Fattori cognitivi ed emotivi nella ricerca di informazioni

In momenti storici e collettivi di grave rischio per sé e per gli altri, è fondamentale tenersi informati e comprendere ciò che sta accadendo. Tuttavia, la sovrabbondanza di informazioni e il fenomeno dell’infodemia che essa comporta rende sempre più difficoltoso ritrovare fonti e notizie attendibili. L’incertezza e la confusione che caratterizza eventi di questo tipo possono portare a comportamenti ossessivi riguardo la ricerca di informazioni oppure, di contro, ad un completo evitamento. Diversi fattori cognitivi ed emotivi influenzano ed orientano il comportamento relativo alla ricerca di informazioni durante momenti di rischio individuale e collettivo. Esempio esplicativo è quello della pandemia: l’impatto improvviso e globale del COVID-19 ha portato molte persone a cercare informazioni. I dati sulle tendenze di Google mostrano che “COVID-19” è stata la parola chiave più cercata in tutto il mondo a marzo e aprile 2020 (Google Trends, 2020). Ciò indica l’importanza della disponibilità delle informazioni durante una crisi di salute pubblica ma, al tempo stesso, mette in evidenza anche la necessità di garantire la corretta gestione di un flusso massiccio di informazioni e il ciclo di notizie 24 ore su 24. Tuttavia, in situazioni come questa, diversi fattori cognitivi ed emotivi influenzano la ricerca di informazioni o il suo evitamento. Ricerca o evitamento di informazioni Barsevick e Johnson (1990) hanno definito il comportamento di ricerca di informazioni come “azioni utilizzate per ottenere la conoscenza di un evento o situazione specifica”. In quanto tale, il comportamento di ricerca di informazioni enfatizza il comportamento attivo ed intenzionale, piuttosto che la scansione passiva dei media. L’elusione delle informazioni, descritta come “negazione, attenuazione o repressione” (Lambert e Loiselle, 2007), si riferisce alla scelta di un individuo di distogliere l’attenzione dalle informazioni. La paura di sapere nasce da istinti difensivi. Tale risposta difensiva si applica all’auto-riconoscimento degli individui e alla loro percezione dell’ambiente. Mentre un’epidemia rappresenta una grave minaccia per la società, i messaggi di rischio prolungati possono sopraffare le persone, soprattutto alla luce di informazioni massicce e contraddittorie che circolano attraverso vari canali di informazione. Le persone possono nascondersi da notizie angoscianti e deludenti e sentirsi insignificanti e impotenti perché alti gradi di incertezza fanno sembrare insensati gli sforzi individuali (Zhao e Liu, 2021). Fattori cognitivi ed emotivi A livello cognitivo, quando la persona sente una discrepanza tra ciò che dovrebbe conoscere su una determinata informazione e ciò che effettivamente sa, si attiva il comportamento della ricerca di informazioni. La persona decide così che ha bisogno di maggiori informazioni e sceglie il meccanismo di ricerca e le strategie di elaborazioni delle informazioni più adatti per arrivare al suo scopo. A livello emotivo, diverse ricerche hanno indicato che sia le emozioni negative che quelle positive possono stimolare comportamenti di ricerca di informazioni, specialmente in contesti ad alto rischio. Studio di Zhao e Liu (2021) Nel loro studio, Zhao e Liu (2021) hanno esaminato la relazione tra fattori cognitivi e affettivi e i comportamenti di ricerca o evitamento di informazioni delle persone in situazioni di rischio acuto attraverso un sondaggio online, con un campione di 1.946 persone, condotto nel febbraio 2020, durante lo scoppio della pandemia di COVID-19 in Cina. I risultati mostrano come l’insufficienza informativa percepita è correlata negativamente con il comportamento di ricerca di informazioni. L’insufficienza informativa percepita incoraggia il comportamento di evitamento delle informazioni e scoraggia il comportamento di ricerca di informazioni. Inoltre, è stata rilevata una relazione a forma di U invertita tra insufficienza informativa e comportamento di evitamento. Quando il livello di insufficienza informativa è relativamente basso, le persone evitano deliberatamente le informazioni rilevanti. Quando il divario di inadeguatezza delle informazioni si allarga, si passa a una ridotta tendenza a evitare. Tale risultato può essere spiegato sostenendo che il principio di sufficienza informativa si basa sull’analisi costi-benefici e non tiene conto del fatto che più informazioni non sempre aiutano le persone a prendere decisioni informate, specialmente nell’era di Internet (Zhao e Liu, 2021). In effetti, una maggiore conoscenza può causare dissonanza cognitiva o paura, specialmente tra le persone con bassa fiducia nel giudizio. Per quanto riguarda la dimensione affettiva, il sentirsi preoccupati o incoraggiati si correla positivamente con il comportamento di ricerca di informazioni, mentre l’elusione delle informazioni si correla positivamente con il sentirsi arrabbiati ed eccitati. I risultati hanno indicato che durante un’emergenza di salute pubblica, messaggi più intensi e rischiosi (come rabbia) possono stimolare un comportamento di evitamento delle informazioni. Conclusione Diversi sono i meccanismi che portano alla ricerca spasmodica di informazioni o al suo evitamento durante eventi globali ad alto rischio. Fondamentale è conoscerli e riconoscerli per poter implementare un’informazione funzionale, sviluppare pensiero critico e costruire comportamenti consapevoli. Fonti Zhao S and Liu Y (2021) The More Insufficient, the More Avoidance? Cognitive and Affective Factors that Relates to Information Behaviours in Acute Risks. Front. Psychol. 12:730068. doi: 10.3389/fpsyg.2021.730068 Barsevick, A. M., and Johnson, J. E. (1990). Preference for information and involvement, information seeking and emotional responses of women undergoing colposcopy. Res. Nurs. Health 13, 1–7. doi: 10.1002/nur.4770130103 Lambert, S. D., and Loiselle, C. G. (2007). Health information-seeking behaviour. Qual. Health Res. 17, 1006–1019. doi: 10.1177/1049732307305199
Infodemia: cos’è e quali conseguenze psicologiche comporta

