Il potere dell’Antifragilità

di Francesca Di Bernardo L’ Antifragilità è un concetto introdotto da Nassim Nicholas Taleb che significa ottenere benefici e vantaggi dalle difficoltà. Il punto di partenza di Taleb è riconoscere che il contrario di Fragilità, il cui significato indica l’essere danneggiati dalle circostanze difficili, non é la Robustezza (o Resistenza) che denota il non esserne influenzati , ma l’Antifragilitá, ovvero il riuscire ad ottenerne dei benefici. Si tratta della possibilità non solo di resistere alle sfide e agli ostacoli della vita (Resilienza) ma di diventare persone migliori attraverso le difficoltà. “L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora” Un altro punto importante messo in luce da Taleb é l’importanza di una certa quantità di caos e di disordine come generatori di vita. Dal caos e dal disordine, infatti, si possono generare nuove scoperte ed aprire nuovi sentieri, che a livello personale si traducono in nuove capacità e potenzialità, che a loro volta portano ad una maggiore sicurezza. Al contrario, quando si resta intrappolati nell’eccesso di controllo, ciò che si produce è immobilità e stagnazione (mancanza di sviluppo) e questo, a sua volta, genera maggiore insicurezza a livello personale e sociale. In questo senso, la riflessione di Taleb ricorda anche la citazione di Nietzsche “Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante”, che sottolinea l’importanza di abbracciare le difficoltà e del governare il caos ed utilizzarlo per diventare sé stessi . Ogni persona ha dentro di sé le risorse per riuscire ad ottenere vantaggi dal dolore e dal disordine perché le circostanze complesse spingono a trovare nuove soluzioni, ad agire e a maturare, sviluppando le risorse che permettano di attraversare ed uscire dai tunnel che ci si trova ad attraversare. È per questo che quella che oggi è una Difficoltà può diventare ed essere Forza, può generare opportunità ed arricchimento. Perché è rilevante in psicologia il concetto di antifragilità? L’antifragilità apre a un nuovo modo di pensare le difficoltà: da uqualcosa rispetto alla quale dover resistere a un’opportunitá di crescita e sviluppo. Questo introduce una forte componente di Speranza negli ambiti di cura e di crescita personale. Un altro elemento importante é la visione della persona che si può trarre dal concetto di antifragilità: una persona non passiva ma attiva e potenzialmente in grado di trarre il meglio dalle circostanze che vive. Dalle riflessioni di Taleb si possono inoltre trarre alcune domande attraverso le quali riflettere in ottica antifragile quando ci si trova in una situazione di difficoltà: – Cosa mi sta insegnando questa circostanza? – Che persona sarò una volta superata questa difficoltà? – Quali risorse che avevo in me sto riscoprendo affrontando questa situazione? – Come potrà essere utile agli altri la mia esperienza? A conclusione di questo articolo è fondamentale ricordare che l’antifragilità può essere un monito per pensare in maniera differente alle proprie sfide personali, a ciò che si vive in un dato momento o che si è vissuto in passato, ma non si può mai prescindere dalla propria umanità e non bisogna cadere nella trappola dell’eccessivo ottimismo. É fondamentale non sentirsi in difetto se non si riesce a trarre dei vantaggi da una circostanza in un certo momento, se anche solo resistere talvolta sembra difficilissimo, perché tutto questo é semplicemente umano. Fonti Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine, Il Saggiatore, Milano, 2013 (2012), p. 551, traduzione di Daniela Antongiovanni, Marina Beretta, Francesca Cosi, Alessandra Repossi.
