ENURESI ED ENCOPRESI….CHE VERGOGNA!

Cosa sono enuresi ed encopresi, possibili cause sia organiche che psicologiche. Enuresi, cos’è? L’ enuresi è il volontario o involontario rilascio ripetuto di urina nei vestiti o a letto in momento in cui il bambino dovrebbe aver acquisito questa capacità. L’enuresi è primaria quando non è mai avvenuto il controllo degli sfinteri (diagnosticabile solitamente dopo i 4 anni) o secondaria quando è presente una regressione (diagnosticabile dai 5 agli 8 anni). Per quanto riguarda la frequenza l’enuresi può essere quotidiana, settimanale o saltuaria. Mentre, per quanto riguarda il momento della giornata nella quale avviene l’espulsione incontrollata dell’urina, può essere diurna, notturna o mista. È bene pertanto impegnarsi a risolvere tale disturbo in maniera veloce e radicale, per evitare al piccolo e ai suoi familiari continue frustrazioni. Cause organiche Possono essere presenti anomalie anatomiche e funzionali della vescica; disfunzioni del tratto genito urinario; infezioni delle vie urinarie; ma anche disturbi del sonno, per cui lo stimolo ad urinare non riesce ad interrompere il sonno eccessivamente profondo del bambino. L’enuresi notturna viene associata anche alla carente produzione notturna dell’ormone antidiuretico (ADH- antidiuretic hormone) da parte dell’ipotalamo. Ormone che riduce la diuresi durante la notte. Cause psicologiche Il benessere o il malessere interiore influenzano notevolmente il controllo sfinterico sia delle feci sia delle urine, tanto che negli animali e negli esseri umani la paura ed altre emozioni intense non solo negative, ma anche positive, possono alterare questo controllo. Da ciò l’espressione “farsela addosso per la paura” ma anche “scompisciarsi dalle risa”. Interventi consigliati Evitare di rimproverare o colpevolizzare il bambino per questo involontario disturbo. Fare cenare il bambino la sera molto presto o comunque qualche ora prima di metterlo a letto È bene inoltre che i genitori, a turno, facciano fare la pipì al bambino nel vasino, almeno due-tre volte durante la notte, negli orari nei quali egli di solito si bagna. L’encopresi,cos’è? L’ encopresi è la defecazione regolare ed incontrollata nei vestiti o in altri luoghi non appropriati in un soggetto di età superiore ai 4 anni. Esistono un’encopresi primaria, quando il bambino non ha ancora raggiunto un buon controllo dello sfintere anale. Ed un’encopresi secondaria, quando, dopo un periodo più o meno lungo di controllo delle feci, il bambino ritorna a sporcarsi. Sia l’enuresi che l’encopresi, possono interferire con la serenità psicologica. Spesso, infatti, sono causa di situazioni di disagio ed ansia. I bambini che hanno questi problemi tendono a vergognarsi arrivando ad evitare situazioni che possono imbarazzarli limitando, così la propria vita sociale. Alla base di questi disturbi possono esserci fattori di tipo emotivo, ma occorre prima di tutto sottoporre il bambino ad un esame medico approfondito per escludere tutte le possibili cause di natura organica CAUSE ORGANICHE Una causa “banale” può essere quella che si riscontra in bambini che soffrono di stitichezza o che presentano ragadi o altre lesioni a livello anale. In questi casi si innesta spesso un circolo vizioso: il bambino, a causa della stitichezza avverte notevole dolore durante la defecazione, per cui cerca di trattenere al massimo le feci; ciò aumenta la consistenza di queste e, quindi, si accentua il dolore del piccolo durante la defecazione. Il dolore provato, a sua volta, aumenta la repulsa del bambino verso questa funzione fisiologica. CAUSE PSICOLOGICHE Molto spesso il disturbo è l’espressione di una grave disarmonia nelle relazioni del bambino con i propri genitori. In questi casi è frequente il riscontro di dinamiche familiari conflittuali e stili affettivo-educativi inadeguati. L’enuresi e l’encopresi, talvolta, sono segnali che indicano dei momenti di difficoltà psicologica talvolta associata e conseguente ad eventi della vita quotidiana, quali: la nascita di un fratellino, l’inserimento a scuola, il cambiamento di scuola, un trasloco, la separazione dei genitori, un periodo prolungato di ospedalizzazione, la morte di un genitore o di un familiare Trattamento Un trattamento può essere di tipo farmacologico o di tipo psicologico.  Importante è non barricarsi dietro possibili giustificazioni o procrastinazioni.

