Homeschooling:una questione psicoeducativa

Alunni con fragilità e istruzione domiciliare
Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale

La scuola è un vero e proprio laboratorio di ricerca e di sperimentazione didattica. Gli istituti professionali, che fanno parte della scuola secondaria di secondo grado, permettono di “imparare un vero e proprio mestiere”. In primis lo studente può “sperimentare” il lavoro che pensa di svolgere in futuro. L’istruzione professionale, attraverso la sperimentazione lavorativa, permette allo studente di apprendere non solo il sapere, ma anche il saper fare. Proprio per queste ragioni bisogna capire le motivazioni che spingono i ragazzi e le ragazze a scegliere l’istruzione professionale. Si comprende bene, dunque, che lo scopo è dare ai ragazzi la possibilità di costruire liberamente il proprio successo lavorativo. Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale La nuova organizzazione degli istituti professionali si ispira al Decreto Legislativo n. 61/2017.L’istruzione professionale dura cinque anni; vi è un biennio unitario e undici indirizzi di studio: Agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane; Pesca commerciale e produzioni ittiche (di nuova introduzione); Industria e artigianato per il Made in Italy; Manutenzione e assistenza tecnica; Gestione delle acque e risanamento ambientale (di nuova introduzione); Servizi commerciali; Enogastronomia e ospitalità alberghiera; Servizi culturali e dello spettacolo (di nuova introduzione); Servizi per la sanità e l’assistenza sociale; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: odontotecnico; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: ottico. In pratica, l’istruzione professionale offre allo studente l’opportunità di scelta dell’ indirizzo a lui più adatto. Inoltre, lo studente può passare da un percorso all’altro,nel caso la prima scelta non soddisfi le sue aspettative. In questo caso le scuole coinvolte progettano e attuano delle vere e proprie misure di accompagnamento per gli studenti e per le studentesse. Solo a titolo di esempio, dare importanza agli istituti professionali, significa anche valorizzare la prospettiva psicologica dell’apprendimento significato dello psicologo D.P. Ausubel. Naturalmente in questo caso l’insegnamento diventa “combinatorio”, i nuovi concetti si aggiungono a quelli già posseduti. La pratica si intreccia con la teoria e viceversa. E come diceva Aristotele: ciò che dobbiamo imparare a fare,lo impariamo facendo.
Interventi psicoeducativi e plasticità cerebrale

Come dice Osho,maestro indiano, siamo ciò che pensiamo. Tutto ciò che siamo sorge con i nostri pensieri. Con i nostri pensieri formiamo il mondo.Gli studi neuroscientifici affermano che il cervello umano impara in maniera veloce fin dalla più tenera età. Il concetto di plasticità cerebrale è,infatti, riconosciuto dalle neuroscienze, che analizzano i diversi cambiamenti neuronali, come surrogati l’uno dell’altro. Ad esempio, Siegel (2012) sostiene che la plasticità cerebrale è la disposizione strutturale e funzionale del nostro sistema nervoso a modificarsi in seguito alle sollecitazioni ambientali. Il cervello possiede la capacità di modificare la propria struttura in base all’esperienza. Tutti sappiamo che lo sviluppo del cervello è in gran parte un processo che dipende anche dall’esperienza, sia in termini positivi sia in termini negativi. Al contrario l’assenza di esperienze di apprendimento esercita effetti negativi sui contatti tra le cellule nervose (sinapsi) e sui circuiti neurali. Questo vuol dire che è possibile accelerare i cambiamenti neurologici mediante l’insegnamento e l’intervento psicoeducativo, con lo scopo di “dare forma” al cervello. Il rapporto tra interventi psicoeducativi e plasticità cerebrale è strettamente correlato, poichè l’ intervento psicoeducativo deve tener conto dei tempi di recupero che il cervello ha. Il recupero, dovuto alla plasticità neuronale, permette al cervello di modificarsi quando riceve accurate stimolazioni psicoeducative. Quali interventi psicoeducativi per promuovere la plasticità cerebrale Poichè lo sviluppo del cervello dipende anche dall’esperienza è necessario implementare specifici interventi psicoeducativi. Ecco alcune tecniche per migliorare i processi cognitivi. Lo scopo di queste due attività è stimolare il cervello. Il bambino riconosce i simboli (stimoli bersaglio) posizionati nelle due griglie di riferimento Scheda n.1– Trova il simbolo + Il bambino deve ricercare (attività di selezione) il segno + Scheda n.2– Trova la lettera D Il bambino deve ricercare (attività di selezione) la lettera D. Il cervello umano è un muscolo che va allenato. Pianificare adeguati interventi psicoeducativi significa anche orientare e rassicurare gli esperti che si occupano di educazione. La non conoscenza di un intervento psicoeducativo può portare ad una sopravvalutazione o sottovalutazione del proprio operato e dell’operato dell’allievo. E come dice Rita Levi Montalcini, il cervello: se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare.
Gli aspetti psicoeducativi dell’apprendistato

