Violenza di genere, giovani e ricerca psicologica

La ricerca in psicologia ha evidenziato sia la prevalenza della violenza di genere tra i giovani di tutto il mondo sia l’impatto negativo che essa ha sulla salute mentale e fisica delle vittime. Nell’ultimo periodo, episodi di cronaca hanno spostato l’attenzione sempre più sulla violenza sulle donne e sulle giovani ragazze messe in atto da uomini giovani, anzi giovanissimi. Diventa così ancora più urgente analizzare e comprendere il fenomeno, al fine di intervenire in maniera efficace e mettere in atto interventi effettivi e sistematici. Dati e obiettivi riguardo la violenza di genere L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite in relazione allo sviluppo sostenibile ha condiviso 17 obiettivi fondamentali per promuovere lo sviluppo e proteggere il pianeta. Uno di questi obiettivi, il numero cinque, si concentra sull’uguaglianza di genere e uno degli aspetti principali per raggiungere l’obiettivo è prevenire la violenza di genere. Nel report del 2023 viene riportato come “negli ultimi vent’anni, nonostante la crescente consapevolezza globale e le prove sull’efficacia delle strategie di prevenzione, i progressi nella riduzione della violenza sulle donne e le ragazze negli ultimi due decenni sono stati inadeguati. A livello globale, nel 2000, il 35% delle donne in una relazione con un partner, di età compresa tra i 15 e i 49 anni, aveva subito violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner o ex partner maschio nel corso della propria vita, mentre il 16% aveva subito questa forma di violenza negli ultimi 12 mesi. Nel 2018, queste cifre erano scese al 31% delle donne per la prevalenza una tantum e al 13% per la prevalenza nell’ultimo anno, ma rimane il dato che una donna su cinque tra i 15 e i 49 anni ha subito violenza fisica o sessuale da parte del proprio partner e che sono attualmente 49 i Paesi in cui non esiste una legge che tutela le donne da questo tipo di violenza. Inoltre, negli ultimi anni, le prove esistenti suggeriscono che la violenza contro le donne è stata esacerbata dalla pandemia”. È quindi un problema reale e quanto mai urgente. Il superamento della violenza di genere è una preoccupazione sociale globale che richiede soluzioni immediate ed efficaci. La ricerca psicologica riguardo la violenza sulle donne La ricerca in psicologia è stata e continua ad essere fondamentale per aiutarci ad affrontare la violenza di genere in tutto il mondo, in termini di stabilirne la prevalenza e sviluppare interventi di prevenzione. Grazie alle prove fornite dalla ricerca psicologica, sappiamo che la violenza di genere è un problema globale (Divisione Statistica delle Nazioni Unite, 2015) che colpisce donne di età diverse, provenienti da tutti i contesti socio-economici; inoltre, avviene sia nei rapporti stabili che in quelli sporadici. Uno dei primi studi che ha analizzato i dati sulla prevalenza della violenza da parte di un partner (intimate partner violence, IPV) su un campione di adolescenti e giovani donne in nove paesi, ha rilevato che le giovani donne hanno un rischio maggiore di subire IPV rispetto alle donne più anziane (Stöckl et al., 2014). L’entità di questo problema negli adolescenti è considerata allarmante. A livello psicologico, la ricerca ha riportato un rischio più elevato che le donne vittime di violenza manifestino sintomi di depressione, ansia e ideazione suicidaria, tra gli altri disturbi. Tra le conseguenze più comuni in termini di disturbi o problematiche comportamentali si riscontrano comportamenti non salutari come l’abuso di tabacco, droghe e alcol o lo sviluppo di disturbi alimentari (Racionero-Plaza et al., 2020). La ricerca è stata fondamentale anche nel sottolineare i fattori di rischio correlati ad una maggiore possibilità di essere vittima di violenza di genere, come l’influenza dei pari, l’abuso di sostanze, l’adattamento psicologico e l’atteggiamento nei confronti della violenza. Altre ricerche interdisciplinari hanno dimostrato come la socializzazione che avviene attorno ad un discorso coercitivo dominante secondo cui i maschi con atteggiamenti e comportamenti violenti sono presentati come sessualmente più attraenti, è anche una delle cause della violenza di genere tra gli adolescenti. Tale discorso coercitivo dominante è ampiamente diffuso dai media, dai gruppi di pari e da altri agenti di socializzazione (Stöckl et al., 2014). Tuttavia, nuove interazioni ed esperienze sociali possono portare verso l’apprendimento di nuovi modelli di attrazione in grado di indebolire il legame tra violenza e attrattiva e lo sviluppo di nuovi modelli mentali e affettivi in cui l’attrazione è associata al dialogo e al rispetto (Racionero-Plaza et al., 2020). Gli interventi preventivi, per essere più efficaci, devono aver luogo negli ambienti di socializzazione degli adolescenti, soprattutto la scuola e la comunità, devono coinvolgere adulti che hanno un ruolo chiave nella loro crescita, come insegnanti, genitori o altri membri della comunità. Poiché “la responsabilità di combattere la violenza contro le donne è collettiva, anche la risposta deve essere collettiva” (Wagner e Magnusson, 2005). Pertanto, durante l’infanzia e l’adolescenza, i contesti educativi sono spazi ideali in cui agire preventivamente. La ricerca in psicologia ha mostrato come l’adolescenza sia lo stadio di sviluppo in cui risulta più efficace un lavoro preventivo sulla violenza di genere. L’adolescenza e la preadolescenza rappresentano il periodo in cui si stabiliscono le prime relazioni affettive e quelle prime esperienze diventeranno la base per il successivo sviluppo di relazioni sane o meno. Inoltre, è nell’adolescenza che la differenziazione dei ruoli di genere si rafforza, modificando il modo di agire nei confronti dell’altro sesso e nelle relazioni. Proprio per questi motivi, interventi destinati ad adolescenti rappresentano una grande opportunità per lavorare sulla promozione di atteggiamenti volti a prevenire la violenza di genere (Racionero-Plaza et al., 2020). I programmi preventivi che intervengono su come i giovani agiscono nei confronti della violenza di genere e comprendono il fenomeno devono diventare una priorità a livello educativo, sociale e culturale. Sono necessari interventi relativi all’educazione all’affettività, alla comprensione e alla valorizzazione della diversità, all’inclusione, all’accettazione e alla comprensione dell’altro. Tutto ciò con il fine di fornire strumenti che consentano ai giovani di essere più critici nei confronti della violenza e di comprenderne conseguenze e ricadute su di sé, sugli altri e sulla società tutta. Bibliografia United Nations: Gender
Come parliamo di violenza di genere?

