La gratitudine fa parte della capacità di amare

Provare gratitudine non è una mera questione di buona educazione. Ci hanno insegnato a dire “grazie” quando riceviamo un dono, anche se non è di nostro gradimento. Ad essere rispettosi e riconoscenti e a ricambiare le buone maniere dell’altro. Tuttavia, possiamo adottare queste modalità solo per doverismo, ringraziare e mostrarci riconoscenti senza nutrire quel sentimento profondo che invece rappresenta la gratitudine. La gratitudine ha a che fare con il sapere ricevere Saper dare valore a ciò che si riceve è una capacità adulta. Per varie ragioni e in vario modo, tale capacità può risultare bloccata. Alcune persone si presentano particolarmente ossequiose ed educate e ringraziano sempre. Si percepiscono in difetto se ricevono qualcosa dall’altro e hanno fretta di ricambiare. Altre persone, invece, tendono ad assumere una posizione di abbondante generosità, per cui tendono a confrontarsi di più con l’esperienza del dare che del ricevere. In altri casi, ancora, è così difficile accedere ad esperienze nutrienti che la persona può mostrarsi rifiutante o chiudersi nell’isolamento. Al di là delle modalità comportamentali, la maggior parte delle persone si sente spesso in credito. Vuole essere amata di più, apprezzata di più. Sente di non avere abbastanza. La gratitudine trova il suo opposto nell’invidia. Nella sua forma distruttiva, l’invidia consiste nel sentire che l’altro ha qualcosa che non si potrà mai avere. Vissuto che genera uno stato d’impotenza intollerabile e la fantasia onnipotente e distruttiva di distruggere ciò che l’altro possiede. La gratitudine come sentire profondo Essere grati implica innanzitutto il poter riconoscere se stessi, con tutte le proprie parti e con tutti i propri limiti. E poter riconoscere l’altro, con tutte le sue parti e con tutti i suoi limiti. Da questa posizione paritaria, al di fuori di svalutazioni e di dinamiche di superiorià/inferiorità e di dominio/sottomissione, è possibile valorizzare le differenze e l’incontro autentico con l’altro. La gratitudine è il dare valore non solo a ciò che si riceve come nutrimento all’interno delle relazioni ma anche a ciò che si riceve dalla vita e, più ampiamente, il dare valore alla vita stessa. Può svilupparsi in parallelo con l’evoluzione della persona e diventare un sentimento molto profondo e potente, di crescita e trasformazione. “Il sentimento di gratitudine è una delle espressioni più evidenti della capacità di amare”, scrive Melanie Klein in “Invidia e Gratitudine”. La gratitudine è l’amore di aver ricevuto e il desiderio di donare qualcosa di sé. Ricambiare l’amore con amore.

