L’io pelle

L’importanza del contatto Il bambino acquisisce la percezione della pelle come superficie in occasione delle esperienze di contatto del proprio corpo con quello della madre e nel quadro di una relazione rassicurante d’attaccamento a lei. Le comunicazioni tattili primarie vengono registrate come sfondo e forniscono una superficie immaginaria su cui disporre i prodotti delle successive operazioni del pensiero. Anzieu parla di funzioni e strutture della mente in termini di “membrana”, di “guaine” e di una successiva formazione nel tempo di esperienze tattili, dolorifiche, termiche, acustiche, visive fino al sogno e al pensiero. L’attenzione rivolta al transfert e al controtransfert dà la possibilità di recuperare il significato di “involucro” della parola del terapeuta nella seduta con funzioni trasformative. Anzieu parla di deformazioni possibili nell’area psichica-psicosomatica a causa di microtraumi emozionali e del modo del bambino di viverli e di difendersi in relazione al mondo interno. Secondo Anzieu, l’io-pelle è una struttura intermedia dell’apparato psichico: intermedio cronologicamente tra madre e figlio. Senza adeguate esperienze al momento opportuno, tale struttura non è acquisita o risulta alterata. L’instaurazione dell’io pelle risponde al bisogno di un involucro narcisistico ed assicura all’apparato psichico la certezza e la costanza di un benessere di base. È una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino, durante le fasi precoci dello sviluppo, per rappresentare se stesso come Io che contiene i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo. Per Anzieu l’energia pulsionale risulta disponibile soltanto per chi ha preservato l’integrità del proprio Io pelle. La realizzazione sessuale richiede l’acquisizione di una sicurezza narcisistica di base, di un senso di benessere dentro la propria pelle. L’acquisizione di un Io pelle serve per accedere all’identità sessuale e ad affrontare la problematica edipica, per liberare il desiderio sessuale dal ruolo di controinvestimento delle frustrazioni precoci subite dai bisogni dell’Io psichico e dalle pulsioni d’attaccamento. L’attaccamento La consapevolezza di provare attaccamento è una dimensione umana che ci mette in una situazione paradossale, cioè: “per essere me stesso devo relazionarmi agli altri, ma mi devo anche differenziare. Più ho bisogno degli altri, perché non mi sento solido, più sento l’altro come pericoloso; un vissuto di una penetrazione da parte dell’altro. E’ solo nutrendoci degli altri che potremo sfuggire la loro persecutorietà e le attese che ha l’altro su di me”. (Jaemmet) E’ importante che i genitori permangono come “base sicura” specialmente nei momenti di disagio o di stress, per cui appare ampiamente condivisibile l’idea che in realtà l’individuazione debba essere vista non come una presa di distanza dai genitori, ma piuttosto qualcosa insieme a loro”. (Ammaniti) La difficoltà di prendere da un altro, d’interiorizzare una relazione di dipendenza può essere legata a situazioni di deprivazione affettiva, che non hanno consentito lo sviluppo di un equipaggiamento interno adeguato. Spesso il ricorso massiccio a difese paralizzanti appare come un riparo dalla frammentazione, come un tentativo di sopravvivere in situazioni carenti, ma allo stesso tempo, sembra essere anche un desiderio inconscio di restare attaccata in modo adesivo ad un unico oggetto prezioso ed insostituibile. (E. Bick) Bion spiega come il processo d’interiorizzazione non sia per un neonato un processo innato ma, che si acquisisce attraverso la relazione con un oggetto che dia un senso emotivo alle sue esperienze. Per dare un nome alle esperienze emotive e renderle pensabili è necessaria, infatti, l’interiorizzazione di un oggetto esterno capace di svolgere tale funzione: il contenitore. Winnicott crede che la precocità delle carenze materne, se si verificano proprio quando il bambino cerca di conquistare la propria indipendenza, produca una dipendenza patologica. Le funzioni materne descritte da Winnicott (holding, handling) conducono progressivamente il bambino a differenziare una superficie che comporta una faccia interna ed un’esterna, cioè un’interfaccia che permette la distinzione del dentro e del fuori ed un volume ambiente nel quale si sente immerso, una superficie ed un volume che gli danno l’esperienza di un contenitore. L’introiezione della relazione madre-bambino, da parte del bambino piccolo, come relazione contenitore-contenuto e conseguente costituzione di uno “spazio emozionale” e di uno “spazio del pensiero” è fondamentale per la costruzione di un apparato per pensare i pensieri (Bion). Bion ha mostrato come il passaggio dal non-pensare al pensiero si fonda su una capacità di cui è necessario che il neonato faccia un’esperienza reale per il proprio sviluppo psichico, cioè la capacità propria del seno materno di “contenere” in uno spazio psichico delimitato, le sensazioni, le tracce mnestiche, gli affetti che irrompono nella sua nascente vita psichica. Il seno-contenitore offre la possibilità di raffigurazioni, di legami e d’introiezioni. Se la funzione contenente della madre non viene introiettata dal bambino, all’introiezione si sostituisce un’identificazione proiettiva patologica.
