Corporeità eversiva ed istituzioni

Perchè questo titolo: “Corporeità eversiva ed istituzioni”? Cercherò di spiegarlo in questo nuovo articolo. Durante i primi mesi del mio percorso formativo in arteterapia, mi lasciava assai perplessa l’insistenza con la quale i docenti ci raccomandavano di usare la massima cautela nell’introdurre le nostre tecniche nei contesti istituzionali. Francamente mi sembrava un’attenzione sproporzionata fino a quando non ho avuto modo di trovarmi esattamente in quella situazione che mi era stata anticipata. L’aspetto che di primo acchito mi pareva maggiormente essere più coinvolto, come peraltro mi avevano anticipato, era quello legato ad una caratteristica centrale del metodo applicato dalla mia scuola, Poliscreativa. Sto parlando del ruolo della corporeità, viva, ritmica e condivisa, non solo del paziente, ma anche e soprattutto, almeno inizialmente, di quella del terapeuta. Una corporeità eversiva. Alessandro Tamino al di là di qualunque retorica, mio maestro non solo professionalmente, ma anche di vita, quando nei suoi seminari cerca di spiegare perché le istituzioni e le persone che ci si identificano, si sentano così facilmente minacciate dal Sistema Poliscreativa, quasi come un mantra racconta sempre l’episodio biblico dell’Ebrezza di Noè. Dunque, secondo la Genesi (9,20-27) le cose sarebbero andate in questa maniera. Come tutti sappiamo Iddio, dopo averci creato e dopo averci cacciato dal Paradiso Terrestre a colonizzare questa valle di lacrime, si rese ben presto conto di quanto gli fossimo venuti peccatori. Decise a quel punto di fare una ripulita ed incaricò Noè, l’unico che avesse continuato a rispettare la sua legge, di costruire una grande nave, riempirla con coppie sicuramente eterosessuali delle più svariate specie animali, mandò tanta di quella pioggia da sterminare tutti gli altri. Quando finalmente le acque cominciarono a ritirarsi Noè scese dalla famosa arca, assieme alla sua famiglia e cominciò a ripopolare la Terra. Riprese a funzionare anche l’agricoltura e, tra le prime piante seminate, troviamo, sempre secondo la Bibbia, la vite. Il patriarca preparò del vino e lo assaggiò. Si prese una sbronza micidiale e cominciò a dare un pessimo spettacolo, arrivando persino a denudarsi dentro la sua tenda. Noè aveva tre figli, Sem, Iafet e Cam, il più piccolo. A trovarsi nei paraggi, sfortunatamente per lui, fu Cam, che quindi vide la nudità di suo padre e corse subito fuori per chiamare i suoi fratelli che intervenissero anche loro. “ “Ma Sem e Iafet presero il suo mantello, se lo misero insieme sulle spalle e, camminando all’indietro, coprirono la nudità del loro padre. Siccome avevano il viso rivolto dalla parte opposta, non videro la nudità del loro padre. Quando Noè si svegliò dalla sua ebbrezza, seppe quello che aveva fatto il figlio minore” . A quel punto Noè maledisse la sua discendenza e stabilì che addirittura sarebbe diventata schiava degli altri suoi figli, Sem e Iafet. Le possibilità interpretative di questo testo, come per