Vedere l’altro per ciò che è

Vedere l’altro per ciò che è realmente vuol dire abbandonare le aspettative e i processi di proiezione della posizione infantile. La ferita narcisistica L’incapacità di vedere l’altro è centrale nelle personalità narcisistiche, in cui vi è, a monte, una negazione della dipendenza e dei propri bisogni affettivi. Quando il bambino non viene adeguatamente riconosciuto dal proprio ambiente familiare, può difendersi ritirandosi in sé e nella propria onnipotenza. La protezione narcisistica, che consiste nel rifugiarsi in una perfezione infantile che offre illusione di sicurezza, nasconde al fondo un vuoto esistenziale dovuto al fatto di non essere stati visti dai propri genitori per ciò che si era. Non avendo fatto esperienza di amore, non si è in grado di amare. E, carenti di riconoscimento, lo si ricerca nella vita manipolando gli altri. Sebbene sia peculiare in questo tipo di personalità, una certa difficoltà a vedere l’altro così com’è appartiene a tutti poichè ciascuno, a modo proprio, ha carenze di riconoscimento e la propria ferita antica. Le proiezioni All’interno delle relazioni accade abitualmente che l’altro venga investito di aspetti non riconosciuti di sé e di esperienze vissute nel passato con le proprie figure genitoriali. Ad esempio: giudico come negativa l’aggressività per cui tendo a negarla e a proiettarla all’esterno. Di conseguenza, l’altro e il mondo diventano per me minacciosi. Posso proiettare emozioni, fantasie, pensieri. Aspetti che tento di escludere, che reputo proibiti, non desiderati. Che non riconosco in me ed attribuisco agli altri. Dunque, per vedere l’altro per ciò che è bisogna innanzitutto vedere se stessi per ciò che si è. Facendo altri esempi: se proietto all’esterno un Genitore critico, tenderò a percepire ciò che mi arriva dall’altro come una critica anche quando non lo è. O, ancora, se proietto un Genitore idealizzato posso non riconoscere il comportamento svalutante assunto dall’altro nei miei confronti. E così via. Questo gioco di proiezioni, che appartiene al fenomeno del transfert, impedisce sia di vedere l’altro sia di accedere ad un sentire autentico e coerente con quanto avviene nella realtà. Le aspettative Le aspettative ricoprono un ruolo determinante nelle relazioni. Risiedono nel Bambino della personalità e spesso anch’esse sono aspetti dipendenti. Possono essere grandiose o catastrofiche, di riscatto o conferma del proprio copione di vita. Vi può essere l’aspettativa che l’altro debba approvarmi, capirmi, rendermi felice. Che debba farmi sentire speciale, che debba condividere i miei pensieri e le mie scelte. Che debba salvarmi. Oppure, non mi aspetto niente di buono, semmai credo che l’altro mi deluderà come tutte le persone della mia vita, confermandomi il mio finale di copione drammatico. Le aspettative sono particolarmente presenti all’inizio di una relazione, specie di coppia. Insieme alle proiezioni, partecipano al processo di idealizzazione in base al quale si vede l’altro per come si vorrebbe che fosse e non per come è realmente. E’ infatti quando si rompe questo idillio iniziale che generalmente la relazione va in crisi. Quando emergono gli aspetti dell’altro inizialmente scotomizzati, bisogna fare i conti con la realtà. E’ grazie al contatto autentico, accettando l’altro per com’è, al di fuori di fantasie, aspettative ed ideali, che possiamo accedere ad una relazione matura e all’amore. Superare la posizione infantile Per vedere l’altro è necessario sviluppare una personalità adulta. Innanzitutto integrare quanto di sé negato, per poter ritirare le proiezioni. E, così, potersi riconoscere in tutte le proprie parti. Ciò risulta fondamentale per superare la posizione infantile e narcisistica in base alla quale l’altro non viene visto ma manipolato in relazione ai propri bisogni, in primis a quello di essere riconosciuto, e alle proprie aspettative. Questo passaggio evolutivo consente dunque di vedere l’individualità dell’altro. Di saper distinguere ciò che appartiene a sé da ciò che appartiene all’altro. Di rispettare i confini interpersonali. “Io sono io. Tu sei tu. Io non sono a questo mondo per soddisfare le tue aspettative. Tu non sei a questo mondo per soddisfare le mie“, recita Fritz Perls nella nota preghiera della Gestalt. E’ necessario diventare consapevoli che l’altro non ha il compito di doverci riconoscere o dare valore, di doverci dire cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Né di proteggerci. Siamo noi a doverlo fare. Assumendoci la responsabilità di noi stessi e della nostra esistenza.

