Intelligenza emotiva: superare i confini del Q.I.

Il concetto di intelligenza emotiva ha rivoluzionato la comprensione delle capacità umane. A differenza della classica accezione dell’intelligenza, la quale si concentra sulla sfera razionale-cognitiva e sulla misurazione del Quoziente Intellettivo (Q.I.), l’intelligenza emotiva, valutata attraverso il Quoziente Emotivo (Q.E.), si focalizza sulla consapevolezza, la gestione e la comprensione delle emozioni, sia personali che altrui. In un contesto sempre più interconnesso e orientato socialmente, l’importanza dell’intelligenza emotiva diviene sempre più evidente e l’intelligenza cognitiva non sarà più sufficiente per poter percepire la realtà circostante nel suo complesso. La prima definizione di intelligenza emotiva Il costrutto psicologico dell’intelligenza emotiva è stato definito per la prima volta nel 1990 dagli psicologi Salovey e Mayer. I due psicologi, nella loro elaborazione della definizione al costrutto psicologico, la identificherebbero come una tipologia di intelligenza sociale. A sua volta, l’intelligenza sociale, elaborata da Thordike nel 1920, sarebbe una capacità di comprensione delle altre persone che si rifletterebbe in una maggior saggezza nelle relazioni sociali. Salovey e Mayer, quindi, riprendono il concetto dell’intelligenza sociale per poter elaborare la definizione di intelligenza emotiva, la quale farebbe riferimento ad una capacità di monitorare, differenziare e comprendere le emozioni, proprie od altrui, in modo da guidare il proprio pensiero e le proprie azioni. Componenti e competenze di Goleman Pochi anni dopo Salovey e Mayer, nel 1995, lo psicologo Daniel Goleman ha ampliato il costrutto psicologico, identificando cinque specifiche componenti dell’intelligenza emotiva: Autoconsapevolezza: la capacità di avere consapevolezza del proprio stato emotivo e di riconoscere le proprie emozioni, competenze, capacità e limiti. Autoregolamentazione: la capacità di gestire i propri stati emotivi, evitando di negarli o eliminarli, ma piuttosto modulandoli per produrre comportamenti adattivi e adeguati al contesto. Motivazione: la capacità di mantenere un impegno personale e di sfruttare le occasioni presenti per poter raggiungere e realizzare i propri obiettivi. Empatia: la capacità di riconoscere gli stati d’animo e le emozioni altrui, evitando pregiudizi e sintonizzandosi emotivamente con le altre persone. Abilità sociali: la capacità di gestione emotiva all’interno di un contesto relazionale, permettendo così lo sviluppo di competenze comunicative e di gestione di conflitti. Queste cinque componenti, specifica Goleman, si possono suddividere a loro volta in due competenze: le prime tre caratteristiche farebbero parte della competenza personale, legata alla gestione e sul controllo di sé stessi, mentre le ultime due caratteristiche andrebbero a comporre la competenza sociale, che si focalizzerebbe invece sulle relazioni e le interazioni con le altre persone. Conclusioni Possedere un’alta intelligenza emotiva si traduce in maggiore flessibilità cognitiva, adattabilità e maturità emotiva. Inoltre, un elevato livello di intelligenza emotiva può essere estremamente utile per migliorare la qualità della vita. Oltre che rendere i contesti relazionali con familiari o pari maggiormente funzionali, l’intelligenza emotiva può apportare benefici anche nell’ambito educativo e lavorativo, affrontando così le sfide quotidiane in modo più efficace. Nell’ambito clinico, l’intelligenza emotiva offre nuove prospettive e approcci per il miglioramento del benessere psicologico. Pertanto, sviluppare questa competenza è essenziale, poiché è considerata apprendibile e non immodificabile. Riconoscere il valore e l’importanza delle emozioni, sia proprie che altrui, è un passo fondamentale in questo processo. Come disse Goleman, “A tutti gli effetti abbiamo due menti, una che pensa, l’altra che sente. Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale”. Bibliografia Brackett, M. A., & Mayer, J. D. (2003). Convergent, discriminant, and incremental validity of competing measures of emotional intelligence. Personality and social psychology bulletin, 29(9), 1147-1158. Nelis, D., Quoidbach, J., Mikolajczak, M., & Hansenne, M. (2009). Increasing emotional intelligence:(How) is it possible?. Personality and individual differences, 47(1), 36-41. Goleman, D. (1996). Emotional intelligence. Why it can matter more than IQ. Learning, 24(6), 49-50. Lopes, P. N., Salovey, P., & Straus, R. (2003). Emotional intelligence, personality, and the perceived quality of social relationships. Personality and individual Differences, 35(3), 641-658. Salovey, P., & Mayer, J. D. (1990). Emotional intelligence. Imagination, cognition and personality, 9(3), 185-211. Goleman, D. (2000). Lavorare con intelligenza emotiva. Come inventare un nuovo rapporto con il lavoro (Vol. 45). Bur. Thorndike, E. L. (1920). Intelligence and its uses. Harper’s Magazine, 140, 227–235. 