LA PERDITA DEI GENITORI IN ADOLESCENZA

La morte di un genitore costituisce sempre un fattore di rischio ed un’interferenza nello sviluppo. Essa può essere considerata, a tutti gli effetti, un evento traumatico sebbene alcune situazioni lo siano più di altre. Come quei casi in cui l’adolescente perde entrambi i genitori e/o successivamente anche le figure alle quali era stato affidato, oppure come quei casi nei quali la morte avviene tragicamente (es. incidente stradale) oppure laddove il genitore superstite non riesce a fronteggiare la morte del coniuge e non fornisce, quindi, un adeguato sostegno al figlio. Al di là delle circostanze esterne, nel processo di elaborazione del lutto va considerato anche il peso delle fantasie inconsce peculiari dell’adolescenza. Cioè l’elaborazione del lutto al quale è chiamato l’adolescente nei confronti del proprio mondo infantile, al processo di separazione – individuazione, che deve affrontare per accedere all’età adulta, al rimaneggiamento dell’Edipo in vista della definitiva assunzione di un’identità sessuale. La perdita di un genitore in adolescenza si può inserire all’interno di un processo di crescita caratterizzato da angosce di separazione, senso di smarrimento e mancanza di integrazione del Sé. Il trauma determina un impasse evolutivo, in un momento in cui si rivela già difficile il superamento del conflitto tra bisogno di autonomia e bisogno di dipendenza, lasciando il ragazzo nello stato di oscillazione continua tra i due. Da una parte il ritorno a legami di dipendenza infantili può rappresentare l’unico segnale di speranza e d’attaccamento alla vita, dall’altro il ragazzo nega ogni legame di dipendenza, adeguandosi a comportamenti adultomorfi, schiacciando la dirompenza dei propri sentimenti e della propria vitalità, rappresentata anche dalla sessualità, perché non “merita” di sopravvivere alla morte del suo caro. Spesso la negazione dello scorrere del tempo rappresenta un tentativo di negare la morte, di allontanare il dolore e di prolungare in fantasia l’esistenza dell’oggetto assente. Affinché si compia l’elaborazione del lutto, il ragazzo deve riuscire a riconoscere il proprio sentimento ambivalente di odio/amore nei confronti dell’oggetto perduto, la delusione, la rabbia, ed il proprio senso di colpa per non essere riuscito a preservare la vita della persona amata. QUANDO “SEPARARSI” E’ DOPPIAMENTE DIFFICILE Il modello adolescenziale proposto da Anna Freud, successivamente ripreso da Blos e da Margareth Mahler enfatizza il bisogno evolutivo di prendere le distanze dai genitori all’interno del processo di separazione-individuazione. Questo processo costituisce il compito evolutivo della fase adolescenziale. Tale compito consiste nella capacità, da parte dell’adolescente di allontanarsi dalle immagini parentali interiorizzate, per investire gli oggetti esterni ed extrafamiliari ed acquisire una propria identità. Tale processo è lungo e complesso: comporta, infatti, la rielaborazione di conflittualità infantili di natura ambivalente non sempre risolte e che implicano l’accettazione, il riconoscimento di sentimenti e di spinte aggressive nei confronti dei propri genitori. Se da un lato, infatti, l’adolescente sente una spinta all’autonomia e alla differenziazione, dall’altro vive un forte conflitto che lo porta a non volersi separare dai genitori e dall’immagine di se stesso bambino protetto da questi ultimi. Questi oggetti buoni rappresentati dalle figure parentali, se da un lato però proteggono l’adolescente, dall’altro sono vissuti come oggetti inglobanti e limitanti.  Come Winnicott sottolinea, l’aggressività è necessaria per crescere, per separarsi dai genitori e per individualizzarsi. La risoluzione dei conflitti adolescenziali, infatti, equivarrebbe all’integrazione dei sentimenti di ambivalenza nei confronti della madre o comunque delle persone affettivamente importanti. Gli attacchi attuati, però, spesso fanno vivere sensi di colpa all’adolescente che caratterizzano proprio questa fase. Ma cosa succede se realmente i genitori muoiono in questa fase evolutiva? L’adolescente riesce a separarsi ed individuarsi proprio perché l’oggetto attaccato (genitori) sopravvive ai suoi attacchi. Ma se l’oggetto muore, cosa succede? I sensi di colpa potrebbero ricevere dalla realtà una potente conferma, suffragando l’idea che l’oggetto è stato realmente distrutto dalle fantasie ostili.

I bambini davanti alla televisione: cosa può fare l’adulto?