L’era moderna e il massiccio e costante utilizzo di internet permette a tutti di accedere a numerose informazioni in ogni momento della giornata. Tuttavia non tutte le informazioni sono accurate e imparare a navigare tra di esse e scegliere quelle più attendibili non è sempre semplice. Inoltre, soprattutto in momenti di crisi storica e sociale, questa costante valanga di fatti e parole può avere conseguenze significative a livello psicologico, sociale e comportamentale. Che cos’è l’infodemia? Durante la fase più acuta della pandemia da Covid-19, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ripreso il termine infodemia, definendola come una “sovrabbondanza di informazioni – alcune accurate e altre no – che rende difficile per le persone trovare fonti affidabili e una guida affidabile quando ne hanno bisogno”[1]. In generale, secondo il Vocabolario Treccani, l’infodemia può essere definita come la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti attendibili”. Infodemia e pandemia La pandemia ha portato con sé anche un’ondata di informazioni e di fake news, rendendo difficile orientarsi tra le notizie e scegliere quelle attendibili e ufficiali. In effetti, durante una pandemia, tutti siamo più vulnerabili ai deepfake, come la disinformazione deliberata, e ai rischi per la salute mentale pubblica che coinvolgono paura, panico, atteggiamenti xenofobi e pregiudizi. Inoltre, le risposte della società dimostrano che i danni causati dall’infodemia superano anche l’impatto biomedico della pandemia. Il sovraccarico di informazioni e la disinformazione in relazione al Covid-19 hanno suscitato una notevole ansia nell’opinione pubblica e creato ulteriori minacce per la salute. Ad esempio, la paura e l’ansia di massa instillate dalla confusione e dalla sfiducia nella capacità di far fronte a una crisi a livello individuale e di gruppo hanno un impatto negativo sulla salute mentale. Infodemia e guerra Un simile trend si sta sviluppando anche nei confronti dell’attuale guerra in Ucraina, dove la grande quantità di informazioni non vagliate aumenta la confusione e l’incertezza. È necessario che in situazioni di emergenza, le informazioni e le indicazioni siano chiare e accurate. Sotto la valanga di informazioni che internet ci propone, diventa sempre più difficile orientarsi, distinguere il falso dal vero. Come conseguenza, è semplice sentirsi sopraffatti e affidarsi, senza approfondire, ai primi articoli che incontriamo o alle notizie che maggiormente collidono con i nostri pensieri, le nostre credenze o la nostra emotività. Quale reazione generale all’ondata di informazioni? Di fronte a questa montagna insormontabile di informazioni, che possono riguardare la pandemia, la guerra o altri eventi emergenziali o crisi globali, l’essere umano può reagire in diversi modi e attuare diversi meccanismi di coping. Si è visto che, durante la pandemia, nella grande maggioranza dei casi, il meccanismi messo in atto per far fronte all’ansia, alla paura e alla mancanza di controllo è la ricerca spasmodica di informazioni su ciò che sta avvenendo[2]. L’incertezza generale dovuta alla criticità di determinati momenti storici spinge le persone verso una ricerca spasmodica di informazioni, ovvero verso il fenomeno dell’infodemia. La sovraesposizione di notizie spesso contrastanti da una parte facilita la diffusione di false notizie, dall’altra non fa altro che confondere le idee. Tale incertezza, a sua volta, può far aumentare i livelli di stress ed ansia della popolazione, mostrando una maggiore propensione alla distrazione e un peggioramento dei sintomi ansiosi. I tentativi di ottenere il controllo attraverso la ricerca di informazioni durante un’infodemia non mitigano i livelli di ansia ma anzi possono persino aggravare i problemi di salute mentale [2]. Dinamiche della ricerca di informazioni La ricerca di informazioni durante momenti critici sociali gode, inoltre, dell’opzionalità, ovvero ognuno può decidere se accogliere o meno un’informazione. Per comprendere tale fenomeno, quindi, è necessario capire che la ricerca di informazioni sottende delle dinamiche specifiche che vengono messe in atto quando processiamo le informazioni. In estrema sintesi, tali dinamiche sono: confirmation bias, ovvero la tendenza a cercare informazioni che confermino le nostre convinzioni e ad ignorare informazioni contrastanti; echo chamber, ovvero la creazione di gruppi che condividono una stessa visione, rinforzandola; polarizzazione, ovvero la tendenza a generalizzare e includere le diverse realtà in una stessa categoria. Come contrastare l’infodemia? L’infodemia porta con sé una spasmodica ricerca di informazioni che potrebbe causare ripercussioni negative sul benessere psicologico della popolazione. Per contrastare l’infodemia, è necessario mettere in campo misure a livello sia pubblico sia comunitario sia individuale. Affrontare in modo intelligente tale minaccia significa intervenire su più livelli, utilizzando in modo efficiente competenze professionali e pensiero critico. A tale scopo, anche i social media, riconosciuti come il principale mezzo attraverso cui naviga la disinformazione, possono essere utilizzati come uno strumento utile per affrontare l’infodemia[2]. Le organizzazioni di sanità pubblica possono utilizzare i social media per prevenire o ridurre al minimo la diffusione di notizie false e sensibilizzare l’opinione pubblica diffondendo informazioni affidabili e comunicando attivamente con i gruppi target nella comunità. Inoltre, possono essere utilizzati come strumento educativo, aiutando a frenare la diffusione di informazioni false, insegnando alle persone come valutare criticamente la credibilità e l’affidabilità di tali informazioni e incoraggiandole a interrompere la condivisione di messaggi che contengono informazioni discutibili o non verificate. Conclusione È necessario promuovere una cultura della consapevolezza e della conoscenza. Occorre intensificare le azioni di formazione e sensibilizzazione, aiutando le persone ad acquisire strumenti per orientarsi tra informazioni e notizie. L’impatto a lungo termine delle conseguenze psicosociali dell’infodemia e dei suoi correlati a livello psicologico e sociale dipenderà dagli sforzi collettivi per costruire competenze personali e sociali adeguate basate sull’intelligenza e sulla resilienza per affrontare le sfide future. Fonti [1] World Health Organization (2020). Novel Coronavirus(2019-nCoV) Situation Report – 13. [2] Ying W and Cheng C (2021). Public Emotional and Coping Responses to the COVID-19 Infodemic: A Review and Recommendations. Front. Psychiatry 12:755938. doi: 10.3389/fpsyt.2021.755938 https://www.treccani.it/vocabolario/infodemia_(Neologismi)
Vivere gli ambienti naturali: quali effetti sulla salute dell’uomo?

