Il copione di vita: come condiziona le nostre scelte?

In che modo il copione di vita influisce sulle nostre scelte? Quali sono i legami tra passato, presente e futuro? Eric Berne definiva il copione come “un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta definitiva”. Si tratta di un piano autolimitante, dal finale prevedibile, che, a partire dalle prime esperienze, arriva a condizionare l’intera esistenza. In assenza di un lavoro su di sé, il copione agisce perlopiù ad un livello inconsapevole. Così, spesso senza saperlo, si compiono scelte che tendono a confermarlo e ad andare verso quel preciso finale. L’adattamento nel bambino Il bambino impara sin da subito a sviluppare i modi di pensare, sentire e agire che più gli consentono di adattarsi all’ambiente in cui vive. Secondo la definizione del copione, il bambino prende una decisione. In realtà, più decisioni, che vanno ad incidere sulla propria vita. Tali decisioni però non vanno intese come un processo riflessivo e consapevole. Basti pensare che alcune di queste avvengono già durante il periodo preverbale, sulla base delle sensazioni ed emozioni attraverso cui inizia l’esperienza di sé, degli altri e del mondo. Il bambino è per sua natura dipendente. Cioè, per sopravvivere e crescere ha bisogno di qualcuno che si prenda cura dei suoi bisogni. Pertanto, il suo adattamento è finalizzato a garantirsi il più possibile la vicinanza, le attenzioni e l’amore delle sue figure genitoriali. Tuttavia, ciò che rappresenta il migliore adattamento nei primi anni di vita diventa inadeguato per i bisogni dell’età adultà. Il copione diventa così uno schema limitante, che conferma gli aspetti rigidi e dipendenti, impedendo l’autonomia e la realizzazione della persona. La decisione infantile e le scelte successive Se, ad esempio, il bambino percepisce che così com’è non va bene e che deve fare in modo di essere più bravo, più ubbidiente, più rispondente a come lo desiderano gli altri, può prendere la decisione che non potrà mai essere amato così com’è. Che, nonostante tutti i suoi sforzi, non sarà mai abbastanza, per cui sarà sempre abbandonato e, alla fine, resterà solo. Si struttura così un copione drammatico, fatto di convinzioni svalutanti e di scelte che andranno a confermare il non andare bene e il non poter essere amato. La persona da adulta tenderà, per esempio, a ricercare persone critiche ed emotivamente indisponibili. A manipolare assumendo la posizione esistenziale di vittima, mostrandosi compiacente ma al tempo sofferente per poi accusare l’altro della sua mancanza d’amore. Accumulerà così nel tempo esperienze che confermeranno il copione, l’abbandono e la solitudine come destino ineluttabile. Il legame tra passato, presente e futuro Quando si vive nel copione, il presente non può essere vissuto pienamente, né liberamente. Vi è un passato che tende a riattualizzarsi, nella ripetizione delle esperienze antiche. E un futuro che viene anticipato attraverso scenari, salvifici o catastrofici, che sottraggono dalla realtà e confermano il tornaconto, il finale di copione. Lavorare sul copione vuol dire portarlo alla luce e renderlo innanzitutto consapevole alla persona. In modo che le gestalt possano essere chiuse ed il passato possa essere storicizzato. Così che vengano abbandonati i vantaggi degli aspetti dipendenti e delle posizioni esistenziali svalutanti. E, infine, che l’orizzonte del futuro, libero dai condizionamenti antichi, possa riacquisire la dimensione del possibile e della realizzazione di sé e dei propri desideri.
Quando il rifiuto è difficile da tollerare

Il rifiuto è uno dei temi più presenti in terapia, sia sul piano delle paure sia su quello della realtà concreta. Per la gran parte delle persone, è un’esperienza difficile da gestire. Le varie forme di rifiuto che possiamo ricevere L’esperienza del rifiuto può assumere diverse forme ed avere un impatto più o meno significativo su noi stessi, sulla relazione con l’altro e sulla nostra vita in generale. L’altro può rifiutare una nostra proposta, un nostro invito, qualcosa che noi gli offriamo o che gli chiediamo. Così come può rifiutare alcuni nostri comportamenti e talvolta anche rifiutarsi di proseguire la relazione con noi. In ogni caso, il rifiuto è un “no” che noi riceviamo dall’esterno. Il rifiuto inevitabilmente procura una certa frustrazione cui possono accompagnarsi diverse emozioni. Dispiacere, delusione, paura, rabbia. A volte, però, può essere intollerabile e la reazione, sia interna che esterna, non del tutto coerente con la situazione reale. Si tratta di una risposta che solo in una quota ha a che fare con quanto sta accadendo, mentre in gran parte è riconducibile ad un irrisolto che la persona ha dentro di sé. Perchè il riifuto fa così male? L’essersi sentiti rifiutati da bambini, in genere, è ciò che porta, nella maggior parte dei casi, ad avere da adulti difficoltà ad elaborare il rifiuto. Il rifiuto vissuto da bambini può appartenere ad esperienze di abbandono ma, più