Il difficile ruolo dei siblings

In psicologia si parla di siblings per intendere i fratelli sani di persone con disabilità, i quali vengono spesso posti “in secondo piano” rispetto ad un vissuto emotivo e psicologico familiare generato dall’attenzione nei confronti dell’individuo con disabilità. E’ ben noto che la relazione tra fratelli sia unica e che solitamente condividano tanto rispetto alle loro esistenze e viene posto in primo piano il supporto reciproco. Inoltre, avere un fratello o una sorella può essere una garanzia nel contrasto alla solitudine, la possibilità di ricevere calore ed aiuto (Ewertzon M. et al., 2012). La disabilità, però è una condizione diversa, che non investe solo l’individuo interessato, ma anche tutte le persone legate in qualche maniera a quest’ultimo. Il vissuto psicologico dei siblings Gli stati d’animo che si generano in questa categoria di “fratelli” sono molteplici e riguardano da un lato la scoperta, il rifiuto, la responsabilità, dall’altro la voglia di esser d’aiuto, il bisogno di crescere in fretta e l’accettazione di tale condizione. In ogni caso, queste sono situazioni che ti cambiano la vita! Spesso l’attenzione da parte dei genitori è diretta solo sulla persona con difficoltà che pertanto è vista come maggiormente “bisognosa” di calore. Infatti, i siblings sperimentano una sorta di ambivalenza rispetto all’eccessivo e inconsapevole coinvolgimento da parte dei genitori ed una confusione di ruolo all’interno della famiglia. Il sibling può provare anche insicurezza e preoccupazione non solo per il proprio futuro e per quello del fratello di cui si fa carico, ma sperimentare anche una sensazione di “perdita” di una relazione fraterna “normale” e di una esistenza “ordinaria”. Sono spesso attanagliati dal senso di colpa e si chiedono costantemente perché sono proprio loro quelli fortunati ad esser nati sani, ma provano anche una sorta di “paura per la contaminazione” rispetto all’ipotesi di poter dare alla luce figli a loro volta malati. Conseguenze relazionali per i siblings Tutta questa serie di fattori possono generare problematiche di “internalizzazione” come bassa autostima, ansia, depressione e problemi di “esternalizzazione” quali aggressività, atteggiamenti oppositivi, difficoltà relazionali. Possono, inoltre, presentare difficoltà scolastiche, e cali nelle performance sociali di vario genere ed essere inoltre particolarmente sensibili rispetto alle “lacune” di informazioni sulla vita dei fratelli causate da un intento protettivo da parte dei genitori (Bowman et. al. 2014). Sembra dunque essere importante fornire delle spiegazioni veritiere riguardo la disabilità cercando di utilizzare un linguaggio adeguato. Fornire informazioni corrette e comprensibili ai siblings significa riconoscere e valorizzare la loro competenza nell’utilizzo dell’esame di realtà e di mantenere un buon “locus of control” (Powell, 1993). La psicoterapia con i siblings I fratelli di persone con disabilità sviluppano, nel corso della propria esistenza anche una serie di fattori positivi che diventano risorse da cui attingere per far accrescere la consapevolezza. Dunque, è importante per loro avere uno spazio nel quale essere contenuti, supportati ed ascoltati. Uno spazio che permetta loro di non sentirsi soli e di condividere emozioni e sensazioni. Bibliografia De Lillo A., Pace U., Fratelli Speciali: vivere e crescere con un fratello disabile, Ed. Franco Angeli, 2012. Florit E., Gatta M.,Sorelle e fratelli di bambini con disabilità, Ed. Franco Angeli, 2015. Rondi M., Flolrit E., Fratelli e sorelle: La sfida di crescere insieme, Carocci Editore, 2012.
Le emozioni: oltre il ‘visibile’

Un’emozione è un processo psicologico articolato in una sequenza di cambiamenti, promossa da un evento scatenante causato a sua volta da modificazioni dell’ambiente esterno o interno. Le emozioni sono il segnale che vi è stato un cambiamento. Si tratta di un processo complesso e multicomponenziale, ovvero articolato in più componenti, in quanto coinvolge l’individuo nella sua totalità, interessando sia aspetti cognitivi, a cui si riferiscono gli effetti che le emozioni possono causare come la diminuzione o miglioramento nella capacità di concentrazione a attenzione, o talvolta confusione, smarrimento, allerta; aspetti fisiologici (quali variazioni nella frequenza cardiaca e respiratoria, sudorazione, pallore, rossore, ecc.) che riguardano l’attivazione del sistema nervoso centrale (SNC), autonomo e del sistema endocrino; aspetti comportamentali che riguardano la postura, le espressioni facciali, i gesti, oltre alle modificazioni dell’eloquio; infine, l’esperienza personale che riguarda la possibilità di riflettere sull’emozione e dare un nome a particolari stati emotivi. Un excursus di teorie… Data la sua complessità, è corretto parlare di “esperienza emotiva”. Sono state formulate diverse teorie delle emozioni e tra queste si annoverano: 1. LA TEORIA PERIFERICA (James-Lange): identifica le emozioni come risposte fisiologiche dell’organismo a stimoli ambientali, individuandone l’origine nel corpo; di conseguenza si prova paura perché si sta tremando e non il contrario. 