Durante situazioni di vita stressanti, le persone hanno bisogno di recuperare energie e far fronte alle difficoltà. Spesso ci riescono rivolgendosi a risorse individuali, sociali e comunitarie per trovare speranza, significato e prospettiva nelle loro vite. Anche i fattori di stress della vita quotidiana influiscono sulla salute mentale e fisica delle persone che hanno bisogno di strategie benefiche e soluzioni efficaci. La percezione della natura, degli spazi verdi urbani, delle foreste e dei giardini, ma anche dei momenti di relax e riflessioni, può essere utile e apportare benefici alla salute. Numerose ricerche sottolineano l’importanza della connessione tra esseri umani e natura per la creazione e il mantenimento del benessere e dei benefici per la salute, fisica e mentale. In diversi studi è stato riscontrato come le immagini della natura, l’interazione con essa, l’attività fisica e l’immersione nella natura e persino il sentimento legato ad essa sono tutti benefici per la salute dell’uomo. Nonostante l’ampio lavoro pratico e la ricerca empirica che dimostrano la relazione positiva tra le esperienze con la natura e il miglioramento della salute e del benessere, le basi concettuali e teoriche di come le relazioni persona-ambiente naturale possono supportare la salute e il benessere sono limitate (Brymer, Araújo, Davids e Pepping, 2020). Tuttavia, la relazione uomo-natura è complessa. Ecological Dynamics Brymer e colleghi (2020) hanno analizzato la relazione uomo-natura e come la natura stessa possa migliorare la salute e il benessere della persona attraverso la prospettiva teorica della Ecological Dynamics. Tale prospettiva è un framework che integra le idee chiave derivanti dalla psicologia ecologica e dalla teoria dei sistemi dinamici e le applica per approfondire la comprensione della salute e del benessere. Secondo l’approccio dell’Ecological Dynamics, l’individuo fa parte del più ampio sistema ecologico. L’Ecological Dynamics considera il sistema persona-ambiente come la scala principale di analisi e rifiuta l’assunzione dualistica e separata tra corpo e mente, tra ambiente e animale, promuovendo l’accettazione olistica dell’unione di una persona e dell’ambiente, della mente e del corpo. L’approccio Ecological Dynamics richiede inoltre una rivalutazione del bias intrinseco nella ricerca di spiegazioni del comportamento umano e delle esperienze basate su meccanismi interni e referenti. Di contro, viene considerata la mutualità del sistema persona-ambiente. Piuttosto che promuovere una comprensione del comportamento come derivante dalla mente, nell’approccio Ecological Dynamics il comportamento emerge dalla relazione uomo-ambiente, dall’essere radicato dell’uomo in un ambiente. La prospettiva Ecological Dynamics assume come primaria scala di analisi il rapporto individuo-ambiente. Tale approccio inoltre sottolinea l’osservazione che gli individui esistono negli ambienti e sono vincolati dalle caratteristiche interagenti di entrambi. Ci sono tre idee concettuali chiave all’interno del quadro dell’Ecological Dynamics: affordances, form of life e niche construction. Affordances: La nozione di affordances ha origine nella psicologia ecologica (Gibson, 1979) e si riferisce a come l’ambiente è percepito in termini comportamentali (non in termini neutri come tempo e spazio), cioè ciò che l’ambiente offre, combinando la natura dell’ambiente con la natura di un individuo. Nei sistemi ambientali individuali, il comportamento che risulta dal collegamento individuo-ambiente è complesso e dinamico: non è un’interpretazione dell’individuo o una risposta a uno stimolo ma una proprietà emergente di questo sistema persona-ambiente naturale. Un ambiente descritto in termini di affordances cambia l’enfasi da una descrizione di forma strutturale, neutra per l’individuo, a una descrizione attiva e funzionale, in termini comportamentali. Form of life: Il concetto di “forma di vita” ha origine da Wittgenstein (1953) e descrive come un gruppo specifico di esseri umani o altri animali interagisce nel e con il mondo che lo circonda. Cioè, la forma di vita descrive sia il potenziale che le possibilità comuni disponibili nei sistemi dell’ambiente individuale. Ciò potrebbe manifestarsi, ad esempio, come una tendenza sociale o culturale o modelli di comportamento. È più probabile che la forma di vita umana prosperi in presenza di condizioni di salute e benessere umane. Niche construction: sia l’individuo che l’ambiente sono responsabili della co-costruzione e della progettazione delle affordances. L’azione e l’influenza dell’individuo (o gruppo di individui) sono coinvolti nella costruzione dell’ambiente quotidiano. Questa nozione di co-progettazione estende l’idea evolutiva che gli ambienti hanno un impatto sull’uomo, dotando la persona di capacità di azione rilevanti per abitare un particolare ambiente. In questo modo, la costruzione di nicchia (niche construction) supporta l’agency dell’uomo e il suo impatto sulla percezione, l’utilizzo, la creazione e la distruzione dell‘affordances. Quali implicazioni? Una delle implicazioni dell’approccio Ecological Dynamics è la consapevolezza che i sistemi persona-ambiente sono interdipendenti. Questo significa che gli esiti di salute sperimentati da un individuo derivano dalla relazione tra abilità e caratteristiche individuali (storia, cultura, emozioni, fisiologia) e caratteristiche ambientali funzionali o affordances. Da questa prima interdipendenza animale-ambiente deriva l’implicazione che gli interventi e gli ambienti di salute e benessere devono essere progettati per fornire un’ampia gamma di possibilità di arricchimento comportamentale per la salute e il benessere. In sintesi, tale quadro ecologico enfatizza la relazione persona-ambiente come scala appropriata per l’analisi e la concettualizza come esplicativa dei benefici per la salute delle relazioni uomo-natura. Le implicazioni di questo approccio, dal punto di vista della salute e del benessere, suggeriscono come siano necessari progetti ambientali che supportino e tengano conto di salute e benessere e che sfruttino la ricchezza degli ambienti naturali. Bibliografia Brymer E, Araújo D, Davids K and Pepping G-J (2020) Conceptualizing the Human Health Outcomes of Acting in Natural Environments: An Ecological Perspective. Front. Psychol. 11:1362. doi: 10.3389/fpsyg.2020.01362 Gibson, J. J. (1979). The Ecological Approach To Visual Perception. Houghton: Mifflin and Company. Wittgenstein, L. (1953). The Philosophical Investigations. Oxford: Oxford Blackwell.
Connessione uomo-natura e le emozioni socio-relazionali

L’essere umano cresce e vive in un contesto specifico, nel quale la natura e l’ecosistema possono svolgere un ruolo molto importante. In questo contesto, si ipotizza che la connessione sociale e la connessione alla natura sono sostenuti dalle stesse emozioni. In particolare, le emozioni socio-relazionali sono cruciali per comprendere il processo attraverso cui l’essere umano si connette con la natura. Ad oggi, poco si sa sul processo psicologico attraverso il quale le persone riescono a connettersi alla natura. Nonostante questo, è risaputo come vi sia una relazione positiva tra l’uomo e il mondo naturale, che apporta benefici per il benessere sia dell’uomo che dell’ambiente stesso. La relazione dell’uomo con la natura viene definita come nature connectedness, che indica una connessione permanente alla natura ad un livello individuale. La connessione con la natura è un predittore del benessere dell’essere umano e del comportamento e atteggiamento di difesa e cura dell’ambiente (Capaldi et al., 2014, Mackay e Schmitt, 2019). La psicologia sociale ci insegna come le emozioni abbiano un ruolo fondamentale nel connettersi con gli altri. Allo stesso modo, Petersen, Fiske e Schubert (2019) ipotizzano come il collegamento con altri esseri umani e il collegamento con la natura sono sostenuti dagli stessi meccanismi psicologici generali, che includono processi cognitivi, emotivi e comportamentali. Sostengono come le emozioni giochino un ruolo importante nella connessione tra uomo e natura, in particolare le emozioni socio-relazionali. Le emozioni socio-relazionali (social relational emotions) sono emozioni che stabiliscono, regolano e mantengono le relazioni e sono stupore, ammirazione, gratitudine, compassione ed elevazione morale. Tutte queste emozioni sembrano in grado di aumentare il senso di connessione con gli altri e possono, quindi, essere classificate come emozioni socio-relazionali positive. Emozioni come stupore, gratitudine e compassione sono potenti determinanti dell’azione prosociale. Nel loro studio, Petersen, Fiske e Schubert (2019) sottolineano il potenziale di una specifica emozione positiva, kama muta (parola in sanscrito che indica l’essere mosso dall’amore, “being moved by love”), che può essere indicata come l’emozione socio-relazionale cruciale nella connessione. Tenere in braccio un neonato, rivedere una persona cara dopo molto tempo o ricevere inaspettatamente una grande gentilezza sono tipici esempi di momenti in cui le persone sperimentano il kama muta. La valutazione primaria coinvolta nel kama muta sta nel vivere un’improvvisa intensificazione della condivisione comunitaria. La condivisione comunitaria è il fondamento relazionale attraverso cui le persone