comunemente, al non essersi sentiti accettati per il proprio modo di essere. Così, la persona adulta che non ha elaborato la ferita originaria, invece di viversi l’esperienza del “no” che riceve oggi, entra nel rifiuto di sé e rivive quanto vissuto allora. Sente di non poter essere apprezzata e amata così com’é: “l’altro mi rifiuta perchè non vado bene”. La svalutazione di sé può assumere varie connotazioni, ad esempio: “Non sono abbastanza, sono un incapace, non sono degno di amore”. L’essersi sentiti, al contrario, sempre approvati e accontenati in qualsiasi richiesta, può ostacolare l’elaborazione del rifiuto come impossibilità di lasciar andare quel senso infantile di specialità e integrare una esperienza diversa. La svalutazione verso se stessi qui è implicita nel tentativo di conservare il privilegio antico come unico modo per riconoscersi e sentirsi riconosciuti. In altri casi, invece, vi può essere stato da bambini il ricorso a difese narcisistiche come migliore forma possibile di adattamento all’ambiente. In questo caso, la persona si protegge in una illusoria perfezione infantile. Evita di coinvolgersi emotivamente e svaluta l’importanza che l’altro ha per sé. Tenta in questo modo di tenere fuori l’esperienza del rifiuto per evitare il crollo dell’immagine di sé costruita fino a quel momento. In ogni caso, alla base della personalità vi è una carenza di autoriconoscimento. La paura del rifiuto Il riifuto può essere molto presente anche sul piano delle fantasie come scenario catastrofico che condiziona l’esistenza. La persona può sottrarsi al contatto con l’esterno o affrontarlo con l’idea che sarà rifiutato. Oppure leggerà come rifiuto ciò che di fatto non lo è, applicando un filtro sulla realtà che gli impedirà di vedere le cose per come sono. Altre volte, lo scenario può essere salvifico, di riscatto dal proprio copione. Mentre altre volte ancora, il rischio di essere rifiutati può essere negato. In ogni caso, ne deriveranno una serie di evitamenti e manipolazioni che la persona metterà in atto per confermare il rifiuto o ricercare l’approvazione all’esterno, rimanendo nella svalutazione. Da questa posizione infantile, la persona non può attivare il proprio Adulto. Non può riconoscere adeguatamente la realtà nè trovarvi risposte congruenti. Resta dipendente, nella proiezione di aspetti propri non integrati e nella riproposizione del passato. Il riifuto come esperienza sana Il “no” serve a individuarsi e a differenziarsi. A separarsi dall’altro. A riconoscere i confini e a rispettarli. Attraverso il “no” che riceve dall’ambiente, il bambino incontra l’esterno. Se questo limite è sano e protettivo, cioè non svaluta e non attacca l’essere, il bambino imparerà a riconoscere sia se stesso che l’altro e la realtà in cui vive in modo adeguato. Come esperienza sana, il rifiuto ha a che fare con un rischio che bisogna correre per vivere. Per crescere e realizzarsi e avere rapporti autentici. Quando incontriamo gli altri, quando presentiamo il prodotto del nostro lavoro, quando ci mostriamo con la nostra spontaneità, quando ci esponiamo nella nostra intimità, in ogni piccola o grande esperienza di vita, le cose possono non andare secondo i nostri desideri e secondo le nostre aspettative. Tollerare questa possibilità, affrontarla come una esperienza frustrante e talvolta anche dolorosa ma che nulla toglie al nostro valore e a ciò che siamo come persone, diventa obiettivo centrale di ogni terapia.
Il conflitto interiore: riconoscerlo per superarlo

Alla base di ogni situazione problematica e di ogni sintomo vi è sempre un conflitto: una lotta più o meno consapevole tra parti interne. Molte persone arrivano in terapia lamentando di non saper cosa fare nella situazione che stanno vivendo. Alcune volte descrivono un vissuto generalizzato ed in figura non c’è un conflitto vero e proprio, ma una sensazione diffusa di smarrimento e impotenza. Altre volte, invece, vi è un blocco che deriva dal prendere una decisione. “Cosa devo fare?” Nella mia pratica clinica, la domanda che più spesso mi viene rivolta e con cui si arrovella la maggior parte delle persone è: “cosa devo fare?”. L’approccio più comune di fronte ai problemi, ma in generale di fronte alla vita, è quella di dirigere tutta l’attenzione verso la ricerca dell’azione necessaria per uscire fuori dall’impasse. Questa focalizzazione sulla soluzione, in realtà, invece di aiutare, finisce con il rafforzare i meccanismi di evitamento responsabili del malessere. Proviamo ad approfondire questo punto. L’evitamento alla base del malessere Secondo la psicoterapia della Gestalt, il ciclo di contatto o di gratificazione dei bisogni è costituito dalle seguenti fasi: “cosa sento”, “cosa voglio”, “cosa faccio”, “cosa sento dopo averlo fatto”. In ciascuna di queste fasi, può insorgere un conflitto che interrompe il processo naturale ed a volte vi possono essere anche più interruzioni. Il “cosa devo fare”, ad esempio, è spesso l’esito di una interruzione in più