L’aggressività e il comportamento passivo-aggressivo

La maggior parte delle persone considera in modo negativo l’aggressività e l’associa perlopiù alla violenza. In realtà, nella sua forma sana, l’aggressività è una forza vitale fondamentale per la nostra esistenza. E’ infatti la forza grazie alla quale possiamo soddisfare i nostri bisogni e raggiungere i nostri obiettivi. Come indica l’etimologia della parola, dal latino “adgradior”, l’aggressività corrisponde ad un ‘“andare verso”, in cui è implicito un movimento nella direzione di uno scopo. In questo modo, l’aggressività svolge una funzione adattiva, poichè contribuisce alla stabilità psicofisica di ogni individuo, all’affermazione e alla realizzazione di sé. L’inibizione dell’aggressività e della rabbia Chi inibisce la propria aggressività ha difficoltà a riconoscersi e ad esprimersi. Tende a sottrasi al confronto con l’altro. A bloccarsi, nelle scelte e nell’azione. A monte, rifiuta parti proprie ed emozioni giudicate come negative. In particolar modo la rabbia. Tali aspetti di sè negati vengono solitamente proiettati nel mondo esterno vissuto come ostile e pericoloso. Sul piano comportamentale, vi sono agiti che si fanno portavoce di quanto non integrato nella personalità. Tutto ciò ha radici antiche. Nei messaggi ricevuti dalle proprie figure genitoriali, nelle convinzioni acquisite in base alle quali la rabbia rappresenta qualcosa di sbagliato. Nelle esperienze fatte durante l’infanzia. Il bambino avverte che il miglior modo per adattarsi al proprio ambiente è nascondere agli altri i propri bisogni ed il proprio sentire. E così, apprende a reprimere la libera espressione di sé e a ricorrere a modalità alternative per incanalare le proprie emozioni. Il comportamento passivo-aggressivo Attraverso il comportamento passivo-aggressivo l’aggressività e la rabbia internamente proibite vengono fuori in un modo mascherato. E’ tipico il procastinare gli impegni, così come il cercare di non far trapelare in modo esplicito i propri stati d’animo usando toni ironici e sarcastici, esibendo modi fintamente cortesi e affermando di essere calmi e tranquilli. Salvo poi diventare facilmente scontrosi o ritirarsi in un ostinato silenzio. Spesso il comportamento passivo-aggressivo si accompagna ad un atteggiamento vittimistico. La persona si lamenta di non essere capita e apprezzata e al contempo nega che ci sia qualcosa che non va. Così evita di avere un confronto diretto e di affrontare sentimenti spiacevoli. Comportamenti di questo tipo rientrano nell’esperienza comune di molte persone ma possono diventare ricorrenti e strutturarsi, assumendo forme patologiche. Il nucleo emotivo Nel nucleo profondo del funzionamento passivo-aggressivo risiede una componente di invidia e di risentimento verso l’altro, su una base di scarsa autostima e sentimenti di insicurezza, nella maggior parte dei casi non riconosciuti e talvolta coperti da spavalderia. Sull’instabilità emotiva si articolano dinamiche di complicità e opposizione, sottomissione e ostinazione, provocazione e pentimento. Le relazioni risultano a loro volta instabili. Spesso, il gioco che viene messo in atto mira a provocare nell’altro una esplosione di rabbia e l’emergere di sentimenti di colpa e vergogna connessi alla reazione emotiva esagerata. Lo scopo è vendicarsi per le proprie ferite e tentare di gestire il conflitto interno nutrendo l’illusione onnipotente di esercitare un controllo sugli altri.

La paura del cambiamento

La paura del cambiamento ha a che fare con la crescita e, più ampiamente, con il vivere. E’ infatti attraverso i cambiamenti che ci evolviamo e ci realizziamo. Il cambiamento però non è solo un evento che segna il passaggio da una fase ad un’altra, da una situazione ad un’altra della vita. L’esistenza stessa è un flusso naturale di continuo divenire: momento per momento ogni cosa dentro e fuori di noi cambia. Accogliere questo libero fluire vuol dire essere presenti. Vivere la realtà del qui e ora, senza attaccamenti al passato e anticipazioni del futuro. Il senso di perdita Cambiare è lasciar andare tutto ciò che non è più adatto a rispondere ai bisogni attuali. Si tratta dunque di affrontare una perdita e per questo spesso è difficile. Talvolta doloroso. Può significare separarsi da esperienze, luoghi e persone, da parti proprie che per un tempo, anche lungo, hanno fatto parte della propria vita. Chi vive di frequente nella paura del cambiamento tende a rimanere attaccato al proprio passato e a ciò che è familiare, a bloccarsi nelle decisioni e a percepire il futuro in maniera negativa. Nei casi estremi, vi può essere una condizione di vera e propria paralisi in cui vi è una disattivazione delle capacità adulte. Al contrario, chi ricerca continuamente il cambiamento, evita il legame e la stabilità. La paura del nuovo Aver paura del cambiamento è aver paura di ciò che non si conosce, di ciò che è estraneo, ignoto. Se da un lato questa paura svolge una funzione naturale, poichè sollecita l’attivazione delle risorse necessarie per andare verso il nuovo, dall’altro può essere tanto forte da bloccare l’evoluzione. Il familiare offre una rassicurazione che, seppur illusoria, fa sentire protetti e al sicuro. Tuttavia, in questa posizione infantile, la persona non trova dentro di sè il sostegno sufficiente né la guida per andare verso l’autonomia. Può sentire di non essere capace, di non farcela. Può avvertire un senso di pericolo o smarrimento. La responsabilità della scelta Il cambiamento non è solo nella nostra natura ma anche nell’insieme delle scelte che operiamo per realizzare noi stessi. Dunque ognuno è chiamato a fare i conti con la responsabilità della propria vita. Con il rischio che è alla base del fare esperienza. Il rischio di sbagliare, di rimanere delusi, feriti. Per crescere e realizzarsi occorre pertanto sia proteggersi che rischiare. Occorre sviluppare un Genitore interno capace di sostenere e guidare la parte bambina verso il soddisfacimento dei propri bisogni e verso l’autonomia, in modo da poter attivare scelte e comportamenti adulti, coerenti con il presente. Il cambiamento in terapia In terapia il cambiamento comporta una separazione dal passato e, al tempo, un tornare a sé, alla propria autenticità. Non diventare qualcos’altro ma diventare se stessi. Liberarsi dai condizionamenti interni che impediscono di riconoscersi pienamente, in tutte le proprie parti, e di esprimersi. Sebbene la persona arrivi con la richiesta di essere aiutata a superare la situazione di impasse in cui si trova, porta sempre due parti in conflitto: una parte che vuole cambiare ed un’altra che si oppone, che non vuole cambiare. Il lavoro di consapevolezza mette in luce le resistenze, le paure, l’attaccamento agli aspetti copionali, infantili e dipendenti. Il lavoro di responsabilità confronta successivamente la persona con la necessità di rispondere adeguatamente a bisogni e desideri fino a quel momento inascoltati o percepiti come proibiti.