La narrativa sulla violenza di genere e nuove modalità di comunicazione Da gennaio a maggio 2023 in Italia sono stati commessi 47 femminicidi. In soli cinque mesi. Questa è un’emergenza nazionale (e non solo), che deve essere affrontata immediatamente e da diverse prospettive. Quella della violenza di genere è una tematica tristemente attuale che, per quanto venga analizzata e studiata, non trova ancora soluzioni efficaci a livello politico, sociale e culturale. Al fine di sviluppare interventi efficaci, è quindi ancora necessario comprendere sempre più questo fenomeno, analizzarlo e parlarne. Ma come parliamo di violenza di genere, oggi? Cosa si intende per violenza di genere Secondo quanto scritto nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, si definisce violenza di genere “qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata”; e ancora “per violenza di genere si considera una violenza nei confronti di una donna solo per il fatto di essere donna o una violenza inflitta in maniera sproporzionata alle donne”. L’OMS riporta come il fenomeno della violenza sia uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale e considera gli atti di violenza come un fenomeno complesso, legato a modelli di pensiero e comportamenti plasmati dalla nostra società. La violenza sulle donne è stata studiata in varie discipline, come sociologia, psicologia, giurisprudenza, formazione; attraverso di esse, sono stati analizzati diversi aspetti che circondano tale problematica, come le cause, il profilo delle vittime e degli aggressori, le circostanze di tali azioni e come prevenirle. Un ulteriore aspetto, non meno importante, è come tali conoscenze dovrebbero essere trasmesse così che possano rendere le persone consapevoli e influenzarle positivamente per creare relazioni senza violenza. Quali aspetti specifici della comunicazione possono contribuire nel prevenire o superare la violenza di genere? Questi aspetti comunicativi sono di grande importanza in quanto diversi studi hanno sottolineato come la conversazione costituisca un processo che influenza e orienta l’azione. A tale fine, tutti gli aspetti della comunicazione hanno un ruolo nel modellare le azioni, non solo le parole, ma anche l’intenzione di chi parla e gli aspetti non verbali della comunicazione, come i gesti, l’intonazione, il contesto, tra le altre. La narrativa sulla violenza di genere Come riportato da Duque, Melgar, Gómez-Cuevas e López de Aguileta (2021), il modo in cui si parla di violenza di genere (e quindi di violenza sulle donne) è cambiato nel tempo. In principio, la violenza contro le donne è stata concettualizzata, e quindi raccontata e interpretata, da una parte come una patologia individuale derivata dai problemi di gestione emotiva dell’aggressore (in particolare, la rabbia) e dall’altra come relativa alle problematiche psicologiche della vittima, legate a tendenze masochiste, concezioni morali disfunzionali, ecc. In seguito, negli anni ’70 sono nati movimenti antiviolenza che si opponevano a queste concettualizzazioni e intendevano creare un’interpretazione alternativa, una contro-narrativa della realtà della violenza di genere. Pertanto, la violenza di genere è passata dall’essere concettualizzata come un problema individuale ad essere intesa come un problema sociale radicato nei sistemi di patriarcato e disuguaglianza di genere (Dobash e Dobash, 1992). Con l’obiettivo di contribuire a quella contro-narrativa, l’obiettivo principale degli studi negli ultimi anni è stato quello di comprendere gli elementi che rafforzano la violenza contro le donne, per potervi intervenire. Queste contro-narrazioni hanno affrontato o approfondito la retorica dei diritti degli uomini che ne giustifica la violenza, i discorsi morali che circondano la violenza domestica contro le donne e le interpretazioni che affermano come il discorso sia utilizzato per riprodurre l’ordine sociale e i meccanismi di potere esistenti (Duque et al., 2021). A volte, questa retorica o discorso è stato rafforzato da una forma di linguaggio che ha alimentato la violenza contro le donne. Un esempio è il linguaggio sessista, composto da tutte quelle parole ed espressioni che relegano le donne in una posizione inferiore nella gerarchia sociale o le rendono invisibili. Gli studi che centrano la loro analisi sul discorso legato alla violenza sulle donne non si limitano al contenuto del discorso ma analizzano anche il ruolo di chi ne parla e, più concretamente, la loro identità di genere. Negli ultimi anni diversi settori hanno riconosciuto che la costruzione di movimenti di lotta alla violenza contro le donne non può essere responsabilità esclusiva delle donne, ma è necessario coinvolgere anche gli uomini (aspetto su cui il discorso femminista è in continuo confronto). Ciò richiede un cambiamento nel discorso, abbandonando atteggiamenti di colpa e accusa che portano tutti gli uomini a essere considerati agenti tossici e invitando gli stessi ad una collaborazione per portare avanti la lotta contro la violenza di genere. È necessario un cambio di prospettiva: non essere parte del problema ma diventare parte della soluzione. Nel loro studio, Duque et al. (2021) riportano come una delle cause della persistenza della violenza sulle donna sia associabile alla socializzazione di alcune persone in certi modelli di attrazione che uniscono desiderio e violenza. Questa socializzazione è favorita attraverso diverse interazioni (società, famiglia, amicizie, media, ecc.), che riproducono un discorso in cui le persone che manifestano atteggiamenti di dominio e abuso attraggono gli altri, mentre le persone che manifestano atteggiamenti egualitari sono presentate come noiose e persino rese invisibili. Questo favorisce l’attrazione verso le persone che sono parte del problema, rendendo invisibile chi può contribuire a superarlo. A questo, si aggiungono altri elementi altrettanto importanti relativi all’area sociale e culturale, che modellano il modo in cui si parla di violenza di genere e il modo in cui si creano e si definiscono le relazioni tra i sessi: tra questi, la cultura del possesso, la mascolinità tossica, la retorica dietro i discorsi sulla violenza e la vittimizzazione, gli stereotipi, le disuguaglianze di genere, ecc. Essere parte della soluzione Per incoraggiare donne e uomini a contribuire alla soluzione, dovremmo prestare particolare attenzione a garantire che i dialoghi sulle relazioni affettive e sessuali, o più in generale sulle identità di genere, si uniscano ad un