ogni passo biblico sono pressoché infinite. Una molto usata dai predicatori nordamericani durante i secoli d’oro dello schiavismo, fu che Cam fosse il progenitore dei neri deportati dall’Africa e che quindi noi bianchi, eredi degli altri figli di Noè non fossimo altro che gli esecutori della volontà divina. Ma al di là di tutto, ci appare evidente che il ruolo del padre, massimo vertice istituzionale in una società così tanto patriarcale, viene fortemente minacciato dallo svelamento della sua nudità. La percezione esplicita delle caratteristiche fisiche, corporee e quindi i limiti, di chi “incarna” il potere, l’istituzione, è evidente che lo faccia sentire minacciato. Ma è sempre cosi? Forse no. Forse dipende da quanto il ruolo di potere si basi sull’ autoritarismo e non sull’autorevolezza. Un altro racconto che mi ha colpito molto e mi colpisce ogni volta che partecipo ai seminari, riguarda i percorsi formativi di alcune forme di sciamanesimo che pare avvengano in due fasi. Nella prima fase al giovane sciamano vengono insegnati dei veri e propri “trucchi” per fascinare chi si rivolge a lui. Quando l’allievo giunge al termine di questa fase, lo sciamano “formatore” chiede all’allievo se vuole proseguire e passare alla fase successiva, quella finalizzata a raggiungere una conoscenza più profonda. Una conoscenza che preveda un tale contatto con la propria corporeità da poterla trasmettere con effetti benefici a chi gli stia nei paraggi. Ma questo altro passo è subordinato ad una rinuncia. Rinunciare proprio a tutti quei poteri in qualche modo anche truffaldini, che ha appreso nel suo viaggio di formazione. Una cosa che mi ha sempre molto impressionato è osservare come, chi si senta veramente a suo agio nel suo ruolo professionale, si muova in maniera armonica, senza scatti, parli con una voce pacata. La voce è molto più corpo, vero e proprio, di quello che di solito pensiamo. Chi fa il nostro mestiere, psicologo, psicoterapeuta o psichiatra che sia, non può non essersi fatto attrarre da quel prefisso “psi”. Forse dovremmo dare per scontato che questi ruoli si basino, in qualche modo e soprattutto a livello inconscio, proprio sulla negazione del corpo. Il perché ovviamente copre il più ampio degli spettri. Nulla di male ovviamente. Se per fare quello che facciamo dovessimo essere sempre tutti sani mentalmente, le nostre facoltà andrebbero deserte. E quindi? Quindi non solo un buon lavoro psicologico su noi stessi, ma anche una possibilità di mettere in campo quella assoluta continuità tra il nostro corpo e quella sua funzione che chiamiamo “mente”. In alternativa c’è poco da fare, vuol dire sempre lavorare con il freno a mano tirato, una delle condizioni più faticose e più limitanti possibili in qualunque lavoro. Ed è quindi comprensibile che quando qualcuno ti proponga di farti, prima di tutto, questa domanda: “Cosa sta dicendo, in questo momento, il mio corpo?”, lo si consideri come una minaccia, un pericoloso portatore di strategie eversive per il proprio ordine delle cose.