IL RITARDO EMOTIVO

Quando si parla di ritardo emotivo? E’ un aspetto fondamentale? Quali ripercussioni a breve e lungo termine può avere un bambino che non impara ad esprimere le proprie emozioni? COS’E’ IL RITARDO EMOTIVO? Il ritardo emotivo è caratterizzato da mancanza di emozioni e dalla ridotta capacità o incapacità di provare emozioni empatiche. Spesso è sintomatico di una condizione mentale o fisiologica sottostante. Le persone che soffrono di ritardo emotivo generalmente hanno difficoltà a provare emozioni o ad esprimere le proprie emozioni. In alcuni casi, i pazienti non sviluppano completamente la capacità di notare e rispondere ai segnali sociali e possono avere difficoltà a interagire in un gruppo o in conversazioni individuali. CONCOMITANZA CON ALTRI DISTURBI Questo aspetto può essere concomitante con disturbi dell’apprendimento sociale, come l’autismo, che possono rendere difficile per alcuni pazienti fare amicizia o stabilire relazioni. Il ritardo emotivo è generalmente un sintomo, piuttosto che un disturbo in sé e per sé. POSSIBILI CAUSE Oltre ai disturbi mentali ed emotivi, altre possibili cause di problemi di sviluppo emotivo includono traumi fisici o emotivi estremi. I pazienti che subiscono un evento traumatico, come un abuso sessuale, un grave incidente o una situazione pericolosa per la vita, possono sviluppare disturbi emotivi che possono presentarsi come ritardo emotivo. I pazienti con ritardo emotivo spesso hanno la capacità di condurre una vita piena, di successo e felice, anche se i sintomi persistono. I soggetti con disturbi emotivi e relazionali spesso nutrono scarsa autostima, assumono atteggiamenti oppositivi e di rifiuto, si sentono impotenti e spesso sperimentano ansia e rabbia. UN TERMINE TECNICO:L’ALESSITIMIA I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà a individuare quali siano i motivi che li spingono a provare o esprimere le proprie emozioni. Al contempo non sono in grado d’interpretare le emozioni altrui. Come intervenire I disturbi emotivi e relazionali possono emergere nel contesto scolastico, a partire dalla scuola dell’infanzia, o comunque in ambienti di socializzazione extra familiari. L’occhio attento degli insegnanti può segnalare tempestivamente la problematica ai genitori che sono chiamati ad intervenire nel più breve tempo possibile soprattutto rivolgendosi a psicologi dell’età evolutiva.
Dalla terapia occupazionale all’ortoterapia e zooterapia

La terapia occupazionale è una disciplina riabilitativa che utilizza diverse attività per mantenere,recuperare o sviluppare le competenze della vita quotidiana delle persone con disabilità cognitive,fisiche o psicologiche.L’ortoterapia fa parte della terapia occupazionale e consiste nell’impegno di una persona in attivitàdi orticoltura e giardinaggio al fine di ottenere risultati terapeutici.La zooterapia è una terapia dolce basata sull’interazione tra persona e animale volta a modulare leemozioni che emergono nella relazione.Il ricorso all’utilizzo di queste terapie rappresenta uno strumento operativo che affianca, integra ecompleta gli interventi tradizionali senza sostituirsi ad essi. Rappresenta uno spazio altro, dove ipartecipanti possono essere seguiti da operatori competenti, nella loro crescita psicologica e sociale.Tali momenti fanno sì che tutti possano trascorrere del tempo insieme creando relazioni sia con icoetanei sia intergenerazionali.Attraverso attività di cura, di gestione del verde e del rapporto con gli animali, si possono realizzarearee e laboratori di orticoltura. I partecipanti sono sostenuti da un team riabilitativo (fisioterapisti,terapisti occupazionali, psicologi) per aumentare il senso di responsabilità nella gestione dellospazio condiviso; per migliorare l’autonomia e l’autostima attraverso il raggiungimentodell’obiettivo prefisso (creare qualcosa da soli e in gruppo).La finalità è mantenere o potenziare le capacità residue dei soggetti, le autonomie, il benesserepsicofisico e l’autostima, nonché a dare sollievo al disagio e a fornire un ambiente protettosollecitando la sfera emotiva e motoria.Anche i familiari dei partecipanti, hanno a disposizione un proprio spazio verde, dove poterlavorare, per poi condividere insieme, i risultati ottenuti. L’interazione tra i familiari permette lacondivisione dei vissuti personali e la realizzazione di un obiettivo comune, spesso ottenuto per laprima volta.Si crea un sistema di tutoraggio, in modo che le competenze acquisite da alcuni possano esseremesse a disposizione degli altri. Una delle valenze metodologiche sta nel gruppo di lavoroeterogeneo che assume una propria identità gruppale nel tempo, attraverso la condivisionedell’esperienza.I soggetti sono inseriti, quindi, con un approccio multidisciplinare all’interno di attività come: lasemina, la raccolta di frutti, il giardinaggio, la sistemazione dell’orto, il compostaggio, la cura deglianimali, la distribuzione e la cucina dei prodotti ricavati.Il contatto con gli animali permette ai partecipanti in maniera più immediata di riflettere econfrontarsi