La Coppia

Perché si forma la coppia Nella coppia il singolo porta se stesso ed i suoi vissuti infantili. La crescita ed il formarsi delle funzioni psichiche dipendono dal tipo e dalla qualità d’incontro intersoggettivo che contribuiscono allo stile personale di gestione delle dinamiche affettive. Stern sostiene che le relazioni umane possono essere un tentativo di autoregolare lo stato interno per mezzo del rapporto con l’altro. La rappresentazione dell’altro ossia le immagini interne, formano relazioni con persone importanti. Cioè gli scambi con gli altri lasciano il segno, sono internalizzate e quindi modellano i successivi atteggiamenti e percezioni delle relazioni successive. Le persone vedono nella relazione affettiva duratura e significativa di coppia una sorta di “relazione terapeutica naturale” dove si mettono in atto relazioni oggettuali irrisolte. Il partner funge da contenitore di un oggetto interno dell’altro a cui vengono affidati aspetti del proprio Sé. Avviene, quindi, un’identificazione proiettiva. Secondo Zavattini le identificazioni proiettive incrociate rappresentano il tentativo di ripristinare l’integrità del Sé che è andata incontro a esperienze di rottura interne che portano forti angosce. L’altro diventa quindi la via di scarico di aspetti indesiderati, rifiutati. L’incastro di due mondi interni L’altro può essere usato in modo propulsivo per conoscersi e per crescere, ma può anche essere usato in modo delirante, spesso collusivo. Aspetti scissi, perversi e superegoici di entrambi si potenziano determinando un contesto frustrante ma corrispondente a esigenze difensive per ciascun partner. Quando una coppia si forma, vi è un ingaggio reciproco che può essere sia all’insegna di un compito evolutivo legato a processi di separazione individuazione e di monitoraggio affettivo reciproco, sia la creazione di una relazione interna regressiva e frustrante. Le aspettative che si hanno sull’altro e le fantasie idealizzanti distruggono il legame poiché appare deludente e non corrispondente all’idea iniziale. Dovrebbe nascere la capacità di elaborare l’uso che si può fare delle risorse affettive dell’altro e di Sé, tollerando quello che non ci si può aspettare. L’interesse per il partner può rappresentare un modo di sbarazzarsi proiettivamente di parti di Sé indesiderate. In questo modo, l’altro diventa l’oggetto disprezzato da dominare oppure l’oggetto danneggiato da riparare. Come cambia la coppia con i figli Il contesto affettivo che regola la coppia richiede una riorganizzazione quando arriva un figlio. Il bisogno di attaccamento del nuovo nato, riporta in primo piano le rappresentazioni interne di figure genitoriali in relazione alle prime esperienze affettive e la tendenza a ripetere i modelli interiorizzati. L’assunzione del ruolo di genitore costituisce un periodo di riassetto della personalità che può comportare momenti di grande confusione e insicurezza che investono l’individuo nel suo senso d’identità. L’importanza della progettualità della coppia è fondamentale come momento di confronto e allineamento di motivazioni ed impegno.