2. LA TEORIA CENTRALE (Cannon-Bard): La sede delle emozioni è il talamo che, successivamente ad uno stimolo esterno, invia impulsi al SNC (che attiva le reazioni fisiologiche) e alla corteccia cerebrale. 3. LA TEORIA DELLA VALUTAZIONE COGNITIVA o DELL’APPRAISAL (Arnold): è una delle prime teorie cognitiviste dell’emozione, secondo tale teoria, quando ci imbattiamo per la prima volta in una situazione, la valutiamo spontaneamente come buona o cattiva, utile o dannosa. Secondo Arnold queste prime valutazioni sono mediate dal sistema limbico. Le valutazioni, a loro volta, introducono delle “tendenze ad agire”. Le emozioni emergono sia dalla nostra valutazione della situazione sia dalle nostre azioni. Ad esempio, la gioia compare quando valutiamo qualcosa come buono e siamo spinti nella sua direzione. Si ha, invece, uno stato di rabbia quando giudichiamo cattivo un evento e ne proviamo avversione. 4. LA TEORIA DEI DUE FATTORI (Schachter): l’emozione è caratterizzata da una componente fisiologica e da una componente cognitiva. 5. LA TEORIA DELLA DIFFERENZIAZIONE EMOTIVA (Sroufe): l’individuo alla nascita possiede un corredo emotivo indifferenziato e, nel corso dello sviluppo, le emozioni vanno differenziandosi. 6. LA TEORIA DIFFERENZIALE (Izard): fin dalla nascita un individuo possiede un corredo emotivo costituito da emozioni innate e universali, chiamate emozioni PRIMARIE o di BASE, ciascuna delle quali avente un ruolo adattivo. L’influenza dell’ambiente contribuisce a rendere le emozioni di base più complesse e articolate. Ekman e i suoi contributi Uno dei maggiori studiosi delle emozioni, Paul Ekman, ha affermato che l’esperienza emotiva umana si fonda su famiglie di emozioni di base che permettono di gestire situazioni cruciali per la sopravvivenza della specie: le emozioni primarie e le emozioni secondarie. Le emozioni primarie sono pattern di risposta specifici, innati ed universalmente validi (modificazioni fisiologiche, espressioni facciali, reazioni comportamentali ecc.). Attraverso una serie di studi condotti in diverse culture del mondo Ekman ha identificato sei emozioni fondamentali che sembrano essere innatamente riconoscibili: rabbia, disgusto, paura, tristezza, gioia e sorpresa. Le emozioni secondarie invece, sono risposte emozionali che originano dalle emozioni primarie e sono una combinazione di esse. Ne sono un esempio il rammarico, la delusione, la vergogna, ecc. Altri campi d’applicazione Un filone di ricerche particolarmente proficuo è quello dell’intelligenza emotiva, elaborata da Goleman (1995) a partire dalla teoria delle intelligenze multiple di Gardner. Goleman approfondì il concetto di intelligenza, andando oltre la semplice definizione del quoziente intellettivo (QI) e teorizzando la presenza di molteplici aree, fra cui quella dell’intelligenza emotiva. L’intelligenza emotiva comprende la capacità di riconoscere e nominare le proprie emozioni, positive e negative, per comprendere le situazioni che le generano e questo si unisce alla capacità di operare un’autovalutazione delle proprie capacità e dei propri limiti. Gli ambiti in cui si applica l’intelligenza emotiva sono cinque e riguardano: la conoscenza delle proprie emozioni, il controllo e la regolazione , la capacità di sapersi motivare (di predisporre un piano, degli scopi), il riconoscimento delle emozioni altrui (empatia), la gestione della relazione fra individui e gruppi (abilità sociali). L’intelligenza emotiva appare non strettamente correlata al QI e, al contrario del quoziente intellettivo che raggiunto il suo massimo tende a diminuire nel tempo, l’intelligenza emotiva, se adeguatamente rinforzata, può migliorare durante tutto l’arco della vita. Parallelamente al contesto familiare, anche la scuola riveste un ruolo centrale, mettendo in pratica la cosiddetta “alfabetizzazione delle emozioni”, che consiste nell’insegnare cosa sono le emozioni, a cosa servono e come si esprimono. È insegnare a capire se stessi e gli altri a livello emotivo. L’alfabetizzazione nelle scuole fa delle emozioni e della vita sociale vere e proprie materie di insegnamento, così facendo, questi aspetti tanto rilevanti della vita quotidiana dell’alunno vengono considerati con rilievo e non in maniera secondaria o marginale. Ciò risulta essere di estrema importanza, in quanto, soprattutto in ambito scolastico, è sempre più presente il fenomeno del disagio giovanile, caratterizzato da un insieme di comportamenti non utili allo sviluppo della persona e delle sue capacità, che non permettono al soggetto di apprendere con successo e di vivere adeguatamente le attività di classe; un fenomeno questo, molto presente nel periodo dell’adolescenza, in cui cominciano ad emergere esigenze di indipendenza ed autonomia. Tale disagio può concretizzarsi, per esempio, in una scarsa partecipazione, disattenzione, comportamenti di rifiuto e di disturbo, cattivo rapporto con i compagni, che non riescono a far emergere il massimo delle proprie capacità cognitive, affettive e relazionali. Andrebbe soprattutto insegnato ai giovani che ciò che ci permette di essere “emotivamente intelligenti“, è la capacità di accettare tutte le emozioni che si hanno dentro, e saperle utilizzare per vivere al meglio la propria vita.
