Le emozioni dei bambini in epoca covid

Tra le difficoltà vissute dai bambini, in epoca covid, è da mensionare la sperimentazione della solitudine. Soli ovvero senza amici, soli di fronte ad uno schermo che era sia il loro compagno di giochi, sia di studio. Ad un certo punto gli è stato chiesto di “riprendere”, come se nulla fosse, la routine quotidiana. Ma questi bambini emotivamente come hanno affrontato questi cambiamenti? Una premessa necessaria I bambini hanno sviluppato spesso comportamenti e sentimenti negativi. C’è chi si è chiuso in sé stesso e fa fatica a ricominciare a relazionarsi con gli altri, chi ha paura del contagio, chi ancora sente una profonda aggressività e non riesce a contenere la rabbia che sembra esplodere dentro di sé. Affrontare questi temi con i bambini non è semplice. È necessario mantenere un alto livello di attenzione verso questi segnali. Alcuni comportamenti “comuni” possono in realtà nascondere qualcosa di diverso dal solito. Inoltre, il mantenimento della distanza fisica e le altre accortezze sanitarie, come l’uso della mascherina, non aiutano l’adulto a riconoscere tutte le emozioni, e non aiutano i più giovani a comunicarle.  Ancora una volta chi sta vicino al bambino si vede investito di quest’altro incarico: riconoscere e decodificare la manifestazione di questi stati emotivi. E’ importante saper leggere i messaggi verbali e non verbali per capire le emozioni di paura, tristezza, senso di colpa, rabbia, confusione e ansia. Come reagire di fronte alla  rabbia? Di solito i ragazzi vengono sgridati e puniti. In questo momento storico questa modalità non è supportiva e tende a peggiorare la situazione. Bisogna aiutarli a calmarsi con parole semplici, cercare di distrarli, trovare uno spazio per parlare insieme, comprendere il loro stato d’animo e il loro vissuto. L’adulto deve far sentire la sua presenza, far capire che è lì per supportare. Noia Per cercare di superare la noia e ritrovare sicurezza, molti bambini ricercano spontaneamente ritualità o routine già vissute nel precedente lockdown (giochi, canzoni, letture).Ttrovano in questo modo una cornice di riferimento per gestire la situazione. Si tratta di strategie di adattamento. L’adulto, deve affrontare la noia spiegando perché sono in vigore queste limitazioni, chiarendo che le indicazioni sono state date da esperti sanitari e che sono importanti per la salute di tutti noi. Si possono suggerire attività come ad esempio giochi di società Dolore e tristezza Non tutti riescono ad esprimere il dolore attraverso la verbalizzazione. Succede, ad esempio, che bambini e ragazzi perdano subito la pazienza, siano particolarmente nervosi e permalosi, facciano fatica a concentrarsi.  Può succedere di assistere a regressioni come l’utilizzo di giochi del passato o il riemergere di comportamenti di una vecchia situazione critica che sembrava sorpassata. Come si affronta il dolore? Bisogna comunicare ai ragazzi che insieme si può affrontare qualunque cosa e che il dolore è circoscritto all’interno di un limite temporale. Spesso emerge stanchezza, affaticamento, difficoltà nelle interazioni sociali, si osserva una netta tendenza all’isolamento. Come si manifestano? Restando continuamente sul letto, sul divano, o attraverso un senso di svogliatezza e di non saper come occupare il tempo. Disturbi del sonno e dell’appetito Le emozioni che abbiamo sinora descritto possono celarsi anche dietro alcuni comportamenti come difficoltà a prendere sonno, ipersonnia,perdita dell’appetito o il suo contrario, mangiare in modo consolatorio. Cosa può fare l’adulto per ristabilire i giusti ritmi ed equilibri? Per quanto riguarda il sonno, può essere d’aiuto mantenere alcune ritualità nei momenti prima dell’addormentamento, a partire dal rispetto dell’orario previsto per coricarsi. Anche per cercare di risolvere i problemi con l’alimentazione può essere d’aiuto ricreare delle routine: condividere la preparazione dei pasti (fare insieme la pizza, le torte, i biscotti), dare delle regole di alimentazione. Ascoltare con tutti i sensi La funzione dell’adulto in questo momento è fondamentale per trovare strategie per comprendere il malessere dei più piccoli e riuscire a far sì che li esprimano. In qualsiasi situazione è importante ascoltare le parole ma anche i silenzi, e dedicare grande attenzione al linguaggio non verbale.