fasi. Nella maggior parte dei casi, ciò che accade è che il problema presentato non abbia tanto a che fare con quale sia l’azione più adatta a rispondere alla situazione che si sta vivendo, il “cosa faccio”, ma con qualcosa che viene prima: il “cosa sento” e il “cosa voglio”. Se la persona non è in contatto con ciò che prova e con ciò che vuole, non sarà in grado di riconoscere i propri bisogni e non potrà arrivare nè a scelte nè a comportamenti consapevoli. Nè tantomeno a sentirsi soddisfatta. Con molte probabilità, cercherà all’esterno la risposta che non trova in sè, deresponsabilizzandosi. Il “devo” della domanda, infatti, fa appello ad un genitore che arrivi in soccorso. Portare l’attenzione al corpo, come luogo del sentire, e connettersi ai propri vissuti è l’esperienza principale su cui si fonda la nostra salute. Da cui non possiamo prescindere per vivere in maniera sana e consapevole. Ciò vuol dire riconoscersi in tutti i propri aspetti e, anche, incontrare i propri conflitti. Riconoscere il conflitto Il primo passo per superare qualsiasi conflitto è riconoscerlo. Anche se ovvio, nella realtà molte persone vogliono risolvere senza conoscere. In presenza di un sintomo, ad esempio, si tende a percepire ciò che si manifesta nel corpo come un qualcosa di estraneo di cui doversi sbarazzare in fretta e si può fare molta fatica ad accettare che si tratta invece di parti di sé, da integrare e non da eliminare. Chiarire il conflitto e dargli voce Il secondo passo necessario è chiarire il conflitto e dargli voce. Il lavoro gestaltico accompagna attraverso una modalità esperienziale ad individuare le parti in lotta e poi a metterle in dialogo, esprimendo per ognuna ragioni, emozioni, bisogni. La persona può così esplorare le diverse prospettive e lavorare per la risoluzione. Aumentando la sua presenza, può inoltre accedere ad una consapevolezza piena. Diversamente da ciò che avviene con il solo parlare, lo sperimentare mette in un contatto diretto ed immediato con i propri vissuti. Utilizza insieme ogni livello di funzionamento: cognitivo, emotivo e somatico. Alcune parti sono più difficili da riconoscere e danno molte informazioni sull’origine del blocco. E’ molto comune, ad esempio, il rifiuto a guardare come dentro il “non riesco” si nasconda un “non voglio” e come per una stessa cosa che si desidera fortemente in realtà ci sia anche una volontà contraria. Se guardiamo all’impasse da una prospettiva analitico-transazionale, lo stato dell’Io Genitore invia allo stato dell’Io Bambino messaggi svalutanti. Ad esempio: “Non crescere”, “Non avere successo”, “Non essere intimo”; “Devi essere perfetto”, “Non devi sbagliare”, “Devi essere buono con tutti”, “Non fidarti di nessuno”, “Non puoi farcela”. Tali messaggi ostacolano la gratificazione dei bisogni e l’espressione libera e spontanea di sé con l’esclusione di aspetti propri. L’integrazione tra le parti e l’autonomia Tutto il lavoro in psicoterapia è un lavoro di integrazione che porta a tenere insieme tutte le proprie parti in una totalità armonica. E’ un lavoro di ristrutturazione della personalità, che guarda al dialogo interno e ai contenuti svalutanti interiorizzati. I conflitti si sciolgono quando il Bambino interiore trova all’interno un Genitore capace di sostenerlo e guidarlo nel mondo, in modo che l’Adulto possa compiere scelte congruenti con bisogni e desideri.
Il tradimento nella relazione di coppia

Il tradimento è una delle esperienze più complesse e dolorose che si possano vivere in una relazione. Anche se molto comune, in ogni persona e in ogni coppia assume caratteristiche specifiche e può esser vissuto in tanti modi diversi. Gli scenari emotivi che si aprono con il tradimento dipendono da molteplici fattori. In primis, dalla storia personale e familiare, dalla storia di coppia e dalla storia del tradimento stesso. Ma anche dal copione di vita, dalla struttura di personalità e dall’assetto psicologico individuale. Ogni tradimento va dunque visto nella sua unicità e complessità. Per la motivazione su cui poggia, per i significati che assume nelle persone coinvolte e per la funzione che svolge all’interno della coppia. Perchè si tradisce? Chi tradisce spesso trova nel tradimento un modo per soddisfare le mancanze che vive con il/la proprio/a partner. Molte persone riferiscono di tradire per evadere da una routine vissuta come noiosa e stressante e da un rapporto tanto familiare da aver perso ogni tipo di appeal. La persona può esser legata su un piano affettivo al calore del proprio focolare domestico ma cercare in un nuovo incontro l’eccitazione e il piacere assopiti o perduti nelle pieghe della quotidianità. In diversi casi si tradisce per ritrovare il proprio desiderio, per soddisfare bisogni di natura sessuale. Ma non sempre. Si può tradire per bisogni affettivi. Per sentirsi accolti, compresi. Visti. Percepire il/la proprio/a partner distante, assente, preso/a dal lavoro o dall’accudimento dei figli, distratto/a e disinteressato/a, può