipo inside out (quanto sperimentato all’interno equivale all’esterno: “siccome lo sento, è così”) o quick fix (in cerca di rassicurazione immediata). Vi può essere un continuo oscillare tra i poli opposti della certezza e dell’incertezza, con la ipermentalizzazione (un eccesso di certezza rispetto a ciò che si pensa e a ciò che gli altri pensano) e l’ipomentalizzazione (la sensazione di non capire gli stati mentali altrui o il non esserne interessati). L’evitamento della realtà e la dipendenza I pensieri, i sentimenti, le intenzioni e i comportamenti dell’altro sono interpretati sulla base di aspetti propri, mediante proiezioni volte a confermare l’idea di partenza (“non posso fidarmi”). L’altro non può essere visto. E la realtà viene evitata e vissuta come una riproposizione degli schemi del passato. Quando internamente non si è costruita una buona capacità di autoriconoscimento, la persona tende a conservare la posizione infantile dipendente e ad investire gli altri di una funzione genitoriale, deresponsabilizzandosi nelle sue capacità adulte. La mancanza di fiducia sul piano delle emozioni e del comportamento Talvolta, il vissuto di sospetto e diffidenza può estendersi fino a permeare l’intera esperienza. Può diventare un atteggiamento esistenziale e sfociare in pensieri e angosce di tipo persecutorio, con una rappresentazione del mondo come luogo ostile, umiliante e pericoloso. Sul piano comportamentale, possono manifestarsi esigenze di controllo o anche azioni impulsive, spesso distruttive e autolesive, come strategia difensiva e tentativo di trovare una rassicurazione interna. Oppure, vi può essere un ritiro nel vittimismo fino all’isolamento estremo. La fiducia in psicoterapia La fiducia è l’elemento centrale di ogni psicoterapia. Il noto “verdetto del dodo”, metafora utilizzata da Rosenzweig nel 1936, in riferimento al problema dei cosiddetti fattori comuni o aspecifici di tutte le psicoterapie, e che ha suscitato non poche polemiche, sostiene che tutte le terapie sono efficaci per tutti i disturbi. In “Alice nel paese delle meraviglie”, Dodo è un uccello che indice una corsa al cui termine dichiara: “Tutti hanno vinto e ognuno merita un premio”. Sebbene si possa discutere sull’esistenza di effettive differenze in termini di efficacia tra i vari approcci e tipi di interventi possibili, la fiducia che si crea nella stanza di psicoterapia è senza dubbio il perno imprescindibile del cambiamento. Al di là delle teorie di riferimento, al di là degli strumenti e delle tecniche. La cura parte dal sentirsi visti ed accolti per come si è. Winnicott, infatti, sostiene che “si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti da un’altra persona”. Per fare esperienza di quell’essere “tenuti a mente” indispensabile per la formazione di un sé coeso. Lo sguardo, la voce, il corpo, il silenzio e le parole con cui il terapeuta accoglie e riconosce ogni propria parte, senza giudizio, sostengono l’esperienza di sé e il contatto con la realtà.