con i propri vissuti. Si trovano, infatti, a dover modulare le proprie emozioni come lapaura, l’aggressività e la timidezza.La funzione dello psicologo sul campo consiste nell’attuare un sostegno ed un contenimentopsicologico per aumentare l’autoefficacia e l’autostima dei partecipanti, nonché a sostenere epotenziare le capacità emotive delle altre figure professionali nella relazione con i partecipanti.La cornice che inquadra queste terapie, ossia il setting, (stesso giorno, stessa ora, stesso luogo,stessi operatori) funge da contenimento emotivo per tutti che trovano sicurezza e stabilità in unappuntamento settimanale che scandisce il loro tempo.L’obiettivo comune è cercare di mantenere e migliorare le competenze acquisite, sviluppare lecapacità d’interazione e partecipazione attraverso la cura e la gestione del verde e degli animali.Gli obiettivi si possono articolare all’interno di tre macro aree: area affettivo-relazionale, areapratica ed area cognitiva.Alla prima area appartengono: rafforzare l’identità personale e di gruppo, il riconoscimento e lamodulazione delle proprie emozioni e dell’altro (abilità empatica), la capacità di accudimento ecura, la socializzazione e la cooperazione di gruppo e l’utilizzo di modalità comunicative efficaci. Alla seconda area appartengono: la conoscenza delle norme basilari della vita comune (rispettare leregole, i turni, tollerare l’attesa, la condivisione), la gestione di beni e luoghi personali e comuni, lecapacità motorie e sensoriali, la capacità di esprimere se stessi attraverso l’attività corporea, lecompetenze spazio-temporali ed il prendersi cura a livello pratico all’interno di un progettocondiviso.Prendersi cura degli animali o delle piante permette, oltre che modulare le proprie emozioni, diprendersi cura inconsciamente di se stessi, di spostare la propria parte bisognosa sull’altro e sentirsiaccuditi.Alla terza area appartengono: le competenze logiche e di “problem solving”, le abilità diquantificazione, l’utilizzo del linguaggio funzionale, la capacità di memoria, attenzione e diesplorazione.Attraverso l’esperienza ed il confronto con gli operatori, i partecipanti possono parlare delle loroemozioni e attraverso l’esperienza di gruppo e la condivisione, possono emergere capacità di alcuniragazzi di contenere i più fragili, dando loro maggiori stimoli ad affrontare le diverse situazioni.Le abilità acquisite sul campo permettono a molti di contestualizzare le loro capacità sia sensoriali-motorie sia cognitivo-relazionali in altri ambiti (scuola, famiglia, sport).Indirettamente anche il cargiver (genitore, accompagnatore) semplicemente osservando le abilità, leautonomie ed i miglioramenti acquisiti dei partecipanti può beneficiare di questo percorso.
Emozioni versus pensieri: cosa succede in adolescenza?

Le emozioni e i pensieri viaggiano sullo stesso binario durante l’intero arco di vita. Ma cosa succede in adolescenza? Proviamo a pensare ai bambini appena nati. Riescono a riconoscere le proprie sensazioni e a comunicare i propri bisogni ai loro genitori attraverso il pianto o il sorriso. Non pensano e non giudicano ciò che sentono. Semplicemente osservano. Dopo il primo anno di vita, i bambini iniziano ad ascoltare i propri genitori quando etichettano delle emozioni: “uh ti vedo stanco”, “ti sei arrabbiato” e, a poco a poco, iniziano ad utilizzare le medesime espressioni per descrivere la propria esperienza interna. Successivamente, tutto ciò che è presente nel contesto di vita, può essere utilizzato per modellare il proprio modo di esprimere le emozioni. Quali sono i rischi? Spesso gli adulti, nel tentativo di proteggere i bambini, possono veicolare, inconsapevolmente, messaggi negativi sulle emozioni. E allora nascono i “non devi avere paura”, “devi essere forte e i forti non piangono”, “sei triste? allora lo sono anche io”. In questo caso, potrebbe succedere che molti bambini smettano di osservare cosa accade dentro di loro e inizino a giudicare, gli stati interni, come qualcosa di negativo. Ecco che la mente inizia a imporsi sui sentimenti, col risultato che, i ragazzi, diventino delle vere pentole a pressione! Eppure l’adolescenza è un periodo tumultuoso! L’adolescenza è una fase caratterizzata da profonde emozioni, esperienze entusiasmanti, primi amori, sesso, forti amicizie. Invece di accogliere tutto ciò che accade e normalizzarlo in quanto caratteristico del periodo che si sta vivendo, si tende a dare più importanza a ciò che produce la mente e alle diverse soluzioni che essa trova per non sentire dolore o per controllare le emozioni. E allora si fa ricorso a distrazioni (come ad esempio l’utilizzo di sostanze, internet o evitamenti di situazioni sociali). Quale può essere l’alternativa? E’ fondamentale scegliere di fare spazio alle emozioni, rispondendo costantemente ad una domanda: “Sono disposto a fare spazio alla tristezza (alla paura, alla rabbia, alla noia…) mentre mi dedico a qualcosa che per me è davvero importante?“. Non allontaniamo le emozioni: ognuna di esse è fondamentale e sono…vita!
