Il rimuginio

di Jonathan Santi Pace La Pegna Per “rimuginio” in psicologia si intende in senso ampio uno stile di ragionamento analitico perseverante e ripetitivo comprensivo di dialogo interno, focalizzato su contenuti mentali negativi e apparentemente incontrollabili.  Iniziamo a rimuginare nel tentativo di risolvere dei problemi, cercando di anticipare una possibile minaccia futura o costruendo uno scenario mentale per provare a far fronte a situazioni potenzialmente minacciose, con l’obiettivo di riuscire a regolarne la preoccupazione derivata. È un processo mentale che segue la logica ricorsiva ipotetico-deduttiva e che fa sì che una sofferenza emotiva non mantenga un aspetto transitorio, ma rimanga persistente. Il rimuginio cerca disperatamente di risolvere dei dubbi che “appesantiscono” la mente per i quali non esiste una risposta certa, con lo scopo di prevedere ciò che di negativo potrebbe accadere e tentando di trovare una soluzione al costo di uno sforzo mentale enorme, trattenendo il dubbio e impedendogli di scorrere via. È come se nel flusso della mente passassero un insieme di pensieri automatici negativi, dannosi e affilati, e noi li trattenessimo lì, raccogliendoli continuamente e continuando a tagliarci e a sanguinare inesorabilmente. Ogni apparente rassicurazione esito del rimuginio è un’illusione che costituisce solo la prefazione del dubbio che seguirà dopo, dando luogo ad un successivo processo rimuginativo, in maniera simile al tentare di uscire da una buca scavando sempre più in profondità. Questo tipo di attività affatica la mente sottraendo tantissime risorse, riducendo notevolmente il benessere e la qualità della vita con implicazioni negative sull’attenzione, sulla concentrazione e sulle capacità di problem solving. Il rimuginio può essere legato a tanti disturbi tra cui: disturbi del sonno, d’ansia, depressivi, ossessivo-compulsivi e post-traumatici da stress. Abbandonare il rimuginio è la strategia più utile per lasciare che la vita scorra e la nostra mente riesca a trovare soluzioni in maniera spontanea e autonoma.

IL DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO: UN MONDO IN COSTANTE SCOPERTA