Il rapporto con il cibo e le diverse problematiche esistenti

Disturbi alimentari in adolescenza L’adolescenza è un periodo davvero complicato, un periodo nel quale possono emergere diverse patologie. L’attenzione per l’estetica è fondamentale in adolescenza ed oggi i media rimandano l’importanza della magrezza e della bellezza come aspetto di vita fondamentale. Unificarsi al gruppo, essere come gli altri rassicura la propria identità che è in formazione in questa fase di vita. I disturbi alimentari spesso emergono in adolescenza proprio per questi motivi. Binge eating disorder L’anoressia o la bulimia sono affiancate ormai da tempo al disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder). Quest’ultimo consiste in abbuffate ricorrenti e compulsive che suscitano sofferenza e disagio. L’abbuffata ha un significato psicologico simbolico: si cerca tramite il cibo di riempire un vuoto emotivo. Il cibo ha sempre rappresentato per la psicoanalisi il maggior veicolo d’amore soprattutto nella relazione con il cargiver quando si è bambini. Come sono le personalità che soffrono di disturbi alimentari Spesso la personalità che soffre di anoressia nervosa è caratterizzata da un pensiero ossessivo e rigido ed una tendenza al perfezionismo. Spesso, infatti, le persone che hanno una diagnosi di anoressia nervosa sono molto bravi a scuola o nel lavoro, negli sport e appaiono molto competitivi. Il controllo del cibo dà l’illusione di controllare la propria vita e le emozioni che spesso non si riescono a controllare. La personalità che soffre di bulimia nervosa, invece, appare più impulsiva ed instabile emotivamente. I pazienti che soffrono di binge eating disorder sembrano, invece, più insicuri e timidi, impulsivi e irascibili. La psicoterapia per i disturbi alimentari Spesso questi disturbi alimentari diventano talmente gravi che gli approcci devono essere per forza multidisciplinari. Lo psicoterapeuta deve cercare di capire le cause di questi comportamenti e non focalizzare la terapia sul disordine alimentare, lasciando al nutrizionista e agli altri specialisti tale tematica. L’aspetto medico è fondamentale visto che purtroppo si può arrivare a gravi disturbi fisici, al ricovero e in alcuni casi perfino alla morte. La psicoterapia spesso coinvolge i familiari, soprattutto se si tratta di adolescenti o bambini. A volte attraverso comportamenti disfunzionali con il cibo, i bambini vogliono comunicare ai genitori qualcosa che a parole non sanno dire. È importante, quindi, lavorare sulla famiglia e comprendere cosa stia avvenendo.

Perseverare in mancanza di risultati: perché si fa?

Perseverare è un’azione che spesso indica costanza e impegno. Tuttavia, a volte, può risultare non utile perseverare. Quante volte è capitato di pensare “faccio sempre lo stesso errore!” e quante volte, nonostante si abbiano chiari gli obiettivi, ci si continua ad impigliare nelle stesse azioni che non producono i risultati sperati? Perché perseveriamo? E cosa comporta farlo? possiamo mettere in atto sempre le stesse azioni perché abbiamo imparato a seguire regole e, questo, ci può far diventare insensibili alle esperienze dirette. Quando il nostro apprendimento si basa su regole (ad esempio: “se studi, diventi bravo”), siamo portati a seguirla a prescindere da ciò che sperimentiamo nella realtà. Qual è il costo? Chi impara a regolare il proprio comportamento attraverso l’esperienza diretta, riesce ad adattarsi più velocemente ai cambiamenti; chi lo fa attraverso regole, avrà più difficoltà ad adeguarsi. La sofferenza psicologica a volte dipende proprio dal processo attraverso cui generiamo regole in cui rimaniamo impigliati. esistono diversi modi di aderire alle regole che possono condurre a perseverare, pur non essendoci i risultati sperati. Alcune regole vengono seguite perché derivano dalla nostra storia di apprendimento. Pensiamo ad esempio che il comportamento di guardare la strada prima di attraversarla deriva da quello che dicevano i nostri genitori e non dalla nostra esperienza diretta. Dunque, in alcuni casi, è un vantaggio tenere in considerazione l’esperienza di un adulto per non incorrere in rischi. Perseverare in mancanza di risultati, quando si segue una regola, può tuttavia mantenere comportamenti evitanti e causare insensibilità al contesto circostante. Pensiamo ai casi in cui tendiamo a ricadere negli stessi comportamenti, anche se l’esperienza ci mostra che probabilmente dovremmo modificare qualcosa. Se penso che “devo essere una persona di successo per essere accettato”, metterò in luce solo i comportamenti che seguono quella regola. Se fallisco, penserò di non valere nulla, senza dare attenzione ad altri elementi presenti nel mio contesto di vita. Qui, spesso, si nasconde il nucleo di comportamenti psicopatologici. Cosa vuol dire? Vuol dire che non siamo più attenti a cogliere gli aspetti della realtà che ci circonda, ma siamo legati ad una regola che ci immobilizza in un circolo vizioso e in abitudini malsane.