Sensation seeking: il piacere nel rischio

Che cos’è la sensation seeking? L’essere umano è sempre stato attratto dall’idea dell’avventura e dell’eccitazione; per alcune persone, però, questa ricerca di stimolazione è più spasmodica che per altre. La tendenza verso la ricerca del rischio ha interessato diversi studiosi ricercatori nel campo della psicologia, portando alla formulazione del concetto di “sensation seeking”. La ricerca di sensazioni, chiamata appunto sensation seeking, rappresenta uno dei motivi impliciti che può spingere un individuo a preferire attività rischiose nella scelta di come impiegare il proprio tempo. Questa spinta motivazionale è direttamente correlata alla ricerca di novità (novelty seeking) e si riflette nella volontà di percepire sensazioni nuove ed intense.  La sensation seeking, nello specifico, è un tratto di personalità che fa riferimento alla ricerca di esperienze nuove e complesse e alla volontà di correre dei rischi correlati alle emozioni intense che ne possono scaturire. Per i sensation seeker, ovvero le persone che ricercano questo tipo di stimoli, non è importante il risultato finale dell’attività, bensì il piacere provato nell’affrontare e padroneggiare la situazione rischiosa. Ad esempio, non sarà fondamentale raggiungere la vetta, ma arrampicarsi privi dei necessari supporti in luoghi poco agevoli.  Differenze individuali  Marvin Zuckerman, professore presso l’Università del Delaware, ha individuato per primo la sensation seeking, descrivendola come “un tratto definito dalla ricerca di comportamenti a rischio, sensazioni ed esperienze varie e intense, e dalla disponibilità a correre rischi fisici, sociali, legali e finanziari, per il piacere di tali situazioni”. La sua spiegazione alla base della sensation seeking si basa un modello in cui fattori genetici, biologici, psicofisiologici e sociali si trovano ad interagire tra loro, influenzando così le preferenze individuali ed i conseguenti comportamenti ed atteggiamenti. Diversi studi, tra cui si possono citare nuovamente quelli di Zuckerman, hanno fatto emergere una differenza significativa che contraddistingue le persone con un alto livello di ricerca di sensazioni: l’arousal. L’arousal, ossia il livello di attivazione del sistema nervoso, risulta essere tendenzialmente più elevato in queste persone e ciò porta ad una necessità di sensazioni più intense per raggiungere il loro livello ottimale di eccitazione e poter percepire la stimolazione. Caratteristiche della sensation seeking Al fine di valutare le differenze individuali nella stimolazione sensoriale necessaria per potersi sentire attivati, Zuckman ha elaborato una scala specifica, la Sensation Seeking Scale. Tale questionario è stato elaborato strutturando il costrutto in quattro differenti componenti: Ricerca di brivido e d’avventura (thrill and adventure seeking): riflette una tendenza a favorire attività rischiose nell’impiego del proprio tempo libero che portino a sensazioni forti; Ricerca di esperienze (experience seeking): riguarda il desiderio di provare nuove attività stimolanti di differenti tipi che riflettano una diversità ed un’originalità; Disinibizione (disinhibition): fa riferimento ad una tendenza a liberarsi delle inibizioni in differenti contesti sociali attraverso, ad esempio, comportamenti eccessivi durante le feste, comportamenti sessuali promiscui, elevato consumo di alcolici; Suscettibilità alla noia (boredom susceptibility): indica una tendenza ad evitare tutto ciò che può apparire monotono e ripetitivo, il che comprende l’esclusione di vari eventi e contesti sociali ma anche di persone ritenute noiose. Conclusioni Un alto livello di sensation seeking può portare le persone ad essere più aperte a nuove esperienze, a viaggi avventurosi con conseguente conoscenza del mondo e delle varie culture, può anche portare ad una maggiore creatività, innovazione e successo personale. Tuttavia, la scarsa percezione del rischio, o meglio la ricerca attiva dello stesso, può comportare anche rischi significativi. La ricerca di sensazioni, infatti, potrebbe portare le persone ad un’inclinazione verso comportamenti