sentono un’identità condivisa, sono motivate dall’unità, condividono le risorse secondo necessità e capacità e si impegnano ad essere una cosa sola con l’altro. Le persone possono sentire kama muta quando improvvisamente intensificano le relazioni comunitarie con un animale, una divinità o anche un’entità astratta come la terra o il cosmo. Pertanto, è probabile che kama muta svolga un ruolo importante nella connessione con la natura (Petersen et al., 2019). In questo contesto di ricerca, Lumber et al. (2017) hanno scoperto che il contatto con la natura, le emozioni, il significato, la compassione e la bellezza sono percorsi per migliorare la connessione con la natura. Un altro recente progetto di ricerca di Anderson et al. (2018) ha esaminato le emozioni e il loro ruolo di mediazione nell’esperienza della natura per il benessere. È stato osservato come le esperienze nella natura durante la vita quotidiana hanno portato ad un maggiore stupore, il che ha dimostrato come l’esperienza nella natura migliori il benessere e la soddisfazione della vita. In conclusione, comprendere le emozioni che supportano e approfondiscono un senso di connessione con la natura permetterebbe di avere una maggiore conoscenza su come migliorare il benessere dell’uomo e promuovere atteggiamenti e comportamenti favorevoli all’ambiente. Nelle esperienze di connessione con la natura, le emozioni socio-relazionali, in particolare il kama muta, sembrano essere predominanti. Bibliografia Capaldi, C. A., Dopko, R. L., and Zelenski, J. M. (2014). The relationship between nature connectedness and happiness: a meta-analysis. Front. Psychol. 5:976. doi: 10.3389/fpsyg.2014.00976 Mackay, C. M., and Schmitt, M. T. (2019). Do people who feel connected to nature do more to protect it? A meta-analysis. J. Environ. Psychol. 65:101323. doi: 10.1016/j.jenvp.2019.101323 Petersen E, Fiske AP and Schubert TW (2019) The Role of Social Relational Emotions for Human-Nature Connectedness. Front. Psychol. 10:2759. doi: 10.3389/fpsyg.2019.02759 Lumber, R., Richardson, M., and Sheffield, D. (2017). Beyond knowing nature: contact, emotion, compassion, meaning, and beauty are pathways to nature connection. PLoS One 12:e0177186. doi: 10.1371/journal.pone.0177186 Anderson, C. L., Monroy, M., and Keltner, D. (2018). Awe in nature heals: evidence from military veterans, at-risk youth, and college students. Emotion 18, 1195–1202. doi: 10.1037/emo0000442
Dal trauma alla crescita: il costrutto di crescita post-traumatica

Gli eventi traumatici sono estremamente disfunzionali per gli esseri umani, i quali spesso non possono continuare a vivere attraverso il loro precedente stile di vita e devono ricostruire e riorganizzare la loro esistenza. In questo contesto, molte persone dichiarano di essere cresciute psicologicamente dopo aver affrontato eventi traumatici: per esempio, considerano la loro vita in maniera più significativa e la apprezzano maggiormente, si avvicinano ai loro amici e alla loro famiglia e ottengono una maggiore soddisfazione dalla loro fede religiosa. Questi effetti positivi conseguenti a eventi traumatici sono chiamati “Crescita post-traumatica” (Post-traumatic Growth o PTG). Che cos’è la Crescita post-traumatica? Tedeschi e Calhoun (2004)[1] definiscono la crescita post-traumatica come la tendenza, in seguito a un trauma, a riportare cambiamenti in positivo, un significativo cambiamento benefico nella vita cognitiva ed emotiva che può avere anche implicazioni comportamentali. La crescita post-traumatica è quindi un tipo di cambiamento positivo che gli individui possono sperimentare a causa di eventi di vita estremamente impegnativi. La PTG è una trasformazione qualitativa del funzionamento individuale che implica un movimento che va al di là del semplice riadattamento al livello pre-traumatico di funzionamento. Il modello di crescita post-traumatica postula la crescita personale come risultato dell’elaborazione cognitivo-emotivo delle sfide innescate da un evento stressante. Tali sfide includono risposte al disagio emotivo legato al trauma, alle minacce all’idea di base su di sé e sul mondo, e all’interruzione della continuità della storia o narrativa della propria vita. Tali sfide sono influenzate dalle qualità dell’esperienza pre-traumatica dell’individuo e dalle caratteristiche degli eventi stressanti. L’impegno cognitivo relativo ad esse include una “ruminazione” automatica e deliberata, che può comportare la discussione degli eventi e delle sensazioni correlate al trauma[2]. La PTG è un’importante fonte di guadagno di risorse dopo un evento traumatico. Tale crescita è testimonianza di uno sviluppo della personalità e del benessere psicologico del soggetto stesso. Modello teorico della Crescita post-traumatica Tedeschi e Calhoun (2004)[1] hanno utilizzato il termine ruminazione (rumination) per indicare il processo cognitivo-emotivo che porta alla crescita dopo aver lottato con un evento traumatico e i cambiamenti negativi che ha provocato. Essi affermano che il processo cognitivo costruttivo (costructive cognitive process) è un’esperienza intrapersonale all’interno di un contesto interpersonale in risposta a uno specifico evento stressante. Aspetti sia socioculturali distali (macro), come valori, temi, narrazioni e modi di costruire il mondo nella società, che prossimali (micro) dell’ambiente, come famiglia, amici e tutto ciò che costituisce il proprio gruppo di riferimento primario, forniscono il contesto per la ruminazione individuale sulle esperienze legate al trauma e allo sviluppo della crescita post-traumatica. Il grado in cui un individuo è impegnato nella ruminazione costruttiva e riporta, di conseguenza, la crescita post-traumatica è in funzione di: 1 – Caratteristiche degli eventi stressanti, come le percezioni soggettive del livello di minaccia e il disagio emotivo che si accompagna ad essi; il fattore stressante deve essere di una portata tanto ampia da scuotere o oscurare la propria visione di sé e del mondo e innescare, di conseguenza, il processo cognitivo costruttivo che produce la crescita post-traumatica. 2 – Caratteristiche individuali come età evolutiva, genere e tratti di personalità come ottimismo, estroversione e uno stile cognitivo aperto, inclusa la volontà di mettere in discussione le credenze religiose e spirituali; queste sono le caratteristiche che predispongono a impegnarsi in un processo cognitivo costruttivo. 3 – Influenze ambientali, come il livello di supporto emotivo all’interno della rete sociale, l’opportunità di riflettere sul trauma e l’interazione con persone che hanno subìto un trauma simile e hanno raggiunto una crescita in seguito a tale esperienza. L’ambiente può aumentare la probabilità di una crescita post-traumatica riducendo il disagio emotivo, impedendo all’individuo di essere sopraffatto dal trauma e permettendogli di sostenere l’impegno cognitivo riguardante il trauma. Il concetto di crescita post-traumatica ha ricevuto un ampio supporto a livello empirico. Molte persone colpite da traumi che lottano per ricostruire le loro vite, sostengono di essere cresciuti in conseguenza a tali eventi: molti hanno raggiunto livelli maggiori di adattamento, di funzionamento psicologico, di consapevolezza della vita e di connessione spirituale. Aldwin et al. (1996)[3] hanno scoperto che circa l’80% dei sopravvissuti al trauma percepisce almeno alcuni risultati positivi in seguito alla loro esperienza. PTG e PTSD Alcuni studi hanno tentano di trovare una relazione tra crescita post-traumatica e sintomi relativi al disturbo post-traumatico da stress. Nella maggior parte dei lavori sulla PTG, tale costrutto è concepito come un risultato separato e indipendente dai punteggi dei sintomi del PTSD. Crescita post-traumatica e resilienza Va sottolineato, inoltre, come la crescita post-traumatica non sia la stessa cosa della resilienza. Quest’ultima è la capacità di continuare a vivere una vita con uno scopo anche dopo le difficoltà e le avversità. Nella crescita post-traumatica, l’individuo non solo sopravvive o affronta le difficoltà, ma sperimenta anche cambiamenti considerati importanti che vanno oltre la condizione precedente il trauma. La PTG non è semplicemente un ritorno alla “baseline” precedente; piuttosto, è un’esperienza di miglioramento profondamente significativa[1]. Conclusione Gli studi sulla PTG sono importanti per diverse ragioni: innanzitutto, esistono prove che mostrano cambiamenti significativi nella vita delle persone che affrontano eventi traumatici; in secondo luogo, concentrarsi solo sugli aspetti negativi del trauma può portare a una comprensione parziale delle reazioni post-traumatiche, in quanto per una comprensione completa delle reazioni al trauma dovrebbero essere considerati sia i cambiamenti positivi che quelli negativi; infine, i cambiamenti positivi possono essere usati come basi per ulteriori lavori terapeutici, fornendo speranza che il trauma possa essere superato. Bibliografia [1] Tedeschi, R. G., & Calhoun, L. G. (2004). Posttraumatic growth: Conceptual foundations and empirical evidence. Psychological Inquiry, 15, 1–18. [2] Calhoun, L. G., & Tedeschi, R. G. (Eds.). (2006). Handbook of posttraumatic growth. [3] Aldwin, C. M., Sutton, K., & Lachman, M. (1996). The development of coping resources in adulthood. Journal of Personality, 64, 91-113.