DISTURBO NARCISISTICO: BARNEY STINSON

disturbo narcisistico

A partire dall’analisi dei personaggi chiave dei film e delle serie tv possiamo comprendere meglio alcuni concetti psicologici, tra cui i disturbi di personalità. In questo caso illustreremo il disturbo narcisistico di personalità, analizzando uno dei protagonisti di una nota serie tv “How I Met Your Mother”: Barney Stinson.  Per chi non lo sapesse, le 9 stagioni ripercorrono tutte le vicissitudini vissute da un gruppo di cinque amici inseparabili che vivono a New York. La storia è narrata da uno dei protagonisti (Ted Mosby), che racconta ai suoi figli tutti gli eventi che lo hanno portato a conoscere loro madre, ricordando le avventure trascorse coi suoi amici (tra cui Barney). IL CASO BARNEY STINSON Barney Stinson è conosciuto dal pubblico per il suo fascino da donnaiolo, la sua parlantina persuasiva e il suo comportamento eccentrico. Per questo motivo incarna perfettamente tutte le caratteristiche del disturbo narcisistico di personalità. Fin dalle prime puntate, Barney è un uomo che mostra una forte ammirazione per la propria persona ingigantendo le sue capacità e i suoi talenti. La sua nota espressione “Legend… wait for it… dary” usata per descrivere ogni sua azione dimostra questa tendenza a sentirsi grandioso in ogni suo gesto. Queste persone sovrastimano enormemente le loro capacità, si ritengono superiori, speciali e unici e sono assorbiti da fantasie di illimitati successi. Tra le grandiosità di cui si vanta, troviamo sicuramente la sua collezione di infinite avventure sessuali di una notte. Tanto da raccogliere nel suo famoso Playbook tutti gli infiniti modi usati per adescare queste donne.  Il narcisista, inoltre, è letteralmente eccitato da situazioni competitive. Barney ama le sfide, soprattutto quelle impossibili. Tra le più famose si ricorda la scommessa dei cinque schiaffi tra Barney e Marshall, che si prolunga fino alla nona stagione.  Un altro aspetto tipico del disturbo narcisistico di personalità è la mancanza di empatia seguita da un’incapacità di riconoscere i sentimenti e le necessità altrui. Barney spesso si sente autorizzato a soddisfare i propri bisogni senza tener conto delle esigenze degli amici.  Accanto al tratto narcisistico, Barney è un bugiardo patologico. Arriva ad affermare che “una bugia è solo una bella storia che qualcuno rovina con la verità”. Dietro questo tratto c’è sicuramente una motivazione più profonda. L’infanzia di Barney è caratterizzata dalle bugie, come la vera identità di suo padre. Sicuramente lo stesso trauma di non averlo conosciuto credendo per anni che questo fosse un famoso conduttore televisivo, ha avuto un’influenza sul suo lato narcisista. In generale, di fronte a questo cinismo manipolatorio si nascondono grandi insicurezze, che portano le persone narcisiste a ricercare continuamente ammirazione da parte degli altri. Solitamente questo tratto si manifesta a seguito di alcuni traumi vissuti durante l’infanzia. Nel caso di Barney, il suo desiderio di rivalsa nasce da una delusione amorosa nella sua tarda adolescenza, dove la sua amata scappa con un altro uomo più ricco. È da questo momento che Barney, all’epoca un ragazzo hippie, abbandona tutti i suoi abiti e indossa il suo iconico vestito impeccabile.  Nello sviluppo narcisistico di personalità, inoltre, è molto importante l’interazione tra caregiver e bambino. Solitamente i narcisisti organizzano la loro esistenza senza aver bisogno degli aiuti degli altri e mirano all’autosufficienza assoluta. È tipico di famiglie incapaci di fornire attenzioni ai figli, di riconoscere e regolare le loro emozioni. A seguito di un attaccamento disfunzionale, l’individuo crescerà chiedendo costantemente attenzioni e apprezzamenti. In generale, però, dietro le situazioni divertenti che coinvolgono questo personaggio si nasconde una grande corazza costruita per affrontare le sofferenze che la vita gli ha riservato. Con l’evolvere delle stagioni, anche il suo lato più profondo emerge allo scoperto. Con più attenzione, si può cogliere quanto Barney sia sensibile e quanto ami profondamente i suoi amici.  La nascita della sua bambina è la perfetta conclusione per l’evoluzione psicologica di questo personaggio. Tramite lei, Barney capisce che non c’è nulla di più leggendario al mondo dell’amore per la propria figlia.  Da questo articolo, si evince come i film e le serie tv riproducano esperienze di vita reali e molto vicini alla disciplina psicologica. Essi possono contestualizzare importanti tematiche stimolando la riflessione delle persone. BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA Sanavio, E. & Cornoldi, C. (2017). Psicologia clinica: terza edizione aggiornata al DSM-5. Italia: Il Mulino Manuali www.idego.it www.hallofseries.com