generare una frustrazione che non si è in grado di tollerare. Talvolta, può risvegliare ferite antiche, vissuti di abbandono, rabbia o vendetta provati da bambini. Per alcuni il tradimento è un comportamento abituale, legato alla difficoltà ad entrare in una reale intimità. Per altri, un’esperienza nuova che rompe gli schemi e le regole rigidamente seguite fino a quel momento. Il tradimento come agito di aspetti non riconosciuti Nella mia pratica clinica, le persone spesso chiedono di far chiarezza dentro di sé e nella propria vita poichè bloccate in storie parallele. A volte anche da molto tempo. Conoscere le ragioni per cui si tradisce e gli aspetti copionali implicati è fondamentale per uscire fuori dall’impasse ed arrivare ad una scelta consapevole e coerente con i propri bisogni. Quando la persona non è consapevole delle proprie emozioni e del proprio mondo interno, resta infatti imbrigliata in un agito. Nel tentativo di scaricare la tensione interna non risolta e portare alla luce i contenuti sommersi non riconosciuti. Il tradimento si fa portavoce di un conflitto. Vi è un attacco al rapporto ma al tempo stesso anche un tentativo di salvarlo. Non di rado vi è una difficoltà a mettere in parole le proprie insoddisfazioni con il/la propria partner, e a farlo da una posizione adulta, per cui risulta più semplice agire i propri vissuti che assumersene una responsabilità. Essere traditi Venire a sapere di essere stati traditi può generare uno sconvolgimento sia sul piano affettivo che di vita. La rottura del patto di fedeltà e fiducia può accompagnarsi ad una lacerazione emotiva anche forte. Può minare aspetti centrali della personalità come l’autostima, l’amor proprio, il funzionamento globale. Il punto evolutivo in cui si trova la coppia al momento del tradimento è uno dei fattori che incidono sull’impatto emotivo del tradimento. Ma si può soffrire tanto anche se la storia è iniziata da poco o se il rapporto si basa sull’assenza di un reciproco impegno. Molto dipende dalla struttura psicologica di base. Ovviamente, quanto più è fragile, tanto più saranno disattivate le risorse per affrontare ed elaborare il tradimento. Si tratta di un percorso che coinvolge il bambino interiore ferito, gli aspetti rigidi e ripetitivi del copione, l’eventuale presenza di traumi antichi non risolti e vecchie ferite che si riaprono. Una delle espressioni più diffuse con cui le persone raccontano la propria esperienza è quella di “un fulmine a ciel sereno” che ha sgretolato le sicurezze costruite fino a quel momento. Dopo un lavoro di consapevolezza, spesso si giunge ad una narrazione diversa. A riconoscere le forme di evitamento che impediscono un adeguato esame di realtà e a sviluppare una maggiore responsabilità rispetto a se stessi e alla propria vita. In altri casi, la persona è al corrente del tradimento. Assume una posizione di consenso, tacito o esplicito. Non sentendosi meritevole di amore e non avendo sviluppato una buona autonomia, si mortifica e al contempo trova un riparo per le sue paure, impedendosi di andare verso qualcosa di più sano e nutriente per sè.
Quando l’invidia diventa distruttiva

L’invidia è un sentimento di per sé naturale che talvolta può diventare distruttivo fino a sfociare in esiti patologici. La parola “invidia” è data dall’unione del prefisso in (sopra) e vĭdēre (guardare). Letteralmente: guardare sopra. Osservare nell’altro qualcosa che vorremmo avere, ma che non abbiamo, può suscitare in noi invidia. Per l’appunto, il desiderio di possedere ciò che appartiene all’altro. L’invidia è un vissuto molto complesso, dalle tante sfaccettature e connotazioni emotive diverse. Consiste nel provare emozioni spiacevoli, di dispiacere, tristezza o rabbia, di fronte alle qualità, al successo, alla felicità altrui. Questo sentire può accompagnarsi ad un senso di ingiustizia: “Perchè a lui/lei sì e a me no?”. Può essere investito di ammirazione, nella sua forma più sana, o di odio, nella sua forma più distruttiva. L’invidia e la mancanza L’invidia fa luce su di una mancanza. Ed in questo svolge una funzione importante. Va riconosciuta, senza giudizio, prendendosene la responsabilità. Sia nel verso dell’accettare che alcune cose non possiamo cambiarle, sia nel verso di attivarci per ciò che invece possiamo cambiare. Riportare lo sguardo su noi stessi dunque, diventa l’obiettivo. Accettarci, in tutte le nostre parti, e prenderci cura dei nostri bisogni e desideri. L’invidia trova il suo opposto nella gratitudine. Nell’amore e nella pienezza che scaturisce dal riconoscere il valore di ciò che si ha e della vita. Chi tende a stare per la maggior parte del tempo nell’invidia non può provare gratitudine. Vive in una costante mancanza e nel circolo vizioso del guardare sempre a ciò che manca. Lo sguardo invidioso L’invidia è difficilmente riconosciuta e tantomeno condivisa. E’ perlopiù negata o tenuta nascosta, per proteggere una immagine positiva di sé. Il provarla può procurare vergogna, senso di