I bambini trascorrono tanto tempo ormai davanti alla televisione: vediamo insieme come l’adulto può gestire questo tempo. E’ chiaro ormai che la televisione è una compagnia durante la maggior parte delle giornate, sia per grandi che per piccini. Diventa inutile, infatti, fare finta che non esista, ma piuttosto bisognerebbe imparare a farci i conti e apprenderne un utilizzo più corretto. Inoltre, la televisione piace a tutti e anche gli adulti amano rilassarsi davanti al loro film o programma televisivo preferito…vogliamo negarlo? Per non parlare della funzione di alcuni programmi che sono volti a fornire informazioni e a creare riflessioni. Quali possono essere allora gli aspetti negativi del guardare a lungo la televisione? la televisione può portare via del tempo ad altre attività importanti. E’ stato visto che, dai tre anni in poi, i bambini guardano in media la tv tre o quattro ore al giorno. Togliendo le ore essenziali di pasti, sonno, scuola, rimane troppo poco tempo per il gioco, le conversazioni con gli adulti, la lettura e l’ascolto di fiabe, le attività all’aria aperta. quando il bambino (ma anche l’adulto) è seduto davanti alla tv, tende ad accogliere in modo passivo ciò che viene trasmesso in quel momento. passare velocemente da un programma all’altro può portare al fenomeno della “inibizione retroattiva”. Che cos’è? Il nuovo spettacolo potrebbe offuscare quello visto in precedenza, impedendo di fantasticare su ciò che è stato appena guardato in tv e ostacolando anche giochi di finzione correlati. Ecco perché invece è consigliato portare più spesso i bambini al cinema, dandogli il tempo di elaborare (anche con l’adulto) ciò che è stato visto. Cosa possono fare gli adulti educanti? è sicuramente importante vedere la maggior parte dei programmi con i bambini: osservare le loro reazioni, fornire immediate spiegazioni alle loro domande, intervenire per aiutarli nella comprensione di ciò che vedono. imparare a programmare quando è ora di vedere la tv e cosa si sceglie di guardare. Se, ad esempio, prevediamo che dopo quel cartone animato ci sarà la merenda o un’altra attività piacevole sarà anche più facile staccare il bambino dalla televisione! coinvolgere il bambino nella scelta di cosa vedere. Se si ha una guida tv con delle immagini, lo si può aiutare a fargli esprimere delle preferenze, così sarà anche più facile alla fine spegnere il televisore quando il programma è terminato. Ma la cosa più importante rimane sempre la stessa. Ricordiamo che i bambini ci osservano e il nostro comportamento funge da modello, sia per gli aspetti positivi che per quelli negativi.

La felicità fa bene alla salute?

Una ricerca mette in luce connessioni sorprendenti. Un interessante articolo di Erman Misirlisoy fa riferimento a uno studio pubblicato nel 2020, che dimostra come la felicità di una persona appaia correlata a un prolungato mantenimento della memoria e a un declino cognitivo più lento nel tempo. Al di là di tutti i luoghi comuni, ovviamente sensati, su quanto possa essere d’aiuto per la salute fisica e mentale sentirsi felici, è molto difficile effettuare ricerche in questo campo. Lo studio citato si basa sull’analisi dei risultati di una lunga ricerca longitudinale, durata 18 anni, da metà anni ’90 a metà anni 2010, a cura di Emily Hittner e colleghi. I soggetti coinvolti avevano un’età compresa tra i 40 e i 60 anni: in tre diversi momenti temporali, a distanza di nove anni l’uno dall’altro, i partecipanti sono stati intervistati a proposito di come si erano sentiti emotivamente durante i 30 giorni precedenti. Veniva loro chiesto di riferire quante volte, durante quell’arco di tempo, si fossero sentiti di buon umore, allegri, motivati, entusiasti, calmi e sereni. Durante il secondo e il terzo incontro, cioè a 9 e 18 anni di distanza dalla prima rilevazione, i ricercatori hanno anche raccolto dati sulle prestazioni della memoria dei partecipanti. Il test consisteva in un messaggio telefonico in cui venivano elencate 15 parole non correlate: alle persone veniva poi chiesto di ricordarne il maggior numero possibile, entro 90 secondi. I dati raccolti hanno confermato due semplici assunti, per quanto riguarda i soggetti coinvolti: 1. che la memoria diminuisce con l’età e 2. che i sentimenti positivi (che possiamo grossolanamente raggruppare nel termine “felicità”) aumentano invece con l’età. In realtà, questo vale perché nel campione non erano rappresentate persone molto giovani. È infatti provato, dalle ricerche sulla felicità in diversi paesi del mondo, come esista una costante rilevabile: le persone hanno in genere un’elevata felicità nella fascia comprendente i giovani adulti; la curva di felicità scende nella fascia di età dei 40-50enni (intorno ai 30-40 si ha il picco dello stress), per poi risalire di nuovo oltre i 60 anni. Hittner e colleghi hanno rilevato che le persone che avevano riferito di sentirsi più felici, durante la misurazione a nove anni dall’inizio dello studio, hanno mostrato un minore declino della memoria alla fine dello studio  nove anni dopo, cioè a 18 anni dall’inizio della ricerca. In conclusione: una minore “felicità”, percepita e riferita dalle persone coinvolte, era costantemente collegata a una maggiore perdita di memoria nel tempo. I dati di questo lungo studio longitudinale suggeriscono che la felicità può proteggere dal declino della memoria fisiologicamente correlato all’età. Naturalmente, si tratta di uno studio che si basa puramente sull’osservazione nel tempo dei percorsi spontanei delle persone coinvolte. Per capire davvero se la felicità sia in grado di causare cambiamenti, nella salute psicologica e fisica, sarebbe necessario manipolare i livelli di felicità dei partecipanti e misurare i risultati sulla salute; operazione che ha ovvie implicazioni di complessità progettuale e di proponibilità etica. Ma è proprio questo che un altro studio del 2020 ha cercato di fare. Sono stati coinvolti 155 adulti; metà delle persone partecipanti sono state casualmente assegnate a ricevere un “trattamento di felicità”. Di cosa si trattava? Di beneficiare di un programma di 12 settimane di attività, progettate appositamente per aumentare la felicità. Ogni settimana, durante la durata del trattamento, i ricercatori chiedevano ai soggetti di valutare la propria salute fisica, gli stati d’animo generali e la propria soddisfazione esistenziale. Le persone che avevano ricevuto il trattamento hanno riferito di aver sperimentato un numero superiore di emozioni positive e un numero minore di emozioni negative durante il percorso, oltre a dichiarare, in termini generali, una maggiore soddisfazione per la vita. Al contrario, il gruppo di controllo che non ha ricevuto alcun trattamento non ha mostrato segni di progresso. Ma il trattamento per la felicità ha anche contribuito a migliorare la salute fisica? Alla fine del percorso, i partecipanti al trattamento avevano circa il 20% di probabilità in più, rispetto al gruppo di controllo, di avere una giornata in cui “si sentivano sani e pieni di energia”. Avevano anche un tasso di incidenza di circa il 30% in meno di riferire un giorno di malattia. I ricercatori non sono però riusciti a trovare marcatori biologici affidabili alla base dei miglioramenti di salute auto-riferiti dalle persone (venivano misurati solo la pressione sanguigna e l’indice di massa corporea), il che conferma la complessità di una ricerca in questo campo, anche perché nello studio citato si utilizzava solo un gruppo di controllo passivo. Per uno studio più completo, come suggerisce Misirlisoy, occorrerebbe confrontare l’intervento sulla felicità con un intervento (difficile da progettare) che abbia funzione di placebo, per constatare se i risultati sono confermati anche nel caso in cui i partecipanti di entrambi i gruppi si aspettino di ottenere un beneficio. In conclusione: se è ragionevole rimanere cauti nell’interpretare l’influenza della felicità sulla salute fisica delle persone, ci sono motivi per credere che il buon umore e la serenità siano essenziali per sostenere una biologia più sana e che i dati di studi e ricerche future, auspicabilmente ancora più rigorosi, grazie a metodi innovativi, possano confortare il buon senso comune: che sorridere di più, sentirsi a proprio agio e approfittare di ogni piccola risorsa di gioia faccia davvero bene a tutti noi.