Il Sostegno Psicologico al mondo LGBTQ+

LGBT è un acronimo di origine anglosassone che tiene insieme le parole: lesbiche ,gay, bisessuale e transgender/transessuale. A volte si declina anche come LGBTQI, comprendendo le persone che vivono una condizione intersessuale e il termine Queer. Queer è un termine inglese che significa strano, insolito. Veniva usato in passato in senso spregiativo nei confronti degli omosessuali, ma è stato ripreso in tempi recenti in chiave politico/culturale e rovesciato in positivo da una parte del movimento LGBT per indicare tutte le sfaccettature dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Intersessuale è infine la persona che nasce con i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non definibili come esclusivamente maschili o femminili. Le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) sperimentano maggiori problemi di salute mentale, come depressione, ansia, tentativi di suicidio, disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e di salute fisica (ad esempio malattie cardiovascolari), rispetto agli individui eterosessuali.  Diversi studi hanno rivelato maggiori probabilità di disagio psicologico tra i giovani delle minoranze sessuali rispetto agli eterosessuali. È emerso che i giovani LGBT sperimentano maggiore disagio psicologico caratterizzato da sintomi di somatizzazione, depressione e ansia; inoltre, i giovani LGBT sperimentano maggiori fattori di stress dall’infanzia alla prima età adulta, come per esempio maggiori probabilità di abuso infantile e il rifiuto da parte della famiglia di origine, fattori che esacerbano i problemi di salute mentale, come la depressione e l’ansia. Chiaramente il disagio psichico non dipende strettamente dall’identità o dall’orientamento sessuale, ma dalle condizioni ambientali che generalmente si creano intorno alle persone LGBT. Da oltre 40 anni la medicina e la psicologia non considerano più l’omosessualità come una patologia,  con il progresso della ricerca scientifica, molti professionisti hanno avuto modo di rivedere le proprie posizioni circa le questioni inerenti agli orientamenti sessuali.  Nonostante ciò, alcuni psicologi e psichiatri continuano a non considerare appieno l’omosessualità come “una variante normale della sessualità umana” questo ovviamente ha delle notevoli implicazioni sulla società e, in particolar modo, su quei soggetti che si affidano alle cure di uno specialista.  Non è mistero, infatti, che ancora oggi vengano messe in atto terapie riparative, o comunque interventi terapeutici volti a modificare l’orientamento sessuale dei pazienti, specialmente quando sono proprio questi ultimi a richiedere tali prestazioni come conseguenza di un disagio psicologico, sociale e/o relazionale. Difronte a tali disagi vissuti dai pazienti è fondamentale garantire loro un adeguato sostegno  psicologico. Lo scopo degli interventi psicologici è quello di riconoscere e sostenere il disagio dei pazienti che appartengono a minoranze sessuali, creando un clima di accoglienza, accettazione e assenza di etero-sessismo, che minaccia l’alleanza terapeutica e l’efficacia di un intervento. Un percorso psicologico diventa quindi l’occasione di riacquistare fiducia in sé stessi, per riuscire ad affrontare le fasi delicate del loro sviluppo. L’omosessualità non è una malattia, nè una scelta: non c’è nulla di rotto, nulla da riparare. Lo studio dello psicologo può diventare il luogo per smettere di farsi le domande degli altri e individuare le proprie.