Cyberbullismo e responsabilità sociale

Secondo la definizione del Miur “il cyberbullismo definisce un insieme di azioni aggressive e intenzionali, di una singola persona o di un gruppo, realizzate mediante strumenti elettronici (sms, foto, video, email, chat rooms, instant messaging, social network, siti web, telefonate), il cui obiettivo è quello di provocare danni ad un coetaneo incapace di difendersi”. Secondo quanto emerso dalla VI rilevazione 2022 del Sistema di Sorveglianza HBSC Italia (Health Behaviour in School-aged Children – Comportamenti collegati alla salute dei ragazzi in età scolare), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), circa il 15% degli adolescenti tra 11 e 15 anni ha dichiarato di essere stato vittima almeno una volta di atti di bullismo e di cyberbullismo. Più frequenti nelle ragazze e tra i più giovani, con proporzioni di circa il 20% negli 11enni che progressivamente si riducono al 10% nei più grandi. Il fenomeno del cyberbullismo è in crescita nelle ragazze e nei ragazzi di 11 e 13 anni. Gli episodi di cyberbullismo sono sempre più dilaganti, ma non solo tra i giovanissimi. Secondo quanto emerso dal report “Osservatorio indifesa 2022-23” realizzato da Terre des Hommes, in Italia il 47,7% di ragazze e ragazzi tra 14 e 26 anni è vittima di bullismo e cyberbullismo. Gli effetti di questo tipo di violenza tra pari generano perdita di autostima e di fiducia negli altri nel 38% dei rispondenti, oltre a isolamento e allontanamento dal resto dei coetanei (21%). Il 21% nota un peggioramento del rendimento scolastico o il rifiuto della scuola. Il 19% tra ragazze e ragazzi dice di aver sofferto di ansia sociale e attacchi di panico, e tra gli effetti subiti dalle vittime di bullismo ci sono anche disturbi alimentari (12%) depressione (11%) e autolesionismo (8%). Un gran numero di studi esistenti si concentra sul problema del cyberbullismo tra gli adolescenti, ma relativamente pochi studi si concentrano sugli studenti universitari. Infatti, il problema del cyberbullismo tra gli studenti universitari non solo è molto diverso da quello tra gli adolescenti ma anche sempre più acuto. Alcuni ricercatori hanno riassunto la motivazione interna del cyberbullismo degli studenti universitari. In primo luogo, il cyberbullismo è la dissonanza cognitiva dell’individuo causata dall’intensità emotiva di puri attacchi dannosi. La realtà dell’esperienza della violenza passata sulle piattaforme dei social network potrebbe indurre un senso di frustrazione e rabbia, che a sua volta potrebbe spingere le persone a impegnarsi nel cyberbullismo come atto di vendetta. Studi precedenti hanno costantemente sostenuto che la tendenza al disimpegno morale è il tratto della personalità più significativo che porta al cyberbullismo giovanile. Il disimpegno morale si riferisce alla tendenza cognitiva degli individui a razionalizzare il proprio comportamento in un certo modo per minimizzare la dannosità delle proprie azioni quando commettono comportamenti immorali. L’effetto predittivo positivo del disimpegno morale sul cyberbullismo suggerisce che se gli studenti universitari hanno un alto senso di responsabilità sociale, che è un tipico tratto della personalità e un processo psicologico che è l’esatto opposto del disimpegno morale, dovrebbe teoricamente essere difficile produrre comportamenti tendenti all’aggressività vendicativa e al giudizio morale irrazionale, e viceversa. Tuttavia, la relazione tra la vittimizzazione del cyberbullismo e la perpetrazione del cyberbullismo tra gli studenti universitari deve essere confermata. La ricerca di Zhan, Yang e Lian (2022) ha analizzato tale relazione. Lo scopo di questo studio è indagare sulla relazione tra la vittimizzazione del cyberbullismo e la perpetrazione del cyberbullismo da parte degli studenti universitari e se questa relazione è moderata dalla responsabilità sociale. Il campione dello studio era composto da 1.016 studenti universitari cinesi di età compresa tra 19 e 25 anni, sottoposti a test riguardo vittimizzazione del cyberbullismo, perpetrazione del cyberbullismo e responsabilità sociale. In estrema sintesi, I risultati della ricerca di Zhan, Yang e Lian (2022) hanno indicato che la vittimizzazione del cyberbullismo è positivamente correlata alla perpetrazione del cyberbullismo e che questa relazione è mediata dalla responsabilità sociale. In altre parole, più attacchi, vergogna e inganni gli studenti esperiranno online, più saranno propensi ad infliggere tali sofferenza online nei confronti di altri studenti. L’esposizione ripetuta alla stimolazione violenta delle informazioni aumenterà la componente aggressiva dell’atteggiamento, delle aspettative, della percezione e del comportamento dell’individuo, che quindi causerà la desensibilizzazione dell’individuo all’aggressività, che imparerà gradualmente e rafforzerà il comportamento aggressivo quando verrà attaccato online. In assenza di modi appropriati per far fronte attivamente alle esperienze emotive negative della violenza, è più probabile che gli individui si impegnino in comportamenti aggressivi, come il bullismo online contro vittime innocenti. I risultati dello studio mostrano come la responsabilità sociale ha mediato la relazione tra la vittimizzazione del cyberbullismo da parte degli studenti universitari e la perpetrazione del cyberbullismo. Anche se gli studenti universitari subiscono violenza online, se hanno un alto senso di responsabilità sociale, intraprenderanno più azioni in linea con le norme morali e sociali della società online. Questi risultati hanno anche un’implicazione pratica su come intervenire e ridurre il cyberbullismo, ad esempio, sia l’istruzione scolastica che l’educazione familiare dovrebbero prestare attenzione a ridurre o eliminare l’influenza negativa dell’esperienza passata di vittimizzazione online e implementare la formazione per migliorare l’atteggiamento, la cognizione e il comportamento della responsabilità sociale nel percorso morale degli studenti, universitari e non. Fonti Zhan J, Yang Y and Lian R (2022) The relationship between cyberbullying victimization and cyberbullying perpetration: The role of social responsibility. Front. Psychiatry 13:995937. doi: 10.3389/fpsyt.2022.995937
Tecnologia, salute mentale e giovani: quali opportunità?