pericolosi, quali abuso di sostanze o guida spericolata, i quali potrebbero causare grandi rischi per la propria salute. Inoltre, sono emerse correlazioni anche con una maggiore vulnerabilità riguardante la salute mentale, in quanto la difficoltà nel trovare attività soddisfacenti nella quotidianità potrebbe portare a sintomi ansioso-depressivi. Bibliografia  De Beni, R., Carretti, B., Moe, A., & Pazzaglia, F. (2008). Psicologia della personalità e delle differenze individuali (pp. 1-229). Il mulino. Earleywine, M., & Finn, P. R. (1991). Sensation seeking explains the relation between behavioral disinhibition and alcohol consumption. Addictive behaviors, 16(3-4), 123-128. Kish, G. B., & Donnenwerth, G. V. (1969). Interests and stimulus seeking. Journal of Counseling Psychology, 16(6), 551. Malkin, M. J., & Rabinowitz, E. (1998). Sensation seeking and high-risk recreation. Parks and Recreation, 33(7), 34-40. Zuckerman, M. (1971). Dimensions of sensation seeking. Journal of consulting and clinical psychology, 36(1), 45. Zuckerman, M. (1984). Sensation seeking: A comparative approach to a human trait. Behavioral and brain sciences, 7(3), 413-434. Zuckerman, M. (1994). Behavioral expressions and biosocial bases of sensation seeking. Cambridge university press. Zuckerman, M. (2014). Sensation seeking (psychology revivals): Beyond the optimal level of arousal. Psychology Press. Zuckerman, M., 1979. Sensation seeking: beyond the optimal level of arousal. L. Erlbaum Associates. Zuckerman, M., Eysenck, S. B., & Eysenck, H. J. (1978). Sensation seeking in England and America: cross-cultural, age, and sex comparisons. Journal of consulting and clinical psychology, 46(1), 139.

Love bombing: quando il narcisista ci fa innamorare

Origine del termine love bombing Il mondo delle relazioni umane è un terreno complesso costellato da una moltitudine di dinamiche le quali, intrecciandosi tra loro, possono dare origine a comportamenti che senza un’adeguata analisi possono sembrare difficili da comprendere; uno tra questi è il cosiddetto “love bombing”. Questo termine, che letteralmente significa “bombardamento d’amore”, è stato coniato negli anni ’70 dalla Chiesa dell’Unificazione degli Stati Uniti con lo scopo di descrivere il meccanismo utilizzato dalle sette religiose per adescare seguaci e manipolarli al fine di esercitare su di loro un controllo. Nel 1995, la psicologa e scrittrice statunitense Margaret Singer utilizzerà tale termine all’interno di un contesto differente: quello delle relazioni tossiche. Da questo momento in poi, il love bombing farà riferimento ad una specifica tecnica caratterizzata da un insieme di comportamenti mirati con lo scopo di sedurre e gradualmente controllare sempre più la vita di una persona. Va specificato che chiunque può adottare tale tecnica in qualsiasi tipologia di relazione, (sentimentale, familiare, amicale…) ma, essendo confermata dalla letteratura la relazione tra love bombing e disturbo narcisistico di personalità, in questo articolo ci soffermeremo sulla relazione sentimentale con tali persone. Per lo stesso motivo, essendo statisticamente più frequente che il love bomber sia un uomo e la vittima una donna, si utilizzerà questa relazione come esemplificativa per rendere la lettura più fluente, ma si sottolinea che le stesse dinamiche potrebbero avvenire anche al contrario o in coppie omosessuali.  In cosa consiste il love bombing? Come anticipato, questo termine indica un bombardamento di comportamenti, azioni e gesti particolarmente romantici che il narcisista mette in atto nel corteggiamento di un’altra persona. Durante questa fase di seduzione, la vittima del love bombing percepisce l’altro come l’anima gemella in quanto, attraverso complimenti, attenzioni, regali, messaggi e dimostrazioni d’amore, il narcisista riesce a far sì che l’immagine che il partner ha di lui sia iper-idealizzata. La vittima, sentendosi ammaliata dalla moltitudine di attenzioni ricevute, inizia a sviluppare una dipendenza emotiva e a desiderare sempre più la vicinanza e l’amore (che tale in realtà non è) del partner; innescando questo meccanismo di dipendenza, il narcisista riesce così ad avvicinarsi al suo scopo manipolativo. Inoltre, i gesti e i comportamenti che il narcisista decide di adottare non sono casuali, ma sono frutto di uno studio attento della vittima; una volta conosciuta in maniera approfondita, infatti, saprà esattamente come conquistarla, puntando sui suoi punti deboli, ed apparire come ciò che essa ha sempre desiderato.  