La self-disclosure nella “cassetta degli attrezzi” del terapeuta

La self-disclosure (propriamente detta come “autorivelazione”) è un particolare strumento di lavoro del professionista esperto in ambito psicoterapeutico che viene impiegato sistematicamente oltre che per abbattere le difese dietro le quali spesso i pazienti si barricano, anche per permettere al terapeuta stesso di avere il controllo sulla situazione e per selezionare quegli aspetti di sé da rivelare al paziente. L’uso dell’autorivelazione come strumento terapeutico deve essere direzionato, sì da indicazioni tecniche, ma anche dal “sentire” del professionista. Consiste nel processo con cui trasmettiamo informazioni su noi stessi a qualcun altro, che lo si voglia o no! Quante informazioni si devono rivelare? La self-disclosure è una questione delicata: se la si utilizza bene può rafforzare le relazioni, infondere fiducia e aumentare la capacità di ispirare e guidare. Ma se si fanno rivelazioni imprudenti o inappropriate quando altri divulgano dettagli personali, si può avere l’effetto opposto. Esistono due tipi di self disclosure: verbale e non verbale. Quella verbale si può verificare quando il terapeuta racconta i propri pensieri, sentimenti, preferenze, ambizioni, speranze e paure al proprio paziente. Mentre la rivelazione in modo non verbale può avvenire attraverso l’uso del corpo, i vestiti, le movenze e qualsiasi altro indizio che potrebbe ricondurre alla personalità o alla vita personale del terapeuta. Perché è così importante? La ricerca suggerisce che la rivelazione di sé gioca un ruolo chiave nella formazione di relazioni forti. Può far sentire le persone più vicine, capirsi meglio e cooperare in modo più efficace. Inoltre, spesso il “rivelarsi per primi” aiuta gli altri a sentirsi abbastanza a proprio agio a fare lo stesso, creando connessioni più forti e rendendo il lavoro più piacevole e produttivo per entrambe le parti. Il modello della finestra di Johari E’ uno strumento messo a punto da Luft e Ingham (1955) per osservare in contesti di comunicazione interpersonale le dinamiche che si “giocano” tra le parti. L’asse orizzontale comprende la sequenza arena/punto cieco che indica il grado di conoscenza che la persona ha di sé stessa in termini di personalità, espressioni ed emozioni. L’asse verticale che comprende la sequenza arena/facciata, invece, si riferisce al grado di conoscenza che l’altro può avere del soggetto. E’ necessario che il terapeuta sappia quando è giusto condividere i dati personali e come farlo in maniera appropriata. E, anche se può essere un sollievo “eliminare” qualche peso dal sé, deve esser cosciente del fatto che le informazioni che condivide possano essere un peso per gli altri. Bibliografia Collins, N. and Miller, L. (1994). ‘Self-disclosure and Liking,’ Psychological Bulletin, Volume 116, Issue 3, November 1994. Levenson, E. (1996). Aspects of self-revelation and self-disclosure. Contemporary Psychoanal., vol. 32, n. 2. Tricoli, M.L. (2001). Dal controtransfert alla self-disclosure: la scoperta della soggettività dell’analista. Ricerca Psicoanalitica, Anno XII, n. 3.
Comunicare sistemica-mente

Si dice di solito che “comunicare” è sinonimo di influenzare, ma questa definizione è una semplificazione in quanto non spiega cosa si cerchi di fare influenzando. Inoltre, tende ad inquadrare la comunicazione come un fenomeno unidirezionale e sappiamo che questa ipotesi è errata. Secondo l’ottica sistemico-relazionale, infatti, non esiste comunicazione senza uno scambio che richiede per l’appunto una relazione. Binomio contenuto-relazione Ogni interazione comunicativa nasce da un intreccio di messaggi verbali, paraverbali, non-verbali che specificano il senso generale di ciò che sta accadendo. E’ senza dubbio importante distinguere tra:• Relazione: definisce i rispettivi ruoli (ovvero stabilisce chi siamo uno per l’altro)• Contenuto: definisce gli scambi comportamentali (ovvero cosa facciamo l’uno con/per l’altro).Va esplicitato che è la relazione che dà senso al contenuto. Secondo Bateson, iniziatore della teoria della comunicazione, gli individui attraverso la comunicazione giocano la propria identità. Inoltre, oggi sappiamo che non si può non comunicare. Questa affermazione (Wazlawick, 1971) allude ad una caratteristica essenziale della comunicazione: l’inevitabilità. La comunicazione è uno scambio reciproco fra due interlocutori uno dei quali invia un messaggio, mentre l’altro lo recepisce. E’ innanzitutto utile distinguere tra comunicazione intenzionale e inintenzionale. Inoltre, a dispetto dell’apparente semplicità del compito, non è sempre facile comunicare in maniera efficace, anzi, i fraintendimenti sono molto più comuni i quanto si immagini. Per incrementare le possibilità che un messaggio venga recepito e decodificato secondo le intenzioni dell’emittente si devono scegliere un canale ed un codice adeguati basandosi sia sul tipo di informazione da trasmettere, sia sul tipo di relazione esistente tra i comunicanti. Con il termine codice ci si riferisce all’insieme delle regole che devono essere impiegate per trovare il significato del messaggio, mentre con il termine canale ci si riferisce per esempio al “mezzo” attraverso il quale viaggia il segnale. La punteggiatura della sequenza di eventi Il terzo assioma della comunicazione umana riguarda la punteggiatura della sequenza di eventi e ci permette di riflettere sul concetto di “comunicazione efficace”. Il modo di interpretare una comunicazione dipende, infatti, da come viene ordinata la sequenza delle comunicazioni fatte. Un osservatore può considerare una serie di comunicazioni come una sequenza ininterrotta di scambi, però a seconda della “punteggiatura” usata, cambia il significato dato alla comunicazione