In realtà la normativa individua tre tipi di apprendistato: l’apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria superiore e il certificato di specializzazione tecnica superiore, l’apprendistato professionalizzante e l’apprendistato di alta formazione e ricerca.
Il successo formativo nella prospettiva psicologica

“Lo stile di apprendimento è un volto unico ed è per questo che va rispettato”. Maria Anna Formisano Conquistare il successo formativo, ossia il buon esito del percorso di apprendimento, non sempre è facile. Ma come permettere agli studenti di raggiungerlo? Ad oggi è noto che gli alunni imparano in modo diverso l’ uno dall’altro, in base al loro stile di apprendimento. Gli studenti sono dei “pezzi unici” e “unico” è il loro modo di apprendere. La scuola deve tener conto delle scoperte fatte nel mondo della psicologia. Lo scopo è permettere agli studenti di raggiungere il massimo. Più in dettaglio è opportuno sapere che ogni studente impara a modo proprio. Già nel nel 1984 lo psicologo americano David Kolb, identificò quattro stili di apprendimento: lo stile accomodante, lo stile divergente, lo stile convergente e lo stile assimilatore. Guardare al successo formativo nella prospettiva psicologica Guardare al successo formativo nella prospettiva psicologica significa dare agli studenti la possibilità di esprimersi liberamente. Come procediamo? Annotiamo la modalità che gli allievi usano per svolgere le attività ed eseguire i compiti proposti. Ad esempio: prendono appunti, fanno domande, propongono soluzioni nuove oppure citano teorie già note? Questo tipo di osservazione iniziale è utile per conoscere in linea generale il modo di imparare dell’allievo. Per identificare lo stile di apprendimento è opportuno procedere con l’ accurata valutazione psicologica. Nella Tabella n° 1 sono presenti i quattro stili di apprendimento abbinati alle caratteristiche dello studente e agli opportuni interventi psicoeducativi. Ecco le tappe: 1)individuare lo stile di apprendimento; 2) rilevare le caratteristiche dello studente; 3)promuovere gli interventi psicoeducativi idonei Lo stile di apprendimento parla del ragazzo, della sua storia cognitiva e di qualche esperienza di insuccesso. Sono queste cose che lasciano ai ragazzi segni profondi. Ed è per questo che hanno paura di non farcela, detestano la scuola, i libri e a volte anche i docenti. Solo se la scuola “sfrutta” i diversi stili, può risvegliare nei ragazzi la voglia di apprendere. Di fronte, poi, ad un blocco di apprendimento non bisogna mai dimenticare di suscitare lo stupore e la meraviglia della conoscenza. Puntare sugli stili di apprendimento degli allievi significa alleggerire la loro mente, permettendogli di affrontare serenamente il vero viaggio della conoscenza. Da cui si parte ogni giorno e dove si ritorna.
I benefici del metodo Feurstein