Come riconoscerlo da un corteggiamento sano Di primo acchito può non essere semplice differenziare il love bombing dalle attenzioni da “luna di miele” che normalmente caratterizza le prime fasi di una relazione. Ciò che differenzia questa strategia dalle genuine manifestazioni d’amore che contraddistinguono l’inizio di una relazione sana è l’eccesso. In una coppia, infatti, i regali, le sorprese e le premure sono estremamente piacevoli, specialmente nella fase di innamoramento (e il narcisista ne è più che consapevole) ma quando si ha a che fare con un love bomber tali espressioni “d’amore” inizieranno a diventare eccessive ed esagerate in brevissimo tempo. Un esempio che comunemente è presente in chi adotta tale tecnica è il “ti amo” detto precocemente e ripetuto in maniera quasi ossessiva, spesso seguito dalla tecnica del “future faking”, attraverso il quale il narcisista farà immaginare alla partner il loro idilliaco futuro insieme, promettendole tutto ciò da lei desiderato ma senza poi realizzare nulla di tutto ciò. Altri esempi concreti di comportamenti attuati all’interno di queste dinamiche possono essere: Complimenti costanti senza una conoscenza profonda dell’altra persona e frasi particolarmente seduttive; Continui regali che riflettano un determinato impegno; Gesti eclatanti, plateali ed estremamente romantici; Esibizione della partner accompagnata da manifestazioni d’affetto pubbliche; Una presenza costante anche attraverso un’assidua comunicazione via messaggio; Risultano essere esattamente ciò che si ha sempre desiderato e sanno sempre cosa dire al momento giusto; Richiedono una costante attenzione dedicata esclusivamente a loro; Spesso si oppongono a qualsiasi relazione esterna al nucleo della coppia. Le fasi successive al love bombing Questi comportamenti appena citati in realtà compongono solamente l’inizio di un processo manipolativo che si articola in più fasi. La prima fase, appena descritta, è quella di idealizzazione, del love bombing, ed è esattamente ciò che consente al narcisista di instaurare un rapporto con la vittima che, nel periodo seguente, diventerà via via più tossico. Qualora la vittima esprimesse dei dubbi riguardo a questo eccesso di attenzioni, il narcisista sarà estremamente bravo nell’innescare in lei dei sentimenti di colpa, mostrandosi particolarmente offeso. La fase che segue il bombardamento d’amore è caratterizzata dal suo opposto, ovvero la svalutazione. Il manipolatore adotterà ora un atteggiamento opposto; se prima inondava la partner con complimenti dipingendosi come la sua anima gemella, adesso si mostrerà distante, freddo e si relazionerà con lei attraverso critiche e frasi svalutanti. Questa fase ha l’obiettivo di innescare nella vittima degli sforzi per tornare ad essere amata e posizionata “su un piedistallo” come nella fase precedente. La terza fase è composta dall’allontanamento. Il narcisista, raggiunto questo punto del processo manipolativo, adopererà la tecnica del “ghosting”, sparendo e chiudendo qualsiasi tipo di contatto e comunicazione con la vittima. Queste fasi possono avere una durata variabile ma ad un certo punto si arriverà alla quarta fase, quella del recupero o della riconquista, nella quale potrebbe nuovamente utilizzare la tecnica del love bombing allo scopo di farsi perdonare. Questa fase permette al narcisista di attivare un circolo vizioso che si protrarrà fin tanto che la vittima non prenderà consapevolezza e taglierà tutti i ponti con il partner. Conclusioni Il love bombing rappresenta, quindi, una tecnica di manipolazione emotiva che non solamente può portare a meccanismi di controllo sulla vittima, ma può innescare in essa anche ulteriori effetti, quali dipendenza emotiva, isolamento sociale e distorsione della realtà. Ciò che risulta fondamentale per contrastare il love bombing è riconoscere i segnali di questa tipologia di manipolazione e, nel caso se ne identificassero, cercare supporto da amici, familiari o professionisti della salute mentale per tutelare la propria salute psicologica. Bibliografia Campbell, W. K., & Foster,