e alla relazione stessa. La comunicazione comprende diverse versioni della realtà, che si creano e modificano durante l’interazione tra più individui. Queste diverse interpretazioni dipendono per l’appunto dalla punteggiatura della sequenza degli eventi, ossia dal modo in cui ognuno tende a credere che l’unica versione possibile dei fatti sia la propria.Wazlawick (1978) riporta l’esempio di una coppia che ha un problema coniugale. Ciascun coniuge ne è responsabile al 50%, ma ognuno dichiara di reagire in un determinato modo in conseguenza al comportamento dell’altro. Lui si chiude in se stesso e lei brontola (o ancora lei brontola e lui si chiude in sé stesso). Quando spiegano le loro frustrazioni lui racconta che si chiude perché lei critica, lei invece dice che si altera perché lui si chiude. In effetti, se ci pensiamo bene, ognuno ha ragione dal proprio punto di vista. Nella vita di coppia, capita spesso che ci si limiti ad osservare la situazione esclusivamente dal proprio punto di vista, usando cioè la propria punteggiatura e non riuscendo a cogliere quella dell’altro. In particolare, nelle relazioni conflittuali può accadere che si ritenga in torto sempre e solo l’altra parte, come conseguenza di una visione distorta. Se non si risolvono le discrepanze che si vengono a creare l’interazione arriva ad un vicolo cieco dove vengono espresse solo reciproche intolleranze. Questo esempio sottolinea il valore di una comunicazione efficace. Gli esseri umani sono sistemi aperti dove l’aggettivo “aperto” significa che l’individuo interagisce col mondo esterno attraverso scambi di informazioni. Dunque, l’individuo fa parte del sistema in cui è inserito e non può prescindere da esso. Bibliografia Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D., (1967). Pragmatica della comunicazione umana. Astrolabio (Roma)
Si fa presto ad “agire” violenza: il fenomeno delle baby gang…

Con il termine “baby gang”si intende un fenomeno di microcriminalità organizzata. Si tratta di una forma di devianza che negli ultimi mesi è oggetto di una crescente attenzione mediatica. Il concetto di devianza, introdotto negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’30 dello scorso secolo, si inscrive all’interno della tradizione culturale del funzionalismo che, assumendo un consenso su un sistema normativo e valoriale riconosciuto come fondante in uno specificomomento storico-culturale, indica le condotte che violano tali norme. Con delinquenza ci si riferisce invece, nello specifico, alla messa in atto di condotte penalmente rilevanti, in cui ad essere infrante sono norme giuridiche.Lo studio delle relazioni tra comunità e delinquenza minorile ha conosciuto un notevole incremento in questi anni, con particolare interesse per l’influenza delle caratteristiche del vicinato o quartiere, inteso come neighbourhood, sullo sviluppo degli adolescenti (Leventhal& Brooks-Gunn, 2004). Come si misurano gli effetti? Per studiare gli effetti del funzionamento del vicinato sul coinvolgimento degli adolescenti in attività devianti o criminose, numerosi sono i ricercatori che operano una distinzione tra struttura del vicinato e processi sociali del vicinato. La struttura del vicinato fa riferimento a caratteristiche sociodemografiche o compositive delle comunità (ad esempio, tasso di occupazione, disponibilità di parchi e aree ricreative, densità di negozi, etc.); i processi sociali di vicinato si riferiscono, invece, all’organizzazione sociale della comunità (es. connessioni sociali tra vicini) evengono generalmente valutati sulla base della percezione dei residenti del funzionamento delle comunità. Negli ultimi anni, molti studi hanno iniziato ad indagare i potenziali meccanismi attraverso i quali le comunità influirebbero sulla delinquenza giovanile. Tali studi sono stati condotti allo scopo di colmare il gap presente in letteratura in ragione di ricerche che hanno mostrato che le caratteristiche del quartiere sono in grado di spiegare solo una piccola parte della varianza complessiva dei comportamenti delinquenziali in adolescenza. Due sono i set di modelli che nell’ultimo periodo hanno ricevuto un’attenzione significativa: il primo, tributario delle teorie dello stress familiare (Conger, Ge, Elder, Lorenz, &Simons, 1994; McLoyd, 1990),suggerisce che il legame tra caratteristiche svantaggiose del vicinato ed esiti delinquenziali nei giovani è mediato dai comportamenti dei genitori (es. supervisione) e dalle caratteristiche dell’ambiente familiare (es. difficoltà economiche); il secondo ipotizza che la relazione è ampiamente mediata da norme e attività del gruppo dei pari (es.livello di atteggiamenti e attività devianti). Il fenomeno nell’hinterland napoletano Il fenomeno delle “baby gang” a Napoli rappresenta negli ultimi tempi un argomento ampiamente dibattuto ma per poterlo affrontare in maniera corretta è opportuno considerare il fatto che non sia così recente tanto quanto così il dibattito sulle misure da adottare per prevenirlo e contrastarlo. L’elemento che potremmo definire in aumento è quello delle aggressioni compiute senza un apparente motivo ed è proprio l’imprevedibilità che ne rende difficile la circoscrizione. Inoltre, attualmente non esiste una zona o un quartiere particolarmente a rischio rispetto ad altri e non esiste un disegno criminale organizzato alle spalle. Infatti, per affrontare il tema delle baby gang è di fondamentale importanza, distinguere tra gruppi di ragazzini autonomi e quelli che invece fanno capo alla criminalità organizzata. Volendo analizzare quelli che potrebbero essere i retroscena, il terreno fertile in cui nascono e si sviluppano questi gruppi di “violenti ragazzini”, indubbiamente bisogna considerare l’ambiente familiare e scolastico. Si tratta quasi