Interventi psicoeducativi e plasticità cerebrale

Come dice Osho,maestro indiano, siamo ciò che pensiamo. Tutto ciò che siamo sorge con i nostri pensieri. Con i nostri pensieri formiamo il mondo.Gli studi neuroscientifici affermano che il cervello umano impara in maniera veloce fin dalla più tenera età. Il concetto di plasticità cerebrale è,infatti, riconosciuto dalle neuroscienze, che analizzano i diversi cambiamenti neuronali, come surrogati l’uno dell’altro. Ad esempio, Siegel (2012) sostiene che la plasticità cerebrale è la disposizione strutturale e funzionale del nostro sistema nervoso a modificarsi in seguito alle sollecitazioni ambientali. Il cervello possiede la capacità di modificare la propria struttura in base all’esperienza. Tutti sappiamo che lo sviluppo del cervello è in gran parte un processo che dipende anche dall’esperienza, sia in termini positivi sia in termini negativi. Al contrario l’assenza di esperienze di apprendimento esercita effetti negativi sui contatti tra le cellule nervose (sinapsi) e sui circuiti neurali. Questo vuol dire che è possibile accelerare i cambiamenti neurologici mediante l’insegnamento e l’intervento psicoeducativo, con lo scopo di “dare forma” al cervello. Il rapporto tra interventi psicoeducativi e plasticità cerebrale è strettamente correlato, poichè l’ intervento psicoeducativo deve tener conto dei tempi di recupero che il cervello ha. Il recupero, dovuto alla plasticità neuronale, permette al cervello di modificarsi quando riceve accurate stimolazioni psicoeducative. Quali interventi psicoeducativi per promuovere la plasticità cerebrale Poichè lo sviluppo del cervello dipende anche dall’esperienza è necessario implementare specifici interventi psicoeducativi. Ecco alcune tecniche per migliorare i processi cognitivi. Lo scopo di queste due attività è stimolare il cervello. Il bambino riconosce i simboli (stimoli bersaglio) posizionati nelle due griglie di riferimento Scheda n.1– Trova il simbolo + Il bambino deve ricercare (attività di selezione) il segno + Scheda n.2– Trova la lettera D Il bambino deve ricercare (attività di selezione) la lettera D. Il cervello umano è un muscolo che va allenato. Pianificare adeguati interventi psicoeducativi significa anche orientare e rassicurare gli esperti che si occupano di educazione. La non conoscenza di un intervento psicoeducativo può portare ad una sopravvalutazione o sottovalutazione del proprio operato e dell’operato dell’allievo. E come dice Rita Levi Montalcini, il cervello: se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare.