La sintonizzazione tra genitori e figli e i loro bisogni

Tollerare l’attesa e il fallimento In questo mondo che ci insegna che si deve avere tutto e subito, l’attesa o l’impossibilità della realizzazione dei nostri desideri e bisogni è l’esperienza più difficile da tollerare. Da neonati s’inizia a sperimentare questo. Non poter soddisfare immediatamente il proprio bisogno che sia di nutrizione o di altro, da un lato riempie il neonato d’angoscia, ma dall’altro lo aiuta a tollerare l’attesa e a sperimentare di non essere onnipotente. Ci sono alcune teorie che negli anni hanno sostenuto come la chiusura autistica del bambino sia dovuta allo sperimentare un’angoscia troppo forte che non riesce a tollerare. Questo avviene quando il pianto è più volte ignorato ed è eccessivamente prolungato. Accanto a questa teoria ci sono sempre stati pediatri, lo stesso Winnicott, che hanno spiegato che il bambino non deve essere anticipato nei suoi bisogni ma deve sperimentare l’assenza del suo bisogno e poi l’appagamento successivo. Deve, per esempio da neonato, piangere perché sente la pancia vuota e poi vivere l’esperienza della pancia che si riempie. Quando cresce deve imparare ad esprimere il suo bisogno di fame attraverso una richiesta esplicita (ho fame!). Spesso, invece, ci sono madri che danno il latte ai propri figli mentre dormono o li costringono a mangiare quando non hanno fame. Questa non è una buona esperienza per i bambini che devono imparare sin dai primi mesi di vita ad esprimere i propri bisogni e a vivere l’appagamento di questi ultimi. L’accudimento genitoriale Purtroppo le angosce genitoriali, spesso, non rendono chiari i bisogni dei figli che vengono confusi con i propri. Si perpetua a sbagliare anche quando i neonati crescono non facendo vivere loro l’esperienza di non poter appagare immediatamente i propri bisogni. Spesso le donne si sentono in colpa perché non riescono ad avere la pazienza che dovrebbero nel crescere i propri i figli e che non sono così amorevoli come gli altri si aspettano. Le donne che desiderano un figlio idealizzano le loro capacità materne e, spesso, si trovano a doverle ridimensionare e ad accettare che non sono così perfette come s’immaginavano. Vi è l’idea comune che tutti, in particolare le donne, nascano con buone capacità genitoriali innate (il così detto senso materno o paterno) e che avere dei figli sia l’esperienza più bella al mondo. Nessuno, però, ci spiega che crescere dei bambini è la cosa più stancante e difficile che esista. E che a volte l’amorevole istinto genitoriale, proprio non è innato. Spesso, ci vuole tempo a connettersi con i figli e a sviluppare l’empatia e purtroppo, c’è chi non ci riesce mai. Soprattutto quando il neonato ha pochi mesi di vita, diventa estenuante accudirlo, dormendo poco, e dovendosi dedicare tutto il giorno a lui. Per il bambino, inizialmente la madre è il suo mondo, attraverso di lei fa le prime esperienze di angoscia e di pace. Attraverso il pianto comunica i suoi bisogni e la madre (o chi si occupa di lui), impara a capire e soddisfare le sue richieste. Integrazione tra amore e aggressività Durante l’infanzia il neonato percepisce il mondo per estremi: buono/cattivo, amichevole/ostile. Ovviamente ciò che è cattivo viene odiato e ci fa paura, mentre ciò che è buono ci rassicura e si tende ad amarlo. Ciascuno di noi fa fatica nel tener sotto controllo la propria aggressività innata e combinarla con sentimenti d’amore. Successivamente, in ogni bambino iniziano a coesistere idee di distruzione dell’oggetto amato e allo stesso tempo forti impulsi d’amore. Comincia a capire che lo stesso oggetto buono che ama, a volte può essere cattivo ed odiato. Il sopravvivere dell’oggetto amato ai propri attacchi di aggressività, rassicura il bambino di non aver ucciso l’oggetto amato e di poter tollerare la sua parte aggressiva.