Il corpo del docente 3.

Qualche nota introduttiva ad un’etica pedagogica condivisa con i corpi transgenerazionali e non solo umani. Uno dei convegni che più mi hanno coinvolto, lasciando una traccia assai significativa per successive riflessioni è stato sicuramente “Il Corpo Naturale non esiste”, organizzato dalla mia Scuola di Arteterapia, circa una decina d’anni fa. Tra gli autori che grazie a quel convegno ho cominciato a conoscere, qui ne accennerò qualcuno. Prima di tutto l’antropologo Francesco Remotti che con il suo bellissimo “Prima lezione di antropologia” fa capire con semplicità come il nostro corpo diventi, per l’appunto, proprio “il nostro corpo”, attraverso un complesso processo comunitario e per nulla spontaneo. E che per poter dire o pensare o comunque percepire il mio corpo come oggetto reale, non potrò mai fare a meno di linguaggi e culture. Poi Barbara Rogoff, antropologa e psicologa nordamericana che fin dalle prime pagine del suo “La natura culturale dello sviluppo”, chiarisce con grande semplicità i rapporti tra natura e cultura. Questo testo che dovrebbe essere sul comodino di ogni docente e di ogni terapeuta è organizzato come una sorta di rassegna sulle diversità nei processi di crescita e di formazione dei bambini nei più diversi contesti culturali del nostro pianeta. Vale a questo punto la pena di riportare direttamente qualche riga del libro della Rogoff: ”Gli esseri umani sono predisposti biologicamente a partecipare ad attività culturali e a imparare gli uni dagli altri. Grazie a strumenti quali il linguaggio e la scrittura, possiamo ricordare collettivamente eventi che non abbiamo vissuto in prima persona, partecipando in modo vicario all’esperienza degli altri, nel corso di molte generazioni.” Alle spalle di tutto questo pensiero, non è difficile intravedere peraltro il contributo di uno scienziato fondamentale Lev Semënovic Vygotskij, padre della teoria storico culturale. Quattro annotazioni, rispetto le parole della Rogoff e che in qualche modo caratterizzano anche le riflessioni attuali della nostra Scuola di Arteterapia “Poliscreativa”. La prima è che quando parliamo di strumenti culturali occorre sottolineare che anche il nostro corpo, con i suoi ritmi, la sua consistenza e persino i suoi odori e sapori è sempre, a sua volta, linguaggio. È sistema di segni, è forma di scrittura e pertanto veicolo fondamentale per la formazione e la crescita. Questo concetto, nel testo della studiosa statunitense, sia pure implicito, non è forse proclamato con la forza con la quale, oggi, è necessario farlo. Il secondo punto è che, il nostro corpo e quella sua funzione e che chiamiamo “mente”, si forma grazie all’interazione con altri corpi, quelli dei caregiver soprattutto, ma non solo. Corpi che portano in loro stessi l’esperienza di pregresse generazioni. Vuol dire che il nostro corpo-mente intrinsecamente è costituito dalla presenza dei nostri antenati e dalle loro storie complesse. Il terzo punto è che, a nostro parere, ma non solo del nostro gruppo di ricerca, parlare degli Homo sapiens sapiens come forma biologica produttrice di cultura, sottintendendo che sia l’unica ad avere tale caratteristica, forse esprime una visione limitata. Per meglio ragionare, una domanda sarebbe fondamentale. Siamo certi che, se non altro molti altri mammiferi a spiccata tendenza sociale, non abbiano anche loro qualcosa che potrebbe rientrare nella nostra definizione di “cultura”? È provato ad esempio che nel linguaggio dei mammiferi marini esistano persino dei diversi “dialetti”. Mica tutto è solo istinto geneticamente trasmesso. Quanti animali senza un adulto della loro specie che gli insegni ad esempio, adeguate tecniche di caccia, sarebbero in grado di sopravvivere? E qui veniamo al quarto punto, visto che stiamo parlando di attività formative. Occorre riflettere con maggiore attenzione sul ruolo che il corpo di altri esseri viventi, diversi dalla nostra specie, ha sicuramente avuto in passato e dovrebbero continuare ad avere nella formazione, nell’armonico sviluppo dei nostri bambini e persino di ognuno di noi. Pensiamo all’efficacissimo effetto pedagogico che, in un contesto contadino, aveva l’inevitabile assistere per un bambino all’accoppiamento tra animali. Come anche alla loro nascita e alla loro morte. A tutto l’immaginario che poteva e può attivare il vedere una pianta crescere giorno per giorno o il semplice gesto di toccare un albero secolare. Il concetto di “Natura Pedagogica” è infatti una delle nostre aree di ricerca. Alla prossima.