Il Disturbo Post-traumatico da Stress (PTSD)

La diagnosi di Disturbo Post-traumatico da Stress è stata introdotta nel tentativo di isolare e definire tutti i casi di patologia psichica che, con caratteristiche comuni, compaiono successivamente ad un evento stressante. L’interesse originario era duplice: di natura scientifica, nel tentativo di studiare le caratteristiche di un disturbo che sembrava poter godere di una propria autonomia nosografica, e di natura sociale e politica, con l’obiettivo di indennizzare i soldati americani reduci dalla guerra del Vietnam (Colombo e Mantua, 2001). La formulazione della categoria diagnostica del Disturbo Post Traumatico Da Stress (Post Traumatic Stress Disorder o PTSD) compare per la prima volta nel 1980 con la pubblicazione della terza edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM III) come categoria diagnostica autonoma. Era definito come una specifica risposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, accompagnato da un significativo appiattimento della reattività emozionale, da un considerevole aumento dell’ansia e dal constatare evitamento degli stimoli associati al trauma. In seguito a diverse critiche e rettifiche, l’Associazione Psichiatrica Americana, nel 2013 è giunta alla pubblicazione del DSM V nel quale sono stati apportate ulteriori modifiche per quanto riguarda la diagnosi di PTSD, incluso nella categoria dei “disturbi correlati a eventi traumatici o stressanti”. Esso può essere definito come un disturbo che si sviluppa in genere dopo un evento particolarmente traumatico, ovvero un evento che ha messo in pericolo la salute e l’integrità fisica o psichica del soggetto. Si caratterizza per sintomi particolarmente invalidanti, come ansia molto intensa e frequente, calo del tono dell’umore, pensieri, immagini o ricordi intrusivi dell’evento traumatico e spesso un vissuto emotivo molto intenso. Se la sofferenza della vittima si prolunga per oltre un mese dall’esposizione al trauma e interferisce significativamente con la vita lavorativa, sociale o scolastica dell’individuo, va posta la diagnosi di PTSD. Criteri diagnostici I criteri del DSM V per il disturbo da stress post-traumatico, che riguardano sia adulti, sia adolescenti che bambini sopra i 6 anni, sono: Esposizione a un evento traumatico, reale, in maniera diretta o indiretta. Sintomi di risperimentazione: il soggetto si trova a rivivere ripetutamente il momento del trauma in vario modo. Sintomi di evitamento: nel tentativo di evitare la risperimentazione del trauma, la vittima può cominciare a evitare situazioni esterne che ricordano, simboleggiano o sono in qualche modo associate all’evento traumatico. Alterazione negativa dei pensieri e delle emozioni: la persona presenta una riduzione della propria reattività verso il mondo esterno e lamenta una diminuzione dell’interesse o della partecipazione ad attività precedentemente piacevoli, prova sentimenti di distacco e di estraneità, manifesta una diminuita capacità di provare emozioni, sia positive che negative, e si palesa un senso di sfiducia nelle prospettive future. Sintomi di iperattivazione (arousal): la persona sviluppa una sorta di ipersensibilità ai potenziali segnali di pericolo, che la porta ad essere costantemente in allerta, a rispondere in maniera esplosiva e rabbiosa e a vivere in uno stato di ipervigilanza. Durata: tutti i sintomi devono essere presenti da almeno un mese. Il disturbo deve causare un significativo disagio o disabilità in ambito sociale, lavorativo e in altre aree significative per il funzionamento dell’individuo. Il disturbo non è attribuibile all’uso di sostanze o farmaci o altra condizione medica. PTSD: ricerche e critiche Nel tempo, il costrutto di disturbo da stress post-traumatico ha ricevuto sempre maggiore attenzione, guidato dalle preoccupazioni relative agli effetti sulla salute mentale conseguenti a guerre, conflitti e violenze interpersonali. Tale costrutto, inoltre, è stato utilizzato sia per far avanzare la ricerca sia per organizzare interventi psicologici, con l’obiettivo di migliorare la vita delle persone colpite dal trauma. Tuttavia, la categoria diagnostica del PTSD non è esente da critiche e aspetti controversi. Sebbene la categoria diagnostica del PTSD abbia un’utilità fondamentale per coloro che forniscono trattamenti all’interno del sistema di cure, essa potrebbe non conformarsi ai modelli culturali con cui le persone danno un senso agli eventi traumatici e alla successiva sofferenza (Bryant-Davis, 2005). In particolar modo, da un punto di vista psicodinamico e psicoanalitico, il trauma e i suoi effetti, soprattutto se in seguito ai men-made disasters, vanno oltre la categorizzazione diagnostica. Il costrutto diagnostico del PTSD descrive alcune caratteristiche di una risposta universale al trauma, tuttavia ignora altre forme culturalmente più specifiche di esprimere sintomi correlati al trauma. È, quindi, necessario andare oltre la semplice categorizzazione diagnostica, nel tentativo di comprendere per intero gli eventi traumatici, la sofferenza, il rischio esperiti dall’individuo, come anche la possibilità di ripresa e i fattori individuali e comunitari che ne influenzano l’esito. È necessario porre l’attenzione sul più ampio contesto relativo alle cause sociali e alle conseguenze degli eventi traumatici come guerra, migrazione e violenza. I professionisti della salute mentale hanno bisogno di queste informazioni per valutare più accuratamente la presenza della malattia, per comunicare meglio la loro comprensione e preoccupazione, per promuovere l’accettazione del trattamento e ridurre il carico emotivo della malattia. Bibliografia American Psychiatric Association (1980). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 3ᵃ ed. (DSM-III). Tr. it. Milano: Masson, 1983. American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 5ᵃ ed. (DSM-V). Tr. it. Milano: Raffaello Cortina, 2014. Bryant-Davis, T. (2005). The trauma of racism: Implication for counseling, research, and education. The Counseling Psychologist, 33, 574. Colombo, P.P., e Mantua, V. (2001). Il Disturbo Post-traumatico da Stress nella vita quotidiana. Rivista di psichiatria, 36(2), 55-68.