L’essere umano è immerso in sistemi e contesti socio-culturali che ne influenzano lo sviluppo e il modo di stare nel mondo. Di conseguenza, i cambiamenti o le trasformazioni socioculturali hanno un forte impatto sulla salute mentale. L’uso di Internet è diventato sempre più pervasivo, in particolare tra gli adolescenti e i giovani adulti. Di conseguenza, le problematiche legate all’uso di Internet, dei social media, degli smartphone e dei videogiochi sono diventati motivo di notevole preoccupazione. Ma diverse sono anche le opportunità. Negli ultimi tempi, c’è stato un aumento dei sintomi di depressione, ansia, disturbi alimentari e altre problematiche relative alla salute mentale nella popolazione dei giovani e giovanissimi. Nel tempo, diversi studi hanno collegato l’aumento osservato dei sintomi con l’onnipresente aumento dell’uso delle tecnologie informatiche personali, inclusi i social media, suggerendo come il tempo trascorso su questi tipi di tecnologie è direttamente correlato alla cattiva salute mentale. Di contro, si è anche osservato come le stesse tecnologie offrono anche una serie di opportunità per il miglioramento della salute mentale e il trattamento della malattia mentale. Non è il mezzo in sé, ma l’uso che se ne fa: le nuove tecnologie portano con loro grandi sfide e grandi opportunità. Tali aspetti sono stati analizzati nello studio condotto da Lattie, Lipson e Eisenberg (2019), nell’articolo “Technology and College Student Mental Health: Challenges and Opportunities”, dove ci si è concentrati principalmente sulla popolazione dei giovani studenti universitari. Questi riportano come negli ultimi anni, ci sia stato un aumento dei sintomi di depressione, ansia, disturbi alimentari e altre malattie mentali nella popolazione degli studenti universitari, accompagnati da un costante aumento della domanda di servizi di consulenza. Queste tendenze sono state viste da alcuni studiosi come una crisi di salute mentale. Poiché le tecnologie informatiche personali come gli smartphone, con la loro facile accessibilità ai social media, sono diventate sempre più onnipresenti, sono state sempre più oggetto di esame come potenziale causa di cattiva salute mentale o come fattore scatenante di questa crisi. L’ubiquità degli smartphone ha introdotto un cambiamento nel modo in cui le persone comunicano. Piuttosto che pensare ai social media come causa inevitabile di problematiche relative alla salute mentale, potrebbe essere più utile distinguere tra uso sano e malsano dei social media. È chiaro che l’aumento dell’utilizzo della tecnologia ha cambiato radicalmente il panorama in cui gli studenti universitari si connettono tra loro. Mentre l’uso improprio sembra avere alcuni danni sulla salute mentale, le stesse tecnologie offrono una serie di opportunità per il miglioramento della salute mentale e il trattamento delle problematiche di natura psicologica. Come per quasi tutti i comportamenti, la moderazione è la chiave. Sarebbe quindi irresponsabile concludere che l’uso dello smartphone e dei social media sia intrinsecamente negativo, poiché possono diventare percorsi per connettere le persone con le loro reti di supporto sociale e costruirne di nuove. In effetti, le piattaforme di social media, come Facebook e Instagram, sono sempre più viste come luoghi per divulgazioni personali e per stabilire e mantenere connessioni sociali. Inoltre, l’accesso continuo al computer o allo smartphone porta con sé una serie di opportunità per i programmi digitali di intervento sulla salute mentale. I servizi di salute mentale abilitati dalla tecnologia, compresi quelli forniti online e tramite app, offrono la possibilità di espandere le opzioni di trattamento e ridurre le barriere ai servizi di salute mentale. Tra più sottopopolazioni (dai giovani agli adulti agli anziani) e per molte problematiche che presentano (tra cui depressione e ansia), i servizi di salute mentale abilitati dalla tecnologia hanno dimostrato un’ottima efficacia. È necessario conoscere le piattaforme e gli strumenti digitali ed educare al loro utilizzo e alla loro comprensione, così che possano diventare sempre più strumenti funzionali, utilizzabili per creare conoscenza e sensibilizzare anche su argomenti relativi alla salute mentale. Molto si è fatto in questa direzione e ancora molto si dovrà fare. Ancora molte ricerche devono essere effettuate per comprenderne la correlazione tra tecnologie e salute mentale e la natura della stessa. Questo è un campo ancora in piena esplorazione. Fonti Lattie EG, Lipson SK and Eisenberg D (2019). Technology and College Student Mental Health: Challenges and Opportunities. Front. Psychiatry 10:246. doi: 10.3389/fpsyt.2019.00246
Cambiamento climatico, inquinamento e salute mentale: quale connessione?

La letteratura scientifica riporta come il cambiamento climatico, l’inquinamento atmosferico e la pandemia da COVID-19 potrebbero influenzare la salute mentale, con disturbi che vanno da lievi risposte emotive negative a condizioni psichiatriche conclamate, in particolare ansia e depressione, disturbi correlati a stress/traumi e abuso di sostanze. I gruppi più vulnerabili sono gli anziani, i bambini, le donne, le persone con preesistenti problemi di salute soprattutto mentali, i soggetti che assumono alcuni tipi di farmaci tra cui gli psicofarmaci, le persone con basso status socio-economico e gli immigrati. Il cambiamento climatico Il cambiamento climatico è definito come “un cambiamento del clima direttamente o indirettamente attribuibile alle attività umane che alterano la composizione dell’atmosfera del pianeta e si aggiungono alla variabilità climatica naturale osservato su intervalli di tempo simili”. Come sappiamo, diverse evidenze oggettive registrate negli ultimi secoli hanno rivelato drammatici cambiamenti climatici: aumento della temperatura dell’aria e degli oceani, innalzamento del livello del mare, diffuso scioglimento dei ghiacciai, aumento della frequenza e dell’intensità dei fenomeni meteorologici estremi, variazione della salinità degli oceani, andamento dei venti e distribuzione annuale delle precipitazioni piovose, aumento del rischio idrogeologico, alluvione, siccità e incendi. Tali fenomeni provocano effetti dannosi sui sistemi naturali, biologici e antropici. L’inquinamento ambientale L’inquinamento ambientale è definito come l’alterazione sfavorevole dell’ambiente attraverso l’azione diretta o indiretta dell’uomo. L’inquinamento ambientale è un problema globale, comune sia ai paesi sviluppati che a quelli in via di sviluppo, che produce gravi conseguenze a lungo termine, sia sull’ambiente che sull’uomo. Marazziti, Cianconi, Mucci et al. (2021), nel loro articolo “Climate change, environment pollution, COVID-19 pandemic and mental health” spiegano, attraverso una review degli articoli sul tema, come dati convergenti indicherebbero l’esistenza di possibili relazioni tra cambiamento climatico, inquinamento ambientale ed epidemie/pandemia e come ciascuno di questi fenomeni avrebbe provocato effetti dannosi sulla salute mentale. Soffermandoci in particolare sugli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento atmosferico sulla salute mentale, è possibile evidenziare come l‘impatto del cambiamento climatico sulla salute mentale potrebbe variare da lievi sintomi di stress e angoscia a disturbi clinici, tra cui principalmente ansia, disturbi del sonno, depressione e disturbi correlati a stress/traumi. Inoltre, eventi naturali estremi (compresa qualsiasi situazione fuori dall’ordinario e imprevedibile, come uragani, incendi dovuti alle alte temperature, inondazioni, ecc.) potrebbero essere correlati a effetti acuti, subacuti e a lungo termine sulla salute mentale, oltre a generare anche fragilità psicologica, con il prevalere di pensieri ed emozioni negative, come paura, ansia, mancanza di speranza e incertezza sul futuro. Anche se in misura minore, il cambiamento climatico globale può anche influenzare indirettamente la salute mentale. Anche solo la consapevolezza del cambiamento climatico in corso può indurre risposte emotive negative, tra cui senso di colpa, dolore, ansia e demoralizzazione. In questo caso, i soggetti più colpiti sono