Dalle “scuole speciali” ai “bambini speciali”: evoluzione di un pregiudizio

di Francesca Guglielmetti C’ è stato un tempo in cui la disabilitá a scuola praticamente non esisteva non perché non ci fossero disabili ma, semplicemente, perché ci mancavano le parole per definirli e, dunque, per pensarli. Era l’epoca in cui la diversità veniva trattata utilizzando categorie (anche linguistiche) generiche e spesso, se guardate con la sensibilità odierna, giudicanti. Non c’era però accanimento, né “cattiveria” ma solo impreparazione. Era l’epoca in cui si cercava di fare qualcosa adattando le risorse a disposizione con i bisogni di cui si iniziava ad avere consapevolezza. È su queste basi che poggiava la legge n. 1859 del 1962 la quale stabiliva che si potessero istituire le “classi differenziali per gli alunni disadattati scolastici”. Cinque anni dopo (DPR n. 1518 del 22 dicembre 1967) vennero istituite le scuole definite “speciali” ossia degli istituti in grado di rispondere alle necessità di “soggetti che presentano anomalie o anormalità somato-psichiche che non consentono la regolare frequenza nelle scuole comuni e che abbisognano di particolare trattamento e assistenza medico-didattica”. Per gli altri, ossia “i soggetti ipodotati intellettuali non gravi, disadattati ambientali, o soggetti con anomalie del comportamento, per i quali possa prevedersi il reinserimento nella scuola comune” si manteneva l’inserimento nelle “classi differenziali”. Bisogna attendere 10 anni per assistere ad un cambio di passo sia dialettico che normativo. Nel 1977 infatti grazie alla Legge 517 la scuola italiana dava vita ad un modello di integrazione scolastica su cui si sarebbero basate tutte le norme future. La legge mirava a superare le logiche dell’esclusione e dell’educazione separata e da allora non ha arretrato di un millimetro rispetto a questa necessità. È a questa legge che si deve l’istituzione di una figura professionale unica: L’insegnante per le attività di sostegno. Ecco ora occorre chiarire e chiarirci. L’insegnante per le attività di sostegno (lo so la dizione è lunga ma ci aiuta a capire bene di cosa stiamo parlando) è un insegnante specializzato assegnato alla classe dell’alunno con disabilità, suo compito è rispondere alle maggiori necessità educative richieste dalla presenza di un alunno con disabilità. L’insegnante per le attività di sostegno non è dunque “l’insegnante dell’alunno disabile”. A sua volta l’alunno con disabilità è un alunno a tutti gli effetti e non “l’alunno dell’insegnante di sostegno”, non è “speciale” ma ha sicuramente dei “bisogni speciali” di cui bisogna occuparsi. Chiamare gli alunni disabili “bimbi speciali” ci fa tornare indietro di molti anni, elimina le conquiste fin qui raggiunte e fa ricomparire il pre-giudizio di cui stavamo cercando di liberarci: considerare chi porta con sé una diversità come impossibile da integrare o, meglio, da includere all’ interno di una classe. Alla stringitura dei sacchi la disabilità, continua a mettere a disagio. Dinanzi a questo disagio si attiva spesso un meccanismo apparentemente benevolo ma in realtà divisivo: l’alunno da disabile diviene speciale e necessita di un “suo” insegnante, altrettanto speciale. Abolite le scuole e le classi speciali l’esclusione entra in classe assumendo forme ambigue, occulte e solo apparentemente accoglienti. Come uscirne? Dando un nome alle cose senza aver paura delle parole, chiamando con il nome corretto la disabilità dell’alunno e rendendola nota anche agli altri alunni, chiarendo quali sono le sue necessità ma anche i suoi limiti e le sue difficoltà accettando insomma la sfida senza cercare vanamente di rendere tutti uguali o, peggio, fingendo che tutti siano uguali ma accettando l’imperfetta unicità che la disabilità ci impone di guardare.