Il corpo del docente 2. Il corpo relazionale

Come seconda tappa di questo percorso in cui stiamo affrontando i temi riguardanti il ruolo del corpo del docente, introdurremo il concetto, per noi fondamentale, di corpo relazionale. Sia detto prima di ogni approfondimento che quando noi parliamo di “corpo” intendiamo tutto il nostro corpo, e quindi anche quella sua funzione che chiamiamo “mente”. Se andiamo a osservare le prime fasi dello sviluppo di un soggetto, ci rendiamo facilmente conto che il corpo e la sua particolare attività definita, appunto, la mente, si costituisce non solo per così dire, biologicamente e al momento della nascita, ma anche per una sorta di graduale gemmazione del corpo, e quindi anche della mente, di chi lo sta accudendo.  Una gemmazione che per realizzarsi non ha sempre e costantemente bisogno dello stretto contatto fisico.  Questo processo può essere descritto anche come una serie di reciproche plasmazioni e riplasmazioni. Pensiamo agli studi e alle osservazioni di Donald Winnicott riguardo quella che definì Preoccupazione Materna Primaria e a quelli di Daniel N. Stern sull’alternanza di fasi sincroniche e non sincroniche nell’interazione tra bambino e caregiver.  Nascere quindi non basta, ognuno di noi essendo, inevitabilmente, il prodotto di sempre in qualche modo attive, relazioni corporee e quindi anche mentali.  Tale interdipendenza, assai evidente nelle prime tappe dello sviluppo in realtà continua per tutta la vita. In qualche modo il nostro corpo e la nostra mente restano pertanto sempre condivisi e costantemente relazionali, come peraltro dimostrano gli studi dei ricercatori dell’università di Parma che negli anni ’90 dell’altro secolo hanno scoperto i Neuroni Specchio. La descrizione del nostro corpo mente come monade non è ovvia e scontata, l’antropologia culturale ampiamente spiegandoci che si tratta di una modalità affermatasi nelle culture dell’homo sapiens sapiens solo recentemente, forse nemmeno diecimila anni fa, ben poco rispetto gli almeno due o trecentomila anni della nostra storia di specie. Tanto per intenderci sia pure grazie a qualche rozza schematizzazione, nelle culture cosiddette arcaiche potevamo per un certo periodo essere posseduti dallo spirito dell’aquila, in un altro invece soprattutto rispecchiarsi in questo o in quell’altro antenato. Insomma, ognuno di noi è sempre una sorta di dinamico collage di alterità. E questo calderone ribolle per tutta la vita. Chi di noi non ha avuto il lutto di una persona cara o anche, semplicemente non frequenta più un’ amica, un docente, un compagno o una compagna che comunque erano per lui assai significativi? A chi di noi non è mai capitato, in un momento complicato, di pensare a quella persona chiedendosi: “Come si sarebbe comportata in questa situazione?“. Un’ introiezione è maggiore e tanto più efficace se c’è un filing emotivo. Tutto questo, esattamente come quando siamo bimbi, è veicolato fondamentalmente da ritmi corporei. Nel momento in cui avviene questo dialogo con la persona in quel momento comunque assente, ci immaginiamo come questa sia vestita, come si muova, la prosodia della sua voce. Questi corpi altrui ma non del tutto altrui, continuano quindi ad agire in noi, a volte sembrando dei soggetti autonomi e a volte come se ne facessimo l’imitazione. Essendo in quel momento sia noi che loro. Riferiamo ora tutto questo ai contesti formativi. Nel momento in cui costruisco una relazione significativa con un docente, un maestro efficace, è come se costui mi ripetesse, grazie ad un processo di introiezione identificativa, la sua lezione per tutta la vita o almeno finché non l’abbia appresa.  Se questo docente emotivamente e cognitivamente significativo mi ha insegnato qualcosa di veramente importante, potrò quindi continuare a lavorarci anche dopo tanto tempo che non ho più a che fare “fisicamente” con lui. Potrò ancora letteralmente giocare con i concetti che mi ha insegnato, proprio come fossero oggetti concreti, attivi dentro di me, riorganizzandoli anche secondo schemi nuovi. Questa introiezione sarà tanto più efficace quanto nel nostro rapporto vi sia stato un coinvolgimento emozionale e quindi tanto quanto sia stato in grado di ricostruirmi il suo corpo che è anche la sua mente, attivo, dentro di me. Un docente in grado pertanto di armonizzare la sua ritmicità corporea, il suo andamento prosodico con il testo della sua materia, e quindi in qualche modo consapevole di essere un Corpo Relazionale che interagisce con altri Corpi Relazionali, di certo avrà una marcia in più e l’avranno anche i suoi allievi.  A proposito di questo continuo riplasmare le proprie e le altrui identità, dopo vari confronti, il nostro gruppo di lavoro ha deciso di cambiare nuovamente nome. Tra poco anche sul sito della nostra  Scuola di Arteterapia comparirà il nuovo conio di “Poliscreativa”, in continuità quindi con i nostri nomi del passato, “Materica” e “Lacerva”, tanto per ricordarne un paio. E, chissà, forse anche in continuità con quelli del futuro.