Dalla manipolazione infantile alla responsabilità adulta

La manipolazione non appartiene solo ad alcune persone ma ci riguarda tutti. Ciascuno di noi da bambino sviluppa la forma di manipolazione che più gli consente di ricevere riconoscimento ed attenzione. Questo perchè da piccoli la nostra esistenza fisica e psicologica dipende dall’ambiente esterno. Per sopravvivere, abbiamo bisogno delle cure dell’altro e di essere visti. Come sostiene Stern: “Abbiamo bisogno dello sguardo degli altri per formare e tenere insieme noi stessi”. C’è chi apprende ad essere diligente e sempre ubbidiente, chi a lamentarsi, chi ad essere generoso e buono con tutti. C’è chi sviluppa la tendenza ad attirare gli altri a sé con il pianto, chi con il sorriso. Chi con la rabbia. Alcuni si mostrano capaci di fare tutto da soli, altri, al contrario, perlopiù richiedenti. Manipolazione e carattere La manipolazione appartiene al carattere che, però, non è solo una struttura rigida e limitante in quanto racchiude in sé anche il potenziale per un adattamento creativo. Ciò che accade, nella maggior parte dei casi, è che, in assenza di un lavoro di consapevolezza su di sé, la persona non è in grado di riconoscere le proprie manipolazioni e resta imbrigliata nell’inganno e, ancor prima, nell’autoinganno. La migliore forma di adattamento possibile del bambino diventa, in età adulta, un copione che si ripete e che limita l’autoriconoscimento e la libera espressione di sé. Svalutazione e posizione esistenziale: la manipolazione di F. La manipolazione viene portata avanti a partire da un insieme di svalutazioni che la persona mette in atto su di sé, sull’altro e sulla realtà che vive. E’ strettamente collegata alla posizione esistenziale e determina ruoli specifici e giochi psicologici. F. manipola attraverso un silenzio richiedente. Non comunica come sta e di cosa ha bisogno. Non chiede. Ha l’aspettativa, e la presunzione infantile, che l’altro debba capire come si sente, preoccuparsi e attivarsi per aiutarlo. Se questa aspettativa viene delusa, si arrabbia, diventa distruttivo e vendicativo. Questo modo di funzionare F. lo ha appreso da bambino nella relazione con i suoi genitori. F., dunque, oggi svaluta la sua capacità adulta di occuparsi dei suoi bisogni e delega la responsabilità di sé ad un genitore esterno. L’altro non può essere visto per com’è ma viene investito di proiezioni transferali. F. tende a giocare il ruolo di Vittima e ad attirare a sé un Salvatore, con cui ripetere la dinamica simbiotica che aveva con la madre iperprotettiva, o un Persecutore, con cui si autorizza ad agire la rabbia antica per l’assenza paterna. Manipolazione e responsabilità Lo sviluppo di una personalità adulta implica l’abbandono della manipolazione infantile in favore dell’acquisizione di consapevolezza e responsabilità. Si tratta di lasciar andare le svalutazioni e i vantaggi degli aspetti dipendenti. Costruire internamente a sé una funzione genitoriale in grado di procurare autoriconoscimento e sostegno emotivo al Bambino interiore. In modo che la realtà interna ed esterna possa essere riconosciuta e che possano essere attivate scelte e comportamenti congruenti. L’elaborazione del passato consente di riportare il funzionamento al presente e alle risorse del qui e ora. E di liberare il potenziale creativo.