L’AI incontra la Psicologia: l’Intelligenza Artificiale Emotiva

psicologia-ai-intelligenza-artificiale

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia è ormai parte integrante delle nostre vite e, complice la pandemia, si sta progressivamente sostituendo ai tradizionali canali di comunicazione e relazione face to face. Tuttavia, il distanziamento fisico e la cosiddetta “skin hunger” ci hanno fatto riscoprire l’importanza del contatto umano e di un valore più emozionale dei rapporti interpersonali. Ci troviamo di fronte ad uno strano paradosso: mentre gli individui sono proiettati in una dimensione sempre più egocentrica, le macchine, in una spasmodica corsa all’innovazione, stanno diventando sempre più empatiche. Sempre più aziende si stanno dotando di tecnologie digitali in grado di creare connessioni emotive con il pubblico di riferimento per rendere l’esperienza di acquisto o di consumo più reale, immersiva e soddisfacente. Uno degli strumenti più utilizzati per raggiungere questo scopo è l’Intelligenza Artificiale (AI): un computer in grado di riprodurre il funzionamento dell’intero pensiero umano e agire di conseguenza in maniera autonoma. L’intelligenza artificiale emotiva Al fine di creare un legame efficace con il pubblico, l’Intelligenza Artificiale non solo deve comportarsi come la mente umana, ma deve comprendere la psicologia dell’utente. Nasce così l’Intelligenza Artificiale Emotiva: una nuova frontiera dell’AI che rende la tecnologia capace di riconoscere le emozioni e i sentimenti degli utenti attraverso l’analisi delle espressioni facciali e del linguaggio del corpo (ma non solo).Lo scopo di questo ambizioso progetto è quello di dotare le macchine di intelligenza emotiva, ovvero la capacità di comprendere e interpretare lo stato d’animo dell’interlocutore e di adattare coerentemente il proprio comportamento. Comprendere e codificare sentimenti ed emozioni L’AI Emotiva ragiona attraverso il “calcolo affettivo“, termine coniato dalla prof.ssa Rosalind Picard della MIT University già nel lontato 1995. Tale processo è il risultato di studi interdisciplinari che combinano psicologia, scienze cognitive e informatica per comprendere, misurare e analizzare le emozioni umane tramite parametri biometrici e fisiologici. Le tecniche utilizzate dall’Intelligenza Artificiale per riconoscere gli stati d’animo spaziano dall’analisi delle espressioni del volto, del linguaggio del corpo e dei modelli vocali; all’analisi del linguaggio online, corredato di elementi multimediali quali emoji, immagini e video; fino alla misurazione di dati biometrici: temperatura corporea, respirazione, attività muscolare e attività cerebrale. Il progresso tecnologico ci mette dinanzi ad infinite possibilità, è importante però riflettere anche su quelli che sono i limiti di questo strumento. Il percorso di codifica e comprensione delle emozioni e dei sentimenti umani è complesso e non sempre lineare perché prende in esame aspetti etnici, antropologici e socioculturali che, se non considerati, possono generare bias cognitivi. L’auspicio è quello di guardare all’Intelligenza Artificiale Emotiva come un potente strumento da tenere nella cassetta degli attrezzi e da utilizzare con consapevolezza in molteplici ambiti, primo tra tutti la psicologia.

L’autostima è utile per essere positivi o negativi

autostima

L’autostima è un concetto psicologico su cui sono stati effettuati numerosi studi per comprenderne bene le diverse sfaccettature. L’autostima positiva è considerata il fattore centrale di un buon adattamento socio-emozionale. Avere una buona autostima ci rende più sicuri, più felici, più desiderabili e ci aiuta a rispondere adeguatamente alle sfide della vita. Tuttavia non possiamo essere certi che un’alta autostima sia la causa di una buona performance, o che sia vero il contrario, cioè che una buona performance sia la causa di un’alta autostima. La causalità operi in entrambe le direzioni: l’impressione che uno ha sulla propria performance influenza le proprie autovalutazioni e le convinzioni che un individuo ha su sé stesso hanno un impatto sulla sua performance. In altre parole la considerazione di se può essere sia causa sia effetto di un buono o cattivo funzionamento in aree specifiche della personalità. L’autostima non è un riflesso delle capacità delle persone. Le persone con alta autostima non sono necessariamente più dotate (intelligenti, competenti) di quelle con bassa. Quello che le distingue sono le loro convinzioni sulle proprie capacità, il loro atteggiamento rispetto alle prove della vita, le loro reazioni ai successi/fallimenti. Coloro che hanno alta autostima tendono ad essere ottimiste e riescono a gestire gli eventi negativi con serenità; le persone con scarsa considerazione tendono ad essere pessimiste e non sfruttano le loro potenzialità per far fronte agli eventi negativi. Le persone con alta autostima prima di intraprendere ogni attività, risolvere un problema, appaiono in genere sicure di sé e sono convinte di avere buone probabilità di successo. Spesso hanno alle spalle una storia di successi che alimentano le rosee aspettative e anche quando in passato sono incappati in qualche delusione, tendono a pensare che “stavolta andrà bene”. Per questi soggetti le situazioni e le prove difficili risultano stimolanti, sono una sfida da raccogliere per dimostrare a loro stessi e agli altri che sono in gamba. Le persone con bassa autostima si trovano nella situazione opposta: prima di ogni prova, si sentono ansiose e preoccupate, vorrebbero tanto “darsela a gambe”. Hanno molti dubbi sull’esito dei loro sforzi, non hanno fiducia nelle loro capacità, e l’esperienza passata non gli suggerisce pronostici favorevoli. Si raffigurano già il momento in cui dovranno fare i conti con l’ennesimo fallimento. Essi non vedono le prove come stimolanti sfide, ma come occasioni in cui rischiano di dimostrare di non essere abbastanza capaci e intelligenti. Dati questi timori non aspirano a conseguimenti eccezionali. A loro basterebbe non fare una figuraccia, rientrare nella media, non risultare troppo inadeguati. I conseguimenti delle persone con alta autostima saranno ben più numerosi ed elevati di quelli delle persone con bassa autostima a causa del grado di impegno e persistenza che mettono negli obiettivi che si prefiggono. Le persone con alta autostima pur essendo soddisfatte di sé spesso lavorano sodo per migliorare le loro aree di debolezza. Le persone con bassa autostima, “dando per persa la partita”, tendono ad impegnarsi poco e ad essere sopraffatte dall’ansia.