L’autismo è un disturbo dello sviluppo descritto per la prima volta da Leo Kanner nel 1943. A partire dagli anni ’80, non viene più definito come psicosi, bensì come disturbo pervasivo dello sviluppo. Da quel momento i criteri diagnostici si sono evoluti sulla base di osservazioni e ricerche. Al momento attuale, il disturbo dello spettro autistico è definito in termini di menomazioni qualitative nell’interazione sociale e nella comunicazione, ma anche in schemi e comportamenti ripetitivi e stereotipati. Esistono 4 diagnosi specifiche incluse nella categoria dei disturbi dello spettro autistico (ASD). Tra questi sono inclusi due disturbi definiti da una regressione delle abilità quali la sindrome di Rett e il disturbo disintegrativo dell’infanzia. Le altre due diagnosi ASD sono il disturbo di Asperger e il disturbo pervasivo dello sviluppo. A differenza del disturbo dello spettro autistico, quello di Asperger, richiede che non ci sia un ritardo linguistico significativo nei primi 3 anni. La diagnosi del disturbo di Asperger è spesso utilizzata per i casi più lievi di autismo ad alto funzionamento. È questo il motivo per cui c’è ancora una polemica tra chi definisce questo disturbo “quasi autismo” e chi invece parla di “autismo atipico”. Recenti studi hanno riportato che l’identificazione precoce è aumentata di importanza dal momento che è stato verificato che i bambini con ASD che ricevono servizi di assistenza e riabilitazione prima dei 48 mesi di età riportano miglioramenti maggiori rispetto a quelli che entrano in programmi specifici di trattamento dopo i 48 mesi di età. Sono state esaminate le questioni rilevanti per l’intervento precoce, seguite da una revisione dei programmi e il supporto empirico ai prossimi passi in merito all’intervento con bambini molto piccoli. Questi studi generalmente raggruppano bambini di età superiore ai 4-5 anni confrontandoli con quelli di età inferiore. Sono diversi gli approcci a questi studi e, nonostante tutti seguano una linea comune, ognuno di essi dà enfasi a caratteristiche diverse. Il programma TEACH è un programma di intervento che enfatizza l’organizzazione ambientale. Le strategie didattiche vengono insegnate in ambiente naturale. Dà enfasi alle competenze importanti pe la futura indipendenza.  INTERVENTI DI SVILUPPO L’intervento sullo sviluppo è un termine specifico per descrivere strategie per lavorare con i bambini autistici. In questi interventi l’ambiente è organizzato per incoraggiare le interazioni comunicative/sociali. Lewy e Dawson (1992) hanno dimostrato miglioramenti anche nello sguardo, nella presa di mira, e nell’imitazione. E’ necessario che il bambino si impegni in comportamenti a cui l’adulto può rispondere. Molti bambini con ASD non esplorano l’ambiente, possono non giocare con gli oggetti presenti nella stanza e rimanere bloccati in certe attività in maniera stereotipata. I metodi di sviluppo richiedono un’abilità considerevole da parte del terapeuta. Il modello di Greenspan è uno degli approcci di sviluppo più noti ed è anche noto come modello “differenza individuale evolutiva” (DIR). E’ descritto come un modello basato sulla relazione, in cui l’obiettivo è quello di aiutare il bambino a sviluppare connessioni interpersonali che porteranno alla padronanza delle abilità cognitive e di sviluppo. All’interno del modello si raccomanda che il bambino trascorraalmeno 4 ore al giorno di interazione spontanea con un adulto, almeno 2 ore al giorno in abilità semistrutturate, almeno un’ora al giorno in attività di gioco sensoriale-motoria. Il metodo DIR è fortemente dipendente dalle competenze del genitore o del professionista che implementa il programma. Il progetto UCLA Young Autism utilizza il metodo di intervento di Lovaas, un intervento di prova discreto, implementato in un ambiente one-to-one da terapisti ABA addestrati, supervisionati da professionisti qualificati. Il focus del primo anno è sull’imitazione, l’interazione, il gioco e la risposta alle richieste di base. Nel secondo anno, l’attenzione si sposta per continuare il lavoro sul linguaggio, la descrizione delle emozioni e le abilità preaccademiche. Per insegnare la generalizzazione, i bambini praticano le abilità in altre situazioni e con altre persone, dopo averle padroneggiate in un ambiente uno a uno. Uno dei tipi di intervento più noti resta però l’Applied Behaviour Analysis (ABA) che fornisce resoconti di notevoli miglioramenti, tanto da divenire metodo di intervento elettivo per i disturbi dello spettro autistico. Il presupposto utilizzato dall’ABA, è spostare il focus dell’intervento dalla persona al suo ambiente di vita quotidiana. Non abbiamo bisogno di chiedere al bambino di comportarsi diversamente né di cambiare quelle che sono le sue caratteristiche naturali, ma possiamo modificare le condizioni ambientali affinché possa ottenere le migliori opportunità di apprendimento, che altrimenti sarebbero a lui negate. L’ABA, attraverso un’organizzazione scientifica nell’uso di “rinforzatori“, riesce a contrastare la tendenza della perdita di interesse da parte del bambino e  a ridare senso all’esplorazione, al piacere di conoscere, di sperimentarsi, di entrare in relazione con l’altro. C’è una cosa ancora più sorprendente che riesce a fare l’ABA: insegnare abilità complesse scomponendole in piccoli passi, rendere possibili apprendimenti che in altro modo sarebbero inaccessibili e rendere gli stessi molto più gradevoli. Inoltre, insegna a chi la utilizza ad usare un linguaggio descrittivo al posto di quello interpretativo, ad osservare piuttosto che a dare giudizi, a porsi obiettivi concreti, a prestare attenzione ai comportamenti positivi, ignorando quelli negativi, a imparare ad apprezzare i progressi e, soprattutto, a trasformare le situazioni “problematiche”. Le prove disponibili da una varietà di programmi e studi suggeriscono, dunque, che un intervento precoce conduce a risultati migliori. I bambini sembrano ottenere grandi progressi quando entrano in un programma di riabilitazione fin dai primi anni di vita. E’ dimostrato che certe strategie possono essere efficaci per insegnare competenze specifiche a bambini con autismo, ma non ci sono prove che un programma sia “migliore” di un altro. Inoltre, la maggior parte dei programmi sono sviluppati per bambini di età pari o superiori a 2 anni. E’ importante che genitori e professionisti siano informati sui progressi che possono aspettarsi dal bambino, oltre a rimanere consapevoli che la maggior parte delle ricerche non supporta l’esistenza di  una “cura” o “recupero” dall’autismo.