coloro che hanno già sperimentato alti livelli di stress dovuti ad altri fattori, cosicché il carico stressante aggiuntivo potrebbe sopraffare la loro capacità di recupero. Poiché i disturbi mentali associati al cambiamento climatico sono entità nuove e ancora poco conosciute, sono stati coniati nuovi termini per definirne alcuni, tra cui solastalgia ed eco-ansia. Oltre agli effetti causati dai cambiamenti climatici, anche l’inquinamento atmosferico di per sé potrebbe influenzare la salute mentale. Negli ultimi anni, prove crescenti hanno suggerito un legame tra inquinamento ambientale e disturbi mentali. Esacerbazione di disturbi psichiatrici, aumento del numero di accessi di emergenza per l’insorgenza di sintomi psichiatrici e ideazione e comportamenti suicidari sono stati segnalati anche in periodi dell’anno e in aree geografiche con livelli più elevati di inquinanti atmosferici. Correlazioni sembrano esserci anche con disturbi psicotici (in particolare schizofrenia), depressione e ansia. Tuttavia, come riportato nell’articolo, ad oggi i risultati rimangono inconcludenti, poiché altri studi non hanno riportato prove coerenti di un’associazione tra inquinamento atmosferico e disturbi mentali. Senza dubbio, questo è un campo emergente che richiede di essere approfondito ulteriormente. Il cambiamento climatico, l’inquinamento e le epidemie sono eventi che coinvolgono il mondo intero, con conseguenze significative sugli individui e sulla collettività, sia in termini di salute che socio-economici. Ulteriori ricerche e studi sono necessari per chiarire la loro correlazione e arrivare ad una maggiore chiarezza. È necessaria una comprensione più profonda di queste relazioni, non solo per la nostra sopravvivenza, ma anche per il mantenimento di quell’equilibrio tra uomo, animali e ambiente alla base della vita sulla terra. “Senza la promozione di una vera consapevolezza ecologica in tutto il mondo, unita a contromisure appropriate per ridurre almeno, se non annullare, il cambiamento climatico, l’inquinamento atmosferico e le attività umane intensive e distruttive, non ci sarà un futuro sostenibile”. Fonti: Marazziti D., Cianconi P., Mucci F., Foresi L., Chiarantini I., Della Vecchia A. (2021). Climate change, environment pollution, COVID-19 pandemic and mental health. Science of the Total Environment, 773, 145182. https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2021.145182
Biblioterapia: il potere terapeutico della lettura

La lettura di libri e di poesie può avere un forte impatto sul lettore, toccando tasti che non sempre è facile esprimere o condividere. La lettura può innescare un processo di riflessione e cambiamento, attraverso l’immedesimazione nella storia narrata e la capacità di sviluppare empatia nei confronti dei personaggi. Proprio per tale capacità trasformativa, la lettura di libri e poesie può essere utilizzata come uno strumenti in terapia. La biblioterapia può essere definita come una “terapia attraverso la lettura”, ovvero un metodo di terapia che utilizza la lettura di specifici libri. Il libro viene scelto tenendo conto della storia individuale del soggetto. Attraverso la lettura di qualcosa che risuona con la storia dell’individuo, la persona riesce ad attuare un processo introspettivo e riflessivo che gli permetterà di portare lo sguardo sul sé, sulle proprie emozioni e pensieri. Attraverso la biblioterapia la persona dovrebbe essere in grado di attuare un processo di crescita personale. I suoi obiettivi sono molteplici, dallo sviluppo della consapevolezza del sé, all’aumento di autostima e autoefficacia, al potenziamento delle proprie capacità (sia personali che sociali). La lettura può quindi generare un processo di cambiamento, che trae dalle proprie emozioni e dalla propria sofferenza gli stimoli al superamento degli ostacoli. Green (2022), nel suo articolo, ha cercato di esplorare l’impatto che i testi letterari, in particolare la poesia, possono avere sulla vita reale delle persone, con l’obiettivo di comprendere come la lettura possa “creare uno spazio in cui i lettori possono aprirsi alla possibilità di essere “segnati” o “colpiti” da un testo”, e come questi possano essere studiati obiettivamente. Per fare ciò, Green (2022) ha utilizzato una poesia di Wordsworth intitolata “The Ruined Cottage”, nella quale il poeta offre un linguaggio alternativo per pensare ai problemi ed esistere nel nostro dolore: non tentare di negare o alleviare la sua difficoltà, ma guidandoci in qualche modo a mettere a frutto quel trauma. All’interno dell’articolo “Exploring the therapeutic potential of reading: Case studies in diary-assisted reading” (2022) vengono presentati tre casi, basati su diari di lettura tenuti per un periodo di 2 settimane e successive interviste semi-strutturate. Green, infatti, aveva dato ai partecipanti allo studio il compito di leggere per più giorni specifici versi della poesia e scrivere le proprie riflessioni, evidenziando le esperienze reali dei lettori mentre incontrano e interagiscono con un testo letterario sconosciuto. I casi analizzati offrono uno sguardo sugli schemi di pensiero che la lettura può offrire e sui momenti di empatia e riflessione che suscitano, tra persone e tra versioni passate e presenti della stessa persona. In particolar modo, i casi riportati all’interno dell’articolo riguardano esperienze di lutto, perdita e dolore, questo a dimostrazione del potenziale valore trasformativo dei testi letterari nell’aiutare le persone a riflettere sulla loro esperienza di dolore. Attraverso le ripetute letture della poesia di Wordsworth, i partecipanti sono stati in grado di “dire l’indicibile”: la poesia è stata in grado di guidare il lettore in aree di grande profondità emotiva e fornire un linguaggio per pensare, che ha aiutato a far emergere pensieri precedentemente non formati o inespressi. Inoltre, la poesia ha condotto il lettore nel trauma, nel bel mezzo della sua vita emotiva e ha trasformato ciò di cui normalmente sarebbe stato difficile se non impossibile parlare, in qualcosa di dicibile, quasi inevitabile. I partecipanti lettori sono stati in grado di esplorare la loro vita, entrando rapidamente nelle aree di pensiero inconsce o inaspettate. La poesia, a tale scopo, è sembrata una guida, che ha permesso loro di essere ritrasportati nel loro passato emotivo, ma con nuove risorse e capacità per comprenderlo e affrontarlo. In questo modo, è stato possibile accedere a traumi non elaborati e sviluppare una comprensione precedentemente non realizzata delle loro esperienze passate, riconfigurando il dolore, attraverso il sentire e il vivere ciò che veniva narrato nella poesia. In definitiva, sono stati in grado di ottenere una sorta di svolta terapeutica. “È forse in materia di dolore che le nostre modalità predefinite di pensare ed elaborare il mondo si dimostrano più inadeguate. Il dolore richiede di più dal linguaggio, anche se non solo in termini di articolazione o persino di vocabolario, richiede una sintassi più sfumata che possa accogliere l’inarticolatezza e il silenzio al suo interno.” Bibliografia Green K (2022) Exploring the therapeutic potential of reading: Case studies in diary-assisted reading. Front. Psychol. 13:1037072. doi: 10.3389/fpsyg.2022.1037072
La comunicazione umana: tipologie e assiomi