colpa. L’invidia cresce in silenzio, nello sguardo rivolto alle vite degli altri. Dante Alighieri, infatti, per la legge del contrappasso, immagina gli invidiosi con gli occhi cuciti da filo di ferro, in modo che non possano vedere. In alcuni casi lo sguardo invidioso si alimenta di una idealizzazione, dell’illusoria perfezione che si legge nell’altro cui si contrappone una percezione di sé negativa e perdente. Secondo Kierkegaard, l’invidia è ammirazione corrotta dall’orgoglio. Ma, mentre quando ammiriamo ci poniamo ad una distanza che ci consente di provare ispirazione e appagamento, quando invidiamo bramiamo di essere al posto dell’altro ed il coinvolgimento emotivo può essere anche molto elevato. Può far male, fino quasi a provare dolore nel corpo. L’ammirazione ci eleva, ci fa evolvere. L’invidia può trascinarci in un abisso cupo di inquietudini. Sul versante distruttivo e patologico L’invidia diventa distruttiva quando si accompagna al desiderio di danneggiare l’altro o ciò che possiede, nell’intento illusorio di pareggiare i conti e di eliminare la propria sofferenza. Caino, accecato dall’invidia, uccide suo fratello Abele, poichè non tollera che i suoi beni siano i prediletti. Nella sua forma patologica, l’invidia poggia sulla svalutazione di sé e su un profondo senso di inferiorità. La persona tende ad assumere una posizione vittimistica con comportamenti passivi, di conferma della propria impotenza e sfortuna. Oppure, sentendo di aver subito un torto dalla vita, può animarsi di risentimento e odio, assumendo comportamenti violenti, attraverso cui cerca vendetta e riscatto.
Perfezionismo: la ricerca di una realtà che non esiste

Il perfezionismo è la tendenza rigida e talvolta patologica a rifiutare limiti ed imperfezioni in se stessi e nella realtà circostante. Alla base del perfezionismo vi è una illusione infantile. Il bambino vive la prima fase della sua esistenza senza distinzione tra sé e l’esterno, in una dimensione soggettiva di perfezione e onnipotenza. E’ solo quando inizia a riconoscere altro da sé che comincia a confrontarsi con i suoi limiti e con i limiti della realtà che vive. Scopre, ad esempio, che da solo non può procurarsi il cibo, né calore, né affetto. Che tutte queste cose sono possibili nella relazione con l’ambiente e che sono soggette a variabili. A regole e tempi che esistono al di fuori della sua volontà. La ricerca di perfezione è il tentativo di ripristinare questo stato originario, sicuro e rassicurante, a scapito del contatto con la realtà. Una realtà che non esiste Chi aspira alla perfezione ricerca una realtà che non esiste. Vuole sempre eccellere e non commettere errori. Ha una spinta autoesigente, “sii perfetto“, che lo tiene nella costante tensione di dover fare di più e meglio e che gli impedisce di sentirsi soddisfatto. Spesso proietta all’esterno le attese grandiose e il giudizio critico e vive con ansia esperienze e relazioni. Sul versante patologico, vi è un iperinvestimento su tutti questi aspetti che si fanno più rigidi. Vi possono essere vissuti persecutori carichi di angoscia con risvolti autolesionistici. Il perfezionismo può estendersi oltre il rapporto con se stessi, in un corollario di aspettative su come dovrebbero essere gli altri, il mondo, la vita. L’amore, le amicizie, il lavoro, la società risultano deludenti, troppo mediocri per essere apprezzati e tollerati. Vi può essere l’idea di dover essere compresi del tutto, di dover ricevere un’attenzione assoluta, che con l’altro vi debba essere piena corrispondenza, sintonia totale. In questo stato di cose, non potendo trovare gratificazione, la persona vive perlopiù una condizione di frustrazione e malessere. Alcune volte, vi è una maggiore focalizzazione sulle carenze, con una maggiore percezione della sofferenza. Altre volte, un disinvestimento difensivo che porta più verso il ritiro e la rinuncia. La percezione di se stessi e degli altri e le posizioni esistenziali Il perfezionismo può assumere svariati volti. Può manifestarsi in presenza di una percezione di sé svalutante e di una idealizzazione dell’altro, nella posizione esistenziale “Io non sono ok, gli altri sono ok“. In questo caso, la persona vive nel continuo confronto con un ideale irraggiungibile. Non si sente all’altezza delle aspettative e, nonostante tutti i suoi sforzi, sente che ciò che fa e che ottiene non è mai abbastanza. In altri casi, invece, vi può essere il rifugio in una grandiosità narcisistica e nella svalutazione dell’esterno, nella posizione “Io sono ok, gli altri non sono ok“. Questo tipo di difesa consente di evitare il crollo dell’onnipotenza e il contatto con la propria vulnerabilità e i propri bisogni affettivi. Le svalutazione è più ampia ed estesa nella posizione “io non sono ok, gli altri non sono ok“. In questo tipo di atteggiamento esistenziale, nessun aspetto della realtà risulta sufficientemente adeguato ed appagante e vi è il rischio patologico di un ritiro depressivo, di una perdita di speranza e di senso.