LA RELAZIONE MADRE-BAMBINO: la base della propria conoscenza e della formazione del sé

di Cinzia Iole Gemma L’importanza del legame che si instaura, fin dalla nascita, tra il bambino e chi si occupa di lui con continuità e amore è ormai riconosciuta. Il rapporto genitore-figlio, e più nello specifico madre-bambino, costituisce una delle premesse essenziali per tutte le relazioni che l’individuo andrà a stringere da bambino e da adulto con i membri della propria famiglia e con altri significativi nella sua vita. Attraverso la relazione con i genitori, e in particolare modo con la madre, il bambino impara a riconoscersi come individuo unico e a dare significato ai propri comportamenti, a quelli degli altri e in generale al mondo che lo circonda. Se il bambino avrà una base sicura a cui appoggiarsi allora sarà più stimolato a sperimentare ed esprimere le sue possibilità creative. Così anche per la stessa intelligenza, che appare sin dall’inizio legata alla vita affettiva; ogni bambino nasce dotato di un patrimonio genetico: lo sviluppo, però, delle sue potenzialità fisiche, intellettuali ed affettive dipendono dal rapporto che il bambino stesso stabilisce con le persone che si prendono cura di lui. Dopo la nascita, per almeno i primi sei mesi, il bambino continua a non percepire la madre come un’entità separata, ma piuttosto come un insieme di sensazioni prodotte da sé. E’ possibile quindi che le sensazioni corporee e i mutamenti fisiologici possano costituire una modalità attraverso la quale il bambino ristabilisce la presenza della madre quando questa è assente (Trombini, 1994). Una presenza materna adeguata è pertanto indispensabile per il conseguimento di un sano sviluppo della percezione di sé come corpo, oltre al raggiungimento di un valido equilibrio psicosomatico (Winnicott, 1989). Perciò non possiamo considerare il bambino a prescindere dalla madre, senza l’intimità e le cure costanti della figura parentale. A partire dagli anni Settanta, gli studi sullo sviluppo del bambino hanno focalizzato la loro attenzione all’interno degli scambi interattivi della diade, dove si sviluppano le abilità sociali, cognitive e linguistiche del bambino stesso. Alla nascita il bambino, possiede una predisposizione innata al comportamento sociale che può essere:– Strutturale: l’insieme di meccanismi di origine endogena con cui entrare in rapporto con la persona che si prende cura del bambino (es: apparato orale per la suzione).– Funzionale: comporta la presenza di un comportamento spontaneo e attivo, pre-programmato secondo una struttura ritmica endogena che si modula su eventi esterni (organizzazione temporale dei ritmi di suzione). La madre compie una serie di gesti e attività che costituiscono una “cornice” in cui il piccolo sviluppa le sue abilità e competenze, passando così da uno stato di apparente passività ad un ruolo sempre più attivo nella relazione. Il comportamento materno con il suo fluire continuo, con il rispetto dei ritmi attività- pausa, con l’alternanza del turno nella vocalizzazione fornisce la prima esperienza della struttura di base della comunicazione e attraverso questi primi dialoghi il bambino acquisisce in modo graduale le nozioni di intenzionalità e reciprocità. Nei primi mesi è la madre che dà significato ai comportamenti del bambino considerandoli come “segnali” del suo stato di bisogno (es. il pianto, il riso, smorfie); la madre tratta il bambino “come se” fosse in grado di comunicare intenzionalmente. Successivamente il bambino si renderà conto che il suo comportamento ha un valore comunicativo e può essere usato per influenzare gli altri in questo modo viene a crearsi una reciprocità, intesa come il ruolo degli interlocutori in una sequenza interattiva, ed è acquisita quando il bambino è in grado di sostenere all’interno della comunicazione un ruolo pari a quello dell’adulto, inizialmente, infatti, i dialoghi sono unidirezionali ma alla fine del primo anno, quando il bambino assume un ruolo attivo, diventano bidirezionali (Camaioni, Di Blasio, 2007). Intenzionalità e reciprocità sono i pre-requisiti della comunicazione linguistica che per essere tale deve risultare intenzionale e deve avvenire sotto forma di dialogo e di scambio tra due interlocutori. Il bambino comunica intenzionalmente quando inizia ad utilizzare il gesto dell’indicare ed è in grado di attribuire all’altro la capacità di comprendere la sua intenzione e la volontà di soddisfarla, inoltre le esperienze di interazione devono avere infatti, regolarità, stabilità, e continuità. Il bambino, per sviluppare le sue abilità mentali, necessita della mente della madre (o di un altro adulto che si prende cura) in modo che condivida con lui le esperienze, attribuendo significati e ordine. Se le esperienze di interazione risultano discontinue, frettolose, e la madre è poco disponibile, queste impediscono al bambino di sperimentare il piacere del contatto fisico, vocale e visivo; il bambino entra in contatto con stimolazioni improvvise, non organizzate, troppo differenti e ha difficoltà ad organizzarle, a dare un senso e a costruirsi una trama di esperienze piacevoli da cui partire per stabilire un contatto positivo con il mondo. Questo concetto viene definito con il termine di responsiveness (comprensività, sensibilità, empatia) e comprende le risposte contingenti e pronte dei genitori ai comportamenti del bambino, influenzandone lo sviluppo mentale e sociale (Genta, 2000). Tutto questo percorso di costruzione del sé in un contesto interattivo, dalle prime regolazioni corporee fino agli stili relazionali adulti, è chiamato “processo di attaccamento” (Siegel, 2001). Tra madre e bambino si instaura un “allineamento di stati emotivi”, una sintonizzazione che rispetta i tempi con il sé e con gli altri (Trevarthen, 1993). Genitori invece non responsivi e inadeguati nei tempi e nelle risposte rispetto ai bisogni del bambino, contribuiscono alla formazione di un attaccamento insicuro/ambivalente. Infine i genitori che incutono paura o che sono loro stessi spaventati possono produrre uno stile di attaccamento disorientato/disorganizzato. La relazione fa dunque da cornice allo sviluppo mentale e ciò che attiva e regola sono le interazioni affettive. Se si verificano delle alterazioni alle predisposizioni del bambino e a quelle del genitore, lo scambio interattivo può subire notevoli modificazioni che porteranno ad alterazioni nella relazione e nell’attivazione della reciprocità, dell’intenzionalità e, quindi, nelle acquisizioni mentali e cerebrali ad esse connesse. BibliografiaAttili, G., Vermigli, P. (2002). Attaccamento insicuro della madre, temperamento difficile del bambino e costruzione della relazione madre-figlio. Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, (pp. 29-41).Camaioni, L. (1996). La prima infanzia. Bologna: Il Mulino.Camaioni,