Rabbia cronica: quando la rabbia copre il dolore

Nella maggior parte dei casi, dietro una rabbia cronica risiede un grande dolore. Una ferita antica e profonda che reclama attenzione. Spesso la rabbia è considerata un’emozione negativa, un qualcosa di cattivo e pericoloso o di cui vergognarsi. In realtà, al pari delle altre emozioni, possiede una sua funzione naturale, indispensabile per il nostro adattamento all’ambiente e la nostra salute. Se viviamo un’ingiustizia o un torto, la rabbia ci viene in soccorso per salvaguardare la nostra persona e i nostri diritti. Tuttavia, quando negata o, al contrario, utilizzata per prevaricare sull’altro, perde questa forma sana e diventa disfunzionale. L’inibizione della rabbia e la rabbia cronica La rabbia può essere proibita da divieti interni, introiettati mediante messaggi genitoriali e modelli di riferimento. Se il riconoscimento e/o l’espressione della rabbia sono inibiti, l’energia emotiva, invece di andare verso l’ambiente, si retroflette sull’organismo. Si scarica su corpo ed emozioni. Assumendo la forma di sintomi e sentimenti autopunitivi di vergogna, indignità, depressione. E, soprattutto, colpa. Salvo venir fuori per accumulo mediante agiti, non di rado pericolosi per se stessi o per gli altri. Se invece la rabbia viene espressa senza però esaurirsi, ma al contrario cronicizzandosi, può esservi un’accusa costante nei confronti di sé, dell’altro e/o della vita, con il prevalere di sentimenti distruttivi ed azioni punitive e vendicative talvolta violente. In questo caso si assiste ad una rabbia smisurata che ha poca attinenza con la situazione reale ma che si fa portavoce di un’esperienza non risolta. Di un passato che continua a riattualizzarsi nel presente, per essere visto ed elaborato. La rabbia può essere stata rinforzata dall’ambiente familiare e culturale e utilizzata in sostituzione di altre emozioni, più difficili da contattare e tollerare. Solitamente, quando si presenta in forma cronica, copre un dolore profondo. La rabbia, la colpa e il dolore La rabbia e la colpa spesso si uniscono nel tentativo comune di evitare il dolore mediante l’accusa. “Non è colpa tua, non è colpa tua, non è colpa tua…”, ripete con forza lo psicoterapeuta a Will, nella scena più nota del film “Will Hunting – Genio ribelle” di Gus Van Sant. Quasi a voler imprimere quelle parole nella sua mente, in modo da rompere la difesa e liberare il pianto. Scacciare via la colpa che il ragazzo si infligge per i traumi della sua infanzia, per essere stato abbandonato e per i maltrattamenti subiti. La colpa era più sopportabile del dolore. E la rabbia aveva creato uno scudo, uno strato di difesa sul cuore. Quando vi è una interruzione nel processo di riconoscimento ed elaborazione del dolore, la persona può rimanere intrappolata nella rabbia come tentativo di evitare di entrare in contatto con la sua reale sofferenza. Ad un livello più profondo, la colpa offre l’illusione onnipotente di avere un controllo e un potere sull’evento traumatico. Una via salvifica dalla ferita originaria. Si tratta di una strategia difensiva messa in atto per evitare il crollo che deriverebbe dall’impattare contro l’esperienza, nella sua nuda e cruda realtà. Elaborare il dolore ed accettare ciò che è stato La maggior parte delle persone teme di sentire il dolore e, ancor di più, non vuole rinunciare a ciò che ha perso, alla speranza di cambiare ciò che non può essere cambiato. E, così, esclude parti proprie e della realtà, finendo con il soffrire di più e con l’ammalarsi. Per non accettare la sofferenza che fa parte della vita, rinuncia a vivere pienamente la propria esistenza. Entrare in contatto con i vissuti sepolti dietro la corazza della rabbia vuol dire innanzitutto connettersi al corpo come luogo del sentire e non solo come mezzo di scarica di una tensione. Il pianto è l’espressione naturale mediante cui poter accedere al proprio dolore, viverlo. Nel respiro, nelle lacrime, nella pelle. Comprenderlo e integrarlo nella propria storia e nella propria esperienza. Fino ad arrivare ad accettare ciò che è stato e ciò che non può essere più. A dire addio a ciò che è definitivamente perduto. Ed è allora che il dolore si riduce, che si eclissa poco a poco lasciando spazio ad altro.

BIBLIOTERAPIA: IL CASO HARRY POTTER

La biblioterapia è un nuovo approccio psicologico e psicoterapeutico volto alla promozione del benessere psicologico, sociale e culturale. Ma si connota anche come strumento di autoaiuto al di fuori di un contesto terapeutico per ampliare la propria consapevolezza e far fronte a situazioni di disagio.  La biblioterapia è nata nel Novecento negli USA dallo psichiatra Menninger, ma è molto diffusa anche in Europa, soprattutto in Inghilterra. Mentre, in Italia è stata introdotta da poco e non è ancora molto conosciuta.  Dal punto di vista psicoterapeutico, in quali casi risulta efficace? La Biblioterapia è spesso usata in presenza di disturbi d’ansia e di lieve/media depressione, ma anche con i disturbi del comportamento alimentare e disturbi di personalità. Dunque, la lettura può essere utile per dare sollievo in caso di disturbi poco gravi, ma anche in situazioni particolarmente difficili da superare. Come può essere applicata all’esterno del contesto terapeutico? Quando si parla di autoaiuto/autocura, un libro scritto da esperti può diventare un supporto a un momento difficile del lettore stesso. MA nella maggior parte dei casi, invece, si parla di biblioterapia involontaria. Almeno una volta nella vita, ci è successo di sentirci “illuminati” da un libro. Questo capita soprattutto grazie all’attivazione dei cosiddetti neuroni specchio, che permettono di riconoscersi e immedesimarsi in alcuni momenti raccontati.  Vediamo ora un esempio pratico applicato alla saga di Harry Potter L’incantesimo “Expecto Patronum!” (in Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban) consiste nel concentrarsi su un ricordo molto felice, che difende chi lo evoca dai dissennatori. Evocare il ricordo di un’esperienza molto positiva oppure di una figura protettiva potrebbe aiutarci a superare i momenti di difficoltà della nostra quotidianità. Tramite l’Incantesimo Ridiculus (in Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban), il professore di Difesa dalle Arti Oscure (Lupin) ci insegna che quando una situazione/persona ci spaventa, possiamo renderla ridicola e divertente ai nostri occhi. Questo incantesimo in psicologia viene chiamato defusione. Imparando questa pratica, ci ricordiamo che noi non siamo i nostri pensieri e che soprattutto essi non sono la realtà. In questo modo possiamo guardarli con una giusta distanza, considerandoli per quello che sono: “solo” pensieri. Il pensatoio di Silente (in Harry Potter e Il Calice di Fuoco) ci fa riflettere su un esercizio di auto-osservazione. Esso ci consente di rileggere un episodio, focalizzandoci sulle sensazioni, le emozioni e i pensieri spesso inconsapevoli che abbiamo provato in quella data situazione. Questo ci permette di rielaborare le emozioni provate, dar loro un senso e quindi comprendere meglio noi stessi. La pozione di fortuna liquida, bevuta da Ron alla sua prima partita di Quidditch (in Harry Potter e il Principe Mezzosangue), è un esempio del concetto di autoefficacia. Essa non è altro che la percezione di possedere le abilità e le capacità per raggiungere i propri obiettivi. Possedere una buona self-efficacy ci permette di conoscere le nostre debolezze, senza farci sopraffare da queste, ma anzi ci rende consapevoli su cosa dobbiamo migliorare. La pietra della resurrezione può essere considerata una modalità di elaborazione del lutto. Grazie a questo oggetto Harry entra in contatto coi genitori e con il padrino Sirius Black, che lo rassicurano e gli infondono coraggio. Nel momento in cui subiamo un lutto, riuscire a stabilire un contatto spirituale con il proprio caro scomparso può permettere di sentirlo dentro di sè così da riuscire a riacquistare forza e fiducia nelle proprie capacità. Infine, la lettura di questa saga non permette di innescare dei cambiamenti solamente a livello individuale, ma può avere delle ricadute importanti anche a livello sociale. Da una ricerca è emerso che i 7 libri raccontano una storia orientata all’accettazione di gruppi sociali stigmatizzati, favorendo una riduzione del pregiudizio. La scrittrice J.K. Rowling, infatti, grazie alle sue descrizioni umanizza i personaggi fantastici della saga in modo che le persone possano associarli a categorie reali. Da questo esempio si deduce che l’immersione in un libro permette di ragionare e comprendere le diversità così da riuscire ad abbattere i pregiudizi il più possibile. Dalla lettura di queste righe, si evince il grande potere che la lettura e i romanzi hanno su di noi e sulla nostra società. Per questo motivo è molto importante investire tempo ed energie su questo nuovo approccio per renderlo una pratica diffusa anche nel nostro Paese. SITOGRAFIA www.biblioterapia.it www.biblioterapiaitaliana.com www.psychondesk.it www.psiche.santagostino.it