Man-made trauma: la realtà del male umano

In seguito alle esperienze traumatiche reali con cui il Novecento si è dovuto misurare, come guerre, stermini, pulizie etniche, torture, il concetto di trauma reale viene ripreso con nuova forza, tanto da spingere gli studiosi verso una riformulazione del concetto di trauma. Insieme agli aspetti relazionali del trauma, nella seconda metà del Novecento l’interesse della clinica si è focalizzato sugli aspetti di realtà del trauma, in contrasto con la teoria freudiana classica che, nonostante vari andirivieni, definiva come oggetto privilegiato psicoanalitico l’aspetto fantasmatico del trauma. Le più recenti teorizzazioni relative alla realtà del trauma si sono concentrate su come la mente possa sopravvivere ad eventi traumatici, in particolar modo quando ad attuare tali azioni sono altri esseri umani: il man-made trauma. Che cosa accade nell’individuo, ma anche nella società, quando l’evento che ha portato al trauma è reale e riguarda una volontà di violenza e distruzione perpetrata da un essere umano o da una comunità su un altro individuo o gruppo? Questo è ciò che vivono migliaia di migranti forzati e vittime di guerra, costretti ad abbandonare il loro Paese di origine a causa di violenze e azioni brutali messe in atto da mano umana su altri esseri umani. Tali soggetti sono vittime di violenza, soprusi, torture, conflitti, incarcerazioni, persecuzioni, che minano la fiducia nell’altro e nel mondo. Nei traumi dovuti a mano umana, è di fondamentale importanza il concetto di relazione umana: il man-made trauma, nei suoi vari livelli di gravità, rompe la “diade empatica”, la connessione io-tu, si rompe una fondamentale connessione con un oggetto interno buono, la fiducia tra esseri umani, si perde la fiducia nell’Altro (Mucci, 2014). La traumatizzazione, quando è di tipo interpersonale, come nel trauma causato per mano umana, indebolisce o distrugge la possibilità successiva di instaurare relazioni di fiducia nel futuro. La fiducia nell’altro e nel mondo è proprio ciò che viene distrutto nella traumatizzazione estrema messa in atto da un altro essere “come me”, è in questo modo che il trauma attua la “rottura della diade empatica” (Mucci, 2014). La traumatizzazione causata da man-made disasters diretta in modo sistematico contro altri esseri umani, come stupri, torture, atrocità di guerra, è endemica in alcune parti del mondo. Ciò costringe milioni di persone a migrare verso nuovi Paesi con la speranza di trovare un posto sicuro. La violenza organizzata degli Stati, la guerra e gli attacchi terroristici creano individui traumatizzati, famiglie distrutte, gruppi e comunità destabilizzati. Questo tipo di traumatizzazione estrema causa destabilizzazione nella capacità di simbolizzare esperienze emotive, incluso il dare significato alla vita dopo l’esperienza traumatica (Rosenbaum e Varvin, 2007). Il modo in cui esperienze estreme influenzeranno individui e gruppi, dipenderà dalla severità, dalla complessità e dalla durata degli eventi traumatici, così come dal contesto, dalla fase di sviluppo e dalla relazione con l’oggetto interno. Inoltre, la gravità della traumatizzazione dipenderà dalla misura in cui le prime associazioni traumatiche vengono attivate, così come dal sostegno e dal trattamento offerto dopo l’evento, e dalle risposte della società a tali eventi in generale (Varvin, 2017). Bibliografia Mucci, C. (2014). Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale. Milano: Raffaello Cortina Editore. Rosenbaum, B. e Varvin, S. (2007). The influence of extreme traumatization on body, mind and social relations. International Journal of Psychoanalysis, 88, 1527-1542. Varvin, S. (2017). Our relations to refugees: between compassion and dehumanization. The American Jourrnal of Psychoanalysis. Paper presentato alla European Psychoanalytic Federation Conference, The Hague, Aprile 2017.
Self-control negli adolescenti: ruolo di mediazione su depressione e disturbi alimentari?

Uno degli aspetti che caratterizza l’adolescenza e la giovinezza è l’impulsività, la tendenza ad agire. Tuttavia, l’autocontrollo è molto importante per l’adattamento in fase adolescenziale. Questo, inoltre, è associato a depressione e tendenza ai disturbi alimentari. Può il self-control avere un ruolo di mediazione tra i due durante l’adolescenza? Depressione e disturbi alimentari La depressione è una delle principali cause di malattia e disabilità tra gli adolescenti. Il disturbo depressivo adolescenziale è caratterizzato principalmente da sentimenti negativi e può essere accompagnato da vari gradi di cambiamenti cognitivi e comportamentali, sintomi psicotici, autolesionismo impulsivo non suicida (NSSI) e suicidio impulsivo, tra gli altri. I sintomi del disturbo alimentare sono altamente prevalenti negli adolescenti. I disturbi alimentari, che comprendono anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata, sono caratterizzati da mangiare impulsivo o seguire diete compulsivamente e sono il risultato dell’interazione tra specifici aspetti culturali e fattori psicosociali. La comorbidità della depressione con i disturbi alimentari è comune e può aumentare la gravità e la cronicità di entrambe le condizioni: uno studio ha dimostrato che l’80% dei pazienti con disturbo alimentare ha disturbi emotivi, dove la depressione è la più comune[1]. È stato riscontrato che l’impulsività è un fattore che contribuisce in modo significativo alla depressione e ai disturbi alimentari[2]. Lo studio su self-control, depressione e disturbi alimentari negli adolescenti Lo studio di Li, Li, Qi, Song e Chen (2021)[3] ha avuto l’obiettivo di indagare la relazione tra depressione e disturbi alimentari e il ruolo di mediazione che può svolgere l’autocontrollo negli adolescenti. In totale, 1.231 adolescenti cinesi, tra gli 11e i 18 anni, hanno partecipato a questo studio compilando dei questionari. I risultati mostrano come il 42,5% degli adolescenti del campione soddisfaceva i criteri per la depressione, mentre l’8,6% era a rischio di sviluppare disturbi alimentari. In tutto, l’11,9% degli adolescenti con depressione soddisfaceva anche i criteri del disturbo alimentare. Lo studio[3] ha riscontrato un’elevata incidenza di depressione e disturbi alimentari tra gli adolescenti. Questi sembrano avere una relazione circolare, rafforzandosi a vicenda nel tempo. Inoltre, i risultati mostrano come la depressione non fosse correlata a sesso, età e peso corporeo. Un significativo effetto di mediazione (12,8%) del sistema degli impulsi è stato osservato tra depressione e tendenze ai disturbi alimentari negli adolescenti. La depressione era positivamente correlata con ogni fattore del sistema di controllo. Ciò significa che maggiore è il livello del sistema di controllo individuale, maggiore è il rischio di depressione. Maggiore è il controllo degli adolescenti sulle proprie