Il vuoto esistenziale emerso con la pandemia

In questo periodo di pandemia molte persone lamentano una sensazione di vuoto e di non trovare un senso nella propria vita. Porsi domande sul senso della vita è esperienza comune ma talvolta può assumere un rilievo centrale ed accompagnarsi a stati di malessere. Quando la ricerca di senso si riveste di angoscia, possono insorgere vissuti depressivi e una sensazione di vuoto esistenziale. Ogni cosa, dentro e fuori di sé, può apparire inutile, insignificante, estranea. “Che senso ha tutto questo, perchè dobbiamo vivere? Vivo le mie giornate con molta fatica, mi costringo ad andare avanti ma poi mi chiedo: perchè? Prima credevo in quello che facevo, forse neppure mi ponevo il problema. Adesso non lo so… mi sembra di guardare la vita scorrere attraverso un vetro ma io sono immobile, distante. Lontano da tutto”. Racconti come questo sono sempre più diffusi tra le persone che arrivano in terapia. La pandemia, a vari livelli, sta mettendo tutti a dura prova. Vi è un mondo esterno, caotico e complesso, che facciamo fatica a riconoscere. Con la presenza del virus, la minaccia di malattia e morte, e con la perdita della vita che conducevamo. E vi è un mondo interno, spesso poco conosciuto, vissuto a sua volta come minaccioso. Navighiamo in acque straniere e insidiose. C’è paura, rabbia, ansia, dolore, lutto. Smarrimento. Vuoto. Da dove viene questa sensazione di vuoto? Il venir meno della struttura e dei punti di riferimento che avevamo costruito, degli appoggi esterni garantiti dalle attività che prima della pandemia organizzavano freneticamente le nostre giornate, ha determinato un vuoto per molti insostenibile. Si tratta di un’esperienza che spaventa, perché confronta con se stessi, con le proprie fragilità e la propria solitudine. Con le insicurezze e i conflitti più nascosti. Con quanto di irrisolto c’è nella propria vita. La pandemia ci sta ponendo di fronte all’incertezza e ai limiti della natura umana e di fronte alla necessità di entrare in contatto con la realtà, esterna e interna, senza le forme di evitamento abituali. La società moderna, che tende a colmare ogni spazio vuoto, valorizzando la produttività e il fare a scapito del sentire, e l’immagine a scapito dell’essere, svaluta l’importanza del vuoto considerandolo inutile, sterile. Ostenta la ricerca di una felicità che si realizza nel possesso e consumo di oggetti e nella conquista di potere, sminuendo l’autenticità della vita emotiva, con i suoi numerosi volti e le sue funzioni naturali. La cultura narcisistica in cui viviamo alimenta l’emulazione di modelli ‘vincenti’ e l’illusione onnipotente di invulnerabilità e certezze assolute. Non offre strumenti adeguati per costruire un sé coeso, in grado di riconoscere e affrontare la realtà, con la sua imprevedibilità e le sue ambivalenze e con le capacità e i limiti che ciascuno possiede. Al contrario, promuove l’alienazione, attraverso la negazione di bisogni ed emozioni naturali. Ostacola lo sviluppo del sentimento grazie al quale il noi possa prevalere sull’io e di un senso di appartenza verso la comunità più ampia. Lasciando perlopiù impotenti e ‘soli’ dinanzi alla sofferenza che fa parte della vita e alla necessità, in questo momento forte più che mai, di ascoltarsi e saper chiedere aiuto. Il ruolo della psicoterapia e il vuoto fertile La psicoterapia sostiene il difficile confronto con la dimensione depressiva, che la pandemia sollecita, e l’abbandono dell’onnipotenza, verso la scoperta di un sé più vero. La trasformazione del vuoto sterile in vuoto fertile diventa fondamentale per la formazione del senso della propria soggettività e della propria esistenza. Comporta la capacità di tollerare il nulla e la noia, l’emozione più difficile da sopportare, la più temuta, proprio perché vuota. Secondo Eric Berne, infatti, l’essere umano cerca a tutti i costi di eluderla strutturando il suo tempo in ogni modo possibile. Tuttavia, è dal punto zero del vuoto fertile, dell’assenza di struttura, che può compiersi l’atto creativo da cui emergono spontaneamente, e senza sforzo, la forma e il senso della propria esistenza. Non come adesione ad aspettative esterne, non come qualcosa di rigido e precostituito. Né come il prodotto dei processi di intellettualizzazione. Ma come puro sentire che diventa consapevolezza ed espressione del proprio essere nel mondo e della parte più profonda di sé.