Gli aspetti psicoeducativi dell’apprendistato

In realtà la normativa individua tre tipi di apprendistato: l’apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria superiore e il certificato di specializzazione tecnica superiore, l’apprendistato professionalizzante e l’apprendistato di alta formazione e ricerca.

GENITORE AUTOREVOLE vs GENITORE AUTORITARIO

Nell’educare i propri figli, oggi i genitori si trovano in un mare d’incertezza, e la domanda che si pongono più frequentemente è: Qual è la giusta dose di autorità che bisogna adottare?  Questa domanda divide da sempre padri e madri, genitori e nonni, educatori e insegnanti. E di conseguenza si estende alla società, la cui opinione oscilla nella maggior parte dei casi tra tolleranza e repressione. È evidente che gli esperti hanno contribuito a confondere in maniera decisiva questo terreno già così complesso e pieno di sfaccettature. Andiamo quindi ad approfondire due stili genitoriali messi a confronto ovvero quello Autorevole e quello Autoritario. Vedremo come tra questi ci sia un abisso, che è bene comprendere per scegliere fin da subito che tipo di genitore si vuole essere per i propri figli. Quando si parla di genitori Autorevoli si intende quel modello di genitorialità in cui il bambino cresce con un attaccamento sicuro, vedendo nella mamma e nel papà una figura di riferimento cordiale, amorevole, sempre pronta a sostenerlo, ma mettendo regole e paletti che tutta la famiglia deve seguire.  Infatti, l’approccio Autorevole è basato, sullo stabilire regole e linee guida che il figlio è tenuto a seguire, ma allo stesso tempo è democratico poiché il genitore può adattare, attraverso il dialogo, le regole alle esigenze e richieste del figlio. Un genitore Autorevole si impegna a valorizzare l’indipendenza e l’autonomia, ma sa anche far valere l’autorità, è un genitore aperto alla negoziazione e disponibile a mettere in discussione il proprio punto di vista. Il ruolo genitoriale Autoritario invece, è basato sul controllo esterno piuttosto che sull’insegnamento dell’autocontrollo e dell’autoregolazione; si tratta di un genitore che non suggerisce al bambino come gestire i propri comportamenti, non lo aiuta a identificare alternative e valutare le conseguenze delle sue azioni. Il genitore Autoritario ha elevate aspettative nei confronti del figlio, è rigido e inflessibile, molto esigente, non riesce a sentire i bisogni dei figli e ad ascoltarli, non fornisce spiegazioni alle punizioni. Il figlio deve rispettare delle regole rigide ed imposte, il cui mancato rispetto comporta punizioni di tipo fisico o verbale. I bambini cresciuti da genitori autoritari non vengono stimolati ad essere autonomi e indipendenti, ma viene loro insegnato ad aderire passivamente alle richieste e alle aspettative della società. Detto ciò, perché si ritiene così importante puntare alla ricerca di un accordo fra i genitori, nell’educazione dei figli? Perché è essenziale ricordarsi che la famiglia come nucleo affettivo resta, ad oggi e sempre, il fulcro, il centro stabile, la guida  e un porto sicuro. Rappresenta per un bambino il luogo più importante per la sua sicurezza e serenità, il fondamento su cui andrà a costituire la propria personalità. È nell’ambiente domestico, infatti, che i figli sperimentano i primi contatti con l’altro, fanno esperienza del diverso da sé, comprendendo di essere soggetti unici e irripetibili; ma, ancor prima di tutto, è proprio qui che i figli proveranno la prima significativa esperienza di amore.