Vittimismo: la tendenza a lamentarsi e passivizzarsi

Il vittimismo è più di un particolare atteggiamento. E’ un modo di stare al mondo che poggia su una posizione esistenziale di non Okness. Le persone che tendono a fare la vittima sono inclini al lamento, vivono in un costante senso di insoddisfazione e attribuiscono questo loro stato a fattori esterni. Nel vittimismo è centrale l’accusa rivolta verso se stessi, gli altri o, in generale, la vita, cui si accompagna un forte senso di ingiustizia. Vi è dunque una svalutazione della persona circa la propria responsabilità. Si tratta di una forma di passivizzazione, di carente o mancata attivazione delle risorse necessarie per soddisfare i bisogni evolutivi e realizzativi. Il vittimismo e le emozioni Chi fa la vittima ha una immagine di sé di persona sfortunata, incapace: “Non so fare niente. Ma che ci posso fare se sono fatto male? Non è giusto“. Tende a proiettare sugli altri il rifiuto e la critica verso se stesso: “Nessuno mi vuole, ce l’hanno tutti con me“. Ad autoccomiserarsi e a colpevolizzarsi: “Povero me, non cambierò mai. Sbaglio sempre tutto“. Il mondo interno è abitato da sentimenti di inadeguatezza, impotenza, colpa, rabbia, rancore. Emozioni che, il più delle volte, non sono integrate ma vengono portate fuori mediante acting-out e la persona resta bloccata in un cortocircuito. La relazione con gli altri La “vittima” tende a ricercare nell’altro un “salvatore” o un “persecutore“. Si pone in una posizione infantile richiedente e bisognosa (io non sono Ok) e proietta all’esterno un genitore salvifico (io non sono Ok- tu sei Ok) o un genitore critico e rifiutante (io non sono Ok- tu non sei Ok). Nel primo caso, tende a manipolare attraverso comportamenti seduttivi o mettendosi in pericolo. Nel secondo caso, sono più in figura comportamenti provocatori e ribelli. Non di rado, sulla base delle risposte che riceve dall’ambiente, chi fa la vittima si autorizza ad agire la propria rabbia diventando a sua volta un persecutore nei confronti dell’altro. La ripetizione di esperienze antiche Mediante il vittimismo la persona riattualizza nel presente le esperienze del passato. Manipola con le modalità apprese in epoca infantile. Ma, mentre da bambino la manipolazione ha rappresentato il miglior adattamento possibile alla realtà, da adulto è ciò che gli impedisce di star bene e realizzarsi. Di fatto, con il vittimismo si confermano le dinamiche dipendenti e i vissuti di allora. Si mantiene in piedi il copione di vita, con tutti i suoi aspetti limitanti. Il lavoro in psicoterapia La persona ha bisogno di liberarsi del funzionamento manipolativo in favore di una maggiore consapevolezza e responsabilità. Di lasciar andare gli appoggi esterni e la dipendenza, per sviluppare autonomia. Di ritirare il lamento e l’accusa per guardare di più a se stesso come artefice della situazione che vive. Ha bisogno di imparare a riconoscersi, in tutte le proprie parti. Di realizzare l’Okness, ovvero la posizione “io sono Ok-tu sei OK”. Di sperimentare la fiducia, per costruirla come sentimento di base, di sostegno al vivere. E’ un lavoro che passa per la sofferenza autentica delle ferite antiche.