Velocità mentale: cosa cambia tra i 20 e i 60 anni?

Sono passati pochi giorni dalla pubblicazione di un’interessante ricerca di von Krause, M., Radev, S.T. & Voss, che rivoluziona un po’ tutti gli assunti sulla rapidità mentale correlata all’età. Il modello dello studio è ovviamente molto complesso e chi fosse interessato può trovarlo nell’articolo originale del 17 febbraio su Nature Human Behaviour. Ma a noi qui interessa il risultato, che apre prospettive diverse di pensiero e di riflessione su un argomento che coinvolge tutti: ventenni, quarantenni, sessantenni e oltre; perché il nostro destino, legato a un tempo lineare che avanza, e le nostre credenze ci portano naturalmente a pensare che un ventenne abbia una rapidità mentale maggiore rispetto a un sessantenne. Non è così. Per almeno un milione e duecentomila motivi. Tanti sono stati i partecipanti allo studio. Gli scienziati hanno applicato un modello di diffusione bayesiano ai dati trasversali di 1,2 milioni di soggetti, per estrarre componenti cognitivi interpretabili dai dati grezzi del tempo di risposta delle persone nell’affrontare semplici compiti decisionali. E hanno osservato le differenze di età nei parametri cognitivi esaminati. Come già noto, le velocità di risposta, in semplici compiti che implicano una decisione, iniziano a diminuire dalla prima età adulta e continuano a diminuire con l’avanzare dell’età. Tuttavia, e qui i risultati sono rivoluzionari, la ricerca dimostra che i tempi di risposta non sono pure misure della velocità mentale: rappresentano invece la somma di più processi. I risultati indicano con chiarezza che il rallentamento del tempo di risposta, che inizia già all’età di 20 anni, è attribuibile all’aumento della cautela decisionale e ai processi non decisionali più lenti, piuttosto che a differenze nella velocità mentale. Come dire che, davanti a una scelta, la minore rapidità di risposta di un cinquantenne rispetto a un ventenne non è dovuta a una minore rapidità mentale. Ma piuttosto a una maggiore attenzione prima di decidere e a una più meditata valutazione delle implicazioni della decisione. La ricerca sfida quindi le credenze diffuse sulla relazione tra età e velocità mentale. Molte opinioni sul nostro funzionamento mentale ci provengono dall’osservazione, dalla letteratura, dall’arte, dalla storia. Oggi abbiamo una prova in più, basata su un numero altissimo di partecipanti e su un rigoroso metodo scientifico, di qualcosa che forse sapevamo già: con l’età aumenta l’esperienza e l’esperienza trattiene da decisioni affrettate. Quello che non sapevamo è che il rallentamento della rapidità mentale, secondo lo studio citato, si osserva solo oltre, e in numero significativo anche ben oltre, i 60 anni di età. Un buon motivo per essere ottimisti sull’invecchiamento del nostro cervello. E sulla saggezza di continuare ad allenarlo, come se avesse vent’anni.