Il corpo del docente 1. – L’apprendimento

Quando si parla di apprendimento, spesso e volentieri, si rimane ad un piano cognitivo che rimanda esclusivamente alla verbalizzazione. Come se i bambini apprendessero le loro nozioni di base esclusivamente attraverso la parola e non anche tramite esperienze corporee. A tal proposito è stata condotta una interessante ricerca fatta in Inghilterra, in cui i bambini di una scuola elementare, sono stati divisi in due gruppi. I ricercatori hanno fatto delle valutazioni sull’apprendimento di entrambi i gruppi sia all’ inizio che alla fine di un percorso durato qualche mese. I docenti del primo gruppo avevano l’indicazione di fare lezione muovendo le braccia in maniera mimica seguendo la prosodia delle parole. L’indicazione data ai docenti del secondo gruppo era, invece, quella di fare lezione muovendosi il meno possibile. Cosa è stato osservato nella rivalutazione dei due gruppi di bambini? I bambini del primo gruppo, i cui docenti avevano unito la mimica alle informazioni che davano verbalmente, mostravano un risultato di apprendimento visibilmente maggiore. Tutto questo, per chi ha un minimo di conoscenza sul funzionamento delle tappe del nostro sviluppo cerebrale e cognitivo, non rappresenta alcun tipo di novità. Il fatto fondamentale è che scontiamo l’idea della parola come qualcosa al di sopra del corpo. Basti pensare al mito della ninfa Eco. Come se la parola potesse rappresentare una sorta di essenza dell’anima, un qualcosa di separato, che prescinde dall’ esperienza corporea. D’altronde, l’ incipit del Vangelo secondo Giovanni recita: “ In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.”   Nel passo sopracitato, il Dio si identifica con il verbo. Senza scendere nel dettaglio sul come mai si sia tanto stratificata quest’ idea, di sicuro questa supremazia della parola e la mancanza di corpo, si identifica con una piramide gerarchica, rispetto all’importanza del corpo come relazione. I bambini spontaneamente, sono meno legati alla Bibbia di quello che si può credere ed hanno bisogno di corpi che li accudiscano nell’apprendimento. Questa distanza dal corpo come luogo di relazione e di apprendimento e l’uso sempre maggiore della virtualizzazione delle immagini, mettono a rischio l’apprendimento dei bambini. Se riuscissimo ad appropriarci della relazione tra corpo ed apprendimento, forse potremmo prevenire molti dei nostri disturbi dell’apprendimento. Il nostro gruppo di lavoro della scuola di Arte Terapia Lacerva, da molti anni lavora su questi aspetti e, siccome rappresentano un elemento fondamentale anche per il benessere delle nuove generazioni, avrei intenzione di approfondire questo tema nei prossimi articoli.

La paura della relazione corporea nello spazio della cura

Le metodologie utilizzate per curare il mondo emozionale delle persone hanno, spesso, una sorta di grande paura della relazione corporea nello spazio della cura. Questo aspetto di paura del coinvolgimento erotizzato, del resto, fa parte di qualunque storia della cura. Come a tutti è ben noto, Freud, considerato giustamente fondamentale nella storia dei percorsi psicologici, cominciò a capire il ruolo della sessualità proprio attraverso le dinamiche di interazione con le pazienti. Di queste interazioni si spaventò, perché si rese perfettamente conto di tutte le implicazioni etiche che potevano far correre dei gravissimi rischi alla diffusione della sua metodologia. Ci troviamo davanti ad una sorta di grande paura del ruolo della relazione corporea nello spazio della cura. Questa preoccupazione, nella relazione terapeutica, é assolutamente lecita. Fermo restando questa paura, dobbiamo prendere in considerazione la possibilità che nella relazione terapeutica svolgano una funzione importantissima le fasi pregenitali. Assumendo questa visione, il corpo del terapeuta, sia esso maschio o femmina, è anche madre. Pregenitale quindi, non seduttiva, a cui tutti apparteniamo e a cui é possibile tornare proprio nel corso della relazione terapeutica. Per poter realizzare tutto questo ed essere sicuri che non sia pericoloso e non porti ad abusi, con la metodologia Lacerva noi pensiamo che la maniera per non incorrere in rischi di seduzione sia innanzitutto la necessità di una formazione emotiva molto importante; una costante supervisione, cosicché anche la relazione duale non sia mai esclusivamente duale, perché lavorare con i corpi è qualcosa di estremamente complesso. Infine, è importante prediligere interventi più di tipo estensivo che intensivo. Negli interventi di tipo estensivo abbiamo tempi dilatati con interventi molto diluiti nel tempo, ciò rende molto più facile e governabile il transfert e il controtransfert corporeo pregenitale che sappiamo essere una dimensione molto complicata, ma importantissima.