sempre di giovanissimi con particolari vissuti o carenze affettive, con condotta deviante che quindi godono di maggiori libertà e minori restrizioni; parliamo perciò di inadeguatezza della vita familiare, ovvero la noncuranza e di fallimento dei valori. La causa non è mai unica, ma una base comune è sicuramente rappresentatadall’assenza delle funzioni genitoriali. Non è necessario appartenere ad una famiglia “malavitosa”, basta essere esposti ad altre forme di violenza o di deprivazione precoce. A ciò va aggiunta l’aggravante della dispersione scolastica, dell’abbandono in giovanissima età della scuola da parte di questi ragazzi. Bibliografia Beyers JM, Bates JE, Petit GS, Dodge KA. Neighborhood structure, parenting processes, and the development of youths’ externalizing behaviors: A multilevel analysis. American Journal of Community Psychology2003;31:33–53. Brown, B. Adolescents’ relationships with peers. In: Lerner, R.; Steinberg, L., editors. Handbook of Adolescent psychology. Neighborhood influences. In: Lerner, RM.; Steinberg, L., editors. Handbook of adolescent psychology. Vol. 2. Hoboken, NJ: Wiley; 2004. Palmonari A, Psicologia dell’Adolescenza, 2011. Sitografia https://www.vice.com/it/article/j5v9dy/baby-gang-di-napoli
Incontrarsi nella narrazione

La narrazione è una pratica sociale ed educativa che da sempre risponde a molteplici e complesse funzioni: dal “fare memoria” alla condivisione di esperienze collettive nell’ambito di un incontro legato ad uno “scopo”. La psicanalisi e la psicologia hanno provato a mettere in luce l’importanza del concetto di narrazione, non solo per assegnare e trasmettere significati, ma per «dare forma al disordine delle esperienze» (Bruner, J., 1988). Tutti gli studiosi di queste discipline hanno ribadito il valore della narrazione come strumento indispensabile per la costruzione di significati e per la facilitazione dei processi di cambiamento sociale e organizzativo, per l’apprendimento, poiché il punto di vista narrativo risulta connesso alla modalità esperite dai soggetti di attribuzione di senso agli eventi e alla realtà. Ma cos’è la narrazione? Perchè è così importante? Il termine narrare deriva etimologicamente dalla radice gna-, che significa “rendere noto”, mentre il suffisso -zione, deriva dal latino catione e trasmette il carattere semantico dell’agire, dell’azione, del gesto e di tutta la situazione relazionale. La narrazione si presenta come un concetto trasversale che attraversa tutte le culture, ma da sempre viene sottovalutata dall’essere umano. È uno strumento importante di interpretazione della realtà per interagire con il mondo sociale nel quale viviamo. È, dunque, un modo per comprendere tutto quanto ci circonda e per trasmetterlo agli altri. Taylor (1999) sostiene che ognuno è il prodotto delle storie che ha ascoltato e che ha vissuto. Quotidianamente si racconta e ci si racconta, ed è proprio in questa relazionalità, che avviene la negoziazione del proprio sé con quello altrui. In questo senso, la narrazione può trovare la propria validità come strumento nel processo formativo per la costruzione di significati. Il punto di vista narrativo permette ai soggetti coinvolti di attribuire significati agli eventi e alla realtà. La narrazione di eventi traumatici Spesso accade che nell’ambito di gruppi strutturati secondo uno scopo, ci si ritrovi a “raccontarsi” e a rivelare eventi della propria vita a persone che accolgono in qualche maniera il nostro “sè” più vero. Tra i concetti maggiormente legati alla narrazione, il più noto è senz’altro quello di resilienza. La resilienza è la capacità di un individuo di far fronte psicologicamente ed emotivamente ad un evento traumatico e di essere in grado di riorganizzare positivamente la propria vita di fronte alle difficoltà. Per Cyrulnik (2000) il racconto è uno dei “fautori” della resilienza, ed il poter raccontare le proprie ferite vuol dire fare in modo che esse possano comparire nella mente di un’altra persona, ed essere in qualche maniera accettate (Cyrulnik, 2000). La resilienza si costruisce grazie al processo di interiorizzazione che prende il via attraverso le narrazioni, e permette l’iscrizione del trauma nella propria storia personale. Una “nuova definizione” del trauma, ne mitiga, oltretutto, l’impatto negativo. La Chimera Uno dei concetti chiave in merito alla narrazione, formulato da Cyrulnik è “la chimera di sé”: l’efficacia della narrazione è dovuta alla possibilità che essa venga resa sociale. Grazie al processo creativo, l’esperienza traumatica risulta “comprensibile” e “viene sentita” non solo da chi l’ha vissuta, ma anche da chi accoglie il racconto di quella suddetta esperienza. La narrazione spesso avviene in maniera naturale e spontanea nell’ambito di un clima sereno e di fiducia. Il lavoro narrativo, perciò accorcia la distanza tra chi ha subìto un trauma e chi “si incontra”, dissolvendo quel muro di costruzioni e protezioni, grazie ad un linguaggio che finalmente sembra essere condiviso. La metafora della chimera, animale mitologico costituito da pezzi di altri animali (corpo da leone, testa di capra, coda di serpente) è volta a descrivere il passaggio dalla realtà traumatica alla narrazione: i racconti prodotti, infatti, sono veri nelle loro singole parti, e restituiscono a chi subisce un trauma, una nuova immagine di sé che può essere condivisa e rimandata all’esterno (Guizzetti, 2014).La narrazione di sé permette di collegare e ordinare gli eventi della propria vita, nel tentativo di mettere nero su bianco quanto a livello mentale appare confuso, al fine di fare chiarezza in sé stessi. Poter “sistemare” i propri pensieri in uno spazio ad essi destinato, consente di inserirli in una cornice di senso, spesso negata a lungo anche a sè stessi.