Ossessione dai social e notizie negative: il Doomscrolling

Nei precedenti articoli abbiamo osservato come la pandemia ha fortemente influenzato il rapporto con i social networks. In particolare abbiamo parlato di dipendenza, iperconnessione e FOMO, ma c’è un ulteriore fenomeno molto importante: il Doomscrolling. Il neologismo inglese deriva dalla parola “scroll” (che indica il tipico scorrimento delle notizie del feed social), e la parola “doom”, letteralmente destino avverso, rovina o sventura. Il Doomscrolling si caratterizza dall’ossessione della ricerca e fruizione di notizie negative attraverso i social media. Una tendenza che si è manifestata prepotentemente con la pandemia Covid-19, toccando il suo apice durante il primo lockdown. Perchè facciamo Doomscrolling?Questa risposta è strettamente collegata al nostro istinto di sopravvivenza: quando viviamo una minaccia il nostro cervello si mette in allerta per ripristinare controllo e sicurezza. La raccolta di informazioni rappresenta un tentativo di controllo su una determinata situazione. In quest’ottica il Doomscrolling si configura come un atteggiamento protettivo che attiviamo in una situazione di crisi o incertezza. C’è da aggiungere che grazie ai social media e alla moderna tecnologia, oggi ogni cittadino ha libero accesso ad una mole infinita di informazioni. Come funziona il Doomscrolling?Il Dooscrolling è dannoso perchè alimenta un circolo vizioso fatto di ansia e frustrazione. L’utente, preoccupato da una situazione di minaccia, ricerca informazioni sul web nella speranza di sentirsi rassicurato. Al contrario, reperisce notizie negative che contribuiscono ad incrementare il suo stato di ansia ed incertezza. A questo punto, per placare la preoccupazione l’utente è spinto a ricercare sempre più informazioni, nella speranza che siano positive. Si attiva così una spirale ossessiva che trascina l’individuo in uno stato di paura e forte stress. Il nostro cervello si trova a fare i conti con un sovraccarico di informazioni e di sensazioni negative che non riesce a fronteggiare, da questa condizione scaturiscono panico, insonnia e talvolta addirittura depressione e burnout. Come fermare il Doomscrolling?Per fermare questo vortice ossessivo il primo step, il più difficile, è quello di accettare ciò che non possiamo controllare. Seppure la ricerca di informazioni viene recepita dal nostro cervello come un qualcosa di utile e proficuo, si tratta di una sensazione illusoria. L’aggiornamento costante ci rende più informati e consapevoli, ma va fatto con la giusta misura.Il secondo step prevede un graduale distacco dalla tecnologia: occorre darsi un tempo massimo per la fruizione delle notizie e l’utilizzo dei dispositivi elettronici per non cadere nel baratro della dipendenza.Il terzo step, infine, consiste nel ristabilire il giusto equilibrio tra la vita online e la vita offline, riappropriandosi degli autentici momenti di contatto e calore umano, vivendo i rapporti in maniera piena e totalizzante, condividendo le proprie emozioni e anche le proprie paure.
La sindrome dell’impostore: se il comportamento è Fake

Le prime osservazioni sul fenomeno della sindrome dell’impostore risalgono alla fine degli anni 70 del 900 in America. Essa si manifesta prevalentemente con una sensazione di disagio psicologico in cui una persona non si sente meritevole del successo raggiunto, con conseguente rimorso. Secondo le psicologhe Clance e Imes, infatti, nella sindrome dell’impostore, l’individuo si sente incompetente ed inadeguato riguardo allo status in cui vive (ad esempio professionale). Attribuisce, inoltre, il raggiungimento di un risultato positivo a cause esterne, come la fortuna o una sovrastima di se da parte degli altri. La definizione di impostore rimanda al senso di colpa vissuto e amplificato, che non consente di godere della gratificazione. Da ciò ne derivano comportamenti atti ad evitare di essere smascherati. Il malessere è legato prevalentemente alla scarsa valutazione di se: l’autostima e l’immagine di se stessi sono costellate di aspetti negativi e svalutanti, a cui si aggiunge solitamente ansia e paura di fallire. Colui che si sente un impostore, in realtà ha la tendenza ad essere troppo critico su se stesso e spesso, ha alle spalle, genitori giudicanti e competitivi. Nell’era digitale, la situazione si complica: spesso la condivisione sui social di un successo, genera nell’osservatore la capacità di non analizzare la situazione nel complesso. Il risultato sembra essere stato raggiunto dall’altro con estrema facilità, mentre per noi tutto è così irrangiungibile e complicato. Al contrario, se non ci si facesse sopraffare dalla sindrome, guarderemmo il successo altrui, come frutto di impegno e sacrificio, proprio come per noi. Dalle recenti ricerche su questo fenomeno, si evidenzia che molte persone hanno fatto, almeno una volta, esperienza di inadeguatezza, soprattutto di fronte a delle sfide impegnative. Il raggiungimento del successo, ovviamente, non dipende da tali pensieri negativi. Esso invece è dettato da motivazione e rimodulazione cognitiva sulle proprie reali capacità e competenze.