Per comunicazione si intende uno scambio interattivo d’informazioni tra due o più partecipanti, dotato d’intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in cui si condividono significati sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione, secondo la cultura di riferimento. quel processo dinamico che avviene tra un emittente e un ricevente, in cui il primo manda un messaggio, che può essere verbale o non verbale, al secondo, che a sua volta lo elabora, codificandolo e inviandone uno in risposta. Viene considerata come un fenomeno complesso, che non si esaurisce nel passaggio d’informazioni e non prevede una registrazione meccanica di contenuti, ma mobilita risorse di natura, cognitiva, emotiva e sociale. Tipologie di comunicazione La comunicazione umana può essere distinta in: Verbale (o Numerica), si costituisce di suoni, parole e frasi. Riguarda tutto ciò che comprende il livello semantico, cioè il significato letterale delle parole utilizzato per trasmettere il messaggio; trasmette informazioni attraverso rigide regole sintattiche ed il significato è sempre chiaro poiché ad ogni parole sono stati arbitrariamente attribuiti e condividi uno o più significati. Non verbale (o Analogica), è rappresentata dal tono, altezza, pause e velocità dell’espressione verbale, dall’espressione facciale, dal contatto visivo e corporeo tra gli interlocutori, dai gesti e dall’orientamento nello spazio. Quest’ultima non rispetta una grammatica rigida, ma risulta meno controllabile e veicola messaggi come reazioni emotive e stati d’animo. Gli assiomi della comunicazione “Pragmatica della comunicazione umana” (1967) di Watzlawick, Beavin, Jackson è stato un libro di fondamentale importanza per lo studio della comunicazione, in particolare dei suoi effetti sul comportamento umano. Il modello elaborato da alcuni degli esponenti della Scuola di Palo Alto sostiene come sia impossibile isolare il soggetto dal contesto di relazioni in cui è inserito. Ciascuno vive, infatti, all’interno di reti di relazioni che lo influenzano e a sua volta influenza gli altri con cui entra in contatto. Ogni comportamento produce un comportamento sugli interlocutori, per cui non è possibile considera la comunicazione come un processo unidirezionale e lineare; ma, al contrario, occorre trattarla come un processo circolare, che parte da un soggetto, giunge ad un altro e torna nuovamente al soggetto di partenza (feedback). Watzlawick, Beavin e Jackson hanno definito i 5 assiomi della comunicazione, che sono “verità autoevidenti”, cioè principi che non richiedono ulteriori dimostrazioni in quanto sono essi stessi fondanti. Essi sono, cioè, i presupposti basilari, i fondamenti della comunicazione. Primo assioma: Non si può non comunicare Ogni comportamento è comunicazione. Anche quando non si utilizzano parole, attraverso il comportamento s’inviano comunicazioni agli altri; anche il silenzio ha un valore di messaggio, poiché il fatto stesso di non voler parlare, è un modo di rivelarsi, in quanto rivela la volontà di non rivelarsi. Secondo assioma: Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione “La relazione classifica o include l’aspetto di contenuto”. L’aspetto di contenuto della comunicazione è l’informazione che si vuole trasmettere; mentre, l’aspetto di relazione è la modalità con cui l’informazione viene comunicata. Questo secondo aspetto, in quanto classifica e definisce il primo, rientra nella categoria della metacomunicazione, ossia rappresenta una comunicazione sulla comunicazione, che può far variare il significato del messaggio. Terzo assioma: La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti La comunicazione può essere considerata come una serie ininterrotta di scambi e la punteggiatura segna le sequenze e l’ordine con cui si realizzano tali scambi comunicativi. Una comunicazione chiara è una comunicazione con una punteggiatura condivisa dagli interlocutori. Senza una punteggiatura precisa, la comunicazione è ambigua e conflittuale. Quarto assioma: Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. […] Il “modulo numerico” è il linguaggio verbale, invece il “modulo analogico” è il linguaggio non verbale. Ciascuno comunica ricorrendo in varia misura a ciascuno dei due canali. Il linguaggio parlato e scritto segue una sintassi, regole grammaticali precise, ogni parola possiede un significato condiviso, invece il linguaggio del corpo è ambiguo ed equivoco, i gesti non sono riconducibili ad un unico significato e non sono facilmente decifrabili; risulta inoltre una modalità espressiva meno controllabile. Quinto assioma: Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza Le comunicazioni simmetriche avvengono quando il comportamento dell’uno rispecchia il comportamento dell’altro (come ad esempio, tra amici, compagni di classe, colleghi di lavoro), invece le comunicazioni complementari o asimmetriche implicano che i due individui assumano posizioni differenti, uno dei due comunicanti assume la posizione one-up (superiore) e l’altro quella one-down (inferiore); i diversi comportamenti dei partecipanti si richiamano e si rinforzano a vicenda, dando vita ad una relazione di interdipendenza in cui i rispettivi ruoli one-up e one-down sono stati accettati da entrambi (ad es. le relazioni madre-figlio, medico-paziente, insegnante-studente). La comunicazione sana, a differenza di quella patologica, è connotata da flessibilità e vede l’alternarsi dei due tipi di scambio. Conclusione “L’elemento che unifica i 5 assiomi non è la loro origine ma la loro importanza pragmatica, che a sua volta si fonda non tanto su certe particolarità quanto sulla possibilità di riferimenti interpersonali (anziché monadici) che offrono. Un individuo non comunica: partecipa a una comunicazione o diventa parte di essa. Un individuo non produce comunicazione, ma vi partecipa. Non si deve considerare la comunicazione, in quanto sistema, sulla base di un semplice modelli di azione e reazione. La comunicazione, in quanto sistema, va considerata a livello transazionale”. Bibliografia WATZLAWICK, J.H. BEAVIN, D.D. JACKSON, Pragmatica della comunicazione umana,. Roma, Astroabio.
10 Ottobre Giornata Mondiale della Salute Mentale

La Giornata Mondiale della Salute Mentale (World Mental Health Day) si celebra oggi, 10 ottobre. Ogni anno, da 30 anni, questa data è dedicata alla promozione, prevenzione e promulgazione della salute mentale e del benessere psicologico. La Federazione Mondiale per la Salute Mentale (World Federation for Mental Health) ha istituito questa giornata nel 1992, riconosciuta anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); il suo obiettivo è quello di promuovere la consapevolezza e la difesa della salute mentale contro lo stigma sociale, attraverso campagne e attività di promozione e sensibilizzazione. La salute mentale è parte integrante della salute e del benessere. Questo viene sottolineato dalla definizione di salute della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità”. Ogni anno si porta il focus della giornata su un argomento diverso legato alla salute mentale e al benessere psicologico. Per la Giornata Mondiale della Salute Mentale 2022 è stato scelto il tema “Rendere la salute mentale e il benessere di tutti una priorità globale” (Make Mental Helath & Well-Being For All a Global Priority). Con questo tema si cerca di sottolineare l’importanza di incentivare e attivare politiche che portino la salute mentale al centro del dibattito politico, sociale e collettivo. Stigma e discriminazione continuano a rappresentare una barriera all’inclusione sociale e all’accesso alle cure adeguate. Obiettivo del 10 ottobre 2022 è quello di sviluppare e rafforzare le conoscenze, le competenze, i processi e le risorse di cui i servizi di salute mentale e le comunità necessitano, così da poter dare una risposta rapida ed efficace ai bisogni di salute mentale delle persone. Proprio in questo periodo storico, scosso da guerre, emergenza climatica ed effetti a lungo termine della pandemia, risulta di grande importanza sottolineare la necessità di promuovere benessere psicologico e salute mentale, che deve diventare una priorità alla portata di tutti. Anche se la consapevolezza dell’importanza della salute mentale è sempre più diffusa, è necessario lavorare sempre più affinché la prevenzione dei disturbi mentali e il benessere di ogni cittadino sia possibile. “Il tema della Giornata mondiale della salute mentale del 2022 Rendere la salute mentale e il benessere per tutti una priorità globale ci offre l’opportunità di riaccendere i nostri sforzi per rendere il mondo un posto migliore.Siamo ad un bivio. È imperativo prendere la strada giusta.” (Professor Gabriel Ivbijaro MBE JP) #WorldMentalHealthDay #WMHD2022 Per approfondire: https://wmhdofficial.com/ https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioNotizieSaluteMentale.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=6019 https://www.huffingtonpost.it/blog/2022/10/08/news/psicologo_giovani-10368888/
Cambiamento climatico ed Eco-ansia: quale impatto su bambini e giovani?