Fragilità emotiva e aspetti patologici

La fragilità emotiva può assumere forme patologiche fino a manifestarsi con una perdita del senso di interezza di sé. Fragilità e vulnerabilità La parola “fragilità” deriva dal latino “frangere” che vuol dire rompere, mandare in pezzi. La fragilità è spesso associata alla vulnerabilità. In una quota, fragilità e vulnerabilità fanno entrambe parte della natura dell’essere umano. Possono aumentare in concomitanza di passaggi significativi ed eventi traumatici. Ma mentre la vulnerabilità indica la possibilità di essere feriti, la fragilità ha più a che fare con il rischio di rottura e richiede generalmente maggiore attenzione. La vulnerabilità è più vicina alla sensibilità. Siamo vulnerabili quando le esperienze che viviamo risuonano nel profondo del nostro animo e quando ci apriamo alle relazioni e diventiamo intimi, vibrando insieme all’altro. La fragilità emotiva, invece, appartiene di più ad una difficoltà nel sostenere le emozioni e ad una perdita di equilibrio che segnala la necessità di proteggere l’integrità del sé. La fragilità come campanello di allarme per la salute Quanto più si è fragili emotivamente tanto più può emergere la sensazione di andare in pezzi. Il rischio patologico è correlato alla presenza di una struttura instabile, non in grado di rimanere compatta e reggere di fronte alle esperienze della vita. Nella maggior parte dei casi, la fragilità emotiva rientra in una più ampia fragilità psicologica. Alla base vi sono convinzioni limitanti o distorte su di sé, sugli altri e sul mondo che, ad un livello spesso inconsapevole, condizionano fortemente la persona. “Se l’altro non mi desidera non valgo niente”, “gli altri non mi capiranno mai”, “il mondo è pericoloso”, “non posso fidarmi di nessuno”, “esisto solo per come gli altri mi riconoscono”, “sono tutti migliori di me”, “devo dimostrare di essere migliore degli altri”, sono esempi di aspetti cognitivi rigidi che si formano durante l’infanzia e che impediscono la costruzione di un senso di sé coeso e stabile. La fragilità emotiva e le sue forme patologiche Una forte fragilità emotiva e psicologica si può manifestare con una alterazione sul versante affettivo e l’instaurarsi di condizioni ansiose o depressive. In questi casi, la persona avverte tutta la propria insicurezza nel confronto con l’esterno e l’impatto può diventare insostenibile. Può sentirsi inadeguata, non degna, non meritevole. La posizione esistenziale tipica è: “Io non sono ok, gli altri sono ok”. Oppure può vivere un sentimento pervasivo e distruttivo di disperazione generalizzata e perdita di speranza, nella posizione “Io non sono ok, gli altri non sono ok”. Non di rado compaiono comportamenti autolesivi e suicidari. Se invece vi è una negazione dei propri stati emotivi e delle proprie fragilità, il funzionamento può diventare in particolar modo impulsivo e proiettivo. La persona può perdere la capacità di gestire i propri pensieri, il proprio sentire e il proprio agire. E, non essendo in grado di riconoscere le parti di sé che ritiene indesiderate, tende a proiettarle all’esterno. La posizione esistenziale è del tipo “Io sono ok, gli altri non sono ok”. Il mondo può diventare un luogo pieno di insidie e suscitare vissuti persecutori con il prevalere di sentimenti di ostilità e comportamenti aggressivi e violenti.