La paralisi cerebrale infantile: una diagnosi dalla A alla Z

La paralisi cerebrale infantile (anche nota con l’acronimo PCI) è la causa più comune di disabilità intellettiva in età evolutiva. E’ definita come un gruppo di disordini dello sviluppo del movimento e della postura che causano una limitazione delle attività di deambulazione. Come si manifesta? Le manifestazioni sono molteplici e variano da soggetto a soggetto, ma solitamente dalle primissime osservazioni compare una debolezza nel tono muscolare ed uno stentato controllo dei movimenti. La sua natura è genetica, i bambini con PCI non percorrono le normali fasi dello sviluppo quanto piuttosto un loro personale sviluppo delle funzioni residue. E’ una condizione permanente e i problemi che ne derivano non possono estinguersi, ma possono modificarsi nel tempo. I bambini apprendono strategie per far fronte alla loro situazione man mano che che crescono e il trattamento spesso determina miglioramenti significativi nelle aree funzionali interessate. I percorsi riabilitativi per questo tipo di disturbo sono sempre personalizzati poichè influenzati dalle risorse residuali e dalle aree di potenziamento. In linea di massima, il primo principale obiettivo posto dalla famiglia quanto dagli specialisti riguarda il raggiungimento di una certa dose di autonomia. Mentre la medicina ha la necessità di individuare le caratteristiche che “inseriscono” un soggetto all’interno di una categoria nosografico-descrittiva, la psicologia ha piuttosto bisogno di evidenziare i tratti esclusivi che danno specificità alla persona e che consentono di strutturare per lei un piano di lavoro individualizzato. Si può parlare di disabilità intellettiva quando il Q.I. si colloca su un valore al di sotto dei 70-75/100 e le difficoltà specifiche investono più aree: comunicazione, cura di sè, relazione, basse prestazioni scolastiche. Disabilità intellettiva a scuola La scuola di oggi, per poter essere definita come “scuola inclusiva” è chiamata a rispondere alla varietà di bisogni espressi dagli alunni. A tal proposito, dunque, risulta necessario che all’insegnante vengano forniti strumenti utili per cogliere in tempo le difficoltà riscontrate dall’alunno nonchè provare a sfruttare tutte le risorse dello studente affinchè si avvicini sempre di più alla “normalità”. Gli interventi rispetto a questo tipo di disturbo coinvolgono diverse figure professionali. Nell’interazione col bambino è molto utile l’utilizzo di alcune tecniche volte a favorire l’apprendimento di nuove competenze. In particolare l’insegnante si rifà all’uso di un apprendimento di tipo “sensoriale” attraverso l’uso di plastilina, sabbiera, costruzioni e pittura. Bibliografia Bratton, S.C., Ray, D., Rhine, T., & Jones, L. (2005), “The Efficacy of Play Therapy with Children: A Meta-Analytic Review of Treatment Outcomes”, American Psychological Association, Professional Psychology: Research and Practice, Vol. 36, No. 4, pp. 376-390Celi, F. (2005), “Le nuove tecnologie per il ritardo mentale e i disturbi di apprendimento”, INDIRECrawford, M.R., & Schuster, J.W. (1993), “Using Microswitches to Teach Toy Use”, Journal of Developmental and Physical Disabilities, n. 5, pp. 349-368.De Neri, M. (2004), Neuropsichiatria dell’età evolutiva – Neurofisiopatologia, Psicopatologia dello sviluppo, Clinica e Terapia, Padova: Piccin.Glennen, S.L., & De Coste, D.C. (1997), The Handbook of Augmentative and Alternative Communication, San Diego: Singular Publishing Group.Griffith, M. (2002), “The Educational Benefits of Videogames”, Education and Health, vol. 20, n. 3, pp.47-51.Guerra Lisi, S., La Malfa, G., & Masi, G. (1997), Viaggio nel ritardo mentale – Aspetti clinici e riabilitativi: un modello integrato, Pisa: Edizioni del Cerro.
Long Covid o Long trauma?

La pandemia da COVID ha avuto e continua ad avere conseguenze drammatiche sulla popolazione generale. Tutti ne sono stati in qualche maniera “investiti”, anche se l’attenzione oggi viene particolarmente rivolta a coloro che hanno sperimentato in prima persona l’esperienza di malattia. Per molti, infatti, il COVID-19 ha rappresentato una vera e propria sfida specialmente sul piano psicologico. La sindrome da Long-Covid Se per alcuni aver vinto il Covid ha consentito la possibilità di ritornare alla normalità, per altri ha invece rappresentato una minaccia costante, al punto di restare “rintanati” nelle proprie abitazioni o addirittura in spazi circoscritti delle suddette al fine di evitare contatti col mondo esterno, inducendosi volontariamente in una condizione di isolamento forzato. Tali conseguenze hanno caratterizzato quella che successivamente è stata definita come “sindrome della capanna”, un fenomeno che sembra essere molto più frequente di ciò che si possa credere. Tale fenomeno si manifesta nella difficoltà a lasciare la propria abitazione per paura di esporsi ad eventuali minacce e molto spesso anche all’uso ossessivo di prodotti igienizzanti per la persona e per l’ambiente. Tutto quanto concerne tali difficoltà viene etichettato sotto il cappello di una vera e propria sindrome “Post-Covid”, altrimenti detta “Long Covid” che colpisce non pochi pazienti. Come gestire le difficoltà? Uno degli aspetti fondamentali della nostra salute psicologica riguarda la capacità di saper affrontare le proprie emozioni. Quante volte si fa fatica a riconoscerle e di conseguenza si bypassa la possibilità di sperimentare anche quelle poco piacevoli. Una volta riconosciute i passi da compiere vanno nella direzione di una vera e propria metabolizzazione (detta alla Bion) Piuttosto che perdere le energie nel tentativo, quasi sempre fallimentare, di scacciare i brutti pensieri dalla nostra mente, sarebbe opportuno impegnarsi a raggiungere obiettivi concreti e pratici nella vita di tutti i giorni. In primis potrebbe essere importante porsi dei piccoli obiettivi quotidiani, ad esempio, provare a fare una passeggiata di pochi minuti potrebbe essere un primo traguardo raggiungibile. Avere la possibilità di creare un controllo sulla propria vita può essere un’occasione ulteriore per organizzare in modo pratico le proprie giornate. Come affermava William McRaven, ammiraggio della marina militare , “se volete cambiare il mondo cominciate a farvi il letto”, questa frase può essere riportata alla nostra realtà per aiutare chi vive tale condizione a porsi dei piccoli