Il sintomo in psicoterapia. Quando è il corpo a chiedere aiuto

Attraverso il corpo il sintomo si fa portavoce di una sofferenza che reclama attenzione, di parti che chiedono di essere integrate. Molte persone arrivano in psicoterapia per guarire da un sintomo che si esprime nel corpo. Attacchi di panico, cefalea, vertigini, dermatiti, mal di stomaco sono alcuni dei sintomi che possono portare a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Spesso, questo tipo di richiesta arriva in un contesto di urgenza e di fretta, dopo un lasso di tempo ampio dall’esordio del sintomo e dopo svariate indagini mediche. La persona vuole nel più breve tempo possibile sbarazzarsi del sintomo invalidante. Il sintomo fa stare male. Procura disagio, ostacola in vari modi il vivere quotidiano. Genera scompiglio. Può far crollare l’immagine che la persona ha avuto di sé fino a quel momento. Spesso crea uno spartiacque tra “il prima” e “il dopo”. L’attenzione che si viene a focalizzare sul sintomo come capro espiatorio di tutte le sofferenze crea un circolo vizioso cui si accompagnano senso di impotenza e, talvolta, disperazione. “La mia vita non è più la stessa. Il mal di testa mi ha tolto la libertà che avevo prima. Avrei preferito scoprire di avere una malattia, in quel caso non mi sarei sentito impotente come mi sento ora. La terapia è la mia ultima speranza ma devo risolvere presto perchè così non vivo. Devo tornare alla serenità di prima. Non ho nessun altro problema, non mi manca nulla e starei bene, se non fosse per questo maledetto sintomo“. Che cos’è il sintomo? In psicoterapia della Gestalt, il sintomo ha in sé un paradosso. E’ energia vitale e, insieme, espressione di una interruzione dell’energia vitale. Problema e, al tempo stesso, tentativo di soluzione. Ciò che la maggior parte delle persone fa fatica ad accettare è che il sintomo non è un nemico da sconfiggere, bensì, una parte di sé che viene in soccorso per far luce su di una situazione incompiuta, su di una impasse evolutiva. Una porta di accesso al mondo interno che si apre perchè i conflitti irrisolti e le parti di sé non riconosciute giungano alla consapevolezza. Il sintomo indica la necessità di fermarsi ed ascoltarsi. Di riappropriarsi di aspetti alienati, temuti, proibiti. Di emozioni e bisogni inascoltati. E può arrivare a farlo in modo molto prepotente. Il sintomo è espressione di una sofferenza che riguarda la persona nella sua totalità “Voglio capire se è un problema di salute o mentale. A volte mi convinco che sia un problema mentale però se fosse così vorrebbe dire che sono capace di inventare tutto, che sono pazza“. Un’altra convinzione difficile da superare è che la mente e il corpo siano separati. Nella nostra cultura, si tende a distinguere tra salute fisica e salute psicologica. E, in generale, a parlare di salute con riferimento al corpo. Nonostante i progressi scientifici fatti da Cartesio ad oggi, permane questa visione dualistica dell’essere umano. Nella realtà, corpo e mente non hanno un’esistenza intrinseca a sé stante. Entrambi sono parti di un tutto, dell’intero organismo in relazione con l’ambiente. Il corpo non può esistere da solo, così come la mente non può esistere da sola. La nostra natura è unitaria. Fritz Perls suggeriva di sostituire la frase “io ho un corpo” con la frase “io sono un corpo”, sottolineando l’abitudine a considerare il corpo come qualcosa di esterno da noi. Un oggetto che ci appartiene, una “carrozzeria che ci porta a spasso” e della quale di solito ci accorgiamo solo quando crea problemi. Il lavoro in psicoterapia Il lavoro in psicoterapia ha dunque come obiettivo quello di favorire il contatto con l’esperienza che la persona si vieta e con i bisogni di cui il sintomo si fa portavoce. E’ un lavoro che chiede ascolto. Rivolto al sentire. Laddove la persona cerca di escludere, eliminare, c’è bisogno di accogliere. Ogni sintomo è una forma di evitamento, la terapia è integrazione.