L’attaccamento della personalità borderline

Le caratteristiche del disturbo borderline I disturbi di personalità ed in particolare il disturbo borderline di personalità (DBP) si caratterizzano per pattern stabili di pensiero, di regolazione emotiva e degli impulsi e di funzionamento interpersonale, ambiti collegati all’attaccamento. Persone con DBP presentano un disturbo mentale complesso e grave che implica instabilità dell’umore, delle relazioni interpersonali e dell’immagine di sé. Inoltre disturbi della regolazione affettiva che si manifesta in affetti disforici intensi, spesso caratterizzati da tensione oppositiva, con rabbia e violenza reattiva emotiva ed anche cronici sentimenti di vuoto e di solitudine. I processi cognitivi sono spesso rappresentati da un pensiero dicotomico con immagini contrastanti di sé e degli altri. In molto casi, persiste una paranoia che fa vedere il mondo come pericoloso e cattivo e se stessi invece come vulnerabili e impotenti. Si associano molto frequentemente casi di abuso di sostanze legati alla mancanza di controllo e all’impulsività. Queste persone hanno grandi difficoltà a mantenere un solido rapporto interpersonale poiché è spesso caratterizzato da litigi e rotture ripetute e ricorso a strategie disadattive come risposte imprevedibili oppure emotivamente intense. Il fallimento emotivo di base implica un’incapacità ad affrontare la separatezza dalle proprie figure di accudimento (Modell). L’infanzia dei pazienti borderline, infatti, è gravemente disturbata dalle separazioni da figure genitoriali e da gravi esperienze traumatiche. Secondo Kernberg si verifica una mancata integrazione del concetto di sé e degli altri significativi, sostenuta dalla prevalenza di meccanismi di difesa primitivi incentrati sul meccanismo della scissione. Che attaccamento hanno le personalità borderline? Le personalità borderline hanno molto spesso attaccamenti irrisolti o preoccupati associati ad esperienze traumatiche irrisolte ed importanti riduzioni delle capacità riflessiva (Fonagy). La comprensione ridotta e distorta della propria mente e di quella degli altri potrebbe essere l’esito di esperienze negative traumatiche con le figure di attaccamento durante l’infanzia. Le figure di attaccamento non saranno state in grado di rispecchiare e rispondere al distress del bambino, manifestando un atteggiamento ostile ed impotente, comportamenti dissociati o disorganizzati, terrorizzati o terrorizzanti. Questi bambini sperimentano il loro distress come un segnale di pericolo per l’abbandono in quanto i loro genitori tendono a ritirarsi difronte all’ansia o alla rabbia e di conseguenza rispondono con una risposta dissociativa complementare (Liotti). Le esperienze soggettive del bambino non sono contenute ed organizzate e vengono incorporate nella struttura del Sé, cosi la rappresentazione degli altri assume una qualità non riflessiva, trascurante o abusiva. Questo può creare una disorganizzazione dell’attaccamento che favorisce reazioni negative ai traumi, alle separazioni e alle perdite. Quando un bambino sperimenta situazioni terrificanti e travolgenti si sente terribilmente impotente e perde la capacità di riflessione e di efficacia personale e le memorie traumatiche possono permanere come parte del Sé. Si possono osservare reazioni automatiche che nascono dalla memoria del passato e dall’identificazione con la figura di attaccamento ostile. Il comportamento della figura abusante viene imitato perché non può essere compreso a causa del deficit della funzione riflessiva.
L’infanzia fatta di trascuratezza e abusi

I genitori maltrattanti I genitori maltrattanti manifestano minore soddisfazione nel crescere i figli, percepiscono l’accudimento come conflittuale, poco gratificante e utilizzano metodi educativi maggiormente controllanti. I genitori abusanti non sostengono l’autonomia dei figli, anzi a volte interferiscono con lo sviluppo dei bambini, obbligandoli a vivere in un contesto familiare isolato. Il clima affettivo di queste famiglie è spesso caratterizzato da poche emozioni positive e maggiormente negative. Le madri non accudenti tendono ad avere poche aspettative nei confronti dei propri bambini, mostrano una scarsa responsività nei confronti dei loro segnali e non riescono a contenere le loro emozioni. L’attaccamento nei bambini maltrattati I bambini maltrattati crescono in un contesto multiproblematico, caratterizzato da povertà, violenza o psicopatologia genitoriale, criminalità, abuso di droghe e alcol e condizioni ambientali pericolose. L’attaccamento dei bambini maltrattati è profondamente influenzato dalle interazioni con i genitori. Sviluppano un attaccamento insicuro che può essere ansioso-evitante o ansioso-resistente (Ammaniti). Spesso sviluppano strategie contradditorie o disorganizzate nei confronti delle separazioni e dei riavvicinamenti con i propri genitori. Si può quindi sviluppare un attaccamento disorganizzato dovuto a stili contraddittori di accudimento da parte dei genitori. La rabbia I bambini maltrattati hanno una ridotta capacità di riconoscere le emozioni unita ad un’ipersensibilità verso la rilevazione della rabbia. La capacità di riconoscimento delle emozioni dei bambini maltrattati, in particolare vittime di abusi fisici, appare ridotta. Vi è una forte sensibilità nei confronti dei segnali associati alla rabbia e una scarsa capacità attentiva e di riconoscimento nei confronti degli altri segnali emozionali. La rabbia è percepita come l’espressione emozionale più saliente del proprio ambiente di vita poiché rappresenta il maggiore elemento predittivo delle situazioni imminenti di minaccia e pericolo. Disturbo di personalità antisociale La madre che non investe il bambino a livello emotivo e libidico, che è distante e non emotivamente disponibile appare come una “madre morta”. Questo crea nel figlio un sentimento affettivamente morto ed emotivamente distante nella relazione. Il bambino non comprende una tale freddezza e distanza, così rispecchia il proprio oggetto materno identificandosi con la madre morta. Questo tipo di esperienza risulta predittivo delle manifestazioni del disturbo di personalità antisociale. Interazione geni-ambiente L’interazione dei geni e dell’ambiente è strettamente associata alla suscettibilità differenziale all’ambiente e alle esperienze di accudimento. Esistono bambini maggiormente suscettibili che presentano un’accentuata sensibilità alle influenze ambientali sia positive sia negative e bambini con una bassa reattività che funzionano in modo adeguato in diverse situazioni, anche quelle avverse.