I BIMBI DELLE CASE FAMIGLIA. Lenire i traumi attraverso la Terapia Assistita con gli Animali – Pet therapy

di Michela Romano L’allontanamento dei minori dalla famiglia è un’azione protettiva che permette all’intero nucleo – genitori e figli – di riflettere su ciò che ha causato un grande dolore emotivo, generalmente alla base di azioni poco consone al buon funzionamento familiare.Se i genitori devono trovare il nucleo interno e successivamente relazionale che li ha portati ad essere genitori manchevoli di adeguate cure genitoriali, i figli dovranno fare un grosso lavoro su di sé per potere aggiustare il più possibile la dimensione del legame di attaccamento affinchè questo possa diventare il più vicino possibile all’attaccamento sicuro. Questo è un lavoro che gli operatori devono avere in mente al fine di offrire a questi bambini/ragazzi la possibilità di riparare la grande ferita interna. Offrire loro una adeguata quotidianità fatta di certezze, di pasti adeguati, di presenza di figure adulte centrate, affidabili e autorevoli permettere loro di vivere in un luogo protetto e sicuro, di essere fruitori di progetti educativi al fine di far loro esplorare esperienze di vita e di capacità di sé utili a nutrire la loro autostima assai spesso minata, sono obiettivi fondamentali. Ma l’esperienza terapeutica non può mancare proprio perché è fondamentale nutrire i loro nuclei interni assai spesso fragili.Tale fragilità, l’età giovane, la distanza dai genitori, spesso non permette ai bambini di potere lavorare adeguatamente in uno spazio terapeutico classico. Le ferite sono profonde, la difficoltà inconscia di fidarsi di adulti che per lungo tempo non li hanno “visti” e protetti non permette loro di affidarsi, hanno una paura inconscia di abbandonare i loro sintomi che in qualche modo li hanno fatti rimanere in vita e condurre in qualche modo la loro esistenza. Da qui la possibilità di potere offrire a questi bambini uno spazio di psicoterapia a mediazione animale. Questa presenza – del cane, gatto, asino, cavallo – permette al bambino e all’adolescente di incontrare il proprio sé altrove, nell’animale che funge da specchio relativamente alle emozioni. Nello stesso tempo ha una funzione importante di maternage e presenza rassicurante. L’animale con il suo non giudicare, con il suo esserci, con la sua presenza solida, con la sua capacità di entrare in relazione, con la sua empatia è in grado di cogliere le emozioni dell’altro e di rispondere adeguatamente e in modo sintonico. Ed è quello che assai spesso è mancato ai bambini cresciuti in famiglie disfunzionali o poco funzionali. Il cane o il gatto, all’interno di un contesto psicoterapico e dunque con la presenza di uno psicoterapeuta possono avere proprio la funzione di sintonizzazione emotiva che favorisce nel minore la sensazione – fino a diventare consapevolezza – di essere riconosciuto e dunque di ESISTERE. La possibilità di potere lavorare nel tempo con più animali permette di cogliere meglio i bisogni dell’utente e di fornire gli stimoli più adeguati affinchè l’esperienza possa essere incarnata e dunque essere più ripartiva possibile. Il cavallo potrebbe per esempio permettere loro di lavorare sulla capacità di reggere le frustrazioni, di affidarsi completamente all’altro o, al contrario, di essere assertivo con l’altro dovendo relazionarsi e farsi comprendere e rispettare da un essere molto più grande di noi e soprattutto molto ingombrante. L’asino ci permette di vivere una dimensione di vicinanza e di silenzio rispetto al non fare e ad accogliere anche questa opportunità: la piacevolezza del non fare. E’ possibile curare le ferite psichiche definitivamente? Questo dipende da tantissimi fattori: qualità dell’esposizione pregressa degli eventi familiari, ambiente di vita attuale, spostamento della famiglia relativamente ai nuclei affettivi manchevoli, aspetti cognitivi e di costrutti interni dell’utente, esperienze di vita attuali e future. Fra l’altro, gli operatori sanno, ciò che offriamo ai nostri utenti adesso, che sia educativo o terapeutico, non sempre si osserva come risultato emotivo, intrapsichico e relazionale attuale. Il nostro lavoro permette però a questa utenza di arricchirsi di esperienze positive, nutritive che comunque albergheranno dentro di loro. E quando saranno pronti, se le esperienze di vita successive glielo permetteranno, se decideranno di prendere un strada di vita migliore rispetto a quella di origine avremo arricchito le loro esperienze intrapsichiche e interpsichiche e offerto loro una grande chance. Ciò che deve essere nel nostro patrimonio di operatori (educatori, psicologi, psicoterapeuti, ecc) è la consapevolezza del nostro buon operato e la capacità di accettazione incondizionata dell’altro. Frustrazione, rabbia, senso di inefficacia, delusione e tutte quelle emozioni che i nostri utenti possono farci provare dobbiamo saperle gestire e non farle ricadere su di loro a rischio di ripetere le esperienze negative delle loro relazioni primarie.Gli animali in questo sono maestri, si nutrono delle relazioni presenti, non sono giudicanti, sono in grado di essere centrati e non identificarsi in termini negativi con le emozioni altrui. In questo modo restituiscono, all’interno di una relazione, la loro capacità di stare e di offrire una dualità pulita e rassicurante.