La tematica dei corpi nell’epoca del Covid

In quest’epoca di rivoluzione digitale e virtualizzazione dei corpi, è necessario parlare delle nuove relazioni corporee che ci troviamo a vivere. Noi esseri umani, com’è noto, abbiamo vitale bisogno dell’interazione fisica con gli altri. É infatti attraverso la presenza fisica dell’altro, attivata soprattutto dai neuroni specchio, che attuiamo una continua conferma di noi stessi. “Mamma guardami, Papà guardami”. Quante volte i nostri piccoli ci fanno questa richiesta? In questo gioco di presenze cresciamo legati agli altri. Il bambino viene costantemente riplasmato dal corpo di chi lo accudisce. Esattamente come, in parte, l’adulto è riplasmato dal bambino. Questo processo di continua conferma e rigenerazione del nostro essere, attraverso l’interazione corporea con gli altri, dura tutta la vita. Questo è palese soprattutto nell’ infanzia, ma, ad essere ben attenti, lo si osserva anche nell’adulto. Ho bisogno degli altri, per sapere che esisto, come corpo ed anche in quella sua funzione che è la mia mente. Quest’ interazione corporea costante ha anche un effetto di modulazione del mio mondo emozionale, determinando pertanto anche una limitazione delle condotte aggressive. Non ci stupisce pertanto dai dati grezzi che stanno emergendo nell’ ultimo periodo, un significativo aumento dei comportamenti sia auto che etero distruttivi nei giovani. Più che mai, agli adolescenti, va quindi sottolineata la continuità dinamica e condivisa, per tutta la nostra storia, del proprio corpo. Questi presupposti, ci permettono di ben comprendere perché le tecniche di arteterapia che mettono al primo posto la ritmicità condivisa dei corpi, possano svolgere una funzione fondamentale per il superamento degli aspetti emotivo relazionali di quella che, ormai, viene diffusamente descritta come la Sindrome Post Covid. Non vogliamo però assolutamente demonizzare “il digitale”. Tutti hanno potuto constatare come, in questo periodo difficile della pandemia, abbia potuto limitare in qualche modo il problema dell’isolamento. Dobbiamo imparare ad utilizzarlo al meglio, con l’assoluta necessità di affiancarlo all’ interazione corporea in presenza che protegge e delimita i confini del mio corpo.

Un incontro tra psicoterapia e arteterapia

Ceci n’est pas un article, ma una premessa, appunti sparsi di una cornice che man mano riempirò sempre più di contenuti. Nel mio percorso formativo di psicoterapeuta, ho avuto modo di affrontare temi basilari, ma c’era qualcosa che nell’ attuale cultura psicologica non mi soddisfaceva del tutto. Dovevo spaziare maggiormente. I modelli psicologici a volte appaiono, per la loro storia, come se ritenessero di avere caratteristiche universali. L’arteterapia invece, attraverso la valorizzazione del patrimonio antropologico, mi è sembrata integrare la complessità culturale del soggetto. Grazie a questo percorso parallelo, ho approfondito temi come la centralità della relazione tra i corpi. Ho scoperto quanto la creatività artistica non sia una prerogativa di pochi e privilegiati “artisti”, ma una capacità diffusa e inevitabile, mai del tutto individuale. Lavorando ho compreso quanto, nella relazione d’aiuto, contino i corpi, anche quello del terapeuta. Inoltre le interazioni tra questi non necessitano esclusivamente del toccarsi. Grazie alla scoperta dei neuroni specchio e a tutti gli studi di psicofisiologia sappiamo infatti quanto queste interazioni corporee siano in grado di plasmarci reciprocamente, anche senza contatto fisico.  Se andiamo a ritroso nel tempo, ci renderemo conto che buona parte di quella che noi chiamiamo arte fosse in realtà un’arte collettiva, quindi una forma di arteterapia ante litteram. Si pensi, tra le tante testimonianze, alle pitture rupestri della Cueva de las Manos, forme d’arte anonima e condivisa, in cui l’Io del soggetto non aveva quel ruolo ipertrofico a cui siamo abituati oggi. Il nostro corpo rappresenta il frutto dinamico e attivo dell’interazione, attuale e storica, tra corpi. Per questo nell’ arteterapia secondo il metodo Lacerva, quello della scuola in cui mi sono formata, parliamo di corpo relazionale e condiviso.  “Nascere non basta”, come ricorda una poesia di Neruda e un libro di Zoja, perché il nostro corpo acquisisce la sua completa umanità solo grazie alla relazione ritmico corporea con i nostri caregiver. Un passaggio di testimone che dura da quando l’Homo Sapiens Sapiens è sulla Terra. Oggi, con gli effetti devastanti della virtualizzazione dei corpi, dobbiamo tenere in considerazione questi concetti. L’arteterapia in questo può valorizzare ulteriormente il lavoro clinico in ambito psicologico.