La gelosia dei bambini

La gelosia nasce dal fatto che i bambini amano. Se non fossero capaci di amare, non dimostrerebbero la loro gelosia. I bambini sani imparano a dire che sono gelosi e questo permette loro di parlare della fonte della loro gelosia (Winnicott). Le prime gelosie riguardano, ovviamente, il primo oggetto d’amore: la madre e successivamente il padre. Quando arriva un fratellino o una sorellina, il primo figlio esprime subito gelosia. Ma anche i figli unici manifestano la gelosia verso i genitori: qualsiasi attività, infatti, che occupi la madre o il padre per un certo tempo, può scatenare la gelosia proprio come l’arrivo di un neonato. Queste gelosie fanno parte di una sana vita familiare e non vanno negate né sminuite. La gelosia e l’invidia L’invidia e la gelosia sono strettamente collegate, in quanto un bambino che è geloso del fratello, gli invidia il possesso delle attenzioni della madre. Alla base della gelosia è il rapporto con la madre e con il tempo, include anche il rapporto con il padre. Le gelosie spesso riguardano l’allattamento poiché per il bambino la nutrizione è molto importante. Un nuovo nato può apparire come un fantasma di un Sé passato che si nutre al seno della madre o dorme tranquillamente nella carrozzina. Alle prime manifestazioni di gelosia, infatti, è frequente vedere bambini che cercano di regredire alla prima infanzia, anche se solo parzialmente o temporaneamente. Quello che vogliono è essere trattati come quando godevano pienamente del possesso materno. Qualsiasi minaccia di perdere una proprietà comporta sofferenza ed un violento attaccamento all’oggetto. La madre in particolare, è vissuta dal figlio come una sua esclusiva proprietà. Come scompare la gelosia L’amore della madre per il nuovo arrivato, fa nascere nel primo genito la rabbia verso il fratello, la madre e verso ogni cosa. La rabbia sarà espressa attraverso urla, capricci e pianti. Il sopravvivere degli altri alla sua rabbia, farà capire al bambino, che poi la sua rabbia non è così distruttiva come immaginava. La rabbia resta mischiata all’amore e si trasforma a volte in tristezza poiché è triste amare qualcuno che a volte si sogna di distruggere. La gelosia provata per il nuovo arrivato può essere diversa da bambino a bambino. Ci sono fratelli meno gelosi che hanno maggiore capacità di empatia e mettersi “al posto” del neonato, identificandosi con lui e con le cure che riceve dai genitori. Quando la gelosia scompare avviene grazie allo sviluppo del bambino che è stato reso possibile da una cura attenta e costante. È importante che i genitori possano spiegare ciò che sta per accadere quando arriva un nuovo neonato e possano far partecipare il primo genito alla vita e alle cure che daranno al fratello/sorella. In condizioni sane la gelosia si trasformerà con il tempo in rivalità ed ambizione.
Quanto influisce la depressione genitoriale su i figli?