obiettivi quotidiani e soprattutto ad inizio giornata a domandarsi quali sono le proprie priorità. Giorno dopo giorno si potrebbe allargare la lente dei progressi a tutto l’arco della giornata e monitorare anche banalmente quante meno volte si presta attenzione all’igienizzazione, così da tenere traccia dei progressi raggiunti. Il Brain Fog (nebbia cerebrale) Nel Long Covid, il senso di stanchezza sia fisico che mentale, e la chiusura forzata vengono descritte come innaturali e profonde tanto da rendere difficili il compimento di azioni quotidiane normali. Tutto ciò si riversa dunque nella diffioltà a concentrarsi, in un pensiero più lento del solito, in dimenticanze di vario tipo e affaticamento mentale. L’insieme di questi sintomi è utilizzato per descrivere una delle manifestazioni più debilitanti del long Covid, ecco perchè definita come nebbia cerebrale. Purtroppo per il trattamento del Long Covid non esiste un trattamento univoco, si cerca piuttosto di aiutare il paziente con farmaci associati a tecniche di risbilitazione sia respiratoria che fisica, ma di fondamentale importanza sembra essere il trattamento effettuato con psicoterapia abbinata nella fattispecie con delle tecniche di rilassamento. Conclusioni Ad oggi purtroppo non esistono ancora terapie specifiche per la cura dei sintomi legati al Long Covid. Si convive coi sintomi fino alla loro regressione e si cerca di alleviarli risalendo alle cause e trovando soluzioni personalizzate per ogni paziente. Bibliografia Baig, A. M. (2020). Deleterious Outcomes in Long-Hauler COVID-19: The Effectsof SARS-CoV-2 on the CNS in Chronic COVID Syndrome. ACS ChemicalNeuroscience, 11(24). Del Brutto, O. H., Rumbea, D. A., Recalde, B. Y., & Mera, R. M. (2022). Cognitive sequelae of long COVID may not be permanent: A prospective study. European Journal of Neurology, 29(4), 1218–1221. Malik, P., Patel, K., Pinto, C., Jaiswal, R., Tirupathi, R., Pillai, S., & Patel, U. (2022). Post-acute COVID-19 syndrome (PCS) and health-related quality of life (HRQoL)-A systematic review and meta-analysis. Journal of Medical Virology, 94(1), 253–262. https://doi.org/10.1002/jmv.27309 Moreno-Pérez, O., Merino, E., Leon-Ramirez, J.-M., Andres, M., Ramos, J. M., Arenas-Jiménez, J., Asensio, S., Sanchez, R., Ruiz-Torregrosa, P., Galan, I., Scholz, A., Amo, A., González-delaAleja, P., Boix, V., Gil, J., & COVID19-ALC research group. (2021). Post-acute COVID-19 syndrome. Incidence and risk factors: A Mediterranean cohort study. The Journal of Infection, 82(3). Wright, J., Astill, S. L., & Sivan, M. (2022). The Relationship between Physical Activity and Long COVID: A Cross-Sectional Study. International Journal of Environmental Research and Public Health, 19(9), 5093.
Realtà virtuale e salute mentale

La salute mentale può essere considerata come un continuum, che ha come estremità da una parte il benessere, inteso come un equilibrio tra la presenza o meno di sintomi psicopatologici, un livello adeguato di autonomia funzionale, occupazionale e nella gestione del tempo libero e all’altra estremità il malessere inteso come sindrome psicopatologica. Secondo molti autori ed esperti, la tecnologia ha elevato la nostra evoluzione, ampliando a dismisura la nostra capacità di sfruttare le affordances, cioè gli stimoli salienti per il nostro sistema fisiologico e neurofisiologico, e del nostro Umwelt, ovvero l’ambiente e lo spazio in cui avvengono le continue relazioni di sistema tra noi e i “nostri” stimoli-affordances. Le tecnologie allora possono essere considerate dei nuovi stimoli salienti di questo sistema, in grado di essere al servizio dei nostri bisogni e motivazioni, rendendo sicuramente diversa, auspicabilmente migliore, la nostra user experience nella realtà che ci circonda e a cui apparteniamo. L’uso della Realtà Virtuale nell’ambito della salute I principali campi di applicazione della realtà virtuale sono la medicina (in particolare per l riabilitazione motoria e cognitiva) e la psicologia (specie per il trattamento dei disturbi d’ansia e del comportamento alimentare). Attraverso la realtà virtuale, grazie a una strumentazione apposita come un visore, l’utente viene “spostato” dal suo mondo fisico e viene inserito in una percezione di un ambiente virtuale; maggiore è la stimolazione dei sensi nella persona, quindi non solo vista ma anche udito, tatto, e olfatto, e maggiore sarà il senso di presenza, immersività e verosimiglianza dell’esperienza reale-virtuale. La persona all’interno dell’ambiente virtuale sarà libera di interagire e agire con oggetti e con altre persone in formato virtuale-avatar e, cosa da non sottovalutare, potrà farlo in tempo reale. La presenza comporta la sensazione di essere lì, nel luogo virtuale e non in quello fisico dove l’utente si trova realmente (Lallart, 2009), a tal punto che il Sistema Nervoso Autonomo reagisce come se avesse davanti la situazione reale corrispondente. Tale approccio è particolarmente utile anche nell’ambito dei disturbi del neurosviluppo in quanto le suddette tecniche sembrano essere particolarmente utili se finalizzate ai processi di integrazione funzionale, ma soprattutto per l’incremento della comunicazione. Bibliografia Chen, J. L., Leader, G., Sung, C., & Leahy, M. (2015). Trends in employment for individuals with Autism Spectrum Disorder: A review of the research literature. Review Journal of Autism and Developmental Disorders, 2(2), 115-127. Chung, E. Y.-h. (2020). Robot-mediated social skill intervention programme for children with Autism Spectrum Disorder: An ABA time-series study. International Journal of Social Robotics. Hill, D. A., Belcher, L., Brigman, H. E., Renner, S., & Stephens, B. (2013). The apple ipad(TM) as an innovative employment support for young adults with Autism Spectrum Disorder and other developmental disabilities. Journal of Applied Rehabilitation Counseling, 44(1), 28-37. Hillier, A., Campbell, H., Mastriani, K., Izzo, M. V., Kool-Tucker, A. K., Cherry, L., & Beversdorf, D. Q. (2007). Two-year evaluation of a vocational support program for adults on the autism spectrum. Career Development for Exceptional Individuals, 30(1), 35-47. Huijnen, C. A. G. J., Lexis, M. A. S., Jansens, R., & de Witte, L. P. (2016). Mapping robots to therapy and educational objectives for children with Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 46(6), 2100-2114.