A breve distanza dall’ultimo sciopero per il clima dei ragazzi di Fridays for Future, è chiaro che affrontare la questione climatica è sempre più urgente, non solo a livello politico, economico, sociale ed ambientale, ma anche dal punto di vista psicologico e della salute mentale. L’Intergovernmental Panel for Climate Change (IPCC) ha pubblicato un report che presenta diversi scenari per il futuro, delineando le inevitabili conseguenze che gli esseri umani dovranno affrontare nei prossimi anni. In tutti questi scenari, è inevitabile che le temperature raggiungano un aumento di 1,5 gradi Celsius entro il 2040. Questo fenomeno non riguarda solo la biodiversità in generale, ma ha anche un significativo impatto sull’uomo. Negli ultimi tempi, le persone in tutto il mondo stanno acquisendo maggiore consapevolezza climatica e quindi sono preoccupate per il futuro del pianeta e per gli eventi meteorologici estremi sempre più frequenti. Vi è un chiaro consenso sugli effetti fisici del cambiamento climatico, che riguardano l’uomo, la biodiversità e la Terra, ma le persone iniziano a comprendere anche l’impatto del cambiamento climatico sulla salute mentale. Cambiamento climatico e salute mentale Berry et al. (2010) propongono tre modalità in cui il cambiamento climatico ha impatto sulla salute mentale: diretto, indiretto e vicario. L’impatto diretto si verifica dopo aver sperimentato un evento meteorologico estremo come un’alluvione, un terremoto o un uragano. Questi eventi possono portare a un disturbo da stress post-traumatico (PTSD), disturbi depressivi, disturbi d’ansia, disturbi da uso di sostanze e pensieri suicidi. Gli impatti indiretti dei cambiamenti climatici possono anche incidere sulla salute mentale attraverso conseguenze sull’economia, migrazione, danni alle infrastrutture fisiche e sociali, carenza di cibo e acqua e conflitti, che sono stati tutti collegati a stress, dolore, ansia e depressione (Hayes et al., 2018). Le reazioni vicarie, invece, riguardano l’impatto emotivo e affettivo della consapevolezza del cambiamento climatico vissuta attraverso la conoscenza del problema. In altre parole, assistere agli effetti del cambiamento climatico attraverso i media e altre fonti di informazione, senza sperimentarlo in prima persona, può anche avere un impatto sulla salute mentale. Conoscere il cambiamento climatico e le sue conseguenze può provocare molte emozioni come senso di colpa, tristezza e rabbia, che possono essere racchiuse sotto la denominazione di “eco-ansia” (Pihkala, 2020). L’American Psychological Association (APA) riconosce l’eco-ansia come una “paura cronica del destino ambientale”. Giovani, cambiamento climatico e salute mentale I giovani sono sempre più consapevoli degli effetti negativi dei cambiamenti climatici sul pianeta e sulla salute umana, ma questa conoscenza può spesso portare a risposte affettive significative, come disagio psicologico, rabbia o disperazione. La comprensione del cambiamento climatico senza l’acquisizione degli strumenti per far fronte alle emozioni che accompagnano questa conoscenza può portare alla disperazione e alla negazione. L’esperienza delle principali emozioni “negative”, come preoccupazione, senso di colpa e disperazione in previsione del cambiamento climatico è stata identificata con il termine eco-ansia; tuttavia, si sa poco sui modi in cui bambini e giovani sperimentano l’eco-ansia (Léger-Goodes et al., 2022). Review di Léger-Goodes et al. (2022) Léger-Goodes et al. (2022) nella loro review confermano che i bambini e i giovani sperimentano risposte affettive ed eco-ansia in reazione alla presa di coscienza del cambiamento climatico. Essi provano paura, rabbia, disperazione e tristezza quando diventano consapevoli del cambiamento climatico e delle sue conseguenze. Preoccupazione e speranza sono le due emozioni più riportate. Tutte queste emozioni potrebbero potenzialmente costituire diverse espressioni di eco-ansia nei bambini e nei giovani. I giovani provenienti da comunità vulnerabili, come le comunità indigene, o coloro che hanno forti legami con la terra sono spesso identificati come colpiti emotivamente dal cambiamento climatico. I bambini e i giovani affrontano l’eco-ansia in vari modi, attraverso sia risposte disadattive (ad esempio la negazione) sia adattive (come la speranza costruttiva, utilizzata come meccanismo di coping positivo). Le reazioni all’eco-ansia possono essere comprese all’interno di uno spettro: da un lato, i bambini che provano forti emozioni e che le affrontano in modo positivo possono essere più fiduciosi e agire; dall’altra parte, alcuni bambini possono essere sopraffatti da questi sentimenti e non avere gli strumenti per affrontarli adeguatamente, portando a una potenziale paralisi, disperazione appresa e negazione. Conclusione Quello del cambiamento climatico e delle sue conseguenze a livello psicologico e di salute mentale è un tema tanto attuale quanto necessario. Esistono varie lacune negli studi sull’eco-ansia, soprattutto riguardo bambini e giovani, essendo anche un tema emergente. Sono imprescindibili ulteriori ricerche e studi, al fine di comprenderne la natura sfaccettata e gli interventi, sia sociali che individuali, da implementare. Fonti https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/ Berry, H. L., Bowen, K., and Kjellstrom, T. (2010). Climate change and mental health: a causal pathways framework. Int. J. Public Health 55, 123–132. doi: 10.1007/s00038-009-0112-0 Hayes, K., Blashki, G., Wiseman, J., Burke, S., and Reifels, L. (2018). Climate change and mental health: risks, impacts and priority actions. Int. J. Ment. Health Syst. 12, 28. doi: 10.1186/s13033-018-0210-6 Pihkala, P. (2020). Anxiety and the ecological crisis: an analysis of eco-anxiety and climate anxiety. Sustainability 12, 7836. doi: 10.3390/su12197836 Léger-Goodes T, Malboeuf-Hurtubise C, Mastine T, Généreux M, Paradis P-O and Camden C (2022) Eco-anxiety in children: A scoping review of the mental health impacts of the awareness of climate change. Front. Psychol. 13:872544. doi: 10.3389/fpsyg.2022.872544
Disturbo dissociativo dell’identità: il caso Milligan