I figli di genitori depressi hanno la probabilità di sviluppare disturbi depressivi, o altre forme di psicopatologia, di gran lunga superiore ai figli di genitori normali. Quanto più precoce è l’esposizione del bambino alla depressione, tanto maggiore è la gravità dei sintomi, la durata del disturbo ed il numero di recidive, tanto più aumentano le conseguenze sul successivo sviluppo psicologico del bambino. Le carenze psicosociali ed affettive cui sono sottoposti i figli dei genitori depressi costituiscono un significativo veicolo della trasmissione intergenerazionale della patologia. Le madri depresse, sul piano emotivo, presentano maggiore irritabilità e un insufficiente investimento affettivo nel rapporto con il figlio, una minore capacità di riconoscere le sue manifestazioni di disagio ed un’adeguata sensibilità a rispondere ai segnali e alle richieste del bambino. Durante i primi anni di vita, queste madri tendono a stimolare meno i propri figli e ad essere poco empatiche. Il modo disfunzionale in cui le madri depresse svolgono il loro ruolo genitoriale, può essere considerato il principale predittore dello sviluppo di legami di attaccamento di tipo insicuro. Secondo Bowlby i modelli relazionali interiorizzati dal bambino nella relazione con i propri genitori, verranno a loro volta riproposti nelle sue relazioni affettivamente significative, prima fra tutte quella con i propri figli. Il costrutto di modelli operativi interni indica la capacità dell’individuo d’interiorizzare e perpetuare modelli di relazione e quindi di rappresentarli all’interno di quello che è stato definito modello relazionale della mente (Ammaniti, Stern). La presenza d’inadeguati modelli operativi interni del Sé determina l’assenza di una risposta empatica appropriata alla richiesta del bambino, portando quest’ultimo ad interiorizzare, a sua volta, modelli operativi interni del Sé inadeguati. Così, tratti inadeguati o psicopatologici delle caratteristiche di personalità dei genitori, saranno trasmessi ai figli in modo inconsapevole. Anche le caratteristiche depressive della figura paterna hanno un’influenza diretta nel processo di crescita del figlio. Se il padre, invece, è sano ed ha un buon coinvolgimento nella vita del bambino, per il figlio aumenta la possibilità di stabilire in futuro relazioni più positive visto che complessivamente le cure genitoriali migliorano. Le famiglie in cui entrambi i genitori presentano disturbi depressivi creano maggiori difficoltà evolutive nei figli ed aumentano in modo esponenziale la possibilità di familiarità al disturbo depressivo. Le disfunzionali modalità affettive, cognite e relazionali tipiche di genitori depressi, anche laddove non portino allo sviluppo nel figlio di una vera e propria patologia depressiva, possono comunque influenzare aree diverse del suo sviluppo.
La formazione dell’identità e della differenziazione del Sé

L’identità e la personalità di un essere umano si costruiscono attraverso le esperienze e le relazioni che ogni persona vive nella sua vita, soprattutto nei primi anni. Sono fondamentali i rapporti significativi, cioè quelli che nascono da una relazione che si costruisce giorno dopo giorno su uno scambio affettivo costante e condiviso. È ampiamente risaputo che per la formazione dell’identità e del sé è necessario un rapporto primario solido ed empatico. Il caregiver il più delle volte è la madre del bambino e per tale motivo si è studiato a fondo negli anni il rapporto che quest’ultima ha con il figlio. La funzione di specchio che la madre svolge nei confronti del bambino fin dai primi istanti di vita, è fondamentale per la formazione del Sé (Winnicott). Dai primi istanti di vita si crea tra la madre ed il bambino un’area di adattamento reciproco: i ritmi materni esprimono una serie di segnali che la madre manda per dare un senso a ciò che dal figlio le arriva. Grazie a questo gioco di rimandi, torneranno al bambino gesti, sguardi e suoni, che genereranno in lui una struttura portante per la percezione di sé e per la formazione di un’immagine di sé. La continuità di questa struttura di base, in continuo sviluppo e adattamento, getterà la base per la continuità e stabilità del sé e degli oggetti che sono in torno a lui. Quanto più questa struttura si baserà sulla capacità di tollerare la frustrazione, più il bambino sentirà favorevolmente il senso della propria esistenza e del mondo che lo circonda. Quando, invece, queste condizioni favorevoli non si verificano, può svilupparsi un’incapacità a gestire le emozioni. Il vuoto d’origine può portare all’incapacità di provare sentimenti dolorosi di perdita poiché da bambini si è attraversato uno stato esistenziale di non esperienza. Questo vuoto d’origine riguarda deprivazioni basilari inflitte dalla madre al figlio che hanno colpito diversi piani: un mancato investimento libidico sul corpo del bambino con gravi ripercussioni sul confine e sul Sé corporeo; un’assenza d’investimento narcisistico, che crea una grossa lacuna sull’immagine di sé come oggetto amato e desiderato, un’impossibilità di tenere nella mente l’altro. Questi bambini che non hanno potuto usufruire di oggetti-sé costanti,sentono di vivere di rifiuti, sentono la mancanza del senso del proprio essere al mondo. (Kohut). Mancando della continuità del sé, il loro sentimento sarà principalmente d’impotenza e di povertà interna, perciò nella loro vita tenderanno a distruggere piuttosto che a costruire.