Lo scaffolding psicologico nella relazione sanitaria

Il termine scaffolding viene utilizzato in psicologia per indicare l’aiuto dato da una persona ad un’altra al fine di svolgere in modo ottimale un compito. Scaffolding deriva dall’inglese “scaffold” che tradotto letteralmente indica “impalcatura”, “ponteggio”. Venne utilizzato per la prima volta da Bruner il quale si era rifatto al socio-costruttivismo di Vygotskij. La prima funzione dello scaffolding è il “sostegno alla competenza”, in quanto attraverso esso si può adoperare un vero e proprio “supporto” al professionista. La seconda funzione è invece di tipo “consulenziale”, ovvero di consulenza rispetto ad altre professionalità, in special modo viene applicato alla relazione sanitaria. Scaffolding alla relazione sanitaria La relazione medico-paziente è una relazione “passiva” che si caratterizza di un rapporto “asimmetrico” che funziona sulla base di una asimmetria di competenze spesso confusa con una asimmetria di ruoli. Una delle fasi più delicate, nella quale sembra indispensabile l’intervento dello psicologo è la comunicazione della diagnosi. Ed è proprio in questo momento che si può intervenire attraverso lo “scaffolding”. Durante questa fase così difficile, compito dello psicologo è quello di attivare un “setting parallelo”. Adoperare un processo di “delega” alimenta l’asimmetria e permette al medico di mantenere un proprio “holding”. La soggettività del paziente viene spesso, però, posta sullo sfondo. Il medico è quasi sempre “additato” di essere senza cuore e non si verificano dialoghi costruttivi, ragion per cui l’intervento dello psicologo che fa da “mediatore” può essere utile anche al fine di comunicare in maniera più serena e di provare a stabilire uno scenario parallelo entro il quale far comprendere al paziente che non è solo e contemporaneamente offrire le proprie competenze come supporto al medico che spesso sembra non essere in grado di legittimare le proprie emozioni. Breve excursus di una ricerca sul campo Da un lavoro svolto nell’ambito della pediatria sono state contate tutte le interazioni dialogiche tra le emozioni del paziente e le risposte del medico. Si cercava di capire in che modo il medico rispondesse alle emozioni del paziente. Dalle analisi statistiche è emerso un atteggiamento di “evitamento” da parte del medico abbastanza sostanziale. Il medico in linea di massima non “legittima” l’emozione del paziente per delle ragioni ben precise. Innanzitutto perché se il paziente mette in campo la paura, essa diventa un’emozione così forte da impedire a tutti i protocolli di andare avanti. Le possibilità di esplorare un’emozione sono abbastanza limitate in determinate fasi di trattamento, vi è implicata anche la variabile tempo, il medico non ha abbastanza tempo da dedicare al piano emotivo, poichè per lo più sente la necessità di “agire” e di “trovare una soluzione”. Questo può, però creare una difficoltà nell’espressione degli stati emotivi da parte del paziente che potrebbe sentirsi come una “matricola”. Dunque se da un lato viviamo questa prospettiva, dall’altra indaghiamo la finalità dell’intervento psicologico con gli operatori sanitari, le quali sono rivolte nella maggior parte dei casi a ridefinire strategie più congrue per relazionarsi con le famiglie, ad individuare elementi disturbanti e da ultimo ad attenzionare eventuali problematiche ricorrenti che possano meritare la progettazione di azioni di carattere preventivo o di contenimento rispetto al rischio elevatissimo di “bournout”. In conclusione Lo psicologo che lavora al fianco del medico si pone come obiettivo cardine del proprio operato quello di migliorare la qualità globale del processo di cura ed assistenza lavorando sulle “risonanze emotive” non solo dei malati, ma anche di operatori e famiglie. Bibliografia Freda, M.F. (2013, May). Lo Scaffolding Psicologico alla relazione sanitaria [Psychological Scaffolding tothe healthcare relationship]. Paper presented at the X Congresso Nazionale della S.I.P.Sa–SocietàItaliana di Psicologia della Salute. Orvieto, IT. Freda, M.F., & Dicé, F. (2015). Metodi per lo Scaffolding Psicologico alla Relazione Sanitaria in Pediatria: ISetting di Ascolto Congiunto [Methods for Psychological Scaffolding for Healthcare Relationship inPediatrics: Joint Listening Setting]. In S. Di Nuovo (Ed.), Psicologia della Salute e Salute dellaPsicologia. Proceedings of the XI Congresso Nazionale della S.I.P.Sa–Società Italiana di Psicologiadella Salute (p. 64). Acireale: Bonanno Edizioni. Freda, M.F., & Dicè, F. (2015). A methodological proposal of integration: The Psychological Scaffolding for the healthcare relationship. Rivista di Psicologia Clinica.