Il rimuginio come forma di evitamento

Il rimuginio è un modo di pensare ripetitivo e rigido noto all’esperienza comune ma tipicamente appartenente alle condizioni ansiose. Chi trascorre molto tempo a rimuginare vive nella eccessiva preoccupazione per il futuro. Ha una visione perlopiù catastrofica su come andranno le cose e spesso svaluta le proprie risorse personali. Il rimuginio è una concatenazione di pensieri a valenza negativa su di una situazione temuta. Si tratta di una attività di anticipazione i cui scenari tendono a confermare le svalutazioni che la persona ha su di sé e sulla vita. ll flusso dei pensieri di A. A. arriva in seduta dopo un forte litigio con il suo compagno ed afferma: “Devo prepararmi al peggio, a come sarà se dovesse accadere ciò che temo“. Una pausa di silenzio e prosegue in modo serrato: “Credo proprio che P. tra non molto mi lascerà. Starò malissimo. Non so neppure come farò ad andare avanti. Forse potrei voltare pagina. Sì, potrei, potrei rifarmi una nuova vita con una nuova persona però… no, anche quello non servirebbe. E poi, chi mi dice che non andrebbe male anche la prossima volta! Credo che alla fine io per lui non sarò più niente. Dimenticherà ogni cosa come succede sempre: quando un amore finisce si dimentica. Forse la soluzione sarebbe partire, andare lontano. Starmene da sola, per sempre. In fondo, io me la so cavare da sola. Anche se poi finirei col morire di solitudine, perchè poi, quel sentimento lì, mi frega sempre. Non so proprio come fare, mi sento di impazzire, mi scoppia la testa“. Il rimuginio è un tentativo di controllo e, al tempo stesso, un meccanismo di evitamento La persona, rimuginando, si illude di tenere sotto controllo la realtà. Ma di fatto ciò che accade è che si sottrae dall’affrontare l’esperienza reale ed entra in un circolo vizioso. Da un lato attiva una strategia per gestire le sue emozioni e dall’altro, nella ricorsività dei pensieri negativi, sente crescere la sensazione di non farcela e, al tempo, quella di non essere in grado di fermare il flusso incontrollabile della propria ansia. Con tutto il malessere che ne deriva. Chi rimugina è intrappolato nell’assillo dei propri processi mentali. Evita il contatto con il presente e si rifugia nel futuro come modo per non diventare consapevole e responsabile della realtà interna ed esterna che vive. Il rimuginio e il legame con il passato Sebbene in apparenza il rimuginio abbia a che fare con il futuro, il suo legame con il passato è molto forte. Mentre il pensiero che anticipa in maniera funzionale, come nel caso del problem solving, è aperto all’orizzonte delle possibilità ed è in grado di riconoscere le risorse necessarie per affrontare al meglio la situazione di vita che, di volta in volta, si ha davanti a sé, nel rimuginio ci si trova all’interno di un labirinto dove tutte le strade sono chiuse. Lo scopo inconscio di questo modo di funzionare della mente è quello di mantenere in piedi lo schema rigido del proprio copione. Il piano di vita costruitosi durante l’infanzia, con l’insieme delle sue modalità dipendenti, che se per un verso offre una (illusoria) rassicurazione per l’altro limita la crescita e la realizzazione di se stessi. Il rimuginio e la ruminazione: differenze Un’attività di pensiero simile ma diversa dal rumiginio è la ruminazione. A differenza di quanto avviene nel rimuginio, nella ruminazione l’attenzione non è rivolta al futuro ma alla ricerca delle possibili cause del proprio umore, solitamente depresso, e delle esperienze del proprio passato. Questo sforzo cognitivo, che ad un primo sguardo sembra orientato alla consapevolezza, di fatto produce una stagnazione del pensiero e una paralisi di fronte alla vita. Ruminando la persona si sottopone a continua svalutazione e resta bloccata nell’accusa e nella colpa. Il pensiero circolare di G. “La vita è stata crudele con me. Perchè proprio a me? Sto male e non posso farci niente. Il problema è che non riesco a trovare un senso a tutto questo. Forse devo prendermela solo con me stesso ma tanto è inutile perchè non posso fare niente per cambiare come mi sento adesso“. Liberare la mente e stare nel presente L’obiettivo terapeutico da raggiungere, sia nel caso di rimuginio che di ruminazione, è stare nel qui e ora. Liberare la mente dai pensieri disfunzionali. Dagli attaccamenti al passato e dalle anticipazioni del futuro. Fare spazio per il sentire. Abbandonare la lamentela della posizione passiva e vittimistica per sviluppare responsabilità e autonomia. Nella maggior parte dei casi, è necessario un lavoro profondo sul passato volto a rimuovere gli ostacoli nel presente. In modo che sia possibile far emergere i bisogni non riconosciuti che oggi chiedono gratificazione. E attivare le risorse adulte necessarie per vivere la vita in modo soddisfacente.