La crisi di coppia e il suo potenziale trasformativo

La crisi di coppia è un evento di per sè naturale che segnala la rottura di un equilibrio e la necessità di attivare un cambiamento. Talvolta, diventa la spia di un malessere profondo, di una impasse che reclama attenzione. I passaggi significativi della vita di coppia Come naturale evoluzione del rapporto, la crisi può emergere in concomitanza dei passaggi significativi della vita di coppia. Il primo tra questi, si manifesta quando finisce la fase iniziale dell’idealizzazione. Quando svanisce l’effetto obnubilante dell’innamoramento e delle proiezioni in base alle quali l’altro è visto in funzione delle proprie fantasie e aspettative. Quando lo si comincia a vedere per com’è e non più per come si vorrebbe che fosse. Ed è qui che ne emergono gli aspetti ‘negativi’, i lati indesiderati del suo carattere, e diventa difficile farli coesistere internamente con quelli ‘positivi’. Si tratta di un passaggio di crescita che implica l’abbandono dell’idillio iniziale in favore di un rapporto reale e maturo. In alcuni casi, lo scarto tra l’illusione e la realtà può essere tanto forte da determinare l’abbandono della relazione. Nelle personalità più immature, ciò accade per la tendenza a rifugiarsi in un funzionamento infantile e per l’impossibilità a stare in un contatto adulto. Tra i passaggi più comuni che una coppia si può trovare ad affrontare vi sono: l’inizio della convivenza, la scelta del matrimonio, la nascita di un figlio, il momento in cui i figli lasciano la casa familiare, tipicamente caratterizzato dalla nota ‘sindrome del nido vuoto‘. Nelll’arco del ciclo di vita della coppia, possono emergere molteplici conflitti relativamente a decisioni da prendere e a vissuti non riconosciuti che chiedono di essere visti e integrati. Quando la crisi della coppia si fa portavoce di un malessere profondo La crisi puo’ essere indipendente da contingenze di vita e tappe evolutive specifiche e farsi portavoce di un malessere emotivo più profondo. Può manifestarsi attraverso sintomi o acting-out. Perdita di desiderio, trascuratezza, tradimenti possono nascondere rabbia, dolore, ferite non elaborate. Spesso le coppie vanno in crisi per mancanza di una reale intimità, di quello scambio aperto di pensieri, emozioni e sensazioni essenziale per stare in un confronto autentico. Per la maggior parte delle persone è difficile rivelarsi per come si è. A causa di un mancato autoriconoscimento. Per il timore del giudizio, dell’abbandono. Di conseguenza, vi è l’impossibilità di accogliere l’altro per com’è. Questo condiziona sia la comunicazione che la vita relazionale e sessuale. La presenza di un malessere profondo in genere ha radici nel passato. Nella storia della coppia e nella storia individuale e familiare di ciascuno dei due partner. Vi possono essere eventi traumatici non superati. Quasi sempre, vi è una mancata separazione dalle proprie figure genitoriali e una mancata autonomia, per cui la coppia si poggia su dinamiche dipendenti. Di richiesta di protezione, sicurezza, accudimento. Riconoscimento, conferma, approvazione. Il modo con cui ognuno entra in relazione con l’altro risente di quanto appreso dalle esperienze significative della propria infanzia e del modello di coppia mutuato dai propri genitori. Non di rado, vi sono legami simbiotici in cui i due partner si comportano come se formassero un’unica persona. Ed in cui la crisi rappresenta il conflitto tra il voler proteggere la simbiosi e al tempo stesso il volersi evolvere dalla stessa. La svalutazione del potenziale trasformativo della crisi di coppia Solitamente le persone attribuiscono alla crisi una accezione negativa svalutandone il potenziale trasformativo di crescita. Nella maggior parte dei casi, la crisi di coppia viene associata a scenari drammatici che hanno a che fare con la distruzione e la fine. Concepita in questo modo, la crisi rischia di non essere affrontata. Spesso, la prima difficoltà sta proprio nel pronunciare la parola “crisi” all’interno della coppia. Alcune volte il rapporto si raffredda in una distanza emotiva diretta a silenziare le problematiche a scapito dell’intensità dello scambio e della condivisione. Altre volte, vi può essere una quotidianità litigiosa senza però guardare ai conflitti reali nascosti più in profondità. Evitare di affrontare la crisi ovviamente non è mai una soluzione. Semmai un modo per confermare l’orizzonte catastrofico delle paure. Giungere direttamente alla fine del rapporto o, altre volte, ad una paralisi che può durare anche tutta una vita. Può essere molto doloroso guardare alle insoddisfazioni proprie e dell’altro, scoprire quanto si cela dentro i non detti, i silenzi e gli agiti. Molto frequentemente si arriva alla fine per mezzo di un epilogo che ricade al di fuori di una scelta consapevole. Per progressivo e lento spegnimento delle energie vitali, attraverso una fuga o un gesto estremo o al culmine di una tempesta emotiva fatta di litigi, accuse e colpevolizzazioni. Occorre dunque riconoscere la crisi, nominarla e successivamente assumersene la responsabilità. E rivolgersi alla psicoterapia quando necessario.
Chiedere ciò di cui si ha bisogno

Imparare a chiedere è una conquista evolutiva importante che si colloca alla base del benessere e delle relazioni sane. Vi sono numerose credenze limitanti circa il chiedere. Molto spesso viene inteso come un comportamento infantile o, anche, come sinonimo di debolezza, con l’idea che da adulti bisogna cavarsela sempre da soli. Sovente le persone in terapia affermano con fierezza di non chiedere espressamente ciò che desiderano e di cui hanno bisogno, percependosi per questo “forti”, ma lamentando di non ricevere o di non sentirsi compresi dall’altro. Quando si esplora questo aspetto, nella maggior parte dei casi emerge una difficoltà ad apprezzare ciò che che si ottiene chiedendo. Come se il fatto di averlo chiesto togliesse valore all’abbraccio, al confronto, all’aiuto ricevuto. In questo modo ci si deresponsabilizza rispetto ai propri bisogni. Ma non solo. Si svaluta anche la risposta dell’altro come scelta libera ed autentica. Il comportamento ai due poli Se il funzionamento finora esplorato tende a collocarsi verso il polo di chi non chiede, al polo opposto vi è chi si mostra eccessivamente richiedente. In questo caso, in figura c’è sempre una carenza, una sofferenza ad essa associata e una richiesta rivolta all’esterno. Mentre al primo polo vi è il divieto interno a mostrarsi apertamente bisognosi, al secondo si è bisognosi nella maggior parte del tempo. Ai due estremi: la posizione controdipendente di chi nega il bisogno naturale dell’altro ad un lato, la posizione dichiaratamente dipendente all’altro lato. Al di là delle diverse modalità, in entrambi i casi il comportamento è manipolativo, poiché inautentico e infantile. E vi è un vissuto di insoddisfazione, più o meno esplicito, rispetto alle proprie relazioni. Chiedere come componente essenziale del benessere e delle relazioni Chiedere ha a che fare innanzitutto con l’ascolto di se stessi, con il riconoscersi. Con il sapere come ci si sente e quali sono i propri bisogni. Ed ha a che fare, poi, con il rendersene responsabili. Chiedere è dunque una capacità adulta, legata sia alla consapevolezza che alla responsabilità. Una delle modalità attraverso le quali giungere alla gratificazione. Rispetto alla relazione, saper chiedere diventa affermare se stessi e, al tempo, riconoscere anche l’altro al di fuori di processi di svalutazione. Per cui ognuno è responsabile per sé. Chi chiede corre il rischio di ricevere un rifiuto e questo è ciò da cui la maggior parte delle persone si difende. Il “no” dell’altro può riaprire ferite antiche. Spesso, viene avvertito come un rifiuto assoluto, come conferma della propria indesiderabilità o come uno smacco insostenibile per l’ego.