Cyberbullismo e le competenze socio-emotive

Il bullismo è un fenomeno dilagante, di cui moltissimi ragazzi e ragazze ne sono vittime. Con il maggiore utilizzo delle tecnologie digitali tra giovani e giovanissimi, tale fenomeno si sviluppa sempre più sulla rete. Questo comportamento generando uno specifico tipo di bullismo: il Cyberbullismo. Sempre più ricerche sostengono che le competenze sociali ed emotive abbiano un ruolo cruciale nel cyberbullismo. Che cos’è il cyberbullismo? Secondo la definizione del Miur “il cyberbullismo definisce un insieme di azioni aggressive e intenzionali, di una singola persona o di un gruppo, realizzate mediante strumenti elettronici (sms, foto, video, email, chat rooms, instant messaging, social network, siti web, telefonate), il cui obiettivo è quello di provocare danni ad un coetaneo incapace di difendersi”. Il cyberbullismo può avere gravi ripercussioni fisiche e psicologiche, ad esempio sintomi psicosomatici e depressivi, ansia, comportamenti autolesionistici e abuso di sostanze. Il cyberbullismo è caratterizzato da molte specificità che lo distinguono dal bullismo tradizionale. Kwan e Skoric (2013) descrivono tre caratteristiche uniche che sono diverse dal bullismo tradizionale: (a) c’è un pubblico più ampio che può vedere l’umiliazione della vittima, (b) Internet ha una capacità illimitata, il contenuto offensivo è disponibile per un tempo più lungo, può essere scaricato e caricato ripetutamente e (c) i cyberbulli possono essere anonimi. Poiché le competenze socio-emotive hanno un ruolo significativo nel bullismo tradizionale, ad esempio empatia e disimpegno morale, la ricerca attuale mira a esplorare se queste competenze influenzano anche la formazione del cyberbullismo. Cosa sono le competenze socio-emotive? Le competenze socio-emotive riguardano la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni, saper sviluppare empatia con chi ci circonda grazie all’apprendimento delle emozioni altrui, prendere buone decisioni, costruire amicizie, gestire efficacemente le situazioni sfidanti. Queste possono essere suddivide in tipologie: consapevolezza di sé, capacità di autoregolarsi, consapevolezza sociale, abilità relazionale e capacità di prendere decisioni responsabili. Studi recenti sostengono che la mancanza di capacità socio-emotive negli adolescenti contribuisce al coinvolgimento nelle attività di cyberbullismo. La mancanza di empatia, ad esempio, potrebbe spiegare il comportamento di cyberbullismo tra gli adolescenti. Osservando le esperienze, i sentimenti o il dolore di un’altra persona, l’empatia consente alle persone di vedere le cose dalla loro prospettiva e di provare emozioni vicarie simili. I cyberbulli non sono in grado di comprendere e sentire le emozioni vicarie degli altri. Inoltre, i cyberbulli non solo mancano di empatia nel dominio affettivo, ma mancano anche della capacità di vedere le cose dal punto di vista degli altri. Oltre all’assenza di empatia, anche la mancanza di regolazione emotiva e l’attivazione selettiva e il disimpegno degli standard interni e morali sono fattori importanti nel cyberbullismo. Ruolo delle competenze socio-emotive e cyberbullismo Lo studio di Arató, Zsidó, Lénárd e Lábadi (2020) ha avuto l’obiettivo di esplorare le specifiche strategie di regolazione delle emozioni disadattive che caratterizzano le cybervittime e di chiarire il ruolo dell’empatia nella cybervittimizzazione. Inoltre, un altro obiettivo era esplorare se il disimpegno morale caratterizza i cyberbulli in assenza di capacità di regolazione delle emozioni empatiche e adattive. 524 studenti di età compresa tra 12 e 19 anni hanno partecipato alla ricerca, in cui sono stati utilizzati questionari di autovalutazione. I risultati principali mostrano che il cyberbullismo è associato a difficoltà nelle competenze socio-emotive. I cyberbulli e le vittime dei bulli dimostrano una reattività meno empatica e mostrano un maggiore disimpegno morale rispetto ai non cyberbulli. I cyberbulli non sono in grado di cogliere la prospettiva degli altri o provare emozioni vicarie. Inoltre, si è osservato come il disimpegno morale è associato alla perpetrazione di cyberbullismo; tuttavia, il disimpegno morale ha caratterizzato non solo i cyberbulli ma anche le vittime di bullismo. D’altra parte, le vittime di cyberbullismo tendono a utilizzare strategie di regolazione delle emozioni sia adattive che disadattive per far fronte alle loro emozioni negative, come ruminazione, auto-colpa, accettazione e pianificazione. Inoltre, le vittime di cyberbullismo hanno una maggiore empatia cognitiva e affettiva rispetto ai cyberbulli e alle vittime di bullismo. Conclusione I risultati hanno dimostrato l’importanza dell’empatia, delle strategie di regolazione delle emozioni e del disimpegno morale sia nella perpetrazione di cyberbullismo che nella cybervittimizzazione. È fondamentale, quindi, promuovere ed implementare l’apprendimento socio-emotivo tra bambini e adolescenti, sia nelle scuole che nell’ambiente familiare. Promuovendo tali capacità, i cyberbulli e le vittime di bullismo possono essere in grado di imparare a comprendere gli altri e i propri stati affettivi. Livelli più elevati di empatia affettiva e cognitiva, intenzione di confortarsi con gli altri e regolazione adattiva delle emozioni potrebbero essere fattori protettivi contro il cyberbullismo. In conclusione, comprendere i ruoli specifici delle abilità socio-emotive può aiutare a comprendere le dinamiche alla base del cyberbullismo e può fungere da base per programmi di prevenzione e intervento. Fonti Arató N, Zsidó AN, Lénárd K and Lábadi B (2020). Cybervictimization and Cyberbullying: The Role of Socio-Emotional Skills. Front. Psychiatry 11:248. doi: 10.3389/fpsyt.2020.00248 Kwan GCE, Skoric MM (2013). Facebook bullying: An extension of battles in school. Comput Hum Behav, 29:16–25. doi: 10.1016/j.chb.2012.07.014 Ang RP, Goh DH (2010). Cyberbullying among adolescents: The role of affective and cognitive empathy, and gender. Child Psychiatry Hum Dev, 41(4):387–97. doi: 10.1007/s10578-010-0176-3 https://www.miur.gov.it/bullismo-e-cyberbullismo