Oggi, 17 gennaio 2022, sarete tristi

di Francesca Guglielmetti Onestamente non saprei dirvi da cosa dipenderá la vostra tristezza ma so con certezza da quando ha iniziato a manifestarsi questa sorta di depressione collettiva e da chi dipende. Andiamo con ordine. Prima del 2005 quello di oggi sarebbe stato solo uno degli innumerevoli e faticosi lunedì a cui ognuno di noi è condannato; come dire un lunedì senza infamia e senza lode, un lunedì reo solo di essere tale. Proprio nel 2005 tuttavia Cliff Arnall, psicologo presso l’Università di Cardiff, attraverso una formula matematica riuscì ad incrociare alcune variabili (il meteo, i sensi di colpa per i soldi spesi a Natale, il calo di motivazione dopo le feste) che lo portarono ad individuare nel terzo lunedì del mese di gennaio (e quindi oggi!) il giorno più triste dell’anno. Tranquilli peró: la soluzione per annientare questa fastidiosa depressione esiste! Beat Blue Monday! ecco il motto con cui l’agenzia di viaggi britannica Sky Travel, desiderosa di infondere linfa vitale al mercato dei viaggi da sempre sotto tono nella seconda metà di gennaio di ogni anno, invogliava, sempre nel 2005, a liberarsi dalla tristezza di questo giorno infausto. Ossia: sappiamo che sei triste ma non ti preoccupare, non dipende da te ma dal Blue Monday e comunque se prenoti un viaggio il tuo umore cambierà. Ora però proviamo a fare un esame di realtà. Cliff Arnall risulta essere realmente uno psicologo (un “life coach” a voler essere precisi) rispetto alla sua posizione all’interno dell’Università di Cardiff so dirvi poco (ma in realtà poco è possibile sapere) dal momento che l’Ateneo pare abbia preso fin da subito le distanze sia da Arnall che dal Blue Monday. La formula di Arnall, del resto, di “accademico” ha proprio poco dal momento che, pur richiamando visivamente un’equazione matematica, non ne rispetta in alcun modo i criteri (non specifica le unità di misura necessarie per ciascun parametro ed accoglie al suo interno grandezze non quantificabili). Insomma il Blue Monday e la sua formula altro non sono che pseudoscienza ossia una bufala ben confezionata e caratterizzata da tre elementi fondamentali: 1) una certezza: oggi siamo tristi 2) un giudizio: essere tristi non va bene 3) una soluzione: la tristezza va sconfitta rapidamente magari effettuando un acquisto. Questi tre punti sicuramente hanno decretato il successo del Blue Monday pur trattandosi, contemporaneamente, di cattiva psicologia e psicologia cattiva. Il Blue Monday è “cattiva psicologia” perché non rispetta le regole metodologiche della professione che richiedono di utilizzare procedure verificabili o, quando ciò non è possibile, argomentazioni basate su prassi stabili e documentabili. Il Blue Monday è “psicologia cattiva” perché non rispetta nemmeno le regole etiche della professione dal momento che ci induce a focalizzarci su un’emozione facendola apparire patologica per poi offrirci una cura. In definitiva il Blue Monday tende ad amplificare o, ancor peggio, a sollecitare una sensazione di disagio per poi offrire una (illusoria per lo più) soluzione al disagio stesso. Perché il Blue Monday, pur essendo un chiaro esempio di pseudoscienza ha un così grande potere attrattivo? Perché, credo, come spesso accade per le pseudoscienze, si tratta di una post verità. Le post verità (e qui mi faccio aiutare dall’Accademia della Crusca e dagli Oxford Dictionaries) sono dei concetti in cui la verità, il fatto oggettivo, ha un peso decisamente minore rispetto agli appelli alle emozioni ed alle convinzioni personali. Il Blue Monday, come tutte le post verità, è attraente, poco faticoso poiché non stimola in alcun modo il senso critico e proprio per questo ci permette di definirci chiaramente ed altrettanto chiaramente ci permette di definire l’altro. Il Blue Monday, in quanto post verità, individua il bianco ed il nero ed esclude completamente la noia e l’indeterminazione del grigio, traccia un confine netto tra bene e male. Il Blu Monday, in definitiva, se da una parte ci rassicura, dall’altra ci impedisce di evolvere, di accedere alla fatica del cambiamento. Allora, se volete, proviamo a ridefinire tutta questa storia: oggi essere triste è una possibilità e non una certezza. Se ciò dovesse accadere concediamoci anche il lusso di questa spiacevole emozione, senza cercare soluzioni immediate. Solo in questo modo qualcosa cambierà perchè come ci insegna il buddismo “niente se ne va prima di averci insegnato ciò che dobbiamo imparare”.

Conseguenze psicologiche della positività al Covid: quali pensieri ed emozioni?