Sofferenza naturale e sofferenza patologica

La sofferenza naturale ha a che fare con la vita ed è un’esperienza emotiva fondamentale per la nostra evoluzione. Basti pensare alle separazioni, alle delusioni, a tutte quelle situazioni che ci fanno soffrire e al tempo stesso crescere. La sofferenza svolge una funzione adattiva, poiché segnala all’organismo la rottura di un equilibrio e la necessità di attivare le risorse necessarie per raggiungere un nuovo stato di benessere. La sofferenza patologica, invece, è il prodotto del tentativo, reiterato nel tempo, di sottrarsi all’esperienza naturale della vita. Ogni emozione, nel suo ciclo naturale, è destinata a sciogliersi e a lasciare posto ad altro, una volta essersi espressa e aver svolto la sua funzione di adattamento. Ma se invece di accogliere la realtà la contrastiamo, e ci opponiamo a ciò che non vogliamo accettare, restiamo bloccati in una interruzione del processo di elaborazione e integrazione e il malessere si struttura in forme rigide e disfunzionali. L’evitamento, la nevrosi e la patologia La vita può porci di fronte ad eventi fortemente dolorosi. Il lutto, la perdita, il tradimento sono esperienze difficili da sostenere, poiché rompono una stabilità. Sconvolgono la vita emotiva. Le difese che ci vengono in soccorso, se da un lato tentano di proteggerci, dall’altra ci impediscono di stare nella realtà ed integrarla. Ogni forma di nevrosi e di patologia nasce da un evitamento del contatto. L’evitamento riguarda in primis l’impossibilità di riconoscere ed accedere a parti proprie. Agli aspetti di sé percepiti come pericolosi, negativi, sbagliati. Ad emozioni temute, disconosciute. Questa mancanza di integrazione crea una frammentazione del proprio essere nel mondo. Nello sviluppo del sé e del proprio senso di esistenza. Nel vivere la vita. Il ruolo della psicoterapia La psicoterapia guida e sostiene sia il contatto sia l’integrazione delle parti alienate e delle esperienze proibite. La maggior parte delle persone arriva in terapia con l’aspettativa illusoria di poter eliminare la sofferenza dalla propria esistenza. Di potersi sbarazzare degli aspetti di sé che non accetta. Di poter trovare riparo dalle emozioni che considera negative. Il lavoro terapeutico passa attraverso il crollo di queste illusioni infantili. Accompagna a stare nella realtà, nella sua totalità, fatta anche di sofferenza. Ad accettare, accogliere, ciò che appartiene alla natura delle cose.

Il silenzio nell’incontro con sé stessi e con gli altri

ll silenzio può avere volti e significati diversi ed è una esperienza fondamentale di contatto e comunicazione. La funzione più importante del silenzio è quella di favorire l’ascolto e il contatto con il sentire. Che siamo da soli o con l’altro, creare uno spazio vuoto, di sospensione della parola, consente l’emergere di sensazioni, emozioni, bisogni. Nel silenzio possiamo accedere all’introspezione e alla contemplazione, così come all’incontro e all’intimità della relazione Io-Tu. Il silenzio facilita la consapevolezza, poiché interrompe il flusso delle parole che, il più delle volte, segue gli schemi rigidi e nevrotici della mente. La maggior parte delle persone ha molta difficoltà a sostenere il silenzio. Nella nostra società vi è una tendenza diffusa a riempire il tempo con parole e attività, per evitare l’angoscia del vuoto e il confronto autentico con se stessi e con l’altro. L’uomo moderno vive in uno stato di bassa vitalità (…). Ha ridotto la vita stessa a una serie di esercizi verbali e intellettuali, si annega in un mare di parole”. (Fritz Perls) Liberare la mente Un primo passo importante per poter accedere al potere del silenzio, in termini di conoscenza di sé e di contatto con l’esperienza, è quello di svuotare la mente. Questa operazione consente di liberare il campo da giudizi, convinzioni, fantasie e di stare nella realtà. Senza evitamenti, senza filtri. Presenti nel proprio corpo, con tutti i propri sensi. Si tratta di quello stato che sperimentiamo nelle pratiche meditative e che spontaneamente tendiamo a ricercare quando sentiamo il bisogno di difenderci dallo stress della vita quotidiana, immergendoci, ad esempio, nella natura. Il silenzio in psicoterapia In terapia, il silenzio svolge un ruolo centrale. Oltre all’importanza delle parole, vi è l’importanza di ciò che avviene al di là della dimensione verbale. Nelle pause, nei gesti, nello sguardo, nella postura. Il silenzio può essere evitato e le sedute vengono inondate di produzioni verbali. Di discorsi straripanti ed iperdettagliati. Oppure, può rappresentare una resistenza. L’agito con cui la persona evita i propri vissuti emotivi conflittuali, per mantenere in piedi il proprio copione e la propria struttura nevrotica. Man mano che le resistenze si sciolgono, il silenzio diventa il luogo in cui affiorano i conflitti, i ricordi, i traumi antichi da elaborare. Ed in cui terapeuta e paziente vivono gli aspetti transferali e controtransferali della relazione che caratterizzano l’unicità del loro incontro. Con la trasformazione dal vuoto sterile al vuoto fertile che avviene durante il processo, dal silenzio prende forma la libera espressione della persona. La nevrosi, che tende a riempire per interrompere la naturalezza dell’esperienza, lascia il posto al Vero sé e alla relazione autentica.