Generazione Covid: il rapporto con la tecnologia

Generazione Covid Tecnologia

La Generazione Covid è fatta di bambini, ragazzi e giovani che vivono la quotidianità attraverso la tecnologia e si apprestano a costruire il loro futuro in questo tempo sospeso. Questa fascia di popolazione vive da spettatore una situazione che non può controllare ma solo accettare passivamente. Così trova altri modi e strumenti per essere resiliente e ricreare quel contatto e quei riti tipici delle relazioni tra giovani e giovanissimi, attraverso la tecnologia. La tecnologia è infatti il filo conduttore della vita al tempo del Covid: dall’educazione allo svago, dallo studio alla gestione dei rapporti interpersonali, ogni attività passa attraverso lo schermo. La giornata viene scandita in modalità digitale, secondo una tabella di marcia precisa. La DADIn un precedente articolo abbiamo trattato in maniera approfondita le implicazioni psico-sociali della DAD. A lungo andare questa modalità genera stanchezza e frustrazione, incidendo sul rendimento e sulla motivazione degli studenti. La scuola non è solo il luogo dell’istruzione ma un contenitore in cui si innescano processi sociali e si svolgono riti collettivi. Questo aspetto viene totalmente a mancare in modalità virtuale: i giovani non hanno modo di confrontarsi con il gruppo dei pari.Inoltre alcuni aspetti pratici condizionano notevolmente l’esperienza della DAD. Non tutte le famiglie, ad esempio, dispongono della tecnologia adeguata per consentire una fruizione ottimale. Così come non tutti i docenti hanno dimestichezza con il digitale. I Social In una prima fase i social networks sono stati lo strumento ideale per raccontare la propria vita in maniera autentica, fare gruppo e sopperire all’assenza di relazioni nel mondo reale. Successivamente però c’è stata un’inversione di marcia. Non si pubblica più per comunicare con gli altri ma per mostrare se stessi. E, in un disperato tentativo di ristabilire una normalità, si dipinge una realtà patinata e un’ostentata felicità forzata. L’IperconnessioneIn un momento storico in cui tutto è rimandato, i ragazzi hanno bisogno di strumenti immediati che forniscano gratificazioni tempestive. In questo modo si innesca una dipendenza dalla tecnologia che trascina con sé tutte le problematiche che ne derivano. Una di queste è la FOMO: una forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso”. Difatti, nello svolgimento della propria routine quotidiana, il giovane, disconnesso non lo è mai. É comprensibile cercare di ristabilire un ordine e uno scopo nella propria vita. E se gli strumenti digitali possono essere d’aiuto è bene educare le nuove generazioni ad utilizzarle in modo proficuo e consapevole, rimanendo sempre fedeli alla propria autenticità.