Essere “social” rimanendo isolati

di Jonathan Santi Pace La Pegna “E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’”, cantava una famosissima canzone italiana.Ebbene, per quanto gli oblò possano richiamare talvolta a una dimensione di relax, vacanza, svago, essi possono fare riferimento anche all’idea di un luogo chiuso, protetto, impermeabilizzato, quasi asettico e distaccato, con una piccola e limitata vista sul mondo. È proprio questa la dimensione “social” (nel senso di “sociale”) più diffusa e pervasiva al giorno d’oggi, tra giovanissimi, giovani e meno giovani, e ciò non solo per effetto diretto della pandemia e del distanziamento sociale, ma come mood e stile di vita che si va allargando.I social media, gli influencer, le app di messaggistica, i filtri, le dirette video, le comunicazioni instant, danno l’idea di una realtà multiforme priva confini in cui è possibile raggiungere chiunque quando si vuole, dominata dall’immediatezza della comunicazione, che spesso però risulta a conti fatti un mero abbaglio, come un toccare senza percepire, un sentire senza ascoltare, un assaggiare senza assaporare. Vedere un piccolo spaccato della realtà che ciascuno mette a disposizione attraverso questi mezzi, conferisce l’illusione di poter fare parte, a volte, delle vite di tanti, pur toccando pochi, auto relegandosi entro piccoli spazi di vita patinati costruiti ad hoc, che danno una parvenza di vicinanza ma privi di sostanza.“Stare insieme a molti rimanendo soli” è il pericolo che uno stile di vita vissuto soltanto o prevalentemente entro i confini di questa dimensione “social” può comportare. Mettendo da parte al momento tutti quei pericoli di “dipendenza” da queste forme di virtualità per cui sarebbe necessario un excursus a parte, ciò che è importante sottolineare è che l’essere umano per strutturarsi e mantenersi in maniera salutare e funzionale ha bisogno della socialità vera, della compagnia vissuta, della vicinanza emotiva, del confronto e dell’apporto personale attivo fatto di scambi, aspettative, delusioni e conquiste.L’uomo è un animale sociale (cit. Aristotele, IV sec. A.C.).

Cosa ti piacerebbe fare da grande?

Aiutare i bambini ad esprimere i loro sogni è uno dei compiti principali di un genitore. Proviamo a capire come poter stimolare un bambino. Cosa ti piacerebbe fare da grande? Questa è sicuramente la domanda per eccellenza che qualsiasi bambino si è sentito fare da piccolo da parte di diverse persone. Questo tipo di quesito è utile a stimolare i bambini a fare un proprio ragionamento sulla base dei loro interessi e delle loro capacità.È importante però non essere troppo incalzanti e ostinati nel ripetere questa domanda, si rischia di esercitare un’eccessiva pressione sui bimbi, ai quali è giusto lasciare la spensieratezza di immedesimarsi in qualsiasi attività vogliano fare. Ogni bambino darà una risposta diversa, che potrebbe addirittura cambiare di volta in volta. L’età, la famiglia e tutto il contesto sociale in cui il bimbo cresce sono elementi che influenzano le sue risposte. Dal punto di vista degli adulti, magari alcuni sogni dei loro bimbi possono sembrare troppo ambiziosi o addirittura ridicoli, intervenire in tal senso per fargli cambiare idea è una cosa da evitare. Perché poniamo questa domanda? Chiedere ai bambini cosa vogliono diventare significa educarli all’idea che infondo tutto è possibile e se a cinque anni sogni di diventare astronauta hai tutto il diritto di poter esprimere il tuo sogno senza che chi ti ascolta ti risponda con un sorriso di compatimento. Tema: cosa vuoi fare da grande Assegnare il classico tema in classe su cosa vogliono fare da grandi è non solo un modo per consentire ai bambini e ragazzi di esprimere i loro sogni senza filtri o paure, ma anche per scattare una fotografia dei tempi moderni, per capire come evolve la società e quali sono le aspirazioni dei giovani, che sono senz’altro influenzate dalla famiglia e dai media. Chiedere ai bambini di quinta elementare cosa vogliono fare da grandi vuol dire scoprire un mondo di sogni tutti da realizzare: chi vuole diventare veterinaria, chi disegnatore di auto di lusso, chi paleontologo (per soddisfare una passione mai sopita per i dinosauri) , chi ballerina o calciatore. Ma se si pone la stessa domanda ai ragazzi che frequentano le scuole medie ci si scontra con una più realistica aspirazione, spesso legata alla famiglia, agli esempi più vicini, alle condizioni sociali e all’influenza dei mass media. Nuove tendenze, cambiano gli interessi dei più piccoli L’ormai diffuso utilizzo di internet anche da parte dei più piccoli, sta contribuendo a modificare i sogni e le aspirazioni dei bambini. Molti di loro, infatti, esprimono la volontà di voler diventare youtubers, videogiocatori professionisti o influencer. E’ importante che un genitore sostenga il proprio bambino, qualsiasi sogno esprima. Mostrarsi accoglienti aumenterà la fiducia nella relazione.