L’area dei disturbi mentali e delle problematiche psicologiche e psichiatriche ha da sempre riscosso tanto interesse nei non addetti ai lavori e anche nella cultura pop, tanto da ispirare film, libri e serie tv. Il disturbo che ha generato grande interesse e rappresentazioni di ogni genere è il disturbo dissociativo dell’identità o disturbo da personalità multipla, anche grazie alla sua complessità e difficoltà nel comprenderlo. La dissociazione Con il termine dissociazione si intente la disconnessione o dis-integrazione di alcuni processi psichici dell’individuo. Essa causa una mancata connessione e integrazione delle varie funzioni della mente, tra cui pensiero, memoria e senso di identità. La dissociazione è il processo psicopatogeno principale che caratterizza il disturbo dissociativo dell’identità. Il disturbo dissociativo dell’identità In passato chiamato anche disturbo da personalità multipla, il disturbo dissociativo dell’identità è presente all’interno del DSM 5 e i criteri per la sua diagnosi sono i seguenti: presenza di 2 o più stati di personalità o identità, con notevole discontinuità nel loro senso di sé e nel senso di agire; lacune nella memoria per eventi di tutti i giorni, per importanti informazioni personali e per informazioni ed eventi traumatici che non sarebbero normalmente dimenticati; i sintomi causano un enorme disagio o compromettono significativamente il funzionamento sociale o lavorativo; i sintomi non possono essere meglio giustificati da un altro disturbo, dagli effetti da intossicazione da alcol, da parte di pratiche culturali o religiose largamente accettate. Il disturbo dissociativo di solito si verifica in persone che hanno vissuto un grave stress o un trauma durante l’infanzia. Un abuso grave e cronico (fisico, sessuale o emotivo) e un abbandono durante l’infanzia vengono frequentemente riportati e documentati nei pazienti affetti da disturbi dissociativi. In bambini gravemente maltrattati, molte aree dell’identità che devono fondersi attraverso le esperienze infantili restano invece separate. Nel corso del tempo, i bambini maltrattati possono sviluppare una crescente capacità di sfuggire al maltrattamento “allontanandosi” dal loro ambiente fisico ostile, oppure “ritirandosi” nella propria mente. Ogni fase evolutiva o esperienza traumatica può essere usata per generare un’identità differente. Il caso Milligan Tra i casi più conosciuti e famosi di disturbo dissociativo dell’identità c’è sicuramente quello di William Stanley Milligan, la cui storia è riportata nel libro “Una stanza piena di gente” di Daniel Keyes e nella docu-serie “I 24 volti di Billy Milligan” presente su Netflix. La storia di Milligan ha liberamente ispirato anche il film “Split” (2017). William Stanley Milligan è stato il primo individuo della storia degli Stati Uniti a essere stato dichiarato non colpevole di gravi crimini per ragioni di infermità mentale, in quanto affetto da disturbo dissociativo dell’identità. Billy Milligan, a soli 26 anni, fu condannato dopo essere stato arrestato per rapimento, stupro e rapina di tre studentesse universitarie nel 1977in Ohio. Milligan, tuttavia, sosteneva di non ricordare di aver fatto ciò per cui era accusato, mostrandosi confuso. Nel corso dei vari interrogatori e delle consultazioni con i legali e gli psicologi, emerse che in Milligan erano presenti 24 personalità, che convivevano tra di loro, che avevano specifiche caratteristiche e abilità e che, in base alla situazione e agli eventi, prendevano “il posto”, ovvero prendevano possesso della coscienza e si interfacciavano con il mondo esterno. Per esempio, la personalità Ragen, iugoslavo, guardiano dell’odio, che aveva una forza straordinaria, prendeva il controllo della coscienza nei luoghi pericolosi o in caso di pericolo. Nei luoghi sicuri dominava invece Arthur, inglese, razionale, freddo, colto e brillante, il primo a scoprire l’esistenza degli altri e a decidere chi poteva prendere il controllo della coscienza. Quando invece si doveva trattare con gli esterni, Allen prendeva il posto. Nei momenti di dolore e male fisico e psicologico, David, un bambino di 8 anni, prendeva il posto in quanto guardiano del dolore. E così via. Ognuna delle altre personalità aveva sue caratteristiche personologiche, fisiche e psichiche specifiche e ognuna di loro “prendeva il posto” nel momento in cui poteva essere più utili per garantire la sopravvivenza di Billy. In seguito a numerose perizie psichiatriche, a Milligan venne diagnosticato il disturbo dissociativo dell’identità, all’epoca definito anche come disturbo da personalità multipla, che fino al 1980 era poco conosciuto nell’ambito scientifico. In seguito a tale diagnosi, Milligan venne affidato alle cure dell’Ospedale psichiatrico Harding Hospital. Il lavoro di cura consisteva nel far prendere coscienza a Billy della presenza di numerose personalità al suo interno, con la finalità di mettere in atto una “fusione”, cioè riunire le varie caratteristiche delle personalità all’interno del “Billy originario”. Tale lavoro di fusione permise a Milligan di affrontare in maniera cosciente e presente il processo, durante il quale venne dichiarato non colpevole per infermità mentale. Seppur colpevole di essere il responsabile delle azioni, venne riconosciuto non mentalmente presente nel momento in cui venivano commesse. La conoscenza dei fatti e delle esperienze vissute da Billy nella sua vita si deve all’emergere di un’ultima personalità, uscita allo scoperto durante il lavoro di fusione: “Il Maestro”, il quale non è altro che la somma di tutti i 23 alter ego fusi in uno solo, unico possessore di tutti i ricordi di ciascuna personalità, il vero Billy. Casi come questo mostrano quanto sia affascinante e allo stesso tempo complessa la mente umana, in grado di creare personalità diverse per proteggersi dal pericolo. La visita nella “stanza piena di gente” che è stata la psiche di Billy Milligan lascia “sconvolti e turbati, ma ci induce a riflettere sull’abisso nascosto di ogni uomo”. In conclusione, alcuni consigli cinefili riguardanti la tematica del Disturbo dissociativo dell’identità: Split (2017), Shutter Island (2010), Sybil (2007), Secret Window (2004), Io me e Irene (2000), Fight Club (1999), Schegge di paura (1997), Psycho (1960). Come serie tv alcuni esempi sono: Mr Robot, Moon Knight, Bates Motel, United States of Tara. Fonti – Keyes Daniel (1982). “Una stanza piena di gente. Un uomo, 24 personalità: la storia vera che ha sconvolto l’America”. Casa Editrice Nord. – American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition. Arlington, VA, American Psychiatric Association. – Docu-serie“I 24 volti di Billy Milligan”. Dir.