Ormai lo stiamo provando sulla nostra pelle, la pandemia da COVID-19 ha avuto e continua ad avere effetti significativi sulla vita di tutti. Ansia, stress e paura sono aspetti comuni alla popolazione mondiale e con cui tentiamo di fare i conti giorno dopo giorno. La pandemia, in un certo senso, ha colpito tutti; in particolar modo chi ha sperimentato l’esperienza della malattia in prima persona. Per chi si è scoperto positivo, il COVID-19 ha rappresentato una sfida sia a livello fisico che psicologico. Nonostante le accortezze, dopo aver seguito le indicazioni e aver fatto il possibile per rimanere al sicuro, alcuni si sono ammalati comunque. Forse non è possibile controllare tutto. Dall’esito positivo del tampone o dalla comparsa dei primi sintomi, numerose sono le emozioni che si provano. Paura, per se stessi e per le persone care, rabbia, sconforto, senso di colpa, solitudine. Inoltre, il bombardamento mediatico e la continua esposizione a notizie drammatiche non aiutano a tenere a bada l’angoscia. Subito si fa strada il timore per se stessi e per il decorso della malattia; ma soprattutto il timore di aver messo a rischio persone con cui si è stato a contatto, i conviventi, i propri cari. Persone da cui, da un momento all’altro, bisogna prendere fisicamente le distanze, per evitare di contagiarle con il pericolo di cui si è diventati portatori. Soprattutto per chi si è ammalato di una forma “più lieve” di Covid-19, per cui non è stata necessaria l’ospedalizzazione, le difficoltà dovute alla convivenza con chi invece è negativo e che continuamente però rischia di essere contagiato, spesso causano l’insorgere di paure e insicurezze. Si fa strada la consapevolezza del proprio corpo come qualcosa di potenzialmente pericoloso. Questa nuova consapevolezza rischia di renderlo come un oggetto estraneo, qualcosa di cui avere paura, perché può contagiare gli altri. Il proprio corpo diventa così qualcosa di pericoloso, di detestabile e di colpevole. Si fa strada il senso di colpa, l’autoaccusa di essere stati poco attenti, il senso di vergogna per aver forse sottovalutato il pericolo. Lo stress psicologico di dovere fronteggiare la malattia in solitudine. I pensieri intrusivi. La fatica di rassicurare gli altri, di essere ottimisti, di tenersi occupati, di stare continuamente allerta. Poi, per alcuni, per molti fortunati, così come è arrivato, se ne va. Non senza lasciare i suoi strascichi. Qualcuno ritorna gradualmente alla normalità; per altri, le conseguenze sia psichiche che fisiche della malattia, nel lungo termine, continuano ad essere presenti, dando origine alla sindrome denominata “Long-COVID”. In alcuni casi, il perdurare dei sintomi e delle sensazioni provate durante la malattia, può portare alla paura di uscire di casa ed esporsi al mondo esterno. La sindrome “Long-COVID” colpisce non pochi pazienti che sono risultati positivi all’infezione. È diventato sempre più evidente che le persone ammalatesi possono presentare sintomi non solo nella fase acuta della malattia ma anche con notevole ritardo[1]. Una recente meta-analisi di 15 studi effettuati su 47.910 pazienti ha mostrato che l’80% dei pazienti sviluppa almeno un sintomo durante i tempi di follow-up che vanno da 2 settimane a 4 mesi dopo l’infezione virale[2]. I sintomi più comuni riportati sono stanchezza (fatigue), insieme a mal di testa, disturbi dell’attenzione, dispnea. Il 13 e il 12% dei pazienti ha mostrato rispettivamente segni di ansia e depressione[3]. Un’elevata quantità di stigmatizzazione sociale percepita a causa dello stato di malattia è stata collegata a una maggiore probabilità di compromissione della propria salute mentale dopo l’infezione da COVID, mentre un alto livello di supporto sociale ha avuto l’effetto opposto[4]. Come reagire alle difficoltà? È importante comprendere che è normale provare un senso di smarrimento in seguito ad un’esperienza del genere. L’isolamento, la reclusione e l’incertezza generale diventano un peso per la mente non facile da gestire. Diventa fondamentale riconoscere le emozioni che si provano, dare loro un nome e, anche se sono spiacevoli, normalizzarle. Comprenderle è il primo passo per capire come reagire. Inoltre, è utile concentrarci su ciò che è in nostro potere fare per cercare di stare meglio. Prendersi cura della propria salute psicologica diventa quindi prioritario. Infine, dovrebbe essere posta maggiore attenzione sull’identificazione dei fattori di rischio per lo sviluppo di sintomi funzionali post-COVID, in modo che i pazienti con elevato rischio possano ricevere maggiore attenzione con un approccio su misura, essere valutati precocemente e ricevere assistenza immediata per evitare difficoltà future. Fonti [1] Stengel A, Malek N, Zipfel S and Goepel S (2021). Long Haulers—What Is the Evidence for Post-COVID Fatigue? Front. Psychiatry 12:677934. doi: 10.3389/fpsyt.2021.677934 [2] Lopez-Leon S,Wegman-Ostrosky T, Perelman C, Sepulveda R, Rebolledo PA, Cuapio A, et al. (2021). More than 50 long-term effects of COVID-19: a systematic review and meta-analysis. medRxiv. doi: 10.1101/2021.01.27.212 50617 [3] Mandal S, Barnett J, Brill SE, Brown JS, Denneny EK, Hare SS, et al. (2020). ʽLong-COVID’: a cross-sectional study of persisting symptoms, biomarker and imaging abnormalities following hospitalisation for COVID-19. Thorax. doi: 10.1136/thoraxjnl-2020-215818. [4] Qi R, Chen W, Liu S, Thompson PM, Zhang LJ, Xia F, et al. (2020). Psychological morbidities and fatigue in patients with confirmed COVID-19 during disease outbreak: prevalence and associated biopsychosocial risk factors. medRxiv. doi: 10.1101/2020.05.08.20031666 https://mondointernazionale.com/sul-diritto-di-stare-male-le-conseguenze-psicologiche-del-covid-19