emozioni e comportamenti, più evidente è la ribellione interiore. Se non riescono a trovare uno sfogo adeguato, si sentiranno sempre più depressi. Le tendenze ai disturbi alimentari erano correlate positivamente con tutti i fattori del sistema degli impulsi. Ciò significa che maggiore è il livello di impulsività, maggiore è il rischio di disturbi alimentari. Conclusione Questo studio ha dimostrato che il sistema degli impulsi potrebbe esercitare effetti di mediazione tra depressione e tendenza a sviluppare disturbi alimentari negli adolescenti. Tali risultati, tuttavia, devono essere letti e interpretati contestualmente alla realtà sociale e culturale in cui sono stati sviluppati, ovvero quella della Cina. In ogni caso, guidare gli adolescenti a controllare il grado di impulsività e depressione può essere di grande importanza per prevenire i disturbi alimentari. I risultati hanno possibili implicazioni cliniche e sottolineano il potenziale ruolo dell’autocontrollo nello sviluppo dei disturbi alimentari e quindi possono diventare potenziali bersagli terapeutici preventivi. Inoltre, i risultati sottolineano l’importanza degli interventi terapeutici mirati alla regolazione emotiva in questi disturbi, come interventi volti ad apprendere strategie più sane per far fronte al disagio. Fonti [1] Godart N, Radon L, Curt F, Duclos J, Perdereau F, Lang F, et al. (2015). Mood disorders in eating disorder patients: prevalence and chronology of ONSET. J Affect Disord., 185:115–22. doi: 10.1016/j.jad.2015.06.039 [2] Del Carlo A, Benvenuti M, Fornaro M, Toni c, Rizzato S, Swann AC, et al. (2012). Different measures of impulsivity in patients with anxiety disorders: a case control study. Psychiatry Res., 197:231–6. doi: 10.1016/j.psychres.2011.09.020 [3] Li H-J, Li J, Qi M, Song T-H and Chen J-X (2021). The Mediating Effect of Self-Control on Depression and Tendencies of Eating Disorders in Adolescents. Front. Psychiatry 12:690245. doi: 10.3389/fpsyt.2021.690245
Cyberbullismo e le competenze socio-emotive

Il bullismo è un fenomeno dilagante, di cui moltissimi ragazzi e ragazze ne sono vittime. Con il maggiore utilizzo delle tecnologie digitali tra giovani e giovanissimi, tale fenomeno si sviluppa sempre più sulla rete. Questo comportamento generando uno specifico tipo di bullismo: il Cyberbullismo. Sempre più ricerche sostengono che le competenze sociali ed emotive abbiano un ruolo cruciale nel cyberbullismo. Che cos’è il cyberbullismo? Secondo la definizione del Miur “il cyberbullismo definisce un insieme di azioni aggressive e intenzionali, di una singola persona o di un gruppo, realizzate mediante strumenti elettronici (sms, foto, video, email, chat rooms, instant messaging, social network, siti web, telefonate), il cui obiettivo è quello di provocare danni ad un coetaneo incapace di difendersi”. Il cyberbullismo può avere gravi ripercussioni fisiche e psicologiche, ad esempio sintomi psicosomatici e depressivi, ansia, comportamenti autolesionistici e abuso di sostanze. Il cyberbullismo è caratterizzato da molte specificità che lo distinguono dal bullismo tradizionale. Kwan e Skoric (2013) descrivono tre caratteristiche uniche che sono diverse dal bullismo tradizionale: (a) c’è un pubblico più ampio che può vedere l’umiliazione della vittima, (b) Internet ha una capacità illimitata, il contenuto offensivo è disponibile per un tempo più lungo, può essere scaricato e caricato ripetutamente e (c) i cyberbulli possono essere anonimi. Poiché le competenze socio-emotive hanno un ruolo significativo nel bullismo tradizionale, ad esempio empatia e disimpegno morale, la ricerca attuale mira a esplorare se queste competenze influenzano anche la formazione del cyberbullismo. Cosa sono le competenze socio-emotive? Le competenze socio-emotive riguardano la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni, saper sviluppare empatia con chi ci circonda grazie all’apprendimento delle emozioni altrui, prendere buone decisioni, costruire amicizie, gestire efficacemente le situazioni sfidanti. Queste possono essere suddivide in tipologie: consapevolezza di sé, capacità di autoregolarsi, consapevolezza sociale, abilità relazionale e capacità di prendere decisioni responsabili. Studi recenti sostengono che la mancanza di capacità socio-emotive negli adolescenti contribuisce al coinvolgimento nelle attività di cyberbullismo. La mancanza di empatia, ad esempio, potrebbe spiegare il comportamento di cyberbullismo tra gli adolescenti. Osservando le esperienze, i sentimenti o il dolore di un’altra persona, l’empatia consente alle persone di vedere le cose dalla loro prospettiva e di provare emozioni vicarie simili. I cyberbulli non sono in grado di comprendere e sentire le emozioni vicarie degli altri. Inoltre, i cyberbulli non solo mancano di empatia nel dominio affettivo, ma mancano anche della capacità di vedere le cose dal punto di vista degli altri. Oltre all’assenza di empatia, anche la mancanza di regolazione emotiva e l’attivazione selettiva e il disimpegno degli standard interni e morali sono fattori importanti nel cyberbullismo. Ruolo delle competenze socio-emotive e cyberbullismo Lo studio di Arató, Zsidó, Lénárd e Lábadi (2020) ha avuto l’obiettivo di esplorare le specifiche strategie di regolazione delle emozioni disadattive che caratterizzano le cybervittime e di chiarire il ruolo dell’empatia nella cybervittimizzazione. Inoltre, un altro obiettivo era esplorare se il disimpegno morale caratterizza i cyberbulli in assenza di capacità di regolazione delle emozioni empatiche e adattive. 524 studenti di età compresa tra 12 e 19 anni hanno partecipato alla ricerca, in cui sono stati utilizzati questionari di autovalutazione. I risultati principali mostrano che il cyberbullismo è associato a difficoltà nelle competenze socio-emotive. I cyberbulli e le vittime dei bulli dimostrano una reattività meno empatica e mostrano un maggiore disimpegno morale rispetto ai non cyberbulli. I cyberbulli non sono in grado di cogliere la prospettiva degli altri o provare emozioni vicarie. Inoltre, si è osservato come il disimpegno morale è associato alla perpetrazione di cyberbullismo; tuttavia, il disimpegno morale ha caratterizzato non solo i cyberbulli ma anche le vittime di bullismo. D’altra parte, le vittime di cyberbullismo tendono a utilizzare strategie di regolazione delle emozioni sia adattive che disadattive per far fronte alle loro emozioni negative, come ruminazione, auto-colpa, accettazione e pianificazione. Inoltre, le vittime di cyberbullismo hanno una maggiore empatia cognitiva e affettiva rispetto ai cyberbulli e alle vittime di bullismo. Conclusione I risultati hanno dimostrato l’importanza dell’empatia, delle strategie di regolazione delle emozioni e del disimpegno morale sia nella perpetrazione di cyberbullismo che nella cybervittimizzazione. È fondamentale, quindi, promuovere