La Giornata Mondiale della Salute Mentale: l’importanza del 10 ottobre

Storia della Giornata Mondiale della Salute Mentale Ogni anno, durante la giornata del 10 ottobre, l’attenzione del mondo intero si focalizza sulla sensibilizzazione di temi inerenti alla salute mentale, festeggiando la Giornata Mondiale ad essa dedicata. Istituita nel 1992 dalla World Federation for Mental Health con l’obiettivo di promuovere la prevenzione, la diagnosi e il trattamento dei disturbi mentali, la Giornata Mondiale della Salute Mentale ha come scopo proprio quello di stimolare la comprensione e l’empatia verso le persone che si trovano ad affrontare tali problematiche. Il 10 ottobre, attraverso varie iniziative, offre la possibilità di esplorare il significato della salute mentale e di riflettere su come migliorare il benessere psicologico in tutto il mondo. L’importanza della salute mentale La salute mentale è una componente essenziale del benessere di un individuo e della società nel suo complesso. Va sottolineato che per promuovere la salute mentale non è sufficiente la mera assenza di disturbi psichici ma è necessario mantenere un equilibrio globale. Tale bilanciamento deve coinvolgere anche la capacità di gestire lo stress derivante da differenti contesti e l’intensità delle emozioni che ne derivano. Ciò che è importante, è prestare attenzione a come ogni piccolo cambiamento possa avere un impatto significativo nella qualità di vita di un individuo. Attività dedicate al 10 ottobre Attualmente, questa giornata si compone di attività di sensibilizzazione promosse da organizzazioni, associazioni e istituzioni pubbliche e private. Tra tali iniziative, che possono essere di diverso tipo, possiamo citare: Conferenze e seminari su temi di rilevanza psicologica; Proiezioni di documentari, film o mostre fotografiche; Laboratori creativi; Campagne di sensibilizzazione mediante l’utilizzo di social media; Attività di volontariato per supportare persone con disturbi mentali e la loro famiglia; Raccolte fondi per fornire un sostegno alle organizzazioni che si occupano di salute mentale; Attività di prevenzione. Temi della giornata Ogni anno i vari eventi che si distribuiscono in tutto il mondo durante il 10 ottobre sono accumunati da un tema condiviso. Negli ultimi anni possiamo citare il tema “Mental health in an unequal world” (“Salute mentale in un mondo disuguale”) del 2021 o il tema dello scorso anno “Make mental health and well-being for all a global priority” (“Rendi la salute mentale e il benessere per tutti una priorità globale”). Quest’anno la giornata si focalizzerà sull’universalità del diritto alla salute mentale con il tema ““Mental Health is an Universal Human Right”. Combattere lo Stigma e l’Isolamento Sociale Ancora oggi i disturbi mentali non sono esenti da stigma; uno degli obiettivi principali della Giornata Mondiale è proprio diffondere informazioni e consapevolezza sulla salute mentale in modo da eliminare i pregiudizi e le discriminazioni ad esso correlate. Spesso, infatti, accade che le persone, pur di evitare giudizi stigmatizzanti e l’isolamento sociale che deriva da essi, evitino di cercare aiuto sebbene ne percepiscano la necessità. Il 10 ottobre vuole contribuire ad una maggiore inclusività, proponendo riflessioni sull’importanza del chiedere aiuto quando necessario e di un clima basato sul supporto per il proprio benessere. Promuovere il Benessere La Giornata Mondiale della Salute Mentale vuole anche ricordare come sia fondamentale porre una costante attenzione al benessere psicologico attraverso piccole azioni quotidiane, prestando attenzione ai segnali della nostra mente ma anche del nostro corpo. Va ricordato, infatti, che per una buona salute psicologica è sì necessario imparare a gestire lo stress, ma è anche fondamentale