Dalla terapia occupazionale all’ortoterapia e zooterapia

La terapia occupazionale è una disciplina riabilitativa che utilizza diverse attività per mantenere,recuperare o sviluppare le competenze della vita quotidiana delle persone con disabilità cognitive,fisiche o psicologiche.L’ortoterapia fa parte della terapia occupazionale e consiste nell’impegno di una persona in attivitàdi orticoltura e giardinaggio al fine di ottenere risultati terapeutici.La zooterapia è una terapia dolce basata sull’interazione tra persona e animale volta a modulare leemozioni che emergono nella relazione.Il ricorso all’utilizzo di queste terapie rappresenta uno strumento operativo che affianca, integra ecompleta gli interventi tradizionali senza sostituirsi ad essi. Rappresenta uno spazio altro, dove ipartecipanti possono essere seguiti da operatori competenti, nella loro crescita psicologica e sociale.Tali momenti fanno sì che tutti possano trascorrere del tempo insieme creando relazioni sia con icoetanei sia intergenerazionali.Attraverso attività di cura, di gestione del verde e del rapporto con gli animali, si possono realizzarearee e laboratori di orticoltura. I partecipanti sono sostenuti da un team riabilitativo (fisioterapisti,terapisti occupazionali, psicologi) per aumentare il senso di responsabilità nella gestione dellospazio condiviso; per migliorare l’autonomia e l’autostima attraverso il raggiungimentodell’obiettivo prefisso (creare qualcosa da soli e in gruppo).La finalità è mantenere o potenziare le capacità residue dei soggetti, le autonomie, il benesserepsicofisico e l’autostima, nonché a dare sollievo al disagio e a fornire un ambiente protettosollecitando la sfera emotiva e motoria.Anche i familiari dei partecipanti, hanno a disposizione un proprio spazio verde, dove poterlavorare, per poi condividere insieme, i risultati ottenuti. L’interazione tra i familiari permette lacondivisione dei vissuti personali e la realizzazione di un obiettivo comune, spesso ottenuto per laprima volta.Si crea un sistema di tutoraggio, in modo che le competenze acquisite da alcuni possano esseremesse a disposizione degli altri. Una delle valenze metodologiche sta nel gruppo di lavoroeterogeneo che assume una propria identità gruppale nel tempo, attraverso la condivisionedell’esperienza.I soggetti sono inseriti, quindi, con un approccio multidisciplinare all’interno di attività come: lasemina, la raccolta di frutti, il giardinaggio, la sistemazione dell’orto, il compostaggio, la cura deglianimali, la distribuzione e la cucina dei prodotti ricavati.Il contatto con gli animali permette ai partecipanti in maniera più immediata di riflettere econfrontarsi con i propri vissuti. Si trovano, infatti, a dover modulare le proprie emozioni come lapaura, l’aggressività e la timidezza.La funzione dello psicologo sul campo consiste nell’attuare un sostegno ed un contenimentopsicologico per aumentare l’autoefficacia e l’autostima dei partecipanti, nonché a sostenere epotenziare le capacità emotive delle altre figure professionali nella relazione con i partecipanti.La cornice che inquadra queste terapie, ossia il setting, (stesso giorno, stessa ora, stesso luogo,stessi operatori) funge da contenimento emotivo per tutti che trovano sicurezza e stabilità in unappuntamento settimanale che scandisce il loro tempo.L’obiettivo comune è cercare di mantenere e migliorare le competenze acquisite, sviluppare lecapacità d’interazione e partecipazione attraverso la cura e la gestione del verde e degli animali.Gli obiettivi si possono articolare all’interno di tre macro aree: area affettivo-relazionale, areapratica ed area cognitiva.Alla prima area appartengono: rafforzare l’identità personale e di gruppo, il riconoscimento e lamodulazione delle proprie emozioni e dell’altro (abilità empatica), la capacità di accudimento ecura, la socializzazione e la cooperazione di gruppo e l’utilizzo di modalità comunicative efficaci. Alla seconda area appartengono: la conoscenza delle norme basilari della vita comune (rispettare leregole, i turni, tollerare l’attesa, la condivisione), la gestione di beni e luoghi personali e comuni, lecapacità motorie e sensoriali, la capacità di esprimere se stessi attraverso l’attività corporea, lecompetenze spazio-temporali ed il prendersi cura a livello pratico all’interno di un progettocondiviso.Prendersi cura degli animali o delle piante permette, oltre che modulare le proprie emozioni, diprendersi cura inconsciamente di se stessi, di spostare la propria parte bisognosa sull’altro e sentirsiaccuditi.Alla terza area appartengono: le competenze logiche e di “problem solving”, le abilità diquantificazione, l’utilizzo del linguaggio funzionale, la capacità di memoria, attenzione e diesplorazione.Attraverso l’esperienza ed il confronto con gli operatori, i partecipanti possono parlare delle loroemozioni e attraverso l’esperienza di gruppo e la condivisione, possono emergere capacità di alcuniragazzi di contenere i più fragili, dando loro maggiori stimoli ad affrontare le diverse situazioni.Le abilità acquisite sul campo permettono a molti di contestualizzare le loro capacità sia sensoriali-motorie sia cognitivo-relazionali in altri ambiti (scuola, famiglia, sport).Indirettamente anche il cargiver (genitore, accompagnatore) semplicemente osservando le abilità, leautonomie ed i miglioramenti acquisiti dei partecipanti può beneficiare di questo percorso.