Salute mentale: a chi mi rivolgo?

Quando si parla di salute mentale spesso ci si trova nella situazione di scegliere il professionista presso cui avviare la cura. Solitamente per la ricerca ci si serve del medico di famiglia, del passaparola di parenti amici o conoscenti o di internet. Ebbene si anche internet viene in aiuto attraverso i social o siti specializzati. Nonostante sia stata fatta già molta informazione sulle professionalità che possono essere di aiuto per il benessere ‘mentale’, oggi non di rado ci si trova a dover chiarire al ‘cliente’ di turno il proprio ruolo. Per capire meglio è bene definire le competenze dello psichiatra, dello psicologo psicoterapeuta e dello psicologo non psicoterapeuta. Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria la cui competenza permette un inquadramento diagnostico da un punto di vista comportamentale. Lo psichiatra avendo una formazione medica può procedere a fare una diagnosi anche valutando aspetti biologici, strettamente medici, prescrivendo esami clinico diagnostici e all’occorrenza anche farmaci. Il medico specializzato in psichiatria è anche psicoterapeuta, per cui può fare sedute di psicoterapia oltre a poter somministrare farmaci. Lo psicologo è un dottore in psicologia che ha completato il ciclo quinquennale ed ha svolto un tirocinio formativo, ha sostenuto l’esame di iscrizione all’albo regionale degli psicologi. Egli non è ancora uno psicoterapeuta poiché tale titolo si ottiene solo dopo aver portato a termine un ciclo quadriennale presso l’Università o Istituti accreditati presso il MIUR. Lo psicologo è abilitato alle seguenti funzioni: prevenzione: intesa come attività finalizzata ad informare educare e anticipare comportamenti e condotte a rischio; diagnosi: l’atto tipico di indagine e valutazione dei processi mentali e della personalità; abilitazione e riabilitazione: attività tese a promuovere il benessere e la salute mentale dell’individuo, del gruppo; sostegno: è una funzione di tipo supportivo volta al mantenimento delle condizioni di benessere al rinforzo di esse; consulenza psicologica: comprende tutte le attività volte alla valutazione e alla definizione del problema di salute e all’elaborazione di un percorso. Tutte le attività sopra elencate possono essere svolte dallo psicologo iscritto all’albo tranne la psicoterapia che è un’attività ascrivibile esclusivamente allo psicologo specializzato in psicoterapia. La psicoterapia è rivolta alla risoluzione dei sintomi e delle loro cause, conseguenti alla psicopatologia a disadattamenti e sofferenze. E’ molto importante prendersi la responsabilità di verificare il professionista che si sta scegliendo quali competenze abbia e cominciare a scegliere in base al nostro effettivo bisogno.