prendersi cura del proprio corpo adottando uno stile di vita sano composto da alimentazione equilibrata ed esercizio fisico regolare. Conclusioni In conclusione, la Giornata Mondiale della Salute Mentale rappresenta l’opportunità di riflettere sull’importanza della salute mentale per la qualità di vita di tutti noi. L’occasione che il 10 ottobre fornisce è quella di promuovere il benessere psicologico attraverso un sostegno di chi si trova a combattere con disturbi mentali ed educando la comunità per diminuire i pregiudizi, ricordando che la salute mentale non dev’essere considerata inferiore a quella fisica. Sitografia https://promisalute.it/conferenza-giornata-mondiale-salute-mentale/ https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/neuroscienze/la-giornata-della-salute-mentale-ci-riguarda-tutti https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?id=6019&menu=notizie https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioNotizieSaluteMentale.jsp?id=6019&lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero https://www.who.int/campaigns/world-mental-health-day/2023

Sindrome di Münchausen per procura: il bambino, uno strumento del caregiver

Cos’è la Sindrome di Münchausen? Inserita all’interno dei disturbi fittizi presentati nel capitolo “Disturbi da sintomi somatici e disturbi correlati” del DSM-5, la Sindrome di Münchausen, definita da Asher nel 1951, rappresenta un disturbo psichiatrico nel quale i pazienti fingono o si autoinducono malattie e lesioni con scopo di ingannare gli altri. Il nome della sindrome deriva dal Barone di Münchausen, vissuto nella seconda metà del XVIII secolo e divenuto famoso a causa della sua tendenza a raccontare storie esagerate su sé stesso e sulle proprie gesta inverosimili, quali l’aver viaggiato sulla Luna, l’aver cavalcato una palla di cannone e l’essere uscito incolume dalle sabbie mobili riuscendo a tirarsene fuori attraverso i propri capelli. Così come il Barone tedesco, chi soffre dell’omonima sindrome, nota anche come disturbo fittizio o dipendenza da ospedale, è alla ricerca di costante attenzione altrui e questo porta tali persone ad attuare consapevolmente azioni con lo scopo di ottenere cure mediche e premure da parte del personale medico-sanitario. Come si manifesta? L’invenzione della loro storia clinica e della loro sintomatologia porta queste persone a passare spesso per molteplici visite ed ospedalizzazioni, fino ad arrivare ad accettare di sottoporsi ad interventi chirurgici invasivi pur di ottenere l’attenzione sperata. Per giustificare le loro patologie, alcuni pazienti possono trovare escamotage per simulare al meglio la condizione desiderata, quali l’ingerimento o l’iniezione di sostanze nocive. Le motivazioni e gli scopi ricercati che spingono queste persone ad attuare i suddetti comportamenti, differenziano la Sindrome di Münchausen da altri disturbi psichiatrici, quali il disturbo da sintomi somatici, nel quale non vi è alcuna prova di un comportamento ingannevole del paziente, e la simulazione di malattia, dove lo scopo di un’invenzione di sintomi si riconduce ad un qualche vantaggio personale come denaro o congedo lavorativo per malattia. Una variante: la Sindrome di Münchausen per procura Una variante di questa sindrome che rappresenta un vero e proprio abuso è la Sindrome di Münchausen per procura, disturbo mentale nel quale la falsificazione dei segni e dei sintomi fisici o psicologici non riguarda un proprio stato di salute bensì quello di un altro individuo. Nonostante esistano casi in cui la vittima è un adulto (spesso incapace di badare ai propri bisogni), la maggior parte degli episodi noti relativi a questa variante della sindrome vede come vittima i bambini. Il caregiver (ovvero la figura familiare che si prende cura e assiste quotidianamente il proprio caro), infatti, falsifica la malattia del proprio figlio, presentandolo come malato e giustificando tale condizione del bambino riferendo sintomi non esistenti o, nel peggiore dei casi, provocandoli direttamente per poter dar credito alla propria testimonianza e renderlo effettivamente in necessità di ricevere cure mediche. Il