ed implementare l’apprendimento socio-emotivo tra bambini e adolescenti, sia nelle scuole che nell’ambiente familiare. Promuovendo tali capacità, i cyberbulli e le vittime di bullismo possono essere in grado di imparare a comprendere gli altri e i propri stati affettivi. Livelli più elevati di empatia affettiva e cognitiva, intenzione di confortarsi con gli altri e regolazione adattiva delle emozioni potrebbero essere fattori protettivi contro il cyberbullismo. In conclusione, comprendere i ruoli specifici delle abilità socio-emotive può aiutare a comprendere le dinamiche alla base del cyberbullismo e può fungere da base per programmi di prevenzione e intervento. Fonti Arató N, Zsidó AN, Lénárd K and Lábadi B (2020). Cybervictimization and Cyberbullying: The Role of Socio-Emotional Skills. Front. Psychiatry 11:248. doi: 10.3389/fpsyt.2020.00248 Kwan GCE, Skoric MM (2013). Facebook bullying: An extension of battles in school. Comput Hum Behav, 29:16–25. doi: 10.1016/j.chb.2012.07.014 Ang RP, Goh DH (2010). Cyberbullying among adolescents: The role of affective and cognitive empathy, and gender. Child Psychiatry Hum Dev, 41(4):387–97. doi: 10.1007/s10578-010-0176-3 https://www.miur.gov.it/bullismo-e-cyberbullismo
Il ruolo delle Esperienze Avverse Infantili nella messa in atto di comportamenti a rischio

Le esperienze vissute in età infantile possono svolgere un ruolo importante nella crescita dell’individuo e nelle sue scelte comportamentali e di vita. Non sempre, infatti, l’infanzia è un momento felice, talvolta è costellata da esperienze avverse che influenzeranno la crescita e lo sviluppo personale. Cosa sono le Esperienze Avverse Infantili? Per “Esperienze Avverse Infantili” (Adverse Childhood Experience, ACEs) si intende le esperienze traumatiche che possono includere abuso sessuale, fisico o emotivo oppure negligenza emotiva o fisica, così come circostanze familiari avverse che possono verificarsi durante l’infanzia o l’adolescenza [1]. Alcuni studi hanno mostrato come le esperienze avverse sono abbastanza frequenti, con i due terzi della popolazione che hanno avuto almeno un’esperienza di questo tipo prima dei 18 anni e con circa il 10% che ha sperimentato 5 o più esperienze avverse [2,3]. Un numero crescente di studi ha dimostrato l’impatto delle prime esperienze di vita sulla salute delle persone durante la loro crescita. Una persona che ha avuto esperienze infantili avverse (ACE) durante l’infanzia o l’adolescenza ha maggiori probabilità di sviluppare problemi di salute fisica e mentale in età adulta rispetto a una persona che non ne ha avute. Tuttavia, la tipologia di esperienza avversa vissuta sembra essere un elemento distintivo significativo che può portare ad esiti differenti. In genere è l’impatto cumulativo di più esperienze avverse infantili che porta a comportamenti a rischio e ad esiti negativi in età avanzata. Studio di Gomis-Pomares e Villanueva (2020) Un recente studio di Gomis-Pomares e Villanueva (2020) ha esaminato come le Esperienze Avverse Infantili possano influenzare la messa in atto di comportamenti a rischio o comportamenti altruistici durante la giovane età adulta. I partecipanti allo studio sono stati 490 giovani adulti spagnoli tra i 18 e i 20 anni, che hanno compilato un questionario self-report. Comportamento deviante e comportamento altruistico I comportamenti devianti e non altruistici possono essere considerati strategie di rischio che portano a esiti negativi, come problemi sociali, coinvolgimento giudiziario e reclusione. Il comportamento deviante potrebbe essere concettualizzato come un comportamento che viola le norme e i valori sociali, inclusa un’ampia gamma di atti come il furto, la menzogna e l’aggressione. Di contro, il comportamento altruistico è un concetto che implica azioni umane intraprese a beneficio degli altri. Questo è racchiuso all’interno del concetto di comportamento prosociale che consiste in un’ampia categoria di azioni che sono definite dalla società come generalmente benefiche per le altre persone. Risultati I risultati dello studio mostrano come l’aver avuto esperienze avverse durante l’infanzia aumenta la probabilità di messa in atto di comportamenti devianti e l’assenza di una condotta altruistica durante la giovinezza. In aggiunta, aver vissuto 4 o più esperienze averse in età infantile aumenta la probabilità di presentare comportamenti devianti. Inoltre, la tipologia di esperienze avverse può portare a esiti differenti. Si è osservato come l’abuso fisico fosse il principale predittore di comportamenti devianti. Infatti, i bambini che hanno subìto abusi fisici hanno più problemi di esternalizzazione nell’infanzia rispetto ai bambini trascurati, inclusa una maggiore aggressività nei confronti degli altri. Oltre a questo, anche l’abuso di sostanze nell’ambiente domestico è risultato essere un predittore significativo di comportamenti devianti durante la giovane età adulta. Per quanto riguarda le strategie positive, l’abbandono emotivo è risultato essere l’unica esperienza avversa capace di prevedere la mancanza di altruismo; questo probabilmente perché anche i bambini che non sono mai stati amati da chi si prende cura di loro, che non si sono mai sentiti speciali o importanti in un contesto protettivo, non hanno imparato la capacità di amare o prendersi cura degli altri. Conclusione Lo studio ha mostrato come comportamenti devianti e diversi disturbi socio-emotivi e cognitivi possano essere causati da esperienze avverse vissute durante l’infanzia. Un’identificazione precoce di esperienze infantili avverse diventa quindi fondamentale per prevenire comportamenti devianti e promuovere comportamenti altruistici, allontanando così esiti negativi a lungo termine. Diventa anche fondamentale promuovere azioni in grado di sviluppare, sin dalla tenera età, empatia e comprensione delle emozioni altrui, per promuovere comportamenti altruistici e solidali. Fonti [1] Gomis Pomares, A., & Villanueva, L. (2020). The effect of adverse childhood experiences on deviant and altruistic behavior during emerging adulthood. Psicothema, 32(1), 33-39. doi: 10.7334/psicothema2019.142. [2] Bellis, M.A., Lowey, H., Leckenby, N., & Hughes, K. (2014). Adverse childhood experiences: Retrospective study to determine their impact on adult health behaviours and health outcomes in a UK population. Journal of Public Health, 36(1), 81-91. https://doi.org/10.1093/pubmed/fdt038 [3] Felitti, V. J., Anda, R. F., Nordenberg, D., Williamson, D. F., Spitz, A. M., Edwards, V., & Marks, J. S. (1998). Relationship of childhood abuse and household dysfunction to many of the leading causes of death in adults: The Adverse Childhood Experiences (ACE) Study. American Journal of Preventive Medicine, 14(4), 245-258. https://doi.org/10.1016/S0749-3797(98)00017-8 https://www.stateofmind.it/2022/01/comportamenti-devianti-esperienze-avverse/