Importante per me: significato di semplici parole

importante

Cosa è veramente importante per noi? La domanda, pur essendo retorica, ci accompagna in molti momenti della nostra vita. E’ un interrogativo che ci porta a riflettere su noi stessi, sul nostro passato e soprattutto sul futuro. Anche l’inizio dell’anno, foriero di aspettative e buoni propositi è il momento ideale per rispondere alla domanda. Ma prima è necessaria una riflessione. Dal punto di vista etimologico, la parola “importante” deriva dal latino e significa letteralmente “quello che si porta dentro”. Ciò che è importante nasce quindi da una consapevolezza di sé e del mondo esterno. Il nostro compito quindi è non solo selezionare le cose da portare dentro di noi, ma anche coltivarle e mantenerle “dentro”. Consapevolmente scegliamo affetti, la famiglia con gli alti e bassi che implica. Allo stesso tempo, allontaniamo le negatività per evitare malesseri e stati depressivi. E ciò che ci portiamo dentro diventa così parte della nostra esistenza e ci aiuta a mantenere il tanto desiderato benessere psicologico. Lavoriamo per costruire una positiva immagine di noi, che ci accarezza nei momenti di difficoltà e ci supporta per fronteggiarli con serenità. Ci adoperiamo affinché la nostra autostima sia un bagaglio di certezze, di cose importanti che ci inorgogliscono e ci aiutano a relazionarci meglio. Si stabilisce un rapporto intimo con le cose che ci portiamo dentro. Si costruisce il nostro universo interiore che contribuisce ad accettarsi e a piacersi.

Il rimuginio

di Jonathan Santi Pace La Pegna Per “rimuginio” in psicologia si intende in senso ampio uno stile di ragionamento analitico perseverante e ripetitivo comprensivo di dialogo interno, focalizzato su contenuti mentali negativi e apparentemente incontrollabili.  Iniziamo a rimuginare nel tentativo di risolvere dei problemi, cercando di anticipare una possibile minaccia futura o costruendo uno scenario mentale per provare a far fronte a situazioni potenzialmente minacciose, con l’obiettivo di riuscire a regolarne la preoccupazione derivata. È un processo mentale che segue la logica ricorsiva ipotetico-deduttiva e che fa sì che una sofferenza emotiva non mantenga un aspetto transitorio, ma rimanga persistente. Il rimuginio cerca disperatamente di risolvere dei dubbi che “appesantiscono” la mente per i quali non esiste una risposta certa, con lo scopo di prevedere ciò che di negativo potrebbe accadere e tentando di trovare una soluzione al costo di uno sforzo mentale enorme, trattenendo il dubbio e impedendogli di scorrere via. È come se nel flusso della mente passassero un insieme di pensieri automatici negativi, dannosi e affilati, e noi li trattenessimo lì, raccogliendoli continuamente e continuando a tagliarci e a sanguinare inesorabilmente. Ogni apparente rassicurazione esito del rimuginio è un’illusione che costituisce solo la prefazione del dubbio che seguirà dopo, dando luogo ad un successivo processo rimuginativo, in maniera simile al tentare di uscire da una buca scavando sempre più in profondità. Questo tipo di attività affatica la mente sottraendo tantissime risorse, riducendo notevolmente il benessere e la qualità della vita con implicazioni negative sull’attenzione, sulla concentrazione e sulle capacità di problem solving. Il rimuginio può essere legato a tanti disturbi tra cui: disturbi del sonno, d’ansia, depressivi, ossessivo-compulsivi e post-traumatici da stress. Abbandonare il rimuginio è la strategia più utile per lasciare che la vita scorra e la nostra mente riesca a trovare soluzioni in maniera spontanea e autonoma.

IL DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO: UN MONDO IN COSTANTE SCOPERTA