caregiver, in ambito pediatrico, è spesso rappresentato dalla madre e lo scopo è sempre il medesimo: attirare compassione ed attenzioni sulla propria persona. La malattia che la madre porta al personale sanitario può essere totalmente simulata attraverso, ad esempio, un termometro scaldato, l’invenzione della storia clinica del figlio con annesse falsificazioni di referti clinici o l’alterazione delle urine o delle feci del bambino attraverso l’aggiunta di sangue o di differenti sostanze come il glucosio. In altri casi, più gravi, la madre può provocare egli stessa alcuni sintomi somministrando al bambino lassativi o altri farmaci, riducendo la sua alimentazione allo scopo di farlo apparire deperito o iniettandogli materiale infetto. Le difficoltà nella diagnosi della Sindrome di Münchausen per procura Risulta evidente la difficoltà nel diagnosticare tale patologia, in quanto saper riconoscere i sintomi fittizi da quelli reali richiede generalmente molto tempo e, spesso, l’ausilio di innumerevoli accertamenti sanitari anche invasivi per escludere eventuali malattie rare. Le madri, per giunta, tendono a consultare svariati medici e differenti ospedali, in modo da sfavorire una continuità che possa consentire al medico di scoprire l’inganno. Inoltre, il caregiver appare spesso attento ed affettuoso, focalizzato sul benessere del proprio figlio e sul voler risolvere la sua condizione medica, in realtà inesistente, dando la propria disponibilità al personale medico; ciò rende ancora più difficoltoso diagnosticare la sindrome. Spesso si avvalgono anche dell’utilizzo dei social media rendendo pubblica la storia del proprio figlio per ottenere maggior consenso ed attenzione altrui. Possibili cause dei comportamenti del caregiver Le cause per tali comportamenti sono incerte e, come enunciato da Meadow nel 1982, “sarebbe ingenuo cercare una sola causa per il comportamento lesivo di queste madri”. Alcune situazioni potrebbero dipendere da un disturbo della personalità del caregiver, da traumi passati, specialmente in età infantile, o dalla volontà di cercare un allontanamento da situazioni personali stressanti nel presente. In alcuni casi, può essere presente un conflitto tra il caregiver e il coniuge e il comportamento adottato verso il figlio “inguaribilmente malato” può rappresentare, per tale persona, un mezzo per mantenere un legame ed evitare un’eventuale separazione. Conclusione In conclusione, non emerge una singola ed unica causa per la Sindrome di Münchausen per procura, ciò che è necessario, quindi, per elaborare un processo terapeutico che possa essere efficace, è andare ad esplorare le ragioni del comportamento attuato di ogni singolo individuo che ne soffre. Va, infine, ricordato che la priorità assoluta è salvaguardare il minore da un simile abuso perciò, se si dovesse sospettare un’invenzione della sintomatologia del bambino da parte del caregiver, è necessario separare temporaneamente il figlio dal genitore, in modo da verificare se i sintomi scompaiono in assenza dell’adulto, indagare l’attendibilità e la veridicità della versione del genitore confrontandosi con altre persone vicine al bambino, quali altri familiari, chiedere un aiuto psicologico per il caregiver ed, infine, valutare, laddove se ne ravvedi l’esigenza, un possibile allontanamento dai genitori. Bibliografia Asher, R. (1951). Münchhausen syndrome. Lancet, 1(6650), 339-41. Boum, R. (2014). La Sindrome di Munchausen per procura. Malerba: storia di una infanzia lacerata:Malerba: storia di una infanzia lacerata. FrancoAngeli. Ford, C.V. (1982). Munchausen syndrome. In Extraordinary disorders of human behavior (pp. 15-27). Boston, MA: Springer US. Gilbert, J. (2014). Munchausen Syndrome by Proxy and the Implications for Childbirth Educators. International Journal of Childbirth Education, 29(3). Meadow, R. (1982). Munchausen syndrome by proxy. Archives of disease in childhood, 57(2), 92-98. Meadow, R. (1995). What is, and what is not, ‘Munchausen syndrome by proxy’?. Archives of disease inchildhood, 72(6), 534. Schreier, H. A., & Libow, J. A. (1993). Hurting for love: Munchausen by proxy syndrome.