La musica è meravigliosa: riflessioni sul “racconto musicato” del Maestro Piovani

di Corrado Schiavetto Proprio sul finire dell’anno 2021, presso l’auditorium di Roma nei giorni dal 26 al 31 dicembre, è andato il scena il lavoro in musica del maestro Nicola Piovani, dal titolo “La musica è pericolosa”: in parte narrato e in parte suonato (da cui la mia personale identificazione come racconto musicato, o come musica raccontata), pone interessanti riflessioni sul rapporto fra musica, pensiero e società; accompagnando difatti la narrazione con brani scelti dalle colonne sonore che ha composto per registi come Fellini e Monicelli, toccando anche il delicato tema dell’attuale situazione sociale con le musiche per lo spot di Tornatore riguardante la vaccinazione, ha accompagnato assieme al suo gruppo per più di due ore i presenti che hanno avuto il piacere di assistervi. Ma perché la musica è pericolosa? Questa affermazione si rifà a una frase di Fellini: diceva il registra – e qui cito lo stesso Piovani – che “è una lingua che ti emoziona profondamente pur non parlando di nulla, pur essendo priva di contenuti. È un’emozione irrazionale e profonda che a lui dava un senso di panico”. Questa frase che è possibile definire illuminata, toccherà tutto lo svolgersi della rappresentazione del maestro e, allo stesso tempo, ci permette una riflessione più profonda del rapporto fra musica, emozioni e pensieri. Questo rapporto, già noto a Platone, che nel Protagora accennava che la musica era in grado di suscitare determinate emozioni a seconda della maniera in cui veniva suonata, tanto che “i giovani, diventati più euritmici e armoniosi, valgano al dire e al fare” (XV, 326). La musica, quindi, può essere sia in grado di essere maestra verso l’elevazione, sia corruttrice. Ma, per essere tale, deve riuscire a comunicare e, dunque, deve avere – e qui c’è il discostarsi da Fellini – un contenuto. Questo contenuto però non è qualcosa di accessibile al nostro comparto razionale; dunque, un contenuto che consciamente può essere percepito, ma deve essere un contenuto in grado di toccare, altra analogia con un’espressione musicale, le “corde della nostra anima” (è interessante notare in questo frangente come la metafora per il generare emozioni consideri gli esseri umani strumenti musicali; tornerò in seguito su questo punto). Citando Susanne Langer nel suo “Philosophy in a New Key” (1941), la musica “rivela la natura dei sentimenti con un dettaglio e una verità che il linguaggio non può approcciare”, aggiungendo anche che “la musica è rivelante, mentre il linguaggio è oscurante”. Ma perché avviene tutto ciò? Da dove proviene questa nostra affinità con la musica a un livello così tanto simbolico e inconscio? Le neuroscienze ci sono venute in aiuto nel provare a dare una risposta nel tempo a questo dilemma. Nel corso degli ultimi decenni la ricerca si è sempre concentrata sui correlati cognitivi relativi all’ascolto e alla produzione musicale (Dowling & Harwood, 1986; Lerdahl & Jackendoff, 1983); eppure, Panksepp stesso (2002) afferma come possa esserci un substrato più importante nella nostra comprensione musicale, un mistero più profondo. Questo si può vedere negli attuali studi di neuroimaging, che hanno evidenziato come le strutture collegate all’ascolto e all’apprezzamento musicale (amigdala, ippocampo, giro paraippocampale, insula, lobi temporali, striato ventrale, corteccia orbitofrontale e corteccia cingolata) non siano specifiche solo della competenza musicale, ma siano anche legate a processi sia cognitivi che emotivi. La musica, quindi, diviene un ponte che collega i processi cognitivi e quelli emotivi, un “linguaggio” nuovamente il cui contenuto non è qualcosa di relativo solo a un qualcosa di sentito o di ragionato, ma a un qualcosa che incarna congiuntamente pensiero e sentimento. Ampliando il discorso, Paolo Apolito ci mostra, nel suo intervento a Pistoia nel ciclo di conferenze chiamato “Dialoghi sull’Uomo”, che la comunicazione è ritmica e che l’uomo è una creatura musicale: il nostro battito cardiaco, la nostra postura, il nostro modo di parlare (la nostra prosodia quindi), sono tutti atti ritmici e, proprio per questo, capaci di venire musicati: quante volte vedendo un vecchio cartone animato per bambini o un vecchio film muto abbiamo visto i protagonisti e le protagoniste camminare accompagnati dal buffo suono di un basso tuba? E quante volte, sentendo quello stesso suono siamo riusciti a immaginare quelle stesse immagini, quello stesso camminare? La musica accompagna la nostra esistenza perché la nostra esistenza a tutti gli effetti è uno spartito musicale: i suoni cittadini, le persone che passano lungo la strada, le macchine, le voci che provengono dalle altre case e dai negozi, lo stesso battere adesso i tasti di una tastiera nello scrivere queste riflessioni (addirittura le tre campane che hanno permesso al maestro Piovani di trovare ispirazione per l’accompagnato del Bombarolo di De André), sono suoni musicali che ci vengono offerti dalla vita; la vita dunque per prima è musica. E forse è proprio questa l’emozione irrazionale e profonda che provava Fellini: registra in grado di dipingere con pennellate quasi impressionistiche frammenti di vita così tanto sublimi, veniva invaso da tutta la vita che la musica è in grado di procurare, tutte le vite delle persone che potevano venire trasmesse, tutte le emozioni i sogni e le speranze che un singolo componimento è in grado di causare. E per chi ha un’anima troppo grande, forse la musica è qualcosa davvero di terribile in senso Kantiano, in grado di far sperimentare l’emozione del Sublime. Concludo con un’ultima riflessione su una frase simbolica, gli ultimi due versi della canzone d’amore di Nicola Piovani, Vincenzo Cerami e Roberto Benigni: “nell’amor le parole non contano / conta la musica”. Se le parole sono davvero grammatica, sintassi, ricerca dei termini che più si possono adattare al ritmo, la musica in questo frangente diventa la “parola emotiva” per eccellenza, il linguaggio che sorpassa la necessità di una grammatica per approntare quello che la pianista Chiara Bertoglio, parlando di Brahms, chiama “simbolo emotivo”, la semantica specifica dell’esperienza musicale. Il linguaggio della musica, quindi, è il linguaggio del Sé, la possibilità di collegare quella che è la nostra soggettiva esperienza emotiva, ciò che noi proviamo e sentiamo, con quello che il compositore e la compositrice ha