L’autismo è un disturbo dello sviluppo descritto per la prima volta da Leo Kanner nel 1943. A partire dagli anni ’80, non viene più definito come psicosi, bensì come disturbo pervasivo dello sviluppo. Da quel momento i criteri diagnostici si sono evoluti sulla base di osservazioni e ricerche. Al momento attuale, il disturbo dello spettro autistico è definito in termini di menomazioni qualitative nell’interazione sociale e nella comunicazione, ma anche in schemi e comportamenti ripetitivi e stereotipati. Esistono 4 diagnosi specifiche incluse nella categoria dei disturbi dello spettro autistico (ASD). Tra questi sono inclusi due disturbi definiti da una regressione delle abilità quali la sindrome di Rett e il disturbo disintegrativo dell’infanzia. Le altre due diagnosi ASD sono il disturbo di Asperger e il disturbo pervasivo dello sviluppo. A differenza del disturbo dello spettro autistico, quello di Asperger, richiede che non ci sia un ritardo linguistico significativo nei primi 3 anni. La diagnosi del disturbo di Asperger è spesso utilizzata per i casi più lievi di autismo ad alto funzionamento. È questo il motivo per cui c’è ancora una polemica tra chi definisce questo disturbo “quasi autismo” e chi invece parla di “autismo atipico”. Recenti studi hanno riportato che l’identificazione precoce è aumentata di importanza dal momento che è stato verificato che i bambini con ASD che ricevono servizi di assistenza e riabilitazione prima dei 48 mesi di età riportano miglioramenti maggiori rispetto a quelli che entrano in programmi specifici di trattamento dopo i 48 mesi di età. Sono state esaminate le questioni rilevanti per l’intervento precoce, seguite da una revisione dei programmi e il supporto empirico ai prossimi passi in merito all’intervento con bambini molto piccoli. Questi studi generalmente raggruppano bambini di età superiore ai 4-5 anni confrontandoli con quelli di età inferiore. Sono diversi gli approcci a questi studi e, nonostante tutti seguano una linea comune, ognuno di essi dà enfasi a caratteristiche diverse. Il programma TEACH è un programma di intervento che enfatizza l’organizzazione ambientale. Le strategie didattiche vengono insegnate in ambiente naturale. Dà enfasi alle competenze importanti pe la futura indipendenza.  INTERVENTI DI SVILUPPO L’intervento sullo sviluppo è un termine specifico per descrivere strategie per lavorare con i bambini autistici. In questi interventi l’ambiente è organizzato per incoraggiare le interazioni comunicative/sociali. Lewy e Dawson (1992) hanno dimostrato miglioramenti anche nello sguardo, nella presa di mira, e nell’imitazione. E’ necessario che il bambino si impegni in comportamenti a cui l’adulto può rispondere. Molti bambini con ASD non esplorano l’ambiente, possono non giocare con gli oggetti presenti nella stanza e rimanere bloccati in certe attività in maniera stereotipata. I metodi di sviluppo richiedono un’abilità considerevole da parte del terapeuta. Il modello di Greenspan è uno degli approcci di sviluppo più noti ed è anche noto come modello “differenza individuale evolutiva” (DIR). E’ descritto come un modello basato sulla relazione, in cui l’obiettivo è quello di aiutare il bambino a sviluppare connessioni interpersonali che porteranno alla padronanza delle abilità cognitive e di sviluppo. All’interno del modello si raccomanda che il bambino trascorraalmeno 4 ore al giorno di interazione spontanea con un adulto, almeno 2 ore al giorno in abilità semistrutturate, almeno un’ora al giorno in attività di gioco sensoriale-motoria. Il metodo DIR è fortemente dipendente dalle competenze del genitore o del professionista che implementa il programma. Il progetto UCLA Young Autism utilizza il metodo di intervento di Lovaas, un intervento di prova discreto, implementato in un ambiente one-to-one da terapisti ABA addestrati, supervisionati da professionisti qualificati. Il focus del primo anno è sull’imitazione, l’interazione, il gioco e la risposta alle richieste di base. Nel secondo anno, l’attenzione si sposta per continuare il lavoro sul linguaggio, la descrizione delle emozioni e le abilità preaccademiche. Per insegnare la generalizzazione, i bambini praticano le abilità in altre situazioni e con altre persone, dopo averle padroneggiate in un ambiente uno a uno. Uno dei tipi di intervento più noti resta però l’Applied Behaviour Analysis (ABA) che fornisce resoconti di notevoli miglioramenti, tanto da divenire metodo di intervento elettivo per i disturbi dello spettro autistico. Il presupposto utilizzato dall’ABA, è spostare il focus dell’intervento dalla persona al suo ambiente di vita quotidiana. Non abbiamo bisogno di chiedere al bambino di comportarsi diversamente né di cambiare quelle che sono le sue caratteristiche naturali, ma possiamo modificare le condizioni ambientali affinché possa ottenere le migliori opportunità di apprendimento, che altrimenti sarebbero a lui negate. L’ABA, attraverso un’organizzazione scientifica nell’uso di “rinforzatori“, riesce a contrastare la tendenza della perdita di interesse da parte del bambino e  a ridare senso all’esplorazione, al piacere di conoscere, di sperimentarsi, di entrare in relazione con l’altro. C’è una cosa ancora più sorprendente che riesce a fare l’ABA: insegnare abilità complesse scomponendole in piccoli passi, rendere possibili apprendimenti che in altro modo sarebbero inaccessibili e rendere gli stessi molto più gradevoli. Inoltre, insegna a chi la utilizza ad usare un linguaggio descrittivo al posto di quello interpretativo, ad osservare piuttosto che a dare giudizi, a porsi obiettivi concreti, a prestare attenzione ai comportamenti positivi, ignorando quelli negativi, a imparare ad apprezzare i progressi e, soprattutto, a trasformare le situazioni “problematiche”. Le prove disponibili da una varietà di programmi e studi suggeriscono, dunque, che un intervento precoce conduce a risultati migliori. I bambini sembrano ottenere grandi progressi quando entrano in un programma di riabilitazione fin dai primi anni di vita. E’ dimostrato che certe strategie possono essere efficaci per insegnare competenze specifiche a bambini con autismo, ma non ci sono prove che un programma sia “migliore” di un altro. Inoltre, la maggior parte dei programmi sono sviluppati per bambini di età pari o superiori a 2 anni. E’ importante che genitori e professionisti siano informati sui progressi che possono aspettarsi dal bambino, oltre a rimanere consapevoli che la maggior parte delle ricerche non supporta l’esistenza di  una “cura” o “recupero” dall’autismo.