I migliori amici degli anziani: la Pet Therapy nella demenza

Un’introduzione alla Pet Therapy Sempre più adottata nelle attività di cura e di sostegno, la Pet Therapy, ovvero la forma di terapia volta a migliorare la qualità di vita delle persone attraverso la relazione con diversi animali da compagnia, vede la definizione come tale a metà del secolo scorso. Nonostante i primi approcci pratici con gli animali siano riconducibili alle terapie dei pazienti con disabilità nel Belgio del IX secolo, la definizione del concetto di “pet therapy” fa riferimento al 1953, quando il neuropsichiatra infantile Boris Levinson si accorse di come il proprio cane portasse dei benefici psicologici e comportamentali ad un bambino autistico da lui seguito. In Italia sarà necessario aspettare gli anni Ottanta per sentir parlare nelle conferenze mediche di questa tipologia di terapia e l’inizio del nuovo millennio per documenti ufficiali e decreti ministeriali che ne riconoscano i principi e specifiche linee guida per gli interventi. Tipologie di interventi Questa cooperazione uomo-animale può trovare concretezza in differenti campi di attuazione e, di conseguenza, nelle molteplici metodologie adottate; possiamo citare le Animal Assisted Activities (AAA), le Animal Assisted Therapies (AAT) e le Animal Assisted Education (AAE). La differenza tra le tre risiede principalmente nel loro obiettivo e, di conseguenza, nelle attività messe in atto per raggiungerlo: le prime vedono la prevalenza della componente ludico-ricreativa e comprendono tutte le attività svolte con gli animali che migliorano in generale la qualità di vita della persona; le seconde hanno un vero e proprio obiettivo terapeutico volto a migliorare lo stato di salute fisica, sociale, emotiva e cognitiva dei pazienti; le ultime, infine, si basano sulla dimensione educativa attraverso l’impiego di attività che hanno lo scopo di promuovere e sostenere le risorse personali legate alla progettualità individuale, di relazione ed inserimento sociale. Perché utilizzare la Pet Therapy con gli anziani affetti da demenza Come accennato, i contesti di applicazione della Pet Therapy possono essere molteplici; dall’utilizzo degli animali con bambini affetti da disturbi dello spettro autistico o ricoverati nei reparti pediatrici, con pazienti psichiatrici o con pazienti oncologici, all’interno di scuole o di carceri, e molti altri. In questo articolo si vogliono approfondire i benefici della Pet Therapy quando viene adottata come strumento volto a migliorare la qualità di vita di anziani affetti da Alzheimer o da altre tipologie di demenza. Queste patologie sono destinate a provocare nel corso del tempo sempre più deficit in diverse aree: citiamo quella cognitiva, interessando la perdita di memoria, l’attenzione e varie difficoltà nel linguaggio, i disturbi del comportamento e grandi alterazioni dell’umore che possono portare a stati di agitazione psicomotoria. Non esistendo cure che consentano di rendere tale processo reversibile, appare di grande aiuto affiancare alle terapie farmacologiche varie attività che permettano di attenuare l’intensità di alcuni sintomi aumentando il benessere dei pazienti. Tra queste attività, la Pet Therapy rappresenta un ottimo veicolo per poter fornire la possibilità agli anziani malati di instaurare un rapporto con un animale, comunicando con lo stesso attraverso stimoli sensoriali che permettano di creare un legame positivo che giovi al soggetto e senza coinvolgere la memoria e il linguaggio, spesso gravemente deteriorati in chi soffre di demenza. I miglioramenti nella qualità di vita degli anziani I benefici, inoltre, sono immediati e questo sta portando le strutture a adottare sempre più questo tipo di terapia attraverso diversi animali, per lo più cani di differenti razze, gatti e talvolta cavalli. Le attività che coinvolgono gli animali consentono miglioramenti in vari aspetti della vita dell’anziano, tra cui benefici nella motricità e nell’equilibrio attraverso passeggiate e varie interazioni con l’animale. Inoltre, dà loro la possibilità di sentirsi maggiormente utili, gratificati e autonomi prendendosi cura dell’animale, dandogli da mangiare, accarezzandolo o spazzolandolo. L’impegno di dedicarsi con affetto ad un animale può inoltre stimolare alcune funzioni cognitive legate a linguaggio, attenzione e memoria, risvegliando alcuni ricordi passati inerenti al contatto fisico e a stimoli sensoriali simili vissuti nella loro vita. Inoltre, diverse ricerche hanno rilevato miglioramenti nel tono dell’umore; attraverso l’interazione con l’animale negli interventi di Pet Therapy, infatti, l’anziano affetto da demenza può ottenere benefici nella diminuzione dell’ansia, dell’aggressività e dell’agitazione psicomotoria, aumentando invece le emozioni positive ed il benessere generale. Conclusione La presenza di un animale nella quotidianità di un anziano con demenza, il quale fatica a comunicare verbalmente con le altre persone, può, quindi, fornire la possibilità di connettersi con altri esseri viventi su differenti piani emotivi ed empatici che non necessitino di quelle funzioni cognitive compromesse dalla malattia, ma che gli diano ugualmente la possibilità di sviluppare una relazione affettiva che lo coinvolga emotivamente. Bibliografia • Bernabei, V., De Ronchi, D., La Ferla, T., Moretti, F., Tonelli, L., Ferrari, B., … & Atti, A. R. (2013). Animal-assisted interventions for elderly patients affected by dementia or psychiatric disorders: A review. Journal of psychiatric research, 47(6), 762-773. • Cirulli, F. (2013). Animali terapeuti: manuale introduttivo al mondo della pet therapy. • Coakley, A. B., & Mahoney, E. K. (2009). Creating a therapeutic and healing environment with a pet therapy program. 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