Psicoeducazione e metodo Feurstein
La solitudine degli studenti drop out

Se perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Don Milani La solitudine degli studenti drop out ci pone di fronte ad un momento di grande riflessione psicologica. Gli studenti drop out interrompono il percorso di studi per diverse cause. Di seguito si riportano i casi di ragazzi che hanno abbandonato la scuola. Ciro quindici anni lascia la scuola per accudire suo fratello che è malato e non ha tempo per studiare. Lucia non sostiene l’esame di maturità perchè convinta di essere poco intelligente per frequentare la scuola. Davide vive per strada e si guadagna da vivere in maniera illecita. Ha davvero poco tempo per pensare all’apprendimento! Rosa vive un dramma familiare: ha un padre alcolista e violento. Questo le impedisce di essere serena. Roberta vive in una casa famiglia e crede di avere un destino già segnato. Pensa che vivere sia davvero inutile. Inutile per lei è anche la scuola. Ogni volta che uno studente abbandona la scuola significa che la scuola perde, ma le perdite si sa, comportano una sconfitta amara per la scuola stessa. La solitudine degli studenti drop -out è da condannare? Sicuramente no! La solitudine degli studenti drop out non è da condannare. Abbiamo davanti ai nostri occhi ragazzi che urlano per dolore e sofferenza. Per questi ragazzi la scuola non è una priorità, ma un problema che si aggiunge ad altri e che non permette di uscire dalla solitudine giornaliera in cui si è immersi. Gli studenti drop out interrompono il percorso di studi per vari motivi. Alcune volte a scuola lo studente deve misurarsi anche nello sguardo degli altri, che stigmatizza la solitudine e il disagio. Questa situazione crea attimi di profondo sconforto per l’allievo, il quale comincia a perdere fiducia nell’altro. In altri momenti, invece, la scuola mostra interesse solo per il ruolo di studente e non per il ruolo sociale (Maggiolini,1994). Ciò significa non sintonizzarsi con i vissuti dei ragazzi e non comprendere le loro difficoltà. Gli studenti drop out, tuttavia, prima di abbandonare la scuola sperimentano diversi percorsi di disagio e di disadattamento, che vanno accolti, compresi e seguiti. Cosa può fare la scuola per rompere la solitudine dei ragazzi? David Aspy e Flora Roebuck, sostengono che un insegnante efficace contribuisce alla riuscita dei ragazzi, compensando alcune volte anche un’educazione familiare carente. È fondamentale, quindi, che la scuola impari a leggere i segnali di malessere attraverso l’osservazione del comportamento, per poi intervenire in maniera adeguata. Solo se ascoltiamo la voce dei ragazzi, possiamo evitare di perderli. La solitudine degli studenti drop out ha bisogno di speranza e autenticità. Diamo loro la possibilità di vedere la luce in fondo al tunnel della solitudine. Più censuriamo e più i comportamenti di devianza e di drop out diventano esplosivi. Ciascun studente possiede grandi abilità e attitudini. Perchè non farle emergere? Cominciamo ad osservare i segni e i segnali di questi ragazzi. Chiediamo loro: chi sei e chi vorresti essere? Scambiamo opinioni senza scambiare i ruoli, perchè a scuola la relazione educativa si intreccia con l’apprendimento in maniera significativa. Utilizzando il dialogo educativo possiamo far emergere le parole giuste, per aiutare ad allargare gli orizzonti a chi orizzonti non vede.
Il valore dell’ autostima nei contesti educativi

Tecniche psicoeducative per promuovere l’autostima
L’immaginazione eroica e la resilienza degli studenti

Ecco allora agire con domande he hanno lo scopo di mettere lo studente nelle condizioni di riflettere. Ma su cosa deve riflettere? Certamente sulle sue capacità e su quelle dell’eroe di superare le difficoltà della vita.
L’utilizzo del Protocollo DAC a scuola

Il comportamento è l’insieme delle azioni che un soggetto compie; è la risposta (reazione) dell’individuo a stimoli interni o esterni. Forse una reazione ad una situazione!
Questo vuol dire che c’è sempre un evento iniziale che precede un comportamento e in alcuni casi lo determina.