Rabbia cronica: quando la rabbia copre il dolore

Nella maggior parte dei casi, dietro una rabbia cronica risiede un grande dolore. Una ferita antica e profonda che reclama attenzione. Spesso la rabbia è considerata un’emozione negativa, un qualcosa di cattivo e pericoloso o di cui vergognarsi. In realtà, al pari delle altre emozioni, possiede una sua funzione naturale, indispensabile per il nostro adattamento all’ambiente e la nostra salute. Se viviamo un’ingiustizia o un torto, la rabbia ci viene in soccorso per salvaguardare la nostra persona e i nostri diritti. Tuttavia, quando negata o, al contrario, utilizzata per prevaricare sull’altro, perde questa forma sana e diventa disfunzionale. L’inibizione della rabbia e la rabbia cronica La rabbia può essere proibita da divieti interni, introiettati mediante messaggi genitoriali e modelli di riferimento. Se il riconoscimento e/o l’espressione della rabbia sono inibiti, l’energia emotiva, invece di andare verso l’ambiente, si retroflette sull’organismo. Si scarica su corpo ed emozioni. Assumendo la forma di sintomi e sentimenti autopunitivi di vergogna, indignità, depressione. E, soprattutto, colpa. Salvo venir fuori per accumulo mediante agiti, non di rado pericolosi per se stessi o per gli altri. Se invece la rabbia viene espressa senza però esaurirsi, ma al contrario cronicizzandosi, può esservi un’accusa costante nei confronti di sé, dell’altro e/o della vita, con il prevalere di sentimenti distruttivi ed azioni punitive e vendicative talvolta violente. In questo caso si assiste ad una rabbia smisurata che ha poca attinenza con la situazione reale ma che si fa portavoce di un’esperienza non risolta. Di un passato che continua a riattualizzarsi nel presente, per essere visto ed elaborato. La rabbia può essere stata rinforzata dall’ambiente familiare e culturale e utilizzata in sostituzione di altre emozioni, più difficili da contattare e tollerare. Solitamente, quando si presenta in forma cronica, copre un dolore profondo. La rabbia, la colpa e il dolore La rabbia e la colpa spesso si uniscono nel tentativo comune di evitare il dolore mediante l’accusa. “Non è colpa tua, non è colpa tua, non è colpa tua…”, ripete con forza lo psicoterapeuta a Will, nella scena più nota del film “Will Hunting – Genio ribelle” di Gus Van Sant. Quasi a voler imprimere quelle parole nella sua mente, in modo da rompere la difesa e liberare il pianto. Scacciare via la colpa che il ragazzo si infligge per i traumi della sua infanzia, per essere stato abbandonato e per i maltrattamenti subiti. La colpa era più sopportabile del dolore. E la rabbia aveva creato uno scudo, uno strato di difesa sul cuore. Quando vi è una interruzione nel processo di riconoscimento ed elaborazione del dolore, la persona può rimanere intrappolata nella rabbia come tentativo di evitare di entrare in contatto con la sua reale sofferenza. Ad un livello più profondo, la colpa offre l’illusione onnipotente di avere un controllo e un potere sull’evento traumatico. Una via salvifica dalla ferita originaria. Si tratta di una strategia difensiva messa in atto per evitare il crollo che deriverebbe dall’impattare contro l’esperienza, nella sua nuda e cruda realtà. Elaborare il dolore ed accettare ciò che è stato La maggior parte delle persone teme di sentire il dolore e, ancor di più, non vuole rinunciare a ciò che ha perso, alla speranza di cambiare ciò che non può essere cambiato. E, così, esclude parti proprie e della realtà, finendo con il soffrire di più e con l’ammalarsi. Per non accettare la sofferenza che fa parte della vita, rinuncia a vivere pienamente la propria esistenza. Entrare in contatto con i vissuti sepolti dietro la corazza della rabbia vuol dire innanzitutto connettersi al corpo come luogo del sentire e non solo come mezzo di scarica di una tensione. Il pianto è l’espressione naturale mediante cui poter accedere al proprio dolore, viverlo. Nel respiro, nelle lacrime, nella pelle. Comprenderlo e integrarlo nella propria storia e nella propria esperienza. Fino ad arrivare ad accettare ciò che è stato e ciò che non può essere più. A dire addio a ciò che è definitivamente perduto. Ed è allora che il dolore si riduce, che si eclissa poco a poco lasciando spazio ad altro.