Contatto fisico

di Antonella Buonerba “Dottoressa sono molto triste, non so perché..Ho pensato al contatto fisico, al fatto che nel sesso raramente sono predisposta a “ricevere”, a farmi toccare per intenderci, lo faccio anche ma non è ciò che desidero. Questo pensiero mi ha ricordato che non amavo il contatto fisico nemmeno da bambina, tranne quelle volte in cui avrei voluto che mia madre mi abbracciasse, ma al di fuori di lei, mi infastidiva molto quando qualcuno entrava nel mio spazio personale ed è stato così finché non sono diventata grandicella. Intorno ai 20 anni ho allontanato questa cosa perché ho capito che era un modo di esprimersi degli altri e ho continuato a provare disagio. Quando gli altri mi abbracciano io non sento la bella sensazione di cui tanto si parla, penso che sia giusto sottopormi a quel contatto perché socialmente riconosciuto”. Tale testimonianza trova radici nella teoria del l’attaccamento di John Bowlby, successivamente approfondita dalla sua allieva Mary Ainsworth.Secondo tale teoria sin dalla nascita il bambino instaura un legame speciale con la figura adulta di riferimento. I comportamenti di attaccamento sono schemi pre-programmati, su base innata, inscritti nella nostra specie che si attivano spontaneamente e che aumentano le probabilità di sopravvivenza. Lo psicoanalista Rene’ Spitz, attraverso le osservazioni sui neonati lasciati in orfanotrofi, ha studiato gli effetti della deprivazione materna ed emotiva sulla strutturazione della personalità dell’individuo rilevando come la qualità delle prime relazioni produca, in età adulta, significative differenze nella sfera affettiva e sessuale. Nel caso della suddetta paziente, possiamo affermare che alla già grave mancanza di legami significativi (la paziente è stata adottata all’età di 4 anni), si aggiunge l’esperienza di una madre adottiva anaffettiva che non è stata sufficientemente in grado di colmare i “vuoti di amore” della prima infanzia.Anche il padre adottivo non è stato particolarmente accogliente nei confronti della bambina che, trovandosi a vivere la fase del complesso edipico, al momento dell’adozione, ha visto esacerbarsi l’ambivalenza affettiva, inconscia, già tipica di questa fase di sviluppo, nei confronti dei genitori.Per la bambina, infatti, secondo la teoria psicoanalitica freudiana, l’oggetto del desiderio diventa il padre verso il quale sviluppa l’invidia del pene e, il fatto di sapere di esserne priva, la porta a nutrire un risentimento per la madre, ritenuta responsabile di tale assenza. Ne consegue un sentimento di rabbia e di rivalsa che si traduce nel desiderio di ricevere dal padre un figlio come sostituto del pene. Quando questa aspettativa viene delusa, la bambina ritorna al legame con la madre e si identifica con lei. Ciò avviene nel corso della seconda infanzia e della prima adolescenza.Quindi, se non viene risolto il complesso edipico, nella gamma dei possibili sintomi che il soggetto può sviluppare, in età adulta, osserviamo un apparente rifiuto del contatto fisico, la cui negazione viene contraddetta da un desiderio di amore non del tutto soddisfatto dai genitori reali.Inoltre, si può ipotizzare che l’ambivalenza affettiva  si sia trasformata in una sorta di confusione a livello sessuale, spingendo la paziente a  sentirsi a  attratta da entrambi i sessi.“Lavorare sull’edipo” attraverso l’elaborazione delle figure genitoriali e l’analisi dei sogni, porta la paziente ad uscire dall’empasse dell’ambivalenza affettiva e sessuale che veniva vissuta con particolare ansia. Bibliografia-Freud S. (1905) Tre saggi sulla teoria sessuale, OSF, 4-Freud S. (1912-13) Totem e tabu, OSF 7-Freud S. (1931) Sessualità femminile, OSF,11-R. Spitz, Il primo anno di vita del bambino, Giunti-Barbera-Edipo: rappresentazione antropomorfica del conflitto vitale. Scienza e psicoanalisi (rivista multimediale)