L’EMERGENZA CLIMATICA: TIME TO CHANGE

Il contributo che ciascuno di noi può dare alla soluzione dell’emergenza climatica viene abitualmente sottostimato. Tutti noi, anche se non sempre ne siamo consapevoli, possiamo contribuire a un cambiamento positivo in ambito ambientale nei nostri molteplici ruoli, ovvero come consumatori rendendo gli stili di vita e di consumo più sostenibili, come cittadini con un impegno attivo e il volontariato, come elettori tramite il voto a partiti con programmi Green, come risparmiatori attraverso la scelta di investimenti responsabili, come donatori sostenendo le associazioni ambientaliste e come genitori tramite l’educazione ai figli. La rappresentazione mediatica dei problemi ambientali oggi è centrata sulle EMERGENZE.  Questo induce un allarme crescente per lo stato dell’ambiente, rischiando di generare un senso di impotenza, rassegnazione e passività. Ad oggi purtroppo si parla molto di effetti, ma non delle cause e ancor meno delle possibili soluzioni. Alla preoccupazione per l’emergenza climatica si è associata una lenta, ma crescente disponibilità ad accettare modifiche dello stile di vita. Il ruolo della comunicazione sociale è fondamentale per informare fasce ampie di popolazione, soprattutto per far conoscere i piccoli gesti quotidiani che ognuno di noi può mettere in atto per salvaguardare il pianeta.  Una comunicazione sociale è efficace quando produce una modifica dei comportamenti in modo stabile e non temporaneo. Esistono diverse teorie psicologiche, utili per spiegare come avviene un cambiamento comportamentale e quali sono le variabili che agiscono sulla motivazione a cambiare. I due più importanti vengono spiegati qui sotto. SELF-EFFICACY MODEL (Bandura)  Secondo tale modello, la decisione a mettere in atto un comportamento dipende dalla convinzione che le persone hanno circa la propria capacità di mettere in atto le sequenze di azioni necessarie per perseguire il risultato desiderato. HEALTH BELIEF MODEL (Becker) Secondo questo modello, un individuo capirà di dover cambiare una determinata situazione se si verificano le seguenti condizioni: Crede che il problema lo coinvolga direttamente: in questo caso si parla di suscettibilità percepita Pensa che il problema possa avere conseguenze gravi per la sua salute e il suo benessere: qui ci si riferisce alla  gravità percepita Crede che il comportamento preventivo possa ridurre la minaccia e portare conseguenze positive: in questo caso di parla di benefici percepiti Pensa che i costi psicologici e/o economici da sostenere siano minori rispetto ai benefici che trarrà: cioè i limiti percepiti In conclusione, dai due modelli presentati possiamo identificare alcune regole che rendono efficace una comunicazione sociale:   Sottolineare la prossimità del problema nel tempo e nello spazio: il problema deve essere rappresentato come prossimo e non collocato in un futuro distante  Presentare la soluzione, non solo il problema: quanto più il problema viene descritto come grave/drammatico tanto più deve essere affiancato dalla proposta di soluzioni credibili e praticabili; le persone, soprattutto i giovani, apprezzano i messaggi focalizzati sull’efficacia delle soluzioni piuttosto che sulla gravità dei problemi. In assenza di soluzioni adeguate, la proposta di scenari catastrofici induce solamente reazioni di negazione e/o di rimozione. Valorizzare il contributo personale: per contrastare il senso di inefficacia è importante dare alle persone la sensazione di poter agire  Dare visibilità ai risultati positivi ottenuti: bisogna da una parte il senso di efficacia, dall’altra l’orgoglio di quello che si è fatto Associare la sostenibilità ad un incremento di benessere e di qualità della vita: le scelte di sostenibilità vengono troppo spesso associata a una prospettiva di privazioni, rinunce e sacrifici. È importante mettere in luce i vantaggi che la sostenibilità comporta non solo per l’ambiente, ma anche in termini di salute, benessere e qualità della vita Dare il buon esempio: dare esempi concreti di comportamenti sostenibili e di risultati raggiunti Dare visibilità alle buone pratiche: potrebbe essere efficace rendere visibili le scelte sostenibili prese da parte di amministrazioni locali, piccoli grandi e imprese, associazioni, singoli individui; tutto questo nell’ottica di offrire spunti per agire. Rafforzare il senso di un impegno comune: sottolineare che tutti noi siamo impegnati nella lotta contro l’emergenza climatica  Comunicazione di senso positivo: deve allertare sui rischi, ma allo stesso tempo rafforzare la fiducia nella possibilità di poter invertire la tendenza. BIBLIOGRAFIA Bandura, A. (1978). Reflections on self-efficacy. Advances in Behaviour Research and Therapy, 1(4) 237-269.  Becker, M. H., & Maiman, L. A. (1975). Sociobehavioral determinants of compliance with health and medical care recommendations. Medical Care, 13(1), 10-24.  Becker, M. H., Maiman, L. A., Kirscht, J. P., Haefner, D. P., & Drachman, R. H. (1977). The health belief model and prediction of dietary compliance: A field experiment. Journal of Health and Social Behavior, 348-366.  Fattori, G. (2020). Manuale di marketing sociale per la salute e per l’ambiente. Non solo saponette. Cultura e Salute Editore Perugia