BIBLIOTERAPIA: IL CASO HARRY POTTER

La biblioterapia è un nuovo approccio psicologico e psicoterapeutico volto alla promozione del benessere psicologico, sociale e culturale. Ma si connota anche come strumento di autoaiuto al di fuori di un contesto terapeutico per ampliare la propria consapevolezza e far fronte a situazioni di disagio.  La biblioterapia è nata nel Novecento negli USA dallo psichiatra Menninger, ma è molto diffusa anche in Europa, soprattutto in Inghilterra. Mentre, in Italia è stata introdotta da poco e non è ancora molto conosciuta.  Dal punto di vista psicoterapeutico, in quali casi risulta efficace? La Biblioterapia è spesso usata in presenza di disturbi d’ansia e di lieve/media depressione, ma anche con i disturbi del comportamento alimentare e disturbi di personalità. Dunque, la lettura può essere utile per dare sollievo in caso di disturbi poco gravi, ma anche in situazioni particolarmente difficili da superare. Come può essere applicata all’esterno del contesto terapeutico? Quando si parla di autoaiuto/autocura, un libro scritto da esperti può diventare un supporto a un momento difficile del lettore stesso. MA nella maggior parte dei casi, invece, si parla di biblioterapia involontaria. Almeno una volta nella vita, ci è successo di sentirci “illuminati” da un libro. Questo capita soprattutto grazie all’attivazione dei cosiddetti neuroni specchio, che permettono di riconoscersi e immedesimarsi in alcuni momenti raccontati.  Vediamo ora un esempio pratico applicato alla saga di Harry Potter L’incantesimo “Expecto Patronum!” (in Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban) consiste nel concentrarsi su un ricordo molto felice, che difende chi lo evoca dai dissennatori. Evocare il ricordo di un’esperienza molto positiva oppure di una figura protettiva potrebbe aiutarci a superare i momenti di difficoltà della nostra quotidianità. Tramite l’Incantesimo Ridiculus (in Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban), il professore di Difesa dalle Arti Oscure (Lupin) ci insegna che quando una situazione/persona ci spaventa, possiamo renderla ridicola e divertente ai nostri occhi. Questo incantesimo in psicologia viene chiamato defusione. Imparando questa pratica, ci ricordiamo che noi non siamo i nostri pensieri e che soprattutto essi non sono la realtà. In questo modo possiamo guardarli con una giusta distanza, considerandoli per quello che sono: “solo” pensieri. Il pensatoio di Silente (in Harry Potter e Il Calice di Fuoco) ci fa riflettere su un esercizio di auto-osservazione. Esso ci consente di rileggere un episodio, focalizzandoci sulle sensazioni, le emozioni e i pensieri spesso inconsapevoli che abbiamo provato in quella data situazione. Questo ci permette di rielaborare le emozioni provate, dar loro un senso e quindi comprendere meglio noi stessi. La pozione di fortuna liquida, bevuta da Ron alla sua prima partita di Quidditch (in Harry Potter e il Principe Mezzosangue), è un esempio del concetto di autoefficacia. Essa non è altro che la percezione di possedere le abilità e le capacità per raggiungere i propri obiettivi. Possedere una buona self-efficacy ci permette di conoscere le nostre debolezze, senza farci sopraffare da queste, ma anzi ci rende consapevoli su cosa dobbiamo migliorare. La pietra della resurrezione può essere considerata una modalità di elaborazione del lutto. Grazie a questo oggetto Harry entra in contatto coi genitori e con il padrino Sirius Black, che lo rassicurano e gli infondono coraggio. Nel momento in cui subiamo un lutto, riuscire a stabilire un contatto spirituale con il proprio caro scomparso può permettere di sentirlo dentro di sè così da riuscire a riacquistare forza e fiducia nelle proprie capacità. Infine, la lettura di questa saga non permette di innescare dei cambiamenti solamente a livello individuale, ma può avere delle ricadute importanti anche a livello sociale. Da una ricerca è emerso che i 7 libri raccontano una storia orientata all’accettazione di gruppi sociali stigmatizzati, favorendo una riduzione del pregiudizio. La scrittrice J.K. Rowling, infatti, grazie alle sue descrizioni umanizza i personaggi fantastici della saga in modo che le persone possano associarli a categorie reali. Da questo esempio si deduce che l’immersione in un libro permette di ragionare e comprendere le diversità così da riuscire ad abbattere i pregiudizi il più possibile. Dalla lettura di queste righe, si evince il grande potere che la lettura e i romanzi hanno su di noi e sulla nostra società. Per questo motivo è molto importante investire tempo ed energie su questo nuovo approccio per renderlo una pratica diffusa anche nel nostro Paese. SITOGRAFIA www.biblioterapia.it www.biblioterapiaitaliana.com www.psychondesk.it www.psiche.santagostino.it