Il Circe-time

Il circle-time (o “tempo del cerchio”) è una metodologia utilizzata nell’ambito della psicologia di comunità, che ha come principale riferimento teorico la psicologia umanistica. In quest’ambito la psicologia di comunità ha sviluppato una serie di strategie d’intervento nella scuola. Tra queste tecniche un posto particolare hanno avuto le metodologie per l’educazione socio-affettiva che presuppongono che nella scuola siano predisposte attività volte non solo all’educazione della sfera cognitiva della personalità, ma anche a quella sociale ed affettiva. L’idea base che sta dietro a questi programmi d’intervento è che, trasmettendo alcune conoscenze e capacità psicologiche ai ragazzi, questi siano in grado di affrontare meglio i problemi della loro vita scolastica e familiare, ed inoltre siano più capaci di capire se stessi e le proprie interazioni con gli altri. Questi riferimenti possono essere supportati e resi operativi da quelle tecniche e strumenti denominate metodologie interattive. Modalità d’intervento che potremmo definire calde, che si occupano cioè della soggettività, dell’interazione tra individui in un contesto specifico, dei processi comunicativi e psicologici, della relazione con l’ambiente. Queste modalità propongono un’azione che richiede coinvolgimento, confronto, discussione critica, focalizzando l’attenzione sulla soggettività e sul potenziamento (empowerment) personale e di gruppo. Il circle-time è un momento molto importante dell’intervento di educazione psico-emotiva, in cui i membri del gruppo si riuniscono seduti in circolo per discutere di un argomento da loro proposto. Può essere scelto come oggetto di discussione qualsiasi argomento e può ad esempio riguardare uno specifico problema del gruppo, con lo scopo di arrivare ad un risultato positivo che porti ad un miglioramento delle relazioni. Il circle-time è un valido strumento che permette ai giovani di avere “un luogo” in cui confrontarsi, sperimentare l’empatia, esprimere le proprie emozioni, imparare ad ascoltare e a rispettare i sentimenti ed i pensieri dell’altro, pur esprimendo i propri; di mediare tra più idee, rispettare i tempi dell’altro e stimolare chi ha difficoltà, a parlare dinanzi a più persone. E’ importante che la disposizione sia a cerchio per dare effettivamente l’idea di una circolarità nella comunicazione, che quindi è rivolta a tutto il gruppo e non solo al conduttore. Per essere realmente efficace non deve avere una modalità di relazione sporadica, ma è importante cercare di mantenere almeno questo spazio di pensiero una volta a settimana. Il conduttore è un modello di accettazione e sostegno che i ragazzi dovrebbero interiorizzare. Egli sollecita, senza costringere, chi non vuole parlare, sostiene chi desidera esprimere le proprie idee, vigila che tutti abbiano l’opportunità di partecipare. Il suo atteggiamento verso i ragazzi è di autenticità e di accettazione, empatia ed ascolto attivo. All’interno del gruppo ci può essere un osservatore non partecipe. La sua funzione è quella di scrivere un verbale che funge da “ memoria del gruppo” che sarà riletto la volta successiva. Accanto a questa funzione di memoria storica del gruppo, il protocollo di osservazione svolge di volta in volta, l’importante funzione di specchio delle proiezioni del gruppo stesso. L’attesa della lettura scandisce, come un rituale, il tempo d’inizio.