La fiducia e il bisogno di essere visti

La fiducia svolge un ruolo centrale per la sopravvivenza e nel rapporto con noi stessi, con gli altri e con la vita. Tutti sanno quanto la fiducia sia importante nelle relazioni. Quanto sia indispensabile per aprirsi e incontrare l’altro in un rapporto autentico e intimo. Ma da cosa dipende la fiducia? In base a cosa scegliamo di fidarci di qualcuno? In base al tono della voce, perché ha uno sguardo accogliente, ci ascolta con attenzione. Sembra capirci. Secondo Fonagy, la fiducia si stabilisce quando ci sentiamo visti e compresi e possiamo quindi sperimentare una relazione protetta. Si tratta di un’esperienza fondamentale innanzitutto nell’infanzia, per la formazione del sé e lo sviluppo della personalità. La fiducia epistemica primaria Il bambino viene al mondo con il bisogno di essere accudito e riconosciuto. E, pertanto, con il bisogno di affidarsi alle figure genitoriali da cui dipende la sua sopravvivenza. Se i suoi processi regolativi ed emotivi sono adeguatamente accolti e sostenuti, potrà interiorizzare quella base sicura che lo accompagnerà per tutta la vita nel fare esperienza di sé, degli altri e del mondo. Questa forma primaria di fiducia, che Fonagy definisce fiducia epistemica, si costruisce grazie alla mentalizzazione. Ovvero, alla capacità di riconoscere l’altro nella sua individualità, di rappresentare gli stati mentali propri e altrui, di dare senso e attribuire intenzioni al comportamento. Il senso di sé si struttura dunque a partire dall’esperienza di essere nella mente dell’altro. Del sentire “tenuti insieme i propri vari aspetti”, usando le parole di Winnicott. Quando il bambino non è adeguatamente mentalizzato ma, al contrario, svalutato nelle sue caratteristiche e nei suoi bisogni, inizierà a diffidare dell’ambiente in cui vive. E, al posto della fiducia, svilupperà una sfiducia di base che comprometterà sia l’autoregolazione sia lo sviluppo della propria soggettività e della vita relazionale futura. La mancanza di fiducia sul piano dei pensieri Le alterazioni dei processi di mentalizzazione hanno ricadute sui vari livelli di funzionamento della persona con esiti anche gravi per la salute. La mancanza di fiducia comporta una difficoltà a comprendere e tollerare l’ambiguità delle relazioni umane. Induce a diffidare dell’altro e a credere che le sue intenzioni non siano quelle che dichiara. Si può instaurare un pensiero di tipo inside out (quanto sperimentato all’interno equivale all’esterno: “siccome lo sento, è così”) o quick fix (in cerca di rassicurazione immediata). Vi può essere un continuo oscillare tra i poli opposti della certezza e dell’incertezza, con la ipermentalizzazione (un eccesso di certezza rispetto a ciò che si pensa e a ciò che gli altri pensano) e l’ipomentalizzazione (la sensazione di non capire gli stati mentali altrui o il non esserne interessati). L’evitamento della realtà e la dipendenza I pensieri, i sentimenti, le intenzioni e i comportamenti dell’altro sono interpretati sulla base di aspetti propri, mediante proiezioni volte a confermare l’idea di partenza (“non posso fidarmi”). L’altro non può essere visto. E la realtà viene evitata e vissuta come una riproposizione degli schemi del passato. Quando internamente non si è costruita una buona capacità di autoriconoscimento, la persona tende a conservare la posizione infantile dipendente e ad investire gli altri di una funzione genitoriale, deresponsabilizzandosi nelle sue capacità adulte. La mancanza di fiducia sul piano delle emozioni e del comportamento Talvolta, il vissuto di sospetto e diffidenza può estendersi fino a permeare l’intera esperienza. Può diventare un atteggiamento esistenziale e sfociare in pensieri e angosce di tipo persecutorio, con una rappresentazione del mondo come luogo ostile, umiliante e pericoloso. Sul piano comportamentale, possono manifestarsi esigenze di controllo o anche azioni impulsive, spesso distruttive e autolesive, come strategia difensiva e tentativo di trovare una rassicurazione interna. Oppure, vi può essere un ritiro nel vittimismo fino all’isolamento estremo. La fiducia in psicoterapia La fiducia è l’elemento centrale di ogni psicoterapia. Il noto “verdetto del dodo”, metafora utilizzata da Rosenzweig nel 1936, in riferimento al problema dei cosiddetti fattori comuni o aspecifici di tutte le psicoterapie, e che ha suscitato non poche polemiche, sostiene che tutte le terapie sono efficaci per tutti i disturbi. In “Alice nel paese delle meraviglie”, Dodo è un uccello che indice una corsa al cui termine dichiara: “Tutti hanno vinto e ognuno merita un premio”. Sebbene si possa discutere sull’esistenza di effettive differenze in termini di efficacia tra i vari approcci e tipi di interventi possibili, la fiducia che si crea nella stanza di psicoterapia è senza dubbio il perno imprescindibile del cambiamento. Al di là delle teorie di riferimento, al di là degli strumenti e delle tecniche. La cura parte dal sentirsi visti ed accolti per come si è. Winnicott, infatti, sostiene che “si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti da un’altra persona”. Per fare esperienza di quell’essere “tenuti a mente” indispensabile per la formazione di un sé coeso. Lo sguardo, la voce, il corpo, il silenzio e le parole con cui il terapeuta accoglie e riconosce ogni propria parte, senza giudizio, sostengono l’esperienza di sé e il contatto con la realtà.