Il Circe-time

Il circle-time (o “tempo del cerchio”) è una metodologia utilizzata nell’ambito della psicologia di comunità, che ha come principale riferimento teorico la psicologia umanistica. In quest’ambito la psicologia di comunità ha sviluppato una serie di strategie d’intervento nella scuola. Tra queste tecniche un posto particolare hanno avuto le metodologie per l’educazione socio-affettiva che presuppongono che nella scuola siano predisposte attività volte non solo all’educazione della sfera cognitiva della personalità, ma anche a quella sociale ed affettiva. L’idea base che sta dietro a questi programmi d’intervento è che, trasmettendo alcune conoscenze e capacità psicologiche ai ragazzi, questi siano in grado di affrontare meglio i problemi della loro vita scolastica e familiare, ed inoltre siano più capaci di capire se stessi e le proprie interazioni con gli altri. Questi riferimenti possono essere supportati e resi operativi da quelle tecniche e strumenti denominate metodologie interattive. Modalità d’intervento che potremmo definire calde, che si occupano cioè della soggettività, dell’interazione tra individui in un contesto specifico, dei processi comunicativi e psicologici, della relazione con l’ambiente. Queste modalità propongono un’azione che richiede coinvolgimento, confronto, discussione critica, focalizzando l’attenzione sulla soggettività e sul potenziamento (empowerment) personale e di gruppo. Il circle-time è un momento molto importante dell’intervento di educazione psico-emotiva, in cui i membri del gruppo si riuniscono seduti in circolo per discutere di un argomento da loro proposto. Può essere scelto come oggetto di discussione qualsiasi argomento e può ad esempio riguardare uno specifico problema del gruppo, con lo scopo di arrivare ad un risultato positivo che porti ad un miglioramento delle relazioni. Il circle-time è un valido strumento che permette ai giovani di avere “un luogo” in cui confrontarsi, sperimentare l’empatia, esprimere le proprie emozioni, imparare ad ascoltare e a rispettare i sentimenti ed i pensieri dell’altro, pur esprimendo i propri; di mediare tra più idee, rispettare i tempi dell’altro e stimolare chi ha difficoltà, a parlare dinanzi a più persone. E’ importante che la disposizione sia a cerchio per dare effettivamente l’idea di una circolarità nella comunicazione, che quindi è rivolta a tutto il gruppo e non solo al conduttore. Per essere realmente efficace non deve avere una modalità di relazione sporadica, ma è importante cercare di mantenere almeno questo spazio di pensiero una volta a settimana. Il conduttore è un modello di accettazione e sostegno che i ragazzi dovrebbero interiorizzare. Egli sollecita, senza costringere, chi non vuole parlare, sostiene chi desidera esprimere le proprie idee, vigila che tutti abbiano l’opportunità di partecipare. Il suo atteggiamento verso i ragazzi è di autenticità e di accettazione, empatia ed ascolto attivo. All’interno del gruppo ci può essere un osservatore non partecipe. La sua funzione è quella di scrivere un verbale che funge da “ memoria del gruppo” che sarà riletto la volta successiva. Accanto a questa funzione di memoria storica del gruppo, il protocollo di osservazione svolge di volta in volta, l’importante funzione di specchio delle proiezioni del gruppo stesso. L’attesa della lettura scandisce, come un rituale, il tempo d’inizio.