BURNOUT PANDEMICO

Il lockdown, intervallato dai continui cambi-colore delle regioni, continua a metterci a dura prova, facendoci sentire sempre più impotenti.   Il “burnout pandemico” è quel mix di angoscia, sconforto e frustrazione che, nell’esperienza della pandemia da Covid-19, possiamo provare restando a casa. Si chiama burnout pandemico ed è l’ennesimo brutto regalo di questa pandemia. Gli esperti hanno dato diversi nomi all’aumento dei livelli di stress che sta interessando milioni di lavoratori a causa dell’emergenza sanitaria.  Il New York Times ha addirittura coniato il termine “pandemic wall”, muro pandemico, per indicare uno scoglio psicologico insuperabile mentre in generale si parla di “burnout pandemico” per definire l’esaurimento nervoso legato all’isolamento, all’iperconnessione per motivi di lavoro e ai ridotti scambi sociali.  Non sorprende come milioni di persone, del resto, hanno trascorso più di un anno rimanendo in casa, evitando amici e familiari, astenendosi dal viaggiare e dal mangiare al ristorante, vivendo o ascoltando notizie drammatiche ogni giorno. Il tutto mantenendo lo stesso ritmo di lavoro magari occupandosi dei bambini 24 ore su 24 tra scuole e asili chiusi.  Dopo il lockdown eravamo tutti convinti che la situazione sarebbe migliorata, anche grazie all’arrivo dei vaccini.  In seguito, abbiamo iniziato a riappropriarci delle nostre vite, fra uscite, incontri con gli amici che non vedevamo da tempo e con i familiari. Poi però tutto è cambiato di nuovo. Il riacutizzarsi dei contagi, la corsa ai tamponi, i tanti positivi hanno generato la paura che gli sforzi fatti fino ad ora siano stati del tutto inutili. Nuovi decreti e norme hanno cambiato ancora una volta le carte in tavola. Il risultato? Smarrimento e confusione, con la sensazione di non riuscire più a tenere il passo e a reagire, in particolare dal punto di vista emotivo.  Come accade per il bornout sentiamo che l’ultima goccia ha fatto traboccare il vaso. D’altronde questo termine inglese deriva dell’espressione “to burn out”, che significa “bruciarsi, esaurirsi”. Indica dunque uno stato di esaurimento emotivo, fisico e mentale. Come capiamo di aver raggiunto l’esaurimento pandemico? Se ci sentiamo inermi, spossati e troviamo davvero difficile prenderci cura di noi stessi, allora significa che probabilmente dobbiamo guardare in faccia il nostro burnout pandemico. Annebbiamento dei pensieri, ansia e tachicardia sono alcune delle conseguenze più diffuse. come superarlo? Per abbattere il muro pandemico, è fondamentale ricordare che quello che proviamo ora non è una condizione che riguarda soltanto noi o il nostro comportamento, è una situazione che riguarda e influenza tutti noi, nessuno escluso, causato dalla pandemia.   Perciò, accantoniamo il senso di colpevolizzazione e facciamo quel che di buono possiamo, trovando ciò che è meglio per noi, per cercare scrollarci di dosso il senso di impotenza e di frustrazione, senza trascurare i segnali che il nostro corpo e la nostra mente ci inviano. Manteniamoci sani e restiamo fiduciosi.