Il bambino interiore che vive in ognuno di noi

Incontrare il proprio bambino interiore è parte essenziale del processo di consapevolezza e cambiamento di ogni psicoterapia. In ognuno di noi vive il bambino che siamo stati. Pensieri, emozioni, sensazioni, modalità infantili acquisite nel corso dei primi anni di vita che tendiamo a ripetere e ferite antiche che ancora oggi chiedono attenzione. Ma non solo. In ognuno di noi risiede una parte bambina della personalità depositaria di emozioni e bisogni attuali. Si tratta della nostra parte spontanea e creativa, spesso ostacolata da divieti e condizionamenti che limitano l’autoriconoscimento e la libera espressione di sé. Per molte persone è difficile guardare al proprio bambino interiore. Alcuni manifestano vergogna, diffidenza, negazione. La reazione più comune è quella di mostrarsi giudicanti e svalutanti. Vi sono numerose convinzioni su come debba essere un adulto che impediscono talvolta di considerare già solo l’ipotesi dell’esistenza di un bambino dentro di sé. In realtà, tanto più il bambino interiore non viene riconosciuto tanto meno potrà esservi lo sviluppo di una personalità adulta. Il bambino interiore secondo l’Analisi Transazionale Secondo l’Analisi Transazionale, il bambino interiore corrisponde ad uno dei tre Stati dell’Io: Genitore, Adulto, Bambino. Oltre al bambino che siamo stati, ciascuno di noi possiede dentro di sè il genitore che ha avuto. L’insieme dei messaggi ricevuti e il modello genitoriale trasmesso dalle proprie figure genitoriali. Il modo con cui ogni persona si relaziona con la propria parte bambina fa luce sul proprio genitore interno. Quando il Genitore risulta svalutante, la persona non è in grado di riconoscersi in tutte le proprie parti. Non può essere ciò che é ma avverte la spinta a dover essere o a non dover essere in un certo modo, in base ai messaggi genitoriali interiorizzati. In presenza di un conflitto interno tra Bambino e Genitore, l’Adulto, inteso come capacità di rispondere in modo soddisfacente ai bisogni del qui e ora, non può funzionare in maniera adeguata. Il Bambino alla guida della personalità Quando il Bambino non è adeguatamente riconosciuto, la persona tende a ricorrere ad agiti per comunicare ciò che sente e le parti rifiutate di sé. In questo stato di cose, sarà il Bambino e non l’Adulto a guidare la personalità nelle sue scelte e nei suoi comportamenti. Andandosi a confermare le decisioni antiche di copione, le credenze, le emozioni e le esperienze già vissute, la persona resta imbrigliata in uno schema che si ripete e dal finale prevedibile. Incontrare il Bambino Incontrare il proprio Bambino vuol dire dunque innanzitutto vedere il bambino che siamo stati e come quella parte di noi continua a reclamare ciò che non ha ricevuto allora. Come manipola per ottenere attenzioni, sentendosi ad esempio non importante e non meritevole di amore. Come in alcuni casi si boicotta nei suoi progetti e in ciò che desidera, sentendosi inadeguato e credendo di non farcela. O come, in altri casi, si impedisce di stabilire relazioni durature per paura di essere abbandonato. Invidia, distrugge, rinuncia, invece di costruire per sé. Incontrare il proprio Bambino è guardare dentro di sé, alle ferite del proprio passato e alle emozioni e ai bisogni autentici del presente. E’ potersi riconoscere per come si é. In terapia questo passaggio è reso possibile mediante la costruzione di un Genitore capace di accogliere, sostenere e guidare il Bambino. Ed è grazie a questo incontro che è possibile superare i conflitti interni, riconoscersi e sviluppare un Adulto capace di andare verso la realizzazione di sé.